La lunga marcia de #IlPiccoloRegno

Sarehole Mill (Birmingham), uno dei luoghi d’infanzia di J.R.R.Tolkien che hanno ispirato l’ambientazione del Piccolo Regno.

Zitto zitto Il Piccolo Regno prosegue il suo cammino iniziato ormai un anno fa. Continuano ad arrivare richieste di presentazioni per le scuole medie e in certi casi anche per le superiori.

Sabato 18 marzo ci sarà una presentazione congiunta Il Piccolo Regno + Stella del Mattino (nella nuova edizione tascabile) alla Biblioteca Civica di Verona, ore 10:30 am, nella quale si parlerà anche dei legami tra i due libri, usciti a otto anni di distanza uno dall’altro, ma che hanno molto in comune, anche se magari a prima vista non sembra.

Ricordiamo che Il Piccolo Regno, oltre a essere stato in vetta alla classifica dei libri più venduti nelle librerie cattoliche (davanti all’ex-papa!), è stato apprezzato e adottato soprattutto dai bibliotecari. Lo dimostra il fatto che è uno dei cinque finalisti del Premio Sceglilibro organizzato dalle biblioteche della provincia di Trento, per promuovere la lettura nelle quinte elementari e prime medie. Sul sito del premio, dal dicembre scorso Wu Ming 4 risponde ai commenti dei suoi lettori di dieci-dodici anni. Il Piccolo Regno è anche stato inserito nella terzina finalista del Premio Letterario Biblioteche di Roma, sezione Ragazzi.
Anche fuori dall’Italia è riuscito a farsi notare dai bibliotecari, se non altro da quelli tedeschi che stanno in un castello delle favole appena fuori Monaco di Baviera, sede della Internationale Jugendbibliothek, la più grande biblioteca di libri per ragazzi d’Europa, e forse del mondo, che ha acquisito e catalogato una copia del Piccolo Regno.

Sono tutte piccole soddisfazioni che ci piace condividere con i giapsters.
Dulcis in fundo, riproduciamo qui la recensione uscita sul sito della sezione fiorentina della Società Psicanalitica Italiana a firma di Chiara Matteini:

IL PICCOLO REGNO
Wu Ming 4
Bompiani, Milano, 2016

Moseley Bog (Birmingham), a poche centinaia di metri da Sarehole Mill, ovvero il bosco dell’infanzia di Tolkien.

«Quello che ci spaventa da bambini, ci spaventa per sempre».
È la frase che compare alla fine della premessa de Il piccolo regno, libro di Wu Ming 4, uno dei membri del collettivo Wu Ming (fra i loro molti bellissimi titoli mi piace ricordare Manituana e L’armata dei sonnambuli).
Quello che ci spaventa da bambini, ci spaventa per sempre, questo il cuore di un libro sorprendente, che potrebbe apparire ad un distratto letteratura per ragazzi, e forse in fondo lo è, come lo sono L’isola di Arturo o Il Barone rampante però. Storie universali, che cercano di cogliere il momento nel quale lo sguardo cambia, e le cose sembrano trasformarsi davanti ai nostri occhi (o forse siamo noi che le guardiamo per la prima volta, dopo averle a lungo viste senza potercene accorgere?).
È un libro che apre numerosi piani di lettura. Io sceglierò quello del rapporto con il passato, con il “tempo che non passa” come lo chiamava Pontalis, che pare rincorrerci da sempre, da prima ancora che un passato esista.
La storia si svolge presumibilmente in Gran Bretagna nell’intervallo fra le due guerre («perché c’è sempre una guerra che ci battezza col fuoco» scrive l’autore, mettendoci così sull’avviso che si parla di un tempo al di là del tempo quotidiano, dei giorni che si contano). Infatti sapientemente le specifiche storico-geografiche sono sfumate, domina quell’atmosfera di «prima che tutto accada» (o forse prima che si senta che tutto è già accaduto). Il lettore è trasportato dentro ai giorni incerti, nel territorio cangiante che sta fra la fine dell’infanzia e il passaggio adolescenziale, che trasforma piano piano il prima in un ‘al di là’ a tratti sbiadito e idealizzato, a tratti inquieto e misterioso.
Al di là dei luoghi conosciuti, delle consolazioni infantili che appaiono ormai ammuffite e un po’ logore, al di là di quel senso di magia e avventura che ancora non concede spazio alla disillusione, al di là della paura, che è ancora più eccitazione che dolore.
I protagonisti del libro sono quattro cugini ed un’estate spartiacque, dopo la quale l’infanzia si dissolverà. Non voglio addentrarmi troppo nella trama, per non rovinare la possibilità di assaporare fino in fondo tutte le svolte della narrazione.
Dirò che il piccolo regno, un casale in campagna in cui il narratore i suoi tre cugini e le loro famiglie passano le estati, è, come si addice ad un archetipico luogo dell’infanzia, pieno di angoli amati, di segreti, di animali, di paure e di sfide. È un mondo diviso in regni, con confini ancora netti, che chiedono di essere attraversati; un mondo abitato dalla «gente bassa» e dalla «gente alta», bambini ed adulti, due territori che si intersecano e si incontrano, divisi dallo sguardo e dai reciproci segreti. Ci sono i nomi di battaglia della «gente bassa» (Merlo, Lepre, Ranocchio, Tasso) i ruscelli da attraversare, le risse con i ragazzi del luogo, le crudeltà incomprensibili che aprono scorci su un mondo oscuro, un tesoro da scoprire, i luoghi spaventosi abitati da uomini/orchi, ai quali avvicinarsi per assaporare la paura, l’eccitazione di un limite che non sarà mai più così definito e sicuro.
E poi compare sullo sfondo, per guadagnare rilievo verso la fine, il mondo degli adulti (la «gente alta») di volta in volta noioso, sfuggente, misterioso ed angosciante. Compaiono i padri e le madri, gli orchi, vicini di casa misteriosi che offrono merende e sembrano custodire antichi segreti… e gli eroi. Ned, un reduce che sembra vivere in un luogo perduto a metà fra il mondo dei bambini e quello degli adulti, avvolto da uno sfuggente alone di mistero, adorato da grandi e piccoli eppure solitario, malinconico e misterioso, pare essere una sorta di guida per addentrarsi nella terra di mezzo. La sua aura luminosa allude forse a Lawrence d’Arabia (uno dei protagonisti di Stella del mattino, un altro romanzo di Wu Ming 4).
Fra infanzia e adolescenza, fra grandi e piccoli, fra il passato ricordato e quello sepolto dentro di noi, fra ciò che si vede e quello che è invisibile agli occhi, ma non per questo meno reale. Così quella che comincia come una prototipica avventura infantile, la caccia ad un misterioso tesoro sepolto, conduce il protagonista a calarsi nel tumulo dimenticato di un antico guerriero, e a ‘risvegliare’ un fantasma addormentato. Da quel momento la storia corre magistralmente sul piano inclinato che separa realtà e fantasia, mondo esterno e mondo interno, fino ad un finale di incredibile, acuminata, analitica precisione.
Il mondo sotterraneo, con tutti i suoi segreti, riemerge per cambiare per sempre i contorni delle cose. Proprio quello che di solito accade in quella stagione luminosa e confusa, quando l’infanzia cede il posto all’infantile, che continua a vivere dentro di noi.
Quello che ci spaventa da bambini, ci spaventa per sempre. Il piccolo regno conserva l’impronta di una stagione che ritorna, come l’estate in cui si svolge questa storia, anche se forse non l’abbiamo mai vissuta come la ricordiamo, se non nei sogni.

Uno dei tumuli di Sutton Hoo (Suffolk, UK), dove nel 1939 venne rinvenuta la tomba di un guerriero anglosassone.

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3 commenti su “La lunga marcia de #IlPiccoloRegno

  1. Fighissimo Il Piccolo Regno, con le sue influenze tolkieniane. Da leggere tutto d’un fiato. Sono già a metà in un batter d’occhio.

  2. Ho finito di leggere Il Piccolo Regno come se avessi bevuto un sorso d’acqua, rimango sempre molto colpita dal coraggio di quegli scrittori che accettano la sfida di scrivere di infanzia e di passaggio dall’infanzia all’età adulta, per molti sinonimo del passaggio dall’innocenza e dall’ingenuità alla consapevolezza. Il Piccolo Regno viene però minato alla base fin dall’inizio e la visione stereotipata che fa coincidere infanzia ed ingenuità viene subito messa in discussione. Un libro che parla di infanzia richiede la capacità dello scrittore di riesumare il bambino che c’è in noi, un’ operazione difficilissima perché spesso quel bambino dorme profondamente sotto una spessa coltre di traumi non superati e mai elaborati, semplicemente sepolti. Del libro mi è molto piaciuta la possibilità di riscoprire quel sentimento di Paura che spesso domina la vita dei bambini, loro malgrado. Si arriva ad un certo punto in cui la parola “paura” viene ripetuta perfino tre volte all’interno di un capitolo di tre pagine di lunghezza, producendo un effetto parossistico a cui è impossibile sottrarsi. Ed insieme alla parola “paura”, anche le parole “spettro” e “fantasma” che richiamano in superficie rimossi esistenziali tipici di una fase evolutiva caratterizzata dalla superstizione invece che dalla razionalità. Ma tra gli episodi che mi hanno colpita maggiormente c’è la raffigurazione della potentissima ombra del “cane nero”: sintomo di una scissione fra uomini e animali che tende a proiettare l’ombra della paura su un regno animale misterioso, una forma di dissociazione che si produce prima all’interno ( negando a se stessi la propria parte animale) poi all’esterno. L’evocazione di quest’ombra nera consolida uno degli spauracchi più utilizzati dagli adulti per sconfiggere, soffocare, piegare e ingannare i bambini: l’evocazione del bau bau, il diverso che c’è in ognuno di noi ma che vediamo solo come presenza esterna ed esteriore. I bambini però, nonostante l’imposizione di un immaginario pre-costruito per ridurre all’ordine e piegare tutto ciò che c’è di irrazionale attraverso la rappresentazione di uno spettro altrettanto irrazionale, si oppongono cercando, nel libro, di immedesimarsi con un animale che li rappresenti: chi merlo, chi lepre, chi ranocchio, chi tasso. Cercano infatti con le loro forze di mantenere aperto un canale di comunicazione col mondo animale. Ariadne, l’unica bimba in un gruppo di maschi, è anche lei una figura solitaria e misteriosa, quasi marginale, nonostante la volontà dello scrittore di attribuirle un ruolo di primo piano. E’l’ “oggetto femminile non meglio identificato” che riesce a sfuggire alla definizione di EROE proprio perché inclassificabile.

  3. Approfitto di questo spazio solo per segnalare, a proposito di “OGGETTO FEMMINILE NON MEGLIO IDENTIFICATO” (e quindi spesso difficilissimo da raccontare anche per chi, come Wu Ming 4,ha un approccio delicato, prudente e senza volontà di giudizio) un gravissimo episodio di rappresentazione distorta ( e rappresentativa della malafede di chi ha ideato la campagna pubblicitaria) della figura femminile che si verifica proprio a Bologna sui manifesti di una famosa “fiera della bellezza”: il volto di una donna giovane è utilizzato come tavolozza per i colori e l’effetto che produce è quello dei segni di un pestaggio su un volto sorridente e ignaro.

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