La variante inglese: The Ripper, l’Emergenza e il tempo che ci attende

di Wu Ming 4

Il documentario Netflix in quattro episodi sullo Squartatore dello Yorkshire ci racconta che un tempo – negli anni Settanta – i movimenti sapevano affrontare politicamente l’Emergenza.

Tra il 1975 e il 1981 questo emulo del più celebre Jack the Ripper uccise 13 donne e ne aggredì un’altra mezza dozzina. Senza spoilerare sulla detection e su come gli inquirenti arrivarono a risolvere il caso dopo cinque anni di indagini, basti dire che fu una delle inchieste più lunghe e dispendiose nella storia della giustizia britannica, al cui confronto quella sul vecchio Squartatore vittoriano – che pure era il modello – pare di ben minore conto.

Era l’alba del declino del nord industriale, e i quartieri operai del West Yorkshire, in quella grande area che andava da Leeds a Manchester, con le loro città satelliti, iniziavano ad assomigliare a ghetti o si “riconvertivano” a luci rosse. Ed ecco comparire le prostitute bersaglio dello Squartatore: corpi abbandonati in un campo, o meglio nella waste land dietro una fabbrica o una fila di casette a schiera, in mezzo a sterpaglie e mobili sfasciati. Con il cranio sfondato a martellate e il petto pugnalato a colpi di cacciavite.

Fino a circa metà del racconto le donne compaiono soprattutto così, come vittime, in fototessere bianco e nero, oppure come parenti delle vittime, o ancora come vittime potenziali intervistate nei night club o nei pub di Leeds. Le voci narranti principali sono quelle maschili, gli “eroici” poliziotti e funzionari nelle interviste di repertorio o sopravvissuti al trascorrere del tempo.

Tutto cambia quando entrano le voci delle donne, e delle femministe in particolare, che raccontano la storia da tutt’altro punto di vista, ribaltandola completamente. Il movimento narrativo è tanto efficace quanto spiazzante e carico di implicazioni.

Il succo del racconto delle attiviste e giornaliste che seguirono il caso e che lo ricordano molti anni dopo, è presto detto: a un serial killer che ammazzava donne sole, di notte, dopo averle rimorchiate, la polizia e i mass media appiccicarono l’etichetta di «killer delle prostitute». Questo portò con sé tutto lo strascico di illazioni e pregiudizi sullo stile di vita delle vittime, spesso giovani donne proletarie con tanti figli, costrette magari a fare marchette per integrare il magro sussidio. E anche se altre vittime erano ragazze borghesi e dabbene, una volta scattata la narrazione tossica maschilista e moralista niente poteva scalfirla: le uniche vere vittime erano le prostitute (le malefemmine), mentre le altre erano errori di valutazione del killer, che le scambiava per prostitute perché le trovava in giro di sera da sole. Non era un uomo che odiava le donne, ma un folle giustiziere puritano. E siccome il killer era così sbadato, il consiglio delle autorità che, come si suol dire, brancolavano nel buio fu per tutte: «Donne, restate a casa la sera».

Così il patriarcato suggellava la propria autonarrazione: la cultura sessista che aveva partorito il maniaco era la stessa che finiva per trovare il rimedio all’abominio maschile nella limitazione dell’autonomia delle donne, di fatto scaricando la colpa della mortalità reale sui loro comportamenti «irresponsabili», che fossero prostituirsi o uscire la sera per socializzare e divertirsi.

Mentre le indagini si facevano tanto più accanite e dispendiose quanto più mancavano il bersaglio, le femministe del West Yorkshire reagirono facendo cortei notturni e rivendicando la libertà di uscire di notte da sole e in sicurezza. La buttarono, giustamente, in politica. Lo fecero rovesciando in senso paradossale lo slogan delle autorità, per rivelarne il vizio concettuale. Dai cortei partiva il grido: «Gli uomini a casa!». Il senso evidentemente era che se la risposta a una minaccia reale è la clausura, perché questa dovrebbe valere per le potenziali vittime e non invece per i potenziali carnefici?

Le femministe affermavano che l’opzione resta-a-casa confermava i rapporti sbilanciati, la subordinazione e soprattutto la vittimizzazione delle donne. Come risposta all’emergenza equivaleva ad accettare che la società regredisse culturalmente e politicamente, perché là fuori si rischiava di morire. E loro a questo ricatto non volevano sottostare. Volevano vivere.

Vedendo le immagini di repertorio e ascoltando le interviste a queste tipe tostissime, viene da pensare che c’è stato un tempo in cui anche di fronte a un pericolo reale, anzi, proprio di fronte a un pericolo reale il movimento che cambia lo stato di cose presente attivava strumenti di analisi e di lotta comunicativa e politica per ribaltare il tavolo apparecchiato dai dittatori inetti. E li dipingeva per quello che erano: goffi ominicchi, prigionieri delle proprie false credenze e pregiudizi piccolo-borghesi, che mentre davano la caccia al mostro, paradossalmente reggevano il moccolo della sua weltanschauung schizoide. Un po’ come voler fermare un’epidemia continuando a mandare gli operai in fabbrica per poi chiuderli in casa nel tempo libero, o aprendo i negozi per poi accusare la gente di entrarci.

La logica paradossale dell’apertura/chiusura non può affrontare l’emergenza. Gli sbirri di Sua Maestà non potevano catturare lo Squartatore, se non grazie a un clamoroso colpo di fortuna. Così come i nostri dittatori inetti non possono fronteggiare la pandemia, possono solo aspettare che passi o che Madonna Scienza faccia il miracolo, fornendo il vaccino a tutti (e sperare che sia buono). Vaccino che ci salverà la vita, ma non ci salverà dalla miseria, dall’autoritarismo, dalla paranoia, dal non senso, che nel frattempo si sono radicati nella nostra vita e nella società. Con il placet dei movimenti che non cambiano lo stato di cose presente, ma anzi, lo legittimano spacciandolo per l’unica soluzione possibile e trasformandosi nella propria nemesi. There Is No Alternative.

Nella miniserie c’è un sottotesto implicito o involontario, chissà. Lo si coglie di sfuggita, quando affrontando gli eventi del 1979, si mostrano le immagini dell’insediamento di Margaret Thatcher a Downing Street, dove sarebbe rimasta per gli undici anni successivi (fantastica l’interpretazione che ne dà Gillian Anderson in un’altra serie Netflix, The Crown). Quando nell’81 il caso trova una soluzione, la Lady di Ferro è ormai saldamente al potere e negli USA viene eletto Ronald Reagan, suo degno compare. Il caso dello Squartatore dello Yorkshire accompagna questo passaggio dalla seconda metà degli anni Settanta all’inizio degli anni Ottanta, quelli in cui la risacca dei movimenti avrebbe visto sorgere il neoliberismo, con il suo falso sogno di arricchimento per tutti, la macelleria sociale, la repressione dei sindacati. Dissero che quella cura da cavallo serviva per riprendersi dalla recessione economica degli anni Settanta. Senz’altro servì a chiudere i conti con un’epoca e a inaugurarne una nuova.

Vedremo cosa toccherà a noi nel tempo post-pandemico che si apre davanti.

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21 commenti su “La variante inglese: The Ripper, l’Emergenza e il tempo che ci attende

  1. A chi vuole “approfondire” il tema, consiglio la versione romanzata di David Peace 1974, 1977, 1980 e 1983: il Red Ridign Quartet.
    C’è una versione in serie tv (ma in 3 puntate non in 4 e non ho mai capito il perchè) di questi 4 romanzi.
    I romanzi si dovrebbero ancora trovare sul sito di Meridiano Zero o Tropea.
    Per la questione Tatcher consiglio invece GB84 ambientato durante il famoso sciopero dei minatori.
    Scusate la digressione letteraria.
    P.S. Per gli appasionati di calcio invece non può non essere letto Il Maledetto United (questo l’ho aggiunto solo per raggiungere le 550 battute: mi dispiace).

  2. Lo scorso 8 dicembre qui da me c’era un’allerta meteo. Approfittando di una schiarita sono salito con la mia famiglia alla base delle piste da sci, un posto molto popolare qui per le passeggiate. Nevicava, ma la strada era perfettamente agibile e sicura. A terra c’erano 20 cm di neve fresca, non di più. Nel parcheggio ci saranno state 50 auto e qualche decina di persone qui e là. Abbiamo fatto due passi, poi siamo tornati a casa. Poco fuori dalla città abbiamo trovato un’auto dei carabinieri di traverso in mezzo alla strada. Sono sfilato alla loro sinistra, chiedendomi cosa potesse essere accaduto di tanto grave da far chiudere la strada così precipitosamente. Il giorno dopo i giornali parlavano di “pienone” alla base delle piste, “genialate” di chi si era “avventurato nella tempesta di neve” sotto “alberi pericolanti”, “necessario l’intervento dei carabinieri”. Io non ho visto niente di tutto questo. Degli stessi giorni la notizia che la regione Valle d’Aosta ha vietato lo scialpinismo se non accompagnati da guide alpine. In entrambi i casi amministrazioni di sedicente “sinistra” e due risvolti della stessa storia: l’emergenza – di qualsiasi tipo essa sia – e la considerazione che l’autorità può disporre degli spazi pubblici – finanche le montagne – a propria insindacabile discrezione.
    Penso, dell’emergenza sanitaria in corso, che l’obbligatorietà del vaccino anti-COVID dovrebbe essere vista, eventualmente, come rimedio estremo – a male estremo di dilagante sconsideratezza no-vax – ma non prefigurata come sola via d’uscita. Sarebbe, ricorso all’ennesimo obbligo/divieto, una scorciatoia come al solito. Ieri Alex giustificava questa opzione – l’opzione dell’obbligo – con un numero di morti calcolato sulla base di un tasso (presunto?) di letalità. Mi è parso che fosse la solita dinamica stato di emergenza → uso dei dati per fare allarmismo → ricorso all’obbligo/divieto.

    • Cerchiamo però di non “sdoppiare” le discussioni, rispondendo qui a commenti lasciati sotto altri articoli, ché poi non si capisce più niente.

      [Già che ci sono, preciso perché non sia costretto a rifarlo lui che AlexJC ha già chiarito il suo uso di quella cifra. Non era riferita al qui-e-ora, ma a un periodo indeterminato, ad anni di epidemia. Semplicemente, proiettava l’1% di letalità sull’intera popolazione italiana in un’ipotetica situazione senza vaccino. Era una risposta a chi diceva che con “solo” l’1% di letalità si poteva anche non vaccinare. AlexJC ha fatto notare che sulla popolazione italiana 1% di letalità vuol dire potenzialmente 600.000 persone. Magari nel corso di anni, appunto, ma perché non evitarlo a priori il rischio di avere quelle morti (o anche molte meno, aggiungo io)? Era questa la sua argomentazione.
      Tutto ciò per arrivare a dire: senza vaccino la «dittatura degli inetti» proseguirebbe ad libitum, chissà per quanto, con dpcm a raffica, misure «a fisarmonica», paracula colpevolizzazione dei cittadini, danni devastanti al legame sociale e alle vite delle persone. Posizione che non mi sembra affatto scientista o terroristica come l’ha etichettata qualcuno. Ad ogni modo, la discussione è qui, non biforchiamola.]

    • Giusto il richiamo, in linea di massima, a non cadere vittime degli stessi meccanismi che denunciamo, quelli dell’emergenza e delle regole che ne scaturiscono. Tuttavia, bisogna anche stare attenti a non cadere vittime delle proprie generalizzazioni, alle quali tendiamo, perché nella nostra cultura una “legge generale” è considerata sempre una forma superiore di conoscenza rispetto a una somma di casi particolari. Voglio dire che uno schema come: “stato di emergenza => uso dei dati per fare allarmismo => ricorso all’obbligo/divieto”, non è un male di per sé, e distinguere caso per caso è sempre utile. Ad esempio, in base a quello stesso schema, si potrebbe catturare, narrare e criticare uno sviluppo di questo tipo: emergenza morti sul lavoro => uso dei dati per fare allarmismo => obbligo di introdurre misure di maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro. Insomma, attenzione a non fare come quel tizio che, avendo a disposizione solo un martello, picchiava sulla testa delle viti convinto che fossero chiodi.

      • Ad esempio, in base a quello stesso schema, si potrebbe catturare, narrare e criticare uno sviluppo di questo tipo: emergenza morti sul lavoro => uso dei dati per fare allarmismo => obbligo di introdurre misure di maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro.

        Io non sono d’accordo con questo esempio, perché la tua conclusione logica ( perfettamente logica) non è quella adottata nella realtà. Ed è esattamente di questo che stiamo parlando e ci stiamo lamentando da mesi: della totale illogicità dei provvedimenti presi. E non serve una prova scientifica, per adottare un provvedimento autoritario basta un pretesto. Questo è ciò che sottolinea il bellissimo articolo qui sopra. C’è un pericoloso serial killer di donne, si stabilisce già in partenza una falsa equazione tra i comportamenti moralmente riprovevoli delle donne e degli omicidi, quindi si vieta o si invitano le donne a non uscire. Dov’è la logica in questo provvedimento, se non nell’affermazione di un diritto patriarcale sulle donne come proprietà dell’uomo? Dove?

        • Non ci siamo capiti: dico solo che uno schema narrativo come quello esposto da claudiog – ovvero: “stato di emergenza => uso dei dati per fare allarmismo => ricorso all’obbligo/divieto” – è troppo generico, e potrei usarlo per sussumere in quella narrazione anche catene di eventi che non somigliano a quel che stiamo sperimentando in quest’emergenza pandemica e nemmeno a quello che accadde nell’emergenza dello squartatore dello Yorkshire. Va bene cercare di estrapolare schemi – ma siccome io non credo al dualismo forma/sostanza, stiamo sempre attenti a quale sostanza spingiamo dentro i nostri stampini, perché se ti fai uno stampino, poi finisci per dar forma a qualunque cosa sia molle. Con quello schema in mano, secondo me claudiog ha messo insieme, ha narrato allo stesso modo, due storie diverse. Gli schemi, i modelli hanno il brutto vizio di obliterare le differenze: il che a volte aiuta, perché troppe differenze sono inconcepibili, ma altre volte frega, perché le differenze, i dettagli, mi aiutano a orientarmi.

          • Adesso, forse, ho capito che stai parlando di metodo di ragionamento e di applicazione. Durante la scarpinata di questa estate, per esempio, si stava parlando del motivo per cui il Nettuno in piazza Re Enzo, fosse stato transennato per l’ ennesima volta, ed io ho automaticamente attribuito quella scelta ad una decisione irrazionale dell’amministrazione perché non ci vedevo motivi logici. Il mio, purtroppo, è diventato un vizio di ragionamento per cui il pregiudizio mi porta ad attribuire a chi governa solo incapacità organizzativa ed illogicità. Se prima era un pensiero latente che aleggiava nel mio cervello adesso, temo, sia una forma mentis ricorrente che mi impedisce di essere obiettiva in alcune situazioni.

            • Accolgo l’invito di WM2 a non essere schematico. Forse le transenne di Piazza Re Enzo hanno una giustificazione logica, di certo non l’aveva l’improvviso e sgangherato ricorso alla chiusura di una strada, per una situazione ordinaria, con distorsioni/esagerazioni pubblicate dalla stampa locale. Una cosa tanto strampalata che molti hanno creduto fossero assembramenti, ovvero violazione di misure di contenimento dell’epidemia, invece si trattava di un’interpretazione molto ma molto rigida dell’allerta meteo. Se non ci fossi andato di persona, non mi sarei reso conto, e forse avrei dato anch’io dell’idiota a quelle centinaia – migliaia! – che avevano sfidato il maltempo – “hanno fatto bene a mandargli i carabinieri” – quindi se io leggo qui, tra i commenti, “non c’è una possibilità di uscita da questa emergenza migliore di quella del vaccino diffuso, obbligatorietà o patente di immunità o semplice moral suation che sia” ché altrimenti moriranno 600.000 italiani (nel giro di due anni, circa), e poi invece qui leggo che il vaccino “ci salverà la vita, ma non ci salverà dalla miseria, dall’autoritarismo, dalla paranoia, dal non senso, che nel frattempo si sono radicati nella nostra vita e nella società”, ecco, mi pare di poter mettere insieme le due cose, per arrivare a dire che parlare di vaccinazione obbligatoria, qui, forse è fuori luogo. La dinamica che ho riconosciuto nel ricorso alla chiusura di una strada, fatto assolutamente marginale, la potrei ritrovare se qualcuno mi dicesse che DEVO vaccinarmi.

              • Possiamo mantenere la discussione sui vaccini nel thread dove sta avvenendo, per favore? Già l’argomento è tossico – anzi, come dice WM2, allergenico –, se poi gli consentiamo di propagarsi in tutto il blog è la fine.

              • Claudiog, scusa, devo ammettere che mi sono perso il filo del ragionamento, ma è stata una giornata complicata e di sicuro faccio meglio a staccare dallo schermo e rileggere domattina con più neuroni accesi e più caffeina nel sangue. Ci tenevo però a precisare che non ti ho invitato a non essere schematico, davvero. Scusa se faccio il puntiglioso su questo, ma mi guardo bene dal giudicarti “schematico” sulla base di un commento di poche righe. Penso che in quel commento hai usato uno schema troppo generale, tutto qui. Cosa che può capitare anche a uno che non è per niente schematico. E’ la differenza tra “questa che hai detto è un fesseria” e “sei un fesso”. Differenza che prego tutte quanti di tenere ben presente, nelle nostre discussioni qui.
                Poi magari, se vuoi precisare, a beneficio dei miei neuroni caffeinati di domattina, ti chiedo di farlo in quell’altro thread, così non facciamo casino e teniamo i vaccini nel recinto, come suggerito dal mio compadre.

                • L’intervento di WM4, qui sopra, si conclude con queste parole: “Vedremo cosa toccherà a noi nel tempo post-pandemico che si apre davanti”.
                  Ho fatto un paio di esempi: ci tocca sopportare che un sindaco o un governatore facciano “chiudere” le montagne, se in presenza di un pericolo (giudicato tale con criteri poco trasparenti), facendo intervenire i carabinieri o vincolando la fruizione di uno spazio pubblico all’essere “guidati” da un professionista (vedi https://skialper.it/scialpinismo-e-covid-19-unoccasione-persa).
                  Ho aggiunto che l’auspicio di AlexJC (“non c’è una possibilità di uscita da questa emergenza migliore di quella del vaccino diffuso, obbligatorietà o patente di immunità o semplice moral suation che sia”) potrebbe mettere d’accordo tanti amministratori altrove definiti inetti dallo stesso AlexJC, soprattutto se a supporto del ricorso all’obbligatorietà si usano argomenti come “i morti”. Cioè volevo parlare del ricorso a obblighi/divieti come vie d’uscita – non mi interessa parlare di vaccini, no no no – anche perché lo stesso post di WM4, qui sopra, riporta criticamente il concetto di “no alternative”.
                  Un’alternativa all’obbligo/divieto dovrebbe sempre esserci.

                  • Perfetto, grazie, ora è tutto chiaro. Anche quando scrivi che “un’alternativa all’obbligo dovrebbe sempre esserci”, mi dico che la verità della frase dipende troppo dal genere di obbligo per trasformarla in un principio generale. Le transenne su una strada di montagna, il divieto di uscire di casa, il vaccino, le norme di sicurezza in un’azienda, il porto d’armi, il limite di velocità in auto, sono tutti ambiti dove esistono obblighi e divieti, ma un conto è un allerta meteo che porta alla chiusura di un tratto di strada e un altro è il divieto di vendere un fucile a pompa nel supermercato di quartiere. Rispetto al secondo, l’idea che “dovrebbe esserci un’alternativa” non mi pare altrettanto stringente.
                    Nel tuo primo commento, hai scritto che le argomentazioni di AlexJC ti sembravano un esempio della solita dinamica “stato di emergenza → uso dei dati per fare allarmismo → ricorso all’obbligo/divieto”. In questa tua formulazione, c’è una frase finale: “per fare allarmismo e ricorrere all’obbligo/divieto”. Questo significa che c’è un attribuzione di intenzionalità: gonfio i dati, li uso in un certo modo, allo scopo di ottenere un certo risultato. In un tribunale, gli avvocati discuterebbero di dolo e colpa, una distinzione che in certi casi fa la differenza tra condanna penale e proscioglimento (ad es., non esiste il reato penale di “danneggiamento colposo”: sei punibile penalmente solo se danneggi con l’intenzione di danneggiare). Ora: se Alex avesse argomentato a favore del vaccino usando SOLO quel dato controverso, se lo avesse difeso dalle critiche, e se avesse un qualche interesse nella vaccinazione di massa, si potrebbe certo attribuirgli l’intenzione di “usare i dati per”, segnalando il suo caso come ennesimo esempio di una dinamica d’emergenza. Ma siccome quel dato era insieme a diverse altre considerazioni, siccome Alex ha risposto alle critiche ridimensionandolo, e siccome il vaccino e le transenne sono obblighi di natura diversa, a me non pare che l’argomento di Alex rientri nella dinamica più generale – che è appunto troppo generale perché non tiene conto del diverso tipo di obblighi/divieti e della questione dell’intenzionalità. In conclusione, data un’emergenza, non credo che chiunque si appoggi a un dato spaventevole e controverso nel sostenere un obbligo si possa accusare tout court di “usare i dati per fare allarmismo”. Ci sta pure la colpa, cioè l’errore, magari favorito dal clima di emergenza, questo sì. E ci stanno le varie altre considerazioni che ho fatto qui.

  3. Salve, il discorso è spinoso ma con coraggio e pazienza va affrontato.
    Trovo che avere bisogno di una guida obbligatoriamente sia una ulteriore regressione nel rapporto con la Terra e in definitiva con sé stessi. Idem trovo idiota, citando il film Idiocracy, che ci sia bisogno di un divieto per regimentare i comportamenti conseguenti al lancio di un’allerta meteo o togliere le donne dalle strade notturne (che come avete detto oltre che idiota è patriarcale).
    Paradossalmente è già successo che per questioni di sicurezza (e anche per ridurre i costi di manutenzione – e chissà mai in base a quale fondato calcolo) si sostituiscano i sassolini del cortile della scuola elementare con erba di plastica.
    Potrebbe succedere che si istituisca l’obbligo del guinzaglio e di dispositivi di protezione per minori di anni 6 che camminando da poco e con poca esperienza impongono costi sociali pesanti per gli incidenti provocati dai loro improvvidi e “asociali” comportamenti.
    In definitiva trovo che per salvare la vita, la stiamo mortificando, presi dal panico dovuto alla nostra imperizia di ciò che è pericolo, rischio e soprattutto vita. Genitori, amministratori, governanti, datori di lavoro, maestri…

    A volte si possono fare errori di valutazione come singoli con gravi conseguenze e talvolta con pesanti costi sociali, tanto più quanto meno conoscenza, consapevolezza, esperienza si ha di ciò in cui ci avventuriamo.
    La soluzione non è chiudere le montagne, chiudere le notti, incolpare i comportamenti singoli, ma consentire esperienze graduali fin da piccoli, accrescere la cultura, dotare i singoli di quanti più campanelli di allarme personali e individuali possibile, fare prevenzione, investire in salute piuttosto che in cura del danno e della malattia.

    Stiamo invece diventando, come singoli e come società, inesperti di vita. Perciò abbondano e fioccano provvedimenti che certificano la delega ad altri della capacità di scelta e di giudizio in campi sempre più estesi ed elementari della vita, per questioni di sicurezza.
    Siamo oltre la logica patriarcale.
    Se comandasse Pulcinella, la prima materia di studio (esperienziale) nelle scuole sarebbe la vita.

  4. A tal proposito riporto uno, immagino a molti conosciuto, dei tanti scritti che escono dalle penne di chi frequenta la natura, avendo esperito il rischio, il pericolo e comportamenti vitali conseguenti.

    Da Andar per silenzi
    Capitolo: Il pianeta dei campanelli
    Incipit

    OGNI piccola avventura è possibile solo se si sa stare all’erta. Vivere sulla Terra, e forse nell’intero universo, richiede intraprendenza e creatività, ma sarebbe vano senza la capacità di prevenire ciò che potrebbe accadere, e di accorgersi se si ha subito un danno. Nessun esemplare di qualsivoglia specie, animale o vegetale, potrebbe sopravvivere a lungo se non fosse dotato di sistemi efficaci per reagire alle avversità. Per questo qualsiasi specie vivente può usufruire di un gran numero di campanelli d’allarme. È questa la scelta dell’evoluzione naturale: non creare barriere protettive invalicabili – perché impedirebbero le relazioni, senza le quali non c’è biologia – ma dotare tutti di sistemi d’allerta, grazie ai quali ci si può immergere nel divenire degli ambienti aperti, con la facoltà di guardarsi da errori e minacce, di comportarsi con misura, di dedicarsi subito a curarsi se si è feriti o a difendersi se si è attaccati.

    L’ideologia della sicurezza propagandata dalla politica nei tempi recenti mostra forse il picco più alto dell’ignoranza dell’uomo di fronte alla natura. Gli equilibri dell’universo non contemplano le protezioni sicure, ma l’affinamento dei campanelli d’allarme.

    Idolatrare le prime e abbandonare i secondi significa avviarsi verso l’estinzione.

    • Giusto per completezza, l’autore del testo citato è il camminatore/esploratore Franco Michieli.

    • Quando avevo 14/16 anni, facendo soffrire mio padre, attraversavo di notte città e campagne in bicicletta tra casa e feste notturne.
      Ho anche rischiato qualcosa un paio di volte.
      Forse ho avuto fortuna, forse ho vissuto in un’epoca e in un luogo che associava anche alla notte il diritto alla conoscenza, alla vitalità e alla condivisione. E il mio povero padre, senza che me ne accorgersi, talvolta, quando poteva, mi seguiva, anche lui in bicicletta, vegliando da lontano. Oppure mi chiedeva, mi dava consigli, mi istruiva alla vita libera e avventurosa. Poveraccio, che fatica deve aver fatto. È stato il miglior insegnante di vita che potessi avere. l rischio è un po’ diventato il mio mestiere, forse anche per quella pedagogia un po’ estrema, probabilmente non estendibile ai programmi ministeriali. Ma auguro a tutti un padre non paternalista, un insegnante, un datore di lavoro, un governo così

      Ah si scusate

      Per me è così scontato che ho dimenticato di scriverlo. Chiedo venia a tutti e a Franco per primo .

      • Radicola, grazie per aver condiviso la tua storia di vagabondaggi notturni, e per la citazione di Franco Michieli. Conservo, da un vecchio numero di Alp, una foto di Franco Michieli che corre, solo, in una valle senza sentieri. Ed ho anch’io una storia – spero non sia vista come un’inutile divagazione – la storia di due ragazzi americani (Mike & Mike) che hanno corso per 600 miglia, dalla porta di casa (nel Montana) sino a Banff, Alberta, attraverso le Rocky Mountains – https://www.gnam.photo/crown-traverse, https://mountainculturegroup.com/why-2-brothers-ran-the-crown-traverse/
        Dopo che mi trasferii negli Stati Uniti, Mike & Mike m’invitarono a partecipare a una gara di corsa in montagna organizzata da loro. L’impatto che aveva avuto su di me la loro grande impresa, l’epica del viaggio, l’esplorazione – e la loro la simpatia – e così ci andai, 15 ore d’auto. Alla fine della gara mi chiesero cosa ne pensassi e io dissi sinceramente che non avevo capito perché, per oltre 20 km, ci avessero fatto andare a zig zag tra due piste da sci. Risposero, sconsolati, “sono le regole, abbiamo tracciato il percorso dentro una proprietà privata e non possiamo sconfinare”. Negli Stati Uniti l’escursionismo è sottoposto a rigidi regolamenti, il solo modo per eludere controlli e sbarre è spingersi all’estremo. Peggio ancora nelle aree popolate. Ricordo di miei comici tentativi di correre o passeggiare, fuori dagli hotel dalle parti di Houston, che finivano sempre in piccoli cerchi chiusi da svincoli stradali, cartelli, NO TRESPASSING, VIOLATE AT YOUR OWN RISK. L’epica di Cormac McCarthy che si infrange sull’ennesimo avvertimento: TENERSI SALDAMENTE AL CORRIMANO, altrimenti chiamiamo la polizia. La deriva è questa, l’ideologia della sicurezza è una cosa disumana.

        • Nel mio viaggio a piedi da Bologna a Milano, attraverso la grande Pianura, lungo un sentiero “luminoso” tracciato in precedenza grazie a consigli e antiche mappe, ho dovuto spesso cambiare strada di fronte a reti che tagliavano a metà percorsi secolari, o inventarmi sotterfugi per aggirare l’intimazione di un agricoltore: “da qui non puoi passare, devi tornare indietro”. In quel caso, però, non mi sono scontrato con l’ideologia della sicurezza, ma con un’altra, che la precede, quella della propretà privata – e in particolare, l’idea che il proprietario di un terreno abbia il diritto di escludere chiunque altro (il romano “ius excludendi”) da qualunque altra forma di godimento di quel luogo – cosa che ad esempio non accade nel diritto scandinavo, dove la proprietà di un terreno non implica il diritto a cacciare un camminatore fuori dai confini. Un obbligo, quindi, quello di non mettere il naso nel terreno di un altro, che non discende da un’emergenza, come quella della fantomatica sicurezza, ma dai rapporti di forza che via via, nella storia, si trasformano in leggi.

  5. Scusate se proseguo l’OT (non parlerò di vaccini), ma l’esempio di ClaudioG sulla montagna mi ha “ricordato” che un certo tipo di “frame” (si dice così?) narrativo sul pericolo in montagna è già da un po’ di anni che va avanti e mi sembra che abbia le stesse “modalità” già ampiamente viste durante questa pandemia e a cui forse ClaudioG faceva anche riferimento.

    Lo “stato di emergenza” –> “allarmismo” (senza uso dei dati, proprio solo allarmismo) —> obbligo /divieto deciso in modo più o meno arbitrario e in modo poi anche slegato dal dato reale / oggettivo era già un classico in era pre-covid quando ciclicamente c’erano le campagne di stampa sulla “montagna assassina”, sugli irresponsabili / indisciplinati, etc..

    E anche frasi sentite sui social oggi in cui l’esperto o l’infermiere di turno diceva cose tipo “ai negazionisti dovrebbe essere tolto il posto in terapia intensiva” ricalca il vecchio “agli imprudenti non dovrebbero mandare il soccorso alpino o dovrebbero farglielo pagare caro”.

    Ora, gli imprudenti non piacciono neanche a me, ed è obiettivamente vero che con la “massificazione” di un certo tipo di turismo in montagna gli incidenti e le situazioni di pericolo siano aumentate. Come è anche vero ciò che dice WM2 ” le norme di sicurezza in un’azienda, il porto d’armi, il limite di velocità in auto, sono tutti ambiti dove esistono obblighi e divieti” e meno male che ci sono!
    Il punto per me è da una parte l’eventuale soggettività / arbitrarietà / mancanza di trasparenza nell’istituzione e applicazione di questi obblighi divieti (come nel caso esemplificato da ClaudioG oppure nel classico limite di velocità a 60 messo su una supertstrada piena di buche), dall’altra è la totale deresponsabilizzazione del cittadino evidenziata da Radicola, con cui sono totalmente d’accordo (“La soluzione non è chiudere le montagne, chiudere le notti, incolpare i comportamenti singoli, ma consentire esperienze graduali fin da piccoli, accrescere la cultura, dotare i singoli di quanti più campanelli di allarme personali e individuali possibile, fare prevenzione, investire in salute piuttosto che in cura del danno e della malattia.”).

    • La cosa importante è la formazione, nel senso della possibilità e desiderio di “formarsi”, senza che questa debba per forza essere istituzionalizzata e regolamentata (certo, per la sicurezza sul lavoro, la patente e il porto d’armi ovvio che la formazione debba esserlo) ma il più possibile favorita e incentivata “in autonomia”.

      Tornando all’esempio della montagna, quando in un’era geologica passata io e i miei amici abbiamo cominciato a fare un minimo di alpinismo, ci siamo formati da completi autodidatti sulla base di un buon manuale inglese, per esperienze graduali, con senso di responsabilità che ci è venuto “automatico” proprio perché eravamo liberi di darcelo.
      Poi, quando abbiamo deciso di fare sul serio, ci siamo iscritti a un buon corso del CAI scelto fra quelli più qualificati, ma è stata una libera scelta, e se fosse stato obbligatorio (e a pagamento) fin da subito probabilmente quelle esperienze non le avremmo mai fatte.

      PS: vedo ora i nuovi commenti di WM2 e ClaudioG e concordo sul fatto che (in certi ambiti ludici e non lavorativi, ovviamente) l’ideologia della sicurezza sia disumana.

  6. Ho guardato la mini-serie e concordo con WM4 quando definisce «Il movimento narrativo […] spiazzante e carico di implicazioni». Osservare quei tragici avvenimenti da una prospettiva femminista, evidenziando l’ottusità patriarcale e l’incompetenza delle forze dell’ordine (in primis quella dei quadri dirigenti) è appunto spiazzante, aiuta ad identificare ed a smontare parte di quei codici invisibili attraverso i quali, per esempio, fatti di cronaca diventano parte del nostro «weltanschauung schizoide». Una scena in particolare mi ha colpito, nel secondo episodio, quando al giornalista che con supponenza le chiedeva il perchè la lucciola portasse con se anche la figlia a prostituirsi, nonostante il pericolo di essere uccise, la donna risponde, senza pensarci un attimo, con un involontario gioco di parole: «it’s a living love, it’s a living». Per quanto mi riguarda sono state sopratutto queste poche parole, pronunciate da una persona “ai margini”, nel 1978, a dirmi qualcosa su me stesso, e a riportarmi all’oggi.

    Mi permetto solo di aggiungere una divagazione: la visione di film e serie televisive, evidentemente anti-capitaliste (penso a Sense-8, La casa di carta etc) in streaming su piattaforme digitali però, mi lascia sempre più perplesso e mi ha spinto ad andarmi a rileggere il Mark Fisher di quache tempo fà, quando scriveva del modo in cui l’ideologia, attraverso meta-prodotti come film o serie televisive, è al lavoro nel capitalismo (http://k-punk.abstractdynamics.org/archives/010636.html).
    «…si potrebbe sostenere che l’ideologia capitalista è oggi ‘anti-capitalista’ »

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