Favole artificiali a testa in giù. Ribaltare gli stereotipi, raccontare altrimenti.

È disponibile dai primi di novembre, sul sito dell’associazione Eks&Tra, l’ebook «Favole artificiali a testa in giù». Raccoglie i cinque racconti a più mani usciti dalla 11ª edizione del Laboratorio di scrittura collettiva meticcia, animato da Wu Ming 2 all’Università di Bologna.

Lo segnaliamo, in ritardo, perché il volumetto, – ancorché senza volume, – verrà presentato quest’oggi, 20 gennaio, alle ore 18, presso la libreria Modo Infoshop di Bologna, insieme alle persone che lo hanno scritto, a Filippo Milani, che segue il progetto per l’UniBo, e a Fulvio Pezzarossa, che quasi vent’anni fa ebbe l’idea di un laboratorio “universitario”, gratuito, aperto a tutta la cittadinanza, con particolare attenzione a richiedenti asilo, migranti e persone di origine straniera. Partito come palestra di scrittura individuale, con l’arrivo di Wu Ming 2 si è trasformato in un’esperienza di collaborazione narrativa.

Lo segnaliamo, anche, perché fino al 31 gennaio sono aperte le iscrizioni alla 12ª edizione del laboratorio, che partirà il 16 febbraio. I posti sono limitati, per ragioni di spazio e di convivialità. Per partecipare occorre inviare un “curriculum” (dove si tratta più che altro di illustrare le proprie motivazioni e aspettative).

Lo segnaliamo, infine, perché i racconti dello scorso anno sono nati in contrasto con le produzioni narrative di ChatGPT e dei Large Language Model, che sono al centro della discussione in corso da alcuni giorni su Giap.

L’introduzione di Wu Ming 2 all’ebook, che pubblichiamo qui di seguito, racconta in che modo l’intelligenza collettiva ha replicato a quella artificiale.

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La scrittura conviviale di un racconto collettivo, con tre mesi di tempo e una decina di incontri a disposizione, ha bisogno di muovere da uno spunto iniziale, già predefinito. Partire da zero, come si dice, richiederebbe un impegno più lungo.

Per l’undicesima edizione del nostro laboratorio siamo partiti da cinque testi prodotti con la cosiddetta «Intelligenza Artificiale», ovvero con il software ChatGPT, sviluppato per conversare in linguaggio naturale con un essere umano e rispondere alle sue domande. Abbiamo dato istruzioni perché sfornasse sei novelle, da cinquemila caratteri, sui temi che ogni anno affrontiamo nei nostri esperimenti narrativi a più mani: il razzismo, le migrazioni, i presunti «scontri di civiltà» e la retorica che ammanta questi fenomeni.

L’esito non ha tradito le aspettative. In pochi secondi, abbiamo ottenuto sei storie brevi, in italiano corretto, con una struttura semplice e rispettosa dei canoni, infarcite di aggettivi e metafore banali, oltre a una sequela di stereotipi e pregiudizi.

Proprio su questi intendevamo esercitarci per provare a raccontare altrimenti, a rovesciare le prospettive di un modello linguistico che non rispecchia soltanto la sintassi, ma anche l’ideologia diffusa nell’archivio che lo nutre, mescolandola con la melassa di chi lo ha programmato per evitare brutte figure e restare nel solco della correttezza (politica, narrativa, ontologica…).

Scrivi un racconto di cinquemila battute sull’immigrazione di uno straniero in Italia.

Questo il contenuto della nostra prima richiesta. Risultato: il protagonista è un profugo siriano, Ahmed. Vive in un centro di accoglienza, «tra mille incertezze». Un giorno si fa coraggio e trova lavoro come cameriere. Fa amicizia con i colleghi, «un mix di italiani e stranieri». Si rende conto che «l’Italia, con tutta la sua storia e i suoi contrasti, gli offriva una possibilità. E così, giorno dopo giorno, passo dopo passo, Ahmed si integrò in una nuova vita. Non divenne mai italiano, almeno non nel senso più stretto della parola, ma in qualche modo trovò la sua strada.»
Alla domanda suppletiva di dare un titolo all’opera, ChatGPT ha snocciolato tre parole: «Un nuovo inizio».

Nella seconda istruzione, abbiamo descritto una vicenda più specifica, già di per sé un cliché, per vedere fino a che punto l’autore artificiale avrebbe seguito l’intreccio più scontato.

Scrivi un racconto di cinquemila caratteri su un immigrato straniero che viene espulso dall’Italia.

Abbiamo così letto di Samir (di nuovo un nome di origine araba), un ragazzo «sempre sorridente», algerino, appena ventenne, «con sogni di un futuro migliore». L’Italia «gli ha dato un rifugio» e un lavoro, manco a dirlo, nella ristorazione: «una piccola pizzeria di Trastevere, in uno degli angoli più vivaci di Roma». Ma Samir ha il permesso di soggiorno scaduto, la polizia lo ferma per un controllo, viene arrestato e rimpatriato. Sul volo per Algeri, «mentre il sole sorgeva all’orizzonte», sogna però di poter tornare, un giorno, «non come straniero, ma come uno che avesse trovato finalmente il suo posto nel mondo.» Titolo: «Il ritorno forzato».

Giunti alla terza prova, abbiamo eliminato ogni riferimento al genere dei personaggi, cercando anche di non determinare la scelta del/la protagonista.

Scrivi un racconto di 5000 caratteri che contenga una vicenda di immigrazione in Italia, dove una persona è sorpresa a rubare.

Ancora una volta, ci siamo trovati di fronte a un giovane uomo, con un nome di origine araba (Omar). Arrivato in Italia da tre mesi, «attraversando il Mediterraneo su un barcone sovraccarico», nonostante gli sforzi per sistemarsi «si ritrovava a vagare per la città con lo stomaco vuoto e poche speranze». Inutile dire che è lui a rubare: un pezzo di pane dal negozio di un fornaio, che invece di denunciarlo gli offre lavoro. Così Omar si mette in regola, impara il mestiere e serve i clienti con l’immancabile sorriso, sempre ricordando «il gesto di un uomo buono che gli aveva cambiato la vita». Della serie: Italiani brava gente.

A questo punto, è facile sospettare cosa abbiamo ottenuto chiedendo di scrivere «un racconto di 5000 battute che contenga una storia di immigrazione, nel quale una persona muore». La storia di Amadou, immancabilmente giovane, venticinquenne, senegalese. Conosce Leila, siriana, in Libia: «in un campo di detenzione dove i trafficanti di uomini trattavano i migranti come merce». Con buona pace dei reali percorsi migratori tra la Siria e l’Italia, i due finiscono su un peschereccio e naufragano al largo di Lampedusa. Amadou non riesce a salvare Leila, che muore, da brava comprimaria. Lui invece viene soccorso, e solo dopo molti mesi, guardando un bambino giocare, si convince che «un nuovo inizio era ancora possibile».

Non è andata meglio con l’invito a raccontare «nello stile di Italo Calvino, un episodio di razzismo ambientato in Italia.» Al di là dell’ambientazione, «un giardino che pareva uscito da una fiaba», l’esempio del grande scrittore non ha generato particolari novità. D’altra parte, quale sarebbe lo stile di Calvino? Quello del Sentiero dei nidi di ragno? Del Barone rampante? Di Ti con zero?

ChatGPT, lungi dal contestare la richiesta, ha sfornato il personaggio di Youssouf, «un giovane di origini senegalesi», che ama leggere su una panchina sotto gli alberi. Due ragazzi lo approcciano in malo modo («Guarda chi c’è, il nostro amico dall’Africa!») Lui ribatte, loro se ne vanno, un vecchio mormora che gli stranieri cercano sempre «di stare sopra di noi». Fine del razzismo, mentre Youssouf contempla il giardino «come una promessa segreta che nessun odio avrebbe mai potuto cancellare».

Anche lo «stile di Stefano Benni», nell’ultimo racconto, si è dimostrato inarrivabile per ChatGPT, al di là di qualche dettaglio comico e di un protagonista dal cognome bislacco: «il signor Bellagamba».

La nostra richiesta, in questo caso, prescriveva in maniera esplicita «una vicenda di immigrazione italiana», auspicando di evitare «gli stereotipi nei quali cadono di solito le narrazioni di questo genere.»

Niente Ahmed o Samir, quindi, ma non per scelta dell’Intelligenza Artificiale, che altrimenti avrebbe continuato a proporre giovani maschi soli, con lavori precari, e origini tra l’Africa e l’Asia occidentale.

Bellagamba, immigrato in Argentina nel Dopoguerra, rientra dopo decenni al suo paese natale. Trova tutto cambiato, la casa di famiglia è in vendita. Sentendosi «esule nella sua stessa patria» vaga per il borgo, tra una locanda vegana (orrore!) e il macellaio convertito agli hamburger di soia. Finché, seguendo «il profumo di sugo al basilico che si spandeva nell’aria», arriva in una piccola trattoria, frequentata da «persone di ogni colore e nazionalità». Tra le quali, immancabile, «un ragazzo del Senegal che raccontava barzellette a un muratore di Palermo». Affondando il cucchiaio (?) nella pasta, Bellagamba sente «il sapore di casa», e decide che, «dopo tutto, era bello essere tornati»: «in un luogo piccolo, caldo e pieno di storie». Alla faccia degli stereotipi da evitare.

Lette, non senza fatica, le sei «fiabe artificiali» durante il primo incontro del laboratorio, i gruppi di scrittura si sono formati scegliendo lo spunto su cui lavorare, per metterlo «a testa in giù», ribaltato e modificato a piacere, con la forza di un’intelligenza viva e collettiva. In tutto ne sono usciti cinque racconti: a chi li leggerà, il compito di scoprire gli abbinamenti tra le prove di ChatGPT e il loro rovesciamento narrativo.

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