È in libreria da poche settimane, frutto di una ricerca che ha coinvolto le università di Bologna, Padova e Milano Bicocca. Un’indagine sulla camminata urbana come pratica culturale, performativa e conoscitiva. I tre atenei hanno preso parte al progetto ciascuno secondo un approccio diverso: letterario, geografico e sociologico. Da novembre 2023 a febbraio 2026 si sono tenuti incontri, seminari, una mostra e soprattutto vari «laboratori intineranti», aperti a chiunque.
A Bologna, insieme a Wu Ming 2, tre piccoli gruppi di una ventina di persone hanno esplorato a piedi i fantasmi liquidi della città: il canale Navile e i torrenti Sàvena e Ravone. Quindi li hanno raccontati, a più mani, in tre domeniche di scrittura collettiva, discussioni e caffè bollente.
I testi così prodotti costituiscono la prima sezione del volume Passi Urbani. Vademecum per chi cammina in città. Le pagine contengono anche fotografie e grafiche, con l’introduzione di Filippo Milani e Giulia Molinarolo, oltre a quella di Wu Ming 2, che vi proponiamo più sotto.
La seconda sezione si concentra sul rapporto tra arti visive e territorio, con particolare attenzione al disegno e un bellissimo «urban comic» di Tânia A. Cardoso e Giada Peterle.
La terza, infine, si occupa di percorsi «non turistici», a caccia di suoni e di piante, e dell’accessibilità pedonale di parchi, quartieri, luoghi di studio e di lavoro.
Le tre parti si chiudono tutte con un vademecum di suggerimenti pratici per rendere le esperienze ripetibili anche in altri contesti.
Fantasmi liquidi
di Wu Ming 2
A differenza di città come Torino e Roma, Bologna non è cresciuta sulle sponde di un fiume, e i principali corsi d’acqua del territorio comunale si trovano fuori dal centro storico, a qualche chilometro di distanza: il Reno, verso occidente, e il Sàvena, verso il mare. Entrambi, però, scorrono dentro le mura in forma di canali, con diversi bracci e diverticoli, che s’intrecciano ai brevi torrenti in arrivo dai colli: Àposa, Ravone, Meloncello, Vallescura.
In gran parte, questa rete idrografica si trova ormai sottoterra, tombata, o ridotta a piccoli scorci pittoreschi. L’esistenza di quell’acqua è nota, se ne conosce l’antico impiego per i mulini da seta, e si cita con orgoglio la battaglia navale vinta contro Venezia, quando la città aveva una flotta e un porto, che ancora sopravvive nel nome di una via. Eppure, al di là di questo sapere aneddotico, tante persone che vivono a Bologna non sanno identificare questi fantasmi liquidi, non li hanno mai percorsi nei loro tragitti, non s’interessano a come vengono trattati, non ne avvertono la presenza.
Per questo, le recenti esondazioni del Sàvena, dell’Àposa, del canale di Reno e del Ravone non sono state soltanto un evento inatteso, scatenato dalla crisi climatica e dallo scempio del territorio. Nella loro drammatica evidenza hanno anche rappresentato un ritorno del rimosso. Acque «rimosse» perché dimenticate, messe da parte, e «rimosse» in senso freudiano, in quanto ritenute sporche, inadatte allo sviluppo di una città moderna, poco più che fognature di cui vergognarsi, da coprire con un cemento che sa di censura.
D’altronde, anche nelle città italiane dove l’acqua dolce è in bella vista, ci si limita per lo più a contemplarla, ad averne un’esperienza retinica, distante. L’Arno è un elemento irrinunciabile nelle cartoline da Firenze, ma molto meno per la vita quotidiana, i trasporti o il lavoro di chi ci abita. Nel tempo libero, poca gente lo frequenta per remare, pescare o tuffarsi.
Diamo per scontato che un fiume urbano sia un morto che cammina, pieno di schifezze, meglio stare alla larga. Guardiamo storto chi ci sguazza: ma cosa crede, di essere al mare? Non per niente, la Senna è diventata «balneabile», tra molte virgolette, in occasione dei Giochi olimpici. C’è voluto un grande evento eccezionale, con i suoi finanziamenti e il suo ritorno d’immagine, per restituirle una caratteristica che dovrebbe rientrare nella definizione di «fiume».
Tornando a Bologna, non stupisce che le sue strade liquide permettano di conoscere una città nascosta, marginale, di cuciture fragili e spesso lacerate. Un territorio lasciato a sé stesso, per lunghi tratti, e quindi ricco di varietà e contraddizioni.
Proprio questa sua caratteristica spiega la scelta di raccontarlo con gli strumenti della scrittura collettiva, che amalgamando una pluralità di voci, ben si presta a rappresentare il molteplice.
Nelle pieghe di un ambiente consueto, le percezioni sono più omologate, perché seguono un canone al quale attenersi, sulla base di esperienze pregresse, dirette o mediate.
In riva a un mare un burrasca, persone diverse si soffermeranno su dettagli simili e coglieranno le medesime tonalità emotive. La provenienza, l’educazione, la cultura e il lavoro possono introdurre differenze significative, ma l’uniformità delle risposte sarà comunque molto più marcata rispetto a un ambiente insolito, dove i soggetti sono presi alla sprovvista e non hanno un’idea chiara di cosa dovrebbero notare. In quest’ultimo caso, un unico testo collaborativo, composto a partire da osservazioni individuali, ha il pregio di rispecchiare la trama di un paesaggio che tiene assieme elementi incongrui, fantasmi liquidi e luoghi trascurati, senza attenersi a un piano prestabilito.
La descrizione collettiva della camminata, a poche ore dalla sua conclusione, permette di rilevare e condividere sensazioni comuni, intersoggettive, a riprova che lo spazio vissuto non è popolato soltanto da oggetti, con i loro significati, ma anche da atmosfere, che esistono pur non essendo «cose», e influenzano chi le respira, a prescindere dalla sua capacità di riconoscerle.
Ci si rende conto allora che il paesaggio, fuor di metafora, non può essere considerato un testo, da interpretare e tradurre in parole. Anzitutto, perché un testo si legge, restandone fuori, mentre in un paesaggio si deve entrare, bisogna abitarlo. Solo così possiamo comprenderlo, come quando diciamo di capire una persona perché l’abbiamo frequentata, e sebbene ci possa capitare di paragonarla a «un libro aperto», sappiamo che nell’amicizia l’intimità non si penetra con un atto intellettuale. Allo stesso modo, le presenze che s’incontrano lungo un sentiero, non sono come segni su una pagina, da decifrare con l’aiuto di un codice, ma il loro significato emerge perché entriamo in relazione con esse, ed altri lo fecero prima di noi, che sia ieri o molti secoli addietro.
Se dunque non è «leggendo» il paesaggio che possiamo «tradurlo» nella nostra lingua, ma è nell’abitarlo che si rivelano i suoi segreti, ancora una volta si dimostra il valore di percorrerlo con più piedi, per poi raccontarlo a più mani. Abitare, camminare in gruppo e scrivere insieme hanno un comune denominatore di lentezza e socialità.
>Lento è il viaggio statico per sentirsi a casa in un posto; lenta è l’andatura di venticinque paia di gambe; lenta infine è «la nascita del noi attraverso la scrittura».
È questo il titolo di un breve opuscolo, ormai introvabile, pubblicato a Torino in un anno imprecisato, dal Centro studi e documentazione sui problemi della pace, dello sviluppo e della partecipazione. Contiene la traduzione italiana di un estratto dal volume di José Luis Corzo Toral, La escritura colectiva. Teoría y práctica de la escuela de Barbiana (Madrid, 1983). In quelle sedici paginette, Toral illustra il metodo, – o meglio: la pratica, – che portò gli alunni della scuola di Barbiana a pubblicare la famosa Lettera a una professoressa (Firenze, 1967), sotto la guida di don Lorenzo Milani. Con piccoli aggiustamenti, e l’uso di programmi per la video scrittura, è seguendo lo stesso percorso che sono stati composti i resoconti delle escursioni sul Navile, sul Ravone e sul Savena.
Nella prima fase, la condivisione di tre frasi a testa, affidate a singoli foglietti anonimi; quindi la lettura di tutti i «pizzini» ad alta voce e la loro suddivisione per nuclei tematici; a seguire, il lavoro in piccoli gruppi per dare alle frasi così riunite la forma di un paragrafo coerente; fatto questo, i paragrafi vengono affidati, per una prima revisione, a un gruppo diverso da quello che li ha redatti; infine, dopo aver discusso insieme i risultati, si stabilisce l’ordine dei paragrafi e di nuovo li si rielabora, nei gruppi ristretti, a blocchi di tre o quattro. Riletto il tutto, l’ultima fase avviene su un documento condiviso, commentato e modificato in Rete, finché non ci si trova d’accordo su ogni virgola e su ogni vocabolo.
Gli scritti ottenuti in questo modo possono ricordare le mappe di comunità, ispirate alle Parish maps inglesi, con lo scopo di rappresentare le caratteristiche culturali e materiali di un territorio. Tuttavia, a renderli molto diversi da una mappa, è la presenza di informazioni e osservazioni indessicali, ovvero legate al qui e ora delle persone che hanno vissuto l’esperienza. Una mappa, al contrario, esclude questo genere di contenuti, perché ha lo scopo di ritrarre il territorio proprio a prescindere dalla posizione di un corpo che lo attraversa, dai suoi sentimenti, dalle condizioni atmosferiche o dal fango sotto le suole.
In una mappa, un luogo non è mai a destra o a sinistra di un altro, o a dieci minuti di cammino. E per quanto l’immagine dia l’impressione di riprodurre una visione dall’alto, simile a una fotografia aerea, in realtà il suo scopo è proprio quello di cancellare ogni punto di vista situato. Ovvero il contrario di quanto si propone una scrittura collettiva del paesaggio, che invece moltiplica e sovrappone gli sguardi, gli olfatti, i suoni percepiti, i tagli di luce e gli spettri evocati camminando, in una sorta di seduta spiritica, dove i piedi stanno al posto delle dita, le scarpe sostituiscono la classica tazzina e un sentiero svolge il ruolo del tavolino da medium.
Del resto, se per ascoltare la voce del paesaggio bisogna rallentare e diventarne abitanti, anche solo per una giornata, allora è normale che quella voce, una volta trasferita su carta, non abbia l’aspetto di una topografia.
Chi abita un luogo lo percorre seguendo le sue storie, non le mappe.




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