Altai dieci anni dopo. Uno speciale con colonne sonore

Altai, l'album di Skinshout e Xabier Iriondo

La copertina di Altai, album degli Skinshout & Xabier Iriondo (Improvvisatore Involontario, 2010). Clicca sull’immagine per scaricarlo (cartella zippata, mp3 320k).

INDICE

1. Ieri e oggi
Altai «partì in salita». Una riflessione su com’è cambiata nel tempo la ricezione del romanzo e su come è stato accolto in altri paesi.

2. Due gondole volano in cielo, è l’apocalisse di Venezia
Una delle migliori recensioni di Altai scritte “a caldo”: quella di Alessandro Barbero.

3. Il taglio e l’urlo della pelle
Uno speciale-nello-speciale dedicato all’album Altai, possibile colonna sonora del romanzo incisa nel 2010 dal duo Skinshout con Xabier Iriondo (tra le varie cose, storico chitarrista degli Afterhours). L’album è ascoltabile in streaming traccia per traccia e/o scaricabile in un’unica cartella.

4. Dalle orchestre di varie contrade
Altre sonorizzazioni di Altai: Maxmaber Orkestar, Compagnia Lirica di Milano e Contradamerla.

5. Il preludio fantasma
Un prologo di Altai al quale lavorammo a lungo ma che poi decidemmo di tagliare. Si svolge a Mokha, oggi città dello Yemen, dopo la rivolta zaydita del 1569.

1. Ieri e oggi

La mostra sui vent’anni di Q alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, intitolata Come un incendio d’estate secca e ventosa, si è conclusa il 3 novembre dopo sei mesi di allestimento, durante i quali l’hanno visitata migliaia di persone.

I due ideatori e curatori, Marcello Fini e Michele Righini, stanno scrivendo un testo per Giap nel quale racconteranno l’avventura di immaginare il percorso, fare le ricerche – nonché alcune importanti scoperte – d’archivio, allestire la mostra e infine presentarla al pubblico. Presentarla non solo nel suo luogo fisico ma, in versione “virtuale”, nelle biblioteche di quartiere.

Il percorso terminava con un pannello dedicato ad Altai. Naturale: Altai fa parte dei vent’anni di storia di Q. Scrivendolo, celebrammo a modo nostro il decennale.

Altai, copertina non in commercio realizzata da @puntoeacapo nel maggio 2019, in vista del decennale.

Altai uscì dieci anni fa, il 20 novembre 2009. E partì in salita.

Fu subito necessario, infatti, sgombrare il campo da un equivoco: non si trattava di un sequel di Q. Semmai di uno spin-off. La trama non aveva come filo principale la prosecuzione delle vicende narrate in Q. Del vecchio romanzo recuperava alcuni superstiti, ma cogliendoli in uno scenario e in un periodo completamente diversi, calati da tempo in nuove identità, e facendone personaggi comprimari, visti dagli occhi di un nuovo protagonista.

Il concetto di sequel è più facile da capire rispetto a quello di spin-off. Per questo gli editori preferiscono i sequel.

A creare aspettative in parte distorte contribuì la prima fascetta, della quale non eravamo entusiasti e che fu il frutto di una mediazione. Diceva: «Quindici anni dopo l’epilogo di Q». Non volevamo spingerci di un millimetro oltre quella semplice constatazione: l’Epilogo di Q era ambientato nel 1555, Altai comincia alla fine del 1569. Stop.

A molti, però, venne spontaneo sentirci una virgola: «Quindici anni dopo, l’epilogo di Q». O addirittura i due punti: «Quindici anni dopo: l’epilogo di Q». Ergo, credettero che Altai stesso fosse «l’epilogo di Q», benché i conti non quadrassero: dall’uscita di Q erano passati dieci anni, non quindici.

Altai, edizione numeri primi con fascetta: «Una boiata proprio come Q» (Libero)

La seconda fascetta. Clicca per ingrandire.

[La seconda fascetta, quella della riedizione nella collana Numeri Primi, era decisamente più bella.]

Quando Altai arrivò in libreria, Giap non era ancora un blog, ma soltanto una newsletter in via di dismissione. Poiché un blog ci serviva, ne aprimmo uno ad hoc, interamente dedicato alla nuova uscita. Lo gestimmo per circa sei mesi, fino all’aprile 2010, quando inaugurammo il nuovo Giap.

Oggi quel blog lo trovate archiviato dalla Wayback Machine di archive.org, un po’ “scombinato” da varie intemperie digitali, ma più o meno completo. C’è un sacco di materiale, e molte testimonianze preziose sulla primissima ricezione del romanzo.

Altai deluse aspettative, perché non era «Q2. La vendetta», e anche per questo incontrò resistenze. Uscirono recensioni palesemente impostate sull’adesso-gliela-faccio-vedere-io. In una stroncatura apparsa sulla rivista Medioevo, addirittura, un docente di Storia bizantina ci accusò di avere uno sguardo «orientalistico» – nell’accezione codificata da Edward Said – e di coltivare, ancorché inconsapevolmente, pregiudizi nei confronti del mondo musulmano.

La cosa ci stupì molto, dato che noi – e proprio sulla lunga scia del dibattito aperto da Said nel 1978 – avevamo concepito Altai come romanzo anti-orientalista.

Va detto che quel recensore fu l’unico ad accusarci di una cosa del genere. Ed è interessante rileggere la dettagliata risposta che gli diede Wu Ming 4 (anch’essa disponibile al link fornito sopra), poiché vi si trovano, retrospettivamente, alcuni plausibili motivi per cui Altai va “crescendo” con gli anni e, a quanto pare, è percepito come sempre più attuale.

Altai, edizione tedesca

L’edizione tedesca.

Questa progressione si nota bene nei pareri più recenti e nell’accoglienza riservata alle edizioni estere. Ad esempio, ecco cosa scrive Florian Schmid su Der Freitag del 14 ottobre 2016:

«[Altai] ci riporta alla seconda metà del XVI secolo, [alle] rivendicazioni imperiali della Repubblica di Venezia e ai suoi scontri militari con l’Impero ottomano, culminati nel 1571 nella leggendaria battaglia di Lepanto. Tale evento storico è stilizzato dalla destra italiana e dai neofascisti come grande vittoria dell’Occidente contro l’Oriente islamico. Alla luce delle tese relazioni tra Occidente e Turchia, il tema è oggi ancora più attuale. Ma Wu Ming rompe questa classica lettura ideologica dell’opposizione Est-Ovest. Perché tra i grandi fronti storici si nascondono numerose nicchie sociali, culturali e politiche.»

Citiamo anche la recensione del Guardian a firma del collega Ian Sansom:

«A volte ci scordiamo che il romanzo storico, ironicamente, è nella sua essenza una forma di fiction sperimentale: controfattuale, antirealistica e contro lo sbiadito registro medio dell’esperienza quotidiana. Usando questa forma in apparenza convenzionale, Wu Ming è in grado di reinterpretare e ricostruire la realtà secondo le proprie finalità e intenzioni. Ad esempio, ci sono indubbi parallelismi tra i poteri guerrafondai e razziatori descritti in Altai e i rapaci stati-nazione di oggi. Ma, chiaramente, molti di noi preferirebbero leggere le avventure di De Zante piuttosto che arrovellarsi sulla natura della geopolitica. Wu Ming rende possibile fare entrambe le cose.»

Bologna, sala Stabat Mater dell’Archiginnasio, 4 giugno 2019. Il convegno «Vent’anni di Q. Sul rapporto tra ricerca storica e narrativa».

Abbiamo avuto testimonianza del “crescere” di Altai anche durante il convegno del 4 giugno scorso all’Archiginnasio. Subito prima dell’ultima lettura da Q, dalla platea è intervenuto Jonathan Combs-Schilling, docente di Italian Studies all’Ohio State University, che ci ha ringraziati non per Q ma

Jonathan Combs-Schilling

«per Altai, il romanzo che compie dieci anni… [Sono] professore di cultura italiana in America e ho avuto il gran piacere di tenere un corso sul romanzo cavalleresco e di concludere il semestre […] con Altai… I miei studenti lo trovano molto utile, [erano molto piccoli] l’11 Settembre, non hanno ricordi precisi e trovano in questo libro scritto da bolognesi e ambientato [ai tempi della battaglia di] Lepanto un modo in cui possono esprimere alcuni dubbi, alcune incertezze, alcuni timori e anche speranze, e dunque ringrazio da parte loro.»

Il corso tenuto da Combs-Shilling nel 2018 si intitolava «The Crossroads of Romance: Tales of Heroes and Monsters from the Odyssey to Star Wars». Citiamo dalla scheda introduttiva:

«[Studieremo] il titanico impatto del romanzo [romance] sulle rappresentazioni dei valori culturali europei, e il modo spesso problematico in cui esso descrive le culture straniere (specialmente del Medio Oriente). Nel mentre, ci porremo la domanda: il romanzo è stato un luogo di “scontro di civiltà”, un orizzonte di scambi culturali, o entrambe le cose?»

Hic saltus. E il falco vola. Altai è stato tradotto in inglese, tedesco e olandese, ma è soprattutto un libro da Europa meridionale, da koinè mediterranea: all’italiano si sono infatti aggiunti il greco, il turco e, ultimo in ordine di tempo, il catalano. Ci auguriamo che un giorno il testo sia disponibile in ogni lingua dei paesi che si affacciano sul mare nostrum – cioè di noi tutte e tutti.

Altai, copertina dell'edizione turca

La splendida edizione turca di Altai, edita da Geoturka nel 2014. Clicca sull’immagine per ingrandirla. In seconda e terza di copertina c’è una mappa d’epoca del Mediterraneo, e non una mappa qualunque ma una tavola del Kitab-i-Bahrye [Libro della marina], realizzato nel 1525-26 da Piri Reis per Solimano il Magnifico. Clicca qui per vederla.

Anche in Italia, molti dei commenti più recenti, scritti non più da recensori professionisti ma dai lettori che via via scoprono il libro, colgono più aspetti e risonanze.

Se tutte le allegorie scovate in Q da lettrici e lettori erano novecentesche – l’Ottobre, la Resistenza, gli anni Settanta italiani ecc. –, con Altai siamo pienamente nell’oggi, nel nostro XXI secolo. A essere visto in traluce è il Medio Oriente contemporaneo. Un Medio Oriente attraversato da rivolte sociali che, se osservate con le lenti di una dozzinale «geopolitica», divengono incomprensibili e devono essere per forza l’esito di oscuri complotti plutogiudaicomassonici; un Medio Oriente illuminato da esperimenti rivoluzionari nati dal caos; un Medio Oriente segnato da collaborazioni e sinergie economico-militari tra poteri “orientali” e “occidentali”, mentre i demagoghi farneticano di «Noi» contro «Loro», e i media straparlano di «nuove guerre fredde».

In Altai si narra anche l’impossibilità di una rivoluzione calata dall’alto per gentile concessione di un sovrano. Per questo, c’è chi nel romanzo legge anche una critica a rossobruni, sovranisti «di sinistra», putinisti et similia, cioè a chi pensa che la rivoluzione possa consistere nel tifo per una grande potenza capitalistica contro un’altra, o nell’appoggio al regime corrotto e sanguinario di turno purché sedicente «antimperialista», a grottesche dinastie di autocrati purché sedicenti «antiamericane».

Sabine Réthoré, «Mediterraneo senza frontiere», 2011. Un mare davvero nostrum.

È dunque un libro che si trasforma sotto i nostri occhi, un libro in pieno movimento e sviluppo, quello a cui dedichiamo il presente speciale.

2. Due gondole volano in cielo: è l’apocalisse di Venezia

Alessandro Barbero

Alessandro Barbero

di Alessandro Barbero, Tuttolibri, 19/12/2009

Dieci anni dopo Q, i Wu Ming tornano ad affrontare in un romanzo, Altai, il calderone ribollente delle guerre e delle utopie cinquecentesche, in cui è sempre più facile riconoscere uno specchio dei nostri tormenti.

In questo decennio zeppo di eventi sinistri alcune cose sono cambiate, ed altre no. Il gruppo si è ritrovato al centro del dibattito su un «New Italian Epic» che riunirebbe molti diversi romanzi degli ultimi anni, fra cui opere degli stessi Wu Ming. Ad accomunarli, il rifiuto della frigidità postmodernista, l’accettazione senza complessi d’inferiorità dell’appartenenza ad un genere, come il giallo o il romanzo storico, e la capacità di parlare anche dell’Italia di oggi, direttamente o per la via obliqua del passato. Fra dibattiti, convegni, seminari e tavole rotonde, il nuovo romanzo esce portandosi addosso un bagaglio teorico e una visibilità virtuale che il primo non aveva, e non è facile leggerlo con la stessa freschezza e la stessa sorpresa.

I personaggi di Q, da parte loro, sono invecchiati ormai di quattordici anni: le copie del Beneficio di Cristo che appaiono qua e là sono ingiallite, papa Carafa è morto, Beatriz è moribonda, suo nipote don Yossef Nasi è uno degli uomini più potenti dell’impero ottomano, e il protagonista dai molti nomi è ora il vecchio Ismail al-Mokhawi, che crede di aver smesso di amare e di viaggiare, e ha trovato la quiete in un porto dello Yemen. Ma quel che non è cambiato in Altai è la voglia di perseguire l’utopia e di provare a realizzarla in terra, e non è cambiata la pietas degli autori che palesemente amano i loro eroi e tuttavia non possono impedirsi di sapere com’è andata a finire: anche il sogno d’una patria per tutti i perseguitati, ebrei o no, in cui «coltivare la vite, l’ulivo e la tolleranza», finirà nell’odore del sangue e nel lezzo dei cadaveri.

Altai, edizione catalana

L’edizione catalana. «Sobre aquest mar, totes les ciutats són la mateixa ciutat.»

Ma il romanzo storico, per essere popolare ed epico, deve calarsi in un passato capace di far sognare ad occhi aperti, e i luoghi e gli anni raccontati in Altai rispondono allo scopo. La vicenda si muove tra una Venezia lugubre e poliziesca e una Costantinopoli raggelata dalla neve come dal pennello d’un calligrafo, prosegue nella polvere e nel frastuono dell’assedio di Famagosta e si conclude nelle acque insanguinate di Lepanto.

Tutti gli ingredienti che le cronache degli anni 1569-1571 mettono a disposizione della band sono sfruttati a dovere, senza dover inventare quasi nulla: spioni e attentati, repressioni e torture, schiavi e rinnegati, sultane intriganti e medici traditori.
Sapere già come andrà a finire non vanifica la suspense, e questo è un segno che la confezione è abile: quando Lala Mustafà, alla vigilia della capitolazione di Famagosta, promette al narratore «vi farò vedere tutto da molto vicino», è difficile reprimere un piccolo brivido, indovinando che lo spettacolo che si prepara è il supplizio (peraltro meritatissimo) di Marcantonio Bragadin.

Lo scontro tra il sogno generoso e il gelo del potere, tra l’utopia e la Storia, si colora necessariamente di allusioni all’oggi, e non soltanto italiano. Il romanzo si apre con l’esplosione all’Arsenale di Venezia del 13 settembre 1569, qui trasfigurata rispetto alle sue effettive dimensioni storiche per conferire all’apertura adeguata drammaticità. Nella realtà i danni furono scarsi, i pochi sospetti vennero scagionati, e l’unica conseguenza concreta fu che le autorità veneziane decisero di approfittare delle lesioni all’attiguo monastero della Celestia per allargare gli impianti, con grande fastidio del nunzio pontificio. Qui l’esplosione è duplice e apocalittica, strade e canali sono pieni di cadaveri e soprattutto di cenere, e il recensore sarà perdonato se la descrizione di quel che vede nel cielo il narratore («Due gondole volavano nel cielo di Venezia. Avevano ali di fiamma e parabole incerte, come di uccelli feriti.Una andò a schiantarsi… L’altra scomparve alla vista») gli fa pensare ad un’esplicita evocazione di quell’altro duplice attentato da cui tutto ha avuto inizio, in un settembre più vicino a noi.

N.B. Un paio di mesi prima dell’uscita di Altai, Radio 2 aveva mandato in onda Il divano di Istanbul, trasmissione in venti puntate nelle quali Barbero, efficace e magnetico come sempre, raccontava la storia dell’impero ottomano. La consigliammo allora, la consigliamo ancora. → Si scarica qui.
N.B. 2 Quando recensì Altai, Barbero stava scrivendo un libro sulla battaglia di Lepanto, che sarebbe uscito per Laterza nel novembre 2010: Lepanto, la battaglia dei tre imperi.

3. Il taglio e l’urlo della pelle

Gaia Mattiuzzi

L’album Altai fu realizzato dal duo Skinshout (Francesco Cusa alla batteria e Gaia Mattiuzzi alla voce), con la collaborazione del polistrumentista Xabier Iriondo (chitarrista degli Afterhours, all’epoca in procinto di rientrare nella band dopo un intervallo di alcuni anni). Tutti i brani furono registrati e mixati da Iriondo nello studio Metak Zulo il 22 giugno 2010.

L’etichetta era Improvvisatore Involontario, ben più di una label discografica indipendente: casa-madre dell’improvvisazione radicale italiana (e non solo), collettivo espanso, network di musicisti e sobillatori, fucina di accadimenti sonori della cui importanza e radicalità ci si può render conto visitando il sito ufficiale.

Le liner notes dell’album le scrivemmo noi. Le riproponiamo qui, intervallate dall’ascolto in streaming traccia per traccia.

Note di copertina – di Wu Ming
Xabier Iriondo

Xabier Iriondo

Sì, è davvero un «urlo della pelle» quello del duo Skinshout, qui in combutta con Xabier Iriondo e i suoi strumenti inauditi (come il Mahai Metak, subdolo bouzouki dell’inferno). E come suol dirsi, tutto torna: il nostro Altai è infatti un romanzo di grida ed epidermidi urlanti, di scuoiamenti, di uscite di serpenti dalla propria pelle. Questa possibile colonna sonora del libro rende udibile lo skin shout del protagonista, Manuel Cardoso, durante la sua muta, la sua uscita dalla crisalide europea. Metamorfosi che, da bruco, lo trasforma in… un altro bruco. Dalle foci del Po verso oriente, la fuga non è un volo di farfalla, ma uno strisciare ventre a terra. Solo a Costantinopoli si guadagnerà l’ammissione ai vertebrati, nella classe degli uccelli, famiglia dei falconidi. E scoprirà che non basta.

Fuga da Venezia
Fuga da Venezia – 2:50

Settembre 1569, fuga da Venezia. Rumore di passi, sospiri, vocalizzi reali e immaginati. Manuel si aggira per le calli all’imbrunire, braccato dagli sgherri che egli stesso comandava fino a poche ore prima. Una gondola lo porta via, le voci si allontanano nella bruma insieme a San Marco. Sfilano i palazzi, seminascosti dalla tenebra. Più che distinguerli con nettezza, ne avvertiamo la mole. La memoria riempie i vuoti dove gli occhi non colgono. Dissolvimento, dissolvenza.

Verso Salonicco – 2:00
Verso Salonicco – 2:00

Attraverso i Balcani, ancora in fuga, sempre tra acque e terra. Sul fiume Axios attraverso la Macedonia, fino all’Estuario che sbocca nell’Egeo. Stavolta Manuel non è solo, invano chiede dove lo stiano portando. La voce è remota: è l’eco dell’inseguimento veneziano rimasta nelle orecchie? Oppure è ciò che attende più avanti? L’acqua intorno a noi è quella del Golfo Termaico. Benvenuti a Salonicco.

Il mercato di Salonicco
Il mercato di Salonicco – 2:15

Il mercato: richiami di venditrici, «Berendjenas! Guevos! Poyo! Sevoya!» Musichette giungono dal fondo della piazza, si insinuano curiose tra le bancarelle, fanno da bordone ai rumori di mille mestieri, stappare di contenitori, cigolii di arnesi di legno.

Le mura di Costantinopoli
Le mura di Costantinopoli – 1:47

Costantinopoli, dicembre 1569. Entriamo dal mare, la giornata è fredda e turbinosa. Il ritmo è quello di un avvicinamento, come un «Bydlo» di Mussorgsky dall’incedere estenuato. Puzzo di morte, escrementi, urina: il nostro arrivo è salutato come si conviene. L’ultima notte di sonno risale a chissà quando.

I tre venti che flagellano Costantinopoli
I tre venti che flagellano Costantinopoli – 2:42

I venti che sferzano Istanbul, agguato di tre flagellatori. Sentiamo gli schiocchi dei loro scudisci e, per la prima volta, quelle che udiamo sono parole, passiamo in rassegna interi mondi: italiani a crocchi, veneti e genovesi, olandesi rubizzi, francesi, moscoviti foderati di pelliccia…

Altai
Altai – 2:34

Altai. La title-track raduna tutti i significati del nome: la catena degli Altai, i «monti d’oro». I popoli altaici e le loro lingue. Il luogo di origine del falco altaicus. Siamo sospesi in volo, a testa in giù e circondati d’azzurro, nell’istante di stallo che precede la picchiata. Le voci giungono da sotto, dalla pelle del pianeta, e il rumore del mondo è soltanto un brusìo… Poi inizia la picchiata.

Arrivo a Famagosta
Arrivo a Famagosta – 1:43

Pezzi di Famagosta ci vengono incontro. L’arrivo in una città agonizzante, spezzata da un anno di assedio, è accolto da rottami, assi annerite, botti sfondate. Una veste femminile galleggia sulle onde, insieme a uno stendardo sfilacciato e crivellato di colpi.

Il bombardiere di Famagosta
Il bombardiere di Famagosta – 1:27

Una scena vastissima, immane. I cannoni battono la città, incessanti, simili a giganteschi fabbri ferrai, nudi e sudati, come sulla moneta da cinquanta lire. Un mare di bandiere garrisce nel vento e la musica di guerra suona, monotona e stridente.

La battaglia di Lepanto (Schieramento delle navi)
La battaglia di Lepanto (Schieramento delle navi) – 2:49

Lepanto, o meglio: Isole Echinadi. Suona il bouzouki dell’Ade, le flotte sono ancora lontane ma la tragedia è imminente. Vedi? Laggiù ci sono tutti i migliori capitani. C’è Ucciali, il calabrese. C’è Caracoggia, c’è il comandante Scirocco. C’è il figlio del Muezzin, il coraggio non gli manca di certo. E ci sarà anche Mimi Reis, all’anima di chi v’ha mmuerte.

La battaglia di Lepanto (Galleggiare di vivi, di morti e di detriti)
La battaglia di Lepanto (Galleggiare di vivi, di morti e di detriti) – 1:54

L’ultima traccia è post-orgasmica: sul mare di sborra di guerra si macerano, frolli, i resti dello scontro. Et stetit mare a fervore suo, sazio del sacrificio di migliaia. Ottobre 1571.

Francesco Cusa

Francesco Cusa, da molti anni nostro complice di scorribande e agguati sonori.

In diversi dialetti dell’Italia settentrionale «al tai» significa «il taglio». Taglio netto (illusorio, vagheggiato, vaneggiato) col passato, con la madre, con le radici, e poi nell’altra direzione: con l’occidente, con l’Europa. Questa musica riproduce il «taglio», lo rappresenta acusticamente. È una musica di cesura, coupure, contrasto netto, la voce è una lama che opera tagli in più direzioni, fende i suoni da est e da ovest. La voce è il conflitto. La voce è un’impotenza che cerca un impossibile, un punto fermo su cui insistere. Ma non lo trova. L’urlo della pelle di Manuel è tutto in queste tracce. E non c’è consolazione. Cusa, Mattiuzzi e Iriondo non portano pace: portano una spada.

E un bouzouki.

Scarica Altai di Skinshout e Xabier Iriondo

Scarica l’album Altai di Skinshout e Xabier Iriondo (Improvvisatore Involontario, 2010). Cartella zippata con tracce in formato mp3, 320k.

Recensione di Altai apparsa su All About Jazz, 7 luglio 2011:

Gli Skinshout in concerto a Cracovia nel 2013.

Le dieci tracce che ascolterete dimostrano ancora una volta – se ce ne fosse stata la necessità – come la comunicazione orale (o più in generale la phonè) possieda una potenza narrativa che supera di gran lunga quella della parola scritta. Altai è un romanzo storico di Wu Ming ambientato a Venezia, Costantinopoli, Cipro e altri luoghi sparsi nel XVI secolo e risulta molto di più che una semplice ispirazione. Dopo Caribbean Songs il duo acquista per l’occasione la presenza di Xabier Iriondo. Fuga da Venezia parte con un drone prolungato che descrive la tensione sonora di un uomo che scappa, nell’angoscia di essere catturato, tra le fosche nebbie del Po. La voce di Gaia Mattiuzzi canta semplicemente il successo apparente di una fuga. È infatti uno strumento aggiunto all’interno della narrazione acustica, proprio come la batteria di Francesco Cusa racconta passi, incedere e battito cardiaco. Per Xabier Iriondo sembra più facile utilizzare strumenti sconosciuti, autoconcepiti e autocostruiti come il taisho koto e il mahai metak, per immergere lo spettatore (non più oramai semplice ascoltatore, ma vero e proprio spettatore audiovisivo) nelle vicende del romanzo. A questo punto il nostro tentativo di descrivere, raccontare la musica patisce già un notevole ritardo rispetto allo svolgersi degli eventi sonori. I tre venti che flagellano Costantinopoli è il primo brano in cui la cantante recita in una lingua vera, l’italiano, con importante capacità vocale, intesa a farci vedere le strade di Costantinopoli, la gente di tutte le razze, mentre Iriondo e Cusa suonano gli spostamenti d’aria e i venti. Xabier Iriondo suona spesso sporcando l’aria, sporcando il bianco dello sfondo acustico, Francesco Cusa è più attento al corporeo, alla materialità degli uomini, degli animali, delle strutture sceniche (La battaglia di Lepanto). Nella storiografia, cosa c’è di più importante e sostanziale della capacità del narratore, del messaggero, di convincere i suoi ascoltatori della veridicità degli accadimenti? Ma questi accadimenti, sono poi davvero successi?

Un’altra interessante recensione, a tratti costernata, uscì su Jazzitalia a firma di Gianni Montano.

4. Dalle orchestre di varie contrade

La Maxmaber Orkestar è una band nata a Trieste nel 2003, specializzata nel rielaborare musica popolare di tradizione mitteleuropea – pescata nella vasta area dell’ex-impero austroungarico – e balcanica. Nell’inverno 2009-2010 la piccola orchestra ci accompagnò in diverse presentazioni di Altai.

Il 16 gennaio 2010 la trasmissione di Radio 2 Tutti i colori del giallo, condotta da Luca Crovi, ospitò in studio Wu Ming 1, Wu Ming 4 e la Maxmaber al completo. La puntata si aprì con una lettura musicata del primo capitolo del romanzo. L’effetto fu davvero potente. Eccovi quei sei minuti.


Curiosità: su YouTube questo brano apre una playlist a tema Altai messa insieme da lettrici e lettori su Anobii, da un’idea di Giuseppe Vergara. Tra i brani si possono ascoltare Cupe vampe dei CSI e The Lamb degli Aphrodite’s Child. Brano, quest’ultimo, tratto dall’album di culto 666, ascoltato «ossessivamente» da Wu Ming 1 durante la stesura del romanzo.

Un’altra sonorizzazione del romanzo fu lo spettacolo Altai Lyric Suite, portato in giro per l’Italia nel 2010-2011 dalla Compagnia Lirica di Milano e dall’attore Fabrizio Pagella, con la partecipazione – volta per volta – di uno o alcuni di noi.

Compagnia Lirica di Milano, 2010

Lo spettacolo durava circa un’ora ed era “pop” in un modo spiazzante. Il compositore Alessandro Bares aveva musicato alcuni brani di Altai ispirandosi inizialmente al Pierrot lunaire di Arnold Schönberg. Gli strumenti erano infatti gli stessi: clarinetto, violoncello, violino, flauto e pianoforte. Più le voci: un soprano lirico (Irene Geninatti Chiolero), un baritono (Fernando Ciuffo), una voce recitante (Pagella) e uno di noi che leggeva.

Qui vi proponiamo due brani registrati al Teatro Civico di Chivasso (TO) la sera del 16 ottobre 2010. Sono registrazioni da microfono ambientale, un po’ “sporche” ma di sicuro fascino.

PROLOGO, 8 MUHARRAM 977
Prologo, 8 Muharram 977 – 3’26”

EPILOGO – IL VOLO DEI FALCHI SUGLI ALTIPIANI
Epilogo. Il volo dei falchi sugli altipiani – 2’24”

Contradamerla & Wu Ming 2

Una sonorizzazione ulteriore fu proposta nel 2012 dal combo Contradamerla + Wu Ming 2. La particolarità dell’operazione: i testi scelti erano i due Interludi con protagonista il vecchio Ismail al-Mukhawi: Il viaggiatore del mondo e Tre giorni di febbre.

WU MING 2 + CONTRADAMERLA – ALTAI IN READING – 1h 07′ 11″
WU MING 2 + CONTRADAMERLA – ALTAI IN READING – 1h 07′ 11″
Live at Bartleby, 18 novembre 2012.
■ Il viaggiatore del mondo. Fuori dall’Europa, Rabi’al Awwal – Shabban 977
■ Tre giorni di febbre. 4-7 Rabi’at Thani 978
N.B. Nella registrazione la voce “esce” rispetto alla musica; quest’ultima si risolleva e respira profondo negli intervalli.

Da questo reading partì la collaborazione tra Contradamerla e Wu Ming 2 poi culminata in Surgelati.

5. Il preludio fantasma

I due Interludi del romanzo, in origine, erano parte di un trittico, perché c’era anche un Preludio.
Ci lavorammo intensamente nell’autunno 2008, ma a un certo punto decidemmo di non inserirlo nel libro, e di cogliere Ismail più in medias res.
Qui raccontiamo la riconquista incruenta di Mokha da parte della flotta ottomana, dopo la rivolta zaydita, e il ruolo che Ismail gioca nell’evento. In pratica, è grazie a lui se non viene sparso sangue. Poi c’è uno stacco, doveva esserci una scena in cui qualcuno giunto da Costantinopoli consegna a Ismail la lettera di Gracia. Nell’ultimo paragrafo mostriamo il vecchio mentre, in casa sua, legge la lettera per la prima volta. Intanto, giù in strada, un cantastorie racconta la favola sufi del fiume che voleva attraversare il deserto, favola che viene raccontata (in altri modi) anche in altri punti del romanzo. Buona lettura.

Al Mukha, 27 Dhu al-Hijjah 976

Le galee del sultano giunsero in vista di Mokha sul far della sera. L’alito del monsone gonfiava le vele di un’aria viscosa, pesante come una tunica intrisa d’acqua bollente.
Sulla riva, una striscia di muri bianchi affiorava appena dalla sabbia, tra il mare accaldato e lo sfondo di montagne da cui erano scesi i ribelli.
Le notizie in possesso dell’ammiraglio dicevano che la città si era arresa senza colpo ferire. Gli abitanti avevano rifiutato di combattere, la guarnigione ottomana era fuggita e i mercanti indiani avevano spinto le loro feluche in Abissinia, sull’altra sponda del Mar Rosso.
– Siamo a mezzo miglio, pasha – avvisò il bombardiere – Dove volete colpire?
L’ammiraglio srotolò una mappa e scrutò ancora la costa. Mokha non aveva né porte né bastioni. Le bande zaydite se l’erano presa passeggiando, con la complicità di una popolazione imbelle. Entrambe avrebbero conosciuto presto il prezzo del tradimento.
Nello schizzo, gli edifici armati di artiglieria erano soltanto tre.
– Il palazzo del bey è troppo vicino alla moschea. – disse indicando la verticale del grande minareto – Puntate a babordo, il torrione isolato.
Dal castello di prua, l’ordine rimbalzò fino ai banchi dei rematori e la galea virò in posizione di tiro.
Il servente ripulì con lo scovolo la colubrina centrale. Le infilò in bocca l’involto della carica, una palata di segatura e sei colpi di calcatoio per pressarla a dovere. Poi sollevò una palla da settanta libbre e la fece rotolare nella canna di bronzo. Versò nel focone il polverino di innesco, accese la miccia in fondo all’asta buttafuoco e attese.
– Alzo quattro – ordinò il bombardiere mentre si faceva consegnare lo scettro incandescente. Nel frattempo, altri cinque serventi ripetevano le stesse operazioni con i pezzi di calibro inferiore.
– Fuoco! – gridò l’ammiraglio.
L’esplosione disperse un branco di delfini ed eccitò i gabbiani. La colubrina rinculò sul ponte e arrestò la sua corsa contro l’albero maestro. Quando il fumo si dileguò, il torrione bersagliato apparve saldo al suo posto. Gli altri cannoni erano già pronti a tirare, ma dalla città non venivano risposte: né sparate, né gridate, né altro.
L’ammiraglio intimò al bombardiere di tenersi pronto, poi ordinò di spingersi sotto costa e puntare il molo.
A un tratto, oltre la cappa di afa, polvere e sale, gli apparve il miraggio di un vessillo, schiaffi rossi contro il vento, sopra il tetto più alto del palazzo governativo. Poiché non era più tanto giovane e la vista gli faceva difetto, chiese aiuto al secondo.
– Capitano, la vedete anche voi quella bandiera?
L’altro annuì.
– E sapreste riconoscerla?
Il capitano si sporse dalla murata e affilò gli occhi. Tre mezzelune dentro un’ovale verde in campo rosso.
– Si direbbe, non so, però, beh, è impossibile, non…
– Dunque?
– Si direbbe la bandiera del sultano, pasha. La nostra bandiera.

Il vecchio è seduto al tavolo e scrive. Dalla finestra entra ancora abbastanza luce, le lampade sono spente. Terminato il foglio, lo impila sul mucchio alla sua sinistra: è alto almeno un palmo, dieci anni di memorie per ogni dito della mano. Carte consunte, cicatrici di inchiostro, scritte in un latino ormai logoro che il vecchio rattoppa con termini turchi, arabi, tedeschi, veneti. San Girolamo e Sant’Agostino non riconoscerebbero la loro lingua d’elezione.
Stende davanti a sé una nuova pagina, raddrizza la schiena e intinge la penna.
– Arrivano – dice una voce alle sue spalle – Cosa dobbiamo fare?
È Ali. Il vecchio non lo ha nemmeno sentito salire. Gli anni e la salsedine gli stanno rovinando l’udito. Si gira, le dita a carezzare la barba bianca.
– Quanti sono? – domanda in arabo.
– Otto galee.
– Bene. Fai chiamare la gente. Andiamo ad accoglierli alla dogana.
Ali sta per rispondere, ma un boato distante spezza la conversazione. I due restano in attesa, immobili, come statue di carne. Rumori di crollo erompono dalla finestra.
Il vecchio si alza, vincendo una fitta alle reni. Si affaccia di sotto e vede a trenta passi il tetto sfondato di una casa, sotto la torre di guardia.
– È il tiro d’ingaggio – sentenzia. – Se non rispondiamo, non sparano più. È la regola.
Torna allo scrittoio e ripone il manoscritto in una grande sacca di pelle. Afferra il bastone d’ebano appoggiato alla sedia e, aiutandosi con quello, cammina dietro ad Ali che già lo precede sulle scale.

C’erano almeno duemila persone, schierate di fronte all’arco che dal molo introduceva in città. Donne velate con lattanti in braccio, vecchi raggrinziti nelle vesti bianche, bambini nudi dalla testa ai piedi. Uomini e ragazzi avevano tutti una guancia sporgente, gonfia di foglie eccitanti, e portavano in cintura un pugnale ricurvo, più simile a un ornamento che a un’arma pericolosa. Gli unici giovani dall’aspetto marziale stavano allineati in prima fila, una trentina di arabi, indiani e africani, con solo una futa allacciata ai fianchi.
Davanti a loro, un vecchio dall’aria solenne, la testa avvolta nel turbante.
L’ammiraglio si avvicinò, seguito dai capitani delle galee. Giunto di fronte al vecchio, lo scrutò da capo a piedi come un cammello da acquistare.
– Dunque è vero – disse alla fine – Voi siete…
– Ismail al-Mukhawi – lo anticipò l’altro – Benvenuto a Mokha, pasha.
– Una spia ci aveva avvertiti che eravate rimasto in città con i vostri uomini e che gli zayditi non osavano toccarvi. Avete dunque liberato Mokha da solo?
– Se ne sono andati di notte, appena hanno saputo del vostro arrivo. Non c’è stato bisogno di combattere.
– E mesi fa, quando arrivarono? – ora la voce dell’ammiraglio tremava di indignazione – Nemmeno allora ce ne fu bisogno?
Il vecchio allargò le braccia, come per cingere la città e la sua gente.
– Mokha non ha difese, i ribelli erano migliaia. Nessuna resistenza li avrebbe trattenuti.
– Resta il fatto che il capitano dei giannizzeri ordinò agli abitanti di rispondere all’attacco e non venne ascoltato.
Ismail si appoggiò una mano sul petto.
– La responsabilità è mia. Promisi a questa gente che gli zayditi non avrebbero fatto loro alcun male. Il corso degli eventi mi diede ragione.
– Niente affatto! – ruggì l’ammiraglio – Voi siete un mercante, pensate agli affari, e i ribelli delle montagne non vi sembrano veri nemici, perché producono il caffè che vi sta tanto a cuore. Io invece sono un uomo d’armi, ragiono in un’altra maniera. Chi non combatte i nemici del sultano è un traditore e come tale va trattato.
– Se fossimo nemici non saremmo qui ad accogliervi, pasha.
– Accogliermi? Per quel che mi riguarda, voi siete qui in segno di resa!
– Anche un vecchio come me può vedere che sul palazzo del bey non sventola bandiera bianca, ma il vessillo del sultano. E se è tornato al suo posto, non è certo grazie al governatore.
L’ammiraglio ebbe uno scatto di rabbia, si voltò e diede ordine ai suoi di caricare gli archibugi e tenersi pronti con gli archi.
I giovani alle spalle del vecchio portarono le mani in cintura, come per slacciarsi la futa. Un attimo dopo ciascuno teneva in pugno una pistola e nell’altra mano un flagello di grosse strisce metalliche, lunghe quanto un uomo. Dietro di loro, nello stesso istante, un centinaio di lame uscirono dai foderi.
L’ammiraglio sguainò la spada e avanzò, fino a trovarsi faccia a faccia col vecchio.
– Ringraziate Yossef Nasi – gli disse tra i denti – Se non fosse che lo rappresentate, vi farei pentire di non aver combattuto quand’era tempo.
Fece due passi indietro e alzò il braccio armato: – Fate largo, adesso! – ordinò con un grido. A un cenno del vecchio, la folla si divise in due ali e lasciò che le truppe giunte da Costantinopoli entrassero in città.
Le uniformi sfilarono, accompagnate solo dalla sabbia e dal rumore dei sandali sulla terra battuta.

[…]

Calò la notte e gli uomini di Mokha si radunarono per cantare, fumare e raccontare storie, sullo spiazzo polveroso davanti ai magazzini di Yossef Nasi, Signore di Tiberiade, Duca di Nasso e delle Sette Isole. Le tazze passavano di mano in mano, colme di qishir, l’infuso bollente preparato con i gusci secchi delle bacche di caffè e i semi del cardamomo. Nella città famosa in tutto l’Impero per il kahve, il liquido nero era riservato al risveglio, per pulire la testa dai sogni o per farli emergere più nitidi dal torpore. Soltanto i mistici sufi lo bevevano in qualunque momento della giornata e Ismail, frequentando il loro monastero, aveva preso la stessa abitudine, ogni volta che doveva riflettere.
I festeggiamenti si tenevano proprio sotto la sua finestra, ma il vecchio aveva preferito la compagnia della lettera appena arrivata. Era scritta in fiammingo, il che lo costringeva a rileggere interi passaggi, per essere certo di averne afferrato il senso. La voce profonda del cantastorie si insinuava tra una frase e l’altra.

Nato in remote montagne, un fiume solcò molte regioni e giunse infine alle sabbie del deserto. Provò a superarle, ma più cercava di avanzare, più le sue acque si perdevano.

Il vecchio si alzò con il foglio tra le mani, nella speranza che camminare lo aiutasse a concentrarsi, ma il ginocchio, gonfio d’artrosi, lo costrinse a zoppicare su altri pensieri.
Arriva l’Estate, si disse, stringendo la rotula tra le dita, l’Estate umida di Mokha. Accusò il luogo e la stagione, ma sapeva fin troppo bene che la mano della vecchiaia avrebbe finito per schiacciarlo, Estate o Inverno che fosse, anche nei rifugi più salubri dell’Impero. Prima di quell’istante, però, c’erano ancora la vita, i ricordi ossessivi e progetti sempre più sfumati.

Fu allora che una voce nascosta mormorò:
«Se ti lanci nel solito modo, il deserto non ti permetterà di attraversarlo. Potrai solo sparire o diventare uno stagno.»

La lettera di Gracia non era la solita, quella che arrivava puntuale ogni anno, insieme alle navi di Yossef cariche di stoffa e legname. Non conteneva lunghe riflessioni sul senso delle cose, resoconti di mille attività, domande rituali ed altre più sincere. Gli unici elementi comuni erano la firma e la lingua di Anversa. Per il resto, le molte domande si riducevano a una sola: torna, il prima possibile. Le notizie si raggrinzivano anch’esse in poche parole: sono malata, sto morendo.

«II vento attraversa il deserto; il fiume può fare altrettanto, se permette al vento di trasportarlo.»

Anche Yossef gli spediva lettere ogni anno. La superficie delle frasi diceva: mi manchi, bramo la tua saggezza, saresti più utile al mio fianco, come ai vecchi tempi. Ma l’appello era sempre meno sincero e la retorica, sempre meno curata. Ismail scorreva i fogli con gli occhi, non leggeva davvero. Accettava i doni che li accompagnavano, li distribuiva. Il vero messaggio che gli arrivava da Istanbul era molto chiaro. La Città del Caffè era il luogo giusto per lui.
L’invito di Gracia invece era sincero, appassionato, come lo era il suo desiderio di riabbracciarla e di assecondarne le ultime volontà.

Allora il fiume innalzò i suoi vapori verso le braccia accoglienti del vento, che li sollevò e li portò a Oriente, lasciandoli ricadere come neve sulla cima…

Il vociare che faceva da bordone al racconto crebbe fino a sovrastarlo, poi si spense improvviso. Un grido in turco interruppe il cantastorie.
– Tornate alle vostre case, ordine dell’ammiraglio. Niente raduni dopo il calar del sole.
Si udirono proteste in arabo, maledizioni, goffi tentativi di parlamentare nella lingua dei soldati. Dal tono delle voci, Ismail comprese che non ci sarebbero stati incidenti. Non quella sera.
Ripensò alle parole della storia. Era un parabola sufi, l’aveva udita molte volte, in molte diverse varianti e conosceva il finale: al tempo del disgelo la neve si scioglieva e il fiume tornava ad essere sé stesso.
Quella era stata la sua vita, per molti anni. Lasciarsi portare dal vento oltre le sabbie e ricominciare a ogni pioggia. Ora non temeva più di trasformarsi in palude, e dare acqua al deserto gli sembrava altrettanto nobile che correre tra gli argini e irrigare la pianura. O forse era così che gli piaceva credere, ma in realtà erano le sue orecchie ad essersi assordate, e la voce del vento non erano più in grado di avvertirla.
Sia come sia, non poteva tornare subito a Istanbul, e non era soltanto il monsone a impedirglielo.
Ripiegò la lettera e incominciò a spogliarsi per andare a dormire.
Le sabbie di Mokha avevano ancora bisogno di acqua.

Un ringraziamento speciale a Maurizio Vito per la preziosa assistenza nel comporre questo speciale.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

Altri testi che potrebbero interessarti:

Lascia un commento