Letteraria #6. A Stefano Tassinari, sei mesi dopo

Letteraria 6 - in copertina, Stefano Tassinari

Da oggi è in libreria il n. 6 di (Nuova rivista) Letteraria, interamente dedicato al compagno Stefano Tassinari (1955 – 2012), che ne è stato fondatore e direttore fino agli ultimi minuti di vita. Il collettivo redazionale non ha voluto comporre un semplice “tributo” a Stefano, ma condurre una prima esplorazione a tutto campo della sua figura di scrittore, poeta, drammaturgo, giornalista, documentarista, animatore culturale e militante politico per una società senza classi. Il numero è arricchito da foto di Stefano scattate da tanti fotografi professionisti e non, da Mario Dondero a Raffaella Cavalieri, da Luca Gavagna a Roberto Serra. Qui di seguito, l’indice e un pezzo in anteprima. Letteraria va avanti, nello spirito di Stefano e con l’amore degli insorti.
PER ABBONAMENTI: 2 numeri 15 euro, da versare sul Ccp 65382368 intestato a Edizioni Alegre soc. coop. giornalistica, Circonvallazione casilina 72/74, 00176 Roma. Causale “Abbonamento Letteraria”. Oppure paga subito tramite PayPal:





INDICE

Esercizi di ricezione (Alberto Bertoni)
«E’ sufficiente, da questo punto di vista, rileggere le opere dei compagni d’ambiente bolognese di Tassinari (non mi viene da scrivere “Scuola” solo per quel senso di pudore e di understatement che ho sempre condiviso con Stefano), per rilevarne la varietà linguistica e inventiva, la molteplicità sperimentale, la volontà per così dire spontanea di mettere la letteratura in dialogo con altri media e altre tecniche artistiche (dal cinema alla TV, dalla performance teatrale alla musica contemporanea, dalla fotografia alla canzone), la capacità di intrecciare nelle proprie opere forme raffinate e destinazioni popolari…»

L’impudicizia dello scrivere (Marcello Fois)
«Dopo la malattia, che lui sapeva descrivere con terribile pignoleria, la sua scrittura è cambiata. E’ diventata paradossalmente meno urgente, di gran lunga più piana. Una scrittura distesa e lineare, senza contrazioni, come se stesse sperimentando uno spazio infinito.»

Una vita… (Wu Ming 1)
«Noi stiamo cercando di mappare questo concatenamento esteso un’intera vita, senza la pretesa di afferrare il vortice, ma ponendo attenzione agli oggetti che il vortice aveva raccolto e fatto ruotare insieme. Questo numero speciale di Letteraria è un primissimo sguardo d’insieme, al quale seguirà un lungo (e prevedibilmente accidentato) lavoro di composizione di un archivio.»

Que linda es Cuba (Carlo Lucarelli)
«Era il 2000, il peggio dell’era berlusconiana, con la sua cultura, i suoi atteggiamenti e la sua sensibilità al contrario, doveva venire, ma ne avevamo avuto un assaggio. Resistere, rifondare, ricostruire: da allora dodici anni di vita intellettuale di Stefano sono stati soprattutto questo.»

Nicaragua, violentemente dolce (Pino Cacucci)
«Non era la prima volta che Stefano sfiorava la morte per il suo impegno politico. Non amava raccontarlo, non se n’è mai fatto un vanto, ma io so, per esempio, che in un’altra notte, tempo addietro, quando negli anni Settanta stava a Roma, si asserragliò nella sede di una radio libera mentre, fuori, i fascisti tentavano di sfondare la porta. Stefano e i pochi redattori ammassavano mobili, impugnando quel che si poteva impugnare, pronti a qualsiasi evenienza. Non era soltanto un “uomo di lettere”, Stefano. Credo sia giusto ricordarlo.»

La voce, la memoria del corpo (Marco Baliani, Wu Ming 1)
«…Pensare anche la scrittura come un atto performativo, un’azione in diretta che modifica la comunicazione e interagisce coi corpi degli ascoltatori. Credo che da qui derivi il suo interesse, che poi si traduceva sempre in percorsi progettuali concreti, fattivi, coinvolgenti, per una sinergia di linguaggi, per la musica in primo luogo, per la voce, per il montaggio di letture, composizioni, improvvisazioni, per quell’arte dell’intrattenimento intelligente, colto…»

La volontà e la calma di chi vuole sovvertire il mondo (Angelo Ferracuti)
«…La consapevolezza di essere un autore, con tutto ciò che questo comporta, e cioè rischio, esposizione, coraggio, senso di responsabilità, visione; e poi pensarsi bene comune, risorsa umana, sociale e, in definitiva, custode e testimone del tempo e della memoria, cioè uno scrittore comunitario.»

Il mago della parola (Andrea Satta – Têtes de bois)
«Antifascista, Bassani, Colto, Didattico, Estetico, Fumatore, Giusto, Hendrix, Idealista, Lettore, Movimento, Naturale, Opposizione, Partito, Resistente, Stones, Tas, Urgente, Z… (?)»

Lettera a Stefano (Roberto Manuzzi)
«Fino a un momento prima di salire insieme sul palcoscenico eri stesi su un divano in preda a dolori atroci, salvo poi calcare quel palcoscenico e affrontare la serata di letture su Dino Buzzati senza mostrare alcun segno di disagio, imponendo con chiarezza le tue parole e sfoggiando tutto il tuo talento innato di uomo di spettacolo.»

Fottiti America (Massimiliano Gregorio – Casa del vento)
«…Il cliché del militante l’ho sempre trovato poco interessante. Poi è arrivato Stefano a scombinarmi le categorie. Che fosse un militante non v’erano dubbi, ma omologato al cliché non lo era davvero.»

La cultura come elemento fondante dell’iniziativa politica (Agostino Giordano)
«…Con la solita nettezza sosteneva quanto fosse dirimente provenire dal mondo della cultura per essere in grado di occuparsi adeguatamente di tale tematica in politica: solo in questo modo infatti, sottolineava Stefano, si può evitare che a intervenire in ambito culturale siano politici cosiddetti “di professione”, che spesso ne ignorano peculiarità e problematiche…»

Hai presente Cristoph Hein? (Milena Magnani)
«Sì certe volte mi sembrava di essere stata con Stefano a Berlino e altre volte di essere arrivata fino alla Praga di Bohumil Hrabal, dove questo autore ricorreva ai versi di Viola Fischerovà per titolare un suo romanzo e non deponeva più i fiori in Piazza San Venceslao.»

Un aneddoto, un ricordo e un’intervista (Giuseppe Ciarallo)
«Ora, io non credo che la destra possa strumentalizzare più di tanto storie come quella di Pietro Tresso, proprio perché è fin troppo evidente che riesumarla come ho tentato di fare io non serve a demolire l’idea del comunismo, ma casomai a rilanciarla in un’ottica diversa, dando spazio alla sua anima migliore, repressa dalla stupidità e dalla rigidità mentale del modello staliniano.»

Intervento a un comizio della Fiom (Stefano Tassinari)
«Da anni ci ripetiamo che senza cultura – così come senza diritti e senza autodeterminazione dei lavoratori, degli studenti, delle donne – un Paese non ha futuro, ed è anche per evitare tutto ciò che vorremmo stringere un’alleanza solidale tra due mondi che, troppe volte, in tanto hanno cercato di separare o, addirittura, di far confliggere.»

Anni Settanta, una matassa di storie ingarbugliate (Bruno Arpaia)
«E Stefano, diciamolo, era molto meno responsabile di me o di altri; anzi: si accollava una colpa che non aveva. Perché, in tutti i lunghi anni del silenzio e del reducismo, lui non aveva mai mollato. Non era mai stato zitto o inerte. Aveva sempre continuato, sia in maniera strettamente politica, sia con l’attività culturale, a tenere vive le buone ragioni di allora e a battersi contro le cattive (perché ce n’erano, e tante, anche di pessime…)»

Il dizionario perduto. La responsabilità della parola “comunismo” (Alberto Sebastiani)
«Aver indebolito dall’interno le parole, non averle sapute difendere, aver taciuto, ha lasciato spazio al caos. E all’ignoranza, quindi all’impossibilità di dialogo, di riflessione.»

La freccia del racconto (Maria Rosa Cutrufelli)
«C’è molto teatro, in questi racconti. E molto ritmo. Molta invenzione poetica. Si sente l’abitudine dell’autore al palcoscenico, a quello stile orientato verso l’altro, verso un pubblico presente, che palpita e partecipa.»

Stefano for president (Filippo Vendemmiati)
«L’Inter era la cultura mitteleuropea, la Spal era il calore latino-americano catapultato nella fredda e indifferente Ferrara.»

Cucina letteraria (Giampiero Rigosi)
«So che a raccontare queste cose rischio di sembrare ridicolo, perché in fondo stiamo solo parlando di cibo, eppure io so bene che dietro alla scrupolosità di Stefano nei panni dello chef in cucina, e di animatore del dibattito dopo la cena, c’era la consapevolezza che il nutrimento, per il corpo come per la mente, è fondamentale, e la sua importanza non va sottovalutata.»

La manipolazione della memoria (Intervista di Franco Foschi)
«Si può discutere di tutto, anche di questo, ognuno la pensa come vuole, ma allora sarebbe da considerare terrorismo anche la Resistenza in Italia, che invece è stata Resistenza e basta, 43.000 partigiani sono stati uccisi per liberare il nostro paese dal nazifascismo, e hanno fatto lotta armata. I tedeschi però li chiamavano terroristi, banditi…»

Ricordo (dolce?) di un’assenza (Silvia Albertazzi)
«…Proprio in questo inatteso intreccio di una dizione lirica con un materiale di bruciante attualità risiede, a mio avviso, la sua maggiore originalità, il suo marchio di fabbrica… Mi piace ricordarlo come un poeta della politica, la cui non comune onestà intellettuale si esprime in un linguaggio decisamente lirico, contenuto tuttavia entro gli schemi del genere narrativo.»

Quattro testimonianze sulla militanza politica di Stefano (Ugo Boghetta, Alfredo Pasquali, Gianni Paoletti, Nazareno Pisauri)
«Quando Stefano, trasferitosi da Ferrara a Bologna, si iscrisse al PRC bolognese, propose subito la creazione di una commissione cultura, cosa che dopo un lungo tergiversare gli fu negata con motivazioni burocratiche che non ricordo. C’è però da sospettare che il vero motivo del diniego sia stato il timore di favorire una componente di Rifondazione sulle altre. A questa stessa logica fu sacrificato il foglio bolognese di Democrazia Proletaria, “Il Carlone”, che chiuse i battenti.»

Mettere le gambe ai libri (Paolo Vachino)
«…Stefano si caricava in macchina i libri, riposti nel suo inseparabile trolley, insieme all’autore che sarebbe stato presentato da lui nel corso della serata, e partiva da Bologna – la città eletta a dimora -, sfidando spesso le inclemenze degli inverni di pianura, per raggiungere il luogo della presentazione.»

Stefano i primi anni (foto)

Stefano, 1979. Foto di Sandra Pareschi.

Stefano (1979?)

LA VOCE, LA MEMORIA DEL CORPO
Conversazione tra Marco Baliani e Wu Ming 1

WM1. Partirei da qui: tutto quel che Stefano scriveva era finalizzato alla lettura ad alta voce, e più precisamente a una lettura scenica, con l’aggettivo inteso in senso lato, che si trattasse di un evento strutturato (uno spettacolo multimediale, un reading musicato) o più estemporaneo, ad esempio una lettura in piazza al termine di un corteo. La parola di Stefano, anche quando la leggi in solitudine e in silenzio, non è mai soltanto parola scritta, c’è una spinta all’oralità trasmessa dal fraseggio e dal ritmo, dalla “tornitura” delle parole, dalla ricerca delle assonanze. Naturalmente, i suoi testi – che siano romanzi, articoli o poesie – sono qualitativamente alti e compiuti già nella lettura silenziosa e solitaria; leggendoli sulla pagina non si percepisce una mancanza: si coglie un possibile, anzi, una promessa di voce, di ritmo, di suono che viaggi nell’aria e faccia vibrare i timpani, ovvero incontri un corpo. Ecco, c’è sempre un invito all’ascolto e all’incontro.

MB. Senza dubbio. La scrittura, per Stefano, sia quella propria che di altri scrittori, è sempre qualcosa da mettere in azione attraverso la voce, la presenza del qui ed ora di qualcuno che quelle parole le estrae dalla pagina per renderle suono. Nel farlo Stefano è consapevole di togliere alla pagina il suo statuto di immobilità temporale rendendo le parole di colpo effimere, vocali, perdute nell’attimo stesso in cui vengono dette.
Se lo si guarda nei video di alcuni reading da lui stesso agiti, si vede come l’atto della lettura non ha nulla di professorale o di didattico, ma come l’intero corpo del leggente, le mani, il volto, gli occhi cercano un invisibile da rendere manifesto. Come se la scrittura, da sola, non fosse sufficiente a interpretare il mondo. E questo nonostante Stefano credesse moltissimo nell’atto dello scrivere, nella stesura lunga nel tempo, nel lavoro di cesello sulle parole, e credesse anche alla necessaria “aura” che avvolge ogni scrittore, e forse, di più, dovrei dire, ogni scrivente, chè Stefano era consapevole di una specie di sacralità dello scrivere, di chiunque, anche non letterato, lasciasse le sue visioni su una pagina. Un atto sacro proprio perché umile, alla portata di tutti, uno scrivere sempre socialmente utile, necessario. Ma poi tutto il tempo che è racchiuso e sigillato nella pagina, lui lo voleva tirar fuori, voleva far uscire i cavalli dai recinti, a costo di farli sbandare. Tutto il lavorio solitario e concentrazionario dello scrivente doveva acquistare un peso  diverso, fatto di leggerezza, doveva aprirsi alla moltitudine, qui e ora, come se per lui il lettore si trasmutasse in ascoltatore.
Stefano era un “leggente”, le parole della scrittura non bastava dirle con la voce: dovevano diventare visioni, e pretendeva che anche i suoi lettori imparassero, quasi pedagogicamente, a divenire anch’essi dei buoni “leggenti”. In questo modo intuiva che alcune frasi, alcuni passaggi, alcune sequenze di immagini, sarebbero potute divenire”memorabili” in una forma di acquisizione empatica e immediata che nessuna lettura solitaria potrebbe rendere.

WM1. Trovo molto giusto il riferimento all’intero corpo del leggente. Mi ha sempre colpito e coinvolto, nel vedere Stefano leggere un testo, il suo peculiare uso delle mani. Era una specie di… conduzione d’orchestra, solo che l’orchestra era un singolo. Una conduzione discreta, mai enfatica, non certo alla Von Karajan! In rete si trovano molti video in cui si può vedere Stefano «condursi»: se in quel momento sta reggendo un libro o un foglio, usa solo la mano libera (solitamente la destra) e mima ogni parola una frazione di secondo prima di esclamarla. Non è un mero «riempitivo corporeo», un dover-pure-far-qualcosa con la mano: è parte integrante della lettura, è un modo di incarnare la parola. C’è un video di fine 2011, girato durante una presentazione a Torino, in cui Stefano legge il racconto A passo d’ombra. E’ già molto provato dalla malattia, lo sforzo è evidente, ma la lettura è impeccabile e la mano danza anticipando le parole, «coadiuvando» le immagini che si formano nella testa di chi ascolta. Se ascoltiamo guardando la mano, quando le parole escono di bocca sappiamo già se quella frase è parte di un movimento verso l’alto o verso il basso, di apertura o di chiusura, di avvicinamento o allontanamento, e se esprime un concetto isolato o prosegue un complesso concatenamento di immagini: «Da qui, [mano tenuta aperta, di taglio, orizzontale] sospeso a mezza via [indice verso l’alto, le altre dita rilassate] tra il cielo del mio salto [indice verso il basso] e l’acqua che mi ha accolto, ti vedo mentre invecchi senza pace [dita aperte, vago movimento circolare verso l’esterno] e tutt’intorno, gli sguardi frettolosi di chi non vuol fermarsi ad ascoltare la tua storia calpestata dalle colpe altrui…»

E poi, come giustamente mi facevi notare via email qualche tempo fa, ci sono momenti in cui Stefano non legge ma va a memoria, anche solo per il tempo di una frase: stacca gli occhi dalla pagina e lancia uno sguardo a chi sta ascoltando. E’ un modo di mantenere il contatto, ma è anche parte di quel «condursi» che dicevo, del coadiuvare un’immagine, del sottolineare un dato concetto.
Detta così potrebbe sembrare una cosa normale, quasi banale, ma io ho visto tanti, troppi scrittori «costretti» a leggere in pubblico i propri testi anche se non si sentivano minimamente «tagliati» per quella dimensione, scrittori piegati sul foglio, la voce smorta e lontana, nessun contatto tra loro e chi ascoltava, correre a testa bassa fino alla conclusione in nome dell’anche-questa-è-fatta. Direi che la maggior parte dei miei colleghi affronta la lettura pubblica obtorto collo. Forse è un problema che viene da lontano: ricordo un’intervista radiofonica ad Attilio Bertolucci in cui diceva qualcosa del genere (cito alla buona, non testualmente): «Ai miei tempi, i poeti italiani non leggevano in pubblico i loro versi. Quella consuetudine non ci apparteneva, imparammo a farlo solo più tardi, sulla scia degli anglosassoni. Tra i grandi poeti della prima metà del novecento, solo Ungaretti fa eccezione.» Se pensiamo all’ostilità che ha incontrato presso certa critica il lavoro di Lello Voce, il suo tentativo di far riscoprire alla poesia in italiano una primigenia dimensione orale e «pre-letteraria» (più o meno come si dice di un tumulto che è pre-politico), una dimensione prettamente sonora e comunitaria, ispirandosi anche al rap, alla dub poetry etc., beh, mi sembra che, pur avendo fatto passi avanti, non dovremmo illuderci di essere andati molto lontano.
Ecco, in un campo letterario dove la lettura solinga e silente è ancora ritenuta la modalità di fruizione principale di un testo, mentre il momento scenico e acustico – il momento del reading – è considerato accessorio e dunque prescindibile, poco più di un orpello, sicuramente l’attitudine di Stefano segna una differenza.

MB. In Stefano prevale una memoria del corpo, del suo corpo, come elemento scenico, un imprinting lontano nel tempo ma assai presente nella memoria immaginativa dello Stefano autore e organizzatore e intellettuale. Quando saliva, giovane e capelluto, sul palco a suonare col suo gruppo, l’adrenalina e le emozioni e quello statuto unico e affascinante che è lo stare in presenza degli altri, condividere lo stesso spazio- tempo di quel momento biologicamente interattivo, queste sostanze, una volta provate, non lo hanno più abbandonato, sono rimaste come un DNA silente ma sempre vibrante. E lo hanno condotto a pensare anche la scrittura come un atto performativo, un’azione in diretta che modifica la comunicazione e interagisce coi corpi degli ascoltatori. Credo che da qui derivi il suo interesse, che poi si traduceva sempre in percorsi progettuali concreti, fattivi, coinvolgenti, per una sinergia di linguaggi, per la musica in primo luogo, per la voce, per il montaggio di letture, composizioni, improvvisazioni, per quell’arte dell’intrattenimento intelligente, colto, senza essere snobistico esercizio, in cui potersi  “parlare”, essere insieme tra orecchio e bocca, più che attraverso gli occhi.

WM1. Oltre a essere un musicista, musicofilo e «scrittore di musica verbale», Stefano aveva una formazione da psicologo e negli anni Settanta si era laureato con una tesi sul rapporto tra rock e movimento giovanile di protesta. Nel mettere mano al suo magmatico archivio, abbiamo trovato appunti sul funzionamento dell’apparato uditivo, scritti semielaborati sulla musica, dispense di corsi delle «150 ore» su test audiometrici e inquinamento acustico in fabbrica… Il suo interesse per il suono era a tutto campo.
Riguardo a quel che dici sulla sua missione, sulla perenne ricerca di un intrattenimento colto e aperto, penso a come questo si traduce in un preciso uso della voce: la voce di Stefano è bella e corposa, ma non ha nulla di istrionico o “mattatoriale”, non è impostata, non viene troppo “avanti”, non mira a riempire tutto lo spazio. Quello di Stefano non è mai un monologo, la sua è una vocalità democratica e dialogica, che rimane sempre un po’ indietro e lascia spazio all’ascoltatore. Infatti, quando legge con la musica, si sente che si “tiene”, che non vuole prevalere, per lui la musica non è solo accompagnamento o “tappeto” ma ha pari dignità rispetto al testo. Pensa alla traccia «Lettere. Frammento 5», da Lettere dal fronte interno (Moby Dick, 1997): prima di entrare con la voce, Stefano aspetta due minuti spaccati (su meno di sei complessivi),  lascia che la musica si esprima pienamente, sviluppi il tema, si impadronisca dello spazio.

Lettere. Frammento 5 – dall’album Lettere dal fronte interno (Moby Dick, 1997)

MB. Quando Stefano mi invitava a leggere qualche autore in compagnia di musicisti amici, voleva sempre fare una prova, un assaggio, aveva predisposto con precisione i tagli al testo, le incursioni musicali, gli appuntamenti tra voce e sonorità, e si ritagliava una parte da regista, ma quasi nell’ombra, un po’ discosto, come se si fidasse di tutti noi e dubitasse invece delle sue scalette. Aspettava di vedere cosa sarebbe successo, ed era bello vederlo così partecipe, attento, pronto a tutti i suggerimenti che puntualmente modificavano in qualche punto la struttura da lui predisposta. Quando accadeva un necessario cambiamento, quando addirittura avveniva nel farsi della prova, di colpo si eccitava, sorrideva e subito scarabocchiava gli aggiustamenti, come se, proprio in quelle rotture si annidasse il senso jazzistico, performativo , della comunicazione. Si vedeva che ne era contento, in un modo quasi infantile, per nulla turbato dai tagli o dagli spostamenti. Assisteva in diretta ad una azione creativa, ad una invenzione che poteva nascere solo agendo quei testi, sperimentando quelle sinergie tra artisti.
Penso che questo operare gli confermasse quel grado di aleatorietà, di “forme del possibile”, che appartengono all’action painting, all’happening, alle sperimentazioni furibonde degli anni settanta, quando il Living Theater agiva le sue nudità in mezzo alle strade, quando quelli della Comuna Baires mostravano la violenza da cui erano fuggiti.
Di queste e altre esperienze, come il Terzo Teatro di Eugenio Barba, Stefano si è  nutrito e in questa molteplicità di esperimenti linguistici si è formato, aggiungendo all’anarchismo e alla dispersione creativa di quegli anni, un rigore metodologico, un pensiero che ne salvasse forme e esiti, piegandole ad un progetto politico, a una stesura riproducibile.
Lo Stefano progettista di eventi, promotore culturale, saggista, inventore di rassegne, creatore di riviste era tutt’uno con lo Stefano scrittore, con l’artista impegnato della parola. Aveva bisogno di connettere le esperienze, di farsi tramite e congiunzione tra linguaggi diversi, come cercasse strenuamente di  non disperdere la tradizione appena ereditata, di dare un ordine alla proliferazione dei linguaggi, creando snodi,  appuntamenti, messe a confronto. Ma era sempre nutrito, e lo si vedeva dalla curiosità che si stampava sul suo sorriso, dalla certezza che non tutto si sarebbe svolto secondo partitura, che all’opera c’era sempre il colpo d’ala dell’imprevisto, dell’imprendibilità biologica dei corpi e delle emozioni.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

Altri testi che potrebbero interessarti:

4 commenti su “Letteraria #6. A Stefano Tassinari, sei mesi dopo

  1. […] Presentazione della rivista “Letteraria”, numero monografico dedicato a Stefano Tassinari. Ne parliamo con il collettivo Wu Ming e Massimo Vaggi […]

  2. “Una vita…” Stefano Tassinari, il vortice, gli oggetti. Improv-schizzo biografico a cura di Wu Ming 1 #freeform #Letteraria
    http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/news/una-vita

  3. […] le presentazioni del nuovo numero di (Nuova Rivista) Letteraria previste per […]

  4. […] seguito, due recentissime presentazioni di (Nuova rivista) Letteraria, una a Roma e l’altra a Bologna, entrambe in un’università, entrambe riuscitissime, […]