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Alcune note su Tute, traumi e traditori di classe, il secondo libro di D. Hunter

Clicca per aprire la pagina dedicata al libro sul sito delle Edizioni Alegre.

Ci sono coincidenze che hanno l’effetto immediato di schiarirti le idee. Così succede che mentre hai appena finito di leggere il secondo libro di D. Hunter, Tute, traumi e traditori di classe (Alegre, €15), ti capiti sott’occhio l’intervista al direttore del Salone del libro di Torino, lo scrittore Nicola Lagioia, pubblicata sul Corriere il 15 aprile scorso.

La riflessione te la tieni lì a sedimentare, finché scatta la seconda coincidenza: Hunter sarà uno degli ospiti del Salone, cioè in un certo senso ospite del collega Lagioia. E siccome nel frattempo è passata qualche settimana, decidi che quella cosa che hai lasciato lì a macerare, devi buttarla fuori, altrimenti irrancidirà e ti pungerà il fegato.

Cos’aveva dichiarato Lagioia? È presto detto: che nel dibattito sulla guerra in corso in Ucraina manca «un ragionamento sul fallimento del genere umano». Secondo Lagioia sarebbe necessario riflettere sul fatto che se l’umanità, dopo millenni, non ha ancora trovato un modo di risolvere le controversie senza usare la violenza, allora è davvero fottuta. Una considerazione questa che, ti sovviene, gareggia per profondità con quella che era solita ripetere tua nonna: «Più conosco gli uomini, più amo gli animali». Prosegui la lettura ›

Uno sputnik costruito in garage: I Quaderni di Arda #2

Uno sputnik costruito in garage… è entrato in orbita. È l’immagine più adatta per definire questa rivista, che battezza il suo numero 2, quello del 2021.

Per spiegare la metafora bisogna considerare alcuni elementi. Sia il #1 sia questo #2 de «I Quaderni di Arda» contengono gli atti di convegni tenutisi all’Università di Trento (rispettivamente nel 2017 e nel 2020), promossi dall’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, con l’aggiunta di alcuni contributi extra. Tanto gli interventi dei relatori quanto quelli aggiunti ex post nascono da un melting pot di studiosi professionisti (la maggior parte italiani e alcuni stranieri) e studiosi dilettanti (alcuni membri del Gruppo di Studi dell’AIST altri no), cioè dall’incontro tra studio accademico e passione “da fan”. Il risultato è una grande varietà d’approcci.

Accanto a studi filologici, stilistici, storico-letterari, si trovano articoli sui punti di contatto tra Tolkien e la narrativa fantascientifica e horror, sulle traduzioni delle sue storie attraverso le arti grafiche e la musica, sugli sviluppi transmediali del racconto tolkieniano o sulle mappe come supporto fondamentale alla “sub-creazione” di mondo. Si va dalla filologia germanica, alle recensioni di saggi e cataloghi, all’indagine sulla fan fiction, abbattendo qualunque barriera architettonica che possa porsi in mezzo, eccetto quella della serietà d’approccio. Prosegui la lettura ›

«A noi rimane il mondo». Un documentario sulla Wu Ming Foundation / Seconda parte (di 2)

31 ottobre 2020, A noi rimane il mondo.

Dirupo di Sabbiuno, 31 ottobre 2020. A noi rimane il mondo. Clicca per ingrandire.

di Armin Ferrari

[La prima puntata è qui. A Noi Rimane il Mondo è un documentario diretto da Armin Ferrari con la partecipazione di Wu Ming & Wu Ming Foundation. Fotografia: Harald Erschbaumer. Presa diretta: Maurizio Vescovi. Montaggio: Marina Baldo. Musiche: Simonluca Laitempergher. Prodotto da Roberto Cavallini per Altrove Films, in associazione con Albolina Film e Kinè, con il sostegno e il supporto di IDM Film Funding e di Emilia Romagna Film Commission.]

21 – 23 ottobre 2020

Antar Mohamed arriva una sera di ottobre. Provo una sensazione strana quando lo incontro a cena e associo un viso ed un corpo a quello che fino a poco tempo fa era il nome di un autore sulla copertina di un libro, oltre che un personaggio contenuto al suo interno.

Il libro è Timira, che ha scritto assieme a Wu Ming 2. Prosegui la lettura ›

Il creatore della Terra di Mezzo – il catalogo della mostra di Oxford su J.R.R. Tolkien

di Wu Ming 4

I’m old fashioned, Michael. I believe private should remain private. Not everything modern is good, now, is it? You gonna write this down…in your little fucking book.
Peaky Blinders, S5, E1, «Black Tuesday», 2019

Leggendo il catalogo della mostra Tolkien: Maker of Middle-Earth, tenutasi a Oxford da giugno a ottobre del 2018 e uscito ieri in Italia per Mondadori (€45, traduzione di Stefano Giorgianni), si ha a tratti la sensazione di violare uno spazio privato. Una grande quantità di materiale appartenuto al celebre Professore viene messa in mostra per i fan della Terra di Mezzo. È una cosa che accade soltanto per gli autori di culto, e non ci sono dubbi che J.R.R. Tolkien sia tra questi, dato che con il passare dei decenni la sua narrativa ha incontrato un apprezzamento sempre più ampio da parte di un pubblico quanto mai eterogeneo. Per questo, sfogliando il catalogo viene da chiedersi cosa avrebbe pensato di una mostra su di sé. La risposta è che probabilmente ne sarebbe stato al tempo stesso lusingato e irritato. Lusingato, perché sono pochi gli scrittori a cui siano state dedicate esposizioni come questa. Irritato perché era profondamente avverso alla via biografica alla letteratura e contrario al culto dell’autore, ritenendo quest’ultimo un pessimo servizio alla letteratura stessa. In una lettera del 1971 scriveva:

«Una delle mie convinzioni più radicate è che l’indagine sulla biografia di un autore (o su altri aspetti della sua “personalità”, come quelli che vengono racimolati dai curiosi) sia un approccio totalmente inutile e sbagliato alla sua opera, e specialmente a un’opera d’arte narrativa, per la quale l’obiettivo che l’autore cercava di centrare era che venisse apprezzata in quanto tale, che fosse letta con piacere letterario». [1]

Già nel 1958, a pochi anni dalla pubblicazione del Signore degli Anelli, Tolkien si era espresso in termini ancora più netti: Prosegui la lettura ›

Sul senso di un’operazione editoriale: la nuova traduzione del Signore degli Anelli

1. La quiete dopo la tempesta… in un bicchier d’acqua

Passata la nottata del primo mese di permanenza in libreria, è possibile scrivere dell’importanza di un’operazione editoriale come la ritraduzione del Lord of the Rings senza il rumore di fondo delle proteste per le nuove versioni di alcuni nomi di personaggi e toponimi. Per altro, si è detto giustamente che è stata comprensibilissima, oltreché prevedibile, la reazione dei fan di fronte al cambiamento di una nomenclatura consolidatasi nell’arco di cinque decenni. Questo anche se in certi casi le scelte contestate a Ottavio Fatica – come l’ormai noto «Forestale» per «Ranger» – non sono più arbitrarie di quelle della traduzione precedente – «Ramingo», elegante ed evocativo, ma di registro decisamente alto per il gioco di accezioni voluto da Tolkien; e tuttavia l’affezione per il romanzo preferito letto e riletto in italiano spinge ad affermare una sorta di diritto di primogenitura.

Ovviamente in termini di pratica della ritraduzione questo diritto non esiste e non ha alcun senso, come non ce l’ha giudicare una nuova traduzione dalla resa dei nomi. È piuttosto lo stile generale che andrà valutato. Perché è lì che si svela il senso ultimo di un’operazione editoriale come questa. Prosegui la lettura ›

Ancora uno sforzo se volete essere tolkieniani

Clicca per leggere la riflessione apparsa oggi sul sito dell’AIST.

Mentre orde di Orchi si abbattono una dopo l’altra contro i bastioni del Fosso, cercando in ogni modo di screditare la nuova traduzione della Compagnia dell’Anello realizzata da Ottavio Fatica, i difensori rimangono calmi e saldi, ben consapevoli che le tempeste passano mentre i libri restano.

L’operazione Signore degli Anelli non verrà risolta con un blitzkrieg, questa è una battaglia di lunga durata, che si proietta in avanti negli anni. Dunque è meglio armarsi della dovuta pazienza, tenere le posizioni e non avere fretta.

A due settimane dall’uscita del volume nelle librerie, sul sito dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani si riflette sulla situazione e si precisano alcune cose circa il dibattito in corso (anche se forse bisognerebbe parlare di «flame»).

Il post si intitola: «Ancora uno sforzo se volete essere tolkieniani». Buona lettura a tutti gli interessati.