Il diario dell’eroe. Le ultime parole di Gilberto Centi

Esce oggi, per la casa editrice Pendragon, Il diario dell’eroe, raccolta di scritti di Gilberto Centi – poeta, scrittore, performer, giornalista culturale – tra i quali spicca l’opera che dà il titolo al volume, sulla quale Gilberto stava ancora faticando quando la morte gli impedì di proseguire il lavoro, nella prima estate del nuovo millennio.

Ci sono voluti vent’anni, a inseguire scatoloni e riordinare fogli volanti, tra l’Aquila e Bologna, perché questo libro vedesse la luce, e vecchie promesse venissero mantenute. Il grande lavoro di riordino dei materiali si deve a Vincenzo Bagnoli, ma un contributo importante a quest’uscita tanto attesa, lo hanno dato anche Valerio Monteventi, Cesare Ferioli e Mavi Gianni.

Noi abbiamo scritto, per l’occasione, un breve ricordo di quel nostro “fratellastro maggiore”, come già avevamo fatto vent’anni fa, a botta calda, quando ci arrivò la notizia della sua scomparsa.

«Gilberto – scrivemmo allora – appartiene a una stagione delle nostre vite e a un’epoca che forse si è chiusa, perché si potesse dare inizio a qualcosa di diverso. Succede sempre nella storia. Ma ce lo ricorderemo, altroché. E francamente spero che lo faremo ridendo, in tempi interessanti. Quelli che ci ha aiutato a inaugurare.»

I tempi sono senz’altro interessanti. Vediamo se ci riesce anche di ridere.

Il corpo e la voce di Gilberto

di Wu Ming

Diventammo amici di Gilberto tra il 1993 e il 1994. Morì nel 2000. Dunque la nostra fu un’amicizia di alcuni anni, ma seminali e intensi. Gilberto fu uno dei fratelli maggiori che per primo, in quei profondi Novanta, si incuriosì delle attività di alcune gang studentesche, che autoproducevano fanzine e facevano trasmissioni radiofoniche, per lo più a orari improbabili, come piaceva a lui. Quei “collettivi” confluirono poi nel Luther Blissett Project, sul quale Gilberto, prima di chiunque altro, scrisse anche un libro.
La curiosità non gli mancava, in effetti, come il buon cuore.

Perché di questo siamo certi: Gilberto era un buono, almeno quanto era brutto, con quel nasone, i capelli schiacciati, magro e sempre curvo. Pareva disegnato da Andrea Pazienza. Noi fratelli minori gli avevamo trovato un titolo ad honorem: lui era il Presidente onorario dell’Associazione Brutti per il Comunismo (mentre il vicepresidente era lo scrittore cubano Julio Travieso Serrano). Era il nostro modo greve, sarcastico, di inserirlo nel pantheon dei sodali che tenevamo a riferimento.

Buono non nel senso di molle, ma di generoso, umano, etico. Almeno quanto trasandato, maltrattato da se stesso, soprattutto sotto il profilo alimentare e del sonno (nel suo frigo campeggiava sempre solitaria una bottiglia di Coca-Cola). Uno stile di vita che non gli faceva bene alla salute. C’era in lui sottopelle una pulsione autodistruttiva, che però era bilanciata da una gran voglia di novità, di non farsi archiviare dai tempi, di conoscere cosa bolle nel calderone dei movimenti, perché c’è sempre qualcosa di là da venire e da attraversare. Gilberto empatizzava con gli esseri umani. È stato così fino all’ultimo.

In quegli anni discutevamo fitto con lui, nel bugigattolo in cui viveva, in via del Fossato 19. Parlavamo di beffe mediatiche, letteratura, musica, e fu uno dei pochi, per non dire il solo esponente della sua generazione, quella degli anni Settanta, che venne accolto e partecipò alle nostre attività, con lo scritto, il corpo e la voce. Ed era ben difficile non affezionarsi a quel corpo buffo, e a quella voce tanto bofonchiante ed ebefrenica nel vis-a-vis, quanto cavernosa e stentorea nelle performance. Impossibile dimenticare i brividi nell’ascoltarlo una notte, a Radio Blissett, mentre declamava poesie, in uno dei suoi “attraversamenti”. Non sembrava nemmeno lui, come fosse posseduto da un demone che esprimeva in italiano la poetica dei Beatnik, di Dylan, degli Stooges.

Era anche acuto, Gilberto, coglieva le implicazioni delle relazioni tra le persone, i possibili punti d’attrito e di rottura. Non giudicava, non era nel suo stile, ma sapeva mettere in guardia i fratelli minori. Fu una delle ultime cose che fece con noi altri, poco prima di sparire da Bologna e, appena un anno dopo, dal mondo. Era il 1999 e avevamo pubblicato il nostro primo romanzo, Q, firmato Luther Blissett. Entro la fine del secolo, cioè entro qualche mese, avremmo detto addio per sempre a quello pseudonimo, per adottare il nome d’arte che ancora portiamo. Avevamo accettato un compromesso con un quotidiano a tiratura nazionale, vale a dire concedere una nostra foto per illustrare una recensione a tutta pagina. In quanto romanzieri alle prime armi, ci sembrò un’eccezione accettabile. In effetti non pochi ce lo rinfacciarono e vollero marciarci sopra, ma non Gilberto. Lui ci parlò fraternamente, come al solito, preoccupato che quella scelta potesse preludere a un progressivo cedimento alle dinamiche dello show business. Lo rassicurammo, ma senza riuscire a fugare i suoi dubbi. Ci facemmo anche consegnare il negativo della foto da chi l’aveva scattata e lo distruggemmo. Da allora non abbiamo mai più concesso nostre fotografie ai giornali.

Gilberto non ha fatto in tempo a verificare quanto sia stato preso sul serio il suo avvertimento, ma siamo contenti che quella sia rimasta la prima e unica eccezione alla regola. Ogni volta che una nostra foto non compare accanto alla recensione di un nostro nuovo romanzo, ogni volta che non partecipiamo a un premio letterario o non andiamo a pavoneggiarci in televisione, ci sembra di rinnovare una promessa fatta in extremis. A lui è anche dedicato il nostro romanzo 54, pubblicato due anni dopo la sua morte.

Oggi sono passati vent’anni dalla scomparsa di Gilberto dai radar terreni. Per noi la sua rimane una figura legata agli albori della nostra storia di attivisti culturali, che però fu la storia più importante, perché i semi di ciò che è germogliato in seguito erano tutti lì, in quelle riviste fotocopiate, in quelle radio libere, in quei centri sociali occupati, in un nome collettivo usato da un numero incalcolabile di persone. Il Presidente onorario dell’ABPC partecipò a quella semina. Per noi il suo seggio non è mai rimasto vacante.

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One commento su “Il diario dell’eroe. Le ultime parole di Gilberto Centi

  1. ” A me mi” sfugge proprio il collegamento fra la pubblicazione di una foto e la svendita dei propri valori morali di coerenza. Comunque sono d’accordo sul fatto che salvaguardare la propria immagine preserva da un rischio di strumentalizzazioni. E aiuta a proteggersi, a non essere bersaglio di possibili campagne di discredito o ” denigrazione”. Credo che il feticismo per l’ immagine non dovrebbe corrispondere alla monacale sparizione. Le foto in bianco e nero degli scrittori, quelle che non sono state fatte per le riviste, cioè le foto non in posa, sono una bellissima testimonianza. Questo lo sanno tutti gli animali, che rifiutano di farsi “immortalare” in una immagine che li definisce falsamente. Rendendoli immortali.
    Comunque ci sono nell’articolo delle espressioni così descrittivamente poetiche da essere notevolmente stimolanti:
    ” C’era in lui sottopelle una pulsione autodistruttiva, che però era bilanciata da una gran voglia di novità”
    Oppure “trasandato, maltrattato da se stesso”.

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