Ottanta giorni di sciopero della fame. Il caso Alfredo Cospito e «i buoni»

Milano, 29 dicembre 2022, manifestazione in solidarietà ad Alfredo Cospito.

Dopo decenni di «scioperi della fame» per modo di dire – all’acqua di rose, meramente simbolici, spesso solo mediatici, annunciati anche per questioni di dubbia rilevanza – non ci impressiona più sentire che una persona è in sciopero della fame. Almeno dalle nostre parti, il concetto è inflazionato, e una pessima informazione fa il resto.

La maggior parte di noi non si immagina com’è, un vero sciopero della fame.

E allora bisogna farlo capire.

Ecco un paio di esempi, due vicende accadute qui in Europa.

1. La storia e il corpo di Holger Meins

Holger Meins (1941 – 1974)

Holger Klaus Meins, militante della Rote Armee Fraktion, viene arrestato a Francoforte l’1 giugno 1972 e messo in isolamento totale nel carcere di Coblenza. Tutte le celle intorno alla sua sono vuote.

Nel gennaio 1973 Holger comincia il primo sciopero della fame. Uno sciopero collettivo, dichiarato da tutti i membri della RAF incarcerati e sospeso dopo cinque settimane.

Holger è trasferito nel carcere di Wittlich, dove nel maggio 1973 riprende lo sciopero. Già magro di suo, non mangiando deperisce a vista d’occhio. Dopo cinque settimane lo mettono in regime di alimentazione forzata: due volte al giorno i secondini gli infilano un tubo in gola, come si fa con le oche da foie gras, e gli pompano cibi liquidi nello stomaco.

L’alimentazione forzata è una pratica violenta, che induce nausea e senso di soffocamento, produce lacerazioni e infezioni nel cavo orale e nell’esofago, e per il frequente contatto tra sangue, muco e pus può causare malattie di vario genere. Non serve a salvarti, ma a prendere tempo. Assicura il protrarsi di una nuda vita, e intanto ti devasta più della fame.

Dopo altre due settimane, ancora una volta la RAF sospende lo sciopero.

Il 13 settembre 1974 parte il terzo sciopero, a cui aderisce una quarantina di detenute e detenuti e che durerà cinque mesi. Per Holger l’alimentazione forzata scatta dopo tre settimane. Gli danno appena quattrocento calorie al giorno, si scoprirà in seguito. Sufficienti solo a farlo vegetare. Il suo fisico è in grave dissesto, non più in grado di reggere né il digiuno né il tubo.

L’8 novembre Holger non ha più forze. Chiede di vedere il suo avvocato, Siegfried Haag. Quest’ultimo deve penare per essere ammesso nel carcere e visitare il suo assistito. Nel vederlo, rimane sconvolto: Holger è in condizioni terminali, uno scheletro con la pelle. Alto più di un metro e ottanta, pesa poco più di trentanove chili.

È un venerdì sera e non c’è nemmeno il medico del carcere, che si è preso il weekend libero. Haag telefona al magistrato competente per chiedere una visita medica urgente. Non la ottiene.

Holger si spegne poche ore dopo, all’alba di sabato 9 novembre, dopo 57 giorni di sciopero. Aveva appena compiuto 33 anni.

La foto del corpo sul tavolo autoptico – avvertenza: immagine orribile, insopportabile, che tocca persino l’olfatto – trapela e fa grande scalpore. Con la sua pubblicazione, lo sciopero della fame cessa di essere qualcosa di vago. Per un istante risulta evidente il cinismo delle autorità della Repubblica Federale Tedesca, che hanno permesso un simile esito.

Proprio quella foto spinge decine di persone ad arruolarsi nella RAF. Hans Joachim Klein, militante del gruppo Revolutionäre Zellen, la tiene nel portafogli e ogni tanto la guarda. «Per mantenere affilato il mio odio», dirà.

Anche sull’onda dell’emozione suscitata dal caso, nel 1975 l’Associazione Medica Mondiale dichiara che l’alimentazione forzata dei detenuti è affine alla tortura e la include tra le pratiche di cui un medico non deve farsi complice.

«Quando un detenuto rifiuta di nutrirsi ed è ritenuto dal medico in grado di formarsi un giudizio integro e razionale sulle conseguenze di tale rifiuto volontario, non deve essere nutrito artificialmente […] La decisione sulla capacità del detenuto di formarsi tale giudizio deve essere confermata da almeno un altro medico indipendente. Le conseguenze del rifiuto di nutrirsi devono essere spiegate dal medico al detenuto.»

Certo, si può aggirare l’ostacolo facendo dichiarare il detenuto incapace di intendere e di volere.

E in ogni caso, in mezzo mondo si continuerà a usare il tubo. Anche nel nostro occidente. Spesso «in difesa» dell’occidente medesimo e, come suol dirsi, dei «suoi valori». Come a Guantanamo.

2. La vicenda più celebre: Bobby Sands

Il più noto sciopero della fame della storia europea ha luogo nel 1981 nel carcere di Long Kesh – detto «The Maze», il dedalo – in Irlanda del Nord.

Tra marzo e giugno muoiono dieci militanti dell’IRA e dell’INLA.

Il primo a spegnersi è il ventisettenne Bobby Sands, che diverrà il più famoso martire legato a questa forma di lotta.

Belfast, 5 maggio 1981. Il funerale di Bobby Sands.


La storia della battaglia di Sands in carcere e della sua morte è raccontata con impressionante realismo nel film Hunger di Steve McQueen (2008).

Chi vuole capire cos’è uno sciopero della fame, guardi la foto del corpo di Holger Meins e l’interpretazione di Michael Fassbender in Hunger.

3. L’Italia, Alfredo Cospito e «la sinistra»

Anche nell’Italia di questi anni sono morti detenuti in sciopero della fame. I tre casi più recenti sono quelli di Salvatore “Doddore” Meloni (2017), Gabriele Milito (2018) e Carmelo Caminiti (2020). Tutti e tre deceduti nell’indifferenza quasi generale.

Grazie a una mobilitazione continua e capillare, del caso del compagno anarchico Alfredo Cospito si è invece riusciti a far parlare. Non abbastanza, ma più di quanto ci si poteva attendere.

Cospito è all’ottantesimo giorno di sciopero della fame. Del suo caso abbiamo già scritto a dicembre, e ne abbiamo più volte parlato in pubblico. L’ultima presentazione di Ufo 78 prima della pausa festiva, alla Biblioteca Classense di Ravenna, l’abbiamo cominciata leggendo quest’articolo di Adriano Sofri uscito sul Foglio. Testata che normalmente deprechiamo, ma l’articolo è perfetto, soprattutto il finale. È tuttora una delle cose più chiare e forti scritte su questa vicenda.

Nei giorni scorsi un vasto gruppo di giuristi e intellettuali ha rivolto un appello al ministro della giustizia Carlo Nordio, chiedendo che Cospito sia tolto dal regime di detenzione 41bis. Da più parti abbiamo visto commentare: «Con ‘sto governo di fascisti, figurarsi…»

Solo che ad appioppare a Cospito il 41bis, e a difendere pubblicamente la scelta, è stato il ministro della giustizia del governo Draghi, Marta Cartabia. E i primi allarmi su una possibile estensione del 41bis dai boss mafiosi ai detenuti politici e in generale ai dissenzienti risalgono ai tempi del governo Gentiloni, il cui guardasigilli era Andrea Orlando del PD.

Chi non conosce la storia della repressione poliziesca e giudiziaria in Italia tende a peccare di «recentismo» – o «presentismo» che dir si voglia – e a pensare che la controparte sia solo questo governo, cioè la destra dichiarata.

In realtà la vicenda Cospito è il culmine di un lungo processo che ha visto più spesso protagonista l’altra destra, quella che è stata al governo più volte e più a lungo, quella che si fa chiamare «la sinistra»: dirigenti e opinionisti del Partito Democratico e di sue formazioni-satellite; firme e firmette del partito-giornale Repubblica e di altre testate liberal-de-noantri; procuratori e giudici aderenti a Magistratura Democratica, e in generale – qui prendiamo in prestito il titolo di un romanzo di Luca Rastello – «i buoni».

È stata «la sinistra» a innescare le peggiori recrudescenze autoritarie e repressive. È nel mondo dei «buoni» che si è gonfiato a mo’ di blob un purulento mischione di rimasugli stalinisti, mentalità “manettara”, apologia delle «regole», feticismo della «legalità» come valore in sé, adesione al There Is No Alternative neoliberale ecc.

Ricostruire i processi che hanno reso egemone “a sinistra” una simile subcultura è ben più di quanto possiamo fare in quest’articolo.

Bisognerebbe risalire agli anni Settanta, alla stagione dell’Emergenza e delle leggi speciali, alla linea del «rigore» durante il sequestro Moro.

Poi si dovrebbe smontare un certo legalitarismo statolatrico che ha sfruttato i simboli dell’antimafia per diventare incontestabile e poter invadere sempre più ambiti.

Dopodiché andrebbe spiegato il ruolo che ebbero Mani Pulite e subito a seguire l’«antiberlusconismo», strumentale postura usata per imporre il «menopeggismo» che ci ha devastati.

Lungo questa linea andrebbero collocati concetti-slogan quali «degrado», «decoro» e «sicurezza», magistralmente sviscerati da Wolf Bukowski nel suo La buona educazione degli oppressi (Alegre, 2019).

Si arriverebbe infine alla gestione dell’emergenza pandemica, che “a sinistra” – anche in quella che suol dirsi «radicale» – è il grande tabù.

Oltre quarant’anni di devolution ideologica. Ricostruirli è al di sopra delle nostre forze. Noi possiamo solo mettere la pulce nell’orecchio a chi fa ricerca storica. E fare esempi.

4. «I buoni» e la repressione: il caso Torino

Non è stato forse un «buono» tra i più celebri e incontestabili a creare un «pool anti-No Tav» dentro la Procura di Torino?

Tale «pool», come già raccontavamo in Un viaggio che non promettiamo breve (Einaudi, 2016), ha condotto esperimenti giuridico-mediatici a tutto campo, a partire da un’estensione ad libitum del concetto di «terrorismo» e da un uso piuttosto disinibito delle imputazioni per reati associativi.

Il libro di Xenia Chiaramonte Governare il conflitto. La criminalizzazione del movimento No Tav (Meltemi, 2019)

Esperimenti grazie a cui, come spiegato da Xenia Chiaramonte, ha preso forma non solo un repertorio di strategie di criminalizzazione ed escamotages vari, ma anche un nuovo modello «neopositivistico», un vero e proprio «diritto penale di lotta», basato sulla profilazione del nemico politico e addirittura culturale.

In pochi anni la “democratica” Torino è diventata la capitale morale della repressione, con grande soddisfazione ed entusiasmo del PD e del suo mondo. Si pensi ai toni con cui l’oggi ex-deputato Stefano Esposito acclamava ogni carica di celere, ogni arresto, ogni condanna in tribunale. Ci è subito venuto in mente lui, ma non era certo il solo.

La guerra al movimento No Tav e, in subordine, ai centri sociali cittadini ha fatto scuola e suggerito modi di affrontare o prevenire altre insorgenze.

È stata la Procura di Torino a rinverdire l’istituto della sorveglianza speciale – ultima discendente del confino fascista, con cui ha molti elementi in comune – per soggetti «socialmente pericolosi». Oggi quello strumento è usato per colpire le nuove lotte su ambiente e clima. Pochi giorni fa è stata chiesta la sorveglianza speciale per Simone Ficicchia, 20 anni, di Voghera, attivista di Ultima Generazione.

È stata sempre la Procura di Torino a chiedere la riqualificazione del reato risalente al 2006 per cui Cospito stava già scontando la pena: aver piazzato un ordigno a basso potenziale di fronte alla Scuola Allievi Carabineri di Fossano (CN). Il reato è così trasmigrato dall’articolo 422 all’articolo 285 del codice penale: non più tentata strage contro «la pubblica incolumità», ma contro «la sicurezza dello stato», benché non ci siano stati morti né feriti né contusi.

La differenza è quella che passa tra vent’anni di galera e la galera per sempre, cioè l’ergastolo «ostativo», ufficialmente incostituzionale eppure ancora tra noi e difeso – proprio come il 41 bis – da molti «buoni».

Gli stessi che dello sciopero di Cospito, e della sua possibile sorte, hanno già ampiamente dimostrato di fregarsene.

5. Il «macchinario» vs. il corpo di Alfredo

Alfredo Cospito regge ancora perché, a differenza di Holger Meins e Bobby Sands, aveva in partenza un fisico robusto, ma ha già perso trentasei chili ed è in una situazione forse non disperata ma certo molto grave.

Come ha scritto Adriano Sofri nell’articolo già segnalato,

«Cospito poteva tornare a essere una persona solo decidendo di destinare il proprio corpo a una morte non dilazionata secondo la regola del fine-pena-mai. Il suo è uno sciopero della fame duro, che l’ha già portato in una condizione allarmante. In apparenza, due oltranzismi si fronteggiano: il rincaro della “giustizia”, che è anonimo o è come se lo fosse, è un macchinario, assicurato dell’irresponsabilità personale, e la volontà di andare “fino in fondo” del detenuto. Tutti vedono, non possono non vedere, che non c’è niente di simmetrico nelle due oltranze.»

Di fronte al macchinario, Cospito ha solo il proprio corpo.

Noi però non vorremmo vedere quel corpo in una foto come quella scattata a Wittlich.

Noi vogliamo che Alfredo viva.

Non vogliamo un martire, ma la fine del 41 bis e una nuova consapevolezza su giustizia e carcere in Italia.

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41 commenti su “Ottanta giorni di sciopero della fame. Il caso Alfredo Cospito e «i buoni»

  1. Bellissimo pezzo.

    Ho letto di recente questo di David Brooks su The Atlantic, “How the Bobos Broke America” (Brooks coniò il termine trent’anni fa): https://archive.is/BsR4Z

    L’ho trovata una splendida lettura parallela ai punti 3. e 4. di questo articolo, declinata nella realtà materiale americana ma con begli spunti antropologici.

    Il mio passo preferito è quello che fa riferimento a Rauch, che mi ha spinto a recuperare (e, non ancora, leggere):

    “`
    The creative class has converted cultural attainment into economic privilege and vice versa. It controls what Jonathan Rauch describes in his new book, The Constitution of Knowledge, as the epistemic regime—the massive network of academics and analysts who determine what is true.

    Most of all, it possesses the power of consecration; it determines what gets recognized and esteemed, and what gets disdained and dismissed.

    The web, of course, has democratized tastemaking, giving more people access to megaphones. But the setters of elite taste still tend to be graduates of selective universities living in creative-class enclaves.

    If you feel seen in society, that’s because the creative class sees you; if you feel unseen, that’s because this class does not.
    “`

    Buon anno a tutti!

  2. complimenti e grazie per l’articolo. mi permetto di sottolineare un aspetto di questa vicenda sicuramente marginale di fronte al rischio della vita di Alfredo Cospito, ma che vuole dare idea di quanto sia idiota la giustizia italiana.
    Cesare Battisti un paio di anni fa fece uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione nel carcere di Bancali, lo stesso di Cospito. Battisti era stato rinchiuso in condizioni ben più pesanti di quanto non gli spettasse, e con uno sciopero della fame è riuscito a ottenere ciò che lo stesso Stato gli aveva imposto. Rispetto a Cospito, Battisti è molto più anziano e seriamente ammalato e non avrebbe certo retto 80 giorni di sciopero della fame.
    Il caso Battisti come il caso Cospito sono due pagine nere della giustizia italiana che rischiano di avere conseguenze sul piano internazionale: un sistema penitenziario che lascia morire i suoi detenuti in condizioni diverse da quelle cui erano stati destinati è uno stato che non è affidabile sotto questo punto di vista, che non offrendo garanzie ai detenuti può vedersi rifiutata l’estradizione da parte dei paesi in cui si trovano i latitanti.
    viene in mente un altro caso ancora in atto, quello di Vincenzo Vecchi condannato per le proteste del g8, trovato in Francia e che aspetta la decisione per l’estradizione. la sua difesa sostiene che non può consegnarsi un imputato per un reato risalente alla giurisprudenza di epoca fascista.
    Un altro stato che non assicura una detenzione degna e umana è il Belgio: e infatti per il Qatargate la figlia di Panzeri rimarrà ai domiciliari in Italia nonostante la richiesta di estradizione dei PM belgi, proprio perché non ci sono garanzie su una pena giusta da scontare in quel paese.
    In futuro, sarà sempre più difficile per l’Italia ottenere l’estradizione di imputati latitanti all’estero, e la colpa è solo della ferocia di un sistema che mette al 41bis un anarchico, andando contro la stessa istituzione del 41bis.
    Lo Stato italiano nella sua ferocia vendicativa è cieco di fronte a ciò che potrebbe comportare.
    Non è un caso che giuristi come Giovanni Maria Flick abbiano firmato un appello per Cospito.
    Fra i firmatari anche Gastone Cottino, ex preside della facoltà di Giurisprudenza a Torino ed ex partigiano, per anni nella redazione di Resistenza-Giustizia e Libertà. Uno che se ne intende di diritto e che ha vissuto e combattuto la violenza del sistema penale fascista.

  3. Nel processo che ha portato all’istituzione del 41bis e dell’ergastolo ostativo vi siete dimenticati di sottolineare l’enorme responsabilità che ha avuto (e continua ad avere) l’antimafia certificata. L’antimafia nostrana è quella che da decenni santifica la magistratura e il carcere. Magistratura e carcere identificate come soluzioni dei “mali”. La retorica che da sempre accompagna questa antimafia è quella che ha difeso il 41bis perchè utile e “voluto fortemente da Falcone”.Questa antimafia è quella favorevole all’ergastolo ostativo, i pentiti, il carcere duro ecc. ecc. Questa antimafia era e è quella che ti dava e ti dà del “mafioso” se metti in discussione questi istituti e le loro narrazioni. Tra l’altro questa antimafia e suoi eroi è ben raccontata da Rastello proprio nel romanzo “I Buoni”. Suona pure beffardo e vomitevole che questi capitani delle crociate antimafia oggi sottoscrivano pure l’appello per Cospito…

  4. Lo sciopero della fame è la forma di protesta più disperata che si possa mettere in atto, il corpo è l’unica arma che ti rimane per combattere contro lo Stato. Ma è anche l’unica arma che ti rimane e che combatte contro te stesso. Alla fine dello sciopero non ci sarà la resurrezione e si rischia di cadere nella trappola maledetta del martirio. Però per fare sentire la propria voce, e non morire in silenzio, con una corda al “corda” al collo, come fanno tanti detenuti senza più alcuna speranza, questo è l’unico strumento. Mostrare la sofferenza del corpo. Il movimento anarchico ha fatto da cassa di risonanza allo sciopero di Alfredo, consentendogli di non rimanere invisibile. Ma che cosa sta chiedendo un detenuto che fa lo sciopero della fame? Per prima cosa chiede di essere ascoltato. Ma questo è un diritto negato a chi sbaglia, prima ancora della libertà. Ma ovviamente è facile sciacquarsi la bocca parlando di funzione rieducativa del carcere… E che cosa sta dicendo lo Stato ai detenuti con questo atteggiamento duro ed inflessibile? Gli sta dicendo che sono spazzatura. E che la loro voce, e la loro vita, non conta niente. Che chi sbaglia paga e paga con la vita anche se, sulla carta, la pena di morte non c’è.
    Questo appello degli “intellettuali” arriva troppo tardi e con l’intento di lavarsi la coscienza. Quindi si arriva all’unica opzione possibile: cosa possiamo fare noi? Per esempio formare una grande catena umana, di persone legate con catene, davanti al carcere di Bancali. Per dire ad Alfredo, per farglielo sapere, che il suo sciopero non è inutile e che non è un atto di mera testimonianza di una vita che non si vuole spegnere, se non lottando fino all’ultimo secondo contro questa barbarie. Forse è questo il reato imperdonabile di Cospito.

    • il suo sciopero non è inutile e […] non è un atto di mera testimonianza di una vita che non si vuole spegnere, se non lottando fino all’ultimo secondo contro questa barbarie. Forse è questo il reato imperdonabile di Cospito.

      Il personaggio e il caso squarciano tempo e spazio per poi ri-occuparli . Vengono per evidenziare ancora una volta, semmai ce ne fosse stato il bisogno, la totale arbitrarietà dei rapporti di potere all’interno della nosstra società. Incutono paura,una paura non banale e neppure irrazionale, probabilmente atavica, generata dal reincarnarsi di un mito. Ed infatti è sulla carne/corpo che ci si accanisce.

      “Signori, il tempo della vita è breve… se viviamo, viviamo per
      calpestare i re”
      Shakespeare (Enrico IV)

      Mi sono tornate a mente le parole di Stefania Consigliere e Cristina Zavaroni di qualche mese fa:

      […] gli spazi del terrore sono costruiti sulla violazione sistematica dei limiti, sulla distruzione di ogni ordine affidabile delle cose. Sono luoghi di normalizzazione dell’eccesso […] questi eccessi di violenza non dipendono dal sadismo degli aguzzini, ma dalla pura e semplice distribuzione di potere fra gruppi all’interno di uno spazio rigido sottoposto al comando un unico principio d’autorità (v. gli esperimenti degli psicologi Stanley Milgram e Philip Zimbardo). Questo significa che le peggiori atrocità non derivano da un baco della “natura umana” o dal riemergere dell’animale in noi, ma dall’azione di specifiche e malevole strutture di potere.

      Sta all’individuo aquisire consapevolezza di questo lento avanzamento del terrore e delle conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane nello spazio o nel tempo.che l’indifferrenza/indolenza/connivenza comportano.

  5. Grazie anche da parte mia per l’articolo, che mi ha fatto conoscere diverse cose che ignoravo. Mi scuso se il commento risulterà troppo breve, ma davvero non ho parole davanti a tanto orrore. Vorrei solo segnalare che esiste una petizione su Avaaz e che su un altro sito c’è la possibilità di aderire a uno sciopero della fame a staffetta in segno di solidarietà ad Alfredo Cospito. Non metto i link, ma digitando un paio di parole chiave è stato facile arrivarci. Avevo fatto girare fra i miei contatti il link del vostro articolo e alcune persone mi hanno chiesto come aderire alla petizione cui fa riferimento, così mi sono messa a cercare un po’. Di solito ho delle riserve/perplessità rispetto ad Avaaz, però questa volta ho firmato.

  6. Si può solo ringraziarvi per come tenete la barra a sinistra.
    La solidarietà qui come in altri casi è più che doverosa.

    Il fatto che si arrivi alla profilazione del nemico/avversario politico e culturale è un abominio, che a tutto questo concorrano i “buoni”
    e che lo facciano da lunghissimo tempo rivela quello che in realtà sono.

    Molte cose lette in questo articolo non le conoscevo, ci sono momenti in cui conoscere certe cose toglie il fiato.
    La foto di Meins, come le memorie di Bobby Sands, come il trattamento riservato in carcere alle donne che lottavano per il voto e i propri diritti, sono l’annullamento totale dell’essere umano.

  7. grazie per questo bellissimo articolo.
    Giusto per allargare lo sguardo all’esterno del cosiddetto occidente, voglio ricordare qui un caso del tutto sconosciuto in Italia ma molto interessante, quello dei detenuti nelle carceri segrete in Marocco durante gli anni 70 e 80. In particolare due di questi detenuti, la maggior parte dei quali veri desaparecidos che non fecero mai più ritorno, Abdelaziz Mouride e Mohamed Nadrani, hanno lasciato toccanti testimonianze a fumetti delle torture, e Mouride anche il diario di uno storico sciopero della fame che riuscì tuttavia a far introdurre alcuni diritti e garanzie per i detenuti politici in uno dei peggiori centri di detenzione segreti.
    I loro racconti a fumetti sono stati pubblicati in lingua francese in Marocco negli anni della “riconciliazione” inaugurata dal nuovo re: A. Mouride “On affame bien les rats!”, Casablanca 2000 e M. Nadrani “Les sarcophages du complexe”, Casablanca 2005. Due cimeli oggi praticamente introvabili, ma che meritano di essere ricordati in questo momento e unire la loro voce a chi non ha che il proprio corpo per affermare il proprio diritto di esistere

  8. Ci sono due cose che mi stupiscono in questa vicenda (ahimè sono ingenuo, e mi capita ancora di stupirmi). La prima è la smisuratezza (come scrive Sofri) della pena di fronte al reato. È chiaro che il sistema non intende punire l’uomo Cospito, ma quello che egli rappresenta: il dissenso. Colpisce Cospito per educare tutti gli altri. E non vuole punire il dissenso tout court, ma il dissenso anarchico, quello della sinistra antagonista. L’enormità di questa pena è un nonsenso nello stato di diritto, e la Corte Costituzionale lo rileverà, ma, come dice WM, rischia di arrivare tardi; i “buoni” lo sanno, ma a quel punto il loro obbiettivo (educare tramite la paura, il lento avanzamento del terrore, come dice dude) sarà nei fatti raggiunto, nonostante l’opera avrà probabilmente contribuito a creare qualche Hans Joachim Klein.
    La seconda cosa è che qui non siamo più nemmeno di fronte al giudice che si nasconde dietro il dito della norma asettica applicata col paraocchi per scaricarsi da ogni responsabilità: qui siamo di fronte al giudice che apertamente, senza infingimenti o ipocrisie, si accanisce contro il simbolo, incurante del destino di chi incarna quel simbolo. Il giudice, qui, scatena senza freni il suo odio ideologico, aggirando la Carta sulla quale ha giurato per svestirsi degli abiti di giudice e indossare quelli di onnipotente.

  9. [dal film “Sacco e Vanzetti”, l’ultimo colloquio di Bartolomeo Vanzetti col giudice Katzmann]

    Katzmann: Lei è un simbolo, signor Vanzetti. Però l’uomo sta per andare sulla sedia elettrica. Noi che cosa dobbiamo salvare allora? L’uomo o il simbolo?

    […]

    Vanzetti: Io ho solo chiesto un atto di giustizia, ma voi mi avete spiegato ancora una volta che il sistema si regge sulla forza, sulla violenza.

    Katzmann: Lei, Vanzetti, un anarchico, viene a parlarci di violenza?

    Vanzetti: Da sette anni va raccontando questa storia e io torno a ripeterle che la società nella quale ci costringete a vivere, e che noi vogliamo distruggere, è tutta costruita sulla violenza. Mendicare la vita per un tozzo di pane è violenza; la miseria, la fame alla quale sono costretti milioni di uomini è violenza; il denaro è violenza; la guerra. E persino la paura di morire, che abbiamo tutti, ogni giorno, a pensarci bene è violenza.

    Alla fine, dopo l’esecuzione, la voce fuori campo:

    “Come vuole la legge, io ti dichiaro morto.”

  10. Ho letto sul Manifesto che il garante dei detenuti ha fatto visita a Cospito, le cui condizioni di salute non sarebbero preoccupanti. Tra le righe trapela addirittura (o è una mia impressione?) che in fondo il “digiuno” non gli ha poi fatto male, visto che era decisamente sovrappeso. Leggere una cosa del genere mi lascia alquanto perplessa. Il garante dice però che è preoccupato per la determinazione del detenuto a portare avanti fino in fondo la sua protesta. Francamente non so bene cosa pensare, mi sembra che ci siano due narrazioni, o forse tre, molto contrastanti. Vorrei capirci di più, nei limiti del possibile.

    • Abbiamo notato anche noi questa “sfumatura”.

      Diciamolo: non mangiare per quasi tre mesi è un vero toccasana, soprattutto se lo fai al 41 bis, dove sei tranquillo, non hai inutili distrazioni né vacui passatempi… Si sa che «meglio soli che male accompagnati», puoi davvero «trovare te stesso» in una situazione così. È l’ideale, meglio che in convento, lo stato potrebbe esternalizzare il 41 bis ad aziende del comparto turistico che lo offrirebbero in comodi pacchetti, vacanza meditativa + dieta. Perdere una quarantina di chili in tre mesi per molta gente è un sogno.

      Il fatto che Cospito non sia ancora moribondo non significa che la sua condizione non sia grave. Ha smesso anche di prendere gli integratori, a quanto si capisce assume solo acqua e ogni tanto un cucchiaino di zucchero o miele. Non è messo come Holger Meins, ma del resto, come abbiamo scritto, noi speriamo di non vederlo MAI messo così. Però se va avanti a oltranza, come è determinato a fare, sarà sempre più arduo tentare di “ridimensionare” quel che sta accadendo.

  11. Grazie, era appunto questo che mi lasciava perplessa, per non dire altro: sei al 41 bis come in un centro benessere, ne approfitti per dimagrire e fare del bene alla tua forma fisica, in più sei tenuto sotto osservazione e se necessario ti diamo qualche integratore e un po’ di miele, cosa vuoi di più dalla vita? Poi certo, un po’ di preoccupazione se oltre a perdere i chili di troppo diventi anoressico. Articoli di questo genere sono pericolosi perché tendono a minimizzare, confondendo le idee di chi non ha abbastanza elementi per liquidarli come si meriterebbero. Grazie per questo spazio di informazione e discussione.

  12. Il prof. Birkenmayer dell’ universitá di Jena promuoveva ad uso di Fantozzi determinato a dimagrire, che aveva appena abbondonato l’ idea dello sport, ridottosi al solo moto passivo di rifacimento delle righe di un campo da tennis, una dieta di 20 giorni.. di digiuno assoluto peró . Ció che a me crea senso di disperazione é che mentre il nostro mondo “é in fiamme”, tutto il conflitto in atto nel paese sembrerebbe limitato a delle idiozie della domenica sulle autostrade del pallone: parallelamente emergono ( involontariamente ?)nella gogna mediatica casi estremi,di falle del sistema giudiziario del nostro pur contraddittorio e civile paese, a sostegno del solito giustizialismo opportunista: ad esempio lo stupratore di minore in provincia di Venezia, ai domiciliari dopo il patteggiamento . Mi aspetto uno slancio umanitario ulteriore non solo dal mondo della cultura.

  13. I nazisti in certe “cliniche” dove mettevano a forza persone con handicap e altri malati per annientarli silenziosamente, lo racconta Marco Paolini in “Ausmerzen, vite indegne di essere vissute”, usavano anche il sistema di privarli completamente di grassi nel cibo (già scarso) per accelerarne la morte. Farli morire di fame era solo uno dei loro metodi. Gli altri sono quelli noti.

    Oggi di fronte a certe parole, di garanti, di esperti, di tutto quello di cui il potere si arma contro i deboli, mi domando se un senso di vergogna non nasce nelle persone per il solo fatto di dover condividere la terra, il paese, con questi qui. Stare ad ascoltarli fa già male. Pensare alla sofferenza di chi subisce dovrebbe ferirci tutti. Viviamo in un mondo in cui tutto fa spettacolo, ma è un mondo dove chi viene davvero tritato, rimane nell’ombra. Vite indegne per loro. Anche e soprattutto quando si sono opposti e si oppongono.

  14. Ciao e grazie come sempre per aver raccontato con grande chiarezza un fatto di cui si parla poco e male. Si mette l’accento spesso sull’aggettivo “anarchico”, giusto per ribadire che, in fondo, uno così il 41bis se lo merita. Di morire no, dai, perché ai benpensanti “di sinistra” piace essere buonisti, ecco perché si parla di “grazia” e non di una revisione del processo, che ha molte ombre, evidenziate da uno dei legali di Cospito qui: https://proletaricomunisti.blogspot.com/2023/01/pc-10-gennaio-salviamo-la-vita-ad.html
    Inoltre mi permetto di segnalare un mio contributo sulla faccenda, che però si concentra un po’ di più sull’abuso del potere amministrativo, che in questo caso (come nel caso Ficicchia) è andato oltre i paletti costituzionali: https://www.ilbarbuto.blog/2023/01/13/abuso-stato-i-casi-cospito-ficicchia/
    Chiedo sin da subito perdono per il “self-marketing”. Non è mio modo di fare pubblicizzare i miei articoli né tantomeno cercare notorietà. Quindi, se lo ritenete opportuno, moderate pure questo commento. Cari saluti e complimenti per Ufo 78, che ho avuto modo di prendere ad una presentazione in Puglia e che sto leggendo in queste settimane.

  15. Il sottoscritto Alfredo Cospito comunica al proprio avvocato Flavio Rossi Albertini che in pieno possesso delle mie capacitá mentali mi opporró con tutte le forze all’alimentazione forzata. Saranno costretti a legarmi nel letto. Dico questo perché ultimamente mi è stata adombrata la possibilitá di un T.S.O. (trattamento sanitario obbligatorio). Alla loro spietatezza ed accanimento opporró la mia forza, tenacia e la volontá di un anarchico e rivoluzionario cosciente. Andró avanti fino alla fine. Contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo.
    La vita non ha senso in questa tomba per vivi.

    Cospito Alfredo.

    https://www.infoaut.org/bisogni/il-41-bis-e-linferno-dal-quale-mai-mi-faranno-tornare-a-riveder-le-stelle

  16. L’avrete già letta o comunque saputo ma oggi c’è un’orribile intervista a Piercamillo Davigo:

    – Conosce anche la vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito?
    «Certo».
    – Si sta lasciando morire in carcere.
    «In Gran Bretagna i combattenti dell’Ira che hanno fatto lo sciopero della fame sono morti».
    – È disumano.
    «Non è questione di umanità, ma di credere nei valori delle nostre leggi».
    – Sembra disumano anche credendoci.
    «Uno Stato non può lasciarsi ricattare se crede nei suoi valori. Per altro il ministro può revocare il 41 bis. E il presidente della Repubblica può concedere la grazia».

    A parte lo sbigottimento persino dell’intervistatore è tutta l’intervista che mostra il livello raggiunto dalle istituzioni. Un altro passo incredibile è questo:

    – Lei citava prima le corti internazionali. Quella di Strasburgo per i diritti dell’uomo ci ha condannato più volte per il ricorso al 41 bis e al carcere ostativo.
    «Forse perché a Strasburgo non siamo stati capaci di difenderci bene».
    Deduco che lei sia favorevole a entrambi.
    «Non si tratta di essere favorevoli e contrari, ma di spiegare la reale situazione italiana. Altrove non hanno avuto la strage di Capaci. E subito dopo quella di via D’Amelio. Non hanno avuto via dei Georgofili o l’attentato fallito a 500 carabinieri davanti allo stadio Olimpico. Non credo esista un altro paese del G7 che ha dato la caccia per 30 anni a latitanti come Riina, Provenzano o Messina Denaro».
    Capisco il punto. Capisco meno perché uno Stato forte rinunci a riabilitare anche i criminali più incalliti o a trattarli con maggiore umanità.
    «Non rinuncia affatto. È sufficiente che i condannati recidano i loro legami con la mafia»

    Sostanzialmente una visione pre-Beccaria. Orribile.

    • Davigo l’ha sempre pensata così. Non a caso scriviamo nel post «Dopodiché andrebbe spiegato il ruolo che ebbero Mani Pulite e subito a seguire l’”antiberlusconismo”».

      Davigo e mille altri si sono formati in una determinata cultura. È interessante a questo proposito riprendere la descrizione che il giornalista Corrado Stajano, nel suo libro Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini, fece di un Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Firenze:

      «è un personaggio da vetrata medievale. La sua visione della giustizia è teocratica, il suo pulpito è perennemente infuocato, il suo dito è perennemente puntato contro la sovversione nazionale, la sua immagine del mondo è di un metafisico pessimismo, gli uomini (saltellanti sudditi degli scorci delle tavole trecentesche) sono da governare con l’assolutismo di un principe cattolico che li tuteli dal male. Fuori dalla storia, naturalmente, perché la storia non esiste. Il Magistrato, assediato in una cittadella, combatte, nell’amarezza dell’incomprensione, contro chi presume di poter giudicare l’Autorità. L’ideale sarebbe forse un dogma di Stato inserito nella Costituzione della Repubblica sull’infallibilità dei Procuratori Generali.»

      L’idea è ancora quella. La differenza rispetto ai primi anni Settanta è che allora quella cultura era prettamente di destra, oggi è stata radicalmente introiettata “a sinistra”, cioè presso quella sinistra che è diventata una destra che si fa chiamare «la sinistra».

      • Vorrei provare a spostare il discorso lontano sia dal piano ideologico, da religione secolare – nel caso di davigo – sia da quello filosofico – che nel post e altrove è già ben trattato – e parlare un po’ del 41 bis come dispositivo.
        Punto primo. Il 41 bis, così come se ne parla e come è nell’immaginario di molti, non esiste. Non esistono carceri con fisicamente scritto 41 bis al cancello. Esistono regimi di punizione che soddisfano i requisiti della norma, ma fanno anche molto di più e molto più arbitrariamente. Gli esempi sono molti, li racconta ad esempio chi segue Lioce da anni, cfr. Manconi et al.
        Punto secondo. Il 41 bis esiste da quanto? 30 anni? Se c’è una cosa che è prerogativa dell’Uomo è il ragionamento empirico, bene, ce li abbiamo dati da poter usare per stabilire se e quanto funziona – almeno per gli scopi dichiarati – questo mostro chiamato 41 bis? Risposta è no e, anzi, quei pochi dati che abbiamo ci dicono proprio il contrario: mafia che continua a fare danni alla grande, 800 detenuti al momento(tutti boss? non credo), etc.
        Un giornalista dovrebbe inchiodare il davigo di turno su questi argomenti qua, non fare domande del cazzo tipo “secondo te è giusto(papà)?”. E, sempre un giornalista, non dovrebbe accontentarsi della risposta “Eh ma le intercettazione ci dicono che i mafiosi lo temono molto”, perché non significa niente.
        La “giustizia” è quel particolare campo dove, nella stragrande maggioranza dei casi, non esiste alcuna relazione tra ammontare afflittivo delle misure e risultati rispetto a certi indicatori(ammesso che abbiano senso) come tasso di criminalità e simili. E invece di sbattere in faccia il concreto ai davigo di turno, parliamo della giustezza del principio, di fatto lasciando implicitamente sul tavolo il discorso dell’efficacia.

  17. Invitiamo a moderare i toni nei commenti, per non dare a chicchessìa appigli per querele, grazie.

  18. Leggo ora che Cospito è molto peggiorato. Non riesce più a camminare, è caduto e si è rotto il naso. Il medico che lo ha visitato ha lanciato l’allarme. Ora la vita di Alfredo è molto a rischio. La cassazione dibatterà il suo caso tra tre mesi, sembra di essere nel castello di Kafka. Quando ero giovane e leggevo di Bobby Sands credevo che la crudeltà appartenesse solo alle destre. Poi, come tutti, ne ho viste di tutti i colori fatte dai “garantisti”. Inoltre come si fa a mettere sullo stesso piano tutti, ovvero i Messina Denaro e compagnia mafiosa, e chi non ha ucciso nessuno, ma ha idee diverse sul mondo… C’è una malevolenza che lascia sgomenti. E detto questo aggiungo per evitare fraintendimenti che sono per l’abolizione del 41 bis.

  19. da OSSERVATORIO REPRESSIONE

    UN GIORNO NELLA VITA DI ALFREDO COSPITO
    ”Ieri (25 gennaio), mentre faceva una doccia verso le 23.30 è caduto a terra e ha sbattuto la faccia, si è rotto il naso ed è stato portato al pronto soccorso – ha spiegato Angelica Milia, la dottoressa che segue Alfredo – Gli hanno rimesso a posto la frattura scomposta e gli hanno dato antidolorifici (…) è in lento peggioramento, ormai termoregola malissimo, ha 4-5 maglie addosso, tre paia di pantaloni, ha sempre freddo. Non ce la fa più ad uscire e camminare nell’ora d’aria, si sente molto debole tanto che sta utilizzando la sedia a rotelle a questo lo avvilisce molto. Tutti i valori sono in calo e c’è rischio di edema cerebrale”.

    /web/20230126171506/https://zic.it/quale-sarebbe-il-messaggio/

    È difficile parlare in questo momento.
    Il mio pensiero ed il mio cuore sono ogni giorno con Alfredo, sospesi con lui sul precipizio della morte, in questa mostruosa attesa del peggio. La strada intrapresa da Alfredo è senza ritorno, ma non per sua scelta. L’evocazione del terrore fatta da Dude, il sano stupore di Marcello, il riemergere dalle profondità oscure dell’ingiustizia compiuta su Sacco e Vanzetti, si mescolano in un magma di rabbia, tristezza ed impotenza di fronte alla violenza del potere.
    Apro a caso un libro di Errico Malatesta e trovo queste parole che mi sembrano scritte per rappresentare questo momento: “un anarchico non riconosce altra regola di vita che quella approvata dalla sua coscienza”
    E poi un passaggio dal libro “Il disagio dell’inciviltà Forme contemporanee del dominio” ( Corpo- Consigliere- Paravagna): “I soggetti umani specifici sono prodotti e strutturati attorno a verità specifiche, che ne scandiscono la vita e, in larga misura, ne determinano la morte” a proposito degli effetti avversi del sistema di verità occidentale.
    Purtroppo Alfredo non può sentire l’affetto che in questo momento, in una battaglia così importante e che forse sarà determinante, lo circonda ma io spero che lui sappia che tante persone gli sono vicine e gli vogliono bene in questa circostanza terribile. Forza Alfredo, vorrei che la tua vita non finisse nel peggiore dei modi. Vorrei che si potesse fare ancora il possibile e l’impossibile per salvarti la vita.

  20. Vorrei prima di tutto dichiarare la mia totale solidarietà nei confronti di chiunque sia coinvoltǝ nella lotta per i diritti carcerari, specialmente se all’interno dell’istituzione stessa.

    Data la tragicità delle circostanze non credete sia urgente/indispenabile provare ad esercitare in maniera diversa il pensiero critico? Provare a mantenere attiva sopratutto la capacità, sottovalutata, di analizzare in maniera impietosa certe ”nostre” battaglie? Lo chiedo perchè mi sembra di notare una certa dose di moralismo in certe narrazioni.

    Non vi sembra che la strategia di lotta scelta da quello che è a tutti gli effetti un combattente sia riuscita quasi esclusivamente a generare solidarietà nei confronti dell’individuo Alfredo e quindi a colletivizzare lo spettacolo, a creare spettatori mancando quello che invece dovrebbe essere lo scopo della solidarietà: collettivizzare una lotta?

    Osservata da questa prospettiva la tragedia umana a cui stiamo assistendo somiglia troppo ad uno spettacolo grottesco durante il quale ognuno può esprimere la propria opinione, progressiva, legalista etc. mentre sullo schermo gigante scorrono le immagini del sacrificio dell’eroe alla causa.

    Legs dice che «…la strada intrapresa da Alfredo è senza ritorno, ma non per sua scelta» e in un certo senso ha anche ragione. Ma anche no. Perchè non sceglie per esempio di fidarsi dei suoi avvocati?

    https://www.ildubbio.news/carcere/ludienza-di-alfredo-cospito-anticipata-al-7-marzo-dalla-cassazione-i3blt7da

    • Senza lo sciopero della fame di Cospito e senza le tante e capillari iniziative, scritte e contestazioni – compresa quella che abbiamo subito noi, chissà perché, a Cagliari, ma vabbe’, gli equivoci si verificano – organizzate da compagne e compagni di quell’area anarchica, un dibattito sul 41 bis in Italia non si sarebbe mai sviluppato.

      Per Nadia Lioce tutto questo non c’è mai stato, e infatti nel 2017, quando si aprì uno spiraglio, si richiuse quasi subito. Il dibattito si ridusse infine ad alcuni articoli su siti di movimento e testate di sottobosco politico, dove è rimasto confinato per anni finché Cospito non ha deciso di usare il proprio corpo come ultima arma di lotta. Senza di questo, non ne staremmo nemmeno parlando, se ne parlerebbe solo su “Il Dubbio” e “Il Riformista” e, sull’altro versante, sul benemerito Osservatorio Repressione.

      Noi non vogliamo il martire, vogliamo che Alfredo viva. Oltre a questo, capiamo bene che negli ultimi giorni, tra l’arresto in pompa magna di Messina Denaro e l’allarmismo mediatico sulle minacce che avrebbero subito diplomatici italiani all’estero (la Piovra anarchica!), si è inaugurata una nuova fase, molto più aspra e difficile.

      Però capiamo altrettanto bene che Alfredo non può recedere.

      Alfredo dei suoi avvocati si fida, come sicuramente si fida dei suoi Nadia Lioce. Però a lasciar lavorare “solo” gli avvocati si è già visto cosa succede: 800 persone ancora al 41 bis, di cui alcune da un ventennio.

  21. “Come esseri umani, e come occidentali in particolare, siamo totalmente catturati dalla “fascinazione del pensare” [10]. Abbiamo la propensione ad attribuire il massimo valore possibile al pensare in sè, una fascinazione indiscriminata per l’attività mentale. Ci sentiamo “a posto” e in regola solo quando la mente pensa molto, non importa a cosa e come. Importa il discorrere mentale. Discorrere, dal latino discurrere: “correre di qua e di là”. Ci aspettiamo tutto e la soluzione di tutto in primo luogo dal pensare e poi anche dal leggere e dal parlare. Siamo convinti che se soltanto riuscissimo a pensare abbastanza, se solo rivedessimo il film mentale di quella data situazione… allora certamente ne verrà qualcosa di buono. E’ una fede cieca, tanto più è radicata e inconsapevole, di abbandono a un presunto potere (magico?) del pensare e del ripensare, della cogitazione compulsiva.” Giuseppe Genna sull’ emergentismo.
    Mi spiace Dude, non sono d’accordo con te. Non credo che la semplice fiducia riposta da Cospito nei suoi avvocati possa risolvere questa tragica situazione. L’anticipazione dell’udienza per l’annullamento del 41 bis per Alfredo è una buffonata per una persona in sciopero della fame da tre mesi. Queste battaglie non si possono vincere in tribunale. Questo tipo di convinzione può davvero confliggere con la possibilità di intraprendere una vera lotta. Tanto ci pensano gli avvocati. Tanto ci pensano i giudici… Che MAI nella storia hanno rappresentato gli interessi dei più deboli.
    Sterilizzare la lotta dai sentimenti e dalle emozioni non la rende più ” collettiva”.

    • @ Legs
      La «tragica situazione», dal mio punto di vista, è quella di un corpo che si immola ed è una situazione perfettamente risolvibile.

      Sento troppa puzza di martirio, di inconsapevole partecipazione a quella visione della giustizia teocratica a cui si faceva riferimento sopra.

      Vedo un uomo che a testa alta sacrifica la propria vita, non alla patria ma alla causa libertaria. I termini patria/libertà sono intercambiabili ma il processo rimane quello.

      Inoltre: perchè Anna Beniamino è stata completamente obliterata dal racconto mainstream e quando la si nomina è sempre nel ruolo di compagna/comparsa ai margini della storia?

      Che tipo di strutture psichiche intende colpire e formare questa narrazione?

      Trovo che le cornici interpretative nelle quali ci si ritrova ingabbiatǝ quando si sfida un istituzione risultano poi sempre totalmente funzionali alla riproduzione dell’idea dello stato-capitale quale unico possibile garante della pace sociale.

  22. @ Dude, che cosa è “perfettamente risolvibile”?…
    Sei davvero sicur* che patria e libertà siano “intercambiabili”? A me sembra che questo ragionamento non tenga conto della variabile umana. Della storia personale di ognuno di noi. E fa sembrare facile fare la scelta “giusta” e perfino “stupido” chi non la fa. Allora il problema è ancora più a monte, nel pensare che i nemici si possano eliminare fisicamente ed individualmente. Alfredo è già stato processato e condannato per questo. Qui stiamo parlando di una cosa molto differente: stiamo parlando di una reazione vendicativa e sproporzionata rispetto al crimine commesso, della violenza fisica e psicologica esercitata dai dispositivi repressivi per annientare i dissidenti. Della capacità umana di resistere alla tortura, stiamo parlando di questo. Nè io nè tu abbiamo il diritto di giudicare le scelte di nessuno. Ma solidarietà è, prima di tutto, comprendere il dolore, la sofferenza, la disperazione e la solitudine di chi si oppone a questo sistema. Ci ha già pensato qualcun altro a emettere una sentenza di condanna definitiva, senza appello, di fronte a cui nessuno di noi sa come avrebbe reagito.

  23. Credo sia sbagliato, parlando di Stato, pensare ad una possibile “reazione vendicativa”. Sbagliato perché trattasi non di un rapporto tra esseri umani ma tra uomo e apparato, macchina burocratica, totalmente impersonale la cui funzione principale è quella di disciplinare ed integrare tutto e tuttə nella logica economica vigente.

    Come dicevo all’inizio, pensare che sia in atto una “vendetta” nei confronti di un movimento sposta il baricentro verso una posizione moralista.

    Citando un comune compagno, penso vi sia sempre una certa “ambiguità insita nella dimensione eroica” e che quindi l’essere umano vivo, anche magari sopravvissuto, possa essere più utile ad una causa della sua memoria.

    • È vero che stiamo parlando di un dispositivo sovrapersonale, ma sovrapersonale non significa del tutto impersonale.

      Come scrive anche Sofri nell’articolo citato, alle persone che amministrano e infliggono la “giustizia” fa comodo che le loro decisioni vengano rappresentate come prese da un “macchinario”. Ciò le deresponsabilizza anche quando prendono decisioni in cui è forte la componente soggettiva.

      La “giustizia” è amministrata e inflitta secondo certi codici anche non scritti, codici di alcuni corpi dello stato, laddove “corpi” significa anche insìemi di… corpi, appunto. Di persone in carne e ossa che “si caricano la molla a vicenda” e mantengono operanti logiche umanissime, quale è appunto la logica della vendetta.

      Un esempio di queste logiche di corpi? È un segreto pubblico che in Italia, se tocchi le forze dell’ordine, quando ti prendono è facilissimo che ti trattino molto peggio che se avessi toccato qualcun altro. Come è facilissimo che quando ti sbattono in galera “buttino via la chiave”.

      Se un tizio volontariamente massacra sua moglie, a processo si può dimostrare che è stato il Raptus e magari si prende una condanna sfangabile; ma se qualcuno volontariamente uccide, o anche solo ferisce, o anche solo tenta di ferire un membro delle forze dell’ordine, o anche solo ha inteso colpire le forze dell’ordine come istituzione, nove volte su dieci subisce un trattamento violentissimo, dopodiché viene sepolto vivo per chissà quanto, in alcuni casi finché non tirerà le cuoia. Oltre a essere sepolto vivo, potrà subire una mostrificazione incessante a mezzo stampa, e un accanimento di misure inflittive e umilianti che nella migliore ipotesi sono “libere interpretazioni” delle norme di legge, nella peggiore con la norma di legge non hanno alcun rapporto.

      In teoria il reato è lo stesso, è quello di cui all’art. 575 del Codice penale: si è volontariamente uccisa una persona. Ma nei due casi le conseguenze sono molto diverse.

      Pensiamoci un momento: se i carabinieri o la polizia vogliono che la magistratura inquirente tratti qualcuno in un certo modo e non in un altro, hanno tutte le leve per fare “pressione ambientale”. Le procure operano grazie ai carabinieri e poliziotti che svolgono le funzioni di polizia giudiziaria. Se all’Arma non piace un PM, ha mille modi per farglielo sentire, mille sottili strategie di boicottaggio e accerchiamento. Nessun procuratore può permettersi che questo avvenga. Ma nemmeno la magistratura giudicante ha interesse a inimicarsi il braccio armato del potere esecutivo. Se un procuratore o un giudice prende decisioni impopolari presso le FdO, è facile che da queste venga “marchiato”.

      Spesso tutto questo rimane latente, perché già in gran parte della magistratura è egemone la cultura descritta nel post e in alcuni commenti. Ma “latente” è già più che abbastanza.

      Proviamo a farci venire in mente alcune delle persone più mostrificate nell’Italia degli ultimi vent’anni. Persone per cui si è “buttata via la chiave”, ostentando questo buttarla via nei modi più sguaiati. Persone per cui spendersi è sempre stato un’impresa durissima in quanto “indifendibili”.

      Cesare Battisti. Nel 2021 anche lui ha dovuto fare uno sciopero della fame per le condizioni in cui era detenuto. Tra gli omicidi per cui è stato condannato c’è quello di un maresciallo degli agenti di custodia.

      Nadia Desdemona Lioce. È al 41 bis da vent’anni (!), dove ha subito ogni sorta di angherie volte ad annichilirla psichicamente. Fu una di queste angherie, nel 2017, a far partire il primo timido, difficilissimo dibattito sul 41 bis e sul fatto che non era più solo una roba “da mafiosi”. Lioce è nota soprattutto per gli omicidi D’Antona e Biagi, e ci si scorda facilmente che tra gli omicidi per cui è stata condannata c’è anche quello di un sovrintendente della polizia ferroviaria.

      Ora, ricordiamoci dove fu piazzato l’ordigno rudimentale per cui Cospito è accusato di tentata strage «contro la sicurezza dello stato». Davanti a una caserma dell’Arma. Non una caserma qualunque: quella dove ha sede la scuola allievi carabinieri di Fossano. La «sicurezza dello stato» è, semplicemente, l’Arma. Cospito è accusato di aver voluto colpire l’Arma. Se l’ordigno fosse stato piazzato davanti alla scuola di chef di Cracco a Robecco sul Naviglio, molto probabilmente ci sarebbe stata tutt’altra catena di eventi.

      Lo stato è concreto. È fatto anche di corpi, dunque è senz’altro sovrapersonale, ma non è del tutto im-personale.

  24. Mi permetto di aggiungere poche considerazioni estemporanee sull’ultimo intervento di Wu Ming e la distinzione fra sovrapersonale ed impersonale, in cui sono stati citati casi relativi a detenuti politici noti. Poi ci sono i trattamenti vendicativi e violenti somministrati a tutti gli altri detenuti, tra i più conosciuti Vallanzasca e Mesina.
    Impedire alla dottoressa Milia di riferire sulle condizioni di Alfredo, impedire ad Alfredo di tenere con sé le foto dei suoi genitori, sono scelte organiche ad un principio di “vendetta” ( ed il termine è anche riduttivo) che nulla ha a che fare con la giustizia. Un’ interessante intervista trasmessa da Radio Onda d’Urto ad una giornalista de La Stampa, che si occupa di cronaca giudiziaria, ha messo in risalto come già solo il termine “ostativo”, dal punto di vista simbolico e concreto, sia totalmente incompatibile con le dichiarate intenzioni della pena detentiva. Questo fa notare come lo Stato abbia in mente un apparato ideologico che giustifica fattivamente gli abusi di potere sui detenuti proprio attraverso la burocrazia. E come la burocrazia sia incarnata ed impersonata attraverso i suoi funzionari. Lo Stato, ovviamente, esercita in maniera repressiva forme di subdola vendetta che trascendono i regolamenti e le sentenze molto oltre quello che si scrive nero su bianco, grazie a chi lo “rappresenta”. Leggi, codici e regolamenti non si applicano comunque mai da soli.

  25. Tutto vero. Ci sarebbero molti punti sui quali si potrebbe dibattere, ci sarebbero cose da dire sui casi Battisti e Lioce (molto bello il libro che Battisti iniziò a scrivere al 41 Bis: https://www.radiocittafujiko.it/letture-insolite-a-natale-lultima-duna-di-cesare-battisti/) ma la situazione è gravissima. In ballo c’è pur sempre la vita di un uomo. Non è il caso. Spero solo valga la pena far notare che all’interno di una logica di vendetta l’eliminazione fisica del soggetto nemico rappresenta uno degli obiettivi mirati. L’altro è il famoso e già ampliamente citato colpirne uno per educarne…, tutto questo all’interno di una narrazione distopica dove la lotta conduce, in ultimo, al martirio.

  26. Non ci sono velleità di protagonismo o di martirio nella scelta,non sindacabile da chi non è coinvolto, dello sciopero della fame. Semmai nell’uso strumentale che di questo sciopero può essere fatta. Ma tutti siamo ben consapevoli che la situazione è gravissima proprio perché l’anarchico Alfredo Cospito sta morendo di fame. Sta letteralmente morendo di fame. Noi ne siamo ben consapevoli. L’obiettivo di Cospito non è affatto il martirio e neanche vuole morire. Non credo neanche che la decisione tragica dello sciopero della fame possa essere influenzata da calcoli sulle strategie di eliminazione che fa il tuo nemico… La determinazione e la disperazione si mescolano in un tutt’uno inscindibile. La mancanza di prospettiva nel futuro ma perfino di visuale fisica, la continua invasione del tuo spazio intimo personale che avviene negli ambienti di sorveglianza coatta, e che è una violenza psicologica, dopo dieci anni di carcere hanno avuto un peso reale nelle scelte di Alfredo. E per quanto possa suonare fastidioso e terribile c’è qualcosa di eroico nella risolutezza di Alfredo, nella strenua resistenza fisica e mentale che è riuscito ad opporre sinora ai suoi carcerieri per tre lunghissimi mesi e per altri dieci lunghissimi anni.

  27. Nota di Palazzo Chigi

    29 Gennaio 2023

    Gli attentati compiuti contro la nostra diplomazia ad Atene, Barcellona e Berlino, come pure quello di Torino, le violenze di piazza a Roma e Trento, i proiettili indirizzati al direttore del Tirreno e al procuratore generale Francesco Saluzzo, la molotov contro un commissariato di Polizia: azioni del genere non intimidiranno le istituzioni. Tanto meno se l’obiettivo è quello di far allentare il regime detentivo più duro per i responsabili di atti terroristici. Lo Stato non scende a patti con chi minaccia.

    —-

    Ora, a parte il pateracchio di episodi diversi che si dividono tra reali ma ingigantiti e solamente presunti, e comunque tutti di modestissima entità, va notata la risonanza con la «linea della fermezza» durante il sequestro Moro.

    Non è in corso alcun attacco al «cuore dello stato». Nessun soggetto politico eversivo ha sequestrato un politico illustre per processarlo. Nessuna formazione armata sta esigendo dallo stato un riconoscimento o l’apertura di una «trattativa» con scambio di prigionieri. Eppure la retorica è la medesima di quei giorni: quella del rigore, dell’indeflettibilità, di un’etica delle istituzioni che non si fa piegare ecc.

    Una retorica che è sempre falsa.

    Infatti, la classe dirigente che aveva rifiutato ogni trattativa per salvare Moro, cioè uno dei suoi più importanti maggiorenti, tre anni dopo trattò con le BR, pagando un riscatto di un miliardo e mezzo di lire, per salvare una figura apparentemente minore e più oscura: il notabile della DC campana Ciro Cirillo, in quel momento assessore regionale ai lavori pubblici.

    Si dice poi che per trattare con le BR lo stato sia ricorso a un peculiare diplomatico, il boss camorrista Raffaele Cutolo, all’epoca già in galera, e che suoi contatti con brigatisti detenuti siano stati agevolati con un trasferimento ad hoc nel carcere di Nuoro. Ma lungo questa china non c’è nemmeno bisogno di scendere. L’aver pagato il riscatto per Cirillo basta a far capire che la “fermezza” durante il sequestro Moro non era dovuta alla schiena diritta ma alla convenienza. Mutata la convenienza, mutata la linea.

    Del resto, c’è da ricordare che nel XXI secolo lo stato italiano ha più volte pagato riscatti a terroristi islamici per ottenere la liberazione di cittadini italiani presi in ostaggio. Nemmeno lì valeva la “fermezza”. Soltanto nel caso di Moro.

    Ma, va ripetuto, tutto questo non c’entra niente col caso Cospito. O meglio, c’entra, ma in un altro modo, non nella parvenza che cerca di imporre il governo.

    Comincia proprio nel 1978 l’emergenza perenne italiana, quella che ha reso eterna una misura come il 41 bis, pensata come contingente e transitoria, e che oggi schiaccia Cospito.

    • Stavolta siamo oltre l’emergenza perenne, si tratta di puro avanspettacolo, improvvisazione ex-post di un’emergenza.
      Credo che le redazioni dei giornaloni abbiano ricevuto qualche velina tra ieri e oggi. Forse per arginare quelle voci – neanche troppo sparute – di solidarietà che si erano affacciate sul meinstrim in modo disordinato. Pare che addirittura mentana abbia pronunciato le parole “Lui al quarantunobis non dovrebbe stare, non c’entra niente”.

      E infatti oggi viene servito un gran antipasto di prime pagine che gridano “emergenza anarchica” e annaffiano il tutto col vino del governo che non scende a patti. Ma il premio lo vince senz’altro il-messaggero-roma che, in tema anarchici, sparacchia un articolo composto al 100% di fiction, di cui riporto soltanto il titolo:

      “Gli infiltrati nelle scuole per reclutare nuove leve”

      Mala tempora.

  28. Fino all’ultimo respiro: il caso Alfredo Cospito e Anna Beniamino

    Segnaliamo questo breve documentario, on line dal 20 gennaio scorso, realizzato da Videocitronix con l’occhio alla sabbia che scende nella clessidra. Visto, appunto, l’incalzare dei tempi e il rapido arroventarsi del caso, in alcune sue parti questo video è già distopicamente superato, ma è comunque utile, perché ricostruisce pregressi e contesto, e dice un po’ di cose interessanti su come sono state condotte indagini e “perizie” in base alle quali Alfredo e Anna sono stati condannati.

    https://streeen.org/film/fino-allultimo-respiro/

  29. “La lettera minatoria al Tirreno – “Foglio a quadretti, leggermente ingiallito. Scrittura in stampatello maiuscolo, lettere molto grandi, tracciate con mano ferma, ma senza righello“. Anche il Tirreno, diretto da Luciano Tancredi, finisce nel mirino delle proteste e delle intimidazioni di stampo anarchico. È lo stesso quotidiano a comunicare la consegna della lettera, firmata con una A maiuscola.” Da Il Fatto Quotidiano.
    Se la situazione non fosse drammatica, il ritratto caricaturale tracciato dai giornali della lettera minatoria “scritta dagli anarchici”, vista l’inequivocabile A maiuscola…, sarebbe degna di essere annoverata nella tradizione comico epistolare inaugurata da Totò e Peppino. Mi domando come si possano riferire dettagli di questo genere senza avanzare alcun dubbio sulla loro autenticità, già solo per come sono scritti… Foglio a quadretti, leggermente ingiallito, stampatello maiuscolo, lettere molto grandi, tracciate senza righello…firmata con una A maiuscola…
    Credo che il righello non si usi più neanche alle elementari.

  30. Mi pare importante sostenere iniziative forse lievemente più mainstream, seppure non ci sia da farsi troppe illusioni sull’apertura di istituzioni come l’Università. Ad ogni modo se siete dalle parti di Torino magari fate un salto qui:

    https://viatrivero.volerelaluna.it/domani-dalle-ore-1730-alle-2000-seminario-aperto-contro-il-41-bis-e-lergastolo-ostativo-campus-luigi-einaudi/

    Ragona, che è uno dei migliori studiosi di anarchismo e soprattutto un compagno, ne parla anche qui https://viatrivero.volerelaluna.it/domani-dalle-ore-1730-alle-2000-seminario-aperto-contro-il-41-bis-e-lergastolo-ostativo-campus-luigi-einaudi/

    • Ho trovato utile e interessante l’intervento di Ragona ieri mattina su Rai Radio 3, a Tutta la città ne parla. Ha giustamente evidenziato almeno due cosucce belle oltre che importanti, cose risapute, forse, da chi i movimenti li conosce ma non proprio scontate per chi, in questi giorni si è ritrovatə a far colazione con caffè e anarchia. Ragona Ha ricordato/evidenziato in primis quanto sia «storicamente fuori luogo» l’accusa avanzata a Cospito di essere a capo di una “organizzazione”. Ha poi sottolineato il fatto, ancora più importante a mio avviso, considerando l’audience, che la violenza non rappresenta per niente «il tratto caratterizante» di un movimento pluralistico come quello anarchico.

      L’evento sarà disponibile in audio/video per chi volesse partecipare ma non può?

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