L’Officina Roversi di Bologna ci ha assegnato la Targa Anser Anser 2025

Bologna, assegnazione della Targa Anser Anser

Bologna, 29 novembre 2025, il teatro Testoni pieno durante la cerimonia di assegnazione delle targhe Officina Roversi.

Notizie così non siamo soliti riceverne, perché non partecipiamo a premi letterari. Come andò quella volta al Premio Strega è sufficientemente noto. Competizione, gare, giurie, “eliminazioni”, gamification… Tutto questo non fa per noi, e si sa pure che evitiamo cerimonie e apparizioni mediatiche. Dunque, premi et similia è raro che ne riceviamo.

Ma può capitare di ricevere premi senza “vincerli”, cioè senza dover competere né mostrarsi. Sono «premi» nel senso di riconoscimenti per il lavoro fatto, non nel senso di trofei.

A Bologna è attiva l’Officina Roversi, intitolata a Roberto Roversi, uno dei più grandi e mediaticamente schivi poeti italiani del Novecento, tanto allergico alle “comparsate” individuali quanto dedito alla cura di progetti collettivi e reti di relazioni tra persone. Un importante esempio per noi e per chiunque pensi che un altro modo di esercitare il mestiere letterario è possibile.

Di recente l’Officina Roversi ci ha assegnato la targa denominata Anser Anser, il nome dato da Linneo all’oca selvatica. È una citazione da La canzone di Orlando, di cui Roversi scrisse il testo, poi messo in musica da Lucio Dalla. Brano che a sua volta cita il finale di Orlando di Virginia Woolf.

La cerimonia si è svolta il 29 novembre scorso al teatro Testoni di Bologna. Noi non c’eravamo, ma stavolta non è stato per diserzione. Riportiamo di seguito il nostro discorso, letto in sala da uno degli organizzatori. Lo pubblichiamo oggi perché da alcuni giorni la motivazione del riconoscimento è disponibile on line.

Perché non siamo qui

Le ragioni per cui non siamo qui stasera, a ritirare con le nostre mani la targa Anser Anser, sono… le stesse per cui ci è stata assegnata! Ringraziamo il comitato Officina Roversi anche per questo fecondo paradosso, pienamente roversiano.

Di solito non accettiamo premi o riconoscimenti, perché è obbligatorio prender parte a una cerimonia, durante la quale sarebbe impossibile non essere fotografati e filmati, e irragionevole pretenderlo. Lo abbiamo fatto presente, e il comitato non si è limitato a dire: «va bene, vi diamo la targa anche se non potrete esserci». Ha detto: «vi diamo la targa proprio perché non potrete esserci».

Da oltre un quarto di secolo manteniamo una precisa linea, o cerchiamo di farlo: apparire soltanto in carne e ossa. Apparire coi corpi e in luoghi. Non “spazi”, men che meno spazi virtuali, ma luoghi concreti, tangibili, significativi per chi li frequenta e li vive, pregni di storia e di storie, di senso e di sensi. Se qualcuno ci riconosce per la strada non è perché ci ha visti in effigie su uno schermo, ma perché ha partecipato a una nostra presentazione, lettura, conferenza o camminata a tema. Il suo corpo era lì col nostro. Essere riconosciuti in virtù di questo, di un’esperienza vissuta e ricordata, è ben più sensato che essere identificati con un baluginio di pixel.

Nei primi anni della nostra carriera, difendere questa “clausola di stile” era più facile. Circolavano molte meno fotocamere e videocamere. Oggi sono onnipresenti, chiunque le ha nel proprio telefono, e soprattutto si è affermata, travolgendo ogni freno inibitore, la compulsione a fotografare o riprendere chiunque, qualunque cosa, in qualunque momento, e a diramare in un baleno quelle immagini – sui social, nelle chat, chissà dove. Eppure noi cerchiamo caparbiamente di far rispettare la nostra filosofia, e quasi sempre ci riusciamo. Spesso ci chiedono: come fate?

La risposta è semplice: spieghiamo.

Spieghiamo il valore, anche politico, che ha per noi questa scelta. E le persone comprendono. Comprendono oggi più di ieri, e comprenderanno sempre di più, perché nell’epoca in cui si può usare il volto di chiunque per qualunque deepfake che un’app come Sora può generare in pochi secondi; nell’epoca in cui i nostri selfie vengono venduti a miliardi e usati per affinare il riconoscimento facciale e rendere più letali i droni killer… In un’epoca così, non farsi fotografare è al tempo stesso un atto di diserzione e di resistenza. O almeno, di sottrazione e di attrito.

Da anni, semplicemente evitando le foto, abbiamo hackerato l’algoritmo di Google. Se cercate immagini di Wu Ming spunteranno volti a casaccio, gente le cui fattezze illustrano un articolo dove noi siamo solo menzionati. Ne sono nati equivoci anche buffi. Ebbene, questo è un esempio di come, sottraendosi, si possa produrre attrito. O nella versione magniloquente: di come disertando si possa resistere.

È appena un pugno di sabbia, certo, ma è gettato negli ingranaggi giusti, quelli di Big Tech, i cui processi sono sempre più invasivi e sembrano inesorabili, entrano come lame nel burro… Perché glielo lasciamo fare.

Non si tratta di rifiutare «la tecnologia». Il singolare e l’articolo determinativo non fanno capire niente. Anche noi usiamo reti e tecnologie digitali, ma cerchiamo di discernere e piantare paletti, di darci limiti e codici di condotta. Non siamo sui social, dal nostro sito non li linkiamo, usiamo applicazioni e plug-in che non fanno estrazione di dati e garantiscono quanta più riservatezza possibile. Certo, sono gocce nel mare, come è una goccia nel mare il rifiuto di farci fotografare e riprendere. Ma cerchiamo di mantenere uno stile, e uno stile ben mantenuto può essere un’arte marziale.

Ci siamo preclusi molte scorciatoie, il che costringe a cercare nuovi sentieri, a essere inventivi con la geografia. Abbiamo presentato i nostri libri in luoghi dove forse nessun altro scrittore è mai stato. Di sicuro appariamo a meno gente, anche un influencer di medio livello è visto da centinaia di migliaia di persone… Ma noi abbiamo rapporti più diretti con le persone. Qualcuno dice che disertando media e piattaforme social rinunciamo alla loro «potenza di fuoco». Ma quella potenza non sarebbe comunque nostra.

Lo stile che coltiviamo ci obbliga a viaggiare, per parlare alle persone da vicino. La nostra parola – concludiamo citando Roberto Roversiè scarna, povera,

risuona, suona è un colpo di martello

solo per un chilometro di strada.

Qualche orecchio l’ascolta. È tutto, bada.

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