La giunta Merola e la pelle di #XM24 (e i suoi muri) – di Wolf Bukowski

di Wolf Bukowski

Come un comico a corto di idee, il sindaco di Bologna Virginio Merola porta avanti la sua scadente imitazione di Salvini, ma le battute gli escono sempre peggio di quelle dell’originale. Se il ministro degli interni, dopo ogni spietato sgombero, ripete la formuletta di successo «La pacchia è finita!», Merola conia invece il pallido «La telenovela è finita». Anche qui la posta in gioco è uno sgombero – quello di XM24 – con cui Merola spera di far dimenticare la serie infinita di fallimenti sociali e urbanistici dei suoi due mandati da sindaco.

La telenovela per Merola sarebbe la trattativa con XM24, trattativa che in realtà non è mai decollata per l’ostinato rifiuto al dialogo da parte dell’amministrazione. Ma la vera telenovela, quella di cui lui e i suoi assessori sono sceneggiatori, registi e protagonisti unici e autoreferenziali, continua a sfornare puntate, e ciascuna si rivela alla bassezza delle aspettative.

L’ultima è quella scovata da LaBurba, il laboratorio di urbanistica di XM24, che tra la pletora dei provvedimenti approvati nella seduta di giunta del 2 luglio ha trovato il progetto per il co-housing in via Fioravanti 24, da realizzarsi al posto dello spazio pubblico autogestito. L’episodio è particolarmente pieno di bloopers, uscite sintomatiche e voci fuggite dal backstage, che rivelano talvolta realtà scomode, talaltra intenzioni squallide. Vediamole.

Uno spazio liberamente autogestito dalla comunità

XM24 è uno spazio «attualmente liberamente autogestito dalla comunità». Lo dice un comunicato solidale contro lo sgombero? Lo dice una delle tante petizioni – delle famiglie, delle e degli insegnanti, dei residenti della zona, di bibliotecari e utenti di biblioteca… – circolate in queste ultime settimane? No: lo scrive il Dipartimento lavori pubblici del comune di Bologna, in premessa al progetto il cui solo scopo è scacciare XM24. E dunque quella formula descrittiva, quella voce dal sen fuggita, viene approvata all’unanimità, insieme al progetto, da sindaco e assessori.

Giovedì 18 luglio, nello spazio «liberamente autogestito dalla comunità», LaBurba presenta il progetto sul co-housing deliberato dal comune. Siateci, dalle ore 18:30. Clicca per ingrandire.

Difficile immaginare un valore superiore a quello di uno spazio «liberamente autogestito dalla comunità». Un amministratore appena appena attento al benessere dei cittadini andrebbe fiero di poterlo annoverare in città, di poterlo raccontare agli incontri internazionali e nelle interviste ai giornali. Merola e i suoi, invece, allo spazio «liberamente autogestito dalla comunità» preferiscono, testualmente:

«la realizzazione di un progetto di co-housing che indicativamente comprenderà almeno circa 13 unità immobiliari, n. 2 alloggi temporanei, locali e spazi esterni di uso collettivo e locali aperti al territorio che potranno essere gestiti dall’intera comunità definendo programmi condivisi con l’Amministrazione Comunale.»

«Ora basta con la privatizzazione degli spazi pubblici», frase uscita dalla bocca del capo di una giunta che ha scatenato su Bologna gli animal instincts del mercato, e usata per attaccare uno spazio sociale in una via consegnata a multinazionali, palazzinari e bancarottieri è una delle dichiarazioni più sballatamente oltraggiose di questi anni. Clicca per ingrandire.

Ciò che c’è di vero in questa sommaria descrizione è presto riassunto: 15 – «almeno circa» 15 – appartamentini risicati, per 43 persone in totale, sei delle quali godranno della non meglio definita «ospitalità temporanea».

Uno spazio pubblico attraversato da migliaia di persone viene sacrificato per una manciata di appartamentini che potrebbero essere realizzati in decine di altri edifici pubblici inutilizzati.

Questa la sola parte vera, e basta di per sé a provocare raccapriccio. Poi c’è il resto, la mistificazione.

La più vistosa adulterazione è facilmente riconoscibile: quello che era, persino nelle loro parole, uno spazio «liberamente autogestito dalla comunità» diventa uno spazio che potrà essere gestito «dall’intera comunità definendo programmi condivisi» con l’amministrazione. Il primo slittamento è evidente: si perde ogni traccia di libertà e si ottiene una possibilità da esercitarsi forse, al sindaco piacendo e al comune garbando.

Il secondo slittamento è più sottile: non appena il fabbricato sarà sottratto all’uso pubblico e consegnato a chi lo abiterà, il significato di comunità cambierà, restringendosi come lana in lavatrice, e indicherà la piccola comunità dei residenti, e non più quella ampia di cittadini e non cittadini – come sono quelli coinvolti oggi in XM24. Questa interpretazione è confermata dal regolamento urbanistico (RUE) a cui si richiama il progetto previsto in via Fioravanti 24. L’articolo 32 bis del RUE recita, infatti:

Gli interventi di abitare condiviso/co-housing devono essere caratterizzati dall’apertura al territorio che si sostanzierà nella definizione di un programma condiviso tra soggetto proponente e Amministrazione comunale, che definisca le modalità di utilizzazione condivisa di spazi o di attività promosse dal soggetto per la cura di beni comuni urbani […].»

È quindi il soggetto proponente – nel caso di via Fioravanti 24 la futura associazione dei residenti, visto che la proposta viene dal comune stesso – che definisce il programma, e questo programma si riduce a una misera e subalterna «cura di beni comuni urbani».

È un do ut des: ti faccio stare nel cohousing e tu in cambio mi garantisci qualche servizio, magari anche solo l’apertura e la chiusura della sala riunioni che potrà essere utilizzata da persone esterne. Nessuna libertà, nessuna autodeterminazione: solo subalternità e sussidiarietà.

Un finto 38% è meno di un vero 100%

La stessa nozione di spazio comune e collettivo, a sua volta, è sottoposta a un analogo processo di restringimento. Ora gli spazi sono veramente collettivi: XM24 è aperto ed è (auto)gestito da un’assemblea pubblica che si riunisce settimanalmente, o anche più spesso, quando serve. Oggi quindi tutto lo spazio è di uso comune e collettivo. Dopo la realizzazione del co-housing gli spazi comuni saranno il 38,75%, come si legge nel progetto. Questa cifra viene esibita con orgoglio, perché è superiore al minimo previsto dalla normativa, e cioè il 20% (nella versione precedente del RUE, approvata a novembre 2018, era del 30%; nel maggio 2019 cala appunto al 20%).

Anche qui al piano esplicito si somma il calcio dato sotto il tavolo.
Esplicito è che il 38,75% a uso comune è assai meno del 100% a uso comune.
Il calcio sotto il tavolo è che quel 38,75% in realtà è una mistificazione: vengono infatti computati come spazi comuni quelli che sono, di fatto, semplicemente spazi condominiali.

Come si può osservare dalle mappe allegate al progetto, sono inclusi in quel 38,75% i corridoi tra gli ingressi degli appartamenti e delle cantine private, il locale della caldaia (rinominata come «centrale termica comune»), e persino il «vano scala comune»!

Spazi comuni previsti nel piano interrato di via Fioravanti 24. Clicca per ingrandire. Si noti (sulla destra) come sia considerato spazio «comune» anche il corridoietto tra gli ingressi di tre cantine private: così sono gli spazi di socialità, secondo il comune di Bologna. «Signora, può aspettare ad andare in cantina a cercare i barattoli per la marmellata di prugne? Non vede che stiamo facendo un’assemblea cittadina!?!»

Quali saranno dunque gli spazi veramente comuni, quelli a cui eventualmente potranno accedere anche persone non residenti nel cohousing?

Difficile a dirsi, proprio per l’ambiguità che assume il termine «comune» nel progetto. La «cucina comune» è assai improbabile possa essere usata da gruppi di cucinieri militanti, come accade invece oggi spessissimo in XM24; e chi si azzarderà a raggiungere, scendendo le scale e penetrando tra cantine a uso privato, il «Locale ciappini comune» (sic!) oppure l’«officina delle biciclette», dove una manciata di attrezzi ciclistici condominiali proveranno a fare la parodia della gloriosa ciclofficina di XM24?

Secondo il RUE poi, persino gli alloggi temporanei sarebbero da computarsi negli spazi a uso collettivo; ma il progetto di via Fioravanti 24, in un soprassalto di pudore, non sembra farlo, accontentandosi di esibire il gioiello – fintissimo – del suo 38,75%. E comunque il 100% del futuro co-housing è molto meno del 100% utilizzabile oggi, perché il progetto prevede un’abbondante «rimozione delle tettoie e pensiline esistenti».

Stupido motel

All’esterno dell’edificio, dal lato che volge a ponente, è previsto un parcheggio. I posti per quindici macchine in fila, una per appartamento, riducono a cortiletto d’asfalto recintato il luogo dove oggi – al riparo della tettoia che il comune vuole abbattere – si tengono assemblee, proiezioni, festival delle autoproduzioni editoriali, delle arti circensi, prove comuni di pugilato e altri sport, spettacoli, parte del mercato contadino di Campi Aperti, una vita densissima e irriducibile all’elencazione, sempre rinnovata e mai uguale a sé stessa. Ma parla qui, meglio di mille parole, il rendering predisposto dal comune, specchio di un immaginario misero, addomesticato, suburbano nel senso più triste del termine.

Il deprimente rendering del parcheggio (dal progetto del Comune su via Fioravanti 24).

Quello che sembra di vedere è il parcheggio di un motel, un motel contrabbandato per «abitare condiviso e solidale», fatto di appartamentini ficcati con la forza di due milioni di euro di denaro pubblico in un fabbricato nato come magazzino per la verdura, al solo scopo di trovare un pretesto per liberarsi di un luogo «liberamente autogestito dalla comunità». Perché il comune aborre le comunità libere, elettive, permeabili e autogestite; le vuole organiche, sovradeterminate da ideologie cittadiniste o nazionaliste, fissate dalla registrazione presso un notaio, e dunque – sottilmente o apertamente – escludenti e gerarchiche.

Olé e Hop, due festival che si tengono… dove il Comune preferisce un parcheggio.

La pelle (colorata) dell’orso

Dimostrando di non aver capito nulla dalla cancellazione del murale di Blu, il comune di Bologna prevede nel progetto «la conservazione delle facciate Nord ed Est senza alterazione delle aperture e mantenimento delle pitture murali esistenti quali espressione di Street Art». Merola insomma, dà per ucciso l’orso e ne vuole esibire la pelle, appesa sul muro di via Fioravanti 24.

Con il co-housing (a spese pubbliche) addizionato di street art – cioè arricchito con l’esproprio borghese praticato dalle istituzioni a danno della produzione culturale dal basso -, Merola sogna di mettere il turbo alla gentrificazione della Bolognina, realizzando in ritardo il desiderio di chi voleva fare del murale di Blu la porta d’accesso alla città tramite il quartiere cool, riqualificato e ricostruito sul cadavere della «controcultura» bolognese.

Un quartiere, la Bolognina, a cui il Comune vorrebbe far mangiare la cultura underground per assumerne la forma, come il boa che ha ingoiato un elefante nel Piccolo principe.

Ma il serpente di Saint-Exupéry non si è mai ripreso dall’indigestione, i cadaveri fanno fatica a mandare avanti le produzioni culturali e l’orso non è affatto morto, graffia ancora, e non sarà facile strappargli la pelle.

* Wolf Bukowski scrive su Giap, Jacobin Italia e Internazionale. È autore, per le edizioni Alegre, dei libri La danza delle mozzarelle, La santa crociata del porco e, appena uscito, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro.

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29 commenti su “La giunta Merola e la pelle di #XM24 (e i suoi muri) – di Wolf Bukowski

  1. Insomma, questo “progetto di co-housing” si rivela, a conti fatti, poco più di un banale condominio, ma con tanta fuffa intorno e un nome anglo, presuntamente “sociale” e presuntamente cool per abbagliare il Santi Bailor di turno, awanagansh, oràit, territorial marketing, anderstènd? Oràit!

  2. di co-housing (a spese pubbliche) si parla anche a bolzano, dove una cooperativa legata a filo doppio al PD locale ha messo in piedi questo, con soldi provinciali https://m.facebook.com/cohousingrosenbach/ valutate da voi il grado di fuffagine che esprime un progetto del genere

    • Suggerirei, più della pagina facebook che procede – al solito – per susseguirsi di «eventi» (bisognerebbe anche riflettere su come questo finisca per condizionare la lettura dei fenomeni), questa pagina dell’amministrazione provinciale bolzanina: http://www.provincia.bz.it/arte-cultura/giovani/co-housing-rosembach.asp#accept-cookies

      Il cohousing Rosenbach non è uno studentato, pur essendo pubblico, ma una residenza universitaria in cui non basta la comprovata situazione di «merito e bisogno» per entrare ma bisogna dimostrare buona volontà e disponibilità. Non (solo) appunto nello studio, ma in attività di volontariato obbligatorie, scelte dall’amministrazione provinciale – o dal privato sociale subalterno e satellitare –, attività a cui bisogna aderire con entusiasmo e con (mi viene da dire, paradossalmente) giovanile spontaneità.

      La difficoltà nel contrastare questi progetti è nel potere congelante e immobilizzante del «che c’è di male»: che c’è di male nell’organizzare mostre fotografiche? Che c’è di male nel portare la spesa a casa agli anziani? Che c’è di male nel fare una foto sorridente da esibire nel sito provinciale, con cui i politicanti locali possono farsi belli? Ovviamente non c’è nulla di male – se solo lo si fosse scelto del tutto liberamente, e non facesse parte del «pacchetto» con cui ti viene riconosciuto quello che invece è un tuo diritto, ovvero l’alloggio universitario.

      Allora è chiaro che il liberismo post-democratico, e la «costituzione materiale» della post-democrazia italiana, prevede un doppio regime per censo. Se sei più ricco (ovvero, nella fattispecie, ti prendi la tua casa per studiare senza chiedere nulla allo stato), allora fai volontariato solo se ti pare e con il gruppo che preferisci, frequenti chi ti pare, sorridi solo nelle foto scattate da chi pare a te, e agli altri fai il dito medio; se invece hai bisogno del welfare devi sorridere a comando, portare la spesa a casa a qualcuno anche se magari in quel periodo hai già i tuoi guai da sbrogliare, e soprattutto – e più sottilmente – renderti docile e disponibile a prestazioni non pagate, ma obbligatorie, calate dall’alto *in cambio* di un tuo diritto.

      L’attacco da parte della politica neoliberale è particolarmente violento nei confronti di giovani e giovanissimi, che devono essere plasmati fin dal loro ingresso in società. Cito dal sito bolzanino:

      «…l’idea che la figura del giovane sia piena di potenzialità che devono essere stimolate e alimentate senza sosta in maniera concreta.»

      Il cohousing – qualsiasi cohousing che sia calato dall’alto, per interessi politici – è parte di questo processo di svuotamento e trasformazione disciplinare del welfare. Per smontare il giochino bisogna prima trovare il modo efficace per contrastare il mefitico «che c’è di male». Nel caso di XM24 il male è evidente: il cohousing è una scusa per cacciare via il centro sociale. In altri casi, ovviamente, la cosa è più sottile.

      • giusto, e non tralascerei il fatto che gran parte dei “pacchetti” offerti dal privato sociale – che privato non è mai, essendoci quasi sempre la lunga mano provinciale e comunale – siano connotati da quest’utilizzo strumentale della retorica giovanile [cool/youth/culture (in senso inglese)] perfettamente funzionale al mantenimento dello status quo e della vampirizzazione, oltre che di “energie giovanili”, di intere fette di territorio

        come indicano le/i compagn* catalan* in un recente contributo (qui https://napolimonitor.it/la-pista-del-potere-classe-media-classe-creativa-e-gentrificazione/ tradotto da Stefano Portelli), “le strategie che usano la cultura come pretesto per lo sviluppo urbano possono sedurre un ampio spettro della popolazione […] perché queste politiche contengono una promessa di redistribuzione” e questo, questa menzogna, in una realtà da questo punto di vista già ampiamente invivibile, è un vero e proprio atto di guerra

  3. Proprio oggi un amico che abita vicino a XM ha raccontato su Facebook dei suoi vicini di casa, giovane coppia con un bambino piccolo, cacciati dal loro padrone di casa perché pagano “solo” 500 euro al mese, mentre il loro appartamento oggi può essere affittato a 800. Entrambi lavorano, tra l’altro in centro, mentre ora dovranno vivere chissà dove, magari in un paesino dell’Appennino bolognese, l’unica zona ancora relativamente risparmiata dall’aumento dei prezzi a causa delle difficoltà logistiche di viverci. Siamo a questo punto: una giovane famiglia con due stipendi non può permettersi di vivere in un quartiere che fino a pochi anni fa era popolare.
    E il modo in cui sta avvenendo tutto questo, con le truffe sfacciate e francamente miserabili dell’amministrazione comunale che trucca le percentuali di spazi comuni di questo progetto, mettendoci dentro – diobòno – i corridoi delle cantine, è davvero indicativo del tenore della classe politica locale e della loro considerazione degli stessi cittadini che blandiscono. Fanno schifo.

    • Che poi anche le persone sole, magari, avrebbero diritto di poter abitare un appartamento decente in zone centrali non troppo lontane dal lavoro. 800 euro a pensarci bene non sono una cifra stratosferica. Io non potrei permettermele, ma non sono migliaia di euro. Che lo sembrino è appunto il risultato di “quanto siano piccole misere e povere le nostre vite sottopagate, senza futuro e semi precarie”. Fosse questo un esempio perfetto dell’evoluzione della strutturazione urbana? Il centro va riservato ai ricchi, quelli veri, altro che ottocento al mese, e al turismo, perché porta soldi. A questo punto rimane il problema di dove mettere quella media borghesia, magari con pretese intellettuali, che è stata sempre favorita, fino alla crisi, come falso esempio di politica progressista e sociale a scapito della, ben più numerosa, classe lavoratrice. Sbatterli in una periferia vera non è il caso, quindi, bisogna far loro posto in quartieri finto-chic, far loro credere che sia figo e politicamente impegnato andare a vivere in un ex quartiere popolare ovviamente ben ripulito, sia cioè un segno di distinzione sociale anziché di pauperizzazione, coronare il tutto con qualche speculazione immobiliare che ne avvicini l’aspetto alle orrende città in vetrocemento che hanno reso le città di mezzo mondo plaghe desolate, ma sono divenute l’orizzonte visivo e il simbolo dello stupore estetico per le ultime generazioni (una versione economica del viaggio di nozze a Dubai, diciamo), allontanare il resto dei ceti nell’estrema periferia periurbana una volta riservata ai lavoratori meno qualificati e remunerati che si alzano alle cinque del mattino, e profitti e tranquillità sociale in città e nell’urna sono garantiti. Bel progetto. Coerente, anzi, coerentissimo. Targato, sorpresa, PD del liberismo imperante.

      • Chiaro che anche le persone sole dovrebbero averne diritto. Il mio era un esempio per far capire a che punto è arrivata la gentrificazione. Tra le persone single che conosco i casi sono quattro: o abitano in un appartamento dei genitori o comprato per loro dai genitori, o sono in affitto aiutati dai genitori, o sono in affitto e fanno quasi la fame, nonostante abbiano un lavoro full time e vivano in dei tuguri di 20 mq, o abitano in condivisione. Tutta gente sui 40 anni o più, con 10 o 20 anni di lavoro alle spalle.
        800 euro al mese è tantissimo, considerati gli stipendi. Un impiegato prende, quando il contratto è in regola, sui 1300 euro, e quando non è in regola (cosa sempre più frequente) 7-800. Per non parlare poi degli stage, che ormai hanno sostituito intere fasce di contratto per mansioni come cassiere, assistenza clienti, hr, lavapiatti, commesso, impiegato, ecc. E lì si viaggia sui 5-600.
        E sono altissimi non solo in relazione allo stipendio, ma anche al fatto che sono soldi buttati, estratti dal tuo stipendio a causa del fatto che hai bisogno di un tetto sulla testa, a perdere. Soldi che tu getti nelle tasche di un padrone di casa e che non rivedrai mai più. Con cifre del genere, normalmente ti paghi un mutuo e piano piano ti compri una casa. Anzi, ormai spesso i mutui costano meno di un affitto. Ma quale banca ti presta i soldi? E chi ci pensa a fare un mutuo, quando hai un contratto di 3 mesi e non sai neanche se l’anno prossimo sarai qui o in un altro continente? Un affitto dovrebbe costare molto meno di un mutuo, proprio perché si tratta di soldi buttati. E invece il ricatto abitativo è così forte che è il contrario.
        Anche sulla questione del centro lasciato ai ricchi e della classe media sbattuta in periferie “riqualificate”, la tua analisi è molto giusta, a parte per un punto. I ricchi veri a Bologna sono sempre andati ad abitare sui colli, in larghissima parte, o in zone vicine. Il centro invece, per come lo vedo io, è sempre più riservato al business del turismo, con b&b (air o no) che sostituiscono le case, e i negozi sostituiti da centinaia di bar con tavoli di legno finto-invecchiati e alle pareti foto in bianco e nero della vecchia Bologna scaricate da internet, che servono spritz e taglieri di salumi. Solo che il turismo è un business estremamente volubile, e quando la moda di Bologna e dei taglieri di salumi passerà, come passano tutte le mode, ci ritroveremo con un centro morto, un mercato immobiliare esploso e la popolazione ormai trasferita chissà dove.

        • La bolla del «food» si sgonfierà col rumore – e il tanfo – di un gigantesco peto. #Bologna ne pagherà le conseguenze per moltissimi anni. È già accaduto, quando la città investì tutto su una monocoltura, quella della seta. Non a caso un altro business volubile, dipendente dai capricci della moda (il core business bolognese era il velo femminile). Dopo la crisi, la città ci mise più di un secolo solo per riprendersi dallo shock.

          Di quell’antico boom la città mostra alcune vestigia: lo sviluppo della città fu finalizzato a far funzionare i setifici, e la stessa statua del Nettuno in piazza venne commissionata per celebrare il ruolo di Bologna come importante porto fluviale e luogo di partenza dei carichi di seta verso Venezia e l’Adriatico. Vi siete mai chiesti il perché di una statua che celebra Nettuno in una città dell’entroterra? Era per via del canale Navile, allora rapida via d’accesso al mare.

          Ma soprattutto, Bologna mostra ancora i segni dello shock che seguì, basti pensare all’interramento dei canali, le cui acque non muovevano più le ruote dei mulini da seta. Da cruciale forza produttiva, il canale in centro fu progressivamente visto come inutile e, per giunta, simbolo di «degrado», e così, nel giro di poche decadi, scomparve. Salvo poi recuperarne le immagini in chiave nostalgica.

          Oggi, immemore della propria storia, Bologna è tornata a investire tutto su una “monocoltura” che però… non è una coltura, non coltiva nulla, è interamente parassitaria.

          Della fine della fase del «food» si vedono già gli inequivocabili segni, a cominciare dall’indicibile – nel senso che a Bologna non se ne può parlare – flop di Fico Eataly World, un colossale guscio vuoto, esito di una scommessa da malati di gioco d’azzardo, che in diversi denunciammo come tale.

          Scommessa che però la città, essendosi consegnata mani e piedi al farinettismo, non può che rilanciare, e rilanciare, e rilanciare, all’interno della scommessa più grande, quella sul cibo e sul turismo mordi-e-fuggi. Ecco spiegate le “grandi opere” di questi anni, buon ultimo un impopolarissimo progetto di “tram” che attraversi longitudinalmente la città… per andare dove? A Fico, naturalmente.

          • Nella storia di #Bologna, gli anni dieci del XXI secolo – coincidenti coi due mandati di Merola – saranno ricordati soprattutto per questo:
            ■ le giunte di quel periodo consegnarono definitivamente la città, chiavi in mano, agli istinti ferini del mercato;
            ■ gonfiarono col compressore le bolle del “food” e di AirBnB, con conseguente scomparsa di circa 4000 appartamenti dal mercato degli affitti, spopolamento di vaste zone della città i cui abitanti furono rimpiazzati da traiettorie di fantasmi, allontanamento di sempre più abitanti dalla città e aumento del pendolarismo giornaliero;
            ■ avviarono una pletora di grandi opere già obsolete al momento dell’ideazione e incuranti del disastro climatico (si veda ad esempio il “Passante di mezzo”);
            ■ combatterono con ogni mezzo chi cercava di resistere a quest’andazzo, calunniando, sgomberando.

            Sarà questo il loro lascito, la testimonianza che lasceranno nei secoli.

            Chi amministrerà dopo, si beccherà l’ineludibile crisi di questo modello. E non c’è da sperare che la gestisca bene.

        • Hai descritto con esattezza la situazione delle persone sole non vedove, quelle che non hanno mai potuto diventare realmente indipendenti soprattutto a causa e per quanto riguarda uno dei diritti fondamentali: la casa. È una condizione che non tocca solo i precari: conosco dipendenti pubblici ma pure ex quadri in pensione che vivono cosi’ nelle grandi città. Se l’ho sottolineato è stato perché oggi il soggetto in emergenza è sempre presentato come la famiglia, intendendo coppia con prole – e si sa che i bambini, anche giustamente, fanno sempre effetto, mentre la condizione di chi è solo, una volta definita “egoistica” non è meno dura, anzi puo’ esserlo di più perché non c’è condivisione delle spese né reciproco aiuto nel quotidiano come nell’emergenza. Una condizione che oggi viene invece rimossa dal discorso. Cio’ non toglie che è giusto quel che tu dici: una famiglia con due redditi che non puo’ più permettersi un alloggio modesto in periferia è paradossale perché illustra una stortura enorme nello sviluppo urbano e sociale. Certo che 800 euro è molto e troppo in rapporto a un salario, ma non dobbiamo perdere di vista secondo me, che non è una cifra realmente grande, altrimenti si corre il rischio di smarrire il senso delle proporzioni della ricchezza. Cio’ che è innegabile è che la casa non deve essere una fonte di profitto che arrivi ad espellere dalla città le persone, coppie o meno, di redditi medio-bassi. Nel 2007 il salario medio (non la mediana) era di 1200 euro; oggi sembra uno stipendio buono, ma era comunque insufficiente allora come ora a pagare un affitto e vivere: non c’è miglior esempio per illustrare quanto le riforme post-lettera del 2011 abbiano distrutto, o meglio finito di distruggere, nei redditi da lavoro, grazie alla sola distruzione dei suoi diritti. Quanto al turismo, a Firenze, mi dicono, è ormai frequente trasferirsi in periferia per affittare l’appartamento in zona centrale ai turisti, come a quella sottospecie di turismo povero che sono gli studenti che a loro volta trascolorano facilmente nel precariato universitario, ma affastellati in triple sono un rendimento imbattibile e nel circondario sono meglio accolti dei migranti. Ma una simile scelta potrebbe rivelare, oltre all’avidità pura e semplice, anche una difficoltà di vivere diffusa che dovrebbe essere ritenuta aberrante e che viene invece indirizzata in forme di sfruttamento tra poveri e semi poveri, magari mascherate da qualche nome accattivante che rimanda a idee libertarie ormai convertite nel loro contrario (cohousing, Uber ecc.) e da cui usciranno, verosimilmente, nient’altro che nuove posizioni dominanti di monopolio da parte di chi ha già disponibilità di capitale. Una simile operazione speculativa è prevista a Roma, anche li’ targata PD e anche quella difronte a un centro sociale in una zona tra popolare e borghesizzata. Ma una volta che hai distrutto il tessuto industriale di un territorio, come è avvenuto in Italia in dieci anni per non parlare delle delocalizzazioni già precedenti, il turismo rimane la principale via d’uscita per far arrivare denaro in modo rapido, meglio se dall’estero (recentemente una dottoranda tedesca molto quadrata mi vantava le bellezze di Bologna perché è giovane, vivace, pulita e attraente, ci sono tanti locali, vedi un po’ ). Non solo per farlo arrivare, ma per riorientare del tutto l’economia di un paese secondo un’agenda diversa, che preveda quella specializzazione per quel territorio all’interno di uno spazio più vasto, seguendo i puri sensi del mercato. Quanto all’emigrazione, sono una che non si dispera all’idea di partire per sempre, ma appunto, oggi non c’è più quella possibilità, perché troppo spesso, significa partire per pochi mesi e pochi anni, senza avere la stabilità là dove vorresti stare. In fin dei conti libera circolazione significa soprattutto questo, libertà di delocalizzare e reimportare per il capitale, libertà di andare a fare il precario altrove, a condizioni un po’ migliori magari, ma senza reti di sicurezza in nessun luogo, se non la famiglia di origine, per lo sfruttato. Come due secoli fa, ma chiamandolo “libertà”.

          • Più in generale si tratta di una espulsione dal tessuto urbano e dagli spazi comuni che non riguarda più solo i poveri o le abitazioni o il decoro. Si stanno eliminando appunto tutti gli spazi comuni dove si possa trattenersi senza consumare o farlo relativamente gratis, che siano panchine, fontanelle, spazi verdi realmente accoglienti, o altro. Con una lesina talmente avveduta da far dubitare che sia casuale e che non si rivolge più a chi turberebbe il decoro, ma a chiunque. Come se fosse passata di li’ qualcuna di quelle società di consulenza che si fanno pagare per massimizzare i profitti di ogni centimentro e di ogni attività, eliminando sistematicamente tutto cio’ che faceva, appunto, “decoro” per lasciare solo il meccanismo produttivo in tutta la sua squallida brutalità.
            Un altro esempio di borghesizzazione da aggiungere a quelli che ricordavo prima è Pigalle (David Dufresne, Le Pigalle. Une histoire populaire de Paris, sul sito arte.tv), diventata attraente dopo che da tempo è stata borghesizzata Belleville. Mentre il flagello umanissimo della sindaca attuale, ovviamente “di sinistra”, ha dato il via a una serie di speculazioni rivoltanti su ogni centimetro dei quartieri semicentrali ben collegati, demolendo e ricostruendo su più piani, con soffitti più bassi, loculi di cemento scadenti e ovviamente altamente energivori – senza aria condizionata li’ dentro non si resiste – in quartieri che avevano un tempo diginità architettonica e civile, distruggendo per esempio scuole per riedificare palazzi, ecc. Lo stesso nella cintura dove sono previsti cinque piani come norma.

    • Senza dimenticare che il prevedibile nuovo esodo verso l’Appennino sarà a spese umane (per i disagi, l’isolamento, etc) ambientali (per l’ennesima nuova ondata di cementificazione) e pubbliche, perché necessariamente prevederà un nuovo – assurdo – ciclo di infrastrutturazione.

      Intanto il devastante Pd bolognese, qui https://www.youtube.com/watch?v=lsSkhmLMytY il suo ormai tramontato enfant prodige Lepore, snocciano contraddizioni in libertà, dicendo che Airbnb è indispensabile per accogliere i turisti (come poi se accogliere i turisti fosse un’idea anche solo minimamente sostenibile di città), però va limitato, però fa emergere il nero, però fa contenti gli elettori. Più è nientificato il pensiero politico, più gode il capitale, che è sempre molti passi avanti.

      • Per non parlare poi del fatto che vivere sull’Appennino è proprio più inquinante che vivere in città. Per dire, le stufe a legna, ancora usate in molte case di montagna, buttano fuori 100 volte più monossido di carbonio del riscaldamento a metano, e quelle a pellet fino a 6 volte di più.

  4. Sull’onda della rabbia (e mi scuso per l’intemperanza senile) mi viene da dire che nel caso fosse appurato storicamente che la “Street Art” ha perso, gentrificata perfino quella, rapinata legalmente, forse occorrerebbe cambiare forma. Passare a cose tipo “Suv Art”, “Jaguar Art”, cose così. Potranno addirittura espropriarla meglio, basterà che mettano in moto. Però a sto punto mica va fatta con lo spray, metti che poi gli piace e rivendono il pezzo a quotazione dechirico. Invece con lo sverniciatore. Oppure con lo scalpello: “Suv Art 3D”. Il futuro della produzione culturale dal basso. Quante buone idee in quella canzone del Contingent, “La Rivoluzione”.

  5. Ah, be’ come appropriazione USA del Piccolo principe non c’è male, davvero.
    Intendo il cartello che apre il pezzo, un’imitazione sfacciata quanto rozza dei disegni di Saint-Exupéry.
    Proprio come certi progetti di borghesizzazione urbana.

  6. Stamattina la comunità di #XM24, armata di vernice e rulli, ha cancellato i murales dai muri esterni dello spazio autogestito. → Qui il comunicato.
    Sulla facciata est dell’edificio è stata realizzata una gigantesca scritta:
    «QUESTO CO-HOUSING È UNA CAGATA PAZZESCA.»
    Vediamo se la tengono.

  7. La terrificante periferia lombarda da cui provengo, tutta fabbriche, campagna, enormi distributori di benzina nel deserto e centri commerciali come se piovesse, non lascia alcun dubbio a chi la abita sul posto ” assegnato” agli sfruttati. A chi come tale sa riconoscersi. Il trasferimento per motivi di studio a Bologna è stato un forte momento di emancipazione da un paesaggio urbano desolante e senza prospettiva alcuna. Senza miraggi o visioni dietro l’angolo. Eppure, a Bologna, a parte Xm, non c’è mai stata una vera storia di centri sociali. A parte Xm, appunto. Pur essendoci molte “isole” ma sostanzialmente compatibili col panorama. La classe dirigente della città, come in ogni luogo, ha plasmato a sua immagine e somiglianza il territorio. Il Pd è un contenitore senza contenuto, che rispecchia il vuoto cosmico della politica neoliberista. Il nulla che avanza lasciando cadaveri ovunque. Non mi preoccupa solo il nulla che avanza a passo di marcia. Saranno in grado i nostri “eroi”, e noi, di arginare il subdolo attacco dell’amministrazione comunale costruendo barricate di resistenza? La battaglia è già definitivamente persa? Rinunciare a questo unico baluardo di resistenza e libertà sarà estremamente doloroso.

    • Scusa, però davvero non si può dire che «a Bologna, a parte Xm, non c’è mai stata una vera storia di centri sociali». Gli spazi occupati e/o autogestiti bolognesi hanno fatto la storia dei movimenti e della cultura italiana, dall’Isola nel Kantiere in avanti. Io vivo qui dal 1989, quando sono arrivato c’erano la Fabbrika e l’INK, poi ce ne sono state tantissime di esperienze fondamentali, con tutte le luci e le ombre: il Pellerossa in Piazza Verdi, il TPO prima versione in via Irnerio (occupato nel 1994, sgomberato nel 2000) e poi in viale Lenin, il Livello 57 prima versione al Bestial Market e seconda versione accanto a Ponte Stalingrado, e il Terrapieno, Riva Reno 122, Crash, Atlantide, Bartleby, Làbas, Vag61 sgomberato in via Azzogardino che conquista uno spazio legale alla Cirenaica., e chissà quanti ne dimentico… La mia vita in città coincide con un arco trentennale di autogestioni e sgomberi (soltanto l’esperienza di Crash ne ha subiti 13), e non c’è mai stata una fase senza conflitto sugli spazi e senza occupazioni, perché poi vanno aggiunte al quadro quelle abitative e quelle “ibride” (sociali e abitative, come il Lazzaretto). Negli ultimi anni ci sono stati sgomberi a tappeto (più volte Crash, Bartleby, Cinema Arcobaleno, Atlantide, Taksim, Terzo Piano, quasi tutte le occupazioni abitative). Chiaro che, se i poteri locali usano a volte il bastone dello sgombero e altre volte la carota dello “spazio in convenzione”, le realtà che rimangono possono apparire più «compatibili al panorama», ma io non credo che, ad esempio, per il fatto di aver ottenuto uno spazio Crash sia più «compatibile» con l’andazzo in città di quando veniva sgomberato a ripetizione, e nemmeno mi sembra che Vag61 sia «compatibile» per il fatto di essere in convenzione (scaduta, ahem…) Lo stesso XM24, pur non occupato, era «incompatibile» con l’andazzo anche prima del 2016, quando il Comune non ha voluto rinnovare la convenzione.

  8. Scusa, forse non mi espressa bene. Io nell’ 89 avevo tredici anni. Ma ricordo molto bene il Livello, il primo Tpo ( quando era addirittura in via Irnerio,contiguo all’ex obitorio/ sala studio da sballo), il Crash, Atlantide ( frequentato da alcuni cari amici) e ovviamente BARTLEBY. Ed era bellissimo, in una notte sola, spostarsi da un luogo all’ altro. Erano tutti così ” vicini”. Eppure,come spesso accade, non facevano davvero rete. E non si discute affatto su Vag. Non era questo che intendevo. Intendo solo dire che Bologna non ha mai davvero espresso realtà e spazi autogestiti con un livello di conflittualità potente come hanno fatto alcune altre città/ realtà in cui lo scontro era il frutto ,anche, di un radicamento permanente e di una visione di lungo periodo, di un sentirsi parte della città, pur essendo in aperto contrasto. Ricordo benissimo lo sgombero del Leoncavallo, nella mia città, come un momento storico. Una città universitaria, invece, risente anche del turnover dei frequentatori degli spazi occupati. Molti stanziali rappresentanti storici di alcune realtà e moltissimi frequentatori occasionali, precari della città che non possono appassionarsi a cause e importanti battaglie ” locali”. E che, in ogni caso, Bologna abbia avuto un tenore di vita ed un benessere che hanno per molto tempo attutito gli effetti delle questioni più radicali a livello nazionale. Paradossalmente però è proprio qui, in Emilia, che si sviluppa una ribellione “interna” ad un gruppo dirigente soffocante come quello del PCI, una forma di insurrezione al pervasivo irregimentamento di partito. È questa la tesi sostenuta da un film scomodo come ” Il sol dell’ avvenire”. Una rivolta delle speranze tradite. Una rivendicazione di indipendenza e/ o autonomia. E con questo non intendo fare nessun tipo di apologia di quel fenomeno storico. Ma solo comprendere la rabbia che animava questo moto esistenziale di rivolta, per me sbagliato. Ma io credo che il punto della questione sia un altro: nel momento in cui devi stipulare un accordo/ convenzione con il Comune, devi necessariamente anche rientrare in una logica di profitto e ” conti da pagare”. E la tua pianificazione del futuro politico ne risente. E inoltre non si riesce ad ottenere un livello costante di partecipazione pari a quello delle manifestazioni contro gli sgomberi, quel livello di partecipazione e coinvolgimento che può fare la differenza.

  9. Per dirla diversamente e con maggiore chiarezza: mi domando sempre se il motore della rivolta sia una rivendicazione di autonomia contro l’ autorità paterna, come potrebbe essere successo nel caso brigatista, che si è espresso con le forme ed i modi delle organizzazioni paramilitari, gerarchizzate e machiste. Oppure una rivolta contro un sistema patriarcale di potere che mette in discussione la struttura economica neoliberista, ricercando la giustizia sociale, con un obiettivo di coinvolgimento più ampio.E quindi: un vero, radicale, profondo antagonismo. Un progetto politico militante trangenerazionale. Scusate, seghe mentali domenicali mentre sono al lavoro in cucina.

  10. XM24 al TG regionale Emilia-Romagna del 27 luglio 2019:

    • Per il Carlino invece:
      gli occupanti imbrattano il graffito sul muro tutelato.

      Gli occupanti imbrattano un muro tutelato.

      *Gli occupanti*, abusivi dentro ad un posto che non gli appartiene, *imbrattano* beni architettonici, deturpano un bene comune.

      Entrano, gli occupanti,imbrattano Bologna tutelata, e se ne vanno. Lasciano dietro di sé degrado e caos. Imbrattatori di monumenti.

      https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/xm24-graffito-1.4712995

      • Interessante che per il Carlino fosse un «bene comune» un graffito che mostrava gli antifa, Francesco Lorusso, i No Tav e lo scudo di un celerino a terra. Lo stesso graffito che pochi giorni fa, in polemica con la Soprintendenza, descriveva come oltraggioso, vergognoso ecc.

        • Eh ma ora è stato santificato dalla Soprintendenza…

          Come i murales di Blu, che la borghesia cittadina ha schifato finché non ha capito come farci soldi.

          Bene che i graffiti di Blu siano spariti, bene che sia sparito quello di Aladdin.
          Il comunicato XM24 è perfetto

          • Alcuni giornali locali hanno di fatto copincollato il comunicato di XM24 (che si trova qui: http://www.ecn.org/xm24/2019/07/27/ancora-sui-muri-di-xm24/ ).

            Il Carlino, di suo, ha aggiunto di con malcelata bava alla bocca: «una passata di vernice che probabilmente costerà [agli occupanti] una denuncia» e ha creato un titolo che è un capolavoro di malafede (appunto: «xm24 Bologna, gli occupanti imbrattano il graffito sul muro tutelato»).

            Evidentemente nessuno di loro ha realmente capito la posta in gioco, proprio come il presidente del quartiere Ara non ha mai capito (e quindi digerito) la cancellazione di Blu. Hanno dovuto usare le parole di XM perché non ne hanno di proprie: non hanno un pensiero che spieghi loro il conflitto urbano e il modo in cui si manifesta, nelle strade e nei simboli. Non ci stanno letteralmente capendo un cazzo, il che si esprime nel modo fanatico con sposano la turistificazione: senza capire nulla, senza riconoscere nulla se non il palo a cui il padrone ha fatto capire di legare l’asino.

            Ecco qui per esempio un Lepore (che apparentemente è uno di quelli più lucidi), che dice allo stesso tempo che Airbnb è una benedizione ma anche un problema, che però non ci può fare niente, e quindi è bellissimo perché riduce il «nero» (scusa passepartout dei legalitari piddini) https://www.youtube.com/watch?v=lsSkhmLMytY

            Il Nulla che avanza, appunto.

  11. Dal Carlino online si legge che la Digos sta indagando sulla cancellazione del murales di XM24 perché, dopo la messa a tutela della Soprintendenza, questo costituirebbe un reato.

    Se la notizia fosse confermata, credo che la risposta dovrebbe essere una sola:
    Lo abbiamo cancellato tutti.
    Siamo tutti di XM24.

  12. https://twitter.com/vukbuk/status/1157210688332414976

    Dalla doverosa chiosa di Wolf volta a denunciare la disonestà intellettuale di Bottura su XM24, sottolineo questo passaggio:

    “nondimeno, avendone tempo, studiando lui e Serra si potrà osservare come la satira di sinistra sia diventata una satira reazionaria”.

    Davvero sarebbe interessantissimo effettuarne un’analisi, in ragione del fatto che la satira è (quasi) sempre reazionaria ed egemonizzata dalla “sinistra-di-destra”. Infatti andrebbe programmaticamente contrastata con l’umorismo anfibologico e perturbante di cui Wu Ming ha scritto. A riguardo mi viene in mente anche un libretto molto interessante di Paolo Virno, pubblicato qualche anno fa, sul motto di spirito e l’azione innovativa.

    Chiedo scusa per il parziale OT

  13. Un davvero ottimo riepilogo della situazione dopo lo sgombero di XM24 e sull’«urbanistica del disprezzo» bolognese si trova sul sito de Gli Asini: http://gliasinirivista.org/2019/08/bologna-nulla-avanza-note-sulle-politiche-cittadine-urbane/

    Qui invece XM24 che riporta la solidarietà ricevuta: http://www.ecn.org/xm24/2019/08/14/contro-ruspe-e-sgomberi-la-solidarieta-delle-comunita-resistenti/ (si vedano anche le immagini inviate dai/dalle solidali).

    Un approfondimento sull’inquietante comunicato dei «Poliziotti Democratici» contro XM24 si trova sul sito antifa Staffetta: https://staffetta.noblogs.org/post/2019/08/11/bo-un-inquietante-comunicato-dei-poliziotti-democratici-e-riformisti-sullo-sgombero-di-xm24/

    Un passaggio particolarmente surreale del comunicato è quello in cui si racconta «la paura e il terrore» negli occhi dei commercianti che vendevano ai poliziotti l’acqua, suggerendo che avessero paura di ritorsioni da parte di XM24 («atteggiamenti  mafiosi e  persuasivi delle  menti…»). Qualcuno dica ai «poliziotti democratici» che i negozianti di alimentari della Bolognina, spesso stranieri, sono terrorizzati dalle ordinanze del comune, che vietano loro di refrigerare le birre, e dai controlli ai «negozi etnici» voluti dal governo di cui loro stessi sono fedeli servitori. La «paura e il terrore» erano per le loro divise. E qualcuno, ancora, spieghi ai «poliziotti democratici» cos’è la mafia.

    L’attacco di ACLI (https://www.bolognatoday.it/cronaca/xm24-acli-bologna-sgombero-via-fioravanti.html) invece, si commenta da solo. Evidentemente la priorità per chi dovrebbe occuparsi dei lavoratori cristiani, che soffrono (insieme a lavoratori musulmani, atei, agnostici…) una delle fasi storiche più tragiche, è attaccare gli spazi di socialità. O forse ha a che fare col fatto che il presidente Diaco è continuamente ospite alle feste del Pd, dialoga con esponenti Pd, addirittura commenta sui giornali i congressi Pd..? ( http://www.bolognatoday.it/politica/congresso-pd-rizzo-nervo-tessere-acli.html )

    Per quanto riguarda l’attivismo della dirigenza ACER, non si dimentichi che il presidente è uno che si scaglia contro chi in via Salgari aveva espresso solidarietà a un coinquilino – genero di un assegnataria – che Acer voleva cacciare con la municipale: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2019/05/11/alberani-inaccettabile-accada-a-bologna-e-una-comunitaBologna02.html Oltre alla criminalizzazione della solidarietà tra poveri, si apprezzi nel complesso il tono leghista dell’intervista, con tanto di cenno alle troppe «etnie» presenti nello stabile.

    Anche Alberani, come Diaco, viene dal cattolicesimo sociale (CISL). Evidentemente il clima manettaro del Pd bolognese, il suo culto ottuso per la legalità (una legalità al servizio di Mammona), si sposano bene con atteggiamenti preconciliari.

  14. In questo 15 novembre 2019 XM24 si è rimaterializzato in Bolognina, nello spazio meraviglioso e abbandonato, *scientificamente* abbandonato in attesa di speculazione immobiliare, della (ex) Caserma Sani.

    La trattativa con il comune era iniziata con la figuraccia galattica del Pd bolognese che, in pieno clima salviniano, aveva mandato la ruspa «dem» per sgomberare la storica sede dello *spazio pubblico autogestito* in via Fioravanti – e vi aveva trovato una resistenza creativa e inattesa.

    Quella trattativa è stata il manifesto della meschinità politica, civile e intellettuale di questa amministrazione. Dopo aver sventolato sui social l’accordo raggiunto, fotografandolo nei selfie, l’assessore Lepore ha prontamente ingranato la retromarcia, incalzato dall’estrema destra del Pd (Aitini & compagnia), chiudendo ogni spiraglio e ogni possibiltà di incontro con le esigenze di un pezzo importante della società bolognese.

    Quando Repubblica racconta – ancora oggi ( https://bologna.repubblica.it/cronaca/2019/11/15/news/occupazione_xm24-241159891/ ) questa trattativa, ha il coraggio di scrivere che «il centro sociale ha sempre rifiutato le proposte presentate dall’amministrazione comunale.» In realtà XM24 ha respinto una proposta, la sola pervenuta, peraltro anche tardivamente, di uno stabile a quasi un’ora a piedi da quello sgomberato in agosto.

    Quella proposta di Lepore era fatta semplicemente per essere rifiutata, per poter poi dire (e far si che Repubblica potesse scrivere) che quei cattivoni del centro sociale avevano un sacco di pretese, erano troppo «choosy». Quella proposta era, in realtà, solo il tentativo di «ghettizzare la socialità per far schiattare XM24», come scrive Zic in uno straordinario reportage-in-bici: https://www.zic.it/ghettizzare-la-socialita-per-far-schiattare-lxm24/

    Oggi, quanto un gesto inatteso e coraggiosamente intrapreso riporta al centro la questione degli spazi di socialità a Bologna, e punta un indice grande come una (ex) caserma contro una giunta che consegna alla speculazione e alla turistificazione la città intera – e il quartiere Bolognina con particolare trasporto e bava alla bocca – cosa dicono i pezzi grossi del Pd?

    Ebbene: dicono la sola cosa che sanno dire, il solo pensiero che sanno articolare: il privato, la finanza (nella fattispecie la perniciosa Cassa Depositi e Prestiti) deve dirci cosa fare! Non noi, ma il privato sa che fare della città!

    Ecco qui Daniele Ara, presidente del quartiere: «La Cassa depositi e prestiti, a quanto risulta, ha un progetto ed è in attesa di un partner finanziatore del progetto.[…] Questa è una vicenda che ci trasciniamo da tempo, vediamo cosa farà Cassa depositi e prestiti». (fonte: https://www.radiocittadelcapo.it/archives/xm24-occupa-lex-caserma-sani-riapre-un-luogo-chiuso-ed-abbandonato-208502/ )

    E il sindaco a proposito dell’occupazione dice: «Aspettiamo notizie. Siamo in attesa che ci dica qualcosa la Cassa depositi e prestiti». ( https://www.zic.it/xm24-stiamo-rispettando-gli-impegni-presi-con-la-citta-e-il-quartiere-video/ )

    Non c’è da stupirsi – l’ipocrisia è qui a livelli «pro» – che Merola sia lo stesso Merola che accusava XM24 – da sempre uno spazio aperto, pubblico e inclusivo – di operare una «privatizzazione degli spazi pubblici»!

    Dunque questi amministratori del Pd non hanno nulla da dire sulla grave mancanza di spazi non-commerciali in città, mancanza che tra l’altro la (finta) trattativa ha evidenziato, visto che il solo spazio che la giunta diceva di avere a disposizione è quello proposto-per-essere-rifiutato a XM24, che si trova a poche centinaia di metri dall’aeroporto. Non hanno nulla da dire sulla città, e si limitano a osservare – talvolta simulando disagio, talvolta con entusiasmo, a seconda della convenienza elettorale – la sua trasformazione in parco tematico del tortellino a uso turistico.

    La città è del mercato, e il mercato guida la città. Ma non è necessariamente così – e tocca ancora una volta a XM24 indicare una via. E lo fa sotto la pioggia, in mezzo al fango, in modo creativo, in modo schierato, in modo partigiano.

    Oggi alle 18 assemblea cittadina in via Ferrarese 199. Qui le info anche logistiche http://www.ecn.org/xm24/2019/11/15/xm24-nello-spazio/ Daje forte.

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