Terre del Reno, Setta e Sambro. La quinta guida «nonturistica» curata da Wu Ming 2

Arriva in libreria la settima guida della collana Nonturismo, la quinta a cura di Wu Ming 2, come sempre prodotta da Sineglossa, pubblicata da Ediciclo e scritta da un gruppo di abitanti del posto, con l’aiuto delle antropologhe Brenda Benaglia ed Eleonora Adorni. Le illustrazioni sono di Alessia Tzimas.

1. Bolognese sarai tu!

Il titolo, Terre del Reno, del Setta e del Sambro, è frutto di lunghe discussioni.
La redazione di comunità ha scartato senz’appello «Appennino bolognese» per almeno due motivi.

Il primo, strettamente geografico, è che il libro si occupa solo di una sezione delle montagne comprese nella Città Metropolitana di Bologna.
Il secondo, storico e politico, nasce dalla volontà di mettere in discussione la dipendenza dal capoluogo, preferendo l’appartenenza al più vasto «Appennino emiliano», comunque relegato al ruolo di sottotitolo.

Anche la scelta del termine «terre», al posto di «valli», non è casuale, perché la guida tratta spesso di crinali che sono lo spartiacque tra il corso di due fiumi. E nonostante tutte queste attenzioni, ci sono luoghi di confine che ricadono fuori dalla zona indicata: il passo della Futa si trova in Toscana, i borghi del Dardagna stanno nel bacino idrografico del Panaro…

2. Una bella briga

Già questi dilemmi di nomenclatura basterebbero a spiegare l’aggettivo «brigoso», che nella guida ricorre più volte per identificare il genius loci.

«Brigoso» significa complicato, stancante, com’è spesso la vita in Appennino. Un territorio che costringe a inventare, a brigare, a intrecciare reti di persone. Chi abita da queste parti è abituato a «prendersi la briga», cioè a occuparsi di problemi collettivi, con uno spirito fai-da-te, anzi: facciamo da noi. Brigata, infatti, è un gruppo che si unisce per agire, come le brigate partigiane che resistettero lungo la Linea Gotica. Dalla stessa radice vengono i briganti, coloro che rompono con l’ordine costituito: un’eco che risuona ancora tra i boschi e i paesi di questa antica frontiera. Parole imparentate con l’inglese break, con il tedesco brechen, con l’italiano sbreccare. L’azione di spezzare che produce frammenti, quindi rocce, pietre, dirupi, bricchi. Ma allo stesso tempo anche conflitti, faccende da disbrigare.

Il risultato è un ritratto dell’Appennino «tra lume e scuro», che sottolinea le contraddizioni e racconta gli sforzi per superarle o per conviverci, per avere cura dei luoghi, per rispettarne le attitudini, per trovare alternative all’abbandono, al consumo di suolo, allo smantellamento dei servizi. Chi preferisce la favola della «spettacolare e incredibile bellezza intatta» può invece leggersi le dichiarazioni di Renato De Maria, regista della serie con Claudio Bisio ambientata nei dintorni di Castiglione dei Pepoli, «dove lo sguardo può correre verso l’infinito incontrando solo boschi, laghi, fiumi e creste che lambiscono il cielo»

L’Appennino incontaminato a Pian di Setta, sulla strada per Castiglione dei Pepoli

3. Una lunga gestazione

Il progetto della guida è nato più di due anni fa e si è concretizzato grazie a Marco Tamarri, del comitato Un altro Appennino è possibile. I primi incontri della redazione di comunità risalgono a febbraio 2025. Come per i volumi su Bologna, Ancona, Arcevia e Val di Fiastra, il gruppo ha individuato i luoghi da trattare, diciassette in tutto, e li ha divisi in tre aree geografiche.

In questo caso, vista l’estensione del territorio, non esiste un percorso che unisce le diverse «tappe», ma per ognuna di esse viene suggerito un itinerario, da consultare su una mappa online. Con un lavoro di scrittura collettiva, ispirato alla scuola di Barbiana, è stata composta l’introduzione a più mani Aprire porte, coltivare incontri. Una novità, rispetto alla collana, è un vademecum di «Piccole raccomandazioni nonturistiche», compilato dalla redazione di comunità.

Solea, la biblioteca sul crinale.

Come ricerca preliminare alla stesura della guida, Brenda Benaglia ed Eleonora Adorni hanno condotto numerose interviste con persone che vivono, o lavorano, nelle terre del Reno, del Setta e del Sambro: guide ambientali, artiste, attivisti, geografe, agricoltori, teatranti, educatori. Non solo, com’è di moda dire, gente che «ha scelto l’Appennino». Perché abitare in un determinato luogo non è sempre una scelta. C’è chi capita, chi deve restare, chi arriva sulla spinta di forze sovrastanti.

Le due antropologhe hanno posto domande sui problemi del territorio, sulla mobilità e sull’istruzione, sulla comunità e sulla solitudine, sui rapporti con Bologna e tra le diverse vallate. Dalle trascrizioni di quegli incontri, Wu Ming 2 ha ricavato un firmamento di frasi e le ha suddivise in sette costellazioni, «sette verbi per la montagna», accompagnandole con un testo breve. Il tutto è diventato un opuscolo digitale, allegato alla guida attraverso un QR code.

Per concludere, vi proponiamo il brano realtivo al verbo «faticare». La guida verrà presentata questa settimana con quattro diverse iniziative. I dettagli sono nel nostro calendario.

Faticare

Non sorprende trovare la fatica tra gli ingredienti della vita in Appennino. Montagna vuol dire sforzo, anche nelle metafore più comuni: «una montagna da scalare», «un inizio in salita».

Al contempo, è anche un simbolo riconosciuto di libertà: un territorio che si sottrae al controllo, che non si lascia addomesticare. Eppure, fatica e libertà sembrano l’una il contrario dell’altra.

Si dice ad esempio che gli elettrodomestici ci hanno liberato da molte incombenze, e parliamo di «tempo libero» quando possiamo riposarci, o magari dedicarci a un’attività stancante, come lo sport, ma di nostra scelta, che non ci viene imposta dalle esigenze della vita, biologiche o sociali.

Con quest’idea in testa, molti esseri umani si sentono liberi se possono prescindere dalle necessità materiali e dal fardello dei rapporti con gli altri, che comportano fastidiosi conflitti, decisioni da prendere insieme, lungaggini e scambi di microbi. Emanciparsi dal sudore e dalla politica, potendo scegliere tra cinquanta tipi di yogurt, è il sogno tecnocratico di molte persone, e pazienza se il contraltare è la crisi climatica, lo spionaggio di massa, il ritorno della schiavitù e la distruzione del Pianeta. Gli eletti vivranno su Marte coi loro corpi astratti e senza età.

L’Appennino, al contrario, sembra il luogo più adatto per coltivare una libertà di tutt’altra natura. Quella che suggerisce di cavarsela insieme, di unire le forze, di riconciliarsi con la Terra, di rinsaldare la dipendenza da ciò che abbiamo intorno, invece di fuggirla: nel tentativo, faticoso, di sognare altrimenti.

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