Come anfibi in un torrente di montagna. Una scorribanda a partire da Mensaleri.

[Dopo la lettura di Mensaleri e dei sei dispacci pubblicati su Giap, in vista dell’incontro che ha organizzato a Isola del Liri (FR), Lorenzo Teodonio ci ha spedito questo testo, una vera e propria scorribanda tra carta e cartiere, villaggi e lotte operaie, libri scritti e memorie orali, epoche antiche e più recenti, scarponi e animali anfibi.]

di Lorenzo Teodonio*

Noialtri, che conosciamo bene la Resistenza, sappiamo quanto e cosa significhi la «strada dei monti» per «chi non vuole chinare la testa». In questo blog si è parlato tanto di montagna, del suo uso e del suo abuso: dalle Terre alte vogliamo partire per raccontare di quando non evocavano soltanto turismo, spopolamento e piste da sci, ma anche industrie, conflitti e idee rivoluzionarie, come la carta.

Il papiro e l’Appennino

Prima della carta, l’umanità ha utilizzato vari materiali come supporto scrittorio: dall’argilla alla pergamena, passando per il papiro. Dal suo nome discendono le parole paper, papel, papier.

Il papiro, come la carta, è a base di cellulosa e viene prodotto da una pianta specifica, il Cyperus papyrus. Nell’antico Egitto lo si usava fin dal quarto millennio a.C., e da lì si diffuse nel bacino del Mediterraneo, laddove esistevano le  condizioni climatiche necessarie alla sua crescita, come ad esempio a Siracusa.

La pergamena, invece, è prodotta dalla pelle di animali allevati in loco (capra, vitello, pecora o antilope, per dire, in Etiopia). La sua produzione è un processo laborioso: immersione delle pelli in una soluzione di calce, raschiatura per rimuovere i tessuti in eccesso ed essiccamento sotto tensione. Tutte queste fasi lavorative rendono la pergamena un materiale molto costoso e altamente instabile.

La carta è stata inventata in Cina nel II secolo d.C. Attraverso la Via della Seta, la sua tecnologia ha raggiunto l’Occidente nel Medioevo. In Spagna la produzione iniziò intorno al 1150 grazie alle cartiere arabe, che seguivano il loro metodo tradizionale. Questo processo, però, era sensibile al clima: le temperature fredde del centro-nord della Spagna e dell’Italia provocavano la fermentazione dell’amido, degradando i fogli.

Furono sempre gli arabi che portarono la carta ad Amalfi. Lunga e tutto sommato “da campanile” è la disputa sulla Prima Cartiera in Italia. Nel 1283, a Fabriano, è documentata la realizzazione della prima carta col nuovo metodo, adatto a tutte le latitudini, che si diffuse poi rapidamente in Italia e in Europa.

La carta di Fabriano si avvale di tecniche mutuate da industrie preesistenti, come l’oreficeria e la manifattura della lana e della pergamena. Le innovazioni più importanti sono tre: la filigrana (una sorta di logo commerciale), ripresa dalla metallurgia (il toponimo «Fabriano» probabilmente deriva da «fabbro»); la collatura con gelatina per far aderire l’inchiostro al foglio (in sintesi la carta è immersa in un «brodo» di carne); la stabilizzazione e sbiancamento con calce, tipici dell’industria della lana e della pergamena.

Fabriano è in un’area montuosa, con grande disponibilità di acqua, essenziale per muovere le ruote degli opifici. Una posizione strategica, non lontana dal mare, e lungo una via commerciale, la cosiddetta “via della lana” (ne esiste chiaramente una versione turistica) che collegava la dorsale appenninica. Alla sua estremità settentrionale si trova Bologna, la città con l’ateneo più antico d’Europa, fondato nel 1088. Questo generava (tuttora?) una forte domanda di carta per le lezioni. Non è un caso che qui fu emanata la prima regola sul formato della carta, con la celebre «Lapide della Società degli Speziali».

Nella storia di Fabriano si intravede, in sostanza, quell’umanesimo tumultuoso e working class (i Ciompi, per dire) che, nel tardo Medioevo italiano, innovò istituzioni, arte e fabbriche come non mai.

Carta, acqua…

Relazione ambigua e intima, quella fra carta e acqua. Non solo perché i macchinari ne richiedono la forza motrice, ma perché la carta stessa è ottenuta «impastando» acqua e polimeri (la cellulosa, che veniva estratta dagli stracci e/o dalle piante, e oggi la lignina, per lo più di provenienza arborea). La carta, inoltre, è un materiale igroscopico: interagendo con l’atmosfera, assorbe e rilascia il proprio contenuto d’acqua.

È celebre la frase attribuita a Paul Valéry sui libri che «hanno gli stessi nemici dell’uomo: il fuoco, l’umidità, il tempo e il proprio contenuto». Già solo se poniamo un giornale al sole, la pagina diventa fragile e “infeltrita” (d’altronde, si fanno così i panni in feltro). Ancora oggi, quindi, le cartiere nascono vicino ai fiumi.

All’inizio del millennio, i governi di Argentina e Uruguay ingaggiarono una disputa tremenda sulle cartiere sorta vicino al fiume Uruguay, che delimita il confine tra i due paesi. Nel 2003, il governo uruguaiano autorizzò la spagnola ENCE e la finlandese Botnia a costruire cartiere, nonostante il Trattato del fiume Uruguay del 1975. Intorno al paese argentino di Gualeguaychú (a 35 km dalla riva straniera) è nata quindi una protesta per il rischio legato all’inquinamento e agli scarichi tossici.

Nel 2006, l’Argentina ha denunciato la questione alla Corte Internazionale di Giustizia (ICG) de L’Aja, chiedendo di fermare i lavori. La mediazione spagnola è fallita, ma la Botnia ha portato a termine l’opera e la cartiera è entrata in funzione nel novembre 2007. I presidenti Cristina Fernández de Kirchner e José Mujica hanno creato una Commissione Amministrativa del Río Uruguay (CARU) per monitorare il fiume ed evitare ulteriori frizioni.

… e fuoco.

L’altro corno, il fuoco, sembra pure un elemento perturbante: dalla biblioclastia di ieri e di oggi, al cosiddetto “incendio lento”, per cui i libri tendono a degradare ossidandosi nell’interazione con l’ambiente (i cosiddetti «libri ingialliti»). Senza contare poi che la combustione della carta può essere fonte di diossine. Non è un caso che i detrattori dell’(ingiustamente) celebrato termovalorizzatore di Copenhagen puntino il dito anche sulla carta, utilizzata «perché ecologica».

Eppure, la carta sta lì; resiste al tempo se ben conservata e continua a parlarci, nonostante intelligenze artificiali e inchiostri digitali. Per questo, sovente e felici, frequentiamo biblioteche e archivi, talvolta registriamo voci, camminiamo nella contemporaneità con i sensi ben rivolti al passato.

Memoria di carta

Da sempre o quasi, – dal mitico registratore Butoba di New Thing, – la produzione wuminghiana richiama l’inchiesta operaia: anche Mensaleri non sfugge. La voce dei subalterni è trasformata per fini estetici, mantenendo sempre la barra del conflitto, la rotta della rivolta.

In quest’ultimo romanzo la cartiera diventa lo sfondo di un ecosistema che viene piegato alla fabbrica, e la vita e il lavoro degli operai sono sussunti dal padrone. La faustiana propensione del Capitale che tutto inghiotte, la fantomatica Entità varie volte presente nella produzione del collettivo, è qui incarnata dall’imprenditore paternalista Nazzaro Mensa. Un padrone che ci ricorda quel Carlo Lefebvre, industriale francese, che fece fortuna con la carta, sulle rive del Liri, a partire dal 1822 ,o i due industriali svizzeri, August Abegg ed Emilio Wild, che aprirono il cotonificio Val di Susa nel 1906.

Queste storie le abbiamo apprese in libri e autori che, in qualche modo, provengono sempre dal filone dell’inchiesta operaia: Quando c’era la classe operaia, storie di vita e di lotte al Cotonificio Val di Susa di Aris AccorneroBiografia di una classe operaia: i cartai della Valle del Liri (1824-1954) di Alfredo Martini; Biografia di una città. Storia e racconto: Terni 1830 – 1985 (con i “sequel”: La città dell’acciaio e Dal rosso al nero. La svolta a destra di una città operaia) di Alessandro Portelli. Libri nei quali leggere la contemporaneità, con il capitale che inseguiva/insegue territori con grande disponibilità di acqua (il Liri, il Nera, la Dora Riparia), mano d’opera a basso prezzo e poca coscienza di classe (con la nascita dei «metalmezzadri», destinati a un’alternanza fra fabbrica e lavori agricoli di autosostentamento).

C’è tutta una pletora di imprenditori che hanno agito così, con un finale abbastanza scontato: il capitalismo familiare italiano finisce sempre con uno scriteriato erede. Dall’immaginario Riniero Mensa, che cerca una fonte di guadagno nell’ex-cartiera, al reale erede dei Riva (i proprietari, dopo gli svizzeri, del Cotonificio Val di Susa), immortalato per sempre nella fuga dalle parole di Rino Gaetano: «chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo». Non è forse di questi giorni la satira – mal posta, a essere sinceri – contro l’Uomo Più Ricco d’Italia che non sa parlare?

Il Liri 

Isola del Liri è un bellissimo paese del Lazio meridionale, nel pre-Appennino. Lì, appunto, nel Regno di Napoli, Lefebvre rileva e rilancia due cartiere. In breve diventeranno talmente importanti da trasformare Isola in una “company town”, con tanto di villaggio operaio, sirena che scandisce la vita di tutti e, per fortuna, lotta di classe.

Il Liri nasce in Abruzzo, a pochi chilometri da Villa San Sebastiano (frazione di Tagliacozzo) in quella Marsica dove, fuori tempo massimo, apparve una cartiera. A parlarne è un altro operaista, Mario Miegge, nel numero 6 dei celebri Quaderni Rossi. Mieggi insegnava filosofia al liceo di Avezzano e da valdese, era entrato in contatto probabilmente con l’enclave protestante di Villa San Sebastiano.

Qui, pochi anni prima, durante il fascismo, il vescovo di Avezzano, Pio Marcello Bagnoli, aveva rimosso dalla parrocchia padre Bernardino Mastroianni, un prete di Campoli Appennino, molto amato per il suo stile informale e diretto. Gli abitanti di Villa insorsero, aderendo, di fatto, al metodismo a partire dal 1931. Questa piccola eresia, attiva tutt’oggi, ha caratterizzato il paese come luogo di ribellione.

Alessandro Torlonia, principe del Fucino

Il Fucino (parte integrante della Marsica) è sempre stata un feudo dei Torlonia: «mai toccato la terra, neppure per svago, e di terra ne possiedono adesso estensioni sterminate, un pingue regno di molte diecine di migliaia di ettari» (li descrive così Ignazio Silone nel più marsicano dei libri, Fontamara).

Nel 1960, i Torlonia decidono di costruire una cartiera attraverso la SIL (Società Idroelettrica Liri), modificando anche l’agricoltura con la messa a dimora di migliaia di pioppi. Ma i tempi non sono più quelli di Lefebvre, gli operai si dimostrano subito combattivi e, fra il 1961 e il 1964, ci saranno 51 scioperi: non più mansueti contadini ma rude razza pagana.

Che era successo nel mentre? Erano “esplosi” gli anni Sessanta: a partire da quel decennio, – fra la Milano degli elettromeccanici e la Genova dei ragazzi con le magliette a strisce, –  l’Italia sarà investita da un ventennio costituzionale che produsse i grandi frutti (scuola pubblica, sanità pubblica, treni economici…) di cui oggi sentiamo la mancanza (scuola militarizzata, sanità privata, treni distruttivi…). Furono anni di conflitto operaio molto intenso e duro. Con un paradosso, evidenziato da Sergio Bologna: la FIAT uscirà da quel conflitto con la migliore auto d’Europa (nel 1984 la Uno conquista il continente). Nei quarant’anni successivi, invece, con la pax operaia, il conflitto demonizzato, la schiacciante vittoria padronale, si compirà per la FIAT un cammino triste, soltario y final.

Memoria operaia

Ecco, il conflitto. Punto dolente e urgente dell’oggi. A cominciare dalla domanda di fondo di Mensaleri: come riattivarlo? La comitiva dello Scleri e il teatro sociocosmico diventano una promessa di lotta. Non già una lotta operaia strictu sensu ma un lavoro sull’immaginario che oggi pare ancora più utile di ieri: finché la fabbrica (e il suo villaggio) era al centro della scena tutto era possibile; oggi, il palcoscenico va ricostruito e proprio perché tutto sembra impossibile, ci dobbiamo provare.

Questo fa il libro, trascinando noi lettori lungo la Leri, attivamente e coscientemente anfibi. Non solo perché, come tributo alle sottoculture inglesi, quei boots li indossiamo; ma anche perché Wu Ming 1 parla di Uomini pesce e Simona Baldanzi si auspica il ritorno delle rane: la (lotta di) classe degli anfibi è forse un’appartenenza da coltivare? Dobbiamo sicuramente frequentare acqua e terra e avere consapevolezza che, proprio perché gli anfibi sono la classe più vulnerabile ai cambiamenti climatici, maggiore dev’essere la nostra capacità di resistere e di costruire.

 

*Lorenzo Teodonio, con Carlo Costa, è autore del libro Razza Partigiana. Storia di Giorgio Marincola (1923 – 1945). Insieme a Mario Tronti ha curato Per un atlante della memoria operaia (DeriveApprodi, 2023). Insegnante, fisico di formazione, oltre che della storia del Novecento, si è occupato di archivi, libri antichi e conservazione della carta.

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