Stay FICO, Stay Hungry. Oscar Farinetti e la «Disneyland del cibo» a #Bologna, Eataly

FICO Bologna

di Wolf Bukowski (guest blogger)

Nonostante Bologna vanti il secondo Apple Store per grandezza d’Italia e sia dunque ben avvezza agli immortali precetti dello «stay hungry, stay foolish», ha la pretesa, per entusiasmarsi, di vederli declinati in qualcosa di più familiare. Tipo, per capirci: fatti una bella mangiata e sparale grosse. Ecco: così funziona.

E in effetti in giro ce n’è una bella grossa. Si chiama FICO.

FICO vuol dire Fabbrica Italiana Contadina – e si comincia a capire di che si parla, ma nulla più. Il secondo nome è Eataly World, che vuol dire Mangitalia Mondo cioè niente, ma un niente con il brand Eataly intorno: già si intravedono i contorni. Più chiara la definizione di «Disneyland del cibo» o quella di «più grande centro al mondo per la celebrazione della bellezza dell’agro-alimentare italiano» (CdA CAAB, 3 giugno 13).

FICO è il progetto di un parco tematico con 40 ristoranti, «stalle, acquari, campi, orti, officine di produzione, laboratori, banchi serviti, grocery [...] Un percorso naturalmente attrezzato con adeguata cartellonistica, audio guide e accompagnatori didattici» (Comunicato del Comune; la presentazione ufficiale è qui, il rendering qui).

CAAB / FICO

Location: il CAAB, ovvero i mercati generali agroalimentari, di proprietà pubblica al 90%, nella periferia settentrionale di Bologna. Un’enorme struttura oggi grandemente sottoutilizzata: il commercio di prossimità che vi si riforniva è stato spazzato via da Coop e grande distribuzione organizzata e quindi il CAAB, inaugurato nel 2000, è già obsoleto. Sulla miseria pianificatoria che ha condotto a questa situazione, voluta dallo stesso partito che governa oggi, neppure una parola. Stai muto, stay hungry, stay foolish – e qui entra in campo Oscar Farinetti.

L’imprenditore renziano Farinetti, sul cui «impero non tramonta mai il sale» (Venerdì di Repubblica, 27/9), è abituato a trovare porte spalancate dalle amministrazioni che condividono la sua stessa foolishness. Il primo Eataly apre a Torino in spazi concessi gratuitamente da Sergio Chiamparino (G.Polo, Affondata sul lavoro, Ediesse 2013), mentre a Bari ottiene dall’amministrazione PD «l’autorizzazione più veloce del mondo»; Farinetti ama, «da comunista», lavorare a Bologna ma si trova benissimo anche a Roma con Alemanno; infine gode “da morire” quando assume un giovane e sancisce il divieto d’ingresso nei suoi Eataly a Calderoli. Captatio benevolentiae? No, piena sintonia con quella sinistra che adora la teatralizzazione dello scontro politico per evitare di guastarsi l’appetito con il conflitto sociale, e ignora la distruzione ambientale globale operata dal capitalismo appendendoci davanti un pannello solare, come un quadro su una crepa del muro. Foss’anche solo per questa sintonia, l’amore tra la gauche caviar bolognese e Farinetti era destinato a scoppiare.

Pomodorini di Eataly. Circa 8 euro al kg.

E poi, incidentalmente, amore è anche 55 milioni di patrimonio immobiliare pubblico, gli edifici del mercato ortofrutticolo, che il Comune mette a disposizione del FICO senza contropartita economica (CAAB parteciperà agli utili dell’Operating Company costituita ad hoc, che però raccoglierà «solo quanto necessario a compensare i costi di funzionamento», dunque che utili possono esserci? Ma il tutto è scritto nel più impermeabile gergo aziendalista, dunque chi ha interpretazioni diverse ne renda partecipi tutti nei commenti, grazie). In ogni caso l’approvazione del Comune è motivata dall’attrattività turistica, dai 10 milioni di visitatori all’anno attesi dalla Disneyland del cibo, non certo da ritorni economici diretti: per quelli si preferisce tassare pesantemente i piccolissimi.

Questi 10 milioni di turisti sono una straordinaria creazione dal nulla: li cita come un dato di fatto il comunicato ufficiale del Comune prendendoli pari pari dalla delibera di CAAB del 3 giugno, che definisce il FICO «una sorta di grande parco giochi, con la stessa attrattività mondiale che ha Disneyworld, [che] potrà avere oltre dieci milioni di visitatori l’anno, diventando così il “monumento” più visitato in Italia». Dov’è l’analisi globale dei flussi turistici, dov’è lo studio puntuale sui parchi tematici? Boh. Bisogna fidarsi di un «business plan predisposto da Ernst & Young» che, al di fuori dal CdA del CAAB, nessuno ha visto. Neppure il consiglio comunale di Bologna che pure, supinamente, ratifica il progetto.

Farinetti e Renzi

I milioni di turisti, come tutte le affermazioni prive di fondamento, diventano occasione di fantasiose esegesi. Per Farinetti sono quasi pochi: dice che sarebbe «una libidine» battere Eurodisney, che ne fa 12. Tiziana Primori (vicepresidente di Eataly e alta dirigente Coop) e Andrea Segrè (presidente di CAAB) affermano con maggiore sobrietà che il break-even è fissato a 5 milioni di ingressi, pari a quelli del Centronova – una semplice Ipercoop della prima cintura bolognese. Ma allora cos’è il FICO, un centro commerciale o un’ambiziosissima Disneyland mondiale?

Interrogata a proposito la Primori, con la sfrontatezza di chi dà voce a poteri non abituati al contraddittorio, risponde: «Né l’uno né l’altro, non lo sappiamo neanche noi»!

Eppure la questione è rilevante: è un ennesimo centro commerciale quello che sarà ospitato in strutture pubbliche? Capire cosa sia il FICO sarebbe interessante anche per tentare una valutazione sui saldi occupazionali, che per i centri commerciali sono tipicamente negativi (qualcuno calcola che per ogni posto creato nei mall se ne perdano 6 tra i piccoli operatori).

Bologna, 2013. Lo sciopero raccontato dal padrone.

Bologna, 2013. Lo sciopero raccontato dal padrone.

Il primo investitore è naturalmente Coop, che punta sul FICO 20 dei 45 milioni necessari. Coop ha una rendita di posizione sull’alimentare da mantenere, un sacco di soldi (del prestito sociale) da investire e la grossa questione di immagine che vedremo dopo: la redditività del FICO conta poco, dal suo punto di vista.

Le banche. Emil Banca – legata alle coop – è pronta far credito agli ardimentosi che «volessero entrare nel progetto finanziario del grande parco pur non avendone le finanze» (sic, Carlino Bologna 25/11), ma da sola non basta: così sono ripetutamente evocate Unicredit, le assicurazioni Unipol e Intesa-San Paolo. cioè la banca di Expo 2015 che vede al vertice, nella sua nuova veste, il solito Chiamparino.

Torre Unipol

Priapismo: la Torre Unipol, Bologna Est. 127 metri di hybris, ottavo grattacielo più alto d’Italia.

Intanto, mentre ancora Farinetti non rivela quanto voglia rischiare di suo (e di nuovo di Coop, che partecipa Eataly al 40%) nel suo parco tematico, salgono sul FICO Ascom e Confcommercio, che evidentemente non hanno letto l’intervista in cui l’incontenibile imprenditore immagina «turisti che atterrano al Marconi e poi già lì si trovano un bel trenino con l’indicazione Eataly World che li porta direttamente sul luogo. Fico, no?» Beneficio per i commercianti bolognesi che le due associazioni dovrebbero rappresentare? Un fico. Secco.

A chi poi pensa che il FICO abbia davvero a che vedere con l’agricoltura, la sostenibilità eccetera, segnalo le manifestazioni di interesse dei petrolieri di Sofaz (Azerbaijan) e del fondo immobiliare The Link di Hong Kong.

Tra gli entusiasti della prima ora ci sono naturalmente quelli che gongolano alla pretesa di Farinetti di infrastrutture e «navette fiche» (sic). «Sarebbe bello» se il FICO segnasse la fine della «stagione di paralisi delle infrastrutture da cui Bologna non è uscita», dichiara il Vicepresidente di Confindustria Gaetano Maccaferri, talmente hungry di cemento da dimenticare TAV e Variante di Valico.

Il FICO, prevede Nomisma, «potrebbe dare quello che manca [a un] comparto ancora considerato popolare, aumentando[ne] l’indice di attrattività» (Carlino Bo, 16/10). Che tradotto significa: aumento dei valori immobiliari, gentrificazione e nuove costruzioni. Still hungry.

Naturalmente per CAAB il FICO è a «costi di territorio/cementificazione pari a zero, sostenibilità pari al 100%»; il Comune conferma. E il sindaco renziano Merola, eseguendo quanto deciso da Segrè e Farinetti, chiede e ottiene (dal ministro Zanonato) la promessa di «una mano» governativa per il FICO (Carlino Bo 25/11). Che poi questa mano allunghi soldi o benefit e crediti dalla Cassa Depositi e Prestiti poco cambia: sono risorse pubbliche seppellite sotto il FICO.

Lavoratori Granarolo in lotta

L’adesione più recente al progetto FICO è quella di Granarolo – la cooperativa del latte obiettivo delle coraggiose proteste dei lavoratori migranti sottoposti a supersfruttamento e riduzioni salariali in seguito ai processi di esternalizzazione e precarizzazione della logistica. Ed è questa adesione, con tutto il suo carico di spudoratezza (Granarolo userà per il FICO i soldi risparmiati sui facchini?), che mi consente di lasciare la parte descrittiva per elencare, in tre rapidi punti, gli obiettivi sistemici della Disneyland del cibo.

Primo obiettivo: affermare che qualsiasi lavoro va bene e che, come dice Matteo Renzi, è di sinistra creare lavoro, non parlarne. Dunque i faraoni erano di sinistra, creando lavoro per il Parco Tematico Le Piramidi: da tenere presente.
Il legame insistito e ripetuto con EXPO 2015 (FICO aprirà appena chiude EXPO) si porta dietro, a mio parere, anche i contratti resi possibili dal governo per la manifestazione milanese: 80% di assunzioni a tempo determinato, stage a 516 euro al mese (corrispondenti a un impegno orario scrupolosamente occultato in tutti i documenti ufficiali), apprendistato per l’incredibile profilo di “operatore di grandi eventi” e così via. Letta, di questi contratti, si è precipitato a dire che possono diventare «un modello nazionale». Perché non iniziare dal FICO?

Expo

In ogni caso, contratti EXPO o meno, sono convinto che il saldo occupazionale del FICO a pieno regime sarà comunque negativo, con una distruzione di posti di lavoro nella ristorazione, l’agricoltura vera, la didattica sul territorio, l’ospitalità diffusa… Piccoli e piccolissimi operatori, quindi: quelli di cui ai nostri decisori non frega proprio un fico secco.

Secondo obiettivo: alla Coop e in generale alla GDO sta sfuggendo di mano la questione della qualità del cibo, del biologico e una certa renaissance contadina che, pur con fatica, è in atto. Particolarmente a Bologna, dove gran parte dei mercati contadini sono gestiti da Campi Aperti, associazione che si batte contro le normative punitive per i piccoli produttori, vende nei Centri Sociali e fa dell’agricoltura biologica, a filiera corta e a prevalenza di manodopera sui macchinari, una pratica politica radicale. Per contro: il carisma Farinettiano, la seduzione banalizzante della “tipicità” incarnata da Slow Food e la potenza di fuoco economico del FICO sono gli strumenti con cui Coop punta a riconquistare l’egemonia sulla produzione di senso attraverso il cibo. Come poi questo venga coltivato e venduto – e da chi e dove – è questione che importa ben poco: stay muto e mangia.

Renzi e Farinetti

Terzo obiettivo: Matteo Renzi, nel suo scarno programma, scrive che «nel mondo c’è […] voglia di visitare l’Italia, voglia di mangiare italiano, voglia di vestire italiano. Ci sono imprenditori bravissimi che sono riusciti a portare l’Italia nel mondo e far crescere il desiderio di Italia. Noi dobbiamo solo aiutarli». L’idea di Renzi, probabilmente condivisa dalla sua sponsor Merkel, è quella di un’Italia proiettata quasi esclusivamente su ricettività turistica ed export alimentare, e quindi interamente dipendente dai flussi di denaro dei paesi più forti. Con tutta evidenza Eataly e il FICO sono il programma economico di Renzi, e questo sarà realizzato da lavoratori hungry per le paghe misere e foolish a comando come animatori dei parchi tematici.

Ma voglio, in conclusione, darvi una buona notizia che viene da CAAB: le mense delle basi militari NATO in Sud Europa saranno rifornite dalla piattaforma logistica bolognese, grazie all’appalto vinto da un’azienda il cui presidente è addirittura membro del CdA CAAB. Insomma, anche se non dovesse decollare il FICO, decolleranno piloti nutriti con i prodotti, eccellenti per definizione, dell’agroalimentare italiano. E le loro bombe saranno morbidi cachi e deliziosi fiori di zucca.

Expopolis

Approfittiamo del post per segnalare quest’iniziativa. Stasera alla Bolognina. Si parlerà di Expo 2015 a Milano, e quindi anche di FICO.

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163 commenti - 19 diramazioni Scrivi un commento
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  2. dissonanze materialistiche says:

    Segnalo una storia di ordinaria precarietà “made in eataly” solo per sfatare, qualora ce ne fosse bisogno, il “mito” dell’imprenditore che “gode nell’assumere un giovane”. Ho un amico che ha lavorato da eataly. Primo contratto rigorosamente a tempo determinato, rinnovo al termine della scadenza con un secondo contratto a tempo determinato al termine del quale, guarda il caso quando avrebbero dovuto assumerlo a tempo indeterminato, una pacca sulla spalla, ciao ciao e avanti il prossimo…proprio FICO lavorare da precario a eataly…molto foolish…

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    • Wu Ming 1 says:

      EATALY E IL LAVORO PRECARIO: IL CASO BARESE

      A proposito di Eataly e precarietà, una storia molto istruttiva è quella del megastore di Bari, quello che ha avuto «l’autorizzazione più veloce del mondo».

      All’inizio, Eataly fa ai dipendenti 164 contratti a tempo determinato (mossa che viola la stessa Legge 30, la quale fissa un tetto dell’8% se si assumono più di 50 dipendenti), ma inaspettatamente i sindacati protestano, c’è un braccio di ferro, Farinetti rischia una figuraccia, e così i lavoratori strappano contratti migliori.

      [Storia interessante anche per quelli che confondono la giusta e sacrosanta critica alle burocrazie sindacali con dichiarazioni liquidatorie tipo «Tanto i sindacati non servono a nulla, non tutelano più nessuno, a che serve difenderli» etc. etc.
      La verità è che dove i sindacati non esistono tout court, manca anche il minimo, se vogliamo pure sgangherato, argine contro la volontà padronale.]

      Farinetti, però, se la lega al dito, si lagna dei lacci e lacciuoli etc. etc. e minaccia di non investire più in Italia.

      Risultato? Nelle ultime settimane è partita una grancassa martellante, il frame che si vuole imporre è che l’Eataly di Bari va male – ed è vero, va male – a causa dei «costi per il personale» più alti che negli Eataly del resto d’Italia, e per via che i dipendenti hanno un giorno di riposo (il lunedì). Il messaggio recapitato ai sindacati sembra proprio essere: «Signori, qui o si lavora di più e alle condizioni che diciamo noi, oppure si chiude baracca e burattini». Ovvero: la lotta non paga, e i diritti sono rinunciabili.

      Però ci gode un casino quando assume un giovane.

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      • Wu Ming 1 says:

        P.S. Non sarà che il ristorantone/mall/megastore va male perché un piatto di fagottini con sopra tre pomodorini costa € 11,50, una pizza bianca con rucola e una fetta di bresaola €9,50, una mozzarella con una tagliata e una bottiglietta d’acqua €28 etc. etc.? Non so, chiedo. Prezzi trovati nelle recensioni di Trip Advisor:
        http://www.tripadvisor.it/ShowUserReviews-g187874-d4641634-r186620319-Eataly-Bari_Province_of_Bari_Puglia.html#REVIEWS
        No, perché a dar la colpa ai dipendenti son buoni tutti, lo fa qualunque padrone, mica c’era bisogno di Farinetti…

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          • Wu Ming 1 says:

            E cosa pensi di avere dimostrato, oltre al fatto di essere un grande fan di Eataly o forse qualcosa di più? Il link a Trip Advisor l’ho messo, mi sembrava chiaro, perché tra le recensioni si trovano esempi di prezzi assurdi, e ho fatto una domanda: non sarà che il complesso va male (e questo non lo dico io, lo dice la proprietà) per questo motivo, invece che per i “costi del personale”? Forse in quella zona, rispetto a Torino o altre città, c’è meno borghesia fighetta disposta a spendere insanamente per una “experience” di feticismo gastronomico, quando altrove si può mangiare decentemente a prezzi più ragionevoli e senza il casino da mega-mall. E’ un’ipotesi.
            Il fatto che ad altri il ristorante sia piaciuto è ininfluente, perché il locale vada bene è necessario che questi “altri” siano tanti in numeri assoluti.

        • saint-just says:

          ..Più che altro a Bari va male per un altro motivo…
          L’invenzione di Eataly (geniale bisogna dire) è stata quella di divulgare l’idea del buon cibo ad un pubblico di fighetti di massa..
          Ma questo va bene a Bologna…e in genere nelle grandi città, in Puglia pochi radical chic e si mangia decisamente meglio…soprattutto a casa..
          P.s Quando penso ad Eataly a Bari, immagino la reazione di un barese alla Checco Zalone..

      • carlos says:

        ah,ah, c’è sempre qualche amico che lavora ad eataly…
        Io ne conosco due, a torino, sono assunti dal 27 febbraio 2007…

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  3. frost says:

    A margine, è la seconda volta in pochi giorni che trovo Ernst & Young in un ruolo che sostanzialmente è pianificare e progettare interventi e politiche che hanno una rilevanza pubblica. Ma da quando?

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    • wolfbukowski says:

      io ne so ben poco di E &Y, ci racconti qualcosa tu? che le pubbliche amministrazioni, pur avendole, non usino più risorse interne per la pianificazione etc però non è una novità. Anche questa è esternalizzazione

  4. gallinam says:

    vedo che c’e’ anche una simpatica sgr nel mezzo. vediamo chi scelgono. gestione di fondi immobiliari, al momento un business che non genera molti utili, normalmente.

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    • wolfbukowski says:

      vince pirelli real estate per la migliore offerta economica, mentre quella tecnica risultava premiare FIMIT del gruppo de agostini.
      http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/11/21/eatalyworld-vince-prelios-ora-soldi.html?ref=search

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      • Astarte says:

        Ciao,
        qualcuno aveva aggiunto un link che sembrava non funzionare. Ho provato e funziona, solo bisognava aggiungere il punto finale (che era sfuggito).
        So’ tornato qui ed era sparito pure il commento.
        Comunque questo era il link (attenzione che sia compreso anche il punto dopo l’ultima lettera):
        http://www.linkedin.com/company/prelios-agency-s.p.a.

        E adesso un po’ di parole a vanvera perché sennò il sistema mi cazzia ché ho scritto troppo poco e non mi sono sforzato.

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        • Wu Ming says:

          Grazie! E’ successo che abbiamo sostituito al link non funzionante il secondo fornito da Wolf, l’articolo di Repubblica dove si parlava di Prelios.

    • unit says:

      Non sono un super esperto della questione fondi immobiliari, ma a me risulta che una sgr sia necessaria non solo per legge ma anche come competenze. È semplicemente un fornitore di servizi, tipo l ‘amministratore del condominio. Oltretutto qui ci si aspetta che i privati investano 45M, quindi è nell’interesse degli investitori che il fondo faccia “utili” (non è il termine esatto credo) che al 55% andranno al pubblico. Quindi non mi sembra questa iniziativa insensata sotto quest’unico punto di vista. Sbaglio qualcosa?

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      • wolfbukowski says:

        Non so risponderti, visto che ne sai potresti leggerti la delibera del Comune http://atti.comune.bologna.it/atti/delibere.nsf/b66851b2fa051265c1257088002d7880/f04bdfee867fedf8c1257b7b0048bc9b?OpenDocument

        Posso solo risponderti con un indizio: se ci fosse la anche minima possibilità che ci sia un ritorno economico per il Comune se la sarebbero venduta così tanto che avremmo la nausea a furia di sentirlo dire..
        Secondo me la SGR, proprrio come un amministratore di condominio come dici tu, avrà i suoi utili ma non redistribuirà, non credo che Eataly sia disposta a condividere una parte dei profitti ai meri proprietari dell’immobile, abituata com’è ad avere immobili a condizioni vantaggiose (vedi torino, nell’articolo)

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        • unit says:

          Allora: che la SGR sia soltanto la società che amministra il fondo è sicuro, i fondi (io conosco meglio quelli mobiliari, ma suppongo il succo sia simile) funzionano proprio così. L’SGR avrà il suo ricavo stabilito dall’esito della gara, dovrebbe essere una fee fissa più eventualmente una percentuale sull’incremento di valore del fondo (gli “utili”), ma la percentuale è necessariamente molto bassa. Il concetto è che io investitore ti do soldi, o in questo caso immobili e soldi, tu me li gestisci secondo come ti dico io e ti pago per il servizio, ma è e rimane un riconscimento a fronte appunto di un servizio.

          Ora, come funzioni quando c’è di mezzo anche il pubblico non so bene, forse c’è qualche magagna, ma la situazione mi sembrerebbe molto chiara anche in funzione di quanto scritto nella delibera : “la remunerazione di CAAB e degli investitori attraverso la distribuzione degli utili della Operating Company;”. In pratica la CAAB, pubblica, partecipa al fondo con i 55 M di valore degli immobili e terreni, mentre investitori istituzionali, altri fondi, banche, etc. parteciperanno con 45M per un totale di valore del fondo chiuso (cioè non si prevedono ulteriori investimenti o cedimenti di quote) di 100M. Per ogni 45 euro di guadagno degli investitori istituzionali la CAAB si becca 55 euro, non mi sembra proprio ci sia spazio per altre interpretazioni. Anzi direi che è proprio questo lo scopo del fondo, altrimenti si sarebbe potuto fare diversamente.

          Tutto questo va preso con con il giusto spirito critico perchè come già detto conosco molto meglio i fondi d’investimento azionari e obbligazionari, quindi potrei sbagliarmi, anche se non credo.

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          • wolfbukowski says:

            Dalla delibera CAAB del 3 giugno: “…la Operating Company sarà detenuta al 100% dal Fondo (modello Centro Commerciale)… la Operating Company sottoscriverà contratti di affitto di ramo d’azienda con gli operatori del centro; a sua volta la Operating Company condurrà l’asset sulla base di un contratto di locazione, trattenendo dall’ammontare dei canoni di affitto di ramo d’azienda solo quanto necessario a compensare i costi di funzionamento della società stessa; i canoni potrebbero essere articolati in una quota fissa e in una variabile… La struttura di costi e ricavi è indicata nel Business Plan che Ernst & Young ha predisposto…”
            Secondo me:
            1) c’è una confusione voluta o meno tra affitti degli spazi negli immobili e affitto di ramo d’azienda (non ho omesso parti essenziali, credimi)
            2)ripeto che se ci fosse la minima possibilità di un ritorno nelle casse del comune l’avrebbero venduto 100 volte alla seconda, ma questa è natualmente solo un’illazione
            3) il Business Plan non l’hanno visto neppure i consiglieri comunali che hanno approvato il progetto all’inizio di luglio.
            Grazie del Tuo sforzo di comprensione, io su questi passaggi mi sono arenato

  5. Andrea Quaranta says:

    Da anni io e la mia compagna facciamo il grosso della spesa alimentare al Mercato della Terra di Bologna (http://www.mercatidellaterra.it/ita/network/bologna), simile al modello di Campi Aperti citato nell’articolo.

    Al di là delle questioni su economia e qualità del cibo (già ampiamente note), sottolineo che si tratta di un modo radicalmente diverso di vivere i rapporti umani collegati al fare la “spesa”. Si crea un rapporto diretto con il coltivatore, si vede la sua soddisfazione nel parlare dei suoi prodotti, si socializza, si conoscono persone nuove.

    Uno degli effetti più devastanti della grande distribuzione (Eataly non fa eccezione) è l’alienazione nel processo di consumo non solo del lavoratore ma anche dell’acquirente. A Bologna si può sperimentare un modello alternativo per entrambi, ed è su questa strada che bisogna insistere.

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    • malavida says:

      Mercato della terra = SlowFood = EatItaly= coop
      Benché alcuni produttori coincidano, Mercati della terra non c’entra nulla con campi aperti. Già i due nomi sono esemplificativi.
      Innanzitutto campi aperti rifiuta la certificazione , basandosi sul controllo incrociato e sulla partecipazione orizzontale dei produttori e di chi compra. Che banalmente significa avere una rete relazionale incentrata sull’assunzione di priorità chiare di sostenibilità economica, sociale e ambientale per cui fiducia e controllo si bilanciano. Campi aperti vegeta in maniera piacevolmente parassitaria grazie alla disponibilità di spazi radicali di conflitto: Labas, XM, VAG e Crash
      Dopodiché non è certo Mercato della terra il primo dei nemici, è certamente però consonante alle modalità di consumo proposte da Eatitaly e dalla consociata Slow Food– che infatti è lo sponsor politico del mercato della terra. Mercato della terra ti vuole vendere un privilegio- con la dinamica “logo” tipica di tutti i prodotti – quello di mangiare cibo sano, secondo non meglio identificate culture contadine. Ti vendono il privilegio di mangiare senza essere segregato nel mondo dei discount.

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      • davide gastaldo says:

        Io credo il problema sia, almeno per il consumatore finale, quello di non volere dedicare fatica e tempo a fare la spesa, magari facendo 1 scelta 1 volta per tutte (“compro bio”, “compro equo e solidale”) per mondarsi politicamente, e poi non aver più rotture di scatole. Così facendo però si rischia di entrare comunque nei giri della gdo, o – per chi se lo può permettere – nei prodotti d’élite sovraprezzati. Scelte appena un po’ più faticose, ma anche culturalmente interessanti, nello scegliersi produttori e prodotti porterebbero migliori risultati.
        (Sul come fare la spesa ho dato a più riprese qualche consiglio sul blog occorreessereattenti.blogspot.it )

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        • Wu Ming 1 says:

          Consigli per non scoreggiare dopo aver mangiato i fagioli. Se scrivi solo “come fare la spesa”, sì, qualcuno lo cliccherà il link. Ma se spieghi che, tra le varie cose, sul tuo blog spieghi anche come preparare i fagioli in modo da non mollare le bronze, vedrai che lo cliccano in molti :-)

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          • davide gastaldo says:

            ;-) può essere, ma quella è davvero una parte importante, sia dal punto di vista del risparmio, che da quello nutrizionale. E pure politico.
            Ma qui mi si vuole solo perculare…. ;-)
            Seriamente: la delega, in qualsiasi cosa, credo sia importante contenerla il più possibile. Poi mi fermo che sembro un vecchio predicatore con la barba bianca e i pincenez ;-)

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            • Wu Ming 1 says:

              Macché perculare, certo che è importante! E poi è un modo di farti avere più visite :-)

      • Andrea Quaranta says:

        Sì certo, c’è la distinzione tra certificazione e controllo incrociato. Ma dire che Mercato della terra = Coop è un’equazione leggermente forzata. Coop, come qualsiasi attore della GDO, strangola gli agricoltori e crea un percorso alienato. Gli spazi che ti mettono in contatto diretto con l’agricoltore fanno esattamente il contrario. Tant’è, che come tu stesso dici, alcuni produttori si trovano sia a Mercato Terra che a XM.

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        • wolfbukowski says:

          Slow Food svolge nei confronti di Eataly il ruolo di consulente strategico… http://www.eataly.it/index.php/mondo-eataly/chi-siamo/

          e Eataly è al 40% di Coop, la vicepres Primori è una dirigente coop.

          è un rapporto sistemico, che passa sulla testa anche di tanti produttori bravi e di buoni sentimenti che stanno in Slow Food. E che dovrebbero mollarlo, a mio parere…

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          • uitko says:

            scusami wolfbukowski, ma la tua ultima affermazione mi sembra semplicistica e pure arrogante. A meno che tu non l’abbia fatto personalmente.
            Qui stiamo parlando di gente che lavora in un campo scarno di surplus economici, e pure molto faticoso. Se vuoi che mollino slowfood bisogna pensare alternative, favorire collegamenti tra piccoli produttori …insomma…scrivere su un blog che questi dovrebbero mollare slowfood punto e basta è ridicolo.

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            • wolfbukowski says:

              “un rapporto sistemico, che passa sulla testa anche di tanti produttori bravi e di buoni sentimenti che stanno in Slow Food. E che dovrebbero mollarlo, a mio parere…” non ti piace? allora preciso: dovrebbero costruire fuori da quel circuito mistificante le alternative per il loro reddito.
              E quindi mollare SF.
              E non farmi la morale per favore che non siamo qui a parlare di me o di te, non credi? Ognuno tira le somme con le sue coerenze, io sono molto sereno mai fatto scelte comode

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              • uitko says:

                Nessuna morale figurati, tra l’altro mi accorgo solo che sei l’autore del pezzo quindi di sicuro non parli a sproposito.

            • wolfbukowski says:

              ed è piuttosto Mercato della Terra (marchio registrato, e dico sul serio) che con il suo branding fa una politica preterintenzionalmente? aggressiva verso gli altri mercati contadini; tutti pensano che ogni mercato contadino (salvo quelli di coldiretti) sia slow food perché SF è sovraesposto mediaticamente; e pensano che sia bio perché dicono pulito, ma pulito non vuol dire niente.
              Naturalmente non difendo il bio da NaturaSì ma il bio vero soprattutto autocertificato, cosa vuol dire pulito?
              Insomma io sono per l’autorganizzazione dei produttori, non per il branding e gli spazi sul mensile di Coop “COnsumatori” e per le ambizioni di Carlin Petrini.
              Insomma SF

        • malavida says:

          il problema è l’istituzione “mercato della terra”. Non è un esame di purezza delle intenzioni. Non condanno chi compera o chi vende al mercato della terra. Combattte il discorso che lo sottende. SlowFood è Coop. Slow Food è protagonosta nella progettazione dell’expo. Slow Food come si dice in qlc post più sotto ha avuto un ruolo positivo. Mo’ è solo il grimadello per penetrare aspirazioni di consumo.

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          • Andrea Quaranta says:

            In realtà, io volevo focalizzarmi sull’esperienza di acquisto del cibo attraverso un rapporto diretto con il produttore in un contesto sociale di un certo tipo.

            Questo tipo di approccio si contrappone frontalmente ai concetti di “Disneyland” del cibo, parco di attrazione per milioni di turisti, spettacolarizzazione dell’agricoltura, e via dicendo.

            Dopodiché, prendo atto delle precisazioni su Slow Food e tutto il resto.

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            • davide gastaldo says:

              E io trovo sia la via giusta, ma definirla “esperienza” temo sia limitativo: occorre un po’ di studio e di applicazione per poter capire cos’è buono e/o ben fatto, altrimenti subentra lo stupore per visoni arcadiche ( spesso costruite ad hoc) che celano prodotti di nessuna qualità .( per capirci: Mio suocero ha venduto per decenni uova industriali a contadini che le rivendevano come loro, o burro che gli stessi scioglievano e riconsolidavano con aspetto più rustico )

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              • Andrea Quaranta says:

                Parlo di produttori che conosco personalmente (che peraltro vanno sia al MT che XM), di cui conosco le storie, eccetera. Parlo di gratificazione per il produttore nel processo dalla produzione alla vendita, prezzi giusti, lavoro non alienato, alta qualità dei prodotti, ecc. Questo tipo di “esperienza” si trasmette e si vive nel rapporto con chi acquista. Se tutto questo è limitativo, allora o non mi spiego bene (e può essere benissimo), oppure si fa la gara in purezza (e sinceramente non mi interessa).

              • davide gastaldo says:

                Non posso rispondere direttamente (non ho capito perché ) ad Andrea Quaranta. Ovviamente io cercavo di astrarre e generalizzare il discorso, non conosco bene la realtà di cui parli, ma mi pare che il ragionamento fosse di metodo e non sul merito di un particolare produttore. Lungi da me goudicare come superficiali scelte che non conosco, il mio voleva provare a essere un ragionamento generalizza bile

              • Wu Ming says:

                Perché avete consumato tutti i livelli di ramificazione :-)

  6. VecioBaeordo says:

    L’impressione è che Slow Food e poi Eataly siano responsabili della gentrificazione dell’agroalimentare italiano. Si pretende di produrre, e poi di vendere, esclusivamente prodotti blasonati, certificati, e cari. Il nobile intento non è, come si vorrebbe far credere, il recupero (ah, i bei tempi andati) delle sane tradizioni contadine e la riconversione dell’agricoltura a produzioni universalmente meno nocive per tutti, ma la costituzione di una “aristocrazia dell’alimentazione” che ovviamente noi non ci potremo permettere, e il cui target sono i milioni di turisti. Il nostro ruolo non dovrà essere per nulla diverso da quello degli operai cinesi che montano gli smartphones. Ci credo che si amano Eataly e Apple!

    Parentesi sui milioni di turisti. Che non si capisce bene da dove arriveranno: magari i tedeschi ancora per qualche anno, gli americani finiti da un pezzo, i russi sono quelli di cui parlano tutti, e si attende l’ondata cinese, ma prima dovranno smetterla di bruciare vivi nei lager del tessile. Ho imparato da voi che è di destra compattarsi intorno a un *problema* esterno (ebrei, migranti, rom, comunisti ecc.). Qui mi sembra di vedere il tentativo speculare di compattarsi intorno a una *soluzione* esterna: i turisti da Urano. Quando invece la realtà sarà l’ennesima dimostrazione che non è da oltre frontiera che arrivano i problemi e le soluzioni, ma che la frontiera è sempre una sola: alto/basso, ricchi/poveri, padroni/schiavi.

    Burp.

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    • wolfbukowski says:

      Se pensi che Roma fa 30 milioni di turisti l’anno, Venezia pure, è davvero poco credibile la previsione di dieci per il FICO.
      Dove oltretutto, pare, si pagherà non un biglietto ma un “kit d’ingresso”(dal Carlino 25 novembre)
      Quello che vedo è piuttosto un gran numero di turismo obbligato: tutte le scuole, reciterà la circolare ministeriale, per educazione alimentare prevedano una visita al FICO.
      -ma signor Direttore, noi ci trovavamo benissimo con il Gino e la Pina, i contadini qui dietro l’angolo, e i bambini erano felicissimi e i genitori poi ci andavano a comprare il formaggio (genuino e clandestino).
      -ha ragione signora Maestra, ma la circolare parla chiaro: tutti al FICO.
      Gino e Pina sono pronti a fare uno stage al FICO?

    • Serenissima says:

      Ma poi, questi turisti del made-in-Italy-che-tutti-ci-invidiano, esistono? Voglio dire, ce lo vedi un tedesco che dice no al parmesan perché vuole il parmigiano reggiano? Ma nemmeno un italiano saprebbe riconoscerli: prendi un italiano fanatico del mito dei doc e dei dop certificati-legalizzati, fagli bere un vino italiano e uno cileno e chiedigli se li riconosce. Ho fatto due esempi magari opinabili, ma fino a un certo punto.
      Dici bene, se capisco cosa intendi, questi sono bisogni costruiti per un’élite alimentare, che gli imprenditori stanno sapientemente coltivando e convincendo, perché, di fondo, secondo me non esiste.

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      • carlos says:

        brava, ma il punto è proprio quello…
        sicuramente si conoscono tutte le inutili funzioni di un cellualre, queste vengono spiegate nel cartellino in vetrina. Mentre di un formaggio cosa c’è sul cartellino o in una pubblicità? Quasi sempre solo e soltanto il prezzo.

  7. nicola says:

    Bell’articolo con buoni spunti, ma secondo me qualche debolezza.
    Ottimo mettere il dito nell’occhio al comune che concede spazi senza esaminare in maniera concreta i ritorni di tale investimento. Il punto pero’ sono i modi, non tanto i contenuti. Che molto probabilmente saranno criticabili, ma che ancora non conosciamo. Non possiamo dunque criticarli a prescindere.
    E mi sembra un vero e proprio cheap shot a Matteo Renzi quello secondo cui Eatly e Fico sono il programma di Renzi stesso. Non lo sappiamo, ne’ mi sembra realistico – e non ho nessuna simpatia per il personaggio. Il fatto che in Italia ci sia bisogno anche d’altro non esclude che si possa, anzi si debba, fare qualcosa per migliorare i servizi turistici del Paese. Che Londra, Parigi, Bangkok siano più visitate di Roma dovrebbe far pensare o no? Le economie avanzate non possono vivere solo di turismo, ma data l’importanza dei servizi, il settore turismo non può essere ignorato e basta.
    Ed anche su Coop e impatto occupazionale: sull’impatto, non avendo ancora nessun dato a disposizione, facciamo i conti su nulla, proprio come il Comune. Certo la loro responsabilità è clamorosa, ma una critica su queste basi (assenti) è debole. E la COOP. Il punto è come si è trasformata Coop in questi anni, non il concetto di Coop in quanto tale. Una cooperativa di consumatori dovrebbe esser per sua natura legata al territorio, e per decenni lo è stata. Con un ritorno importante sul piano del tessuto sociale. Il problema è la trasformazione del soggetto in questione, in termini di rilancio finanziario – come usano il prestito sociale – e di politiche commerciali e occupazionali. Che una Coop che ritorna alle origini investa sul territorio e su un certo settore dell’alimentare non mi disturba, anzi, sarebbe un fatto positivo, pur rimanendo interessato alle esperienze dei mercati dei coltivatori. Certo la Coop attuale non è quel soggetto, ma il centro critico dovrebbe essere allora la ragione sociale, più che il processo produttivo ancora sconosciuto.
    Ed infine, appunto, sui termini occupazionali. In realtà il punto sarebbe su cosa dovrebbe fare il Comune per rendere l’offerta di Fico compatibile con l’indotto del territorio.
    SE – un se grande come una casa – Fico sarà capace di portare tanto turismo verso Bologna, allora bisogna trovare i mezzi per far rimanere questo turismo e rendere la città accessibile. Hotel a prezzi diversi e non più solo in funzione fieristica, promozione della città, anche, perchè no, un auditorium come quello di Abbado capace di solleticare certi tipi di palati – a Londra, dove vivo, esiste una offerta smisurata di musica di alto livello a prezzi anche popolari. Perchè no a Bologna? In fondo basta vedere quanti turisti arrivano ogni giorno con Ryanair e non si fermano in città. Fico potrebbe convincerli a rimanere una mezza giornata in più, passando dunque la notte, se si offrono le infrastrutture adatte. E in quel caso i saldi occupazionali non sarebbero necessariamente negativi.
    Insomma, penso che vigilare – e attirare l’attenzione sui tanti lati oscuri – sia necessario, e penso che il lavoro fatto qui in questo senso sia assai prezioso. Sulle critiche precise sono però più scettico, soprattutto in mancanza di un vero e proprio progetto.

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    • wolfbukowski says:

      Per Renzi ho messo un link al programma. Leggilo. Non c’è nulla che non sia un generico “nuove tecnologie”, naturalmente verdi, e il turismo / export alimentare. Il FICO è la manifestazione concreta di quel programma.
      Il resto di ciò che dici, perdonami, è wishful thinking. Se la coop non fosse quella che sfrutta ed estenalizza i facchini, mette macchine self-service per pagare la spesa scaricando sul cliente il lavoro e riducendo gli addetti, non fosse quella che in centro a Bologna si è messa a fare concorrenza pure aglialimentari dei pakistani con le sue “in coop”, se non fosse quella che compra tutti gli spazi disponibili dentro e fuori porta… beh se non fosse così “la coop saresti tu.”
      c’è una concretezza dei fatti che se ne impippa delle storie gloriose che ci sono alle spalle, ahinoi, altrimenti saremmo tutti più buoni

    • malavida says:

      Credo che le equivalenza, nell’articolo, siano fatte per evidenziare una modalità di riproduzione del sistema politico economico.
      Qui ti vogliono vendere cibo genuino (?) facendo soldi attraverso la disponibilità di spazi pubblici messi a disposizione unitamente a contratti di lavoro schivistici riproducendo in tutto le logiche della gdo. L’idea stessa del parco è aberrante vuole far diventrare attrazione ciò che dovrebbe essere normale. Vieni da noi senti questo radicchio come è buono… contento? Bene goditelo perché domani tornerai a mangiare la merda della COOP. I tortellini non sono come il castello delle fate di disneyland!
      Sarebbe molto facile avere un accesso a cibo di qualità senza impatto ambientale. Ma non è possibile perché il capitale estrae profitto –come ci insegna Marx – tanto dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo quanto dallo sfruttamento delle risorse ambientali.
      Per quanto rigiarda il turismo: sogno un mondo un cui i turisti siano perseguiti e le persone si muovano TUTTE liberamente

    • Wu Ming 1 says:

      Nicola, il problema è che la classe dirigente bolognese, negli ultimi venti-venticinque anni, si è riempita la bocca e ha sperperato soldi in Grandi e Grandissime Opere, una più magniloquente dell’altra, giganteschi conglomerati di castelli in aria, tutti basati su un’idea di modernità e di sviluppo acritica, turboliberista, e per giunta da villani rifatti. E chi si azzardava a criticare era passé, fuori moda, un nostalgico, un troglodita, uno che non capiva la politica e nemmeno l’economia.

      La maggior parte dei progetti sono rimasti lettera morta (ma intanto si erano buttati via soldi in progetti, consulenze, propaganda), e quelli che sono stati realizzati, nove volte su dieci sono porcherie inutili e/o cattedrali nel deserto.

      Te la ricordi la stazione ferroviaria di Bofill?

      Te la ricordi la metropolitana?

      Te lo ricordi lo sperpero insensato per il Civis, per il quale Cofferati e Merola stanno passando notevoli grane?

      Te lo ricordi il CAAB, che come diceva Wolf è già obsoleto e semi-abbandonato poco più di dieci anni dopo l’inaugurazione?

      E ci potremmo mettere l’Alta Velocità e quant’altro.

      Negli stessi anni, altro grande capolavoro di “modernità”, si è svenduto a una multinazionale tedesca un patrimonio quale erano le Farmacie Comunali, privatizzate anche se erano in attivo e portavano miliardi ogni anno nelle casse della collettività. Oggi si piange miseria!

      E quando Cofferati diede 76.000 euro a un docente dell’ateneo per una consulenza sul “degrado” di Piazza Verdi, e questo scrisse cose che i movimenti ripetevano da tempo e che avrei potuto dire io a 76 euro?

      Per non ricordare i soldi che vengono dati ogni anno alle scuole private, anche in spregio e in sfregio del recente referendum, e la proposta delirante di privatizzare e mettere a pagamento i giochi per bimbi nei parchi pubblici.

      E vogliamo metterci il mostro che è diventato il movimento cooperativo? Non “l’idea in sé”, l’iperuranica “cooperatività”, ma la realtà che esiste in concreto.

      E vogliamo metterci l’Unipol, la Granarolo, tutte le articolazioni del potere economico locale, con tutte le cose (brutte) che ci vengono in mente al solo nominarle?

      Ora:

      perché per FICO – ennesima fanfara/fanfaronata, e come le altre piena di cose date per scontate da tutti e di effetti-palla-di-neve – dovrei fidarmi della lucidità, lungimiranza e buonafede di questa classe dirigente che non ne ha mai azzeccata una che fosse una e ogni volta che l’ha sparata grossa ha solo sperperato danari pubblici? E perché dovrei dare il beneficio del dubbio a questi poteri?

      Se poi ci aggiungiamo le magagne di Eataly e il già descritto curriculum di Farinetti in tema di precarietà del lavoro, perché e in base a cosa dovrei fidarmi?

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      • nicola says:

        Wu Ming 1,
        sottoscrivo in toto quello che hai detto, per bacco!! Mi son fatto capire molto male, anche io la penso cosi’. Non sono disposto alla carta bianca, e voglio vedere tutti i dati. Il punto è che i dati non li conosciamo, e quindi: benissimo mettere in luce i rischi, e anche, come fai, la storia passata che ci rende scettici. il Comune DEVE far vedere pubblicamente i dati, le risorse che si usano, i risultati attesi che giustamente non possono essere solo i fantasmagorici 10 milioni di visite: non vogliono dire nulla e neanche sappiamo se ci saranno.
        Quindi ottimo che si scateni il tema e si pubblicizzi queste magagne. Meno convincente è la critica su quello che sarà, perchè se non lo sanno loro, non lo sappiamo neanche noi. Tutto qui, ma i dubbi vostri sono anche i miei.

      • carlos says:

        “magagne di Eataly e il già descritto curriculum di Farinetti in tema di precarietà del lavoro”
        e quali sono le magagne?
        E tutti questi precari dove sono? Gli unici problema ci sono stati all’inizio a bari…
        a torino ad esempio l’87% è a tempo indeterminato.. eddaie su

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        • Wu Ming 1 says:

          Su come si lavora a Eataly, propongo alla riflessione alcuni link, poi ognuno potrà verificare se le ricostruzioni sono corrette o meno.

          Libera Roma | Un esposto FdS sul lavoro a Eataly

          Libera Roma | Eataly, si mangia bene ma si lavora male

          Core | Eataly, l’impresa (ir)responsabile

          Gazzetta Gastronomica | Logiche di distruzione del made in Eataly

          Detto questo:

          a parte che a Bari i problemi non ci sono stati solo “all’inizio”, vedi link già proposto sopra, una curiosità: quanti sono in totale i dipendenti di Eataly a Torino? Superano il numero di 50? E il 13% di contratti a tempo determinato che si evince dal tuo commento che tipo di contratto ha?

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          • carlos says:

            scusa eh, ma i primi tre link sono praticamente un “copia-incolla”, si parla di denunce anonime ecc. Visto che hai gugolato per questo, approfondisci e vedi come sono finite queste denunce.
            Su gazzetta gastronomica di bonilli, capisco che tutti quei commenti (quasi 500) siano tanti da leggere, ma chi ha avuto la voglia e il tempo di seguirli è giunto alla conclusione che è stato un post scritto di getto senza nessun dato realistico a confortare il tutto.
            Che poi eataly sia tutto rose e fiori, non lo penso nemmeno io. bye

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            • Wu Ming 1 says:

              I link li ho messi proprio perché la gente li leggesse, approfondisse a partire da quegli articoli e discussioni, e riflettesse.
              Puoi rispondermi sul numero dei dipendenti Eataly a Torino, tu che conosci quella situazione?
              Su Bari non hai aggiunto nulla, quindi convieni con me che i problemi non sono stati solo “all’inizio” e stanno avendo uno strascico sgradevole.
              Del resto, anche tu convieni che Eataly non è tutto rose e fiori.
              Quindi potevi anche esordire su Giap con commenti meno sarcastici e movenze meno da carro armato, no?

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              • carlos says:

                rose e fiori non esistono da nessuna parte…
                comunque a bari su 165 dipendenti, tutti tranne uno sono stati stabilizzati.
                A torino sono circa 270 ma sinceramente come siano i contratti non lo so, avevo parlato con i sidacati tempo fa ( e non erano incazzati, anzi..) e la percentuale era quella

              • Wu Ming 1 says:

                A Bari una parte dei dipendenti (67 su 162) ha avuto un contratto a tempo indeterminato, e gli altri un apprendistato a 3 anni, solo perché i sindacati hanno protestato e Farinetti stava facendo una figuretta a livello nazionale. Se i sindacati non avessero detto nulla, Eataly avrebbe solo precari assunti tramite agenzie interinali. E adesso la proprietà dice che non va bene, che il business è danneggiato dai “costi del personale”, e che o si cambia o si chiude baracca.
                Detto questo, se a Torino Eataly ha 270 dipendenti è strano che, come dici tu, solo l’87% abbia un contratto a tempo indeterminato. Se non sbaglio, la legge Biagi prevede che, sopra il tetto dei 50 dipendenti, possa esserci al massimo l’8% di contratti a tempo determinato. A questo punto, solo ed esclusivamente per mia curiosità, vorrei capire che contratto ha quel 13%.

        • maurovanetti says:

          @carlos

          Prendiamo pure per buoni i tuoi dati (ricordo che Farinetti stesso aveva dato cifre simili, anche se mi ricordavo una cosa intorno al 75%).

          Ma se l’87% è a tempo indeterminato, questo non significa forse che il 13% è precario? Perché un’azienda che nella sua propaganda vorrebbe puntare sull’alta qualità, la valorizzazione del lavoro e del prodotto, il rapporto col territorio ecc., dovrebbe praticare un apartheid tra i suoi lavoratori lasciandone uno su otto in una situazione precaria? quale motivazione tecnico-organizzativa si sono inventati per quei contratti?

          Ci siamo talmente abituati alla precarietà che crediamo che un po’ di precari siano fisiologici, ma la percentuale normale di contratti stabili in una grande azienda dovrebbe essere il 100%. Non lo dico io, lo dicono le stesse leggi che si sono scritti lorsignori che poi, però, approfittando dei rapporti di forza, violano sistematicamente.

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          • wolfbukowski says:

            Mi viene in mente che nella propaaganda belusconiana di un tempo si diceva: ma lui non ha mai licenziato nessuno.
            Ora: Farinetti non è né il peggiore né il migliore degli imprenditori, ma ha un valore aggiunto politico che non tutti hanno.
            E questo valore aggiunto lo spende per Renzi – che, almeno su questo siamo d’accordo?, ci vuole tutti ma proprio tutti precari (e gli anziani senza pezzi di pensione).
            Tirare due conti è facile.
            E comunque l’articolo di Tokio Cervigni su gazzetta gastronomica non raccoglieva certo solo commenti pro farinietti, anzi…

          • Avvocato Laser says:

            Per il mio esordio su Giap parto da una considerazione giuridica: è vero che (non direttamente la “legge Biagi” ma, in via delegata) il CCNL del Turismo / Pubblici esercizi (che verosimilmente applica Eataly) prevede una percentuale massima di lavoratori in somministrazione dell’8%, ma è pure vero che per i contratti a termine, invece, la percentuale massima è del 20% nei posti di lavoro con più di 50 dipendenti. Conoscendo il tipo di azienda, mi stupirei se non avessero combinato le due tipologie in modo da restare sotto le soglie (poi, per carità, non si finisce mai di stupirsi). Oltretutto, non mi pare così inverosimile che a livello aziendale o territoriale i sindacati abbiano firmato accordi di maggior favore (per l’azienda, ovvio!) consentendo limiti ancora più ampi.
            Piuttosto, come suggerisce Mauro, sarebbe interessante indagare quali motivazioni tecnico-organizzative si siano inventati. Anche se non dobbiamo scordarci che dopo la legge Fornero, e ulteriormente dopo il “decreto del fare”, non è neppure più obbligatorio indicare una motivazione per stipulare contratti a tempo determinato o in somministrazione, almeno per il primo anno di assunzione.
            In sostanza: le soglie percentuali sono così alte che ben poche aziende hanno un interesse a sforarle; in quei pochi casi in cui l’interesse c’è, si trovano spesso e volentieri sindacati territoriali o aziendali disposti a concedere deroghe, magari “per salvaguardare i posti di lavoro”; non è più richiesta alcuna giustificazione per le assunzioni precarie… purché siano molto precarie; ci sono altri mezzi per aggirare la legge, come i contratti a chiamata “per servizi speciali”, tre giorni alla volta in occasione di fiere o anche soltanto per i weekend o le festività. Il “modello Expo” citato nel post non è semplicemente il futuro: è già in mezzo a noi (e, mi spiace notarlo, i sindacati confederali hanno dato una grossa mano a materializzarlo).

            Se ci limitiamo a una lotta sul piano “legale”, ci muoviamo su un terreno che i nemici ci hanno riempito di mine senza che neppure ce ne accorgessimo del tutto.

            Il punto da cui partire, invece, è proprio che *non è normale* che ci siano tanti precari. Mi ha colpito leggere, in uno degli articoli citati, che “i giovani dipendenti intervistati non biasimano le forme contrattuali precarie. Se va male – dichiarano a Core – l’imprenditore non può certo accollarsi i costi derivanti da contratti onerosi”. Finché è interiorizzata fino a questo punto, è difficile combattere la precarietà: il primo obiettivo, minimo indispensabile, è riconquistare le coscienze a una normalità differente da quella che ci impone il padronato.

            Mi scuso per questa sbrodolata, giuro che so essere più sintetico.

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            • Wu Ming 1 says:

              Intervento molto puntuale, nessuna sbrodolata.
              Chiarisco che il mio citare la Legge Biagi era puramente retorico, era per dire che la prassi padronale (anche di un padrone “cool” come Farinetti) è comunque.. “precariotropa” (= si nutre di precarietà) e costitutivamente “a destra” anche delle leggi precariogene che più ci fanno venire latte alle ginocchia :-)))

            • wolfbukowski says:

              Già delineata la proposta di prorogare due anni dopo Expo i contratti Expo, e di attivarli per ogni evento anche vagamente collegato.
              Intanto alla presentazione di FICO la Primori (Coop, Eataly) parla di “voglia d’Italia” con le stesse parole di Renzi.

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    • nicola says:

      Ma il link al pezzo di Renzi non dimostra che Fico sia tutto quello che vuoel Renzi. Vuol dire che non ha programma. E non è cmq una ragione per dire che non va bene. Se Fico fosse l’unica cosa che vogliamo fare in italia non sarebbe abbastanza quindi andrebbe male. Fatta insieme ad altre cose non è necessariamente male. Sulle Coop, capisco: nuovamente però, se le Coop fanno male, non è detto che Fico in un certo tipo di progetto economico del territorio – che non c’è, ma non c’è manco per Fico, e quindi possiamo specularci sopra – faccia poi così male. Ma il punto critico era diverso – e forse ho capito male: si parte da una critica di un certo sistema produttivo (la grande distribuzione) per dire che Fico è negativo ed invece meglio è lo spazio lasciato ai piccolo produttori. Invece io la penso diversmente. La grande distribuzione non è male a prescindere. Lo è Wal Mart, certo, che è l’iper sfruttamento merciologico e del lavoro. Le Coop sono (state) altro, quindi non posso dire a prescindere che la grande distribuzione fa male. Penso che in un mondo ideale sarebbero una risposta di grande valore sociale.
      Ma se il contenitore non è di per sè sbagliato (lo sono le scelte pratiche), gli atti esecutivi – Fico in questo caso – non possono essere sbagliati a prescindere ma vanno valutati sul fatto concreto. Che ancora non conosciamo. Non so se riesco a far capire la logica del ragionamento…

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      • wolfbukowski says:

        Sì capisco la logica ma non la condivido. Le centrali della GDO controllano il 78% del mercato (fonte Altraeconomia numero 153 di ottobre), soggetti così grossi hanno posizinoi di potere smisurate. E le usano senza pudore, lo stanno facendo.

  8. Adrianaaaa says:

    Bellissimo post, che mi ha fatto venire voglia di condividere un po’ di ragionamenti. Lavoro nella ristorazione da qualche anno, e ricordo molto bene l’impressione che ho avuto quando mi sono trovata faccia a faccia con il modo in cui il cibo viene lavorato e consumato in una realtà urbana come Bologna. Sono cresciuta in una piccola città in cui mondo rurale e mondo industriale non si sono mai separati completamente, e in cui le famiglie operaie – che inevitabilmente provenivano da una qualche campagna del nord o del sud – continuavano almeno in parte a produrre il loro cibo negli orti, o lo acquistavano da amici, colleghi, vicini. Il concetto di agricoltura biologica non esisteva. Se una pianta non aveva bisogno di nulla non le si dava nulla, se invece aveva dei parassiti o una qualche malattia che avrebbe compromesso il raccolto, allora si facevano i trattamenti necessari. Come potete capire, un atteggiamento ben diverso da quello dell’agricoltura intensiva. Noi osservavamo la pianta e decidevamo che fare, caso per caso, in ogni fase del suo sviluppo. Niente idealizzazioni, nessun idillio bucolico. Non c’è niente di strano nell’interrogarsi sul cibo che si mangerà, da cui dipenderanno le proprie energie, e nel cercare delle soluzioni ai problemi che si presentano. Quello che è veramente strano è non farlo.
    A proposito di cibo, vorrei consigliare due libri secondo me capaci davvero di far entrare nell’ottica giusta, di sgomberare il campo dal terrorismo di alcune teorie nutrizioniste (i pomodori fanno venire il cancro! E non ce ne frega niente che i popoli delle Americhe se li mangino con gusto da millenni) e dal fideismo di chi crede che il biologico sia la condizione imprescindibile per avere cibo sano e sostenibile: si tratta di “Il dilemma dell’onnivoro” e “In difesa del cibo”, entrambi di Michael Pollan.
    Pollan fa una cosa molto banale e ragionevole: va a indagare nella produzione e distribuzione del cibo, per mostrare l’assurdità dell’agricoltura e dell’allevamento industriali, ma anche la realtà poco sostenibile di certo biologico, e affronta il tema dei trattamenti fitosanitari senza demonizzazioni, evidenziando il fatto che si tratta di un compromesso a volte necessario. Pollan fa quello che tantissimi non sanno più fare: ragiona sul cibo.
    Secondo me, una società che non sa più pensare al cibo con raziocinio è una società che ha dei problemi molto seri. E credetemi, questa incapacità io la vedo tutti i giorni all’opera, in un atteggiamento schizofrenico che fa sì che da una parte si consumi il proprio cibo astraendolo dalla sua provenienza e dalla sua lavorazione, feticizzandolo, vedendolo semplicemente come un equivalente, il più possibile vantaggioso, del proprio denaro. Volete un esempio? Andate a dare un’occhiata alla recensioni che compaiono nei numerosi siti per ordinare cibo online. Vedrete una teoria infinita di recriminazioni, osservazioni insensate, lamentele, tutte con lo stesso presupposto: che il cibo sia un prodotto che deve essere reso perfetto e prestazionale, più abbondante possibile e più veloce possibile. È un’assoluta assimilazione dell’ideologia capitalista, che il consumatore applica – sentendosi nel pieno diritto di farlo – a ciò che mangia. La natura di quel cibo, che è materia viva e quindi imperfetta, è cancellata insieme al lavoro, anch’esso vivo e imperfetto, che ci vuole per trasformarlo. La cena è qualcosa che si materializza magicamente alla porta e che è il frutto di un investimento in denaro che il consumatore fa. Come un piccolo capitalista, il consumatore pretende che il meccanismo che conduce il cibo fino a lui – e che lui ignora – sia ottimizzato e reso più produttivo possibile, fino a ripulirlo da qualunque imperfezione. La dimensione ambientale e sociale del cibo, che è un prodotto degli elementi naturali e di tanti e diversi soggetti sociali, scompare.
    Dall’altra parte, invece, ai problemi che il cibo pone si reagisce con la paranoia, medicalizzando l’alimentazione, vedendola come una continua fonte di minacce letali, come un intrico di sostanze buone e cattive, in cui le prime vanno assimilate e le altre evitate. Anche questo atteggiamento, ca va sans dire, è perfettamente funzionale a un’economia di mercato, perché è il corrispondente di tutta una branca di prodotti.
    Insomma, qualunque cosa pur di non porsi quelli che sono secondo me i problemi veri: avere a disposizione cibo nutriente, il più possibile sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale, che sia per tutti, che cresca in luoghi salubri e secondo i giusti tempi, affinché possa darci quello di cui abbiamo bisogno per vivere. Si tratta di questioni in realtà che molti cominciano a porsi genuinamente e lo dimostrano i diversi mercati di Campi Aperti a Bologna e le iniziative simili in altre parti d’Italia. Una domanda che il capitalismo verde e rosso di Farinetti e della Coop vuole mettere a profitto, ripulendola dalle questioni più spinose (quella del lavoro per esempio), impacchettandola in una bella confezione e pompandola perché il bacino potenziale delle persone interessate (che per il momento è piuttosto risicato in realtà in confronto alla gran massa dei consumatori) aumenti il più possibile.
    In questo modo, la domanda rientra nei ranghi e anzi diventa una nuova fonte di guadagno in un’economia sempre più asfittica. Diventa anche, ovviamente, un modo con cui si possono drenare risorse pubbliche verso imprenditori amici, come si vede benissimo dagli esempi citati nel post.
    Uno dei modi con cui la domanda viene fatta rientrare nei ranghi, è quello di mettere a profitto tutto il tempo che un consumatore è disposto a dedicarle. È esattamente a questo che servono quei parchi giochi che sono le strutture di Eataly. Si può mettere il cibo a profitto attraversi diverse strade: una di queste, di cui Pollan parla molto, è quello della raffinazione. Più un cibo è raffinato e più soldi ci si possono fare sopra. Una seconda via è quella di renderlo rapido, così il tempo che si libera, se è incanalato ad esempio in un centro commerciale, può essere anch’esso messo a profitto. Più il cibo viene acquistato, preparato e consumato in fretta, e più tempo resta per consumare altro.
    E davvero il tempo che si dedica al cibo – vedo che già Davide Gastaldo l’ha citato – è una delle cose che fa la differenza ed è una delle risposte alle questioni reali che ci si deve porre su ciò che si mangia. Per mangiare bene ci vuole tempo. Ci vuole tempo per produrre e preparare il cibo che serve da motore per le nostre vite. Se quel tempo non volete spenderlo voi, dovete concederlo a quelli che cucinano per voi ed essere disposti a pagarlo. Se così non è, e ve lo dice una che in una cucina ci lavora, rassegnatevi a mangiare roba scadente, che probabilmente non vi nutre come dovrebbe quando non vi fa davvero (ma davvero, non come i pomodori) male.

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    • Menocchi0 says:

      Quoto in tutto e per tutto il commento di Adrianaaaa, incluso l’apprezzamento per Michael Pollan. Per mangiare bene – che non significa per forza mangiare “sano” – ci vogliono tempo (per capire, orientarsi in un mercato pieno di “capitalisti dal volto umano”, e preparare) e soldi per pagare chi lavora alla filiera del cibo in orgni sua componente.
      Secondo me Slow Food, per quanto stretti siano i suoi rapporti con il tremendo Farinetti e ambigue le sue politiche in fatto di valorizzazione e sponsorizzazione di prodotti in molti casi troppo cari, ha avuto un ruolo positivo – forse oggi esauritosi – nel diffondere una cultura del cibo potenzialmente alternativa all’industria capitalistica dell’alimentazione, anche se Slow Food non la metterebbe giù così. E aggiungo che al momento scrivo dagli Stati Uniti, dove la cultura alimentare è come ben sappiamo pessima, l’agribusiness turbo-capitalista è mostruosamente potente, l’alternativa al junk food è in genera un’assurda medicalizzazione del cibo: qui gente come Pollan trova una sponda importante in Slow Food. Una cosa che sottolineano quelli come Pollan è che il cibo buono costa caro perché deve competere in un mercato dove c’è troppo cibo che costa troppo poco. Beninteso, si tratta di smascherare il feticismo del cibo (in senso marxiano: cioè svelare lo sfruttamento che regge la produzione e la distribuzione del cibo, sia quando si parla di Eataly sia quando si parla di junk food) e andare ben oltre Pollan et similia nel radicalizzare la questione politica, ma secondo me, ripeto, da un punto di vista strategico Slow Food può avre svolto un ruolo utile. Vorrei sapere che ne pensate.

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      • wolfbukowski says:

        su slow food aggiungo solo: “ha avuto” un ruolo, ma ora Eataly se l’è magnata. Notate come nei media sia sparito Carlin Petrini e sia allo zenith il Farinetti.

        Sulle questioni di Adrianaaa vorrei chiosare: la spesa che in anni di turbocapitalismo dedicavamo al cibo era una parte minima del nostro reddito, e questo ha liberato risorse per il cosiddetto consumismo.
        Ora le rese agricole calano e gli umani son troppi e questo non è più possibile, e quindi il Farinettismo ti indora la pillola di dover spendere di più per il cibo, a meno di non mangiare pura segatura da hard discount.
        E ti fa anche credere di restare consumista.
        Fico, eh?

        Verissimo il fatto del tempo da dedicare. Non a caso le casse automatizzate alla coop rubano tempo al cliente per non retribuire tempo al lavoratore.
        che a sua volta è cliente la prossima volta…
        Tutto, come al solito, funziona perfettamente finché un soggetto collettivo non inceppa il meccanismo.
        E qui entrano in campo i facchini esternalizzati di Granarolo?

    • girolamo says:

      Sottoscrivo @Adrianaaaa, e glosso: non solo si tratta di uscire dalla medicalizzazione dell’alimentazione, dalle tendenze trendy che vogliono una certa fase il fisico asciutto, in un’altra invece no, ecc; e di liberare il cibo dalla sua traduzione in mero tempo – per cui ogni minuto di cottura evitabile va avitato, e quindi precotti, preconfezionati, premangiati e predigeriti. Soprattutto, nei limiti di tempo che ciascuno riesce a riconquistare per sé strappandoli al lavoro, e nella giusta misura tra possibilità di spesa e cura di una buona alimentazione, si tratta di riscoprire il cibo come una forma della cura di sé, come una relazione con sé e con gli altri, per la quale ci vuole il tempo che ci vuole, perché non è mai tempo sprecato. Tutto l’opposto della cucina “ti-salvo-la-cena-in-10-minuti” di Parodi, delel gare a chi arriva uno, delle urla isteriche, ecc. Si tratta di ritornare a Veronelli, nel bere, nel mangiare, nell’essere liberi.

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      • Adrianaaaa says:

        “Soprattutto, nei limiti di tempo che ciascuno riesce a riconquistare per sé strappandoli al lavoro, e nella giusta misura tra possibilità di spesa e cura di una buona alimentazione, si tratta di riscoprire il cibo come una forma della cura di sé, come una relazione con sé e con gli altri, per la quale ci vuole il tempo che ci vuole, perché non è mai tempo sprecato”.
        Non potrei essere più d’accordo. Eppure in 10 anni di “cohousing”, ovvero – per usare un termine meno trendy – di coinquilinaggio per lo più con persone scelte a caso, ho visto che la gente che non considera il tempo dedicato al cibo come tempo sprecato è davvero poca, pochissima. Siamo uno dei paesi che ha la cultura del cibo più ricca, ma anche quella – come tutta la cultura – ha avuto un tracollo. Prendo la mia generazione (di chi ha adesso attorno ai 30 anni): il lavoro di trasformazione del cibo l’hanno più o meno sempre fatto le donne delle nostre famiglie, mamme nonne e zie. Che, tra parentesi, l’hanno fatto benissimo dato che siamo uno dei paesi ricchi più risparmiati dalle malattie collegate alla cattiva alimentazione (anche se ci stiamo avvicinando agli altri con passi da gigante). Questo ci ha indotti a pensare – per la millenaria abitudine di considerare il lavoro delle donne di minore valore – che si tratti di una cosa di poca importanza, che noi non siamo destinati a fare: un lavoro servile, noioso, pre-moderno, mentre noi siamo diversi, noi abbiamo altre cose da fare che sono ben più importanti. Al massimo, come diceva Girolamo, il fatto di cucinare diventa una performance, qualcosa di slegato dalla quotidianità, che spesso è fatta invece di roba preparata da altri, magari in un capannone industriale a partire da chissà quali materie prime.

        A proposito di quello che diceva @wolfbukowsky: certo, a inceppare il meccanismo non può che essere un soggetto collettivo come i facchini di Granarolo, Anzola, Piacenza e così via. Dell’illusione sulla capacità di attivismo politico dei soggetti che invece consumano se n’era parlato abbondantemente qua su Giap (mi pare proprio a proposito di Apple).
        Sarebbe bello che un soggetto del genere nascesse anche nella ristorazione (dove lavoro nero, ricatto del permesso di soggiorno, turni massacranti, contratti fasulli…) prosperano, ma è un settore in crisi profondissima e la vedo davvero dura. Credo non saranno affatto poche le attività a cui la nuova Tares darà la botta finale. Prepariamoci a vedere abbassate molte serrande in più.

        A proposito di Slow Food: non ne so molto, ma credo sia vero quello che dice Menocchio, cioè che abbia avuto un ruolo positivo in passato. Ho origini langarole e da quelle parti ha dato un contributo importante per rilanciare l’immagine di tutte quelle zone che erano rimaste fuori dall’alone dorato che circonda Alba e il Monferrato. Poi se ci siano state effettivamente delle ricadute economiche importanti però non lo saprei dire.

        Ancora a proposito del tempo: vale la pena ricordare che durante la Comune di Parigi fu abolito il lavoro notturno per i panettieri :)

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        • girolamo says:

          C’è ancora una cosa che va ricordata. Come in tutto quel che si fa, una volta che hai imparato dove e come mettere le mani, cucinare diventa facile (nei limiti), e i tempi si riducono. E, sapendo il come e il perché, spendi anche meno. Per dire, quando ti hanno spiegato un paio di semplici trucchi del mestiere, tirare due uova di tagliatelle col mattarello è un attimo (anche perché dividi il lavoro in due fasi), certi piatti che fuori casa li pagheresti un dente d’oro scopri che sono davvero semplici e ti costano poco (anche perché con i resti ci scappa una seconda cena niente male)., ecc. Senza cadere nel falso mito della casalinghitudine (con annessi mommyblog).

    • ferocemaria says:

      Bel commento, volevo solo fare una puntualizzazione..

      >>Se una pianta non aveva bisogno di nulla non le si dava nulla, se invece aveva dei parassiti o una qualche malattia che avrebbe compromesso il raccolto, allora si facevano i trattamenti necessari.

      Il problema di questo approccio è che non ci si interroga molto sulla causa del problema, un po’ come in medicina quando si prende un antidolorifico senza chiedersi la causa del proprio dolore. Più corretto sarebbe cercare di capire perché la pianta si ammala.

      L’unica differenza nella pratica tra agricoltura biologica e tradizionale è che l’antidolorifico biologico non è di sintesi, tutto lì.

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      • Adrianaaaa says:

        Boh a volte le piante si ammalano semplicemente perché si beccano le malattie (o i parassiti) delle piante. Una volta si salvava il salvabile (e infatti i campi producevano pochissimo) o si finiva alla fame.

        A proposito dei trattamenti biologici. Credo che nelle strette valli della Liguria, vent’anni fa, nessuno ne avesse mai avuto notizia. O almeno, non mio nonno, che è comunque andato avanti a fare il meglio che poteva, rispettando quel pezzo di terra da sarebbe nato il cibo dei suoi nipoti per quell’anno e per quello dopo e quello dopo ancora.

        Non sono mica contro il biologico eh, spero si sia capito. Credo che i metodi dell’agricoltura biologica vadano utilizzati nel modo più estensivo possibile. Spero sinceramente che con il biologico si potranno un giorno sfamare i 7 miliardi che siamo, ma per ora non credo sia possibile.
        E del resto, non credo che il fatto che mio nonno spruzzasse qualcosa sui pomodori quando si ammalavano abbia distrutto il pianeta (come invece ho sentito sostenere da un fanatico dell’agricoltura biologica). Soprattutto visto che a pochi chilometri dal suo orto c’era questo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/03/tirreno-power-vado-ligure-indagati-in-tre-per-disastro-colposo/799449/

      • davide gastaldo says:

        Beh, non proprio.. Per le certificazioni serie si analizzano i terreni, la prossimità di fonti inquinanti, i metodi di cultura, e il prodotto finito, cercando non solo eventuali prodotti di sintesi,ma anche la presenza di metalli o altro. Sulla serietà delle certificazioni e sul senso che possa avere , e sulla possibilità del bio nella gdo mi astengo perchè diverrebbe una discussione eterna

      • Serenissima says:

        Il solfato di rame nel biologico è permesso, però. Occhio eh, io compro spesso e volentieri biologico, ma se era partito con le buone intenzioni (e ancora in parte le conserva) oggi è un marchio, né più né meno. Manca nel parlare di biologico versus convenzionale, un valutazione ampia di sostenibilità, ambientale e umana. Un pomodoro biologico può nascondere sfruttamento di lavoratori tanto quanto un prodotto convenzionale e può richiedere uno sfruttamento irreversibile del suolo tanto quanto l’agricoltura convenzionale.
        Sono contenta che Adrianaaaa abbia proprio parlato di sostenibilità, questa dovrebbe essere la discriminante primaria, il marchio facciamolo venire dopo, nel cibo come in tutto il resto.

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        • davide gastaldo says:

          Concordo con tutto quanto dice serenissima, io credo che il “biologico” ed il “certificato bio” sian due cose diverse: dove si hanno capacità, competenze e possibilità di verificare come è prodotto il cibo, la certificazione è superflua, dove invece non si puó verificare, dà un minimo di garanzia sulla salubrità dei prodotti. Per il resto sta diventando moda , certo, ed in più bio non significa buono, e su produzioni di larga scala buono lo è davvero raramente

    • Serenissima says:

      Se posso aggiungo a Pollan che leggerò (grazie della segnalazione) uno scienziato/divulgatore le cui idee conclusive non sono, secondo me, perfettamente ascrivibili al pensiero di sinistra, ma che pone dei problemi molto reali, e assai impellenti, andando ad analizzare con rigore e metodo civiltà passate e presenti alle prese con i problemi dell’agricoltura (e talvolta dell’industria), problemi che non sempre hanno soluzioni semplici. Il libro è “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere” di Jared Diamond.

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      • uitko says:

        Collasso è uno dei testi più illuminanti che abbia letto negli ultimi anni.
        Non saprei che etichetta dare a Diamond, ma di certo il suo libro precedente fornisce le più clamorose e forti armi all’intirazzismo/anticolonialismo.

        Detto questo l’intervento di Adrianaaaa mi ha fatto quasi venire le lacrime agli occhi per la sua brillantezza. Non avete idea di cosa quanto bello capitare qui dopo aver letto news sparate da fb.

        Questo passaggio è poi cruciale:
        “Una domanda che il capitalismo verde e rosso di Farinetti e della Coop vuole mettere a profitto, ripulendola dalle questioni più spinose (quella del lavoro per esempio)”.
        Da agronomo e ricercatore dico che sarebbe interessante studiare a fondo il sistema su cui si basa una struttura titanica come EatItaly/FICO. Vale a dire quanto dell’enorme surplus economico dato da piatti di pasta a 20€ ricade sui peones? Dal terzista che ha mietuto all’operaio della logistica. E, visto che si parla di agricoltura, con che ricadute ecologiche. E’ l’occasione per aprire un grosso dibattito su tutto il sistema agro-industriale della produzione del cibo: il cosumo di risorse, gli sprechi e gli eccessi produttivi, il lavoro che non viene pagato etc.

  9. Paolo b says:

    Se ci vorrete buone, pulite e giuste offenderemo il vostro sguardo.
    Nostre sono le vite amare, contaminate, incerte, l’indolenza battagliera, la resistenza.
    Se ci volete buone, pulite e giuste regaleremo al vostro stomaco buoni motivi di borghese disgusto.
    Siamo agricoltura fuori controllo, siamo la vita pulsante dei luoghi.
    Siamo la gioia, agricoltura e le sue sorelle

    http://www.laterratrema.org/2013/10/la-terra-trema-2013-agricoltura-e-le-sue-sorelle/

  10. wolfbukowski says:

    Dunque FICO si farà. Almeno pare.
    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2013/12/03/news/e_fatta_la_cittadella_del_cibo_si_far_venerd_la_presentazione_ufficiale-72612858/
    “Anche se nella nota non sono svelati gli equilibri economici raggiunti, è chiaro che è stata raggiunta una quadratura per la copertura finanziaria del progetto”
    Devo dire mai vista una cosa così veloce e -istituzionalmente- indolore. Siamo davanti a un’Opera dei tempi nuovi, smart, appetitosa e seduttiva; pochissime le voci contrarie o perplesse.
    Oppure semplicemente: i tempi sono ormai nuovi – e dunque anche un’idea deprimente come una disneyland del cibo trova un consenso entusiasta.
    D’altra parte lo dice il nome stesso: per opporsi al FICO bisogna essere proprio degli sficati, e mica tutti c’hanno il fisico.

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    • Wu Ming 1 says:

      Abbiamo imparato, negli anni, che a #Bologna la frase “Si farà” è foriera di sventura o comunque è spesso 50% wishful thinking, 25% inconcludenza e 25% sperpero di risorse. Anche il Civis “si farà”, nel 2006. Anche la stazione di Bofill “si farà”, nel 1994. Anche la metropolitana “si farà”, nel 2005.
      L’importante è continuare a informare. Le voci critiche per ora sono poche, ma chissamai…

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      • Wu Ming 4 says:

        Hai scordato il People Mover, l’inutile monorotaia veloce che avrebbe dovuto collegare aeroporto, stazione FS e Fiera, cioè una tratta per la quale già esiste un binario ferroviario (si vede pure su Google Maps). Quello sappiamo che NON si farà, con tanto di strascico giudiziario e svariati amministratori e tecnici iscritti nel registro degli indagati.

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        • Wu Ming 1 says:

          A volte però le cose si fanno. Penso a tutta una serie di orripilanti complessi abitativi, colossali colate di cemento che hanno abbrutito e devastato svariati rioni di Bologna quando c’era la febbre alta del mattone – e gli amministratori a concedere, concedere, concedere e dire “figata!”, “moderno!”, che poi gli appalti andavano alle cooperative amiche – , poi rimasti vuoti come coni senza il gelato, perché nel frattempo la bolla edilizia s’era sgonfiata. Ne rimarranno le carcasse erose dalle intemperie, mentre sempre più gente dorme per strada. Moderno!

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          • Wu Ming 4 says:

            Adesso però mi pare che la magistratura (sempre quella!) stia un po’ più in guardia. All’elenco mancava anche il favolistico “Tecnopolo”:
            http://bologna.repubblica.it/cronaca/2013/12/05/news/tecnopolo_la_procura_costi_saliti_alle_stelle-72743107/

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            • Wu Ming 1 says:

              Ecco, appunto. I presupposti perché #FICO sia l’ennesima storia tra farsa e horror ci sono tutti, con questa classe dirigente e questo potere economico locale.

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              • wolfbukowski says:

                Vero però non ci sono più contrappesi interni alle istituzione, che un tempo qualche fermino – anche per motivi poco nobili, tipo cordate contrapposte – lo davano, creavano una dialettica. Il super stadio l’ha fermato la provicia, mi pare, ma ora la provincia a furia di abolirla si è abolita da sé (non ha rilevanza pianificatoria provinciale l’arrivo di dieci milioni di turisti???)

        • Andrea Quaranta says:

          Attenzione, il People Mover rischia di rientrare dalla finestra con il trenino farinettiano che collega in presa diretta i turisti appena atterrati con l’IperEataly (ma questi non vorranno nemmeno appoggiare le valigie in albergo?).

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          • Riccardo says:

            Ciao, non vorrei passare per ingenuo ma credo che sia improbabile. Le ultime notizie che ho sono un po’ datate, ma mi ricordo che a metà settembre Venturi (l’assessore provinciale) disse che l’idea era quella di utilizzare la ferrovia già esistente, realizzando un progetto studiato un paio di anni fa dalla Provincia. Te lo linko in fondo al commento, per capire di che cosa parliamo. Ora, non so se l’idea di Venturi sia stata accantonata negli ultimi due mesi e mezzo, ma spero di no: Fico o no, sono favorevole al Servizio ferroviario metropolitano e ai treni elettrici. Il dramma è che ci puntiamo ancora troppo poco. E comunque, quella ferrovia lì esiste già, l’ho seguita in macchina e basterebbe veramente poco per collegarla al Caab. http://www.provincia.bologna.it/probo/Engine/RAServeFile.php/f/Provincia_oggi/ipotesi_collegamento_Staz.-Fiera_via_cintura_per_conf_stampa.pdf

          • Riccardo says:

            Anzi, andrebbe aggiunto pure che è stata usata spesso e volentieri: è in utilizzo per i treni merci (motivo per cui bisognerebbe mettere la doppia rotaia dove non c’è) e il “trenino di Wojtyla”, quello che l’allora papa usò per andare a sentire Bob Dylan al Caab nel 1997, fece proprio quel tragitto lì.

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            • wolfbukowski says:

              A mio parere, Riccardo, la superfetazione dei trenini è solo un modo per affossare il servizio pubblico, renderlo insostenibile economicamente e quindi privatizzarlo. Le infrastrutture del TPL a Bologna non mancano, certo che se si urbanizza sempre aree nnuove non ci si può star dietro. Il trenino che citi va messo in condizioni di trasportare turisti fichi: 40 milioni di euro per stazione-fiera; 20 milioni in più (tot 60) per il prolungamento al CAAB. (fonte Carlino del 1 ottobre, pag 2)
              Tieniti pronto a pagarli con il prossimo city pass (biglietto da 10 corse, per i non bolognesi).
              Poi l’azienda taglia le corse e i depositi e i servizi, come hanno provato a fare di recente (bloccati o almeno sbugiardati da uno sciopero spontaneo, e quindi illegale e quindi un vero-sciopero! di autisti e manovratori)

              Rompere gli specchietti per le allodole è il primo compito rivoluzionario, nell’era renziana incipiente…

              Mostra/nascondi risposte
              • Riccardo says:

                La teoria secondo cui sarebbe economicamente insostenibile si basa su ipotesi, che possono essere giuste o sbagliate. Purtroppo non sono nelle condizioni di recuperare quell’articolo, così come l’intervista a Venturi. Quello che penso, però, e questo a prescindere dal caso particolare del Fico, è che sul servizio ferroviario metropolitano bisognerebbe puntare forte. E’ un buon modo per offrire un trasporto pubblico ecologico e veloce, almeno per collegare i maggiori poli di Bologna. Il trenino che cito è elettrico e buona parte dei fondi è già stata stanziata. Il principio è lo stesso di quello portato contro il People Mover: le infrastrutture ci sarebbero già, perché non sfruttarle piuttosto che fare una nuova opera assolutamente stupida, costosa e inutile? E’ vero, c’è il rischio che diventi insostenibile economicamente e che venga privatizzato, ma non è detto. E comunque, di politica ci si interessa anche per questo: per evitarlo.

              • wolfbukowski says:

                Riccardo rispondo a quanto sotto per esaurimento livello.
                Parli come se Bologna fosse una città che ha bisogno di crescere, io davvero faccio fatica a capire il motivo.
                IL trenino costa quello che ti ho detto, sono soldi gettati nel cesso perché è funzionale solo al FICO e il fico è un danno — tra poco aggiungo un commento in coda su una dichiarazione di Prodi.
                Anche il TAV è un treno, e ha distrutto il servizio ferroviario.
                Non capisco davvero l’automatismo: treno uguale buono, treno elettrico uguale strabuono.
                Bologna non deve “puntare sui treni”: deve far andar bene quelli che ci sono e non crescere più.
                Intanto ti segnalo che Trenitalia e TPER lottano sulla pelle dei pendolari.
                Se poi, come diceva Fox Mulder, “I want to believe”, se tu vuoi crederci a tutti i costi allora non sarò certo io a poterti fat cambiare idea…

              • Riccardo says:

                Non ho assolutamente detto che Bologna deve crescere. Dico che il servizio ferroviario metropolitano bolognese in questo momento è pressochè inesistente, infatti non lo usa nessuno e secondo me è un peccato. Inoltre, alcuni quartieri sono tagliati fuori, tipo il Navile. Il trenino elettrico è un’ottima alternativa per muoversi più velocemente che con l’autobus. E che quel servizio vada solo a rafforzare il Fico non è vero, le stazioni sono diverse. Tra tutte: quella delle Aldini, che sarebbe comodissima per chi viene da fuori Bologna e va a scuola lì, e quella della Fiera, che sarebbe utile per rendere gli autobus dei mosti meno invivibili per tutti quelli che vanno all’università di agraria, al Copernico o che, per qualsiasi motivo, hanno il torto di trovarsi su un 35 in quei giorni. Io, nella mia vita, ho visto investimenti più stupidi, tipo quelli per il Civis e per il People Mover

            • nicola says:

              mi trovo abbastanza d’accordo con Riccardo. Il nodo e’ sempre lo stesso, mi pare che stiamo criticando senza conoscere ancora il progetto. Vediamo cosa costa il trenino, come verra’ progettato, che costi avra’ – a occhio sicuro inferiori a civis e people mover. Se viene trasformato, come si dice, in una manovra per privatizzare il trasporto pubblico e’ un conto, se invece e’ un upgrade sul sistema esistente – e non sono d’accordo che vada bene cosi come e’ – invece mi pare ben altro discorso. Vigilare contro speculazioni o sprechi e’ sacrosanto, opporsi ex ante invece lo trovo un po’ sbagliato, anche perche’ la citta’ di investimenti – dal trenino al Fico – puo’ avere, anzi ha, bisogno. SE – a gigantic SE – fatti come dio comanda. Certo ad esempio fare il trenino senza ripensare radicalmente il sistema dei trasporti – per esempio una congestion charge che rimoduli il traffico? – sembra il classico lavoro fatto solo pro-domo Farinetti, e sono d’accordo che sia inaccettabile. Ma invece usare la situazione non per opporsi tout court, quanto invece per farne un volano per uno sviluppo urbano migliore?
              Anche la discussione su Farinetti mi pare un pelo ideologica. Se non assume rispettando la normativa vigente (ma non e’ Marchionne, mi pare), il punto sarebbe imporgli di rispettarla, non dire che visto che e’ un renziano gli diciamo no a prescindere.
              Finisco ribadendo, visto che non pare, che mettere in guardia contro le quasi sicure magagne di sto progretto e’ cosa estremamente positiva. Ma l’opporsi a prescindere, in base a quello che si suppone – magari giustamente, ma sempre supposizione rimane – succedera’, mi pare un gioco a somma zero, al piu’.

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              • Wu Ming 1 says:

                Il punto è che si dice SEMPRE “Bando ai pregiudizi, stiamo a vedere, semmai interverremo dopo!”… e finisce che “dopo” è troppo tardi. Se avessero ragionato così in Val Susa, avrebbero subito da tempo la più inutile delle Grandi Opere Inutili. Si sono sentiti ripetere questi precetti i comitati contro l’AV in Mugello, e adesso patiscono la devastazione ambientale e idrogeologica. Se li sono sentiti ripetere gli abitanti di via dei Carracci quando chiedevano garanzie in vista della costruzione dell’inutilissima nuova stazione AV sotterranea, e adesso si ritrovano gli edifici pieni di crepe, le cantine squassate, la subsidenza, le infiltrazioni d’acqua. Qui a Bologna, se non li si fosse criticati *prima* – e con abbondante anticipo – sarebbero stati realizzati molti progetti sconclusionati, come la metropolitana che doveva portare dal centro alla Fiera (sventrare la città per coprire un tratto breve e già servito dai mezzi).
                Quindi, scusatemi, ma visti i precedenti, meglio essere troppo sospettosi che troppo poco.

              • robydoc says:

                Nicola a me sembra strano il procedimento che adotti. Se qualcuno ti dice “adesso facciamo un treno, però non ti dico come” cosa vuoi fare? Dire “Fico (ops..) vediamo come viene” oppure “uhm… non è che mi stai a coglionà?”. Scegliere tra le due opzioni – Fico o coglionà – non è questione di predisposizione d’animo ma di reputazione. Quindi il tutto andrebbe ridefinito così, credo:
                Se qualcuno che in passato ha fatto scempi, che è un po’ furbetto, che ha come mission nella vita fare soldi (senza che questo sia per forza un male. Anche se…), ecc. ti dice “adesso facciamo un treno, però non ti dico come” quanto sono alte le probabilità che ti stia a coglionà? Poi magari si sbaglia, ma sicuro che sia già successo qualche altra volta che si sia sbagliato?

          • wolfbukowski says:

            Ieri su Repubblica Farinetti, che non ci sarà alla festa della compagnia del Fico venerdì:” Noi saremo sicuramente della partita anche perché sono io poi quello che dovrà realizzarlo fisicamente …Bisogna trovare i soldi e realizzare la stazione”

            “noi saremo sicuramente della partita” è un’espressione strana per il principale promotore.
            Questa fretta del Comune e lo strano atteggiamento di Farinetti, che secondo Repubblica di oggi mette miseri 2 milioni di euro, mi lasciano perplesso.

            Comunque Prodi concede la sua piena benedizione, queste sì che sono certezze incrollabili (Tav, Variante di Valico, Dal Molin etc… e, si parva licet, FICO)

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            • luca says:

              Se prodi benedice aspettatevi il cinese di turno che ce mette un po’ de yuan.

              -Ahooò! E te come te chiami?-
              -Yuan!!-

              L.

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              • superpu says:

                OT semiserio, parte II:

                I tempi cambiano, Prodi dal 2011 fa parte dell’International Advisory Board del presidente/dittatore kazako Nursultan Nazarbayev (cioè percepisce milionate di euro per andare tre volte l’anno ad Astana a dare i suoi consigli al presidente). La valuta kazaka è il tenge (con la g dura, come gatto). Sarà poi un caso che l’Italia partecipa con Eni – e la sua emanata Saipem – a tutti i giacimenti giganti del Kazakistan…

                La scenetta che mi aspetto dunque suona così.

                - Ho fatto due etti, che faccio, lascio?
                - Lasci lasci, e tenge pure il resto!

              • punto_fra says:

                In effetti ENI partecipa ai giacimenti giganti del Kazakistan da ben prima del 2011. Lo so per certo perché quando mi sono licenziata da ENI nel 2006 dicendo che volevo fare un’esperienza all’estero (intendendo con estero Parigi) mi hanno risposto : “Ecchéffà? te la facciamo fare noi l’esperienza all’estero! puoi scegliere tra Kazakistan e Nigeria”

                scusate l’OT…

            • nicola says:

              robydoc, scusa, ma se uno mi dice, faccio un treno non gli dico no xche vuol fare soldi. gli dico, cosa vuoi fare, xche, x come. questo treno va discusso e deliberato – e non lo e’ ancora. quindi non dico no prima di sapere. poi diro’ no se sara’ deleterio/inutile/privatizzato/solo prodomo eataly etc..Diverso il discorso sul caab – si e’ detto si senza sapere nulla e senza che si discutesse – e non sono d’accordo.
              Quanto al problema del fare soldi, proviamo a esser realisti? O facciamo la rivoluzione, oppure bisogna fare pure i conti con chi vuol far soldi. si possono farli in diverse maniere, e con diverse ricadute sulla collettivita’, no? Forse mi sto facendo corrompere dall’aria inglese, ma qui bisogna confrontarsi un po’ con quel che si ha. Se ci opponiamo ex ante a investimenti perche’ renziani, e a treni perche’ li presumiamo mezzo per privatizzare – quando potrebbero essere un upgrade del servizio pubblico – mi sa che ci ritroviamo solo con battaglie, perdenti, di retroguardia. anche Lenin fece la NEP eh…

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              • robydoc says:

                Mah Nicola, forse non mi sono spiegato benissimo. Però c’era una domanda alla fine, puoi provare a rispondere a quella? In quale altre occasioni progetti presentati in questo modo raffazzonato si sono poi mostrati utili (senza stare troppo a discutere sul concetto di utile) o interessanti? Perché davvero io non ne ricordo né in Italia né altrove. Se mi dai una mano…

              • Wu Ming 1 says:

                Ma se non ci convince tutto quel che sta succedendo intorno a FICO, perché dovremmo sospendere il giudizio su “quel treno per FICO”? Lo hanno presentato in un certo modo e non in altri: un treno che porti *direttamente* dall’aeroporto al CAAB le (supposte) orde di turisti che verranno a visitare il mega-tempio della magnazza “posh ma de sinistra”. Non si è parlato di fermate intermedie, mi sembra. E quelle orde di turisti per il momento sono puri fantasmi, un po’ come le milionate e milionate di merci che nei sogni viaggiano da Torino a Lione. Non si capisce quale beneficio possa trarne la collettività, da un treno così, che prevedibilmente sarà monouso, costoso (come quell’altra grandissima fregnaccia dell’Aerobus BLQ, un autobus di linea urbana che però costa 4 volte il già esoso prezzo degli altri bus) e funzionante con una logica privatistica (“il treno di Farinetti”). Posso dire che ci sono tutti gli elementi per sospettare la cagata e lo sperpero di soldi pubblici per far trarre profitti a privati alle spese dei servizi per tutti quanti?

              • Riccardo says:

                Wu Ming 1, ti rispondo qui perché sono finite le diramazioni. Si è parlato di fermate intermedie eccome, solo che non gliene frega niente a nessuno. Purtroppo non sono a Bologna e non posso recuperare la rassegna stampa sull’argomento, ma sono sicuro che Giacomo Venturi avesse parlato di attivare la sesta linea del sistema ferroviario metropolitano, sul progetto che avevo linkato prima. Non so, come non sa nessuno, se quello è l’unico progetto in pista, nè se lo è ancora, ma sul fatto che Venturi ne avesse parlato sono sicuro al 100%. Ora, i casi per me sono due: a) si attiverà una nuova linea del trasporto ferroviario metropolitano, e secondo me sarà un’ottima cosa (a prescindere dal Fico, perché servirebbe altri poli importanti di due quartieri interessati); b) si farà un trenino monouso, e probabilmente sarà una porcata.

              • Wu Ming 1 says:

                Anche parlando di ipotesi con fermata “intermedia” (le virgolette le spiego dopo), non vedo in giro grossi entusiasmi:
                http://savenaidice.wordpress.com/2013/10/06/di-chi-i-60-milioni-per-quel-treno-per-fico/
                Qui si fa giustamente notare che il CAAB è stato costruito vicinissimo allo scalo merci, ma senza collegarlo. E adesso si vogliono spendere 60 milioni di euro per fare un treno che molto probabilmente darebbe il “contentino” di due fermate che sono intermedie per modo di dire (S. Donnino e Pilastro, praticamente si ferma solo quando ormai si è vicini al CAAB, mah! Sarebbe stato più utile mettendoci anche Lame, Corticella e Bolognina…). Fermate che, se conosciamo i nostri polli, potrebbero anche essere abolite per velocizzare il trasporto e fare del Farinetti Express un “treno dedicato”. Precisamente il treno al quale noi malfidati abbiamo pensato subito leggendo questa roba qua:
                http://bologna.repubblica.it/cronaca/2013/09/16/news/eataly_caab_farinetti-66627716/

              • nicola says:

                Roby, mai, concordo. Ma io vorrei valutare su quello che ancora non c’e', e ribadisco x l’ennesima volta che questo post lo trovo illuminante xche tira fuori il non detto del progretto – ci spiegassero cosa si vuol fare, l’impatto lavorativo, i posti di lavoro creati, con che contratti, i flussi di turismo etc etc. La mancanza di tali informazioni e’ scandalosa, e quindi vorrei che ci si battesse per averle, per mettere dei punti di domanda, per imporre trasparenza. Per potere, dopo, valutare. Mentre dalla richiesta di sapere siamo gia’ passati al NO – spiegato con i posti di lavoro si perdono (non lo sappiamo), Farinetti e’ renziano (chi se ne frega..), diventera’ un ipermercato (non lo sappiamo), il turismo non serve a risollevare l’economia (non vero, serve anche se solo quello non basta, e cmq il discorso comune/nazione non sta in piedi), Coop vs coltivatori (anche qui… da discutere, e cmq dentro Coop c’e’ discussione xche non tutti sono con Farinetti, Coop Adriatica da quel che so non vuol mettere soldi e c’e’ sul tavolo pure una offerta di un fondo coreano per rilevarne la quota..). Io di questo, come la prima parte del post propone, voglio parlare, voglio approfondire.
                Idem sul trenino – ci sono delibere, stanziamenti al momento? Non mi pare. C’era una intervista di Farinetti per dire che doveva collegare Aeroporto a CAAB. Cosi’ messa, e’ una cagata e dico no anche io. Oppure, si potrebbe lavorare per farlo diventare una infrastruttura utile a tutti e non solo al mica tanto buon Oscar.
                Non do carta bianca, proprio per questo sposo in pieno la richiesta di massima trasparenza. Per poi poter dire no, nel caso.

              • Riccardo says:

                Attenzione, se venisse messa in funzione la linea di cui parlava la Provincia le fermate sarebbero otto: nuovo Comune, Cnr, Aldini, Tecnopolo, Fiera, San Donnino, Pilastro e Caab. Quei 60 milioni, se non ricordo male, sono già stanziati per progetti vincolati alla mobilità pubblica, perché sono quelli che erano stati destinati alla metro. Su quest’ultima cosa purtroppo non posso essere sicuro e al momento non sono nelle condizioni di verificare, ma credo che sia così. Le due fermate che dici tu sarebbero un’aggiunta, insieme al Caab, rispetto allo studio fatto dalla Provincia nel 2011, che inizialmente prevedeva un arrivo alla Fiera. Già in quello studio di fattibilità, fra l’altro, era già stata presa in considerazione l’ipotesi di fare arrivare il treno fino al Caab, con l’aggiunta di tre fermate. Riposto lo studio: http://www.provincia.bologna.it/probo/Engine/RAServeFile.php/f/Provincia_oggi/ipotesi_collegamento_Staz.-Fiera_via_cintura_per_conf_stampa.pdf
                Ora, io non so che tipo di trenino sarà quello che collega la stazione col Caab, ma credo che, se si vuole lavorare qualcosa che sia giusto e utile per la collettività, tenere in considerazione quel progetto lì sia la strada migliore. Esattamente come, per opporsi al People Mover, la proposta giusta era quella di sfruttare la tratta già esistente. E’ vero quello che dici sul fatto che lo scalo non è collegato col Caab, ma lo studio di fattibilità prende in considerazione anche questa cosa.

              • Wu Ming 1 says:

                Riccardo, mi sembra che stiamo parlando di due cose completamente diverse. Il progetto postato da te non è il treno speciale Marconi-FICO descritto nelle fantasticherie linkate nel post e nel thread, ma un progetto pre-esistente, che non tocca il Marconi, nato dalle ceneri del progetto metropolitana e con qualche punto che solleva interrogativi (il “Tecnopolo” si farà? La Procura di Bologna sembra ipotizzare che sia più che altro un baraccone succhiasoldi).
                In questi giorni si parla di altro: un treno direttissimo pensato per FICO, che porterebbe a Farinettilandia – senza nemmeno farli passare in albergo? – una parte data per consistente dei fantasmatici 28.000 visitatori al giorno che vengono fuori dividendo per 356 le cifre iperboliche ventilate (faceva notare Mazzetta che sarebbe come un pienone del Dall’Ara tutti i giorni).

                Riporto qui la frase di Farinetti da cui è partita questa branca della discussione:
                «turisti che atterrano al Marconi e poi già lì si trovano un bel trenino con l’indicazione Eataly World che li porta direttamente sul luogo. Fico, no?»

                Andrea ha detto che, dalla descrizione, sembra una resurrezione del People Mover.
                Tu e Nicola siete intervenuti dicendo che non lo è, ma… parlando di una linea ferroviaria diversa!

              • Riccardo says:

                Hai ragione, mi era sfuggito perché ero stato distratto dai commenti sulle scolaresche che arrivano da Milano :)
                Colpa mia. In ogni caso, vale a maggior ragione il discorso di prima: si utilizzino le infrastrutture già esistenti. Il tratto Marconi-Caab c’è già, basterebbe semplicemente aggiungere qualche centinaio di metri di rotaie e sviluppare le stazioni a cui si era pensato. Abbiamo un Sfm che, in potenza, potrebbe funzionare benissimo ed essere anche molto veloce, che bisogno c’è di un People Mover?

              • wolfbukowski says:

                Nicola, Riccardo, ma secondo te della gente che dice “Bum! 10 milioni di turisti!” ti spiega le cose per bene?
                e poi quest idea che il SFM non sia sufficiente… quando gira con poche carrozze e spesso non riscaldate, manca il materiale rotabile, le stazioni sono ridotte a fermate per non manutenere gli scambi ma accidenti…
                O forse Venturi aveva dettot il contrario. Ma Venturi, un ragazzo brillante peraltro, è un politico di scuola PCI-emiliano che ti dice tutto quello che ti vuoi sentir dire, qui da me in montagna ha fatto fare gli studi per l’ennesimo buco sotto la montagna quando era il momento di far finta di far gli studi, e li ha affossati (e per fortuna) quando non certo per rispetto dell’ambiente ma per carenze croniche di bilancio andavano affossati… io non capisco questo invocare Venturi. Io l’articolo so dov’é ma al momento non lo trovo, ma non importa, quando l’ho letto ho pensato: Venturi a sto giro è della compagnia del FICO.

              • wolfbukowski says:

                e comunque:
                questa vulgata pervertita volterriana (voltaire-iana se preferite), per cui per dare piena libertà ai poteri forti di esprimere la loro “opinione” devo “prima” e “senza pregiudizi” farmi devastare territori, contratti di lavoro, attività economiche di piccola scala, bilanci pubblici etc… e poi, solo poi, posso dire:
                “cattivoni cattivoni, io con voi non gioco più”
                trova una qualche risposta in uno (s)gradevole e certo poco FICO discorso: “Il nostro tempo, che confonde aggressore e aggredito, vittima e carnefice, che tende ad assegnare ad entrambi le stesse ragioni, non è a proprio agio di fronte a certe idee e alle persone che le incarnano. Per noi, schiacciati sull’eterno presente della merce senza caffeina, senza grassi, senza nicotina, con il minimo di effetti collaterali, ciò che Robespierre rappresenta è intollerabile.”
                lo trovi qui, soprattutto dalla metà dell’articolo:
                http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=984

              • Riccardo says:

                A parte il fatto che Voltaire, quella famosa frase, pare non l’abbia mai detta, dico solo che prima di criticare un progetto voglio conoscerlo. La questione non è dare voce ai poteri forti, la questione è conoscere ciò di cui si parla. Il progetto vero non c’è, questo è l’unico dato. Ci sono opinioni e proposte, alcune buone e altre no. La mia idea è che, se il collegamento si baserà su un rafforzamento del Sfm, io sarò d’accordo. Se si baserà su un People Mover, no. Mi sembra un concetto semplice e lineare. A mio avviso, l’Sfm sarebbe un ottimo modo per aiutare anche i pendolari di tutti i giorni, se fosse implementato e non fosse quello che abbiamo oggi.

    • luca says:

      Compas,
      io sono il solito fesso (sottolineo), però penso che con questa storia a BO si può fare il BO…tto.
      Spiego in estrema sintesi.
      Questi non c’hanno uno straccio di idea, né un euro, non sanno che cazzo fare.
      Ergo, questo giochino per loro è vitale. Perchè ‘sta fuffa qua è capace di rastrellare un po’ di soldi da privati perché è trendy, e pare che t’hanno dato pure un’idea di sviluppo per la città, quando invece è solo un altro centro commerciale del cazzo.
      Che i pernacchi si dovrebbero sentire almeno fino a Budrio.
      Dunque, se qualcuno gli facesse saltare questa “pazziella” diventerebbero pazzi.
      Quindi è necessario farlo.
      L.

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      • Wu Ming 4 says:

        Luca, hai ragione. Ma a me pare che la pochezza di questo ceto di amministratori stia producendo da sé un flop dietro l’altro. E’ il continuo inseguimento di una “bolla” di denaro/cemento da gonfiare ad arte, per fingere di avere una progettualità che invece è perduta ab illo tempore. Ogni anno che passa la cosa è più conclamata.

  11. mostrofame1 says:

    A bologna ogni “si fara` ” coincideva con l`apertura straordinaria dei sottopassi sotto palazzo Re Enzo con i plastici e i magnificenti progetti aperti alla popolazione, anche stavolta sara` l`unica cosa fatta?

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  12. Camillo says:

    E comunque Disneyland Paris per esempio, in più di vent’anni non ha mai fatto un euro di profitto, sempre in perdita. Figurarsi FICO, altra macchina del debito…

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    • wolfbukowski says:

      e disneyland, almeno a sentire chi c’è stato, ha un filo di carte in più:
      “Caricati su vagoncini, stretti gli uni contro gli altri, gli adulti ritrovano le paure dell’infanzia (quelle che infliggeva loro già Walt Disney con la sua strega svolazzante e le tempeste in una foresta da incubo) [….]
      A Disneyland è lo spettacolo stesso che viene spettacolarizzato: la scena riproduce quel che era già scena e finzione […] il viaggio a Disneyland risulta allora essere turismo al quadrato, la quintessenza del turismo: quel che veniamo a visitare non esiste.”
      “un etnologo a Disneyland”, in: Disneyland e altri nonluoghi, Marc Augé, Torino Bollati Boringhieri 1999

      Sfido invece chiunque a provare sensazioni proustiane addentando una madeleine in mezzo al casino di dieci milioni di turisti, ops:27mila 400 al giorno se non sbaglio i conti…

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      • Menocchi0 says:

        be’, in un certo senso il FICO sarebbe come Disneyland: la rappresentazione di un idillio agricolo che non è mai esistito

  13. Nexus says:

    FICO ha un antenato ben più illustre!

    Documentandomi sulla storia accademico-gastronomica di Bologna per una performance che presentai 2 anni fa al parco Lungoreno, mi sono imbattuto in un articolo sull’Esposizione Universale del 1888 dove si narrava l’esistenza di un “tempio consacrato al dio maiale” [sic!]. Continua così il Giornale dell’Esposizione:

    “Entro il tempio oltre al simulacro dell’idolo, presentato al naturale in diversi tipi, sono esposte alla venerazione dei fedeli tutte le varie, infinite sue trasfigurazioni, e fra queste immane, smisurata, simbolica, tutta avvolta d’argento, riprodotta le cento volte, l’universale mortadella”.

    http://www.storiaefuturo.com/it/numero_5/articoli/1_bologna-la-grassa~69.html

    L’immaginario della “dotta e grassa” Bologna è un pantagruelico mondo che dal rinascimento in poi è popolato da sacerdoti del gusto, ricette segrete e società di mutuo soccorso “per cuochi e camerieri”, alcuni dei quali come il Bellentani o il Zurla, divenuti vere e proprie star.

    Quindi se da un lato il connubio fra cultura e cibo è sicuramente potente e da valorizzare, dall’altro mi pare aleggi una sorta di misticismo devozionale per il culto del “fatto in casa” anche quando, a quello che sento su Giap!, la casa sta cadendo a pezzi da un bel po’.

    ***
    Da questa piccola ricerca è nata una piece di “noir gastronomico” dove due fotografi sono alle prese con il famigerato killer del ragù, una setta di chef ballerini e una supermegaoscura multinazionale della mortazza! :-D

    Ad oggi, pare teatro vérité.

    http://nexusmoves.blogspot.it/2011/08/foodwork-lo-spettacolo.html

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    • carolingus says:

      No vabbè, il tempio del D** m***** supera ogni immaginazione, :)
      L’ossessione per il proprio ombelico enogastronomico a Bologna deve avere radici antiche, ma continua fino a oggi: guardate questo sondaggio proposto in queste ore dall’allucinante Resto del Carlino: http://sondaggi.quotidiano.net/?sondaggio=10673
      (il Carlino è anche il giornale che ha messo in prima pagina la foto di una donna morta seminuda in posizione provocante il giorno dopo la strage dei migranti a Lampedusa…link http://ilfiumeoreto.wordpress.com/2013/11/11/lorrore-quotidiano-del-giornalismo-online-lorrore-insuperabile-del-resto-del-carlino/ )

      Comunuqe, tornando in topic, immaginate se a Bologna avessero fatto DAVVERO la metropolitana, il Civis, il People Mover etc.. sarebbe diventata una specie di pista polistil piena di futuristiche vetture vuote, quando invece basterebbe raddoppiare le vetture sulle linee di autobus 14 e 19 (per dire) e fare qualche treno a basso costo (italo permettendo..) per risolvere i problemi di mobilità.

      Per fortuna in città le risposte a questi scempi, di solito, non si fanno attendere (penso alla battaglia di xm24 contro le ruspe, grazie all’aiuto dei qui presenti WM e di Blu)

  14. wolfbukowski says:

    Prodi, virgolettato su Repubblica Bo del 5/12:
    “perché un intervento così ambizioso funzioni, occorrono collegamenti, Una scolaresca deve poter partire da Milano con l’Alta Velocità, trascorrere diverse ore a Eatalyworld e rientrare in giornata”

    Ecco il trenino FICO + TAV,
    ecco Ascom e commercianti che mettono soldi nel FICO,
    ecco i posti di lavoro di FICO (sì, molti meno e molti peggiori di quelli che sottrae a realtà del territorio)
    ecco come si fa portano clienti obbligati alla TAV.
    Molti commenti fa parlavo di gite obbligatorie al fico per circolare ministreriale. Ci stiamo lavorando…

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    • uitko says:

      Il pensiero di prodi manifesta tutta l’assurdità del “sistema italia” che hanno in mente.
      Ma per quale motivo una scolaresca dovrebbe mai andare a Eatitaly? in giornata poi! come fossero piccoli uomini d’affari da visita mordi-fuggi!
      Milano è interamente circondata da un “parco agricolo”, per niente sfruttato. Pensa a quante miniaziende potrebbero lavorare producendo ortaggi per il mercato di milano e ospitando tutte le scolaresche di milano (che saranno varie migliaia) per vedere da dove viene il cibo. Ma questi sanno pensare solo ad appalti giganteschi, alta velocità….

  15. saint-just says:

    ..Questa è una discussione che mette insieme più cose…e per quanto interessante quindi rischia di deragliare…
    ..La prima questione da cui si è partiti, Fico è l’ennesimo progetto inutile , o meglio utile solo alla speculazione..e questo mi sembra l’aspetto su cui discutere..
    La seconda , i trasporti, io onestamente qui sono d’accordo con Nicola, la rete dei treni andrebbe assolutamente potenziata. Bologna da questo punto di vista è in palese ritardo..avere una fermata dei treni al Navile sarebbe una meraviglia.
    Terzo, Farinetti…Farinetti è un imprenditore geniale, ma appunto un imprenditore, il dubbio vero è come si possa conciliare la filosofia slow con la distribuzione di massa.
    E qui è ovviamente pesantemente attaccato dall’ambiente originario del mondo slow ( che ovviamente ne capisce in materia decisamente più di noi e dei Wu Ming)

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    • wolfbukowski says:

      Beh il mondo Slow non è vero che attacchi F, diciamo che è un po’ diviso e un po’ a disagio, e in effetti il silenzio di Slow Food, che CAAB dichiarava fin dai primi atti di voler coinvolgere in FICO, è un silenzio che puzza di disagio.
      Ma Slow Food è pronto per essere magnato da Eataly, non c’è storia.
      Sui treni io non so più come dirlo. Se si continua a espellere lavoratori dalla città non bastano neanche tutti i treni del globo per rispondere alle esigenze di mobilità.
      L’automatismo treno=buono è fuorviante. Sulla linea per Porretta, per esempio, hanno fatto crescere frazioni di bello bello sprawl perché prima gli amministratori del Partito avevano fatto fare la fermata.
      E tutto questo mentre la città ha troppi alloggi e troppi sfrattati, e un mercato ancora gonfiatissimo.
      Ma noi vogliamo i treni per espellere altre persone dal centro?
      o vogliamo i treni perché sono treni?
      La mobilità che inquina meno è quella ridotta nei chilometri.

  16. saint-just says:

    http://www.gazzettagastronomica.it/2013/logiche-di-distruzione-del-made-in-eataly/

    Articolo pesantissimo su Farinetti. Ha suscitato un dibattito molto forte anche dentro Slow..che effettivamente rischia di essere mangiata da Farinetti..
    Sui treni proprio non sono d’accordo (lasciamo stare il treno per Fico..al momento)., giusto , da Bologna non occorre espellere altri cittadini, verissimo, ma non possiamo pensare di eliminare i pendolari ..ed occorre assolutamente dimunire il traffico veicolare privato..per tantissimi motivi.
    In tutte le città europee i treni (elettrici o meno) sono il mezzo di trasporto centrale, e di fatto realizzano una metropolitana di superficie..

  17. Wu Ming 1 says:

    Curiosità e bagattelle dalla stampa locale pro-FICO:

    «Non è la prima volta che Bologna si trova davanti a un’opera innovativa, a un progetto pressoché scritto, ai capitali per farlo, a un sicuro ritorno per la città. E quasi sempre, nonostante le premesse, questo patrimonio di rilancio è finito a carte quarantotto: a vegetare nelle more di un qualche iter, preda di distinguo o di un’opera di servizio negata (a proposito: la richiesta farinettiana di una stazione ad hoc per rendere più accessibile il parco è condivisibile) oppure ostaggio del “tribunale” popolar-politico-amministrativo-giudiziario di turno, che mena il torrone in attesa del verdetto della porta accanto.»

    Tratto dall’editoriale «Fattibile e Fatto», Corriere della Sera – Bologna, 5 dicembre 2013.

    A sentire questi, a Bologna le Grandi Opere, con “sicuro ritorno della città”, cadono vittime del Terrore giacobino fomentato dal basso dai sanculotti.

    Cazzo, magari!

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    • carolingus says:

      Manca proprio il senso della misura in certe affermazioni, o forse il senso del ridicolo

      Di oggi sono le dichiarazioni del presidente di Legacoop che accomuna le lotte dei lavoratori della logistica addirittura alla mafia!
      link

      http://bologna.repubblica.it/cronaca/2013/12/06/news/legacoop_i_facchini_estremisti_preoccupanti_come_la_mafia-72869211/

      le proteste dei “facchini” e le infiltrazioni mafiose sono “ugualmente preoccupanti”

      Senza parole.

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      • Wu Ming 1 says:

        Comunque, a volerla vedere dal punto di vista delle lotte anziché dello “sviluppo”, secondo me sfondoni e lapsus come questi rivelano che i poteri locali un po’ di inquietudine cominciano ad averla. Gli scioperi della logistica sono stati una mazzata tra capo e collo, non si aspettavano niente del genere. E dietro ogni protesta contro una “grande opera” c’è ormai il fantasma dei No Tav. Che arrivino a dire che troppi progetti sono stati fermati da un “tribunale popolare-giudiziario” (cosa sarebbe, una specie di coordinamento tra magistratura e movimenti ??!!!!), mi sembra la dica lunga.

  18. wolfbukowski says:

    diretta dalla presentazione: i milioni di visitatori sono già calati a sei “a regime”.
    Tra poco la Coop di san donato lo supera, il FICO

  19. Rino1 says:

    Anche se è già stato in parte accennato in altri commenti, segnalo che Slow Food e Eataly sono due cose distinte e indipendenti. Eataly ha beneficiato di consulenze (pagate) sui prodotti (non su strategie commerciali) da parte di Slow Food e forse lo fa ancora, ma nulla da spartire a parte questo.
    Aggiungo che Slow Food non vende nulla e non certifica alcunché, motivo per cui trovo non totalmente corretti alcuni commenti in questo senso. L’unica cosa che si avvicina a una certificazione (anche se non lo è) e che per questo può trarre in inganno è il progetto dei Presìdi (http://www.fondazioneslowfood.it/presidi-italia/137/il-progetto), per i quali in effetti esiste un logo che i produttori possono esibire, ma la gestione dello stesso è affidata ai produttori stessi che fanno parte del progetto del presidio. Diventare produttore di presidio non costa nulla, è sufficiente attenersi a un disciplinare di produzione.
    Personalmente penso che Slow Food, pur con errori e confusioni, abbia realmente a cuore i contadini e gli artigiani del cibo, e che, seppur con un approccio a mio parere troppo poco radicale, si stia in qualche modo ponendo la questione di un modello economico che impoverisce, affama, sfrutta. Eataly il modello lo cavalca, non confondiamo.

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    • wolfbukowski says:

      Benissimo Rino, mi fa un gran piacere. Quindi, se sei d’accordo che Eataly sia un modello contrario alla sovranità alimentare, sia funzionale al progetto export+sfruttamento dei coltivatori tipico della GDO eccetera,
      allora mi aspetto la tua decisa parola all’interno di SF, visto che da come parli sei a contatto con loro, o quantomeno li conosci bene; dicevo mi aspetto una tua parola decisa nei confronti di SF facendo in modo che recidano il rapporto con Eataly.
      Perché altrimenti dire che Eataly è male ma SF, che ha un rapporto sistemico con Eataly (insomma non nascondiamoci dietro un dito) è bene è come dire che il PD è di sinistra ma peccato che Renzi ne sia il segretario.
      Scusa i tagli con l’accetta ma almeno famo a capirse…

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      • Rino1 says:

        Sono perfettamente d’accordo con te, non avrei saputo dirlo meglio. Credo che il percorso nel senso che tu auspichi sia in qualche modo già partito, anche se lentamente. Detto questo io non sto facendo l’apologia di nessuno, volevo solo segnalare una profonda differenza di sensibilità e di approccio al tema del cibo e dell’agricoltura. Una differenza che, seppur in un contesto di “rapporto sistemico” come lo chiami tu, secondo me conta.

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        • dissonanze materialistiche says:

          Mi piacerebbe capire, e lo dico senza voler fare polemica, se c’è stato un dibattito interno a SF sul supporto a Expo 2015…manifestazione che al di là dello slogan “nutrire il pianeta” credo abbia poco a che spartire con la filosofia di fondo di SF. Io non conosco bene SF ma dall’esterno noto una forte incongruenza. Magari mi sbaglio o magari qualcuno che conosce meglio SF può spiegarmi quali sono state le motivazioni e quale è stato il dibattito interno.

      • franz83 says:

        Ciao, io sono socio SF. Alcuni mesi fa ho avuto uno scambio epistolare con Burdese, presidente di SF, proprio su questo tema. In sostanza, ero (e sono) d’accordo col fatto che SF faccia consulenza sui prodotti, per Eataly o per chiunque altro, ma secondo me (come sottolineato anche qui in altri post) Eataly si sta “appropriando indebitamente” dell’associazione. Ormai, per molte persone esterne a SF, l’associazione mentale “SF=Ufficio marketing di Eataly” sta diventando quasi automatica. E molti post in questa discussione confermano il mio timore. Peraltro, certe affermazioni ufficiali dell’associazione hanno, sempre a mio parere, aumentato ulteriormente la confusione – ed era questo che mi aveva spinto a scrivere alla presidenza.

        Ciò premesso:
        1. l’approccio GDO, e quindi anche di Eataly, sicuramente non è in linea con la filosofia slow. Il punto è che, attualmente, molte persone fanno la spesa, tutta o in parte, tramite la GDO. Slow Food fa molto, a mio parere, per sensibilizzare su altre modalità di acquisto (GAS, Mercati della terra, Orti urbani e quant’altro). Si tratta però di un processo lungo, anche perché va a scontrarsi con la mentalità/sistema dominante. A molte persone sicuramente piace entrare in un grande supermercato e trovarsi travolti dalla quantità di prodotti , dalle “offerte” e dai “sottocosto”, senza chiedersi i costi sociali/ambientali che questa abbuffata genera . SF è uno degli attori che agisce affinché certe abitudini cambino, decisamente anche a livello culturale dal lato dei consumatori, ma di sicuro non si può sperare che avvenga in breve tempo.
        2. Uno degli scopi di slow food, se non il principale, è quello di sostenere i piccoli produttori e i prodotti tradizionali, a rischio scomparsa, quando si trovano a dover competere con le produzioni di massa e massificanti di (molte) grandi aziende alimentari. E’ evidente che questo è possibile solo se i produttori trovano mercato. Come detto al punto 1, se molta gente acquista tramite la GDO, l’unico modo per dare una prospettiva ai prodotti/produttori “slow” è collaborare (anche) con la GDO. E, nello specifico, bisogna ammettere che Eataly è il canale che più si è dimostrato interessato a questo genere di prodotti. Certo, Eataly lo fa perchè ci ha intravisto l’affare….ma se questo permette ai produttori di cui sopra di vivere, magari stimolando anche altri a passare ad un diverso tipo di agricoltura, per SF non può essere che bene, anche se certe posizioni rimangono lontane dal pensiero SF.
        3. Viceversa, non credo porterebbe a nulla tagliare i ponti con Eataly/GDO, salvo il fatto che molti prodotti/produttori tornerebbero ad essere in pericolo, a favore di chi con la GDO lavora alla grande (per esempio, le già citate grandi imprese dell’alimentazione). Di più, una posizione di questo genere (“lavoro solo con chi condivide appieno il mio approccio”) non farebbe che dare terreno a chi ritiene l’approccio slow totalmente inattuale e inapplicabile, se non da un ristretto gruppo di “radical chic”, vanificando anni di lavoro e di attività, anche livello culturale, come quelle di cui parlavo al punto 1.

        In ogni caso, il tema del rapporto Eataly/SF è sul tavolo, e del malumore serpeggia, proprio perché molti ritengono che attualmente Eataly stia sfruttando eccessivamente a suo vantaggio il prestigio di cui gode SF, lasciando invece SF a sorbirsi critiche, che invece andrebbero indirizzate ad altri. Nei prossimi mesi sono previste assemble nelle varie condotte (“sezioni”) per definire le attività dei prossimi 2-3 anni, e sicuramente questo sarà un tema caldo.

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        • wolfbukowski says:

          Però, con rispetto parlando, ci stai dicendo che gli agricoltori non possono neppure immaginare di potersi emancipare dalla GDO, (punti 2 e 3) e che il punto 1 resta una “prospettiva di lungo periodo”
          E farlo subito è invece la sfida di campi aperti e di genuino clandestino…
          http://www.campiaperti.org/
          mi sa tanto che i punti 2 e 3, coalizzati, renderanno impossibile il punto 1…
          E comunque FICO, almeno a bologna, non consente compromessi. O sei dentro o sei fuori. Per questo SF alla fine cederà, obtorto collo ma cederà… E così, dopo qualche anno di libera uscita, la GDO tornerà a stringere la morsa

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          • franz83 says:

            mah, guarda, io non so se gli agricoltori (e, in generale, le produzioni artigianali) possano liberarsi del tutto dalla GDO o no. Alla fine, terra terra, dipende da una parte dagli agricoltori stessi, se riescono a trovare canali alternativi (come gli esempi che citi tu, o i mercati della terra etc.) – e in questo SF cerca di dare una mano, per quanto vedo io. Ma dall’altra dipende di gran lunga dalle scelte di chi compra. io personalmente non compro praticamente mai dalla GDO, ma mi ritengo fortunato di avere sia gli strumenti culturali per capire certi discorsi, che una obiettiva comodita’- la zona di Torino dove abito pullula di negozi piccoli e mercati. Ma in altre zone della cittá è già più difficile, e non tutti hanno voglia di farsi 2 km per andare al mercato rionale (tanto per dire) se hanno l’Auchan sotto casa. Se poi penso che ci sono persone disposte a sacrificare le domeniche per andare con i viaggi organizzati in “visita” agli outlet (Templi del consumismo, e scusa se sembro un po’ bachettone), non penso che, ad oggi, una normale azienda agricola possa a prescindere rinunciare alla GDO. Magari ci riesce, magari no, magari alterna le cose. Alcune aziende, che conosco da cliente, ad esempio, a volte commerciano con eataly, ma hanno anche canali locali. da un punto di vista ottimistico, posso dire che mi sembra che negli ultimo anni stia aumentando la consapevolezza su questi temi. Almeno a torino, mi sembra siano aumentati un sacco i gas, i negozi senza imballaggi eccetera…quindi vedo buone prospettive, ma la strada è lunga, io cerco di dare il mio contributo in questa direzione ( e dal bacchettone sono passato a De Amicis, abbi pazienza ma ho avuto un’infazia difficile)

            Il progetto FICO non lo conosco. Da quanto quanto leggo qui, mi sembra un po’ megalomane….ma non ho per ora gli strumenti per dare giudizi. Posso dirti che a Torino non mi sembra che Eataly abbia avuto impatto negativo sul commercio locale, anzi. Se prima un certo tipo di mercato era appannaggio di pochissimi negozi selezionate, ora molti esercizi locali, avendo probabilmente visto che l’interesse per questo tipo di gastronomia c’è, offrono prodotti migliori di eataly, e in generale mi sembra che ci sia maggior attenzione da parte del pubblico a certi temi di coltivazioni biologiche, filiera corta e quant’altro (temi che da eataly sono spesso fuffa, ma sono più concreti in negozi più piccoli). la stessa cosa era successo con Grom (non so se conosci la marca di gelati), che di fatto è una Eataly del gelato. quando aprirono il primo negozio a torino, obiettivamente offrivano un gelato migliore di molti locali storici-e io ne ero un generoso cliente. nel giro di due/ tre anni sono spuntate moltissime gelaterie ben migliori e infatti da grom non ci vado più- sia perchè non mi piace la logica omologante che ha, ma soprattutto perchè trovo migliori e più economiche alternative.

            questo, ripeto, è la mia esperienza torinese. non mi pronuncio su bologna. Sul fatto che SF ceda…non so, ferme restando le mie perplessità già espresse,per ora mi pare che i progetti in pista vadano avanti. l’ultimo grande evento cui ho partecipato, cheese a settembre, è stato un trionfo di piccoli produttori autonomi. poi è chiaro che il futuro dipende da quanto i soci (me compreso) si sbatteranno in una o l’altra direzione.

        • pierpaolo says:

          Mah! A me un dubbio nasce: se SF, per salvare un po’ di contadinità, si allea con e, di fatto, legittima chi (GDO) questa contadinità (e i contadini) la trita, non è che aiuta a tritarli ‘sti poveri contadini? Faccio notare che SF ha il vizietto di allearsi e collaborare con un sacco di soggetti che con la filosofia SF poco hanno a che spartire, da Ikea Food al gruppo Benetton (guardare il sito dell’università di scienze gastronomiche per l’elenco completo). Ma veramente pensa di poter convincere Ikea Food a comprare a km 0? O Autogrill (Benetton)?
          Ma lo stesso Eataly, che lavora con le logiche dalla GDO, siamo proprio sicuri che quando si sarà esaurita la produzione di culatello di parma di quest’anno, non cederà alla tentazione di far importare delle chiappe di suino olandese da trasformare nel nobile salume alla salumeria dalla quale si rifornisce, pur di poter continuare a sfettolarne per i suoi clienti affezionati? Con tanti saluti alla tutela dell’italianità e della produzione italiana.
          E poi, siamo sicuri che sia una condanna all’ergastolo in via definitiva l’adeguamento dei poveri contadini ai diktat della GDO per continuare a produrre e a stare sul mercato? Non è pensabile cominciare ad imporre modelli alternativi?
          Mah!

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          • franz83 says:

            ciao, vedo dall’orario del tuo post che probabilmente hai pubblicato mentre io scrivevo…comunque a molti punti che sollevi credo di aver già risposto nel mio secondi messaggio. Voglio solo risottolineare che ai contadini non viene imposto nessun diktat, la GDO è uno dei canali di vendita (come spiego meglio sopra) – che secondo me, non ha senso “delegittimare”. si propongono modelli alternativi, e SF lo fa, ma ignorarlo vorrebbe dire semplicemente alienarsi tutte le persone che attualmente si riforniscono lì. sono assolutamente convinto che molti, se non trovassero i prodotti slow food al supermecato (non solo eataly eh, li trovi anche da altre parti), non saprebbero manco cosa è SF, o magari ci riterrebbe solo una setta di gastrofighetti gaudenti – e ti assicuro che molti la pensano così. SF invece ha bisogno di essere conosciuta, ovviamente, se vuole portare avanti la sua “battaglia”, che in primis è culturale.
            Poi, certo, SF come ogni grande associazione, ha le sue contraddizioni, lungi da me dire che è tutto perfetto, sono il primo ad aver espresso dei dubbi su certe scelte interne (non solo riguardo il tema eataly. Per ora mi sembra che comunque i risultati positivi superino di gran lunga i problemi, ma come dico sopra, sta poi a noi soci fare in modo che le cose migliorino ancora (e, in primis, non peggiorino).

            Sull’USG non mi esprimo, non avendone conoscenza diretta. Dico solo che quella è una delle emanazioni di SF, non tutta SF. In senso generale, non piace nemmeno a me che un’università (di qualunque cosa si occupi) sia così legata a finanziamenti privati, ma nello specifico non so quali fossero le alternative. Peraltro un’università privata, come la USG, non credo possa ambire a moltissimi fondi pubblici, ma, di nuovo, non ho in mano informazioni dettagliate. Da alcune persone che la frequentano, Non mi sembra in ogni caso che, almeno ora, ci sia “indottrinamento”. ad esempio, la pesantissima critica, che non condivido in gran parte, postata sopra da saint just è scritta da un laureato USG (così afferma nei commenti) in ogni caso una rondine non fa primavera, potrebbe esse anche l’unica “mente libera” del suo corso…non posso saperlo! ;-)

  20. alexandre glarey says:

    Evidenzio questa parte della delibera “il Fondo immobiliare, ferma la piena autonomia gestionale della SGR (Società di Gestione del Risparmio),costituirà una , di cui deterrà il 100% delle quote, la quale avrà la titolarità delle licenze commerciali e sottoscriverà un contratto di general contract con Eataly, alla quale verrà affidata la progettazione degli interventi edilizi e della realizzazione degli investimenti, nonchè un contratto di consulenza gestionale, sempre con Eataly, che svolgerà inoltre le attività di selezione degli operatori insediati nel Centro e le attività di promozione commerciale, operando anche direttamente all’interno del Centro, sia attraverso la vendita di prodotti alimentari, sia attraverso la ristorazione e la gestione di spazi espositivi e divulgativi”

    Qui ormai siamo alla lucida follia. Eataly GENERAL CONTRACTOR, come Impregilo; FICO come il Ponte sullo Stretto o il TAV.

    L’istituto giuridico del GC è stato introdotto dalla Legge 443/01 (Legge Obiettivo) con l`intento di affidare ad un unico soggetto la progettazione e la costruzione delle infrastrutture strategiche. Il General Contractor può realizzare l`opera ad esso affidata con qualunque mezzo (anche subaffidandola in parte o in tutto) e deve rendere anche i servizi collaterali (acquisizione aree, rapporti con i terzi ed indennità agli stessi). Esso è normalmente distinto dal Concessionario cui è affidata la gestione dell`opera (nel nostro caso pare invece che ci sia una confusa commistione).

    Al privato viene data una delega (quasi) in bianco per gestire soldi pubblici, con ogni rischio – ça va sans dire – a carico del Comune.

    In Europa, la finalità era accellerare l’abdicazione della politica nei confronti del mercato e promuovere la competizione verso il basso tra imprese. In Italia, questo sistema consente al contraente generale di creare un vero e proprio mercato dei subaffidamenti e di gestire una rilevante rendita di posizione, suscettibile di scambi occulti. Insomma, come avvenuto in molti casi, corruzione e Mafie.

    Tra l’altro, almeno una gara per scegliere questo super Imprenditore dovrebbe essere prevista, mentre nel caso in esame, Eataly viene individuata senza nessuna selezione o verifica dei criteri di legge.

    Che tutto questo sia proposto dal PD e dalla sua area economica – culturale di riferimento, non è una sorpresa.

    Buone Resistenze

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    • wolfbukowski says:

      Il tema del GC che io avevo lasciato un po’ scivolar via, messo in questa luce mi pare estremamente interessante; anche se da un punto di vista comunicativo era chiaro da subito che il FICO fosse una Grande Opera.
      Differenza (rilevante) con altre GO è che le risorse pubbliche al momento sono (solo) patrimoniali e non cash; e che invece il cash, se sarà per infrastrutture, non dovrebbe passare per il GC.
      La presentazione di venerdì è stata quasi imbarazzante, l’impressoine prevalente è che ci si compiaccia di costruire un grande centro commerciale (ricordo che sei milioni di ingressi all’anno sono una cifra da mall, perché è tutta gente che va e torna ogni sabato a far la spesa…, niente a che vedere con i famosi “turisti”), un grande centro commerciale in una struttura di proprietà pubblica;
      e che – come dice Prodi – ci si prepari a veri assist (govenrativi) che spingeranno scuole, comitive etc lontane dalle “fattorie didattiche”, “musei della civitlà contadina” e anche dal centro città – per indirizzarle al FICO.
      Per le scuole basta una circolare ministeriale, per gli altri basta il trenino.
      COme dire: la gestione privata dell’ubanistica e dei flussi è già nell’idea FICA in sé, il GC ne è il migliore strumento operativo.
      Forse deriva dalla scelta del GC il fatto che Eataly non metta risorse proprie in FICO, ma le metta solo Farinetti in persona?
      Forse c’è il timore di qualche normativa antitrust comunitaria?
      Altro tema interessante.
      Buona resistenza anche a te

    • unit says:

      Se ho capito correttamente i soldi del fondo sono (saranno) di privati, 45M, la partecipazione al fondo da parte del pubblico avviene solo tramite gli immobili e i terreni. Quindi se Eataly farà da fornitore unico del fondo sarà spendendo soldi privati. Non mi sembra una differenza da poco.

  21. girolamo says:

    Per le scuole può funzionare in due modi (ho una certa esperienza), provo a spiegare come.
    1. FICO sponsorizza iniziative, magari anche buone dal punto di vista didattico, su temi come alimentazione, ecc., non legate direttamente a FICO: si fa carico dei costi organizzativi, del gettone di presenza a esperti che vengono nelle scuole a parlare di educazione alla salute piuttosto che di consumo consapevole, ecc. – insomma, di cose di cui ha senso parlare a scuola, dette da persone competenti e abituate a interagire con le scolaresche. L’inghippo sta nel fatto che sul materiale del progetto c’è il logo FICO, che c’è un banchetto FICO nella scuola, gestito da persone con la maglietta FICO, e ai ragazzi che ne fanno richiesta vengono regalate magliette FICO, e magari ingressi gratuiti. Grosso modo, cose che fanno già HERA e ENI.
    2. FICO presenta un progetto didattico che ha luogo all’interno di FICO, a costo zero per la scuola. Magari anche ben fatto, più o meno come sopra: solo che si svolge all’interno di FICO.
    In una situazione di tagli al fondo per miglioramento dell’offerta formativa (MOF), che viene decurtato per pagare gli arretrati ai docenti (peraltro, neanche a tutti, ma a una minoranza tra quelli che ne avrebbero diritto), come può una scuola dire no a una cosa ben fatta e a costo zero? Non c’è neanche bisogno di esercitare “pressioni” su chi deve decidere, scuola per scuola, per avere l’approvazione.
    Come si può evitare tutto questo?
    1. La prima condizione è che ci siano docenti informati e consapevoli, visto che la controparte, oltre che FICA, è informata e consapevole. Anche studenti e genitori: ma la decisione sui progetti la prendono i consigli di classe e i collegi docenti, quindi i docenti sono fondamentali.
    2. Ciò premesso, l’unico modo per contrastare un progetto ben fatto è presentare un diverso progetto ben fatto, dal momento che una scuola non può approvare troppi progetti che insistono sugli stessi temi (sono pur sempre attività che incidono sul monte ore curricolare). Dunque sta ai Campi Aperti, ai Centri Sociali, end so on, presentare progetti ben fatti, incentrati su persone capaci e competenti che espongano i propri saperi ostinati e contrari, per consentire agli insegnanti, ma anche a studenti e genitori, di argomentare a favore del progetto B piuttosto che del progetto A. Ovviamente dovranno essere progetti senza costi per la scuola, e quindi basati su un consapevole volontariato militante. Meglio ancora sarebbe arrivare prima: presentare già nel prossimo anno dei progetti alle scuole, in modo da aprirsi la strada (dando per scontato che il progetto ha avuto buon esito) a una approvazione sulla scorta della comprovata buona esperienza nel 2015, quando aprirà (se aprirà) FICO.
    Secondo me si può fare.
    Se poi FICO non apre, si sarà cmq cominciato (o proseguito) un discorso importante all’interno delle scuole.

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    • wolfbukowski says:

      Sì sono proposte molto belle e stimolanti, ma per l’esperienza che ho dei docenti (e dei genitori) mi pare che tu ti faccia delle illusioni.
      Abbiamo a che fare con una generazione di maestre/i e prof che trova assolutamente scontato portare i ragazzi/e al Macdonald quando sono in gita. I vegetariani – e ce ne sono tanti – mangino le patatine fritte, non è democratico e cool?
      E quanto è penetrata l’ideologia meritocratica nelle scuole? Tu immagino sia insegnante, ne conosco anch’io un paio che conducono una spesso solitaria e snervante resistenza al conformismo scolastico, ma da qui a fare massa critica…
      Poi io penso sempre che il dirigente potrà esibire una circolare ministeriale che indirizza al FICO, d’altra parte Renzi premier vuoi che non la faccia all’amico baffuto?
      Prodi l’ha già detto: ci si va con la TAV.
      Però magari mi sbaglio, naturalmente spero.
      Ma dalla scuola ufficiale mi aspetto poco.— dai ragazzi e dalle ragazze molto, da una generazione con un peso così enorme sulle spalle che non potrà far altro che scrollarselo di dosso con determinazione mi aspetto moltissimo invece, ma questo è un altro discorso…

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      • wolfbukowski says:

        ah scusa ho lasciato lì la cosa sulla meritocrazia… volevo dire: meritocrazia = farinetti = FICO.
        Non crederai mica che glielo fanno fare perché è amico degli amministratori, è solo che è un
        GENIO…
        un genio dell’”armonia territoriale potente”, come ha chiamato il neocorporativismo alla presentazione di FICO…

      • girolamo says:

        Io ti ho detto come, dal punto di vista formale (che va tenuto presente) si può fare. Non insegno a Bologna, e quindi non posso agire in prima persona. Ma Bologna, magari a macchia di leopardo, ha docenti combattivi in tutti gli ordini di scuola, in particolare nelle primarie, dove in realtà si gioca molta parte della partita. Quindi si può provare. Tenendo ben presente che FICO è un Golia, ma i progetti si approvano scuola per scuola, e la decisione di parteciparvi avviene classe per classe, e quindi qualche sassolino nella fionda alcuni piccoli Davide possono metterlo. Poi, certo, ai docenti in dubbio o semplicemente disinformati una mobilitazione studentesca agguerrita e ben informata non può che far bene.

  22. Wu Ming 1 says:

    Farinetti sta vincendo le primarie. Manderemo giù lacrime amare come prima, ma pagando €5 a goccia.

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    • Wu Ming 1 says:

      Farinetti ha vinto le primarie. Manderemo giù lacrime amare come prima, ma pagando €6 a goccia.

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      • marco_b says:

        E puntuale arriva la richiesta al nuovo segretario per “una potente spinta al governo verso le riforme che servono per creare posti di lavoro”, qui:
        http://www.huffingtonpost.it/oscar-farinetti/matteo-ha-capito_b_4410863.html?1386578986&utm_hp_ref=italy

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        • wolfbukowski says:

          dal tuo link:
          “Matteo ha capito che questi disvalori , assassini della coscienza civica, sono soprattutto determinati dal cattivo esempio da parte di chi ricopre posizioni chiave, specie i politici. Come avviene nelle famiglie, dove il buon esempio dei genitori è determinante nell’educazione dei figli. ”

          il familismo di questa gente sinceramente mi disgusta. La Merkel matrigna severa di tutti, e il baffo con una cinghia metaforica in mano a far la morale ai noi eternamente infantilizzati, minus habentes.

  23. Pasquale says:

    …e saranno lacrime bio, lacrime organiche.

    Giuro dinnanzi a tutti quelli che stanno chinando il collo per leggere queste righe che quando conquisterò il mondo grazie alle mie doti di leccaculo degli alieni conquistatori mi farò nominare grande fratello o almeno x-factor e cancellerò l’uso di bio e organico da tutti gli alimenti classici mentre lo introdurrò per il neo alimento universale musichetta ecco a voi il biocalippo

    Baci

  24. dzzz says:

    riguardo alla perdita del ´buon´senso contadino (singolare, genetico e relazionale) nel rapporto colla pianta e nel processo che la trasforma in cibo di cui parlava adrianaaaa io volevo segnalare ´la plante compagne´ dell´ etnologo-etnobotanico pierre lieutaghi, e poi in generale anche tutti i suoi altri libri, che (a parte il fatto che sono scritti in una sua lingua idiosincratica bellissima) possono riammemorare, riarticolare e ridare senso corrente a saperi e saper-fare che la mia generazione (x-y) ha imparato da quella dei nonni, ma (come diceva adrianaaaa) anche imparato a svalutare (e a nonni morti e gesti smessi a dimenticare).

    lieutaghi cura anche un giardino di etnobotanica a salangon (in provenza), dove ogni due anni organizza un seminario di etnobotanica (qualche anno fa avevo assistito a uno, e era stato molto bello).

    invece riguardo al fare controcultura nelle scuole, la cosa piu´vicina che mi viene in mente e´ un progetto per i bambini dell´asilo messo a punto da krav (l´etichetta eko svedese) a stoccolma, tre-quattro anni fa (per quanto, ovviamente, krav sia tutt´altro che controcultura; ma s´e´detto che il discorso sulle etichette e certificazioni va trattato a parte).
    all´epoca avevo avuto contatti con responsabili e agenti locali, e avevo anche visto un propotipo del materiale didattico, che mi sembrava carino, e che era (ancora?) non marchiato KRAV. ora pero´con una ricerca veloce non ne trovo traccia, e mi chiedo se il progetto dopotutto non sia stato abbandonato.

    e ora che ci penso, in realta´ mi viene in mente un altro esempio: quello della tradizione degli school gardens, di cui pero´so molto poco. pero´c´era un´organizzazione da cui avevo preso qualche idea, appunto, tre anni fa (quando cercavo materiale per iniziare un ´etnorto´ nel giardino dell´asilo dei miei bambini), e, ora l´ho ricercata, era ´the edible schoolyard project´.

    invece in francia non ne conosco (a parte le attivita´coi bambini e i tentativi pedagogici dei ´jardins partagés´, come per esempio quelli de ´la main verte´a parigi, che pero´mi sembrano molto poco politici e molto poco etnologi (ma non ne ho poca esperienza di prima mano: sono stata via per anni, e certi giardini che avevo conosciuto come ´occupati´ da azioni di guerrilla gardening erano diventati comunali, rangés, e omologati ´main verte´, appunto, ormai poco distinguibili dai seminarini di boranica per bambini del jardin des plantes).

    poi, vabbe´, qualche azione pedagogica simile l´ho vista nei giardini comunitari di berlino tantissimi anni fa, ma anche in quelli il guerrilla gardening mi sembra aver lasciato il posto al giardino civico-culturale di buon vicinato (che del resto non penso assolutamente sia una brutta cosa).

    ma invece in italia? qualcuno mi puo´fare esempi di progetti analoghi?

    e per la verita´ quando lavoravo a questo progetto scolastico svedese non mi sono fermata a indagare origini e schieramenti dei vari gruppi (e probabilmente ho fatto male), ma in ogni caso l´insegnamento che insiste sulla relazione colla pianta (e sulla relazione fra gli umani attraverso la pianta) e´talmente a zero in tanti posti che quasi qualsiasi cosa si faccia in questa direzione secondo me ha senso.
    e se poi c´e´il logo, beh, voglio pensare che a un livello cosi´di base forse si puo´ancora facilmente togliere o cortocircuitare.

  25. u.pendragon says:

    Insomma tanto per chiarirsi si tratterebbe di una specie di parco dedicato all’ipertensione? Non mi piace il Farinetti l’ho sempre visto come un arrampicatore di specchi che purtroppo il PD ha allevato sapientemente.

  26. wolfbukowski says:

    Altre incredibili esternazioni di Farinetti:
    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/se-questa-e-leataly-che-ci-aspetta-stamo-freschi-farinetti-sembra-marchionne-larticolo-18-68837.htm

    D: Farinetti è di sinistra?
    R: Un compagno, da sempre. Figlio di un partigiano.

  27. Wu Ming says:

    FICO, ma non per i lavoratori. Intervista a Wu Ming 2 su Radio Città Fujiko:
    http://www.radiocittafujiko.it/news/fico-ma-non-per-i-lavoratori

  28. wolfbukowski says:

    eccovi il link all’iniziativa di giovedì 13 febbraio organizzata da la foglia di fico per aprire un dibattito pubblico sulla costruzione della nuova grande opera bolognese F.I.CO.

    http://fogliadifico.noblogs.org/post/2014/02/04/giovedi-13-febbraio-assemblea-pubblica/

  29. ste_m says:

    questo mercoledì la mensa autogestita Eat the Rich! costruisce il suo pranzo complice e solidale con “La foglia di fico”
    https://www.facebook.com/events/557773130985240/

    Stay foolish,
    stay hungry,
    Eat the Rich!

  30. wolfbukowski says:

    Farinetti dice che siamo tristi a fare sempre cose “anti”. .. e si riferisce proprio a chi si oppone al Fico.
    Eccogli una risposta:

    http://fogliadifico.noblogs.org/post/2014/02/25/sulla-felicita-lettera-aperta-a-farinetti/

  31. La foglia di F.I.Co.: cosa si nasconde dietro la nuova grande opera bolognese | www.salviamoilpaesaggio.it says:

    […] di proprietà pubblica) e da Eataly si veda il sito del promotore e, da un altro punto di vista, il post di Giap! e il blog dei promotori […]

  32. wolfbukowski says:

    Arriva il fondo The LInk, il capitalismo green de noatri si arricchisce degli immobiliaristi estremorientali…

    http://indexlupi.blogspot.it/2014/03/dopo-larticolo-del-fatto-e-in-attesa-di.html

  33. wolfbukowski says:

    IL fico e la sua gentriFIC azione, seconda parte con scopppiettanti dichiarazioni dell’assessora Gabellini e di Segrè

    http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2014/03/la-foglia-di-f-i-co-2-cadono-i-veli/

Per Stefano Tassinari. La sua voce, un archivio, il crowdfunding

«Ribellarsi è giusto: ma bisogna farlo bene, saperlo fare bene, imparare a saperlo fare bene, e questo è il compito di una vita.» (Mario Tronti)

Siamo gli autori di Q, 54, Manituana, Altai e svariati altri libri. È uscito da poco il nostro nuovo romanzo L'Armata dei Sonnambuli.

Con il nome «Wu Ming Contingent» siamo anche una punk-rock band. È uscito da poco il nostro album Bioscop, tematicamente collegato a L'Armata dei Sonnambuli.

Il sito wumingfoundation.com, nelle sue varie incarnazioni, è on line dal gennaio 2000.

Giap è il nostro blog, ma è anche una comunità di lettrici e lettori, ed è molte altre cose.

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HANNO DETTO DI NOI

«Come facciano questi cani sciolti italiani a ottenere narrativa di tale potenza e complessità da un lavoro collettivo resta un enigma, ma possano i loro tamburi suonare a lungo.»
The Independent

«In letteratura, quattro cervelli messi insieme per scrivere un'opera fanno zero. Forse anche meno [...] Una macedonia di fumetti, vecchi film, spezzoni di fiction, sceneggiature ingiallite, elenchi telefonici stranieri, dipinti d'epoca e imitazioni di salgariani impazziti.»
Avvenire

«E poi, come diavolo scriveranno a dieci mani i favolosi cinque? Capitan Sovietico scrive un capitolo e SuperGuevara un altro? Oppure scrive tutto l'Uomo Maoista e gli altri fanno l'editing? »
Libero

«Come diceva Ernesto Calindri in un celebre Carosello anni Sessanta: "Dura Ming! Non dura, non può durare…".»
R. Chiaberge, Il Sole 24 Ore

«Non leggete L'eroe imperfetto di Wu Ming 4. Basta coi finti sperimentali.»
A. D'Orrico, Sette/Corriere della sera

«I Wu Ming stanno con Al-Qaida, il cui obiettivo siamo noi e fa di Hitler un dilettante. Fate sentire la vostra voce, i vostri valori. E, se credete, mandateli affanculo.»
Il Domenicale, giornale fondato
da Marcello Dell'Utri

«Altai è una boiata, proprio come Q
Libero

«Non credo che al lettore giovane importi un cazzo di ciò che Wu Ming racconta o narra. Queste, tuttavia, sono le uniche categorie di lettori: professoresse donne, interessate a romanzi che hanno come trama uteri asportati e poi, nel caso della narrativa di tendenza giovanile, indiani d’America che lanciano frecce al curaro nel buco del culo del coprotagonista.»
Fulvio Abbate

«Venditori di inchiostro al dettaglio. I lettori di Wu Ming sono azionisti inconsapevoli di un’operazione più commerciale che culturale. I Wu Ming sono un'associazione a delinquere di stampo immaginario.»
Gian Paolo Serino, Il Giornale

«I Wu Ming si sono venduti da subito [...] Penso che in Italia molti autori che sono stati considerati particolarmente d’avanguardia avevano già un’idea molto precisa di entrare in certe condizioni nella grande editoria e quindi avevano l’idea di vendersi già da prima [...] Sul New Italian Epic debbo dire che a me sembra soltanto una presa per il culo. Uno studio recente ha dimostrato che in Italia esistono soltanto ottocentomila grandi lettori: ottocentomila persone vuol dire uno stadio italiano, non vuol dire chissà cosa.»
Un poeta con le idee un po' confuse
sulla capienza degli impianti sportivi

«Asserviti al mercato. Leghisti col calamaio. Una parodia dell’antipolitica applicata alla letteratura. Una versione (postmoderna) dello zdanovismo, o una declinazione letteraria della battaglia ratzingeriana contro il "relativismo culturale".»

«Un collettivo vetero-marxista che ha provato negli anni, senza riuscirci, a egemonizzare intellettualmente la sinistra radicale e le cui ricette su che cosa è la sinistra sembrano uscite da un'assemblea di studenti degli anni Settanta.»

«I "compagni" del blog wu ming (parola che significa "anonimo", bello, vero?) [...] sono diretti da una parte dei servizi e sono – loro si – assai ben foraggiati dall’area pd, la loro spedizione squadrista ad un nostro banchetto (nella quale hanno avuto la peggio) di ieri, fa parte di questa strategia concertata...»

«Sorrido della vostra spocchia arrogante.»

«Togliti la maschera e presentati con nome e cognome così che sappiamo chi sei - siete e da che giro siete comandati.»
Luigi Amicone, giornalista di Comunione e Liberazione

«L’Armata dei Sonnambuli» e altre storie


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Rendez-vous con spoiler libero (Rigorosamente per chi ha già letto il libro!)

In quest'anno CCXXII dopo la Rivoluzione (corrispondente al 2014 dell'era cristiana), oltre a presentare il libro e suonare con il Contingent, stiamo portando in tour ben sei «reading-concerti» con diversi ensembles di musicisti. In ordine alfabetico:

L'Alfabeto delle orme (WM2 & Frida X)
Emilio Comici Blues (WM1 & Funambolique)
Quattro (WM2 & Frida X)
Razza partigiana (WM2 & supergruppo, in tour dal 2009)
Surgelati (WM2 & Contradamerla)
Zó bòt!!! (Cvasi Ming: WM1 & 2/3 degli Switters

Testimonianze sonore di questi progetti si trovano qui...

{Radio Giap Rebelde è il nostro podcast, la nostra audioteca. Reading, audiolibri, musiche, conferenze, presentazioni, interviste e quant'altro. Ci arrivi anche da iTunes.}

...e qui:

{Tutte le musiche ispirate ai nostri romanzi, da scaricare o ascoltare in streaming.
Yo Yo Mundi, Colle der Fomento, Mr. Phil, Klasse Kriminale, le chitarre dei Massimo Volume, Subsonica, Skinshout, Xabier Iriondo (Afterhours), Switters, Yu Guerra, le chitarre dei Nabat, Sikitikis, 2/9 dei Modena City Ramblers, Osteria Popolare Berica e tant* altr*}

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Vive la classe ouvrière!

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Giap non è solo "il blog dei Wu Ming": è una comunità di lettori e scrittori. Qualcuno l'ha definito "una radio libera", altri lo descrivono come un punto di riferimento non solo culturale ma politico (nell'accezione più vasta del termine). Non sta a noi esprimerci su questo. Di sicuro, è un luogo del web dove si riesce a discutere. E a volte dalla discussione sono nati progetti concreti, sono partite "pratiche virtuose per il web".
Solo che gli anni passano, le vite si complicano e costa sempre più fatica, tempo e soldi gestire quest'enorme mole di attività. Sono centinaia di ore al mese. Lo facciamo per militanza, ma quando hai il fiato corto anche la militanza ne risente.
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P.S. Quello sulla moneta è Thomas Müntzer.

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CHI SIAMO, COSA FACCIAMO

Pagina biografica vintage sul "sito archeologico" (narrante le vicende dagli anni Novanta al 2009)

Insieme delle nostre produzioni 1999-2011 - PDF
Mappa realizzata da Christo (non quello di Nazareth. L'amico nostro è di Isernia)

La voce di Wikipedia
(Alla data 29/12/2013, risulta alquanto obsoleta)

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