di Wu Ming 1
[Versione integrale dell’intervento al convegno «Le Terre di Mezzo. Dalla valle del Mezzano alla valle Falce: scenari futuri di progettazione», Comacchio, 2 febbraio 2026, Giornata mondiale delle zone umide.]
Con il termine «bonifica» si intendono processi molto diversi tra loro, quando non antitetici. Usare lo stesso termine per quel che si faceva in epoche premoderne e preindustriali e quel che invece si è fatto in epoca capitalistica può essere fuorviante.
Per secoli il «governo delle acque» non implicò il prosciugamento completo delle zone umide. Gli obiettivi erano contenere i corsi d’acqua nei loro alvei, facilitare lo scolo delle acque dai terreni coltivati, e mantenere un equilibrio tra i coltivi, il bosco e la palude, perché all’agricoltura si integravano la raccolta, la caccia e la pesca.
«Bonifica», aggettivo sostantivato derivante da bonum facere, è termine che implica già una valutazione positiva. Chi «bonifica» fa il bene, ovvero rende buono un territorio che prima era cattivo. L’uso del termine ha facilitato il formarsi di una mitologia della Bonifica che poco ha a che fare con la storia reale di quei processi e delle loro conseguenze.
Adottando un nome più laico e più neutro, forse sarà meno arduo discuterne in modo critico. Per questo, nel riferirmi alle cosiddette «bonifiche» di età moderna e poi tout court capitalistiche – quelle meccaniche del XIX e del XX secolo – userò il termine «prosciugamenti».

La parte ferrarese del Delta padano prima dei grandi prosciugamenti. Bordate di azzurro, le valli di acqua salmastra; in grigio le valli di acqua dolce. Da una mappa austriaca dello Stato Pontificio e della Toscana, realizzata nel 1841-1843 sotto la direzione del Maggiore Ladislaus Nagy de Alsó-Szopor. La freccia indica valle Volta, di cui stiamo per occuparci.
La narrazione apologetica della Bonifica del Delta padano è linearmente progressiva, ma le fonti storiche ci parlano di un andamento ben più accidentato, fatto di false partenze, errori da emendare di continuo, disastri che a più riprese invalidarono tutto, e in ultima conclamati fallimenti, come quello rappresentato dal Mezzano.
All’imprescindibile lavoro di ripristino di zone umide e paesaggi anfibi deve accompagnarsi un altrettanto imprescindibile lavoro di ripensamento della storia dei prosciugamenti, di decostruzione dei miti della «Bonifica» e di nuova narrazione del territorio.
Assalto ai beni comuni: valle Volta (1874-1880)
Nei primi anni Settanta dell’Ottocento la neonata Società per la Bonifica dei Terreni Ferraresi (SBTF) acquisì in breve tempo oltre 21mila ettari di terre, comprandole sottomercato, ma anche ottenendole gratis dalle amministrazioni locali. È il caso di diverse zone umide che dal medioevo appartenevano alle comunità locali, che potevano liberamente usufruirne. La SBTF concluse affari del genere nel copparese e nei pressi di Codigoro e Mesola, pagando dalle 40 alle 60 lire a ettaro in un’epoca in cui il prezzo di mercato per terreni mediamente produttivi era 500. Talvolta, come si diceva, riuscì a farsi cedere i terreni gratis, in cambio di promesse di valorizzazione, sviluppo, circolazione di ricchezza nel territorio, eccetera.
Quella prima incarnazione della SBTF fallì in poco tempo, già nel 1882 fu messa in liquidazione, ma presto sarebbe rinata, e mutatis mutandis esiste ancora oggi, col nome di Bonifiche Ferraresi S.p.a. È la prima azienda agricola in Italia, con più di 7700 ettari coltivati, di cui circa il 60% nel basso ferrarese, nel comune di Jolanda di Savoia.

Dalla mappa precedente: la differenza tra valli d’acqua dolce e valli d’acqua salmastra. Ingrandendo, si vede che il grigio di valle Volta e delle valli contigue più a nord – anch’esse oggi scomparse – è in realtà una distesa di canne palustri.
La vicenda su cui voglio soffermarmi non riguarda però SBTF, ma un altro proprietario terriero dell’epoca, l’ingegnere mantovano Girolamo Chizzolini, a cui sono intitolate varie vie nella nostra provincia. È la storia del prosciugamento di valle Volta – «la Volta», 1756 ettari di zona umida a est di Massa Fiscaglia – e della lotta che cercò di impedirlo.
Lotta che fu dimenticata per quasi cent’anni, finché lo storico Alessandro Roveri non ne ritrovò tracce in archivio, e la raccontò, seppure per sommi capi, nel suo libro Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo: capitalismo agrario e socialismo nel Ferrarese, 1870-1920 (la Nuova Italia, 1972).
Dal 1219, anno degli Statuti terrae Massae novae Phiscaliae, la popolazione della Massa usufruiva della Volta come di un bene comune. La valle forniva risorse a circa duemila comunisti, com’erano chiamati – con felice omonimia – gli usufruttuari. A loro era riconosciuto lo Ius pescandi, lignandi, pascendi, utendi et fruendi: nella valle potevano pescare; raccogliere canna, strame, legname ed erbe officinali; far pascolare le bestie, e altri usi civici.
Nel marzo 1874, assecondando un’operazione speculativa, il Comune mise all’asta la valle, divisa in 23 lotti, a condizioni proibitive per qualunque comunista. Guarda caso, l’asta la vinse colui che l’aveva ideata, il consigliere comunale e proprietario terriero Giuseppe Pavanelli, oggi ricordato come il fondatore dell’odierna Migliarino. Pavanelli comprò tutti i lotti per 50mila lire e subito vendette il contratto d’enfiteusi a un pesce ancora più grosso: Chizzolini, appunto. Quest’ultimo annunciò che avrebbe prosciugato la valle per insediarvi una grande azienda agricola.

Giorgio Turbiglio (1844 – 1918)
I massesi, minacciati nei loro diritti e nella loro sussistenza, cercarono di impedire il prosciugamento e per alcuni anni le provarono tutte. Nel 1875 si rivolsero a Giorgio Turbiglio, avvocato del foro di Ferrara e docente di Diritto penale, che anni dopo divenne deputato per il partito liberale.
Turbiglio si prese a cuore la causa, e per suo tramite i comunisti adirono le vie legali.
I tempi del processo furono lunghi, e nel frattempo i lavori incombevano. La comunità massese si spaccò, dividendosi in due schieramenti dai nomi probabilmente sarcastici: quello dei «paludofili», che difendevano la valle, e quello dei «paludofobi», che ne appoggiavano il prosciugamento in nome del Progresso.
Nell’agosto 1877 più di ottocento comunisti – uomini, donne e bambini – occuparono l’argine Zappelli, per impedirne il taglio, atto d’inizio del prosciugamento. Quella striscia di terra ha una storia affascinante: fu un alveo del Po di Volano, poi per secoli separò la Volta dalla valle che stava più a sud, le Gallare. Oggi è via Corbazza, una strada bianca che corre tra le due ex-valli.
Il 17 agosto carabinieri e guardie di pubblica sicurezza caricarono la popolazione, rompendo teste e spaccando ossa. Io e il mio amico Michele Nani, ricercatore del CNR, crediamo di avere individuato il punto esatto in cui avvenne: di fronte alla possessione nota come il Buriacco. Molti anni dopo, mio bisnonno Ardito Rossi vi avrebbe lavorato come boaro, e là sarebbe nata e cresciuta la mia nonna materna. Oggi non ne resta che un tumulo di sfasciume. Ma questa è un’altra storia, in parte raccontata in un audiodocumentario del collettivo Cumbre – Altre Frequenze, I fantasmi della Bassa.

Ciò che resta del Buriacco. Sulle origini del nome, si legga il saggio di Bruno Pasini Buriacco, toponimo prediale celtico in agro di Massafiscaglia (1994).
L’argine fu tagliato, l’acqua defluì dalla Volta alle Gallare, e con essa quintali di pesce. «Nella Valle Volta», leggo nel rapporto parlamentare del 1871 La pesca in Italia, «si pesca nei mesi di Marzo, Aprile, Maggio, Settembre, Ottobre e Novembre […] Le qualità dei pesci […] sono l’Anguilla, la Tinca, il Luccio, la Gobba, la Scardova e la Rana.»
Dopo il taglio, si misero all’opera le pompe idrauliche, ma la «Bonifica» dovette interrompersi più volte, per via di sabotaggi notturni.
Il tribunale, dal canto suo, diede torto ai comunisti. La sentenza di Cassazione arrivò nel 1879. Secondo i giudici, l’atto del 1219 aveva attribuito la proprietà della Volta non agli abitanti, ma a un insieme – «un’università», accezione del termine oggi desueta – di cittadini che era poi diventata il Comune. La decisione da parte di quest’ultimo di mettere all’asta la valle era dunque legittima. Quella sui commons e sulla differenza tra «pubblico» e «comune» è una contesa di bruciante attualità.
Il prosciugamento ebbe termine. A Chizzolini, tuttavia, occorsero diversi anni prima di poter avviare la tenuta, e ancor più prima di farsi vedere a Massa Fiscaglia. Temeva aggressioni o peggio.

Dalla Gazzetta Ferrarese del 3 dicembre 1875. «Un colpo di rewolver (sic) che lo rese all’istante cadavere.»
Così si consumò il prologo di una nuova era: quella del capitalismo agrario, del formarsi di un nuovo proletariato rurale, di un’esplosione demografica nel ferrarese durata mezzo secolo, del movimento bracciantile e le sue lotte, nel cui ambito proprio i braccianti massesi si sarebbero presto fatti la reputazione di «teste calde». I più radicali di tutti.
E Pavanelli?
Al tempo del prosciugamento era già morto. Si era ucciso il 2 dicembre 1875, sparandosi alla tempia. Anche questa sarebbe una storia da approfondire.
In difesa degli usi civici: valli di Cavarzere e Cona (1853-1861)
Un’altra lotta popolare in difesa di beni comuni e usi civici si era svolta vent’anni prima, oltre Po e appena oltre Adige, nelle valli di Cavarzere e Cona. In Veneto, che all’epoca era ancora parte dell’impero austroungarico, si usava il termine «vagantivo», altro aggettivo sostantivato con cui s’intendeva il diritto di vagare per le valli raccogliendo canna ed erbe, pescando, eccetera.
Qui non posso raccontare nei dettagli questa vicenda, riscoperta alla fine degli anni Settanta dallo storico Piero Brunello, che stava studiando il conflitto sociale nel Veneto austroungarico. Rimando al suo bellissimo libro Ribelli, questuanti e banditi. Proteste contadine in Veneto e in Friuli 1814-1866, uscito nel 1981 e riedito da Cierre nel 2011.

Le zone umide tra l’Adige e la laguna di Venezia negli anni Venti del XIX secolo. Dalla mappa della seconda ricognizione militare asburgica, 1820-1829.
Mi limito a dire che dalle pagine emerge la potente figura di Sante Guarnieri detto Battistella, portavoce, “avvocato popolare” e “intellettuale organico” della classe organizzata di braccianti e cannaroli che dal 1853 al 1861 lottarono con ogni mezzo contro le bonifiche delle valli di Cavarzere e Cona.
Battistella scrisse lettere su lettere alle autorità austroungariche; perlustrò gli archivi di Venezia in cerca dell’editto di Ottone I di Sassonia che nel X secolo aveva concesso ai “comunisti” il vagantivo; finì in carcere più volte; ispirò scioperi e invasioni delle valli… È descritto come magro e «con i capelli neri e lunghi e i mustacchi». Leggendo lo immaginavo con le fattezze di Frank Zappa.
La storia delle resistenze popolari ai prosciugamenti è ignota ai più. Con la scomparsa delle valli si affievolì sempre più il loro ricordo, e con esso il ricordo di chi aveva provato a difenderle. Ogni testimonianza di ribellione fu prima coperta dai pesanti panneggi mitici e ideologici della Bonifica, poi sepolta dalla polvere degli archivi. Cent’anni dopo, Roveri e Brunello riscoprirono queste due saghe, non è da escludere che se ne possano scoprire altre.
La terraformazione e le sue conseguenze
Lo scrittore Amitav Ghosh chiama «terraformazione» [terraforming] la drastica modifica dei territori operata dal colonialismo insediativo. Il termine proviene dalla fantascienza: la terraformazione è il processo con cui l’atmosfera di un pianeta inospitale è resa simile a quella della Terra, in modo che i terrestri possano colonizzarlo, impiantandovi colture e costruendo paesaggi a loro familiari.
La terraformazione fu un aspetto determinante nella colonizzazione del «Nuovo Mondo». Dal XVII secolo i coloni inglesi operarono per trasformare i paesaggi nordamericani, così che somigliassero a una seconda Inghilterra. In poche generazioni ci riuscirono, ma oggi assistiamo al disfacimento proprio dei paesaggi che furono terraformati. Sono le parti del Nord America che più furono ingegnerizzate per adattarle a modelli europei le più flagellate da «eventi estremi»: la California, il Texas meridionale, gran parte del Delta del Mississippi… Pensiamo ai colossali incendi che hanno colpito Los Angeles. Lo stesso potremmo dire di alcune parti dell’Australia.
Possiamo chiamare terraformazione anche il processo avvenuto negli entroterra nordadriatici. Dopo i prosciugamenti si crearono ex novo le campagne, e si imposero modelli che oggi, di fronte alla crisi climatica e ambientale, mostrano tutti i loro limiti. La risonanza con dinamiche coloniali è forte. Non solo a guidare il processo era l’Ente per la colonizzazione del Delta padano, ma come ha ben ricostruito Stefano Piastra, finanziamenti e spinte venivano dal paese terraformatore per eccellenza, gli Stati Uniti, nel contesto della guerra fredda.
Nei primi anni Settanta era in programma il prosciugamento delle valli di Comacchio, col che la terraformazione sarebbe stata completa. A impedirlo contribuì una nuova lotta, molto diversa da quelle ottocentesche, portata avanti non da popolani ma da intellettuali borghesi, mobilitati da Italia Nostra e dal suo presidente Giorgio Bassani.

Corriere della sera, 11 luglio 1975, sezione «Corriere delle regioni», Antonio Cederna commenta la sentenza con cui la Pretura di Codigoro pose fine ai prosciugamenti nel Delta ferrarese.
L’Ente Delta Padano dovette fermarsi, ma il grosso era fatto. Il Delta è oggi tra le zone più impetuosamente e intensamente terraformate.
La Bonifica annovera anche «eccellenze» del territorio, ci fanno notare. Storie di successo economico. Verissimo. Dovremmo però intenderci su alcuni punti:
1) successo di chi a scapito di chi;
2) percepito rimuovendo quali costi;
3) valutato su quale scala temporale.
La riforma agraria del 1950, quella per cui si fecero gli ultimi prosciugamenti, fallì in breve tempo, accelerando l’abbandono del territorio. Abbandono continuato fino a oggi e testimoniato da quelli che sono i veri emblemi visivi del basso ferrarese: le case abbandonate.
La proprietà fondiaria è tornata a concentrarsi, tanto che si è parlato di «ritorno del latifondo». Soprattutto per gli odierni latifondisti, sì, possiamo parlare di una storia di successo. Possiamo anche estendere il discorso a qualche azienda più piccola. Ma dove percepiamo successi, è perché rimuoviamo il futuro che incombe. La crisi climatica già sconvolge l’Alto Adriatico e il Delta in particolare, e i nodi della terraformazione vengono al pettine.
La pianura, già sotto il livello del mare a causa dei prosciugamenti, continua ad abbassarsi mentre l’Adriatico si innalza, le coste vengono erose, le località litoranee si allagano sempre più spesso e il cuneo salino avanza verso l’interno.
A lunghi periodi di siccità seguono violenti nubifragi, durante i quali fiumi e canali faticano a far defluire l’acqua verso il mare, o proprio non ci riescono, com’è accaduto nel 2023 nel Ravennate. Le piene si ingrossano e diventano rotte, perché in nome della terraformazione anche i fiumi sono stati manomessi, rettificati e costretti in alvei sempre più angusti, e gli argini rasati a prato inglese non reggono l’urto, si sfaldano.
Per tutte queste ragioni, mantenere emersa la pianura sarà sempre più difficile e dispendioso. Il XVII rapporto della Società geografica italiana, intitolato Paesaggi sommersi. Geografie della crisi climatica nei territori costieri italiani, riassume la situazione in modo impietoso: una fascia litoranea e di immediati entroterra che va da Monfalcone a Cervia – tutti territori di mitiche «Bonifiche» – è a rischio di sommersione nel giro di pochi decenni.

Mappa tratta dal XVII Rapporto annuale della Società Geografica Italiana, pag. 61.
Stante la situazione, è impellente ripensare e riprogettare il territorio, muovendosi in avanti, ma con logiche opposte a quelle seguite finora.
Eppure il mito della Bonifica non muore. Certe narrazioni apologetiche, incentrate soprattutto su temi sanitari e ben poco fondate scientificamente, riemergono ogni volta che si parla di recuperare zone umide.
«Farete tornare la malaria!»
Per limitarci a un solo esempio, due anni fa un senatore ferrarese attaccò «le eco-follie […] per il ripristino della natura» e vaticinò che gli italiani «si troveranno fra pochi anni una Val Padana che tornerà al 1590. O forse peggio, con la malaria che tornerà a imperare». Una sarabanda di sfondoni non solo epidemiologici e naturalistici, ma storici. Di tutte le date che poteva usare a casaccio, ha scelto una delle più sbagliate.
Come mai, di tutti gli anni, proprio il 1590? Potrei capire se avesse detto il 1560, cioè prima delle grandi bonifiche volute da Alfonso II d’Este. Nel 1590 erano già belle che compiute, e sembravano lì per restare, ma cinque anni dopo il Po ruppe due volte a Berra e il Volano ruppe a Cornacervina, tutti i terreni si riallagarono, e di riprosciugarli non si parlò più per quasi trecento anni. Ma forse il senatore pensa che le bonifiche oggi minacciate dalle «eco-follie» siano ancora quelle estensi, crede che abbiano retto per tutto questo tempo.
Dopodiché, il senatore sembra pensare che la malaria sia causata dalle zone umide. Allora come mai, dove zone umide ne sono rimaste – a Campotto e Vallesanta, a Ostellato, a Comacchio, a Volano – la malaria è sparita da tempo? Oppure lo sa, che in realtà la malaria si trasmette con la puntura di una certa zanzara, e intende dire che le zone umide sono ambienti favorevoli alle zanzare? Non ha pensato che, con tutte le zanzare che già ci sono (le zanzare ferraresi sono sempre oggetto di battute da parte dei foresti), la malaria dovrebbe impazzare già ora?
Si evince, ad ogni modo, che secondo costui le «Bonifiche» si fecero per sconfiggere la malaria, e riuscirono nell’intento. Questa credenza del tutto infondata è una componente fondamentale del mito della Bonifica.
I prosciugamenti erano già in corso da anni quando si cominciò ad ammantarli con la retorica della lotta alla malaria. Fu soltanto nel 1882, con la cosiddetta legge Baccarini, che le «Bonifiche» furono dichiarate di pubblica utilità, dunque finanziabili dallo stato. Da quel momento, tra le ragioni per prosciugare fu inclusa anche la lotta alla malaria. Giustificazione che ai primi speculatori era a stento passata nell’anticamera del cervello.
La connotazione antimalarica dei prosciugamenti si basava su correlazioni spurie tra malaria e zone umide. Correlazioni incentivate dalla diffusione della Carta della malaria del senatore Luigi Torelli, anch’essa del 1882. Ancora oggi qualcuno la ritiene una fotografia attendibile del periodo.
All’epoca non si sapeva ancora che la malaria è trasmessa dalle femmine di zanzara anofele, le cui punture iniettano nel sangue umano un particolare protozoo, il Plasmodium Falciparum. Prima del 1898, anno in cui Giovanni Battista Grassi e Reginald Ross provarono questi nessi causali, la teoria più diffusa era quella «miasmatica», che attribuiva il contagio alla decomposizione e alle esalazioni provenienti da zone umide. Da qui il nome stesso del morbo: si credeva che il problema fosse la mala aria proveniente da acquitrini, paludi, acqua stagnante.
Le «bonifiche» dell’800 portarono più malaria
Prima dei prosciugamenti, nel basso ferrarese la malaria era endemica ma contenuta entro certi limiti, vuoi per il territorio poco popolato, vuoi per la resistenza naturale sviluppata da molti abitanti (microcitemia), vuoi per la natura salmastra delle valli più orientali, nelle cui acque l’anofele non poteva riprodursi.
Alla fine del secolo, invece, vi fu una recrudescenza. Una delle ragioni era che, essendo soprattutto operazioni speculative di un capitalismo rapace, le presunte «Bonifiche» erano state condotte in fretta e male. Malum facere.

Eugenio Centanni (1863-1942)
Nel 1900 il professor Eugenio Centanni, che oggi definiremmo un immunologo, e il medico condotto di Argenta Francesco Orta condussero una ricerca sulla malaria in dieci località del ferrarese e l’anno dopo scrissero una relazione. Conclusero che il problema principale erano i canali di bonifica, il cui deflusso lento e irregolare favoriva la riproduzione di zanzare anofeli. Inoltre i prosciugamenti avevano lasciato nei terreni creste e conche, dove le acque ristagnavano.
Ad aggravare la situazione era la totale indifferenza degli agrari per le condizioni igieniche nelle nuove tenute agricole, nelle borgate sorte ad hoc in cui si affollavano gli avventizi, e nei paesi intorno. Dopo i prosciugamenti ci si era limitati a dissodare e coltivare, senza livellare e drenare i terreni, senza costruire abitazioni salubri, senza dotare i luoghi di adeguati presìdi sanitari. In tutto il basso ferrarese mancava l’acqua corrente, che arrivò solo negli anni Cinquanta. L’alimentazione era gravemente inadeguata. Le difese immunitarie erano basse e facili da sbaragliare, il che rendeva la malaria più debilitante.
La malaria fu sconfitta definitivamente nel secondo dopoguerra, per un insieme di strategie di profilassi, campagne insetticide – il famigerato DDT portato dagli americani –, conquiste sociali che portarono a un miglior tenore di vita, e mutate condizioni abitative e ambientali. Nella provincia di Ferrara fu dichiarata debellata solo nel 1966, e in tutta Italia nel 1970, oltre cent’anni dopo le prime bonifiche meccaniche.
Le fini del mondo, un nuovo inizio
Dovremmo pensare ai prosciugamenti come a vere e proprie apocalissi culturali, come a quella fine del mondo – che «è sempre fine del proprio mondo» – di cui si occupò a lungo Ernesto De Martino.
Nel giro di pochi anni, la parte di popolazione che viveva delle valli fu radicalmente spossessata. Perse diritti indiscussi fino a poco prima, fonti di sostentamento, luoghi stratificati di storia e di senso. Perse un’intera ecologia di saperi, perse l’orientamento e, per usare un’altra espressione di De Martino, la «condizione di operabilità del mondo».
Il lavoro di campo di un’altra antropologa, Nadia Breda, che trent’anni fa raccolse le memorie superstiti delle Valli Grandi veronesi, può darci l’idea di cosa si sia perso insieme alle zone umide: culture ricchissime e sfaccettate, che – lasciatemi lavorare con ucronie e scenari controfattuali, è il mio lavoro, faccio lo scrittore – se la violenza del capitale non le avesse annichilite avrebbero potuto contribuire a un altro sviluppo dei territori, a una modernità alternativa a quella capitalistica. Breda descrive
«il persistere di azioni di appropriazioni dell’acqua, inserite […] in una visione culturale che agisce per “trattenere” un elemento naturale che naturalmente, lasciato a se stesso, se ne andrebbe, “scapperebbe via”. Le testimonianze sembrano portare alla luce persistenze storiche di lunga durata e pratiche locali di “coltivazione” della palude […] È così che l’acqua viene “tenuta su”. È così che la palude diventa un luogo nel quale si entra, si sprofonda nell’acqua, ci si immerge per raccogliere e pescare. È così che la palude vive […] La percezione locale dell’avvento della bonifica è la percezione della sparizione delle acque: l’acqua è stata “tolta”, “presa”, “mollata” […] cioè lasciata andare senza “trattenerla”. E in un crescendo di espressioni gli interlocutori dicono che l’acqua è “precipitata”, l’acqua è “crollata”.»
Così dovettero sentirsi i comunisti di Massa Fiscaglia quando fu tagliato l’argine Zappelli e videro l’acqua correr via. Così, novant’anni dopo, si sentì lo scrittore Francesco Serantini di fronte al Mezzano prosciugato. Nel suo Addio alle valli, rivolgendosi alla distesa d’acqua che non c’è più, sospira: «Chi ce l’avrebbe detto quand’eravamo […] sospesi nella tua immensità, che te ne saresti andata prima di noi?»
Vorrei però togliere un po’ di enfasi dalla perdita e, poiché questo è un convegno dedicato ai progetti, metterne un po’ di più sulla necessità di nuove pratiche del territorio. Che non possono essere riproposizioni delle pratiche ante-«Bonifica»: le zone umide ripristinate occuperanno forse le stesse posizioni sulla mappa di quelle vecchie, ma saranno completamente diverse, perché diversa è la fase storica, diverse la società e l’economia del territorio, diverso il mondo intorno.
La crisi climatica ci esorta a gettare nuovi sguardi all’indietro, per capire come siamo arrivati a questo punto, ma è in avanti che essa ci spinge, è in avanti che dobbiamo muoverci.
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Bibliografia minima
■ Andrea Bagnato, Terra infecta. Disease and the Italian Landscape, Mack, 2026.
■ Nadia Breda, I respiri della palude, CISU, 2000.
■ Piero Brunello, Ribelli, questuanti e banditi. Proteste contadine in Veneto e in Friuli 1814-1866, Cierre, 2011 [1981].
■ Ernesto De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, nuova edizione, Einaudi 2019 [1977].
■ Aldo De Togni, The Last Century of Malaria in Ferrara: from the Unification to the Boom Years, in Medicina nei secoli – Journal of History of Medicine and Medical Humanities, 35/2 (2023).
■ Amitav Ghosh, La maledizione della noce moscata. Parabole per un pianeta in crisi, Neri Pozza, 2022.
■ Teresa Isenburg, Investimenti di capitale e organizzazione di classe nelle bonifiche ferraresi (1872‑1901), La Nuova Italia, Firenze 1972.
■ Stefano Piastra, Acque, terre, politica. La riforma agraria nel delta padano emiliano-romagnolo sullo sfondo della Guerra Fredda, E-Review, 12, 1-26, 2025.
■ Alessandro Roveri, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo: capitalismo agrario e socialismo nel Ferrarese, 1870-1920, La Nuova Italia, Firenze 1972.
■ Francesco Serantini, Addio alle valli, Edizioni del Girasole, Ravenna 1973.
■ Società geografica italiana, Paesaggi sommersi. Geografie della crisi climatica nei territori costieri italiani, Firenze 2025.


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