«Il femminicidio non esiste»? Piegare la matematica per fare disinformazione

Il femminicidio non esiste, dice il predatore.

Occhio a come si dispongono i numeri!
Leviatano infinito, di Tobia Ravà, 2007, resine e tempere acriliche su vetroresina, 435 x 250 x 170.

di Tuco aka Martino Prizzi con Mariano Tomatis (*)

In questo post ci occuperemo di un particolare esempio di negazionismo che si basa su considerazioni matematiche e statistiche solo all’apparenza rigorose. L’occasione ce la offre un articolo diffuso in rete qualche anno or sono: Il femminicidio non esiste, pubblicato sul blog di Astutillo Smeriglia (nom de plume di un regista di cortometraggi) e citato perfino in pubblicazioni accademiche (1).

La prima, doverosa premessa è che ci ripugna spendere tempo e risorse mentali per fare debunking di chi piega la matematica a scopi negazionistici. Il punto è che qualcuno deve pur farlo, e tanto vale ricavarne considerazioni che vadano al di là del caso specifico. La critica nel merito è doverosa anche per evitare che, per reazione ad analisi tanto superficiali, si finisca per considerare tout court la matematica e la statistica come discipline da azzeccagarbugli.

La seconda premessa fondamentale è la seguente: corretto o meno che sia un modello statistico dal punto di vista matematico, la statistica non è in grado di dimostrare l’esistenza o meno di un fenomeno come il femminicidio, né che abbia o meno determinate radici sociali, psicologiche, antropologiche, culturali, genetiche o quant’altro. La sua esistenza e le sue radici vanno indagate utilizzando strumenti specifici delle scienze umane. L’analisi qui presentata è anche una critica radicale al feticismo dei numeri intesi come indicatori obiettivi: essi lo sono (con buonissima approssimazione) per fenomeni fisici o chimici come il moto di un pianeta o la combustione di un idrocarburo. Quando invece si parla di fenomeni sociali, i numeri non possono catturarne in ogni aspetto e sfumatura le motivazioni e la natura profonda – e men che meno avere la pretesa di escludere l’esistenza di un concetto come il femminicidio.

D’altro canto, i casi di omicidio sono complessivamente in numero così basso (alcune centinaia) da poter essere studiati uno per uno nella loro dinamica e nel loro movente; la statistica non è certo lo strumento più adeguato quando i casi sono così limitati e – in quanto tali – analizzabili con un approccio sistematico.

Il modello proposto nell’articolo che analizzeremo (A) svela il pressapochismo di chi lo ha proposto e (B) presenta errori sistematici che sono diretta conseguenza dei bias cognitivi dell’autore rispetto alla questione di genere.

Dettagli matematici a parte, è interessante mettere in evidenza il tono leggero e vagamente ironico in cui è scritto il pezzo: quel tono ha una funzione importante, ma non è quella di presentare in modo più accattivante ragionamenti che per la maggior parte dei lettori appaiono ostici. Oltre a ostentare un atteggiamento di sufficienza verso il movimento femminista, quel tono ha la funzione di far sentire il lettore in posizione di inferiorità, dicendogli implicitamente: queste sono bazzecole per noi che ci occupiamo di statistica; lascia che ti spieghiamo noi come stanno veramente le cose. Insomma, il solito tono forzatamente leggero e ironico che, nell’era del capitalismo postmoderno, caratterizza il pensiero reazionario.

1. Sintesi dell’articolo

L’autore sostiene di aver dimostrato su basi statistiche che il femminicidio non esiste. Di aver cioè dimostrato che gli uomini sono violenti per natura e uccidono uomini e donne indistintamente, senza fare alcuna preferenza. Secondo l’autore, l’aumento della proporzione di donne tra le vittime degli uomini rilevato negli ultimi anni dipende dal fatto che le donne hanno conquistato una maggior libertà: avendo una vita sociale più ricca, hanno una crescente probabilità di incontrare degli uomini e poiché costoro sono violenti per natura, le uccidono non in quanto donne ma semplicemente in quanto generiche “persone che frequentano”.

Per dimostrare questa tesi l’autore introduce quattro quantità fondamentali, rispettivamente:

nu = numero medio di persone frequentate da un uomo in una data unità di tempo
nd = numero medio di persone frequentate da una donna in una data unità di tempo
pu = probabilità che un uomo uccida una persona che frequenta in una data unità di tempo
pd = probabilità che una donna uccida una persona che frequenta in una data unità di tempo

I rapporti a due a due tra queste quantità definiscono i due indicatori cruciali:

M = nu / nd
V = pu / pd

L’autore interpreta il rapporto M come un indice del maschilismo perché esso confronta il numero di interazioni sociali medie degli uomini rispetto a quelle delle donne.

Il rapporto V, invece, confronta la pericolosità generica media degli uomini rispetto a quella delle donne.

Il problema che si presenta all’autore è che i quattro mattoni alla base dei due indicatori non si possono ricavare direttamente, trattandosi di quantità del tutto teoriche. L’articolo propone un modello che consentirebbe di calcolare (e dunque analizzare nel tempo) gli indicatori M e V a partire da quantità più facilmente reperibili perché disponibili pubblicamente.

Come calcolare l’indice M di maschilismo

I dati della Polizia di Stato non forniscono direttamente le due quantità distinte

vu = numero di uomini vittime di omicidio
vd = numero di donne vittime di omicidio

ma documentano la proporzione di donne vittime di omicidio sd così definita

sd = vd / (vu + vd) = proporzione di donne tra le vittime di omicidio

che negli anni varia nel seguente modo:

 

La proporzione di donne uccise sd aumenta negli anni.

Ritenendo di aver dimostrato che l’indicatore M corrisponda al rapporto (odd) tra vittime maschi e vittime femmine, con una semplice trasformazione algebrica egli può trasformare le proporzioni in odd attraverso la classica formula:

M = vu / vd = (1 – sd) / sd [1]

ottenendo il seguente andamento:

 

Quello che l’autore chiama “indice di maschilismo” M diminuisce negli anni.

Come calcolare il rapporto V tra violenza generica maschile e femminile

Altri dati della Polizia di Stato non forniscono direttamente le due quantità distinte

au = numero di uomini assassini
ad = numero di donne assassine

ma documentano la proporzione di donne assassine rd così definita

rd = ad/(au+ad) = proporzione di donne tra gli autori di omicidio

che negli anni varia nel seguente modo:

 

La proporzione rd di donne assassine aumenta negli anni.

Con una serie di approssimazioni, l’autore suggerisce che il prodotto M × V corrisponda al rapporto (odd) tra gli assassini uomini e le assassine donne

M×V = au / ad = (1 – rd) / rd [2]

e può dunque calcolare V applicando semplici trasformazioni algebriche. L’andamento nel tempo dell’indicatore è il seguente:

La pericolosità generica degli uomini rispetto a quella delle donne, che l’autore chiama V, resta costante nel tempo.

Confrontando l’andamento dei due indicatori, l’autore evidenzia che:

– il rapporto M, che dovrebbe misurare il maschilismo, diminuisce

– nello stesso intervallo di tempo il rapporto V tra la violenza generica maschile e quella femminile resta più o meno costante

Dati i diversi andamenti, l’autore esclude una correlazione tra i due elementi, concludendo che la maggior violenza generica degli uomini rispetto a quella delle donne non dipende dal maschilismo della società – perché pur diminuendo il maschilismo, il rapporto tra le due violenze resta uguale.

Ciò dimostrerebbe, a suo parere, che il femminicidio non esiste.

Se M cala e V no, allora tra i due non c’è correlazione e il femminicidio non esiste. Ma è davvero così?

Per analizzare la cosiddetta «dimostrazione» cominceremo con l’elencare una serie di obiezioni rivolte all’interpretazione dei risultati forniti dal modello.

2. Obiezione sociologica

L’interpretazione dell’indicatore M come «indice di maschilismo» è molto discutibile: esso è soltanto il rapporto tra la media delle persone frequentate dagli uomini e quella delle donne – ma frequentare più persone non è un indice di maggior potere o libertà; i postini frequentano in media molte più persone dei direttori degli uffici postali per cui lavorano, ma tra le due figure, a trovarsi in una situazione di privilegio è la seconda.

3. Obiezione semantica

L’omicidio di una donna da parte di un uomo può definirsi «femminicidio» solo a partire dal suo movente, e la prevalenza statistica di un movente su altri moventi può essere valutata solo analizzando statisticamente dati che distinguano tra i diversi moventi. I dati della Polizia di Stato presi in considerazione non coinvolgono in nessun caso i moventi degli omicidi.

4. Obiezione logica

L’indicatore V misura il rapporto tra la violenza generica sulle «persone», senza distinguere il sesso della vittima, dunque non consente di affermare quanto l’autore sostiene di aver dimostrato – cioè che gli uomini uccidono uomini e donne senza far differenza; per dimostrarlo sarebbe stato necessario investigare l’andamento di indicatori che distinguano le vittime in base al sesso. Scegliendo V e non un altro indicatore, l’autore elude a priori proprio il nocciolo del problema che pretendeva di affrontare.

5. E i molti omicidi casuali?

Nel muovere una critica alle conclusioni dell’autore bisogna tenere in considerazione che – comunque li si interpreti – M e V sono pur sempre dei numeri ben definiti. Ci proponiamo dunque di analizzare la consistenza matematica del modello, a prescindere dall’interpretazione che ne viene data. Ci occuperemo dunque di M e V, prendendoli per quello che sono (dei semplici numeri) e mettendo in luce il fatto che essi non sono stati ricavati in modo corretto.

La prima fallacia riguarda la scelta dei dati su cui applicare il modello. Secondo il rapporto ISTAT (2) relativo al 2012 nel 79% degli omicidi che hanno vittime maschili, l’assassino è uno sconosciuto o una persona non identificata. La stessa cosa accade nel 23% dei casi di omicidio con vittima donna.


Si tratta di omicidi «casuali»: sparatorie, incidenti stradali con dolo, ecc. Visto che il modello tratta solo omicidi di persone che si frequentano, l’autore dell’articolo avrebbe dovuto ricalcolare le proporzioni rd e sd escludendo dal computo questi omicidi “casuali” (cosa peraltro impossibile basandosi sui soli dati a sua disposizione, cioè le tabelle tratte dal sito della polizia di stato).

6. L’indebito passaggio da micro a macro

Il primo campanello d’allarme matematico squilla alla domanda: com’è possibile che conoscendo solo la percentuale di donne tra gli autori di omicidio e la percentuale di donne tra le vittime di omicidio (dati che riguardano 500 persone su 60.000.000 e un tipo di interazione tra persone molto particolare qual è l’omicidio) si possa calcolare un dato strutturale e generale come nu / nd che è riferito all’intera popolazione di 60.000.000 di persone e alle molteplici interazioni che possono intercorrere tra esse?

L’errore consiste nel «gonfiare» artificialmente un’informazione molto parziale, cercando di ottenere ampi dati generali sulla base di frammenti parziali e poco rappresentativi dell’insieme complessivo. Tale errore fa squillare un secondo campanello d’allarme matematico, perfino più forte del precedente, che riguarda la formula [1] proposta per approssimare il valore di M.

L’indicatore di maschilismo M su cui si incentra l’interpretazione dei dati si dovrebbe calcolare a partire da numeri relativi a tutta la popolazione italiana:

M = nu / nd

ma nel corso dell’articolo l’autore decide di approssimarlo usando numeri ricavati dalle sole vittime di omicidio:

M = nu / nd ≈ vu / vd

Se tale approssimazione fosse corretta, a partire dalla proporzione delle (poche) donne tra le vittime di omicidio si potrebbe risalire immediatamente al rapporto tra il numero di persone che mediamente formano la vita sociale di un uomo e il numero di persone che mediamente formano la vita sociale di una donna; in altre parole, una piccola informazione relativa a un pugno di individui consentirebbe di estrapolare un’informazione gigantesca relativa a un intero popolo. Davvero un po’ troppo!

I due campanelli d’allarme suggeriscono che le approssimazioni necessarie per valutare gli indicatori M e V siano sbagliate. E forse addirittura che (volente o nolente) l’autore abbia inserito di soppiatto ipotesi di struttura che creano una qualche rigidità tra il livello micro (statistiche su omicidi) e quello macro (vita sociale generale). Vedremo analiticamente che in effetti è proprio così.

7. Un’ipotesi surrettizia

Cosa giustificherebbe l’approssimazione proposta dall’autore? Percorriamo all’inverso il passaggio chiave tra le due formulazioni dell’indicatore M a partire da quella finale

M = vu / vd

Secondo l’autore, i due valori vu e vd – rispettivamente il numero di uomini e il numero di donne vittime di omicidio – si possono esprimere come prodotto di “mattoni” più piccoli:

vu ≈ (pu×fu + pd×fd) × nu × N/2 [3]
vd ≈ (pu×fu + pd×fd) × nd × N/2 [4]

dove

N = numero di persone nella regione considerata
fu = proporzione di uomini frequentata in media da un generico individuo (senza distinzione di genere)
fd = proporzione di donne frequentata in media da un generico individuo (senza distinzione di genere)

Il rapporto tra le due quantità fa effettivamente nu / nd solo se le due espressioni (pu×fu+ pd×fd) sono identiche nelle due formule [3] e [4]. Scrivendole identiche, l’autore sta ipotizzando qualcosa di totalmente implausibile, ovvero che la proporzione fu di uomini e quella fd di donne tra le frequentazioni di un individuo siano indipendenti dal suo genere. Questo non è affatto realistico perché gli uomini tendono ad avere amici maschi, mentre le donne tendono ad avere amiche femmine.

Volendoci occupare solo dell’aspetto matematico dobbiamo ammettere che fissare un vincolo è in linea teorica corretto, ma ha un fondamentale effetto collaterale: ciò limita l’applicabilità del modello alle società in cui il vincolo sia rispettato. Per applicare il modello alla società italiana bisognerebbe prima verificare che la condizione sia rispettata, e per verificarlo non è sufficiente conoscere la proporzione di donne tra assassini e assassinati: sono necessari dati statistici generali sull’intera popolazione.

In altre parole, che l’abbia fatto di proposito o meno, l’autore ha inserito surrettiziamente l’ipotesi di una rigidità strutturale sul comportamento sociale dell’intera popolazione, infilando nel modello un vincolo del tutto arbitrario, non giustificato da alcun dato reale ed empiricamente contraddetto dall’esperienza personale di chiunque.

8. Ignorare le probabilità condizionate

Se invece scartiamo la possibiltà che l’autore abbia introdotto, consapevolmente o meno, l’ipotesi surretizia di cui sopra, allora le formule [3] e [4] risultano semplicemente sbagliate dal punto di vista matematico. Infatti:

– Il numero nu / N rappresenta la probabilità che l’uomo X frequenti l’individuo Y (evento A).

– Il numero fu rappresenta invece la probabilità condizionata che se l’individuo X’ frequenta l’individuo Y (evento A’), allora Y è un uomo (evento B).

Dal momento che A e A’ sono eventi diversi, non si può ottenere la quantità media di uomini frequentati da un uomo moltiplicando fu × nu. Per ottenere il risultato voluto, l’autore è costretto a trattare A e A’ come se fossero lo stesso evento – il che è del tutto scorretto.

Quanto appena osservato è sufficiente a concludere che le deduzioni dell’autore sono sbagliate e i risultati ottenuti, indipendentemente dall’interpretazione che se ne voglia dare, sono scorretti e non dimostrati.

9. Il cortocircuito cruciale: la tesi assunta come ipotesi

C’è un ulteriore (e cruciale) sfondone nella presunta «dimostrazione», interessante anche dal punto di vista filosofico.

Le formule [3] e [4] si ottengono a partire dal fatto che

vu = p’u × N / 2
vd = p’d × N / 2

dove

p’u = probabilità che un uomo sia ucciso
p’d = probabilità che una donna sia uccisa

Secondo l’autore, le formule per calcolare p’u e p’d sono

p’u = (pu × fu + pd × fd) × nu [5]
p’d = (pu × fu + + pd × fd) × nd [6]

Tali formule sono la corretta approssimazione al primo ordine di altre due formule

1 – p’u = (1 – pu)(fu × nu) × (1 – pd)(fd × nu) [7]

1 – p’d = (1 – pu)(fu × nd) × (1 – pd)(fd × nd) [8]

che a un’analisi attenta… si rivelano sbagliate! Infatti pu e pd sono la probabilità che un uomo uccida un individuo qualsiasi e che una donna uccida un individuo qualsiasi: l’autore avrebbe invece dovuto introdurre e utilizzare quattro diverse quantità, rispettivamente

– in [7] la probabilità che un uomo uccida un uomo e la probabilità che una donna uccida un uomo,

– in [8] la probabilità che un uomo uccida una donna e la probabilità che una donna uccida una donna

Queste quattro grandezze si possono facilmente esprimere in funzione di pu e pd a patto di conoscere la probabilità condizionata che sia uomo o donna la vittima di un assasino uomo, e che sia uomo o donna la vittima di un’assassina donna. Tali valori si ricavano in modo elementare a partire da dati disponibili al pubblico (per esempio in questo studio (3) sugli omicidi domestici) – ma evidentemente non all’autore dell’articolo.

Lo sfondone può essere solo un errore concettuale tale da falsare la dimostrazione, oppure l’introduzione subdola di una nuova ipotesi di struttura del tipo: quando un uomo uccide una persona che conosce, la probabilità che la vittima sia donna è esattamente uguale alla frazione di donne tra le sue frequentazioni; lo stesso quando è una donna a uccidere. Nel caso degli omicidi in ambito familiare, quindi, tale probabilità dovrebbe essere approssimativamente vicina al 50%. (4)

Un’assunzione di struttura del genere è smentita dai dati reali, che mostrano – al contrario – una polarizzazione di genere nei casi di omicidio maturati in ambiente affettivo/familiare: in quel contesto, gli uomini tendono a uccidere con maggiore probabilità le donne, e le donne tendono a uccidere con maggiore probabilità gli uomini – fermo restando che, in generale, la probabilità che una donna commetta un omicidio è molto più bassa della probabilità che un uomo commetta un omicidio.

Curiosamente l’autore dichiara, all’inizio del suo articolo, di voler dimostrare che gli uomini (e le donne) uccidono prescindendo dal genere della vittima. Per farlo egli sviluppa un modello che assume a priori come ipotesi di struttura la tesi che intende dimostrare.

10. Cos’è il femminicidio

Dopo aver smontato questa pseudo-dimostrazione matematica dell’inesistenza del femminicidio, riteniamo necessario (e doveroso) ribadire che, a differenza dei sofismi, «i fatti» – per citare Hannah Arendt – «sono ostinati». (5)

Il femminicidio è l’uccisione di una donna per motivi inscindibili dal suo essere donna, da parte di un uomo per motivi inscindibili dal suo essere uomo. Significa che l’appartenenza di genere e il ruolo sociale che tale appartenenza configura sono condiciones sine quibus non nell’uccisione. Se un uomo spara a caso nella folla e uccide una donna, non è un femminicidio. Se una donna vede un uomo mentre commette un crimine e questi la uccide in quanto testimone, non è un femminicidio, perché quell’uomo avrebbe ucciso allo stesso modo e per lo stesso motivo anche un testimone uomo. Come ha spiegato la giapster detta_lalla,

Il femminicidio (inteso come apice di una relazione violenta) è strutturale, nel senso che la sua ragion d’essere risiede nel modo in cui la società è strutturata, a partire dal suo nucleo fondante: la famiglia eteronormata e eteropatriarcale. Le femministe dicono: «lo stupratore (o femminicida, o molestatore) non è malato, è il figlio sano del patriarcato.» I femminicidi avvengono a ogni latitudine, in ogni tempo, in ogni contesto culturale, in ogni strato sociale. Le ragioni di un femminicidio sono tutt’altro che individualistiche. Il femminicidio, epilogo di una relazione violenta – più o meno esplicita o riconosciuta – o di possesso, avviene quando l’oggetto della relazione sfugge, quando la donna cerca di ribellarsi a una situazione che non vuole, non può più sostenere. I femminicidi avvengono quando lei disobbedisce: si separa, tradisce, si prende spazi di libertà.

Forse non per caso a negare o mettere in discussione il concetto di femminicidio sono sempre uomini.


* Martino Prizzi ha ottenuto il PhD in Analisi matematica e applicazioni presso la SISSA di Trieste. È attualmente ricercatore presso l’Università di Trieste. È autore di una trentina di pubblicazioni scientifiche.

Mariano Tomatis è laureato in Informatica presso l’Università di Torino. Consulente del Centro di Prevenzione Oncologica, collabora con il Ministero della Salute e l’International Agency for Research on Cancer di Lione. È autore di una ventina di pubblicazioni scientifiche.

Note

1. Oriana Binik, “Ideali e meritevoli: le donne vittime di femicidio nel dibattito pubblico in Italia” in Studi culturali, Anno XII, N. 3, dicembre 2015.

2. Rapporto Bes 2014: il benessere equo e sostenibile in Italia, ISTAT 2014, p. 158.

3. L’omicidio volontario in Italia. Rapporto 2009, Eures Ricerche Economiche e Sociali, 2009, capitolo 3.

4. Assumiamo ragionevolmente che in media una famiglia (intesa come giro parentale) sia formata per metà da uomini e per metà da donne, dal momento che i parenti, a differenza degli amici, non si scelgono.

5. Hannah Arendt, Verità e politica, Bollati Boringhieri, Torino 2004, p. 71.

CONSIGLIAMO ANCHE:

Il fact-screwing dei negazionisti – di Loredana Lipperini (2013)

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151 commenti su “«Il femminicidio non esiste»? Piegare la matematica per fare disinformazione

  1. E’ tutto chiaro e molto preciso. Condivido l’articolo. Facico però rispettosamente notare due cose. La prima è che, anche se la “dimostrazione” dell’inesistenza del femminicidio era fallata, non significa che il femminicidio esista. Come lei stesso ha scritto, Tomatis, “i casi di omicidio sono complessivamente in numero così basso (alcune centinaia) da poter essere studiati uno per uno nella loro dinamica e nel loro movente”. L’ipotesi è che tra quelle centinaia di casi non ce ne sia neanche uno con le caratteristiche del femminicidio – e noti bene, questa ipotesi è altrettanto valida quanto il suo opposto, finché non viene smentita l’una o l’altra. Il fatto è che per sua stessa ammissione, i numeri non sono completi nè sufficientemente dettagliati a dimostrare alcunché. Posso anche prendere per partito l’ipotesi che i casi di femminicidio siano gravi e vadano combattuti, ma per ora non sappiamo nemmeno quanti sono. Il Secondo punto è che, proprio per la ragione precedente, non possiamo decidere quale priorità dare alla soluzione di un problema di cui non conosciamo l’entità, nè l’andamento nel tempo, nè se esista davvero. I casi di femminicidio sono più o meno dei casi di “maschicidio” in ambito familiare o da parte di una ex-partner? Non lo sappiamo. Sono aumentati negli anni? Non lo sappiamo. Quanti sono rispetto, che so, agli omicidi stradali? Non lo sappiamo. Quanti sono in generale? Boh. In altre parole, il femminicidio forse esiste, ma è una parola vuota di significato finché non ci attaccate dei numeri. E i numeri secondo voi non servono. Dunque un decisore politico ha le mani legate. Non mi pare una strategia furba.

    • Il commento qua sopra merita di essere analizzato frase per frase, perché è un compendio di luoghi comuni e di strategie retoriche che rientrano nella categoria “ciurlare nel manico”.

      1) E’ tutto chiaro e molto preciso. Condivido l’articolo.

      Iniziare con una finta concessione è un espediente vecchio come il cucco. In questo caso, la concessione è fintissima e attaccata con lo sputo.

      2) Facico (sic) però rispettosamente notare due cose. La prima è che, anche se la “dimostrazione” dell’inesistenza del femminicidio era fallata, non significa che il femminicidio esista.

      Smeriglia sostiene di aver dimostrato che il femminicidio non esiste. Noi abbiamo dimostrato che la “dimostrazione” di Smeriglia è sbagliata. Che il femminicidio esista lo dice la cruda realtà: ogni anno decine di donne vengono uccise per aver “sgarrato”, cioè per aver disertato dal loro presunto ruolo.

      3) Come lei stesso ha scritto, Tomatis, “i casi di omicidio sono complessivamente in numero così basso (alcune centinaia) da poter essere studiati uno per uno nella loro dinamica e nel loro movente”. L’ipotesi è che tra quelle centinaia di casi non ce ne sia neanche uno con le caratteristiche del femminicidio – e noti bene, questa ipotesi è altrettanto valida quanto il suo opposto, finché non viene smentita l’una o l’altra.

      La tesi (non l’ipotesi) che nessun omicidio di donna possa essere definito femminicidio purtroppo è smentita dalla realtà. Pochi giorni fa un uomo ha cercato di dar fuoco alla ex fidanzata che l’aveva lasciato, per dire. Un paio di settimane fa a Varese un uomo ha ucciso la sua ex a coltellate “perché se non era più sua non poteva essere di nessun altro”. E si potrebbero citare decine di casi tutti simili nella dinamica e nel movente.

      4) Il fatto è che per sua stessa ammissione, i numeri non sono completi nè sufficientemente dettagliati a dimostrare alcunché. Posso anche prendere per partito l’ipotesi che i casi di femminicidio siano gravi e vadano combattuti, ma per ora non sappiamo nemmeno quanti sono.

      E’ Smeriglia che pretende di aver dimostrato qualcosa per via numerologica, non noi. Ad ogni modo i numeri ci sono eccome, e ci dicono che la famiglia è un contesto pericoloso, e che è più pericoloso per le donne che per gli uomini. Dopodiché, come abbiamo detto e ripetiamo, i numeri da soli non bastano a comprendere la natura del fenomeno.

      5) Il Secondo punto è che, proprio per la ragione precedente, non possiamo decidere quale priorità dare alla soluzione di un problema di cui non conosciamo l’entità, nè l’andamento nel tempo, nè se esista davvero.

      L’entità si conosce benissimo. Si tratta di decine e decine di donne che ogni anno vengono uccise da partner o ex partner perché li hanno lasciati o traditi o comunque perché si sono sottratte al loro controllo. La priorità da dare o non dare alla questione di genere è una questione politica, e nascondersi dietro ai sofismi è un atteggiamento fondamentalmente vile.

      6) I casi di femminicidio sono più o meno dei casi di “maschicidio” in ambito familiare o da parte di una ex-partner? Non lo sappiamo.

      Invece lo sappiamo benissimo: sono molti di più. Basta guardare la tabella riportata nel post. E comunque, di cosa parliamo se parliamo di “maschicidio”? Il “maschicidio”, come il femminicidio, non può essere un incidente in macchina. E’ un concetto che avrebbe ragione di esistere solo se fosse speculare al femminicidio: cioè nel caso in cui la donna uccidesse perché la vittima maschile si è permessa di fare cose che non si addicono al suo “essere maschio” (o perché non ha fatto quello che invece “ci si aspetta” da un uomo). E a questo punto l’onere della prova cade su chi propone il concetto di maschicidio: spetta a costui trovare un uomo ucciso *da una donna* perché ha fatto qualcosa di poco maschio. Anzi, spetta a costui trovarne cento. Poi si può cominciare a parlarne. 

      7) Sono aumentati negli anni? Non lo sappiamo. Quanti sono rispetto, che so, agli omicidi stradali? Non lo sappiamo. Quanti sono in generale? Boh.

      Ogni anno viene diffuso il rapporto sugli omicidi in Italia. Chi pretende di parlare dell’argomento, dovrebbe quantomeno procurarselo. Ad ogni modo, chi si occupa seriamente della tematica non parla mai di escalation ma piuttosto di fenomeno endemico e strutturale, che si mantiene costante (e consistente) negli anni a differenza di altre tipologie di omicidio che sono legate a fattori contingenti.

      8) In altre parole, il femminicidio forse esiste, ma è una parola vuota di significato finché non ci attaccate dei numeri.

      Di attaccarci delle persone non se ne parla nemmeno, a quanto pare.

      9) Dunque un decisore politico ha le mani legate. Non mi pare una strategia furba.

      Poveri, poveri “decisori politici” con le mani legate…

      • La cosa che mi stupisce sempre, ma che è poi in effetti lo strumento culturale e psicologico che fa funzionare il maschilismo, è la totale disumanizzazione delle donne di cui i maschilisti sono capaci. Le donne uccise, le loro storie tutte così spaventosamente simili (un uomo violento, l’allontanamento e spesso le denunce della donna, quello che cerca di riprendere il controllo in ogni modo e alla fine compie l’affermazione di potere più assoluta e finale, uccidere), le dinamiche sociali e culturali lampanti che sostengono il femminicidio, tutto viene cancellato. Tutto diventa numeri. Numeri che danno ragione a chi parla di femminicidio, ed è chiaro, ma non conta. Quello che conta è parlarne come se si stesse sindacando dal macellaio su una bilancia truccata. E’ togliere alle donne la loro umanità, negarci l’empatia, l’ascolto, il diritto ad avere una nostra voce. Renderci un oggetto muto e inerme di discorso. La vostra operazione di debunking è utile e necessaria, ma ci avrei scommesso un’ovaia che avrebbe attirato commenti come quello di giovanninum qui sopra. Il punto del maschilismo non è dimostrare che le donne sono inferiori o che la violenza su di noi non esiste – entrambi gli assunti sono evidentemente falsi, e i maschilisti lo sanno – ma rendere le donne un oggetto della discussione (e quindi in generale dell’azione) maschile, un oggetto muto, disumanizzato. Come dicevo, è questo lo strumento culturale con cui il maschilismo lavora, e lo si combatte, secondo me, con le storie narrate con la propria voce o con la voce di compagne e compagni, di persone empatiche e solidali, quando a te un uomo l’ha tolta.
        I numeri ci danno ragione, e ripeto ha una sua utilità dimostrarlo, ma il maschilismo ci sguazza nei numeri, anche quando gli danno torto, perché quello che conta è cancellare le storie e le voci. E pure lo stato se ne fotte. Non è portando i numeri sui femminicidi che verranno finalmente dati dei soldi ai centri anti-violenza e si faranno politiche per dare alle donne la possibilità di liberarsi da un uomo violento senza finire a fare la fame, anche se quei numeri bisogna portarli. E’ con la lotta che si otterrà qualcosa. Lo so che lo sapete, ma lo ribadisco, per tutt* coloro che possono cascare nel trappolone teso da giovanninum (più o meno consapevolmente) e trasformare i commenti a questo post nell’ennesimo orribile dibattito su quanto pesa la carne delle donne sulla bilancia. E noi l’8 marzo (e pure prima e dopo) si lotta: https://nonunadimeno.wordpress.com/2017/01/17/8-marzo-2017-sciopero-delle-donne-se-le-nostre-vite-non-valgono-allora-ci-fermiamo/

        • Infatti è un sentiero molto stretto quello che abbiamo provato a percorrere. Per fare debunking dello pseudo-debunking numerologico à la Smeriglia bisogna lavorare sui numeri. Ma più che sui numeri, sulla correttezza delle deduzioni logico-matematiche. Il rischio che indichi è reale: scendendo su quel piano si rischia di alimentare il frame della disumanizzazione. Noi abbiamo precisato fin da subito che non è coi numeri che si comprende il femminicidio. Non è detto però che questa precisazione sia sufficiente, perché comunque non è sulla pelle mia e di Mariano che si discute. Da questo punto di vista i commenti di Giovanninum qua sotto sono anche più agghiaccianti di quello qua sopra.

          • In quel “sentiero molto stretto” che avete percorso, e che è piastrellato di numeri, avete dimostrato (cito un logico molto più bravo del dilettante che sono, Gabriele Lolli) che la missione della matematica (e lo scopo del suo insegnamento) non è la risoluzione dei problemi, ma l’apertura alla dimensione problematica del reale. Ci sta un mondo, in questa divaricazione: perché riguarda anche il tipo di scuola che deve/dovrebbe/doveva combattere alla radice il femminicidio, e che non si risolve col ghetto politicamente corretto dell’ora settimanale di educazione di genere, ma con l’impegno della didattica tutta allo squadernamento di quel reale attraverso un’apertura mentale che porta a fare debunking non solo di supercazzole e pseudo-numerologie, ma anche di gerarchie (sessuate e non) fra esseri viventi (umani e non) e a costruire relazioni interpersonali nelle quali il senso del possesso e la riduzione dell’altr@ a cosa manipolabile non è la matrice. Tutto questo sarà OT, ma da insegnante ci tenevo a dirvelo.

      • «I casi di femminicidio sono più o meno dei casi di “maschicidio” in ambito familiare o da parte di una ex-partner?»

        Il “maschicidio” è un concetto che ha pochissimo senso. I maschi non sono il genere oppresso e dunque se vengono uccisi non vengono uccisi all’interno di una relazione di potere tra i generi, ma all’interno di un rapporto tra individui. Se un torero uccide un toro è una corrida, se un toro incorna un contadino non è una “controcorrida”.

        «Sono aumentati negli anni?»

        Ha molta importanza?

        «Quanti sono rispetto, che so, agli omicidi stradali?»

        E un bel chissenefrega non ce lo mettiamo?

        «Quanti sono in generale?»

        Basta esaminarli caso per caso, cosa che è stata fatta da un sacco di gruppi e giornalisti, anche mainstream. Per esempio il Corriere della Sera da alcuni anni pubblica un elenco dei femminicidi avvenuti in Italia con foto e contesto dell’uccisione: http://www.corriere.it/cronache/speciali/2016/la-strage-delle-donne/

        Il punto è proprio questo: allargare lo sguardo al contesto e approfondire sulle circostanze specifiche.

  2. Guarda, no. Non sto negando che esista il femminicidio, e ho usato tono volutamente polemico per far notare un problema di ordine pratico. Dal tuo commento capisco che non sono stato chiaro, perciò mi spiego meglio.
    Sopra è stato dimostrato in modo inequivocabile che la “dimostrazione” di Smeriglia è fallace. Fin qui penso siamo d’accordo. Per dimostrare che era fallace, Tomatis ha mostrato in modo preciso e matematico che, dai dati disponibili
    – NON si può ricavare il dato netto della violenza sulle donne in quanto donne, cioè il femminicidio
    – NON si può ricavare l’andamento di questo nel tempo (e quindi non sappiamo se è aumentato, diminuito o rimasto costante)
    Questi erano infatti i due punti che Smeriglia pretendeva di mostrare, e Tomatis lo ha smentito.
    Ora tu scrivi
    “chi si occupa seriamente della tematica non parla mai di escalation ma piuttosto di fenomeno endemico e strutturale, che si mantiene costante (e consistente) negli anni ”
    Ma Tomatis ha appena dimostrato che, usando i dati riportati sopra, questa conclusione NON è supportata – ovvero gli stessi esperti non possono usare dati parziali, per gli STESSI identici motivi per cui Smeriglia non può arrivare alla conclusione opposta da dati parziali. I dati sono incompleti perchè manca il movente.
    Poi scrivi:
    “Invece lo sappiamo benissimo: [i casi di femminicidio] sono molti di più. Basta guardare la tabella riportata nel post”
    Nel post la tabella non riporta il movente. Riporta circa 90 omicidi commessi da uomini contro donne nel 2007 e nel 2008. E viceversa 16-19 omicidi commessi da donne contro uomini. Ma non sai quanti di questi erano, per esempio, omicidi di mafia, rapine finite male, o anche solo incidenti stradali dolosi – lo scrive lo stesso Tomatis: senza il movente ti manca un dato fondamentale in quanto, ribadisce sotto, l’omicidio casuale di una donna da parte di un uomo non è femminicidio.
    Negli stessi anni potrebbe darsi il caso che ci siano stati 10 femminicidi contro 15 maschicidi, per dire. E’ improbabile, d’accordo, ma il punto è che è COMPATIBILE con i numeri disponibili.
    Spero che capisci questo. Non sto dicendo che *è* così. Sto dicendo che è *possibile* che sia così, ragion per cui un politico che volesse fare una campagna attiva contro la violenza sulle donne si troverà contro un’opposizione che può sostenere tutto e il contrario di tutto a partire da numeri parziali.
    In altre parole, io e te siamo d’accordo che occorre ridurre la violenza sulle donne. Non sto negando questo. Ma se proponiamo un’iniziativa, una qualsiasi, non saremo in grado di valutare i risultati dell’azione intrapresa senza sapere quanti casi di femminicidio ci sono stati prima e dopo. In queste condizioni, chi sta all’opposizione avrà buon gioco a dire che no, i femminicidi non sono diminuiti. Come fai a smentirlo? Non puoi senza numeri. E dato il clima politico avvelenato in Italia, sta pur sicuro che succederebbe esattamente questo.
    Quanto ai contenuti del tuo post, 3 note
    1) quando dico che condivido l’articolo, non è un “espediente” :) Per far cosa? Lol. No. Intendo proprio che le formule scritte sopra sono precise, e siccome ne mastico di numeri per lavoro l’articolo in sè mi è piaciuto. Ho semplicemente descritto ciò che succede quando devi passare dal piano teorico a quello pratico: devi giustificare un’azione politica, e la statistica serve a questo.
    2) ti appelli alle emozioni (parli di persone, non di numeri, visto che si tratta di vittime). Questo è irirlevante. Parliamo di un problema serio e reale, e le emozioni portano simpatie al tuo post, ma non aiutano a valutare l’efficacia di una soluzione.
    3) Decisore politico è un termine tecnico. In inglese, sarebbe il policy maker. Se non sai cosa significa, cerca la definizione online. In italiano non si usa molto, ma non ha senso che lo metti tra virgolette.

    Ora, sono certo che proverai la tentazione di ricopiare ancora una volta il mio post cercando il pelo nell’uovo o il refuso a ogni parola. Ti invito a resistere alla tentazione, e a proporre idee originali piuttosto, se vuoi che la discussione si muova da qualche parte. Ad esempio, come pensi di impostare tu stesso una ipotetica campagna di lotta alla violenza.

    • Ti segnalo che il post è di Mariano Tomatis e Tuco, mentre pare che tu lo ascriva al solo Mariano.
      Forse con un’attenta rilettura molte delle loro riflessioni ti risulterebbero più chiare. Non dico che è così, dico che è possibile che sia così.

    • Nella didascalia sopra la tabella c’è scritto “vittime di omicidio in famiglia”. Almeno leggere prima di commentare.

    • «ho usato tono volutamente polemico»

      Suggerimento: la prossima volta usa un tono volutamente intelligente e volutamente empatico.

    • Mi è capitato – ahimè – di leggere tanti articoli di giornale che danno notizia di femminicidi. Le storie in fondo presentano tutte dei tratti in comune: l’uccisione della donna è l’ultimo passo di una storia più o meno lunga di oppressione. Qualcuno giudica che le vittime siano troppo poche in confronto a quelle degli incidenti stradali per prendere davvero in considerazione il problema, ma per una donna che viene uccisa, quante ce ne sono che vivono, sopportano, per anni un clima pre-femminicidio? Siamo sicuri che siano meno delle vittime degli incidenti stradali? Una lotta al femminicidio, io credo, significa soprattutto una lotta al diritto delle donne a una vita più libera.

  3. Di Giovanninum commento solo la frase: ‘… anche se la “dimostrazione” dell’inesistenza del femminicidio era fallata, non significa che il femminicidio esista’ , perché alla prima lettura del post di Mariano e Tuco anche io l’avevo pensato.

    Poi…

    Poi, mi sono tornati in mente i precedenti post letti qui su Giap e altrove sugli automatismi di noi maschi quando si parla di femminicidio e mi sono fermato.

    Ho riletto il post e mi sono venute in mente molte delle considerazioni trovate recentemente su un magnifico libro, L’ultimo teorema di Fermat di Simon Singh.
    Tra le tante suggestioni ricevute, ho appreso (pur essendo io ingegnere, eh) che la matematica è una roba strana: per dimostrare che una cosa è vera, a volte si può dimostrare che tutte le dimostrazioni che non è vera sono false! (o qualcosa del genere).
    Nel post, si è svelato come fosse sbagliata sotto tantissimi punti di vista la presunta dimostrazione. Questo non dimostra che il femminicidio esista o no, ma dimostra che nessuno ha dimostrato che non esiste, e finché nessuno dimostra il contrario, per la logica matematica, il femminicidio esiste.

    Uscendo dalle paturnie matematiche, il post fa notare come ci siano anche altri numeri, che potrebbero aiutare chi ritenesse utile trovare una dimostrazione matematica dell’esistenza del femminicidio (dimostrazione che gli autori ritengono insensata), e sono quelli della frequenza delle donne uccise da conoscenti e famigliari.
    A me, razionale e maschio, questa statistica basta eccome, oltre ovviamente a tutto il resto, partendo dalla definizione di femminicidio, che mi sembra ben chiara.

    PS.
    sarà poi emblematico o no, che il correttore automatico di Word non riconosca il termine ‘femminicidio’ … anche lì bisogna cambiare!

    • Ribadisco che è insensato proporre o richiedere una dimostrazione matematica dell’esistenza del femminicidio. Esiste un fenomeno reale a cui è stato dato il nome di femminicidio. Il fenomeno consiste nell’uccisione, da parte di uomini, di donne che “non stanno al loro posto”. Ogni anno in Italia ci sono decine di casi di questo tipo. Inoltre il femminicdio è la manifestazione più estrema di un rapporto di potere, quello del genere maschile sul genere femminile. Non si può capire il femminicidio se non si capisce come funziona questo dispositivo di potere. E per capirlo, bisogna ascoltare le donne e mettersi in discussione.

      • “Inoltre il femminicidio è la manifestazione più estrema di un rapporto di potere, quello del genere maschile sul genere femminile.”

        … ed è la mentalità sessista che crea le condizioni favorevoli; il sessismo è il brodo di coltura.
        Un articolo di ieri:

        http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/01/17/news/stupro-su-facebook-ecco-cosa-si-dicono-gli-uomini-che-umiliano-le-donne-1.293546?ref=HRBZ-1

      • Concordo che sia insensato proporre o richiedere una dimostrazione matematica dell’esistenza del femminicidio. Però mi pare che “femminicidio” indichi qualcosa di più di un “fenomeno”. E’ una vera e propria teoria, e anche piuttosto complessa.
        So che tracciare una linea tra fatti e interpretazioni non è scontato concettualmente e spesso nemmeno praticamente, ma penso che sia importante cercare di farlo, e quello che si intende al punto 10 ad esempio non mi pare sia un “fenomeno”. Cerco di spiegarmi.
        Un cadavere è un fatto per tutti, non si discute che si è di fronte a un morto e solo i folli lo farebbero. Se trovassimo il cadavere pieno di coltellate nella schiena chiameremmo la situazione “omicidio”, che sarà pure una interpretazione sul fatto del cadavere di fronte a noi, ma talmente pochi la metterebbero in discussione da poterla considerare un fatto. Sul movente di quel singolo omicidio già ci si dividerebbe molto di più perchè gli elementi cominciano ad essere tanti, coinvolgono cose che non sono fatti indiscutibili (come ad esempio il non riuscire a passare attraverso un muro saltandoci contro, il non riuscire a fermare la putrefazione di un cadavere semplicemente lasciandolo dov’è, fenomeni, dati di fatto che non si levano di mezzo per quanto tu li discuta; fatti “ostinati” appunto). Su una teoria che vede un’omicidio di una donna come il caso limite di una scala di violenze tese allo stesso scopo ovvero sottomettere tutte le donne ad un ruolo voluto dagli uomini, che pertanto condividerebbero nel fenomeno della violenza commessa da uno di loro contro una donna, una responsabilità dovuta al vantaggio che otterrebbero dall’applicazione della violenza da parte di un maschio su una femmina perchè così manterrebbero il privilegio maschile, etc etc…mi pare una interpretazione piuttosto complessa più che un fenomeno.
        Tant’è che femminicidio non lo si usa per indicare un movente individuale di una particolare violenza, non lo si sarebbe nemmeno coniato se non si volesse presupporre nell’usarlo per chiamare un omicidio, dei costrutti culturali dai quale quella violenza avrebbe origine e relazione con moltissime altre.
        E infatti proporre o richiedere una dimostrazione matematica dell’esistenza del femminicidio è insensato tanto quanto proporre o richiedere una dimostrazione matematica dell’esistenza della psicanalisi.
        Pertanto, non è un po’ improprio dire che “femminicidio” nomina un “fenomeno”?

        • Cito dal vocabolario Treccani http://www.treccani.it/vocabolario/fenomeno/:

          fenomeno: in filosofia (…) secondo Kant, tutto ciò che è oggetto di esperienza sensibile, e che quindi è caratterizzato dal fatto di «apparirci» nel tempo e nello spazio, configurato secondo rapporti (per es. di causa ed effetto) che sono in funzione di un’attività «organizzatrice» esercitata dall’intelletto umano (si contrappone alla «cosa in sé» o «noumeno» o «oggetto intelligibile», che può essere pensato dalla ragione, ma mai propriamente conosciuto). (…)

          I “fatti ostinati” sono gli uomini che continuano a uccidere le donne quando queste li lasciano o comunque disobbediscono. Quando parliamo del fenomeno “femminicidio” parliamo di questi fatti e del modo in cui li storicizziamo e interpretiamo.

          Detto ciò, è pazzesco che su questo fenomeno, e solo su questo, si facciano dispute terminologiche spaccando il capello in ottantaquattro (cit.). Nessuno, a parte i nazisti conclamati, si metterebbe a fare simili disquisizioni sul significato del termine “omicidio a sfondo razziale”. Questa incapacità, o non volontà, di vedere il fenomeno è essa stessa parte del fenomeno.

          • Scusa ma rilevo una certa ostilità. Cosa avrei detto di male?
            “Fenomeno” secondo la filosofia di Kant e il suo “schematismo trascendentale” secondo te è il comune significato di fenomeno?…. E dici a me che spacco il capello in 4?
            Ho usato il termine “teoria” per valorizzare non per sminuire, riprendendo un ragionamento dal vostro articolo che da tempo speravo di leggere su questo tema.
            Il vostro articolo ha il merito di evidenziare che non solo NON c’è bisogno di tirare fuori i numeri per dimostrare la legittimità di una teoria sociologica sul rapporti di potere tra sessi, ma che anzi volerla fondare (e quindi confutare) a partire da qualche conteggio è insensato.
            Per capirci, è DOPO aver assunto la teoria del femminicidio che riconosco (e conto, per quel che serve ridurli a un numero, come ha giustamente evidenziato Adrianaaa, ridurre a numero, conteggio come se 300 invece di 200 facesse la differenza rispetto a ciò che il concetto di femminicdio vuole dire) i femmicidi, https://femicidiocasadonne.files.wordpress.com/2013/04/feminicidio_2014_web.pdf pag 28 , ma questo conteggio non è in relazione col dimostrare o il confutare un qualche modello predittivo dei femminicidi, perchè con femminicidio si intende una visione teorica complessiva della società dal punto di vista della relazione tra i sessi e non un fatto che può accadere o meno come l’uxoricidio, per esempio. E se permetti femminicidio non indica nemmeno l’omicidio a sfondo sessista.
            Che si sia d’accordo o meno con questa visione teorica (ok, solo i nazi sono contro), “femminicidio” parla delle relazioni strutturali tra i sessi, non di ciò che può accadere o non accadere tra i sessi. Con “femminicidio” http://femminicidio.blogspot.it/2011/03/che-cosa-significa-esattamente-il.html si intende la scacchiera, non una mossa particolare di un pezzo o di quell’altro. Femminicidio ovvero l’insieme delle violenze consapevoli di una sesso tese alla sottomissione dell’altro, estende a ogni violenza ciò che Susan Browmiller limitava all’atto dello stupro.

            Non a caso la narrazione che viene detta “tossica” del femminicidio che sbanca nei media, è quella che riduce questo termine a sinonimo di “omicidio per gelosia” o come quel “caso infausto che ammazza un paio di centinaia di donne all’anno in Italia”, ed è basato proprio sull’idea che il femminicidio possa accadere … ma anche no.. accade…e quando accade lo contiamo… e se a fine anno il numero è più basso dell’anno prima… magari il femminicidio il prossimo anno non esiste più.
            Non è forse questo modo di vedere il femminicidio quello che contestate? Non è forse questo il prodotto di quell’ “approccio numerico” pseudoscientifico e profondamene mistificante (come con pertinenza rileva Adrianaaaa) rispetto a ciò che chi ha coniato questo termine intendeva, che le insensate dimostrazioni/confutazioni del femminicidio alimentano?
            E l’ironia è che questa preoccupazione per cui i media, ma non solo loro purtroppo, riducano a sinonimo di “omicidio di donna” un termine che invece intende una teoria della società, della storia e della Differenza, me l’ha spiegata una donna.
            Forse non mi saprò spiegare ma merito insinuazioni sui “nazisti conclamati” per aver tentato di focalizzare questo aspetto che mi sembrava (avrò sbagliato, chiariamoci, chiederò scusa) al centro del vostro intervento?

            • C’è un equivoco sotto. In origine sono nati due termini, quello a cui ti riferisci tu, feminicide, per descrivere ogni forma di discriminazione; e l’altro, femicide, per riferirsi all’uccisione. In Italia è stato preso solo il primo, e per indicare l’uccisione. Il perché non lo so, forse perché per le discriminazioni ci sono già violenza di genere, maschilismo, sessismo, misoginia, patriarcato. In più non ha molto senso usare un termine omnicomprensivo che rimanda linguisticamente all’uccisione. Inoltre l’Italia non è Ciudad Juarez, e questo termine ha una sua utilità pratica. Mediaticamente, quello che prima era una storia di passioni adesso viene inquadrato in un ordine di senso (poi ci sono visioni diverse anche su questo, ma è poco rilevante), e questo aiuta vari operatori chiamati in causa. Forze dell’ordine, centri anti-violenza, centri di ascolto per uomini maltrattanti. Quindi forse è più utile usarlo così.

              https://beizauberei.wordpress.com/2016/11/28/psicopatologia-della-violenza-di-genere-alcune-note/

              • Grazie per questo chiarimento e per il link interessante, che ricambio con un altro sul tema http://unipd-centrodirittiumani.it/it/schede/I-concetti-di-femmicidio-e-femminicidio/368
                Tuttavia ciò che volevo focalizzare riguardo all’impoverimento che le fluttuazioni semantiche del termine nel suo uso mediatico hanno determinato, è che ciò che è stato mutilato nel significato del termine è proprio la parte più significativa, quella che riguarda il concetto di responsabilità collettiva maschile. Spero mi sia permessa una (lunga) citazione

                ” .. gli stupratori .. catturati dalla polizia sono squallidi e banali .. Eppure, questi giovani irriflessivi, prevedibili, insensibili, violenti si portano sulle spalle un antichissimo fardello che corrisponde a una missione storica: la perpetrazione della dominazione dei maschi sulle donne mediante la forza.
                Ammantati da miti che oscurano la loro identità .. fungono da anonimi agenti di terrore. Sebbene siano questi a sporcarsi le mani, sono gli altri uomini .. che hanno sempre beneficiato dei vantaggi duraturi del loro stolido misfatto.
                Un mondo privo di stupratori sarebbe un mondo dove le donne potrebbero. muoversi liberamente senza paura degli uomini. Il fatto che alcuni uomini stuprino costituisce una minaccia sufficiente a mantenere tutte le donne in uno stato costante d’intimidazione, eternamente consapevoli del fallo che lo strumento biologico deve essere considerato con umore reverenziale perché con improvvisa rapidità può trasformarsi in un’arma minacciosa.
                I Mirmidoni della causa della dominazione maschile, gli stupratori della cronaca nera, hanno compiuto bene il loro dovere. Così bene che il vero significato del loro atto è passato in larga misura inosservato. I colpevoli di stupro vanno considerati, piuttosto che come elementi anomali della società come uomini che hanno agito come truppe d’assalto di prima linea mascoline, come guerrieri terroristi nella battaglia più lunga che il mondo abbia mai conosciuto.” ( Susan Brownmiller – Against Our Will)”

                Ora, è normale che una elaborazione teorica sulla realtà produca un lessico i cui termini si riferiscono ai fatti che sono tematizzati da quella analisi chiamandoli con la parola (o una sua parte) usata per nominare l’intepretazione che quella teoria propone per quei fatti (o anche la teoria stessa). Ci esprimeremmo ancora a gesti nelle caverne se così non fosse, e solo i complottisti ci vedono chissà quale stratagemma propagandistico o chissà quale neolingua orwelliana. Gli esempi si sprecano in ogni disciplina. Ed è normale una certa fluttuazione semantica del termine quando questo accade.
                La mia insistenza sul tornare a fare qualche distinzione in più quando si dice “femminicidio” sottolineando che con questo termine ci stiamo riferendo a una interpetazione complessa ed eticamente mooolto impegnata della realtà e non a uno specifico accadere nella realtà, è motivata dalla convinzione (non solo mia ma anche di molte femministe) che lo snodo teorico più significativo di questa analisi femminista (il concetto di responsabilità collettiva maschile estesa dallo stupro a ogni violenza) viene perso non appena “femminicidio” viene inteso come una definizione di una situazione che io posso usare per confrontarla con situazioni reali specifiche e dire: “questo è femminicidio…questo no…” e cadere nel gioco del pallottoliere oggettificando e annientando (come dice bene Adrianaaa) le donne (NB tutte le donne) in un numero di n cifre.
                Mi sembrava strano perciò che chi aveva scritto un articolo contro il concetto “orientato al conteggio” di “femminicidio”, lo definisse poi un termine che nomina un fenomeno, ma probabilmente il nostro disaccordo sui termini è più apparente che sostanziale.

                • penso che nella sostanza tu sei in linea con chi ha scritto questo post, dato che entrambi riconducete il fenomeno all’interno di una certa interpretazione, e infatti dopo lo smontaggio il post chiude con la sua chiave concettuale che è in linea con quella da te nominata; ma per farlo, per ampliare l’analisi (sulle quali si può discutere) penso sia inevitabile partire dalle basi (sulle quali non si può discutere). Poi è vero che mediaticamente fa presa il fatto di cronaca più che la riflessione sociale (però anche qui non è che proprio non si sia mosso nulla), ma è anche vero che una volta che un termine entra in uso, anche se in maniera differente dalle intenzioni di chi l’ha proposto, ma non del tutto impropriamente, la perdita di significato non è irreversibile. Prova ne è questa discussione e tante che se ne sono fatte e che se ne possono fare.

                  • Certamente ma il problema non è la semantica… ma la prassi.
                    Non capisco questa paura di distinguere ciò che è visto da tutti come un fatto (la violenza concretamente agita) dalla sua interpretazione (il discorso sul senso politico e collettivo di quella violenza svelato dall’analisi femminista).
                    L’interpretazione dello stupro fatta dalla Brownmiller va ben oltre l’atto del singolo maschio in se ed è stata coniata l’espressione “cultura dello stupro” per riferirsi a quella “interpretazione articolata” che vede un quell’atto la fondazione del dispositivo di potere dei maschi sulle donne.
                    Per ridare al termine femminicidio il significato che l’uso mediatico ha annichilito più che impoverito in questi anni, c’è chi dice “cultura del femminicidio” con un chiaro richiamo all’analisi femminista sullo stupro.
                    Lo si fa perchè sia più chiaro il contesto che presuppone il termine femminicidio, che è una estensione a ogni tipo di violenza di ciò che il femminismo elaborò nella riflessione sullo stupro.
                    http://image.slidesharecdn.com/08-141022051922-conversion-gate01/95/la-violenza-sulle-donne-e-la-sua-rappresentazione-78-638.jpg?cb=1413955310
                    La violenza contro una è un’avvertimento per tutte e l’uccisione rappresenta comunque un avvertimento a tutte le altre donne (se toccate una toccate tutte).
                    Ma tutto questo ha come scopo la prassi e non un esercizio intellettuale.

                    A noi maschi non serve a nulla l’analisi femminista della violenza maschile sulle donne (femminicidio) se non arriviamo a riconoscere il concetto di responsabilità collettiva del nostro sesso per cui anche una sola donna che subisce violenza da parte di un maschio svela il nostro contributo a quella violenza in quanto soggetti privilegiati nella società che prevede la “normalità” di quella violenza, dato che il privilegio maschile costruito sulla violenza contro le donne ed esisterebbe anche se le violenze “contate” calassero per anni di fila.
                    Conta poco che uno di noi riconosca che esistono costrutti culturali che prevedano ruoli sociali predefiniti per sesso, e li respinga, se non accetta di esserne collettivamente responsabile quanto ne è dello strumento con il quale i suoi simili li hanno creati e imposti alle donne con la violenza (maschile). Se non dimostra sinceramente di farsi carico di questo, non dimostrerà di aver disertato il patriarcato e va annoverato tra i negazionisti. O si arriva a una meta o non si arriva. Chi si ferma a un metro da essa è uguale a quelli che gli stanno dietro.

                    Bene, questo snodo cruciale, la responsabilità collettiva che fa di noi maschi dei complici di chi uccide, stupra, o semplicemente commette violenza contro una donna (e ciò accade sempre in misura più o meno accentuata nell’ottica della prevaricazione di un sesso sull’altro perchè questo mondo è stato costruito sul patriarcato) NON è qualcosa di evidente, NON è qualcosa qualcosa che si dà a tutt* come un dato di fatto, ma è qualcosa a cui soprattutto i maschi devono essere educati affinchè lo possano riconoscere come tale. E bisogna cominciare molto presto.
                    Per fare un esempio, chi ha scritto il post usa gli strumenti interpretativi e il lessico del femminismo intersezionale, e di altre prospettive nel panorama degli studi di genere, li ha interiorizzati da tempo, esercitati e ora, a differenza di altri maschi, è in grado di vedere correttamente la realtà, e capisce al volo come catalogare chi o cosa ti si para di fronte. Ma quegli strumenti non li ha costruiti da solo, sono la sedimentazione di molte analisi della realtà di altr* ed ha studiato per acquisirli. Le femministe stesse affermano che non è stato facile svelare il senso profondo della violenza maschile, ovvero l’essere una violenza finalizzata, politica, collettiva.
                    E’ urgente una forte e capillare opera di educazione sui questi temi e non si può pretendere che a un adolescente preso a caso in una scuola, al quale viene chiesto di riflettere su un caso di cronaca, la sua (ai suoi occhi velati) estraneità alla violenza che un nostro simile ha agito su una tua simile, gli appaia come un fatto meno “ostinato” dell’idea che con quella violenza un suo simile ha rafforzato anche il suo privilegio. Anzi, la prima volta che sentirà una cosa del genere, quell’idea gli apparirà qualcosa di poco reale.
                    Probabilmente gli apparirà come un “fatto” l’orrore per la violenza, nel suo presentarsi più superficiale, le percosse, lo stupro, l’omicidio… potrà forse ritenere evidente quanto da respingere che ci siano maschi che ritengono le donne oggetti a disposizione e che quando questa loro aspettativa viene frustrata agiscono violenza, ma già per ritenere che ci sono costrutti culturali che rendono asimmetrico il caso inverso della donna gelosa, possessiva, violenta e vedere correttamente questa asimmetria c’è bisogno di guidarlo a una corretta interpretazione perchè anche senza la denegazione non è intuitivo cogliere quella asimmetria in atti apparentemente uguali.
                    Figuriamoci se, immerso come un sottaceto nella cultura patriarcale, spontaneamente troverebbe evidente la sua complicità con maschi violenti che molto probabilmente suscitano la sua repulsione….
                    Affinché capisca e accetti che in quanto maschio ha più cose da spartire con quei violenti di quanto ne abbiano le loro madri, bisogna lavorarci, bisogna educarlo a interpretare correttamente il fatto della violenza agita dai maschi sulle donne come una sua responsabilità condivisa con gli altri maschi attraverso la cultura comune che li forgia come maschi, e bisogna partire dall’asilo https://www.youtube.com/watch?v=AE63rNOVLRU perchè cominci a vedere come un fatto una responsabilità che cresce con il suo inserirsi nella società radicandosi in quel privilegio che sulle prime non saprà riconoscere. E quindi va educato a riconoscere quel privilegio in ogni minimo aspetto della sua vita sociale e di relazione https://www.youtube.com/watch?v=MgPoL4Cm6hQ e va educato a interpretarlo correttamente, ovvero come il frutto della violenza maschile. Va guidato correttamente affinchè senta come vile e vergognoso negare questa educazione che gli svelerà la vera realtà, invitato ad esprimerla pubblicamente http://27esimaora.corriere.it/articolo/i-16enni-in-piazza-contro-la-violenza-cambieremo-le-cose-ma-non-e-facile impegnarsi a farlo https://www.youtube.com/watch?v=GBhVxQrYauo#t=00h02m25s Infine va educato a sentire il bisogno di dissociarsi pubblicamente dalla violenza maschile https://www.change.org/p/la-voce-degli-uomini-seseiunuomofirma
                    Questo è il percorso che ci auguriamo facciano le nuove generazioni di maschi per disertare concretamente il patriarcato, il primo (e forse l’unico) modo che un maschio ha per tentare di aiutare le donne a demolire finalmente un mondo costruito sulla violenza maschile e sui costrutti culturali che i maschi hanno imposto alle donne con la violenza, privandole attraverso la violenza simbolica e l’interiorizzazione, anche della consapevolezza di trasmettere e promuovere un mondo costruito per ridurle ad oggetto.
                    Ma non è un percorso facile e solo da poco e con incredibili resistenze si parla di educazione finalizzata al superamento degli stereotipi di genere.
                    Pertanto illudersi che una analisi complessa come quella femminista sul privilegio maschile o sul privilegio etero possa apparire “evidente” al punto di pretendere che chi non è stato adeguatamente formato la colga come evidente, mi pare controproducente da un punto di vista pratico per chi poi concretamente si dovrà occupare di educare i ragazzi…e sinceramente anche un po’ snob.

                  • Non so se ho capito bene. In questo post non credo ci sia la paura che dici tu, penso che sia stato scritto sia per smontare Smeriglia sia per iniziare il discorso che proponi, quindi penso ci sia stato solo un equivoco. Per altri penso che c’è semplicemente disaccordo sull’interpretazione, però si concorda sull’utilizzare il termine (esempio l’articolo che ti ho linkato, scritto da Costanza Jesurum, che infatti non è d’accordo su tutto con Barbara Spinelli, e probabilmente su poco o niente con Brownmiller); o disaccordo sull’interpretazione applicata all’Italia; oppure questa interpretazione ancora non è nemmeno conosciuta. Per condividere la prassi bisogna anche condividere la semantica, e non solo non è automatico, ma è anche difficile sostenere che senza questa precisa prassi non si arriva a nulla. Poi questo è un post, penso che lo stai caricando di troppe cose, tra l’altro con interlocutori con i quali sei d’accordo :) In ogni campo ognuno mette a disposizione quello che sa e quello che può fare con ciò che sa. Quello che può fare questo post è contrastare un’idea sbagliata, e proporne un’altra, che può essere accettata in parte o in tutto, ma che ha un’area di intervento per forza di cosa limitata. Ma non penso che chi l’ha scritto si illuda di qualcosa. Non certo di far cambiare idea a chi oppone resistenza a prescindere, però di essere stimolante per chi ne sa poco, e non si è fatto un’idea.

            • L’assunto da cui siamo partiti è che il femminicidio non sia tout court l’uccisione di una donna da parte di un uomo, ma l’uccisione di una donna da parte di un uomo all’interno e come espressione estrema di uno specifico dispositivo di potere: l’oppressione maschile nella forma storicamente determinata del patriarcato. Ora possiamo discutere se indicare con il termine femminicidio l’uccisione di una donna all’interno di questo dispositivo, oppure il dispositivo tutto. Ma non sono assolutamente d’accordo nel definire tutto ciò una “teoria”. Si tratta di uccisioni reali, di rapporti di potere reali e di conflitti reali. Qualunque donna che non sia Costanza Miriano lo sa anche senza aver studiato filosofia o sociologia. Lo sa perché lo vive sulla sua pelle. Anche noi uomini lo sappiamo, ma facciamo finta di niente. Gli strumenti teorici della sociologia, della filosofia, e anche della statistica fatta in buona fede, servono a conoscere, descrivere e interpretare. Ma sono gli strumenti ad essere teorici, non la realtà a cui li applichiamo.

          • a proposito del spaccare il capello in ottantaquattro (bellissima citazione!) l’altro giorno su twitter c’era uno che si era incaponito che, essendo la parola (secondo lui e secondo wikipedia italia, appunto!) un neologismo, aveva bisogno di una dimostrazione della sua esistenza.
            come se ‘twittare’ non fosse un neologismo e lui, in quanto su twitter, non potesse esistere senza una qualche cavolo di dimostrazione.

  4. Solo per un momento, mettetevi nei panni di coloro che avete eletto e che devono decidere cosa fare, con risorse umane e materiali finite.
    Come assegnare le priorità, e quali proposte concrete attuare. Pensate cosa vi hanno promesso i vostri politicanti preferiti, e se ciò che dicono ha un senso. Si cambia da lì.
    Le belle parole e gli appelli ai sentimenti o all’empatia non servono, mi spiace. Chiacchierare con gli aggressori non ne cambia la natura. Se credete sul serio che il femminicidio sia un problema, come del resto anch’io, fateci un pensierino.
    Grazie agli autori (!) per gli spunti di riflessione. Cancellate pure tutto ciò che non va nei miei post se credete, non ne avrò a male. Bye!

    • Ci mancherebbe altro! Lasciamo tutto com’è, sono supercazzole emblematiche, svicolamenti perfetti come esempi.

      • Buonasera, sono l’autrice dell’articolo accademico che cita il pezzo di Astutillo Smeriglia. Ci tengo a precisare che la citazione è collocata all’interno di una ricostruzione del dibattito pubblico sul tema e che, in quanto tale, non prende le parti dei ‘negazionisti’. Si limita ad affermare che esistono. Per il resto, l’articolo adotta una prospettiva femminista e analizza quali possono essere le insidie che si celano nella trattazione del femminicidio a livello mediatico e (molto brevemente) nella risposta penale che ne è derivata.

        • Giusta precisazione, a scanso di equivoci. Prizzi e Tomatis hanno linkato l’articolo, e basta anche solo scorrerlo rapidamente per capire come è stato usato il post di Smeriglia. Ma in effetti non tutti vanno a controllare. Grazie.

          • Cogliamo l’occasione per invitare chi legge il post a leggere anche l’articolo, che affronta un aspetto importante della questione femminicidio.

          • In effetti sono aumentate le letture e vi ringrazio per aver dato visibilità alla ricerca accademica…Mi sono sentita di precisare per i più frettolosi. Grazie.

    • Chi ha una qualche infarinatura dell’Analisi delle politiche pubbliche (o Policy Analysis, è ovviamente qualcosa che arriva dagli USA) forse avrà riconosciuto nelle obiezioni di giovanninum una delle illusioni più radicate che circolano all’interno della Scienza politica: l’idea che *se* un problema si conoscesse meglio *allora* i risultati dell’azione politica sarebbero migliori. Il paragone con le vittime degli incidenti è molto tipico della disciplina: considerate le risorse (di tempo, denaro, competenze ecc) scarse se ho 20.000 vittime contro 2.000 è inutile che mi occupi dei 2.000, il problema urgente è l’altro e all’altro mi devo dedicare.
      Ora, il vero problema è che, “scientificamente parlando”, quest’idea è completamente sballata. Lo è sia empiricamente che teoricamente. Empiricamente perché tutte le analisi dei processi decisionali hanno ampiamente mostrato come l’esito finale di una policy (altra cosa complicata da definire) sia condizionato in misura determinante dai rapporti di forza all’interno di quella che si chiama “policy community”. E teoricamente perché, banalmente, come evocato anche nell’articolo, un processo decisionale non è il calcolo del moto di un pianeta, ma contiene interessi tra loro incompatibili o addirittura contrapposti che rendono del tutto impossibile l’approccio razionale al problema. E uno dei paradossi fantastici della policy analysis è la pretesa di inserire elementi di razionalità in un processo che, è universalmente noto, non è razionale. “Razionalità” è qui intesa nell’accezione “povera” che è appunto quella che si basa esclusivamente sui numeri: c’è il problema X la soluzione Y è quella adeguata, si proceda.
      Ma esiste una forma “superiore” di razionalità che è quella appunto di comprendere – ed è in fondo una banalità – che se un “problema” non viene risolto (e, di nuovo, già il modo con cui il problema si definisce è fondamentale) non è perché chi è deputato a risolverlo non ha i “dati” (che non ci sono mai, qualche esperto consapevole dice che dovremmo parlare di “presi” altro che “dati”) ma perché le continue contrattazioni per affrontarlo (o non affrontarlo, c’è un testo fondamentale sulle “non-decisioni” di Bachrach e Baratz) sono l’esito di rapporti di forza.
      Tante parole per dire alla fine una banalissima e notissima cosa sola: se non si affronta il problema, se affrontato non si prendono decisioni e si ciurla nel manico, se si prendono decisioni che sono del tutto disattese o trasformate non è perché non si ha il dato giusto: è perché la politica è principalmente rapporti di forza. E i maschi, a naso, sembrano più forti.

      (chiedo scusa per la forma e i mille incisi, ma è una questione lunga e faccio fatica a sintetizzarla in poche battute)

  5. Il fatto che non esistano dati *certi* sul fenomeno non ne dimostra l’irrilevanza, ma l’enorme problema conoscitivo sottostante. Come diceva qualche commento più sopra maurovanetti esistono diversi siti e giornali che tengono una sorta di “bollettino di guerra”, ma tutti questi si basano solamente sui casi riportati dai media, come ad essi vengono raccontati e SE vengono raccontati. Con il risultato che alcuni magari sono raccontati fino nei più minimi e scabrosi dettagli (con il lato positivo di poterli, però, studiare), mentre altri sappiamo a malapena che sono accaduti. Non esistono altri dati ufficiali, perché nessun policy-maker ha mai voluto sostenere una delle tante proposte delle Case delle Donne di istituire un Osservatorio apposito, in grado di mettere insieme i dati ufficiali e studiarli grazie a conoscenze specifiche. Le stesse che spesso mancano altrove, dalle forze dell’ordine ai tribunali passando per i politici stessi.
    Il risultato è che un fenomeno già complesso diventa ancora più difficile da comprendere, tanto nella diffusione (quindi nei “numeri”) quanto nella realtà dei rapporti sociali. Inoltre proprio l’assenza di un osservatorio obbliga a ricorrere a dati parziali, raccolti in modo ancora più parziali: ogni bollettino utilizza criteri diversi, a volte accomunando situazioni di reale violenza di genere a quelle “casuali” (seguendo la terminologia dell’articolo).
    La discussione sugli omicidi di donne “in quanto tali”, colpevoli di comportarsi oltre quanto ci si aspetta da una donna come dice Tuco, deve però solo squarciare il velo su una situazione ancora più drammatica ed estesa, quella della violenza di genere e dell’oppressione. Perché si tratta dell’apice della violenza: ma oltre alle donne uccise ce ne sono molte altre vittime di tentato omicidio, o di violenza diversa da quella fisica (verbale, psicologica, economica, sessuale), o suicide per “cause ignote”.
    Situazioni molto più estese dei soli “numeri” disponibili se andiamo a guardare denunce e condanne.
    Per questo è importante smontare i frame di chi con i numeri prova a negare un problema sociale, che però non è possibile comprendere… limitandosi ai soli numeri. Questi ultimi ci confermerebbero solamente una cosa che già sappiamo: che molti uomini sono ancora convinti di essere superiore, quindi di poter sottomettere, le donne perché *sono donne*

  6. So di essere un po’ OT, perché il tema è “vittime di omicidio in famiglia” e quoto @robydoc che ci ricorda che è stupido non occuparsi di 2000 vittime, solo perché da un’altra parte ce ne sono dieci volte tanto, ma, che il femminicidio sia solo una parte del problema vero, vorrei risottolinearlo.
    Non ho bisogno di fare tanti conti e analisi per sapere che ci sono molti più uomini che uccidono donne, che non donne che uccidono uomini. So altrettanto bene, senza che me lo dica l’ISTAT, che ci sono molti più uomini che uccidono uomini, che non donne che uccidono donne (già guardare quanti sono i militari uomini e quanti donne, ci da la misura). Ugualmente ci sono più uomini che uccidono animali, che non donne che lo fanno (chi vuole può mettersi a contare i cacciatori maschi e femmine). Ho il sospetto che valga anche per le piante.
    Quindi mi sembra non che non si debba dire “solamente” che l’uomo uccide le donne, ma più semplimente che L’UOMO UCCIDE. Punto.
    Noi maschi umani uccidiamo di tutto, qualsiasi cosa viva (forse anche non). Poi è automatico che uccidiamo molte donne, la donna di solito è fisicamente più debole e la vigliaccheria è usuale nell’assassino.
    A questo punto la domanda che ci dobbiamo fare è “Perché la nostra società alleva così tanti maschi stronzi?” (Non è una domanda per il policy maker. Il policy maker racconta ciò che sa piacere alle masse. Cazzo gliene frega di quanta gente muore, basta che non siano suoi elettori al massimo. E’ una domanda per noi.)
    E che nessuno mi venga a parlare di istinto ancestrale ed altre stupidaggini del genere. Tutti i giorni incontro persone che avrei voglia di menare, ma non lo faccio. Mi hanno educato a calibrare le mie azioni e a rispettare l’altro, comunque. Se lo posso fare io, lo può fare chiunque.
    Noi gli assassini e i violenti li educhiamo ad essere tali. Perché lo facciamo?
    Inoltre, nel bene o nel male è evidente che l’educazione dei figli ricade principalmente sulle donne, per lo meno nei primi anni di vita, che tutti sappiamo essere fondamentali.
    Quindi la domanda che viene spontaneo porre alle donne è “come mai partecipate così attivamente alla formazione di tanti stronzi, che poi spesso diventeranno anche i vostri carnefici?”.
    Tutti dobbiamo davvero ragionare su come fare a sostituire questa spaventosa, millenaria, cultura della violenza con una cultura del rispetto, della collaborazione e della solidarietà. Uomini e donne insieme, direi.
    Avendo sempre ben presente che, ad oggi, il maschio umano uccide di tutto e di più e non pare voler smettere.

    • il femminicidio è la parte del problema di cui si discute qua e ha caratteristiche specifiche che centrano poco o nulla con uccisioni di altro tipo di cui hai parlato e io mi asterrei dal fare facili collegamenti: un uomo che uccide i fagiani non necessariamente cercherà di uccidere la donna che ha sposato, e un uomo contrario alla caccia e alla guerra non è sempre detto che applichi la nonviolenza anche in famiglia, purtroppo
      E la formazione dei figli anche nei primi anni ricade nel bene e nel male su entrambi i genitori,che influenzano sia con quello che fanno sia con quello che non fanno

      • Ti quoto @paolo1984 e aggiungo in risposta a @vminnella che a mio avviso il problema ha radici diverse.

        Un assassino che premedita e uccide volontariamente, qualunque assassino da Caino in poi, uccide perché nel castello che si è costruito in testa è lui che ha subito un’ingiustizia insanabile. L’assassino crede sempre di essere stato vittima in primo luogo e “ristabilisce giustizia” con l’omicidio.

        Allora per tornare in topic, non è tanto questione di insegnare o meno la cultura della violenza in generale. Siamo d’accordo, ma è un discorso diverso che non centra il punto.
        La domanda da porsi non è: “perché educhiamo assassini e violenti ad essere tali?”
        bensì: “perché educhiamo gli uomini a ritenere il dominio sulle donne un dritto naturale e inalienabile?”.

        Questa è la radice di tutto secondo me, perché è da questa convinzione che scaturisce poi la violenza sulle donne.

        Se un uomo crede, consciamente o meno, di avere dei diritti sul genere femminile, quando una donna “sgarra” ecco che si sente vittima di ingiustizia.
        A quel punto è “ovvio” che arriva la violenza, prima psicologica, poi verbale, poi fisica e poi si arriva al femminicidio.

        La domanda che ci deve interrogare è: perché se una donna con cui abbiamo un rapporto di qualsiasi tipo prende le distanze da noi o si comporta diversamente da come desideriamo, viviamo questa cosa come un torto?
        Perché riteniamo inaccettabili la libertà e l’autodeterminazione di una donna?

        Questi sono i punti su cui c’è da educarsi e da educare.
        La violenza viene dopo. Se riusciamo a scardinare la convinzione sociale secondo cui l’uomo in quanto tale ha dei diritti di possesso sulla donna, il problema del femminicidio sarà risolto alla radice.

        • Intanto mi scuso se, come fa notare qui sotto @tuco, ho dato l’impressione di voler scaricare anche questa “colpa” sulle donne. Tentavo di evidenziare una contraddizione che esiste nella nostra prassi educativa.

          Dopodiché @tave io non parlavo di generica “educazione di assassini e violenti”, ma proprio dell’educazione specifica dell’uomo MASCHIO.
          Ovviamente posso sbagliarmi, ma la mia idea è che noi diamo questo imprinting proprio al maschio.
          A me sembra che da questo “bisogno” di possesso e sopraffazione generale del maschio, discenda quello più specifico di possesso e sopraffazione della “preda” più ambita: la donna.

          Il mio invito è, sì, a continuare a lavorare per rendere sempre più consapovoli gli uomini che la donna non è di loro proprietà e che la sua autodeterminazione va sempre rispettata, ma affermando anche che non solo non è preda lei, ma che non debbono proprio esistere prede di nessun tipo.
          Credo che i due messaggi non debbano essere disgiunti.

    • @vminnella Il tema della mascolinità tossica è importante ed è collegato a quello del femminicidio. Ma impostarlo in questo modo è profondamente sbagliato. Alla fine sembra che la colpa sia delle madri che educano male i figli maschi. Sempre colpa delle donne, insomma.

      Segnalo questo articolo che affronta il problema in modo profondo e intelligente, e che pone varie questioni su cui noi maschi dovremmo riflettere.

      http://www.alternet.org/gender/masculinity-killing-men-roots-men-and-trauma

    • Consiglio vivamente di leggere Nato di donna di Adrienne Rich.
      Davvero leggere è un’ottima idea, sopratutto se ci sono perle come questa.

  7. Per me, uno degli aspetti interessanti dei commenti è la costruzione dei dati e delle statistiche. Si vede il legame tra un’analisi critica di fenomeni sociali, il femminicidio, come dibattutto e definito dalle compagne e dal diritto, sociologia ecc. e la seguente costruzione di statistiche sociali. O il suo tentativo. Il tentativo di dimostrazione della non-esistenza del femminicidio solo tramite i numeri e la statistica rileva l’utilizzo “totalitario” di questi linguaggi o discipline da parte di Astutillo Smeriglia (oltre agli errori di metodo, ampiamenti discussi nel post). E dimentica il resto del mondo e dei linguaggi. Se non ci sono i numeri, se non è misurabile, non esiste… un positivismo d’altri tempi, per questo forse è opportuno inserire anche il link del post di Mariano “La «neutralità» che difende Golia. Scienza, feticismo dei “fatti” e rimozione del conflitto”. In questo caso feticismo dei “numeri”.

  8. Sono nuovo qui e, nonostante la mia formazione sia scientifica, credo sia decisamente più interessante quel che è venuto fuori negli ultimi commenti, su mascolinità tossica ed educazione dei maschi.
    Qualche tempo fa mi sono imbattuto in una comunità online, ospitata su Reddit, definita dal Guardian ‘il cuore della Manosphere’, dove per manosphere si intende una serie di siti che intrecciano la difesa dei diritti dei maschi con strategie di flirt, spesso becere.
    La comunità online si chiama Red Pill ed è un calderone dove si mescolano pareri anti-femministi vagamente organizzati (come quello di Giovanninum in questo thread) con veri e propri sfoghi contro le donne, rigurgiti di odio per la sofferenza che questi uomini dichiarano di aver subito da donne troppo emancipate.
    Ci sono storie di uomini che, invidiosi dei successi femminili, avviliti dal poco scopare e incattiviti, covano un odio profondissimo e viscerale, e riversano parole violente nelle discussioni del forum, compatendosi a vicenda e suggerendosi soluzioni tutte tendenti a ri-imporre la supremazia maschile, a essere amanti spregiudicati e feroci.
    E molti di loro si dichiarano liberali (non che ci sia contraddizione con quanto predichino, però uno si aspetterebbe un po’ meno di becerume), perfette persone ‘ragionevoli’, che accompagnano questi commenti con numeri e numerini, come quelli di cui si parla nell’articolo.
    Esplorando un po’ quel mondo (che poi è questo mondo, dove anch’io sono immerso), non ho avuto schifo, ho avuto paura. Paura perché so benissimo che quella rabbia e sentimento vivono all’interno di tantissimi coetanei, soprattutto di quelli che hanno poco successo in amore, e allora odiano perché sono oppressi da una narrativa che li vorrebbe predatori e invece ‘quella troia non me la vuole dare’. Riscontro che tantissimi maschi che conosco hanno un rapporto malato con la sessualità e da lì deriva buona parte del loro sessismo, che più spesso i maschi soffrono per gli insuccessi e non hanno strumenti per uscire dalla depressione post-abbandono. Io credo che biasimare e stroncare questo sessismo non sia sufficiente, se non riusciamo a capire le cause di quella sofferenza, scovare i dispositivi di oppressione dentro le relazioni, sanificarle, renderle autentiche, educarci e fornirci di strumenti cognitivi e sentimentali che ci facciano vivere meglio.
    E con questi dubbi e questa paura che mi sono avvicinato a questa discussione.
    Ringrazio gli autori dell’articolo perché ce n’era davvero bisogno.

  9. Purtroppo devo aver sbagliato qualcosa nell’invio di un commento, poiché non lo vedo comparire. Cerco di riassumerlo, non ricordo le esatte parole che avevo scritto di getto di ieri.

    Mi preme sottolineare due cose: la prima è che invito tutti a non fermarsi al titolo né di questo post né di quello di Smeriglia. Basta infatti leggere il post originale per capire che Smeriglia non sta affatto negando che gli uomini uccidano le donne, ma ne dà semplicemente un’interpretazione alla luce dell’andamento dei numeri.

    La seconda cosa, per me importantissima, è che sentir parlare di negazionismo in questo caso (in cui non c’è l’ombra di negazionismo, nemmeno inteso in senso esteso) mi fa soffrire in modo indicibile. In quanto appartenente alla comunità ebraica, e anche come donna, mi sento in dovere di ricordarvi che il negazionismo è tutt’altro, non oso nemmeno spiegarvelo per l’orrore che il solo pensiero mi procura.

    • Se uno dice che ci spiegherà, dati e scienza alla mano, che il femminicidio non esiste, e scrive un testo che, sottoposto al minimo vaglio critico, rivela enormi errori di metodo ed eclatanti manipolazioni di dati, non solo costui non ci ha dimostrato l’inesistenza del femminicidio, ma ha rivelato che la sua negazione dello stesso è ideologica e sganciata dai fatti.

      Uno così, non abbiamo problemi a definirlo “negazionista del femminicidio”.

      Secondo la Treccani, il negazionismo è «una forma estrema di revisionismo storico […] la quale, mossa da intenti di carattere ideologico o politico, non si limita a reinterpretare determinati fenomeni della storia moderna ma […] si spinge fino a negarne l’esistenza o la storicità.»

      Ci sono molti negazionismi, non solo quello della Shoah. C’è il negazionismo del genocidio armeno, il negazionismo del genocidio chimico ad opera degli italiani in Etiopia, il negazionismo dei crimini di guerra italiani in Jugoslavia…

      Ecco, quello del femminicidio è un revisionismo storico di quel genere, perché chi nega il femminicidio, che ne sia consapevole o meno, lo fa per difendere il privilegio maschile.

  10. i maschi frustrati di cui parli non capiscono un semplice concetto: una donna non è obbligata a trovarli desiderabili sessualmente e/o sentimentalmente: o succede o non succede. Anche le donne così come gli uomini hanno gusti e preferenze (estetiche e non solo) nella scelta del partner; gusti e preferenze che sono insindacabili. Il sesso (che può essere all’interno di una relazione sentimentale o no) piace quasi a tutti/e, e la castità quando non è scelta da noi è triste ma avere rapporti sessuali e sentimentali non è un diritto per nessuno, è una cosa (bella) che capita ma per capitare ha bisogno del consenso dell’altro, e se il consenso non c’è, è triste ma lo si deve accettare: insomma l’uomo deve capire che una donna se non lo trova attraente (per qualsiasi ragione, estetica e non) ha il diritto di rifiutarlo sessualmente e sentimentalmente così come un uomo legittimamente dice no a una donna che non lo interessa. La persona che ti rifiuta, non è “cattiva”, “superficiale”, è semplicemente una persona che ha diritto ad avere i suoi gusti nella scelta del partner e a trovare che qualcun’altro sia più attraente di te. Gli uomini che sul web sputano veleno sulle donne ce secondo loro “vanno solo con i ragazzi bellocci o stronzi e snobbano i bravi ragazzi sensibbili come me” devono farsene una ragione.
    Sembra che molti più uomini che donne abbiano difficoltà ad accettare questo dato di realtà, ma devono farlo se vogliono essere persone decenti e non patetici, infantili vittimisti pieni di rancore, perchè essere un vittimista rancoroso e infantile non centra nulla con la “sensibilità” che spesso questo tipo di uomini dice di avere

    • Forse non mi sono spiegato io, ma non intendevo per nulla giustificare gli atteggiamenti descritti sopra, ma solo cercare, raffazzonatamente, di ricostruirne le cause.
      E per questo che non credo ciò si risolva con l’accettazione del rifiuto o del consenso, anche perché le violenze domestiche, le relazioni di possesso esistono anche dove il consenso c’è, ma dove esiste e si riproduce un tipo di relazione con una violenza inesplosa ma latente.
      Di fronte a queste montagne di frustrazione e incomprensione, non credo basti il ‘farsene una ragione’ come dici tu; milioni di immagini e di parole, che da quando sei ragazzino ti raccontano una storia, sedimentano nelle nostre abitudini anche se a posteriori riconosciamo che quella storia era tossica, sessista, nociva. Io non sono così sicuro di essere così diverso da questi uomini, anche se ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno aiutato a mettere in crisi, deformare e combattere quel modello dominante; ma è una battaglia necessaria tutti i giorni dentro la mia testa e nel dialogo con gli altri e per vincerla credo sia necessario capire cosa produce ‘gli uomini che sul web sputano veleno sulle donne’ (per usare le tue parole), che non sono marziani, ma potrebbero benissimo essere nostri amici e compagni.

      • Sebbene vi segua da un bel pezzo questa è solo la seconda volta che intervengo e, di nuovo, lo faccio per offrire una visuale dal mio osservatorio personale. Sono una crossdresser. Frequento diverse comunità on line (Lifetrav, Travcompany, eccetera) dedicate a crossdresser e a “loro ammiratori”. Negli anni ho chattato con centinaia di uomini. Forse di più. Una domanda che rivolgo spesso è: “cosa ti attrae delle trav?” La risposta più gettonata è: “siete più femminili delle femmine”.
        Dopo aver ragionato per anni, sono giunta alla conclusione che questa frase si può parafrasare così: “le trav mi piacciono perché mettono la gonna corta e i tacchi a spillo, solleticano i miei appetiti sessuali e non rivendicano diritti di alcun tipo, anzi la maggior parte di loro sta chiusa in casa e si vergogna di indossare abiti femminili e a domanda diretta venderebbe la mamma e la famiglia intera se questo contasse come prova di non aver mai indossato autoreggenti e reggiseni”.
        In questo senso sì, le crossdresser sono “più femmine delle femmine”: carne da letto senza diritti e senza ribellioni. E non è un caso che a volte quelle che avanzano qualche richiesta di troppo ci lascino le piume. http://www.corriere.it/cronache/16_novembre_15/italia-record-trans-uccise-europa-30-vittime-otto-anni-8273bc52-ab12-11e6-ba61-2e866e9865d0.shtml (1)
        Bisogna rivedere completamente i ruoli, i generi, l’eteronormatività e quella che alcun* si ostinano a chiamare “famiglia naturale”.

        (1) Solo una minima percentuale delle crossdresser diventa trans, ma tutte le trans sono state crossdresse

        • Infatti va considerato a pieno titolo femminicidio anche l’assassinio di donne trassessuali, transgender, crossdresser, genderqueer ecc., perché il motivo per cui vengono uccise è senza nessun dubbio l’identità di genere e la sua espressione. In Italia abbiamo un problema culturale enorme su questa cosa, basti vedere lo schifo di modo in cui i giornalisti parlano di Chelsea Manning.

      • X io cero
        Non ho detto ce tu hai giustificato, volevo solo aggiungere le mie riflessioni.
        io sono un comunissimo uomo eterosessuale di 32 anni, interessato al sesso, all’eros e all’amore come quasi tutti/e, cresciuto in questo paese e in questa cultura, non mi sento migliore o peggiore di altri uomini eppure davanti a una donna da cui sono attratto e che mi rifiuta mai e poi mai mi sale in corpo tutto quell’odio misogino, mai e poi mai mi verrebbe in mente di negarle il diritto di rifiutarmi, non so cosa mi ha reso così ma so che decidiamo noi che tipo di uomini (e di donne e di persone in generale) essere e come stare nella nostra epoca e nella nostra cultura, essere rifiutati/e non è piacevole per nessuno ma come reagire è nostra responsabilità. gli uomini che si scagliano con rabbia contro le donne colpevoli di non trovarli desiderabili (o di trovare desiderabile qualcun’altro) hanno scelto di essere vittimisti rancorosi, di farsi dominare dalla frustrazione invece di gestirla e superarla, hannoscelto di noj capire che le relazioni sentimentali e sessuali non si impongono: o l’altra persona ti vuole come tu la vuoi oppure no. Il sesso è condivisione, è piacere reciproco, se diventa imposizione, umiliazione e dominio violento (a scanso di equivoci non parlo di bdsm, dove c’è consenso reciproco non c’è violenza) per come la vedo io non è più eros, non è più desiderio, non è più neanche sesso per me.

      • Io penso che la differenza tra maschi e femmine nel modo di reagire di fronte a un rifiuto dipenda da questo: posto che un rifiuto è doloroso per tutt*, e può essere vissuto come una disconferma a livello personale, per noi maschi può esserci un di più, può essere vissuto anche come una discoferma del proprio ruolo sociale. La donna che rifiuta un uomo mette in crisi le gerarchie interne tra uomini, che sono basate anche sulla “capacità” di imporre ed esibire il proprio dominio su una donna. Per questo motivo il femminicidio non può essere considerato un episodio di violenza privata, ma va considerato come parte di un dispositivo di potere.

  11. Visto che la discussione ha virato sulla costruzione delle basi del femminicidio vi propongo questo:

    http://youmedia.fanpage.it/video/aj/WII_gOSwmHddbgoU

    Tipica narrazione mainstream del femminicidio. E vi lascio la domanda: questa narrazione cosa costruisce socialmente?

    • E’ una narrazione tossica che riproduce il dispositivo del patriarcato: la donna indifesa vittima del mostro, salvata dal cavaliere senza macchia e senza paura. Alla fine si sposano e tutti vissero felici e contenti.

      p.s. a scanso di equivoci – perché certe cose non bisogna mai darle per scontate – sto parlando della *narrazione*, non della donna in carne ed ossa e del suo nuovo compagno, né delle loro scelte autodeterminate.

  12. Chiedo scusa se il mio commento abbassa il livello di questa discussione: non sono un esperto di numeri e, a mio disdoro, devo confessare di avere una comprensione molto superficiale del fenomeno “femminicidio”. Ma è proprio per questo che intervengo, per capire meglio e per mettere ordine nelle mie idee un po’ confuse (al di là di un’adesione anch’essa superficiale e molto astratta alle istanze femministe).

    Avrei prima una curiosità da soddisfare: questo Smeriglia, a me assolutamente sconosciuto, ha una qualche presunta autorevolezza o influenza sulla pubblica opinione? Ammetto che in prima battuta ho pensato che vi foste scelti un avversario non all’altezza. Molti come me avranno avuto difficoltà tanto a leggere le sue tesi quanto le smentite, per cui immagino che abbia meritato tale scrupoloso debunking o perché si presume che possa davvero portare acqua al mulino del negazionismo, o perché al di là della sua influenza lo si ritiene in qualche modo paradigmatico. E’ corretto?

    Ciò detto, dove per i miei limiti (di energie e di comprendonio) non arrivo a capire fino in fondo le obiezioni mosse a Smeriglia, vado sulla fiducia. Diciamo che parto dal presupposto che esistano senz’altro omicidi in cui il movente altro non è che l’essere donna della vittima.

    Ora, posto che il femminicidio esiste, di fronte a molti commenti non riesco a evitare una sensazione distrubante, come se cercassi di osservare un’immagine su uno schermo con un continuo sfarfallio. Probabilmente a me sfuggono molti elementi che a tanti sono chiari (o sono comunque frutto di lunghe riflessioni): ma se la concettualizzazione del femminicidio mi trova istintivamente favorevole come mezzo per ridurre il numero di reati contro le donne, fatico a definire in termini pratici in quali strumenti culturali, sociali e giuridici dovrebbero essere concretamente adottati. Un femminicidio deve essere punito più gravemente di un “normale” omicidio, così come l’associazione mafiosa è diventata una fattispecie penale più grave della associazione a delinquere? Può darsi. Ma a livello culturale, siamo sicuri di aver inquadrato correttamente il fenomeno e le possibili contromisure?

    A me sembra che mettere in discussione il patriarcato come dispositivo generatore di violenza sia una strada senza uscita. E distinguere tra la narrazione che perpetua il dispositivo e le scelte autodeterminate dei singoli come se si trattasse di due universi paralleli una forzatura poco produttiva.

    Certo è impossibile negare che il femminicidio sia il prodotto di un dato contesto sociale, d’altro canto quanto è giusto, utile, veritiero e, oserei dire, politicamente intelligente descrivere, in maniera più o meno esplicita, questo contesto sociale come intrinsecamente violento e prevaricante? Non voglio fare la caricatura di posizioni che sono senza dubbio molto più articolate, ma molta critica al maschilismo (senza dubbio una patologia sociale) si muove – è la mia impressione – dentro una narrazione che spesso non è meno parziale e distorta di quella maschilista. Gli esempi potrebbero essere molti. Mi limito al caso segnalato da Detta Lalla, dove la lettura del fatto è tutta negativa. Si può concedere che il pompiere sia stato coraggioso e/o generoso e che la storia tra i due “in carne e ossa” sia il risultato di due scelte autodeterminate, ma non che si tratti di un vero lieto fine. Poiché l’assioma è che il sistema patriarcale genera violenza contro le donne, non solo i due maschi della storia hanno due “pesi” completamente diversi (il mostro rappresentativo della categoria maschile, il cavaliere senza macchia no), ma lo stesso lieto fine dimostra tautologicamente la cattiveria connaturata al sistema. Questo schema secondo me è abbastanza paradigmatico di una narrazione che tende a sottovalutare sistematicamente o ad omettere ogni elemento che non confermi il cliché dell’uomo prevaricatore e privilegiato.

    Nella retorica corrente, ammettiamolo, il maschio in quanto maschio non gode affatto di buona stampa. Per stare all’esempio, i casi di uomini che rischiano o sacrificano la propria vita per salvare quella di donne o bambini sono numerosi. Al contempo sappiamo che il 90% degli infanticidi è commesso da donne. Eppure, nessuna traccia di generalizzazioni positive in un caso e negative nell’altro, nessuno che proponga di rieducare le donne in quanto potenziali assassine di bambini.

    Letta da sinistra (mi piace credere che questo sia il mio punto di vista) la questione dei rapporti di genere rischia di essere un fuorviante surrogato di una lotta di classe forse oggi più necessaria che mai, ma che è completamente altro rispetto alla violenza di genere. Forse che, orfani di altre lotte, non ci resta che combattere il maschio cattivo? Non si tratta di negare violenze e abusi: è necessaria, in questo caso sì, un’opera di revisione storica e di autocritica seria. Ma non si può rileggere la storia dei rapporti di genere come quella di un conflitto oggettivo, assimilabile a quello tra lavoro e capitale.

    • Dopo aver letto questo commento ho pensato subito: un altro commento scritto da un uomo, tante parole che nascondono una finta disposizione verso la comprensione della questione ma che si riducono al cavillare, a riproporre una forma sottile di negazione del femminicidio nascosta in una serie di domande in cui si ostenta la volontà di approfondire la complessità del fenomeno ma che, appena sotto la superficie della forma del discorso, palesa l’intenzione di negarne se non l’esistenza, certamente la sua centralità e gravità.

      La lettura delle prime righe del commento già evidenzia che dietro la finta disposizione alla discussione le intenzioni sono altre: «Smeriglia […] ha una qualche presunta autorevolezza o influenza sulla pubblica opinione?».
      Il post si apre linkando l’articolo di Smeriglia, chiarendo subito che questo articolo offre la possibilità di occuparsi di «un particolare esempio di negazionismo che si basa su considerazioni matematiche e statistiche solo all’apparenza rigorose». E si segnala anche che l’articolo al centro dell’analisi si trova citato in una pubblicazione accademica. Era facile farsi chiarezza da sé senza porre la domanda.

      Troviamo poi del vittimismo messo lì en passant, quasi si cerchi una complicità tra maschi: «Nella retorica corrente, ammettiamolo, il maschio in quanto maschio non gode affatto di buona stampa.» Che poi, ammesso e non concesso che “il maschio in quanto maschio” (!) non goda di buona stampa, ciò da cosa dipenderebbe? Probabilmente da un complotto ordito ai danni dei “maschi in quanto maschi”, secondo l’autore del commento…

      E ancora, “Compagni! La questione dei rapporti di genere rischia di essere un fuorviante surrogato di una lotta di classe forse oggi più necessaria che mai!”. Suvvia, stiamo a perdere tempo con questi conflitti sovrastrutturali?
      Personalmente, ma in sintonia con molti dei commenti presenti in calce a questo post, la mia convinzione è che il sessismo è consustanziale a fascismo, criptofascismo e microfascismo. Ridurre il sessismo e la “questione dei rapporti di genere” a un surrogato delle priorità di una lettura “da sinistra” è grave, oltre a mostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, che il commento qui sopra sia l’ennesimo della serie categorizzabile nel “ciurlare nel manico”.

      In sintesi: tutti trucchetti tipici – di cui nella discussione in calce al post già se ne trova un repertorio abbondante – di chi rimane ben protetto sotto il suo mantello invisibile di privilegio di maschio (e molto probabilmente) bianco.

      • Buona parte del tuo commento è un inutile processo alle intenzioni al quale non ritengo di dover replicare. Non devo dimostrarti la mia buona fede che per certi versi è persino irrilevante. Per quel che mi riguarda tu potresti essere uno stupratore seriale o un imam con quattro mogli, mi attengo a quello che scrivi senza fare illazioni su di te o sui tuoi secondi fini. Ho premesso di essere confuso sul tema in questione e non pretendo di essere stato coerente, di fatto ho solo esposto alcuni miei dubbi. Se questo è “sottile negazionismo” be’, fai uno sforzo e spiegami meglio qual è il giusto atteggiamento da tenere verso il femminicidio. Magari evitando le formulette idiote sul maschio bianco privilegiato, se ti riesce.

        Su Smeriglia: usassi il tuo metro, potrei dire, che coda di paglia. Io confermo la curiosità. Ben venga qualunque pretesto per una discussione, ma una fugace citazione in un mare magnum di letteratura accademica mi sembrava un po’ poco, anche a fronte dell’apparente irrilevanza pubblica del personaggio, per cui mi sono chiesto se ci fosse altro. Tutto qui.

        Sul “maschio in quanto maschio”. Cosa ti disturba di questa espressione? Non condanniamo il femminicidio come un omicidio particolarmente odioso perché commesso contro la “donna in quanto donna”? Io credo che sia necessario sfuggire alle narrazioni intossicate di qualsiasi segno, non per una disposizione d’animo democristiana (della serie nascondiamo i conflitti sociali sotto il tappeto e viva tarallucci e vino), ma perché le indebite generalizzazioni sono sempre dietro l’angolo e non aiutano. Il pericolo di una colpevolizzazione (complementare alla vittimizzazione) di metà del genere umano non mi sembra poi così remoto. Che in certe narrazioni di cui io qui (forse a torto?) sento l’eco al “maschio in quanto tale” non sia riservata altro che una rappresentazione con caratteri intrinsecamente negativi (volgare, stupido, rozzo, aggressivo, violento, prevaricatore, vigliacco), a me pare innegabile.

        Sulla lettura del fenomeno “da sinistra” provo a rispondere a parte.

        • Il bislacco post di Smeriglia viene usato da tre anni come “arma fine di mondo”, pezza d’appoggio negazionista in centinaia di discussioni on line. Il fatto che la stragrande maggioranza dei commentatori non sappia un cazzo di matematica e non abbia la più pallida idea di cosa sia il metodo scientifico, porta a ritenere ogni post con due numeretti “verità colata”. Così la pseudo-dimostrazione diventa un’arma che subito viene brandita in altre discussioni. Era giusto smontare quella cazzata, Tomatis e Prizzi lo hanno fatto. Per quanto insistentemente tu le chieda, non vi è bisogno di ulteriori motivazioni.

          Il vittimismo del maschio in quanto maschio è sempre e solo vittimismo chiagni e fotti, portato avanti da maschi che non sanno vedere da fuori il proprio privilegio di genere, oppure ne sono ben consci e lo difendono perché non vogliono immaginarsi fuori da quella condizione. Questa strategia discorsiva può essere ammantata di finta analisi di classe e di fraseologia “di sinistra”, non cambia nulla, sempre vittimismo chiagni e fotti rimane.

          • Va bene, va bene. Che il bislacco post di Smeriglia venisse usato da anni come pezza d’appoggio negazionista in centinaia di discussioni on line era giusto il pezzo che mi mancava. Come vedi, mi bastava poco. Nessuna insistenza.

            L’uscita sul vittimismo chiagni e fotti dei maschi vuol dire tutto e niente. Vorrei capire in cosa consiste all’atto pratico la capacità di vedere dal di fuori il proprio privilegio di genere e come rinunciarvi. Immagino che tu parli per esperienza personale, puoi spiegarmi?

            • Eppure non ci vorrebbe mica poi tanto, cazzo.

              Basterebbe un minimo di empatia con le nostre amiche e sorelle. Certo, non viene da sola, loro devono costantemente pungolarci, altrimenti ricadiamo nei soliti comportamenti, ad esempio nella delega del lavoro domestico e di cura…

              Basterebbe provare a capire cosa significhi combattere ogni giorno, da donna, contro i preconcetti, gli automatismi e gli algoritmi di una realtà sociale plasmata interamente dal potere patriarcale, da millenni di sfruttamento dell’uomo sulla donna.

              Basterebbe rendersi conto di quanto siano recenti e ancora precarie e malviste le conquiste delle donne (dove ci sono state). Ricordare, ad esempio, o apprenderlo per la prima volta, che le donne che chiedevano il diritto di voto venivano picchiate a sangue dalla polizia, arrestate, condannate ad anni di galera, private dei figli, chiuse in manicomio… Sì, proprio quelle “suffragette” tanto prese per il culo nella popular culture…

              E poi, basterebbe evitare blateramenti finto-marxisti se non si è nemmeno letto il riassunto del bignamino de L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato di Engels.
              Rendersi conto, prima di contrapporre un’astratta lotta di classe a una presuntamente “secondaria” lotta di genere, che il sessismo (come anche il razzismo) è un principio regolatore del mercato del lavoro, e la discriminazione di genere da sempre divide e indebolisce il proletariato, quindi non può esserci lotta di classe senza la lotta contro il privilegio maschile.

              Tutto questo (tutto questo) porterebbe a pensarci due, dieci, ventimilaseicento volte prima di considerarsi vittime in quanto maschi.

        • No, nessun processo alle intenzioni. Quello che hai scritto nel tuo commento è chiaro, la mia risposta – in cui certamente si esprime anche scoramento per certe pseudo-argomentazioni che si vogliono “da sinistra” – si riferiva a quanto tu hai comunicato.
          La costruzione stessa del tuo commento dal punto di vista retorico rimanda a determinati frame, non riconoscerli è un problema tuo, non di chi segue questa discussione; una discussione che, tra l’altro, va preservata perché importante, che merita di essere letta tanto quanto il post, anche perché dal necessario debunking matematico dell’articolo di Smeriglia (che come ti ha risposto Wu Ming era giusto smontare, senza doverne dare una giustificazione che non sia lo smascheramento della sua stessa scorrettezza logico-matematica) nei commenti la discussione si è aperta e dal come si può “piegare la matematica”, si è passati alla messa a fuoco della questione relativa alla “disinformazione”, che è poi veicolo di “narrazioni tossiche”.

          Sul “maschio in quanto maschio” mi disturba proprio l’uso, perché è una formula vuota, perché lascia intendere – nell’uso che ne fai, che poi è l’unico uso che se ne fa in generale – che i maschi subiscano una colpevolizzazione che discende da una dato di natura e non dalle azioni che sì, sono sempre anche il risultato dell’interazione complessa tra il processo di socializzazione e il contesto, ma sono appunto agite, non sono la risposta a un istinto.
          Quella che tu definisci “formuletta idiota” dovresti prenderla più seriamente, veramente: perché sì, è un mantello invisibile il privilegio maschile di cui godiamo, invisibile in primo luogo ai nostri stessi occhi. Tocca sforzarsi, farlo continuamente, per ricordarci che ci copre le spalle.

    • @Mandzukic, una precisazione sulla tua frase:

      “Ciò detto, dove per i miei limiti (di energie e di comprendonio) non arrivo a capire fino in fondo le obiezioni mosse a Smeriglia, vado sulla fiducia. Diciamo che parto dal presupposto che esistano senz’altro omicidi in cui il movente altro non è che l’essere donna della vittima.”

      Non vedo il nesso tra la prima parte e la seconda. Gli autori del post smontano gli argomenti di Smeriglia, dimostrando che sbaglia i conti. La mancata scelta della probabilità condizionata nelle formule [7] e [8] è un errore: è come se ti dicessi che 1+1=3. È sbagliato e basta, non sta calcolando quello che dice di voler calcolare.
      Non pretendo che tu abbia una preparazione in teoria delle probabilità, ma mi chiedo qual è il nesso tra condividere o meno un assunto e verificare (fidandosi magari di esperti) che un conto è sbagliato…. Qual è la logica della tua frase?

      • Boh, non mi sembra così complicato né così importante.

        Comunque, cito Tuco: “Se uno dice che ci spiegherà, dati e scienza alla mano, che il femminicidio non esiste, e scrive un testo che, sottoposto al minimo vaglio critico, rivela enormi errori di metodo ed eclatanti manipolazioni di dati, non solo costui non ci ha dimostrato l’inesistenza del femminicidio, ma ha rivelato che la sua negazione dello stesso è ideologica e sganciata dai fatti. Uno così, non abbiamo problemi a definirlo “negazionista del femminicidio”.”

        Direi che, al netto del fatto che la negazione di una negazione non è una affermazione, abbiamo uno che nega il femminicidio e altri che ne affermano l’esistenza. Io, che sono un povero scemo che non comprende a fondo né le tesi di Smeriglia né le obiezioni di T&T, mi fido più dei secondi che del primo. Quindi parto a ragionare dal presupposto che esista un problema femminicidio. Quanto grande, quanto grave, quanto “fisiologico” e quanto indotto da una cultura sessista pervasiva, non so. Non so nemmeno se essere d’accordo con l’affermazione di Tuco per cui “chi nega il femminicidio, che ne sia consapevole o meno, lo fa per difendere il privilegio maschile.” Sono qui per discuterne.

        • Scusa, ma se non comprendi il post di Smeriglia, non comprendi il suo smontaggio, non sai se il femminicidio è grande, non sai se il femminicidio è grave, non sai se il femminicidio è indotto da una cultura sessista, insomma, se non sai nulla di tutte queste cose, forse prima ancora di discutere, dovresti informarti, leggere qualcosina sull’argomento. È duro fare una discussione minimamente sensata, per non dire utile, con chi a ogni pie’ sospinto dichiara di non saper nulla, ma proprio nulla, dell’argomento, epperò continua a esprimere opinioni.

          • Ullallà, hai ragione, scusa, non dovevo esprimere opinioni. In realtà credevo più che altro di avere esposto dei dubbi, ma probabilmente era solo una strategia discorsiva un po’ subdola. Ora mi chiudo in me stesso e faccio un po’ di autocritica. Ti spiace se resto a vedere di cosa discute chi invece capisce ed è già d’accordo su tutto?

            • Altre domande capziose in tono passivo-aggressivo camuffate da “dubbi”? O hai finito il repertorio? Detto questo, ribadisco che se non sai niente di un argomento, l’arroganza intellettuale nel discuterne è del tutto fuori luogo.

    • Santo cielo, cosa leggono i miei occhi?!

      «Ma non si può rileggere la storia dei rapporti di genere come quella di un conflitto oggettivo, assimilabile a quello tra lavoro e capitale.»

      Siamo dunque di fronte a un conflitto puramente “soggettivo”? Da alcune migliaia di anni l’intera umanità è vittima di un’allucinazione collettiva che le fa credere che gli uomini comandano e le donne stanno sotto? L’oppressione è negli occhi di chi guarda?

      La lotta tra i generi è precedente alla lotta tra le classi, all’esistenza del potere politico (Stato), del denaro ecc. Non dico cose innovative, è questa da sempre la posizione del marxismo e dell’antropologia. Le prime società statuali divise in classi e con circolazione di moneta vedevano già le donne in posizione di inferiorità.

      Naturalmente ci sono differenze profonde tra la contraddizione di genere e la contraddizione tra le classi. La principale è che secondo il marxismo la contraddizione di classe è insanabile, mentre quella tra uomini e donne non lo è: prima di quella che Friedrich Engels chiamò «sconfitta storica del sesso femminile» (in realtà, *preistorica*), tale contraddizione non era ancora esplosa e questo dimostra che è possibile l’esistenza dei sessi e dei generi senza la costruzione di rapporti di potere. Viceversa, classi sociali e rapporti di potere e sfruttamento sono inseparabili. Non tutte le correnti del femminismo saranno d’accordo con la mia formulazione, ma a me sembra ragionevole ritenere ampiamente maggioritaria tra chi sostiene la lotta delle donne l’idea che il suo obiettivo sia la parità formale + sostanziale con gli uomini e non la sottomissione o il cancellamento dei maschi.

      L’ideologia dominante ha inquinato parecchio i pozzi se ci troviamo a discutere se il conflitto tra i generi sia una questione importante o soltanto una distrazione dalla lotta di classe. Questo dubbio avrebbe fatto inorridire i fondatori del socialismo scientifico e di qualsiasi altra corrente socialista nell’Ottocento. Marx ed Engels fecero esplicitamente il paragone tra la condizione del proletariato nella società e quella della donna nella famiglia.

      La controversia esistente tra varie posizioni anticapitaliste rispetto al rapporto tra classe e genere non è certo quella se l’oppressione femminile sia un fatto oggettivo oppure no, o se richieda oppure no di essere inserita in un programma rivoluzionario. La controversia è sempre stata su questo specifico punto: se la lotta contro l’oppressione delle donne sia ortogonale alla lotta di classe, cioè indipendente da essa in linea di principio e fatta convergere, quando si riesce, per uno sforzo unitario dei movimenti operaio e femminile, o se l’oppressione femminile sia nella nostra epoca sovraordinata dalla lotta di classe e quindi vada combattuta contestualmente perché ormai inseparabilmente intrecciata alla contraddizione proletariato-borghesia.

      Io aderisco a quest’ultima visione, nel senso che mi sembra che l’oppressione delle donne, che esisteva da millenni prima del capitalismo in altre forme, nel modo di produzione capitalista sia organizzata ormai essenzialmente come oppressione economica a cui tutto il resto del ciarpame si aggrappa. Questo è tanto più vero in quei Paesi dove l’uguaglianza giuridica è stata affermata da tempo, lasciando ai meccanismi automatici del mercato capitalistico e non a regole medievali imposte con la forza il compito di attuare la discriminazione.

      Stando al tema del post, il femminicidio è senz’altro un fenomeno “culturale” e ideologico che afferisce alla sovrastruttura, ma ha nel differenziale salariale uomini-donne, nella frequente dipendenza economica delle mogli dai mariti, nella maggiore disoccupazione che affligge il genere femminile e nelle aspettative di distribuzione disomogenea del lavoro domestico che ne derivano, nelle carenze abissali di quel poco di welfare che la classe operaia è riuscita a stappare ai padroni, un sostrato decisivo. Una singola donna emancipata economicamente potrebbe sicuramente essere uccisa ugualmente, ma se le donne fossero sistematicamente emancipate dal punto di vista economico, oltre ad ottenere una serie di difese materiali anche la visione ideologica del ruolo della donna sarebbe così stravolta da rendere il femminicidio poco più che un residuo di epoche passate. Tuttavia, nel capitalismo le donne non possono essere *sistematicamente* emancipate.

      E questo è l’altro capo del filo: la contraddizione tra lavoratori e lavoratrici è la contraddizione più grande all’interno del campo proletario, che mina la sua unità e che determina una valanga di contraddizioni. La classe è letteralmente spaccata in due e lo sfruttamento intensificato della metà femminile è usato per indebolire l’altra metà, così come l’esenzione dal lavoro domestico è usata per trasformare ogni salariato maschio in un piccolo privilegiato che simpatizza per lo status quo. La lotta di classe congiunta uomini-donne, che non è un’anomalia occasionale ma una necessità permanente dei salariati se non vogliono soccombere al loro nemico comune, è il principale motore del superamento di questa condizione. Inoltre, questa lotta mostra, in prospettiva, l’unica via possibile al superamento della diseguaglianza sostanziale tra i sessi, che è l’abolizione del sistema del lavoro salariato, cioè (per cominciare) l’abbattimento del capitalismo.

      Mi sbalordisce sempre come si possa vedere la questione femminile come un elemento puramente accessorio della lotta di classe, messo magari nello stesso calderone della divisione tra autoctoni e stranieri, tra lavoratori credenti di diverse religioni, tra gruppi maggioritari e minoranze oppresse. Certo, sono anche quelle questioni importanti che interferiscono (o aiutano!) in qualche misura la lotta di classe, ma qua stiamo parlando di qualcosa che ha un effetto enormemente più capillare: è *metà* della gente. L’ideologia dominante deve avere una forza davvero bestiale se riesce a far sembrare anche alle persone politicamente più sensibili e socialmente più empatiche la condizione di metà dell’umanità una faccenda, sì, di qualche interesse, ma vabbe’, ce ne occupiamo quando non abbiamo nulla di grosso in ballo…

      • Sulla questione lotta di classe faccio ammenda. L’ho sparata grossa e ora ben mi sta, e con questo rispondo in parte anche a Wu Ming, sopra. Proverò a spiegare meglio cosa volessi dire non appena avrò un secondo di tempo, se ci riesco.

        Engels l’ho letto, certo. Forse il nodo è proprio la concezione di famiglia come dispositivo di oppressione della donna, di dominazione maschile asservita alla proprietà privata capitalistica. Una concezione che non riesco a fare mia fino in fondo, credo non per colpa di un attaccamento ai miei privilegi di maschio, bensì per una mia resistenza mentale a considerare fonte oggettiva di ingiustizia ciò che per me non solo è fonte di senso e di gratificazione, ma è da me visto come il luogo dell’alleanza tra i due sessi.

    • Giusto per precisazione, e ancora ribadendo quanto fa schifo chi usa i numeri per togliere umanità e voce alle donne: il 90% degli infanticidi (cioè gli omicidi di neonati) è commesso dalle donne, ma nell’ultimo anno di cui sono riuscita a trovare i dati, il 2012, sono stati 2. Due. Nel 2015 i femminicidi sono stati 128. E quando invece si parla di figlicidi (cioè l’omicidio dei figli in generale), il 61,5% è commesso dai padri.

  13. Commento corto, mi dice di sforzarmi di più. Commento lunghissimo, non me lo pubblica. Commento lungo, non me lo pubblica lo stesso. Uff. C’è qualcosa che un neofita di questo sito deve sapere per dire la sua?

    • Il tuo commento era finito nello spam, da dove lo abbiamo ripescato e pubblicato.
      Il filtro per i commenti troppo brevi vale per tutti gli utenti, da sempre.

    • Mi scuso, ma quando commento non mi dà alcun riscontro dell’avvenuta pubblicazione che infatti compare qualche minuto dopo

  14. Dato per certo che il Femminicidio esiste, basterebbe leggersi cose come “il delitto d´onore” o il “matrimonio riparatore” abrogati solo pochi anni fa per capire come stavano/stanno le cose, sarebbe secondo me interessante cercare di capire quale sia stata l´evoluzione negli ultimi decenni della situazione. Voglio dire: stiamo lentamente migliorando? Peggiorando? Stazionari?

    • E’ improprio dire “stiamo migliorando”. I miglioramenti (nel diritto di famiglia, nel diritto alla salute, ecc.) sono conquiste che hanno ottenuto le donne, o meglio il movimento femminista, con le loro lotte. Non si tratta quindi di un’evoluzione spontanea, bensì di un cambiamento ottenuto e da difendere attraverso la pratica del conflitto.

      • Quindi tu sostieni che sostanzialmente il background é sempre quello, solo che ora sono passate delle leggi che permettono di difendere meglio la donna. Ma queste conquiste sono precarie in quanto appunto l´humus culturale non é cambiato.

        Ho capito bene?

        • No, non è questo ciò che dico, perché ritengo che le leggi non “passino”, ma siano la formalizzazione di mutati rapporti di forza reali. Le leggi di cui parliamo sono arrivate perché le donne – o meglio: il movimento femminista – nell’ultimo secolo sono riuscite a modificare i rapporti di forza attraverso la pratica del conflitto. Gli ultimi decenni hanno visto un certo riflusso, come in molti altri ambiti, e infatti ora alcune di quelle leggi – o meglio: di quelle conquiste – vengono messe in discussione o platealmente boicottate.

          p.s.: “leggi che permettono di difendere meglio la donna” è un’espressione, come dire, paternalistica.

          • Prima di tutto devo ringraziarti per questa risposta all’ennesimo negazionista.
            Permettimi però di dissentire su una cosa che hai ripetuto per ben due volte: sono state le donne a cambiare i rapporti di forza con i maschi attraverso un conflitto che sarà in futuro ancora più duro man mano che, parafrasando una recente riflessione di María-Milagros Rivera Garretas, verrà smascherato l’antico odio maschile per le donne e che i maschi cominceranno a riconoscere e a temere che se noi donne prendiamo completamente coscienza di tale odio maschile, scoppierà la rivoluzione ancora in sospeso nella politica sessuale. Di questo antico odio verso noi donne, del rabbioso astio di non perdonarci l’onta di esserci risvegliate e ribellate pur nella violenza di una civiltà fatta di violenza (maschile) che ci è stata imposta per annichilirci come persone, puoi cogliere l’eco anche nella finta benevolenza dei commenti maschili negazionisti in questo spazio, e che tu hai smascherato anche nel paternalismo di Alessio.
            Tuttavia è fondamentale affermare che è solo ed esclusivamente l’autodeterminazione delle donne a generare il movimento femminista e non viceversa.
            L’autodeterminazione di ogni singola donna è il femminismo. Se per femminismo si prende il racconto di quella o di quell’altra particolare battaglia si manca il senso vivo di ciò che si evoca quando di dice “movimento femminista”.
            Capisco che essendo un maschio, forse non cogli questo aspetto e la sua fondamentale importanza come lo può cogliere una donna, e non è una colpa, è inevitabile, perchè un maschio potrà anche combattere al nostro fianco per le nostre battaglie, ma non può (e questo lo sai) arrogarsi il diritto di dire “stiamo migliorando”. Una donna che si risveglia e vede come catene quelle che il patriarcato le faceva vedere come una condizione desiderabile, catene che magari ha imposto anche a sua figlia, e comunica questo risveglio alle sue simili può dire “stiamo migliorando”, ma non un maschio che si astiene dal contrastare quel risveglio, e lo difende, come hai fatto tu, dalla mistificazione edall’occultamento.
            Ma se non si chiarisce questo, se non si chiarisce che nella lotta per rovesciare i rapporti di potere tra i sessi, i due schieramenti sono maschi e femmine e non un “movimento femminista” nato due o tre secoli fa contro il resto di una certa società particolare nella quale il “movimento femminista” si trova storicamente situato… beh… si finisce per offrire appoggio a ogni tipo di mistificazione maschilista e negazionista.
            Conoscerai certamente i classici argomenti maschilisti per cui le donne del passato sarebbero state contente della loro condizione, che “le femministe” interpreterebbero tutta la storia a partire di valori della società “occidentale avanzata”, che “le femministe” si arrogherebbero il diritto di parlare a nome di tutte le donne, che il movimento femminista sarebbe uno dei risultati della rivoluzione industriale e che le donne sarebbero state liberate dalla “condanna di figliare a ciclo continuo dalla macchina a vapore e dal motore diesel (ebbene si… ho sentito pure questa…)”..
            Tutte queste mistificazioni tentano di ridurre al solo movimento femminista una visione, degli obiettivi e una presa di coscienza che invece ci riguarda tutte, e lo fanno con lo scopo di sminuire la portata di ciò che le donne stanno facendo e hanno conquistato nonostante l’opposizione maschile, che, come hai giustamente puntualizzato, sta vivendo una fase di recrudescenza.
            Tali mistificazioni puntano a depotenziare i saperi innovativi delle donne e la loro azione rivoluzionaria che le porterà fuori dalla millenaria barbarie patriarcale, facendoli apparire, assieme al prodotto della loro applicazione nella vita di ogni donna autodeterminata, ovvero quel mutamento dei rapporti di forza registrati dall’attuale legislazione, come frutto di una “evoluzione spontanea” di una società in un’altra determinata dalle dinamiche passaggio dal modo di produzione pre-industriale a quello industriale con relativa estinzione e nascita di valori e modalità di convivenza che sarebbero tra loro incommensurabili… (e infatti, hai capito subito che Alessio voleva andare a parare qui), e tutto questo ha lo scopo preciso di occultare il fatto che, come ha detto bene, si tratta invece di “un cambiamento ottenuto e da difendere attraverso la pratica del conflitto”.
            In ultima analisi, queste mistificazioni hanno lo scopo di nascondere in asettiche “evoluzioni storiche” e/o conflitti più superficiali il più antico e quindi il più originario e allo stesso tempo rimosso conflitto tra un oppressore e uno oppresso: il conflitto tra i sessi, il conflitto tra il senso della realtà fedele all’ordine simbolico della madre e il racconto della realtà costruito dal regime maschile di significato, sempre usando le parole della Garretas.
            Chiunque prendesse in mano i risultati dei referendum, ad esempio, su divorzio e aborto in Italia, si renderebbe subito conto che lì sono state le donne a decidere della loro vita contro quello che giustamente Lea Melandri chiama “il genere della violenza”, e non un non ben precisato miscuglio di uomini e donne contro un altro non ben precisato miscuglio di uomini e donne divisi da valori semplicemente storicamente determinati e che nulla avrebbero a che fare con il sesso e con i rapporti di forza nati dall’odio maschile verso la donna e la sua irraggiungibile differenza.

            Eppure tutto ciò viene mistificato, tanto che c’è chi, da maschio, si permette pure di dire:”stiamo lentamente migliorando?”…e questo viene fatto dai negazionisti perchè il conflitto tra sessi deve essere rimosso e sostituito con altri conflitti dove i sessi sarebbero mescolati, perchè la vera natura dei cambiamenti sociali mostrano, come le impronte nella terra, il cammino di donne che decidono di esistere come persone e non come cose di proprietà maschile,e ciò deve essere cancellato, perchè altrimenti sempre più donne potrebbero vederlo e seguirlo.
            Scusa se mi sono dilungata oltre misura, ma so che capisci l’importanza delle parole ho voluto puntualizzare perchè è (nel tuo caso inconsapevolmente e in modo residuale) maschilista distinguere tra donne e movimento femminista e attribuire al movimento femminista e non alle donne la maternità di una forza che a fatica dopo una oppressione millenaria, partorirà una società libera dalla violenza (maschile). Questa narrazione tossica mette da una parte “le femministe” e dall’altra una indistinta massa di persone, che indipendentemente dal sesso deciderebbe se stare o meno con “le femministe”, occultando in questo superficiale schierarsi il vero significato della battaglia e degli schieramenti che sono oggettivamente definiti dagli attuali rapporti di forza, dal privilegio maschile, il risultato di una oppressione millenaria scaturita dall’odio maschile per il nostro sesso.
            E so che non è occultare questo conflitto o mistificarne la natura ciò che vuoi, bensì l’esatto contrario.

            • La mia puntualizzazione nasce avendo in mente una serie di donne ferocemente antifemministe (Le Pen, Meloni, Mussolini, Santanché, Miriano, Mari… e i loro cloni sui social) che, sedendosi sulle conquiste delle femministe, non perdono occasione di denigrarle. Dopodiché ognun* ha le sue tare, e sicuramente io ne ho a pacchi, e fai bene a contro-puntualizzare. Ma ti chiedo di prendendere in considerazione la possibilità che in questo caso la mia semplificazione avesse un bersaglio preciso. E’ la stessa puntualizzazione che faccio quando parlo ad esempio di movimento operaio o di movimento antifascista. A ognun* il suo: c’è chi ha lottato e lotta, c’è chi non se la sente e partecipa in altro modo. E poi invece c’è chi usufruisce delle conquiste che altr* hanno ottenuto anche per loro, ma butta palate di merda su quell* che le hanno ottenute.

              • Non dubito di certo che le intenzioni non fossero la denegazione bensì la valorizzazione del femminismo. Ti prego però, di non volermene se insisto su questo punto…. credo, pur con le migliori intenzioni, che tu tenda a mescolare cose differenti mettendo sullo stesso piano differenza sessuale (LA Differenza) e politica come se la lotta delle donne per riconquistare la coscienza perduta col dominio patriarcale, i loro saperi e il loro ruolo, possa essere una fra le tante lotte e una lotta sullo stesso piano come ad esempio la lotta di una etnia o una classe contro l’oppressione razzista e colonialista di un’altra o la lotta di una parte della società contro quell’altra parte che abbraccia l’ideologia della violenza come valore supremo e metro di verità.
                Per quanto come te sia politicamente ed eticamente antitetica alla serie di personalità femminili che hai elencato, vorrei farti notare che la stragrande maggioranza delle donne del passato interiorizzavano quei valori patriarcali dai quali oggi partono le “Le Pen, Meloni, Mussolini, Santanché, Miriano, Mari… e i loro cloni sui social” per dileggiare, oggi, il femminismo. Un secolo fa sarebbero state delle anonime mogli di maschi al vertice di istituzioni patriarcali, completamente determinate dal patriarcato e chiuse tra le mura domestiche. Ma oggi, che le donne stanno riprendendo coscienza di ciò che sono e di cosa sono i maschi, e riconquistando i luoghi pubblici che furono loro preclusi dai loro oppressori, queste donne sono proposte come donne di potere, come se in modo autodeterminato una donna potesse farsi sorgente genuina della cultura maschile: la violenza, con la scusa della nazione, della religione, della razza.
                Vorrei farti riflettere su quanto sia insidiosa questa strategia del patriarcato.
                L’uso di donne come finti decisori politici di politiche e misure contro le donne è una delle recenti armi della reazione patriarcale, ma quelle donne non rappresentano le donne, la cultura che esprimono non ha nulla a che vedere con le donne, dunque perchè fare puntualizzazioni che favoriscono la millenaria rimozione dell’oppressione patriarcale e del fatto che la violenza, in tutte le sue molteplici forme è essenzialmente maschile?
                Partiamo da un dato fattuale incontrovertibile e per dirlo usiamo pure le parole di un maschio consapevole, come te, di cosa siano i vostri simili: “La violenza maschile non è un sottoprodotto di una violenza più generale, che ci riguarda tutte e tutti come potenziali vittime. E non si dice “maschile” solo per una questione statistica. È una violenza di sistema, il modello originario di tutte le violenze. In quanto uomini, quella violenza ci riguarda, anche se pensiamo di non essere violenti, perché il nostro è il sesso dei violenti”
                E’ per questo che dire “violenza (maschile)” è in realtà un pleonasmo, e sebbene femministe della differenza come Lea Melandri in “gli orrori hanno un sesso” http://corsi.unibo.it/Laurea/Filosofia/Documents/Seminario%202015/Gli%20orrori%20hanno%20un%20sesso%20-%20Lea%20Melandri%20(il%20Manifesto).pdf cerchino, forse solo per delicatezza, di lasciare aperta la questione se il patriarcato sia o meno qualcosa legato al fatto biologico stesso di essere maschi, in base a quale altro presupposto è possibile spiegare la violenza (maschile), essendo questo un dato che non conosce limiti nelle differenze storiche, culturali, etc, se non il dato biologico?
                Se il femminismo perseguisse dei “valori comuni”, quelli “buoni per tutti”, come se LA Differenza sessuale non fosse una discriminante originaria e intrascendibile, cosa avrebbe di differente il femminismo rispetto alle aspirazioni del cosiddetto “pensiero moderno”… egualitarismo, diritti umani, e tutto il resto, che poi non sono altro che i valori forgiati a misura di maschio ma fatti passare per “valori comuni”?
                Se più in generale il femminismo fosse semplicemente una critica determinata nello spazio e nel tempo a una “cultura” anch’essa storicamente determinata nello spazio e nel tempo, una cultura come un’altra, che i genitori impongono ai figli, perchè mai un maschio come te non dovrebbe essere più femminista di mia madre, che pensava che fosse inutile farmi studiare perchè “tanto poi ti sposi”? Perchè mai un maschio dovrebbe tacere e ascoltare quando le donne parlano della loro oppressione, se questa oppressione fosse solo una parte di un sistema di valori storicamente determinato che lega un sesso ad un ruolo e l’altro ad un altro ruolo in modo rigido come semplice retaggio di forme di produzione oggi scomparse? Non saremmo allora tutti oppressi da una cultura morente?
                Ma se il patriarcato e le sue forme di autoconservazione, in primis stupro e femminicidio, non fossero il calco culturale della conformazione fisiologica del maschile, se non coincidessero con la biologia stessa del maschio in quanto tale, se non fossero prodotte da lui e dai suoi simili al pari dello sperma, e se pertanto non fossero qualcosa di alieno, estraneo al femminile che suo malgrado, per millenni, ha perpetuato solo perchè interiorizzato nell’oppressione, ma dalle quali può depurarsi grazie al femminismo e riprendere coscienza di sè, se non fosse tutto questo… che senso avrebbe il femminismo?
                Alla luce di queste domande vorrei quindi farti riflettere su quanto la tua puntualizzazione (che so essere nelle intenzioni un sincero tributo alle donne che più di altre hanno dedicato la loro vita alle mie simili) sia utile togliere dalla millenaria rimozione e negazione la realtà della lotta delle donne, che il patriarcato fa confondendola o subordinandola a lotte meno profonde e derivate dal dato intrascendibile della Diffrenza, e quanto invece sia utile a quella rimozione, favorendo così narrazioni negazioniste non solo del femminicidio ma più in generale della portata extrastorica del femminismo.
                Perdonami se insisto, ma come sai, non bastano le buone intenzioni per agire bene.

                • Ci sono tanti femminismi, non uno solo. Credo sia giusto che siano altre donne che hanno partecipato alla discussione, o che vogliono unirsi, a esporre eventualmente diversi punti di vista. Mi limito ad osservare che in un discorso incentrato sul dato biologico non c’è spazio per le soggettività trangender, genderfluid, in generale per le soggettività “femminilizzate”. Su questo punto c’è una discussione anche molto aspra tra diversi filoni di pensiero femminista.

                • Secondo me (ma poi non solo secondo me), e scusami se mi permetto, pensi delle cose sbagliate. Il patriarcato è un processo evolutivo, e quindi ha sì a che fare con la biologia, si osservino altre specie a noi affini, e ci sono antropologhe evoluzioniste che lo hanno studiato come Barbara Smuts; dopodiché tutto quello che elenchi non risiede nel maschile (al massimo i maschi possono aver evoluto una predisposizione maggiore alla violenza fisica), che non esiste, e non è estraneo al femminile, come dimostrano tutte le situazioni in cui le donne compiono violenza. Faccio notare che abusi e molestie inerenti al controllo nella coppia esistono pari pari nelle coppie lesbo, e questo basta a smontare il concetto di eteronormatività; faccio notare che in qualsiasi scuola le ragazze si bullizzano e bullizzano i ragazzi più deboli; faccio notare che quando sono carceriere nelle carceri minorili abusano sessualmente; faccio notare che le donne abusano sessualmente i minori; eccetera eccetera. Pensare che tali comportamenti siano frutto dell’interiorizzazione del maschile è assurdo. Forse ha più senso prendere atto che la realtà è un tantino più complessa di quello che si credeva e ricalibrare le proprie idee e lotte.

                • Ad ogni modo, il discorso qui riguardava i cambiamenti avvenuti nell’ambito giuridico: chi li ha ottenuti, come li ha ottenuti, contro chi li ha ottenuti. *Queste* sono cose storicamente determinate.

                  • Grazie della risposta Tuco.

                    @Paola: non ho capito esattamente perché sarei un negazionista. La domanda se stessimo o no migliorando era, appunto, una domanda. Non una affermazione.

                • «Ma se il patriarcato e le sue forme di autoconservazione, in primis stupro e femminicidio, non fossero il calco culturale della conformazione fisiologica del maschile, se non coincidessero con la biologia stessa del maschio in quanto tale, se non fossero prodotte da lui e dai suoi simili al pari dello sperma, e se pertanto non fossero qualcosa di alieno, estraneo al femminile che suo malgrado, per millenni, ha perpetuato solo perchè interiorizzato nell’oppressione, ma dalle quali può depurarsi grazie al femminismo e riprendere coscienza di sè, se non fosse tutto questo… che senso avrebbe il femminismo?»

                  Non so con precisione che senso avrebbe il femminismo se tutti questi assiomi fossero veri, e se davvero il problema si riducesse al dato biologico e astorico che vuole il maschio *in quanto tale* irredimibile sorgente del male (il patriarcato lo secerniamo come lo sperma ecc.), la donna costitutivamente estranea alla violenza (che è sempre e solo maschile interiorizzato) e ogni lotta che non sia lotta del femminile contro il maschile (ergo ogni lotta sociale) secondaria, “meno profonda”.
                  No, sinceramente non so dire che senso avrebbe il femminismo, se fosse come dici tu.

                  So però che senso avrebbe ogni sforzo da parte mia di combattere dentro e fuori di me il sessismo, la cultura dello stupro a quant’altro: nessuno. Non avrebbe assolutamente nessun senso. Queste premesse sono paralizzanti, perché mi ascrivono a un “genere maledetto”, che è maledetto dall’alba dei tempi e che sarà maledetto sempre, ineluttabilmente condannato a riprodurre il patriarcato. Io lo sborro, il patriarcato. Io sudo la violenza sulla donna. È nei miei geni.

                  E allora tanto vale lasciarmi andare. Allora tanto vale andare in giro a stuprare. In fondo, perché dovrei andare contro la mia natura che si riproduce tale e quale da milioni di anni? Perché dovrei resistere ai dispositivi che alimentano la cultura dello stupro? Perché dovrei lottare contro le discriminazioni e quant’altro? Perché provare a cambiare la società, se la società – come mi dici tu – è modellata sulla mia natura maschile, uguale a se stessa da sempre?
                  Tanto, sarò sempre e comunque dalla parte sbagliata della barricata, giusto?

                  Mi dispiace, ma per me – so bene di non essere originale, non sono il primo a dirlo – questo discorso, posto in questo modo, somiglia troppo alla cultura di destra, proprio come la definiva Furio Jesi. Si sente troppo la puzza di “idee senza parole”. Una spia in tal senso è la maiuscola reverenziale di Differenza, che più che a un concetto somiglia a un monumento.

                  Sarà pure una lotta “meno profonda” rispetto a quella ancestrale e infinita tra maschio e femmina, ma io contro le narrazioni reazionarie non ho intenzione di smettere di lottare. A certe supposte “profondità”, a certi miti tecnicizzati, rinuncio ben volentieri. E per fortuna vi rinunciano anche diversi femminismi.

                  • Aggiungerei pure che sotto questa visione, quello che resta è la prospettiva di una “guerra infinita”. Un po’ deprimente…

                  • Aggiungo che gli aneliti a «riconquistare la coscienza perduta col dominio patriarcale» mi sembrano (e mi sono sempre sembrati) così impalpabili da essere praticamente irrealizzabili. “Praticamente” nel senso di prassi continua e quotidiana, quella da applicare sempre. Il mio stare al mondo, e pensarlo, e farlo, e cambiarlo, non trae grandi benefici dal vagheggiamento di un’età dell’oro perfetta a cui tornare.

                  • Non volevo risponderti Wu Ming1. Ma dato che qui si lascia definire “delirio nazista” quello che ho scritto ribatto punto su punto.
                    Punto primo. A tutto potrai rinunciare volentieri tu e a tutto potranno pur rinunciare i vari movimenti che si autodefiniscono “femministi”, ma di certo, quando si tratta di scendere in piazza, quei movimenti che vorrebbero essere “taaanti femminismi”, non rinunciano alle coordinate fissate dal Femminismo, per proporne di diversi. Facile sputare sul piatto dove si mangia (vero Jackie?) quando quel piatto lo si ha avuto sempre assicurato sul tavolo.
                    Ma se anche le “soggettività femminili” di somMovimento (quelle che tuco dice escluse nel femminismo che ho esposto e dal quale sembrerebbe prendere le distanze dopo averci sguazzato quasi fosse la sua vasca da bagno) affermano: “La violenza MASCHILE contro le donne non deve e non può essere in alcun modo relativizzata” https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2016/11/02/26n-per-uno-spezzone-transfemminista-queer-al-corteo-nazionale-contro-la-violenza-maschile-sulle-donne/ e confermano questo concetto anche nel comunicato per lo sciopero internazionale (NB) =>delle donnepaternità<= stia in capo a tutt*. Perciò il cerchio si restringe…Per chi ha qualche dubbio contro cosa si sciopererà rimando all'articolo della Gaito linkato sopra.

                    Secondo punto..perchè hai piegato il mio discorso ai tuoi preconcetti?
                    Scusami, ma hai citato un lungo passaggio del mio commento presentandolo come una "serie di assiomi" ignorando ciò che lo precedeva e che ne voleva esserne la dimostrazione.
                    Te lo ripeto in tutte le salse allora…
                    Se il patriarcato non fosse qualcosa di riconducibile all'essere maschio in senso biologico, su quale altra base si chiederebbe ai maschi (e nel senso biologico del termine) di farsi carico della violenza che un loro simile agisce contro una donna (e non, ovviamente, contro un loro simile, ovvero l'effetto del farla contro vento)?
                    Se quella violenza non avesse origine in qualcosa che accomuna tutti i maschi indistintamente ma in forme culturali slegate dal sesso biologico, cosa renderebbe più responsabile un figlio della madre del patriarcato, ovvero della violenza?
                    Se veramente potesse essere una donna più responsabile del patriarcato di un maschio, su quali basi un gruppo di donne qualsiasi, indipendentemente da qualsiasi altro dato di appartenenza a generazione, classe, etnia, cultura etc potrebbe scendere in piazza contro l'indistinta massa dei maschi e una violenza che si dice "culturale" ma che starebbe (E STA) in capo a loro?
                    Se l'agire dei maschi fosse al pari di quello delle mie simili il risultato di una cultura la cui origine (e quindi responsabilità) non potesse essere attribuita esclusivamente ai soli maschi, su quali basi si chiederebbe agli uomini di "tacere e ascoltare", "farsi carico", e altro ancora?
                    Ma invece di rispondere, hai saltato questo passaggio perchè ti faceva comodo andare alle conclusioni per… negarle, guarda caso.
                    Dato che in fondo al vostro articolo lo dite anche chiaramente, dovresti sapere bene che il concetto di "femminicidio" implica quegli "assiomi", e in particolare la responsabilità collettiva maschile della violenza. E infatti da anni pensatrici, politiche, artiste, personalità di spicco giustamente pungulano costantemente voi maschi ad uscire allo scoperto sul tema della violenza (maschile). O vuoi dare anche a Lea Melandri della spacciatrice di discorsi reazionari, lasciare che si chiami "delirio nazista" il suo articolo "gli orrori hanno un sesso" dove esorta i maschi a superare la denegazione, come hai fatto con me? Pensi di saperne più di lei in fatto di violenza (maschile)?

                    Terzo e ultimo punto, il più fondamentale…Perdonami, ma se sei lo stesso Wu Ming che più sopra diceva questo (mi viene un dubbio visto il punto precedente)

                    "Basterebbe un minimo di empatia con le nostre amiche e sorelle. Certo, non viene da sola, loro devono costantemente pungolarci, altrimenti ricadiamo nei soliti comportamenti, ad esempio nella delega del lavoro domestico e di cura…Basterebbe provare a capire cosa significhi combattere ogni giorno, da donna, contro i preconcetti, gli automatismi e gli algoritmi di una realtà sociale plasmata interamente dal potere patriarcale, da millenni di sfruttamento dell’uomo sulla donna."

                    se sei lo stesso Wu Ming, allora, dovresti capire da solo che questo discorso:

                    "E allora tanto vale lasciarmi andare. Allora tanto vale andare in giro a stuprare. In fondo, perché dovrei andare contro la mia natura che si riproduce tale e quale da milioni di anni? Perché dovrei resistere ai dispositivi che alimentano la cultura dello stupro?"

                    è solo una delle scelte possibili del maschio di fronte alla consapevolezza di ciò che è, e non una conseguenza pratica ineludibile.
                    E' la TUA scelta.
                    E fatalmente (sintomatico e rivelatore, vero tuco?) è proprio quella scelta che i maschi hanno fatto per millenni una volta scoperto il ruolo del loro seme nella procreazione, immaginando di poter ridurre il corpo della donna a "materia bruta" da plasmare sulla forma di quel seme e scegliendo di aggredire quel corpo che adoravano nel matriarcato e assieme invidiavano e alla fine hanno odiato perchè irraggiungibile essendo, per usare le parole della Garretas, "il corpo più sacro del creato, quello femminile, depositario della vita e della lingua".
                    Nati da donna, non potrete mai esserlo.
                    E' per questo che ci invidiate e odiate, e come dice la Rivera Garretas in "L’assassinio di Jo Cox: noi donne non sappiamo quanto ci odiano gli uomini", tale odio deve ancora rivelarsi in tutta la sua misura.
                    E il femminicidio è il calco e la conseguenza di quell'invidia e di quell'odio, un odio collettivo che segna "millenni di sfruttamento dell’uomo sulla donna".
                    Ma credere che guardarsi allo specchio implichi essere "ineluttabilmente condannato a riprodurre il patriarcato", credere che questa sia non una scelta, ma l'unica conseguenza della vostra natura, è solo parte della denegazione con la quale rimuovete la vostra millenaria scelta di odio sublimandola, come fanno alcuni maschi ultimamente, con focose quanto superficiali e incoerenti prese di posizione contro la violenza maschile (vero tuco?).
                    Però, appena vi si invita a impegnarvi appena sotto quella superficie, per non ricadere nelle parole e nei distinguo (vero tuco? "Donne < Femministe" no? Così in mezzo magari ci si fa uno spazio… Donne<maschi "femministi"<femministe e magari poi, con zelo e disciplina fare l'ultimo sorpasso e tornare al posto che spetterebbe i maschi, vero?) che tendono a mescolare vittime e carnefici preparando l'ennesima Ratline per chi vuole sfuggire alle proprie responsabilità come oppressore originario con la complicità di qualche "nuovo" femminismo (vero Jackie?), ecco rispuntare l'aggressività maschile che vorrebbe dire alle donne quale sarebbe "il giusto mezzo" nelle sue battaglie di emancipazione, ecco il mansplaining.
                    E così, se si va fuori dal vostro giusto mezzo, scelto da voi maschi autonominati paladini del femminismo, sulle lotte di chi opprimete da millenni per imporlo proprio a chi continuate ad opprimere (anche solo facendole lavorare gratis un paio di mesi all'anno fuori casa oltre che in casa) e delle cui parole vi sentite custodi contro altri maschi (riflesso condizionato immagino), se una donna vi fa notare che non siete i padroni di quelle parole e delle battaglie che incorporano come non lo siete dei nostri corpi… allora quella richiesta di non cedere al riflesso condizionato maschile di mettersi al centro di qualsiasi cosa è visto da voi come un attacco, un atteggiamento sbagliato, un ragionamento gallinaceo e isterico dal quale non potrebbe che derivare una "guerra infinita", allora quella richiesta diventa una "narrazione reazionaria", e se accettaste quella "narrazione reazionaria", non avreste altra scelta che…. guarda caso…abbandonarvi alla violenza…
                    eh già… guardatevi allo specchio. Hai ragione, non sei originale Wu Ming1, nè nella TUA SCELTA nè nel farla passare come la conseguenza di una responsabilità femminile.

                    Quale scelta allora per le "soggettività maschili"?
                    Prendo a prestito le parole di una sorella che conosce da vicino la violenza maschile in quanto attivista nei centri creati da donne per le donne:
                    "Dietro il linguaggio e certi comportamenti maschili (non mi riferisco ai violenti ma ai "mediamente" misogini e sessisti) c'è un fatto: ci percepiscono potenti eppure vivono in una cultura che ci svilisce proprio per compensare la percezione maschile dell'onnipotenza delle donne. Sono nati da donna e con quello fanno i conti tutta la vita. Purtroppo il sistema culturale che hanno creato per esorcizzare il potere delle donne è un agito, una compensazione che crea pericolosi corto circuiti. Attaccano pensando di doversi difendere. Dovremmo fondare un sistema simbolico che li aiuti a rapportarsi con la percezione di quel potere e a farci dei patti di convivenza o starci in relazione. Ma in questo sistema quel patto è inaccettabile. Un bel problemino… "

                    La scelta qui, ora, l'azione più urgente da compiere per un maschio, quella che può aprire la possibilità di altro che oggi non può nemmeno essere immaginato, forse, per ora, nemmeno da noi donne, è nominare e farsi carico con umiltà della responsabilità collettiva maschile della violenza, scegliere di guardare in faccia la propria natura e quanto nella storia è stato commesso e seminato dai vostri simili, dal suo sesso.
                    Il compito del maschio attualmente vivente è rendere testimonianza della responsabilità collettiva maschile della violenza, tirarla completamente fuori dalla millenaria denegazione, seguendo l'analisi femminista del reale, sostenere il peso di quella responsabilità e consegnarla con tutto il suo peso, fuori dall'abisso nel quale era stata gettata dai maschi che lo hanno preceduto (e che hanno scelto così di soffocare nello stesso abisso la propria soggettività lasciando che divenisse un tutt'uno incosciente con la bestialità della violenza) ai giovani maschi viventi affinchè consegnino quel fardello di consapevolezza a quelli che verranno.
                    Su di loro si deve insistere da subito perchè possano fare la scelta giusta: tornare ad essere guidati secondo il "senso della realtà fedele all’ordine simbolico della madre".
                    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/27/nel-nome-della-madre-il-rispetto-delle-nostre-orgini/724975/

                  • Per ragioni ignote l’ultimo commento è venuto tagliato nella prima parte, che riposto.

                    Non volevo risponderti Wu Ming1. Ma dato che qui si lascia definire “delirio nazista” quello che ho scritto…
                    Punto primo. A tutto potrai rinunciare volentieri tu e a tutto potranno pur rinunciare i vari movimenti che si autodefiniscono “femministi”, ma di certo, quando si tratta di scendere in piazza, quei movimenti che vorrebbero essere “taaanti femminismi”, non rinunciano alle coordinate fissate dal Femminismo, per proporne di diversi. Facile sputare sul piatto dove si mangia (vero Jackie?) quando quel piatto lo si ha avuto sempre assicurato sul tavolo.
                    Ma se anche le “soggettività femminili” di somMovimento (quelle che tuco dice escluse nel femminismo che ho esposto e dal quale sembrerebbe prendere le distanze dopo averci sguazzato quasi fosse la sua vasca da bagno) affermano: “La violenza MASCHILE contro le donne non deve e non può essere in alcun modo relativizzata” https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2016/11/02/26n-per-uno-spezzone-transfemminista-queer-al-corteo-nazionale-contro-la-violenza-maschile-sulle-donne/ e confermano questo concetto anche nel comunicato per lo sciopero internazionale =>delle donnepaternità<= stia in capo a tutt*. Perciò il cerchio si restringe…Per chiarimenti rimando al bellissimo articolo della Gaito linkato sopra.

                  • E successo nuovo, devono essere dei caratteri speciali che ho usato e tagliano un parte.
                    Ritento.

                    Non volevo risponderti Wu Ming1. Ma dato che qui si lascia definire “delirio nazista” quello che ho scritto…
                    Punto primo. A tutto potrai rinunciare volentieri tu e a tutto potranno pur rinunciare i vari movimenti che si autodefiniscono “femministi”, ma di certo, quando si tratta di scendere in piazza, quei movimenti che vorrebbero essere “taaanti femminismi”, non rinunciano alle coordinate fissate dal Femminismo, per proporne di diversi. Facile sputare sul piatto dove si mangia (vero Jackie?) quando quel piatto lo si ha avuto sempre assicurato sul tavolo.
                    Ma se anche le “soggettività femminili” di somMovimento (quelle che tuco dice escluse nel femminismo che ho esposto e dal quale sembrerebbe prendere le distanze dopo averci sguazzato quasi fosse la sua vasca da bagno) affermano: “La violenza MASCHILE contro le donne non deve e non può essere in alcun modo relativizzata” https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2016/11/02/26n-per-uno-spezzone-transfemminista-queer-al-corteo-nazionale-contro-la-violenza-maschile-sulle-donne/ e confermano questo concetto anche nel comunicato per lo sciopero internazionale *delle donne* questo 8 marzo, contro la “violenza maschile”, allora forse a quel femminismo che oggi fa figo snobbare ma che poi da le parole, i simboli , gli slogan, le lotte, e in generale le coordinate a chiunque voglia fregiarsi di essere “femminista”, forse, nonostante le apparenze, a questo femminismo non è capace di rinunciarci proprio nessuno, non credi?
                    E ti farei notare, visto il tema principale di questo articolo, che il concetto di “femminicidio” non è qualcosa che abbia senso al di fuori di una lotta ancestrale (che sia infinita lo supponi tu e Alessio, per ragioni che esporrò in seguito, io non l’ho detto e non lo dice nemmeno il Femminismo) tra maschio e femmina. Il concetto di “femminicidio” è nato e cresciuto tutto all’interno del Femminismo (o come si usa dire oggi “femminismo della seconda ondata”), sta tutto dentro questa incontestabile (O qualcun* ha qualcosa da ridire?) visione storica femminista http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/19/con-le-coppie-gay-perche-io-sono-una-donna/1032987/
                    (nota quanta feccia maschilista rabbiosa le si è gettata contro, a dimostrazione di quanto abbia colto nel segno), e non mi pare che qualche mese fa si sia scesi in strada al grido di “#nonun*dimeno”, bensì di #nonunAdimeno (a quale dei taaanti femminismi aderivano le tre associazioni organizzatrici? Suggerimento: sono separatiste), o l’8 marzo prossimo sarà lo sciopero di tutt* contro una cultura che ci opprime tutt* e non lo sciopero internazionale delle donne. Contro chi? Beh.. ripeto: non mi pare che sia lo sciopero di tutt* contro una cultura la cui *paternità* stia in capo a tutt*. Perciò il cerchio si restringe…Per chiarimenti rimando al bellissimo articolo della Gaito linkato sopra.

                • Di ritorno dal lavoro, aggiungo una considerazione sul modo di intendere la sessualità sotteso alle letture puramente biologiche della violenza maschile. In tali letture si assume che esistano una sessualità maschile e una sessualità femminile univocamente determinate e immutabili. In questo schema la sessualità maschile è per sua natura predatoria e lo stupro ne è più o meno l’espressione naturale. Ma la sessualità non é, né quella maschile né quella femminile, univocamente determinata, nemmeno tralasciando – e a mio avviso non va tralasciato – tutto quel che ci sta in mezzo. Se c’è una cosa che (una parte di) noi maschi abbiamo imparato dalle femministe è il superamento di una serie di tabù sul nostro corpo e su quello dell’altr*. E, soprattutto, che i gusti in campo sessule sono insondabili e in effetti non vanno sondati. E’ proprio questa acquisizione che permette, pur tra mille contraddizioni, di non vivere un rifiuto come una disconferma, a livello personale, o peggio a livello sociale. Questo ha molto a che fare col discorso che si faceva giorni fa. Credo che rigettare queste acquisizioni e inchiodare maschi e femmine a ruoli sessuali biologicamente determinati sia, questa sì, una regressione.

                  • Non siate timidi, quello qui sopra è un delirio nazista, anche se scritto da una femmina engagée :)
                    Però pone una questione interessante: “”Perché mai un maschio dovrebbe tacere e ascoltare quando le donne parlano della loro oppressione, se questa oppressione fosse solo una parte di un sistema di valori storicamente determinato che lega un sesso ad un ruolo e l’altro ad un altro ruolo in modo rigido come semplice retaggio di forme di produzione oggi scomparse? Non saremmo allora tutti oppressi
                    da una cultura morente?”
                    Posto che la cultura di cui si parla non mi sembra morente ma in gran forma e spolvero, la risposta è SÌ, siamo maschi e femmine ingabbiati in ruoli imposti. La lotta dovrebbe consistere nel liberarsi da questi ruoli rendendosi conto che sono un male per tutti e tutte.

                  • @punto_fra: sono d´accordo. La cultura patriarcale ingessa un po´ tutti, anche se non allo stesso modo.

                    All´interno di una cultura maschilista l´uomo é sí anche lui ingabbiato, ma comunque si trova in una posizione dominante. La donna ovviamente subisce una costrizione maggiore. Ad altri, come per esempio gli omosessuali di sesso maschile, va anche peggio: loro infatti non hanno _alcun_ ruolo all´interno di questa cultura non rispondendo ai canoni di mascolinitá richiesti.

                    Ed é proprio su questo punto che nasce la resistenza di molti uomini a cambiare la propria cultura. Probabilmente si rendono conto che la cultura dominante li vincola, ma ritengono comunque di pagare un piccolo prezzo rispetto al vantaggio di avere una condizione privilegiata.

                    Forse un buon attacco alla visione maschilista sarebbe proprio mostrare quanto invece sia oneroso anche per l´uomo una cultura maschilista e come questa alla fine abbia piú svantaggi che vantaggi.

                  • Scusa, @Paola, mi rifaccio alla parte finale del tuo ultimo intervento, quella propositiva, quella che suggerisce cosa i maschi attualmente dovrebbero fare.
                    Quello che alcuni interlocutori e interlocutrici qui stanno cercando di dire è che occorre stare attenti a maneggiare una concezione innatista del conflitto tra i generi, perché facilmente ci si può ritorcere contro. Voglio dire che una volta avessimo stabilito che la violenza è un tratto distintivo della modalità maschile di riferirsi alle donne, per esorcizzarne il potere, per subordinarle, eccetera, quello che rimane più importante da capire è come si lavora su questo, come si riduce e si elimina tale violenza. Quando dici che:

                    “Il compito del maschio attualmente vivente è rendere testimonianza della responsabilità collettiva maschile della violenza, tirarla completamente fuori dalla millenaria denegazione, seguendo l’analisi femminista del reale, sostenere il peso di quella responsabilità e consegnarla con tutto il suo peso, fuori dall’abisso nel quale era stata gettata dai maschi che lo hanno preceduto (e che hanno scelto così di soffocare nello stesso abisso la propria soggettività lasciando che divenisse un tutt’uno incosciente con la bestialità della violenza) ai giovani maschi viventi affinchè consegnino quel fardello di consapevolezza a quelli che verranno.”

                    Io ti dico che a me non basta. Testimoniare non basta. Portare il fardello del peccato originale e ricordare a tutti i maschi che sono peccatori, non è sufficiente. Trovo questa idea troppo cattolica per i miei gusti. L’assunzione di responsabilità, la coscienza storica, sono un passaggio preliminare importante, certo, ma per creare una nuova convivenza tra i generi, per lavorare su di sé e fornire modelli diversi alle generazioni che cresciamo, non certo per tornare all’ordine simbolico della madre. Tornare. Volgersi indietro, tornare alle origini. Paola, i bei tempi non sono mai esistiti. Tornare all’età dell’oro prima della Caduta è un concetto religioso di cui si sono sempre nutrite le visioni reazionarie del mondo. E’ questo che rende problematica la tua proposta.

                  • Wu Ming 4 ha già detto quello che avrei detto io nel risponderti, Paola. Io aggiungo solo che se la pietra angolare del tuo discorso è il determinismo biologico, tutti i discorsi su quella che sarebbe «la MIA scelta» di maschio sono del tutto privi di valore, perché tra la premessa e lo svolgimento c’è un’evidente aporia. Se sono violento *in quanto maschio*, qualunque mia scelta prenderebbe in carico – per dirla con parole usate da te – soltanto una contraddizione «meno profonda», nell’assoluta incapacità di aggredire quella che per te è la contraddizione primeva. Cioè il mio “peccato originale”, che non ho mai scelto di compiere. Sono condannato. E non c’è nemmeno, come invece nel cristianesimo, la via di fuga in avanti, verso l’Eschaton, la resurrezione, perché a differenza del cristianesimo, quello che mi proponi è un culto che guarda all’indietro, a una mitica Origine, il Bengodi matriarcale, prima che noi maschi rovinassimo tutto irreparabilmente. La prassi dunque qual è? Per le donne, il rimpianto camuffato da mito della purezza; per gli uomini, un’autoflagellazione triste, tristissima, perché non porta nemmeno alla santità. Che figata. Che bella idea di lotta e di società.

                  • Curiosamente l’ipotesi biologica è la stessa di Astutillo Smeriglia. Secondo questa ipotesi è il cromosoma Y in sè e per sè a produrre la violenza. Io ritengo invece che la violenza maschile sia il pilastro di una società costruita dai possessori di cromosoma Y, che hanno deciso e imposto che il possesso di tale cromosoma fosse condizione necessaria per esercitare il potere e che tale potere andasse difeso con la violenza. La differenza è enorme. Nel primo caso non c’è alcuno spazio per l’autodeterminazione di chi possiede il cromosoma Y. Nel secondo caso invece l’autodeterminazione, la diserzione, sono possibili e aprono mondi.

                  • Ho poco tempo e non vorrei entrare nel dibattito SUI femminismi in questa modalità, ma mi sento di dire un paio di cose perché mi sento chiamata in causa dall’essere stata citata nell’articolo – con una frase che potrebbe essere interpretata come a sostegno di un dato biologico – e perché faccio parte del Sommovimento, e ho quindi contribuito alla stesura dei testi citati.
                    Il dibattito NEI femminismi è complesso, articolato, lacerante per alcuni versi. Non mi interessa ora riportarlo qui, vorrei solo sottolineare che i femminismi non si annullano tra di loro. Che rilevare la struttura maschile della società non annulla l’analisi transfemminista e viceversa. Che il dato della violenza maschile – a mio avviso – è un dato sociologico e non ormonale. Rifiuto le sterili polemiche perché ho preso parte ad ogni tipo di femminismo nella mia vita e non mi sento in contraddizione ma mi sento intersecata dalle varie sfumature delle oppressioni che si intrecciano, e non si sommano. Sottolineo che il dibattito sui e nei femminismi come dibattito filosofico mi interessa poco: mi interessano le alleanze e come portare avanti lotte contro il sistema patriarcale; che la questione del separatismo mi interessa come pratica e la modulo a seconda del contesto e dell’efficacia, a seconda dello scopo e delle complicità che intreccio; che ogni persona oppressa dal sistema dei generi binari, ha la libertà di lottare come preferisce; che la differenza di potere data dal patriarcato e dai ruoli sociali di genere attribuiti al sesso biologico esiste e la combatto, non negandola, né dando questa differenza per immutabile e naturale, ma aspirando a distruggerla (parlo solo per me stessa, sia chiaro). Esistono tanti femminismi e tanti soggetti femministi, fare le squadre mi interessa poco, mi interessa come ognun* (asterisco non a caso) fa il proprio, partendo dal proprio posizionamento (di oppressioni e privilegi che si intrecciano) prendendo forza a vicenda. Per questo non accetto né che si sminuisca il transfemminismo da una parte (non credo nella sacralità dell’Uterino), né che una femminista venga bollata come “nazi” dall’altra.

                  • Dopodiché, c’è una distanza siderale anche tra il dire “fatti carico della violenza che è stata ed è necessaria a costruire il tuo privilegio, perché anche se non l’hai agita di persona ne godi comunque i frutti”, e il dire “fatti carico di essere una bestia”. Di essere tu, proprio tu, una bestia, perché hai quel cromosoma, perché la fisiologia del tuo corpo è fatta così e non cosà. Come minimo – minimo – una distanza siderale dal punto di vista dialettico. Ma qua non si tratta solo di distanza dialettica, si parla proprio di distanza tra visioni inconciliabili. E’ la distanza che separa la morte, che è statica, dalla vita, che per quanto breve e precaria, è movimento ed evoluzione.

                • @paola
                  Da donna femminista che non ha molto tempo devo dire che mi dispiace moltissimo ma non sono d’accordo in nessun modo con un’ontologia del genere. Maschile e femminile sono parole vuote che solo il binarismo sessuale riempie di significato in modo strumentale al mantenimento della disparità e dei ruoli.
                  Per il resto, scusate brevità, è aria fritta. Una differenza, l’unica differenza, biologica che conta, ha contato è la possibilità di rimanere incinte con tutte le conseguenze del caso in termini di rapporti di forze. Da quando si può sceglire una gravidanza in modo piuttosto sicuro, cambiano i rapporti di potere. Questo fa moltissimo la differenza. Per il resto non c’è desiderio di sottomettere iscritto nel dna di nessuno, c’è la possibilità concreta di farlo o no. E la legittimazione legale, culturale e sociale.
                  Scusate vado davvero di corsa [e portate pazienza per i refusi]. Buon proseguimento, cerco di seguire.

                  Ah, se fosse insito nell’uomo, non ci sarebbe possibilità di soluzione, nessun futuro, gli uomini (cis?) andrebbero solo contenuti (con la forza?). Se fosse radicato ontologicamente nel maschile non ci sarebbe convivenza possibile. Salvo riprogrammazioni all’arancia meccanica…che cmq lasciano il tempo che trovano!

  15. Nella storia di Vasto, che sta infiammando la discussione social da due giorni, io ci vedo un’eco di quanto è emerso da questo thread.
    Non voglio avventurarmi in speculazioni su una vicenda ancora troppo abbacinante, né fare psicologismi vari. Ma sento che alcune delle caratteristiche emerse da questa tragedia, rientrano nella cornice narrativa che comprende anche il femminicidio.
    Questo bisogno di farsi giustizia, il gladiatore che “avrà la sua vendetta in questa vita o nell’altra”, lo spostare sulla prima vittima questo desiderio/bisogno di “aggiustare” un torto subito, e far sfociare il tutto in un omicidio comunque la si veda brutale, a me rimanda ad un maschio che solo nello spargimento di sangue vede una soluzione al proprio dolore, alla propria insofferenza.
    Vi chiedo: è un mio sentire, del tutto fuori luogo e sbagliato, o ci sono davvero delle risonanze con quanto si è detto qui nel post e nei commenti precedenti?

    • Io la risonanza la sento, soprattutto con il tema della mascolinità tossica. Ma è una risonanza che, in mancanza di una conoscenza più approfondita del caso di Vasto, e nella consapevolezza delle mie lacune teoriche (ho fatto studi scientifici, non umanistici), non sono in grado di razionalizzare. Quello che non riesco a inquadrare bene è l’eventuale risvolto sul piano dei rapporti sociali di potere. Mi domando ad esempio se in un caso come questo il desiderio di vendetta puro e semplice, qualora agito da una donna, sia poi così diverso da quello agito da un uomo. Perché la differenza tra un uomo che uccide una donna per mania di possesso e una donna che uccide un uomo per lo stesso motivo, sta nel diverso significato sociale del possesso e nei rapporti di potere fortemente asimmetrici tra genere maschile e femminile. In questo caso invece – per limiti miei, ripeto – non riesco a mettere a fuoco in modo preciso se ci sia o meno una differenza analoga.

  16. Secondo me il caso di Vasto non ha che fare con l’ossessione di possesso tipica dell’uomo femminicida; qui sono le stesse dinamiche di vendetta che possono scattare in uomini e donne; un genitore che uccide l’assassino del figlio o una moglie che uccide l’assassino dell’ amato/a (mi viene in mente la Sposa in nero di Truffaut), sono dinamiche diverse da quelle del femminicidio.

  17. Rispondo qui agli ultimi commenti dei vari Wu Ming, e tuco sopra perchè il tasto “rispondi” sotto le loro risposte non lo riesco a trovare. Scusatemi sono limitata anche con il pc e i social.
    Ammetto di non avere il dono della chiarezza e ancora meno della concisione, ma mi sembrava fosse chiaro che quella richiesta di presa di coscienza fosse solo un primo passo per aprire ulteriori possibilità.
    Tutto ciò che precede quel discorso, di nuovo, viene ignorato.
    Qui forse ci si dimentica nel momento in cui si attribuisce a me questa mentalità, che non siamo contenitori di materia riempiti di anima da qualche entità ultraterrena, veniamo, anzi, siamo scimmie e il dualismo che ponete tra natura e cultura lo ponete voi non io.
    Io affermo semplicemente una realtà incontrovertibile, ovvero che in natura il dimorfismo sessuale esiste e detta legge, una legge non immutabile e non ferrea allo stesso modo per tutte le specie, e in misura relativamente minima nella nostra specie (ora attendo di essere pure chiamata specista nazi grazie).
    Tuttavia vi invito a non rifugiarvi nella VOSTRA falsa dicotomia per sfuggire alle questioni che ho posto (specie al punto due)per cui se il patriarcato fosse caratterizzato dalla biologia allora non potreste uscirne: questo lo dite voi e lo proiettate su di me. La nostra specie è nota per uscire continuamente da ciò che fino al giorno prima gli sembrava la sua natura. Ma è solo un’astrazione quella che vi fa vedere in contrapposizione la fisiologia del nostro corpo con l’insieme della conformazione delle menti in relazione tra loro di una particolare generazione vivente, ossia il corpo (la natura, il frutto evolutivo di altri corpi) in opposizione col frutto evolutivo di quel corpo (le istituzioni, la cultura). La Differenza non esclude la possibilità di andare oltre le proprie pulsioni. Siete voi che mi attribuite questo. Ma la Differenza implica frutti evolutivi differenti.
    Veniamo quindi al punto.
    Tuco gironzola attorno a un assunto di base che cerca di coprire di arzigogoli per ragioni forse note solo a lui. E l’assunto è questo:

    Il patriarcato esiste perchè esistono i maschi.

    Siamo tutti d’accordo su questo?
    Bene, se siamo tutti d’accordo su questo, fate le vostre riflessioni e ditemi in quale altro modo potete spiegare l’esistenza di un patriarcato che non sia una costruzione esclusivamente maschile se non partendo dal corpo maschile. E se non siete disposti ad accettare questa conseguenza poi spiegatemi come un sesso possa aver imposto una intera civiltà all’altro sesso se di quella civiltà non avesse nel proprio sesso i “componenti” per creare autonomamente quella cultura (magari modificandone una comune).
    E spiegatemi, rinunciando alla radice biologica maschile del patriarcato in quale altro modo diventa sensato parlare di uomini e di donne come entità collettive portatrici di responsabilità, e in generale caratteri etici che si sviluppano (si, si sviluppano, contenti?) indipendentemente da altri fattori socio-culturali.
    Sono curiosa…forse una spiegazione c’è e mi sfugge.

    Detto questo, mi pare impossibile che si prendano termini, concetti, discorsi, analisi, lotte di un movimento e poi se ne neghino i presupposti più profondi, senza i quali si offre una superficialità che i maschilisti non mancano di sfruttare per screditare il femminismo.
    Davvero, il Wu Ming che incitava all’empatia i suoi simili, che ammetteva l’impossibilità di riuscire a farlo se non sotto lo stimolo di noi donne in un commento sopra, non mi pare possa essere quello che ora tenta di far passare come un programma reazionario e un programma “mio”, una esortazione che mi accomuna con decine di altre pensatrici, politiche, artiste e altre personalità coraggiosamente che invitano i maschi a farsi carico della violenza maschile http://www.feriteamorte.it/dandini-a-bruxelles-la-non-partecipazione-degli-uomini-sfiora-la-complicita/ anche nei luoghi centrali del potere maschile, una presa di coscienza necessaria da parte maschile che per tutte noi non è che il primo passo e condizione necessaria per l’uscita dalla barbarie patriarcale.
    Forse avrò io un concetto troppo rigido di coerenza, ma in Italia non si parlerebbe nemmeno di femminicidio se non fosse stato per le associazioni dei Centri Antiviolenza e per le manifestazioni che hanno portato alla ratifica della Convenzione di Istanbul.
    Si tratta di un attivismo che va continuamente alimentato. Figuriamoci se ci mettiamo pure a taccialo di cripto-cattolicesimo e chissà che cosa altro…

    PS per Detta Lalla. Non volevo fare una critica a somMovimento per la sua attività e le sue dichiarazioni sulle quali non entro nel merito. Per quel che vale, sappi che ho sempre sostenuto la fondamentale importanza della presenza del vostro spezzone in ogni manifestazione e continuerò a farlo con convinzione sebbene ritenga che troppo tatticismo a scapito di una chiara impostazione teorica alla fine fa perdere il senso delle parole e delle azioni col rischio di farle diventare dei rituali senza direzione (vedi pure qui). Opinione mia ovviamente, discutibilissima.
    Buona lotta, se posso chiamarti così, sorella mia.

    • Scrivo solo per dire che non volevo dare l’impressione di dire come dovrebbero essere le lotte altrui. Sono del tutto estraneo ai movimenti. Esprimevo obiezioni. Il patriarcato esiste perché siamo una specie sessuata e dimorfica. Dopodiché i sessi non agiscono di concerto, ogni organismo fa storia a sé, e infatti non ha alcun senso parlare di responsabilità collettive.

    • Paola, prendi in considerazione l’ipotesi di non esserti spiegata molto bene, perché qua in diversi e diverse abbiamo sentito odore di mito delle origini e di innatismo… Ma lasciamo perdere per un momento la teoria e concentriamoci sul che fare, dato che giustamente anche tu parli di movimenti (che sono variegati e compositi, comunque, e non sta scritto da nessuna parte che si debba essere d’accordo con ogni loro componente o posizione).
      Quindi ti chiedo: se il patriarcato ha una radice nel fatto che esistano i maschi e che siano biologicamente fatti in un certo modo…ma tuttavia poiché natura e cultura coincidono, se ne può uscire… come se ne esce?
      Per ora la risposta che mi hai dato è quella che ho già citato nel mio commento precedente: assegni a me maschio il compito di farmi carico della violenza maschile, di testimoniare, e di trasmettere il fardello ai miei due figli maschi. E io ti ho detto che mi sta bene, ma non mi basta. In questa ottica cristiana (absit iniuria) cosa c’è oltre la testimonianza? Tu stessa dici infatti “non è che il primo passo e condizione necessaria per l’uscita dalla barbarie patriarcale”. Ok. Qual è il secondo passo? Io penso che – oltre alle sacrosante battaglie politiche – sia l’agire pratico e quotidiano, il lavoro su di sé, da soli e aiutati dalle donne con cui condividiamo percorsi di vita, che ci può portare a essere diversi. E credo/auspico che questo non ci riporterà indietro, verso un passato mitizzato, ma avanti, verso una modalità di relazione tra i sessi migliore, non basata sul sopruso e sulla violenza diretta o indiretta.
      Non vado bene come compagno di lotta?

      • Scendendo (salendo?) ancora di più nel concreto (anch’io ho due figli maschi, di cui uno preadolescente). A un ragazzino, in base a quanto emerso in questa parte di discussione, ci sono due cose che si possono dire riguardo al modo di rapportarsi con le ragazzine.

        A: Quello che vedi in TV, che ti dicono i compagni di scuola, ecc., è che devi andare a caccia e che il tuo prestigio si misura facendosi le tacche sul cazzo. Bon, sta roba è merda. E’ prevaricazione verso le ragazzine, ed è anche un modo triste e svilente per voi ragazzini di vivere i sentimenti e il sesso, che sono cose belle.

        B: Per natura hai delle pulsioni violente che derivano dal fatto che hai il cazzo, e se tu le segui diventerai uno stupratore, per cui tienile a bada.

        Io preferisco la A.

  18. “Il patriarcato esiste perchè esistono i maschi” scusa tanto, è la scoperta dell’acqua calda. E’ ovvio che se non ci fossero i maschi non esisterebbe il patriarcato. A dirla tutta non esisterebbe nemmeno il genere umano, visto che la possibilità di riprodursi per clonazione è una scoperta recente, ma bon, questo lo aggiungo più che altro per gusto del paradosso. Il punto è se l’esistenza dei maschi produca necessariamente, per determinismo biologico, il patriarcato. Se così fosse, l’unico modo per eliminare il patriarcato sarebbe smettere di riprodursi per via sessuata e cominciare a riprodursi per clonazione. E’ una possibilità su cui personalmente non ho niente in contrario. Tuttavia sono convinto che questo determinismo biologico non ci sia e che altre strade siano percorribili.

    Invece una cosa che mi dà veramente fastidio, proprio a livello personale e per motivi personali, è questa storia dell’ “ordine simbolico della madre”. Ho perso mia madre un anno fa. E’ stata un’agonia orribile, ero con lei la notte prima che morisse, e tante altre notti nelle settimane precedenti. Si dice che bisogna partire dal personale. Nel mio personale “la madre” è una persona reale, in carne e ossa, è la persona che mi ha dato la vita e che io ho visto morire, ma soprattutto è quello – tantissimo – che mi ha dato in mezzo. Dell’ “ordine simbolico della madre” non me ne importa niente, anzi mi sa proprio di morte. Io mia madre non la voglio imbalsamare in un ordine simbolico.

    p.s. Scrivere queste ultime righe mi è costato molto. L’ho fatto perché è verissimo quello che ha scritto Adriana: parlare di numeri e statistiche è disumanizzante. Bene, anche parlare di determinismo biologico lo è. E lo è anche parlare con le maiuscole reverenziali.

  19. @Paola: tu scrivi
    “E spiegatemi, rinunciando alla radice biologica maschile del patriarcato in quale altro modo diventa sensato parlare di uomini e di donne come entità collettive portatrici di responsabilità,..”

    Secondo me esistono responsabilitá collettive degli uomini solo all´interno della societá patriarcale stessa. Tutti gli uomini hanno una responsabilitá perché anche se non hanno partecipato attivamente alla costruzione di una cultura maschilista, ne godono i benefici.

    Il fatto di essere un maschio eterosessuale bianco in una societá maschilista e razzista automaticamente mi mette nel gruppo dominante e costituisce un vantaggio di cui usufruisco volente o nolente ogni giorno.

    In questo senso sí esiste una responsabilitá collettiva di tutti gli uomini che perdura fino a che la societá patriarcale resta in vigore.

    • La responsabilità collettiva non mi ha mai convinto. Esiste quella personale.
      Certo, lo sfruttare acriticamente certi “scivoli” è una responsabilità di chi li sfrutta, ma la responsabilità è e resta personale.

      • Esiste la responsabilità personale ed esiste la responsabilità collettiva. Prendendo come esempio il focus di questo post, l’autore di un femminicidio è ovviamente responsabile a livello personale della sua azione, e non può diluire la sua responsabilità chiamando a correo l’intero genere maschile. Ma allo stesso tempo, noi non possiamo lavarci la coscienza dicendo che si tratta di una responsabilità personale di quel femminicida e che noi non c’entriamo, perché come si è detto i motivi di quell’uccisione non sono privati, ma sociali. Quell’uccisione avviene per “sanzionare” la ribellione a un dispositivo di potere, quello patriarcale. E siccome in questo dispositivo di potere noi siamo gli oppressori, quell’uccisione ci riguarda tutti.

        • Eh, insomma.
          Un conto è “lavarsi la coscienza”, un altro è “essere responsabili”. Un evento di quel tipo (ma non è il solo) mi interpella certamente, ma non esiste un livello di responsabilità di default.
          Quale categoria sarebbe la più responsabile? Solo l’appartenenza a una cultura è sufficiente? Ma se appartengo a quella cultura e la porto avanti (senza responsabilità personale) sono collettivamente responsabile solo se ne traggo benefici? Se sì, basta un minimo beneficio involontario per definirmi colpevole? E se quel “beneficio” per me non fosse un vero beneficio (ovvero non rispondesse alle mie aspirazioni)? Sarei colpevole uguale? Vale solo per la questione di genere o anche per altro?

          Io ribadisco la mia posizione: parlare di responsabilità collettiva “a priori” (solo per l’appartenenza a una categoria), solo ammettere la possibilità che esista, porta su una strada che non mi piace affatto, dal momento che apre ad accuse verso persone altrimenti innocenti.
          “non potevi non sapere” “quelli come te sono tutti così” “in qualche modo sei responsabile”
          E’ un tipo di accusa che non ammette difese, e io ho in mente un nome ben preciso per i tribunali che non permettono all’imputato di difendersi.

        • Però scusa, bisogna che decidete: o ha ragione Paola e allora siamo coinvolti in quanto maschi, oppure non ha ragione e in quanto maschi non solo non siamo coinvolti, ma non possiamo essere messi neanche nel gruppo degli oppressori. A parte che è tutto da dimostrare che un’uccisione avvenga per sanzionare la ribellione di cui parli, la società italiana non è patriarcale da un pezzo. Se il femminicidio è un fatto sociale, riguarda la società.

          • @jackie.brown: No, dico che esiste una differenza con quello che dice Paola. Paola sostiene che noi siamo colpevoli in quanto uomini (= di sesso maschile). Io dico che abbiamo una responsabilitá (che é un po´ meno di una colpa) in quanto uomini in una societá maschilista.

            É chiaro che in una societá maschilista tutta la societá ha una responsabilitá. Ma ammetterai che la parte avvantaggiata, in questo caso gli uomini, ha una responsabilitá decisamente maggiore.

            • Credo che allora sia importante fare chiarezza.
              “Colpevolezza” (cosa diversa da “colpa”) è un concetto sul quale si fonda la “responsabilità”. La “colpa” è quando questa responsabilità non procede dalla volontà del colpevole (a differenza del dolo).
              In questo senso la responsabilità non è “meno” rispetto a una colpa, anzi!

              Questo in merito a una questione di forma.

              Per quanto riguarda la sostanza, rifiuto categoricamente ogni addebito di responsabilità “in quanto uomo”. E’ una generalizzazione assolutamente scorretta; se ho delle colpe ho il diritto che mi vengano contestate puntualmente.
              Attenzione, capisco che si possa pensare a priori che un uomo cresciuto in una certa società si comporti e pensi in un certo modo. Ma si tratta di un calcolo delle probabilità: di quel singolo io non conosco la storia né il contesto. Posso avere un pregiudizio e aspettarmi che sia fondato; questo pregiudizio può anche essermi utile a fini pratici, ma devo avere l’umiltà di riconoscere che può essere infondato.

              Ragiona anche su questo: se a tutti gli uomini stanno bene le dinamiche sociali attuali allora siamo condannati. La parte maschile della società cercherà sempre di ottenere una supremazia di questo tipo e non accetterà mai di arrivare a un cambiamento. L’alternativa è che anche chi è maschio possa desiderare dinamiche diverse, ma ammettere questo vuol dire ipso facto negare un concetto di responsabilità collettiva.

              Le responsabilità non sono tutte uguali (e grazie, sono personali). Possiamo bearci con le statistiche, ma alla fine nessuno di noi è una statistica, e si torna sempre a ciò che diciamo, facciamo o omettiamo. Posso aver avuto delle uscite infelici? Può essere, magari non sono stato abbastanza consapevole delle espressioni che utilizzavo e che erano state assorbite dall’ambiente in cui sono cresciuto. Ma quella è una MIA responsabilità del non essere stato abbastanza consapevole, non è una colpa “dei maschi”.

            • Lo so che c’è una differenza con quello che dice Paola. Ma almeno il suo discorso, pure se lo ritengo infondato, ha un senso. Il tuo no: non puoi essere responsabile di una cultura per appartenenza, ma solo se ne sei partecipe con idee e azioni. Questo post parla di femminicidio. Dimmi allora quale vantaggio ricevono gli uomini da questi fatti. Ma anche per la violenza domestica e lo stupro. Tu sei avvantaggiato? Questo post dà una definizione di femminicidio che arriva precisamente dall’idea di un insieme di azioni volte alla sottomissione da parte di un gruppo. Tale gruppo esiste sulla base di una appartenenza di genere. La tua definizione non cambia nulla, stai comunque descrivendo un’appartenenza per genere. Solo che siccome ti suona male cerchi di dargli una connotazione socio-culturale. Ma se sei responsabile lo sei in quanto maschilista. Poi si può dire, e su questo possiamo essere tutti d’accordo, Paola compresa, che preso atto della situazione attuale, pur nel disaccordo sulle analisi, cosa ognuno fa e che uomo vuole essere. Da questo punto di vista ci sta un’idea di azione collettiva e di chiamata in causa.

  20. @Paola
    Affermare che il patriarcato esiste perché esistono i maschi e come affermare che un quadro ad olio esiste perchè esistono i colori ad olio. Una affermazione senz’altro vera, ma che non porta nuova conoscenza sul quadro stesso. In effetti per l’esistenza del quadro è necessario che esistano i colori, ma non è sufficiente. E’ vero anche per il patriarcato? Ossia è sufficiente che esistano gli uomini affinché esista il patriarcato?

    La risposta è categoricamente no!

    Limitiamo il discorso alla sola specie Homo Sapiens (vi sono state molte altre specie umane). Essa ha fatto la sua comparsa sulla Terra circa 150.000 anni fa, ha attraversato una gravissima crisi rischiando l’estinzione circa 80.000 anni fa, ha superato questa crisi sviluppando il pensiero simbolico, attraverso il quale ha acquisito la capacità di immaginare, di creare reti culturali e di diventare un organismo sociale. Grazie a queste nuove capacità, da una popolazione residua di qualche migliaio di individui ha oggi raggiunto i 7 miliardi colonizzando ogni angolo della Terra, portando all’estinzione di migliaia di specie (comprese altre specie umane) e stravolgendo l’intero pianeta. Ebbene di fronte a una storia tanto lunga e ricca di stravolgimenti conclusasi con una trionfale avanzata, quanto di ciò è avvenuto sotto una società patriarcale? Ebbene l’Homo Sapiens è comparso 150.000 anni fa, il patriarcato solo 10.000 anni fa o poco più. Dunque solo il 10% della storia della nostra specie è stato caratterizzato dal patriarcato. Si deve concludere che l’esistenza del genere maschile nella nostra specie è causa necessaria, ma non sufficiente per l’esistenza del patriarcato.

    Quando chiedi “in quale altro modo potete spiegare l’esistenza di un patriarcato che non sia una costruzione esclusivamente maschile se non partendo dal corpo maschile” la mia risposta è che certamente la presenza del genere maschile è necessaria all’esistenza del patriarcato, ma se poi sia anche necessario un dimorfismo sessuale non si può sapere. Si può essere convinti che sia così, ma ciò non sarà mai più che una credenza, giacchè una società umana senza dimorfismo sessuale non esiste e quindi non può essere esperita. Alla tua domanda, però, io (in buona compagnia di antropologhi, sociologhi, filosofi e non ultimi Marx ed Engels) posso rispondere che ci sono altri modi per spiegare l’esistenza del patriarcato che non sia una costruzione esclusivamente maschile ad esempio affermando che il patriarcato è primariamente una costruzione economica e sociale e che tale costruzione non è un qualcosa di fisso, ma ha una storia. E’ comparso in Asia in un dato momento e in determinate condizioni, si è diffuso, si è sviluppato e si è trasformato attraversando varie epoche storiche e varie società. Il patriarcato di oggi in Italia non è quello che c’è in alcune zone dell’Africa subsahariana, così come il patriarcato attuale in occidente è diverso dal patriarcato nel medioevo, dal patriarcato della società greca classica o da quello dei pastori semiti. Questo proprio perché il patriarcato è una costruzione economica e sociale.

    Tornando, invece, alla presunta origine biologica ho da fare un’ultima osservazione. Gli esseri umani sono mammiferi, primati nella fattispecie. Dire che discendiamo dalle scimmie è un errore comune, quanto profondamente grossolano, in quanto noi al massimo abbiamo un antenato in comune con le scimmie. Questo non toglie che si possano fare dei confronti. Osservando i mammiferi si nota come i comportamenti sociali e sessuali delle varie specie siano molto vari e come a volte le differenze sia fisiche che comportamentali tra i vari generi siano notevoli. Questo però non si tramuta giocoforza in un dominio dei maschi sulle femmine, né tantomeno in una violenza. In tutti i documentari che ho visto mai mi è capitata la scena di un cervo che incorna un femmina. Se devo dire la verità i leoni di mare sono l’unica specie che mi viene in mente dove il maschio ha comportamenti violentissimi un po’ con tutti. Vi saranno anche altri casi, ma restringendo il campo alle scimmie e ancor di più ai primati, non mi pare che non vi sia nulla di vagamente simile al dominio dei maschi sulle femmine, né tantomeno violenza sistematica. La specia che ci è più simile, gli scimpanze (i bonobo in particolare) sono quanto di più lontano vi sia da una violenza di genere. Per altro le scimmie, come gran parte dei mammiferi non si uccidono tra di loro come fanno gli esseri umani. Il ricorso al fattore biologico ancestrale quindi lascia il tempo che trova. Per altro se non si può parlare di patriarcato tra gli animali (suona in effetti abbastanza strambo) questo avviene perché in realtà il patriarcato è una costruzione sociale, non biologica, tipica esclusivamente dell’Homo Sapiens.

    L’origine sociale del patriarcato implica, però, che così come è nato, così può finire, proprio come la società in classi e questo avverrà completamente quando non solo le condizioni economiche e sociali che lo determinano saranno superate, ma anche quando il riflesso di queste ultime nella mente degli individui della società si sarà spento. Penso che oggi nelle società più avanzate le condizioni materiali ed economiche per la completa emancipazione femmminile vi siano già, ma che il capitalismo continui a cercare di sfruttare e alimentare i preconcetti della mentalità patriarcale a proprio vantaggio. Ma questo discorso è valido anche per l’emancipazione dei neri in america. L’errore di fondo in cui cadi con la tua impostazione è credere che la fine del patriarcato dipenda dalla presa di coscienza di noi maschi della necessita di emendarci dai nostri peccati. Secondo te la totale emancipazione dei neri in america può dipendere dalla presa di cosienza dei bianchi di essere degli stronzi? Credo che se lo vai a dire a un afroamericano probabilmente ti riderebbe in faccia. Se i neri non sono più schiavi è vero che lo devono a un presa di coscienza di una parte di bianchi, guarda caso però era la parte che dalla schiavitù non aveva nulla da guadagnarci e, anzi, aveva da perderci. Marx nel commentare la guerra di Secessione fu molto chiaro su questo: ben venga la vittoria dei nordisti, ma i neri non possono aspettarsi di ricevere l’emancipazione dai bianchi. Finirà la schiavitù, ma non lo sfruttamento. Se i neri ambiscono alla parità coi bianchi se la dovranno guadagnare con la lotta. La sua analisi si rivelò esatta: finì la schiavitù, ma fino alle durissime lotte degli anni 50 e 60 i neri in america non ebbero nemmeno lontanamente gli stessi diritti dei bianchi. Quella stagione di lotte ha cambiato profondamente le cose, ma non abbastanza come dimostra la situazione attuale. Nell’America lacerata dalla crisi però la questione raziale sta tornando d’attualità con un livello di conflitto mai così alto come negli ultimi anni. Questo per dire che le donne, per avere la parità, devono pretenderla e devono lottare per averla, giorno per giorno con tutte le armi a loro disposizione, studiando, manifestando, discutendo e anche con corsi di autodifesa e picchiando. E’ di fronte alla vostra assoluta determinazione che gli uomini possono cambiare modo di pensare, non autoflagellandosi per essere portatori di un gene infetto. Quanto alle scorie del pensiero patriarcale, i conti ce li dobbiamo fare tutti, uomini e donne. Siamo nati in una società che ce le ha trasmesse fin da piccoli e che in qualche modo ci ha infettato. Un recente studio dimostra che le bambine attorno ai sei anni sono partate a farsi l’idea di essere meno dotate dei loro coetanei e questo si spiega proprio con la costruzione sociale del patriarcato che comincia a intossicarci fin da piccoli.
    http://www.internazionale.it/scienza/claudia-grisanti/2017/01/28/bambine-si-sentono-inferiori-maschi
    Col pensiero maschilista, come vedi, ci dobbiamo fare i conti tutti e la lotta che le donne devono affrontare per emaciparsi deve affrontare anche questo problema ricordando che quanto più faranno piazza pulita con questo schifo, tanto più saranno forti, tanto più gli uomini ne saranno condizionati. Questo discorso non lo faccio certamente per scaricare gli uomini dalle loro resposabilità, ma da che mondo è mondo, la liberazione da uno stato di oppressione si ottiene con la vittoria di una lotta, non per gentile concessione degli oppressori. Fare propaganda perchè tra le fila degli oppressori vi siano quante più defezioni possibili è una delle strategie di lotta, ma non è la lotta in sé.

    • @Vincenzo Senzatela: tu scrivi
      “Questo discorso non lo faccio certamente per scaricare gli uomini dalle loro resposabilità, ma da che mondo è mondo, la liberazione da uno stato di oppressione si ottiene con la vittoria di una lotta, non per gentile concessione degli oppressori. Fare propaganda perchè tra le fila degli oppressori vi siano quante più defezioni possibili è una delle strategie di lotta, ma non è la lotta in sé.”

      Sono solo in parte d´accordo con questa affermazione nel senso che é vero che la defezione é solo una strategia di lotta, ma secondo me la piú importante. É solo quando la maggioranza degli uomini considereranno iniqua una societá maschilista e ragionevoli le richieste di uguaglianza con le donne che la lotta di fatto avrá avuto pieno successo.

      Questo secondo me spiega anche perché il negazionismo del femminicidio sia pratica particolarmente odiosa. Il miglior modo di scuotere le coscienze é quello di mostrare le conseguenze piú brutali di un certo impianto culturale: nella fattispecie qui l´assassinio della donna che come dice tuco “sgarra” o la sua mutilazione (le donne sfigurate con l´acido per esempio).

      Ma se si nega che tali violenze siano legate alla cultura maschilista e siano solo gesti isolati tra individui si fa passare l´idea che tutto sommato, una societá maschilista puó essere anche riprovevole, ma in modo bonario. Che non morda la carne viva di persone vere.

      É come quando si commette un omicidio contro immigrati e l´autore viene fatto passare per “il folle isolato” sganciandolo da una cultura di odio razzista che sicuramente ha contribuito ad armargli la mano.

  21. Innanzitutto io non ho dato della nazista a nessuna. Ho detto che il secondo commento di _Paola_ è un delirio nazista e reso della mia opinione e non devo spiegare perché, dato che qui tutti hanno capito che si parlava di un genere (una *razza*?…) tarata geneticamente e senza speranza.
    Poi mi fa piacere che abbia aggiustato il tiro. Però resto molto perplessa. Se non ci fossero i maschi non ci sarebbe il patriarcato, ok. Se non ci fossero i maschi portatori di violenza non ci sarebbe la violenza? Boh. Immaginiamo una società primitiva di sole femmine che possono riprodursi tra loro. Per quale motivo non dovrebbero nascere conflitti per accaparrarsi il cibo e la partner migliore? Non sarebbero i soggetti più forti a prevaricare sugli altri? E non si creerebbero quindi categorie o caste dominanti che manterrebbero il potere con la violenza? Chiedo da ignorante per curiosità

  22. Da una discussione sulle retoriche di chi nega il femminicidio, molto concreta e focalizzata, sta diventando una brodazza di questioni generalissime e quindi astratte, paleontologia, “mi avete frainteso” e mansplaining. Invito tutt* a tornare in carreggiata.

    • L’esortazione di Wu Ming 1 qui sopra è rimasta inascoltata.
      Consigliamo invece di ascoltarla.
      Lo consiglia anche Saint-Just.

    • Capisco l’esortazione, ma se si vuole discutere in modo proficuo sulla retorica di chi nega il femminicidio senza cadere in un esercizio intellettuale piuttosto sterile, bisogna andare al nocciolo della questione: “perchè si nega il femminicidio?”, e quindi rimanere ben saldi su cosa si intende con femminicidio.
      Si nega il femminicidio perchè in modo più o meno cosciente i maschi non accettano il concetto di femminicidio perchè non vogliono guardarsi allo specchio, oppure, dopo essersi visti, non possono credere a ciò che vedono, oppure difendono coscientemente ciò che vedono e fanno finta di non cedere a ciò che vedono nello specchio che le donne hanno cominciato a mettergli di fronte.
      Quando i maschi negano il femminicidio, negano in modo più o meno raffinato i presupposti che danno senso al concetto di femminicidio e li elenco qui di nuovo (per i pignoli: non pretendo che siano logicamente indipendenti fra loro e/o completi):

      1 -Il patriarcato è una civilità creata esclusivamente dai maschi attraverso la violenza per sottomettere le donne. (Da qui discende anche ogni violenza (maschile) contro ogni soggettività che metta in discussione il binarismo dei sessi e l’eteronormatività.) Perciò la violenza non è un accidente ma il modo maschile con la quale i maschi tengono in piedi il patriarcato. (l’articolo della Gaito http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/19/con-le-coppie-gay-perche-io-sono-una-donna/1032987/ illustra in modo esemplare questo punto)

      2 -Ogni violenza di un maschio agita contro una donna è un atto di oppressione dei maschi contro le donne. (La violenza patriarcale (maschile) ha assunto dallo stupro e l’uccisione, forme via via sempre più raffinate mano a mano che si è evoluta nel tempo per nascondersi nella pieghe di ogni evoluzione culturale locale e soffocare ogni tentativo delle donne di rovesciare l’oppressione. La violenza (maschile) è infatti trasversale e strutturale e anche la violenza simbolica nelle pieghe del linguaggio oppure la violenza della rappresentazione del corpo della donna per esempio nelle pubblicità, è finalizzata a ridurre ad oggetto la donna e perpetuare l’oppressione, al pari dello stupro e l’uccisione. I casi estremi riservati alla donna che non accetta la subordinazione sono un monito che attraverso un loro simile, tutto il sesso maschile fa a tutte le donne. Da ciò risulta evidente anche che la violenza agita da una donna, questa si accidentale e interiorizzata, non ha nulla a che vedere con la violenza del femminicidio, come quella subita dai maschi e altre amenità sul tema del #maletear)

      3 -Esiste quindi una responsabilità collettiva che coinvolge i maschi, tutti i maschi, nei confronti di tutte le donne che va oltre il tempo e lo spazio di quel particolare contesto socioeconomico nel quale l’ennesimo maschio con la fedina penale pulita fa l’offeso, tira fuori il concetto giuridico di “responsabilità personale” e altri temi cari al #notallmen (Ecco perchè si chiede di continuo ai maschi, di ogni età, estrazione, etc di farsi carico pubblicamente delle azioni dei loro simili, perchè questa è la condizione necessaria per dissociarsi dal femminicidio e disertare il patriarcato. Per la stessa ragione si chiede alle donne di ogni età, estrazione, etc di fare blocco unico: “se toccano una toccano tutte”, pretendere la valorizzazione: “se le nostre vite non valgono allora ci fermiamo” https://nonunadimeno.wordpress.com/2017/01/17/8-marzo-2017-sciopero-delle-donne-se-le-nostre-vite-non-valgono-allora-ci-fermiamo/ … )

      Perchè è importante avere chiari i presupposti che danno senso al concetto di femminicidio?
      E’importante perchè altrimenti limitarsi a una critica superficiale sulla retorica della negazione del fatto che i maschi uccidano più donne delle malattie o di quell’altra causa diventa una guerra di retoriche dove si perde il senso di cosa si sta parlando quando si usa la parole “femminicidio”.
      Il punto qualificante nello smontaggio del negazionismo di Smeriglia infatti, è stato evidenziare i gli assunti del suo sofisma, sui quali poi si perde per il 99% a far fumo con i numeri dopo averli inoculati in modo implicito. Ebbene se si va a vedere, quegli assunti sono la negazione di uno o più presupposti elencati sopra. Il vero messaggio del suo negazionismo sono quei presupposti impliciti (che con la matematica hanno poco a che fare) esplicitati nell’articolo.

      Ora però torniamo a ciò che si intende quando si parla di femminicidio ovvero 1,2,3 e facciamoci un paio di domande.
      Posizioni del tipo “il patriarcato è una cultura che ci opprime tutt*”, oppure negare categoricamente la componente biologica maschile (e per l’ennesima volta… che ciò debba tradursi in una meccanicistica impossibilità di uscire dal patriarcato come una ruota dentata da un ingranaggio… questo è un artificio retorico per negare pregiudizialmente la componente biologica: il patriarcato viene dai maschi, ma non necessariamente dai maschi può venire solo il patriarcato, ok?) come se l’essere oppressore per il maschio fosse qualcosa di accidentale rispetto al fatto di essere maschio, come se anche le donne potessero essere attive elaboratrici e non passive interiorizzatrici di patriarcato, oppure come ha fatto l’ultimo mansplainer, ridurre il patriarcato a una forma culturale derivata da un particolare modo di produzione nella quale i sessi sarebbero immersi e “fecondati” allo stesso modo, etc …..sono o non sono modalità più o meno raffinate di negazionismo del femminicidio? Sono posizioni coerenti con 1,2,3 o le contraddicono in modo più o meno sottile?

      Perchè se si è pronti a negare categoricamente che ciò che caratterizza il patriarcato non sia di qualcosa che possa venire solo dai maschi (again: ma non necessariamente dai maschi deve venire solo il patriarcato) si deve essere pronti a dare risposte convincenti alle domande che più volte posto e sulle quali continuo ad essere ignorata. Mi autocito.
      “Se il patriarcato non fosse qualcosa di riconducibile all’essere maschio in senso biologico, su quale altra base si chiederebbe ai maschi (e nel senso biologico del termine) di farsi carico della violenza che un loro simile agisce contro una donna (e non contro un loro simile, ovvero l’effetto del farla contro vento)?
      Se quella violenza non avesse origine in qualcosa che accomuna tutti i maschi indistintamente, cosa renderebbe più responsabile un figlio della madre del patriarcato?
      Se potesse essere una donna più responsabile del patriarcato di un maschio, su quali basi un gruppo di donne qualsiasi, indipendentemente da qualsiasi altro dato di appartenenza a generazione, classe, etnia, etc potrebbe scendere in piazza contro l’indistinta massa dei maschi e una violenza che si dice “culturale” ma che starebbe (E STA) in capo a loro?
      Se l’agire dei maschi fosse al pari di quello delle mie simili il risultato di una cultura la cui origine (e quindi responsabilità) non potesse essere attribuita esclusivamente ai soli maschi, su quali basi si chiederebbe agli uomini di “tacere e ascoltare”, “farsi carico”, e altro ancora?”

      Ecco, ritengo che tali domande, che sorgono una volta imboccata una strada inevitabilmente contraddittoria, continuino a venire ignorate perchè altrimenti, si dovrebbe esplicitare la propria posizione sottilmente negazionista del femminicidio che deriva dal voler ostinatamente rifiutare il dato biologico della violenza (maschile), che non è un qualcosa di carattere meccanico o assimilabile a un riflesso condizionato o alla biologia degli insetti, come Smeriglia vorrebbe rappresentarlo in modo da lasciare aperta solo la porta dell'”allora tanto vale” nella quale da sempre il maschi si sono infilati (te e tuco compresi), ma è un dato senza il quale il concetto di femminicidio, e quindi le modalità di lotta, le parole d’ordine, insomma tutto ciò che le donne per le donne hanno messo in campo per contrastare e portare allo scoperto l’oppressione maschile si presterebbe, nel migliore dei casi, alle mille relativizzazioni che nemmeno somMovimento sarebbe disposto a concedere quando dice “La violenza MASCHILE contro le donne non deve e non può essere in alcun modo relativizzata” https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2016/11/02/26n-per-uno-spezzone-transfemminista-queer-al-corteo-nazionale-contro-la-violenza-maschile-sulle-donne/ .
      E non è una questione astratta o di lana caprina ragazzi, mi dispiace, è questa la vera questione concreta, perchè il rifiuto ostinato a guardarsi allo specchio, ovvero farsi carico fino in fondo di ciò che si è, di ciò che si è fatto per millenni e che si continua a fare nel pianeta contro di noi, è un rifiuto a voler veramente farsi carico di se stessi, delle proprie responsabilità, e quindi un rifiuto a voler cambiare veramente.

      • “in modo da lasciare aperta solo la porta dell’ “allora tanto vale” nella quale da sempre il maschi si sono infilati (te e tuco compresi)”

        Come si dice a Trieste, femo che se capimo? Io e WM1 non ci siamo infilati da nessuna parte. Infatti l’ “allora tanto vale” è riferito all’ipotesi di lavoro che il comportamento sia univocamente determinato dalla biologia. Ma appunto né io né WM! (né altri e altre che partecipano a questa discussione) riteniamo che tale ipotesi di lavoro sia valida. Non accettando questa ipotesi di lavoro, se la logica ha un senso, non possiamo nemmeno utilizzarla per infilarci da qualche parte.

        Io la chiudo qui, questa polemica, perché mi sembra del tutto improduttiva.

        • Dire che ho “lasciato aperta” la porta del “tanto vale stuprare”, anziché rifiutarla con forza come invece ho fatto (insieme alla premessa che mi sembrava sbagliata), mi sembra un trucchetto disonesto, anzi, alquanto infame. Ottimisticamente, spero si tratti solo dell’ennesima espressione infelice.
          Capisci a cosa serviva l’esortazione? La sentiamo da lontano, la puzza della discussione che imputridisce accumulando malintesi.

  23. Intervengo sperando che il mio commento non finisca per allungare la brodazza e facendo appello alla magnanimità di Saint-Just, ma ci sono alcune cose che penso vadano dette agli uomini intervenuti in questa discussione e a quelli che leggono.
    Gli uomini non devono combattere la battaglia contro il patriarcato e contro la violenza di genere perché è giusta, per un motivo etico. E’ una motivazione debole, superficiale e troppo facile.
    Voi uomini dovete combatterla perché il patriarcato è violento contro le vostre compagne, madri, sorelle, figlie e amiche, certo, ma c’è di più. È violento anche contro di voi. Voi maschi avete dei vantaggi dal patriarcato, siete il genere dominante, ma questa posizione la pagate carissima. La violenza che il patriarcato esercita su di voi è meno totalizzante di quella che esercita sulle donne (perché una donna ha paura di essere stuprata e uccisa *letteralmente ogni giorno*), ma vi plasma, in modo crudele. Ed è vero che gli uomini violenti sono i soldati in prima linea del patriarcato – e come tali hanno la responsabilità delle loro azioni, e io non voglio rendere più leggero di un grammo il peso di questa responsabilità – ma come tutti i soldati sono carne da cannone.
    Un giorno vidi una scena tremenda: un bambino molto piccolo stava per salutare un suo amichetto dopo una bella giornata insieme, e per farlo voleva dargli un bacio. Un uomo, un suo parente, si avvicinò e gli disse “gli uomini non si salutano baciandosi, si danno il cinque”. I due bimbi rimasero interdetti, allora l’uomo prese le mani di entrambi e gli fece vedere come si dava il cinque. Il bimbo che voleva dare il bacio se ne andò mortificato.
    Non so quante volte nel corso della vita di un uomo debbano ripetersi scene del genere per insegnargli a non fare una cosa naturale ed emotivamente significativa come baciare una persona per cui prova affetto, sicuramente molte. Quante volte si è esercitata su ciascuno di voi questa violenza? E quante volte ne avete subite altre, in altre forme, per farvi diventare quello che il sistema patriarcale ha bisogno che siate? Quante prese in giro, o botte, vi sono state inflitte quando non vi dimostravate abbastanza virili? Quante volte vi siete sentiti in dovere di dimostrare la vostra virilità, magari al prezzo di farvi male? Cosa sareste senza questa violenza?
    E ripeto, è vero che questa violenza serve a farvi diventare il genere dominante, con tutti i vantaggi che ne conseguono, ed è cruciale che comprendiate questi vantaggi e il modo in cui li sfruttate, ma secondo me il prezzo che pagate è assai più alto dei benefici. Non è alto quanto quello che pagano le donne, ma è comunque troppo.
    Quali sono i passi da fare, chiedeva Wu Ming 4. Una cosa da fare secondo me è parlarvi tra di voi, riconoscere la violenza che praticate ma anche quella che subite a causa del patriarcato. Può sembrare una strada consolatoria e auto-assolutoria, ma non lo è affatto: è dura guardare la violenza che si è subita in prima persona, significa vedersi come vulnerabili, riconoscere le proprie cicatrici, vedere i propri cari, spesso, come agenti della violenza, andare a fondo in quelli che sono i propri affetti e i propri punti di riferimento. Ma questo parlarsi, questo prendere la parola, pubblicamente, di fronte ad altri, è veramente uno strumento potente e rivoluzionario. Se nell’approccio alla sessualità e alle relazioni è cambiato qualcosa negli ultimi 40 anni è stato grazie ai gruppi di autocoscienza, ai luoghi in cui le donne hanno condiviso quello che succedeva nel loro privato. È ora che lo facciano anche gli uomini.
    Non è questione di lavarsi la coscienza con il vittimismo, ma di riconoscere il patriarcato come un sistema oppressivo e insopportabile per tutti, e di riconoscersi come esseri umani incatenati da quel sistema. Da combattere non perché è giusto così, ma perché quelle catene vi impediscono di essere liberi.

    • Approfitto per rimettere in evidenza questo articolo che avevo segnalato qualche settimana fa:

      http://www.alternet.org/gender/masculinity-killing-men-roots-men-and-trauma

      Episodi come quello che hai raccontato ne ho visti a decine. Un esempio tra i tanti: ricreatorio comunale a Trieste, padre (guardia carceraria) va a recuperare i figli e li trova che invece di giocare a calcio partecipano a un laboratorio di ceramica. Davanti a tutti li insulta accusandoli di “fare cose da ricchioni”. Fortunatamente una delle educatrici reagisce con forza e lo cazzia anche lei davanti a tutti. Ma i due ragazzini non sono più andati al ricreatorio.

    • Certamente Adriana cercare di imparare da noi, dai nostri saperi è senza dubbio un buon esercizio per i maschi, ma scusami (e scusatemi anche voi tuco e Wu Ming se insisto con Saint-Just a mio rischio e pericolo che ciò che sto per dire è pienamente pertinente con il vostro articolo) ripeto che è inutile smascherare il negazionismo che si nasconde dietro mille travestimenti rispettabili (qui, nel caso di Smeriglia, una matematica usata come fosse un magico mantello dell’invisibilità per degli assunti impliciti che negano il concetto di femminicidio [vedi i punti 1,2,3 che ho elencato sopra] e che questo articolo svela e mostra nel dettaglio in tutta la loro miseria levandogli di dosso il mantello di sofismi pseudo-matematici) se poi, pur senza malizia, anzi per intenzioni nobilissime, Adriana, ma cieche, quanto l’amore di una madre, usiamo parole che poi offrono la possibilità ai germi di quel negazionismo di rimescolarsi nei nostri stessi discorsi.

      Quando dici: “Quante volte si è esercitata su ciascuno di voi questa violenza? E quante volte ne avete subite altre, in altre forme, per farvi diventare quello che il sistema patriarcale ha bisogno che siate?”, pare quasi che ci sia un “sistema patriarcale” distinto dai maschi.
      Pare quasi che la differenza tra noi e loro nel patriarcato sia solo una “quantità” differente di sofferenza in un processo qualitativamente identico, ovvero la riduzione a un ruolo predefinito attraverso la violenza e la punizione da parte di un soggetto esterno, contro chi si ribellerebbe a quel ruolo (o ne volesse far proprio un altro o anche crearne un altro).
      Pare quasi che sia stato un caso che a umiliare quei bambini in quel modo sia stato un maschio adulto, e che sarebbe potuta anche essere stata una donna e nulla sarebbe cambiato del significato di quel fatto che hai riportato. Come se la lotta per la liberazione dal patriarcato si combattesse tra generazioni dove nemmeno i genitori sono oppressori dei loro figli per un atto di volontà ma per una dinamica “fatalmente tragica” nel susseguirsi delle generazioni nell’evoluzione culturale e biologica dettata dal caso, una dinamica dove nessun* avrebbe colpe nè responsabilità che non derivino dalle proprie scelte personali in relazione ai soli individui concreti con i quali è entrato in relazione in quel “fatale contesto”, e non una lotta tra sessi dove uno ha volontariamente sottomesso l’altro per millenni, e dove i maschi devono cominciare a farsi veramente carico della violenza con la quale ogni giorno continuano ad opprimerci e dei quali sono i portatori.
      E qui, Adriana, ripropongo il nodo centrale della questione che rischia di far rientrare dalla finestra il negazionismo di Smeriglia, scovato nascosto in casa dietro una tenda disegnata con le formulette per darsi un tono di indiscutibilità e ben rotocalciato dalla porta…

      Se così fosse, e se veramente esistesse un “sistema patriarcale” distinto dall’insieme dei maschi (come un femminismo distinto dall’insieme delle femmine), se anche i maschi fin dalla nascita subissero il nostro stesso processo di forzatura attraverso la violenza e la punizione sistematica della non-conformità ovvero “adeguati a questo ruolo o muori (simbolicamente o concretamente)” e lo subissero da un soggetto con il quale non avrebbero originariamente alcuna relazione, che senso avrebbe il concetto di femminicidio?
      Che senso avrebbe distinguere e nominare solo per noi un processo che riguarderebbe qualunque infante della nostra specie nat* in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo? Basterebbe la quantità maggiore di violenza subita a giustificare l’uso di un concetto che invece trova il suo senso nell’indicare (e ci mancherebbe: le cose STANNO COSI’) una differenza qualitativa e una progettualità nella violenza oltre che una chiara identificazione per sesso di chi opprime chi?
      E che le cose non stanno così e non in un altro modo lo sai bene anche tu. E infatti è la qualità e lo scopo della violenza che cambia: una madre che anche solo guarda con rimprovero (quanto “pesante” può essere lo sguardo di disapprovazione di una madre per un bambino?) il figlio che ai sua coscienza deformata si comporterebbe “come una femminuccia” veicola come regola stabilita da altri quella violenza, la stessa violenza che quel maschio adulto di cui hai parlato ha imposto come una sua regola in un modo qualitativamente differente: la madre si fa calco della violenza (maschile) che essa stessa ha subito e che ha interiorizzato. Se si supponesse che le due violenze fossero sullo stesso piano che senso avrebbe il concetto di femminicidio? Che senso avrebbe smascherare i negazionisti del femminicidio?

      E ripeto Adriana, so che in quanto donna sai perfettamente come stanno le cose… usando le parole di Pina De Girolamo https://comune-info.net/2016/06/decidiamo-noi-donne/ “Le cicatrici della memoria si lacerano a ogni notizia. La rimozione non è mai totale. Non può nulla la sedazione patriarcale, contro una storia antica incarnata nei nostri corpi e nei sogni, che ci ricorda che siamo un genere oppresso da migliaia di anni. La comune oppressione oltrepassa le singole biografie, storie quotidiane di sessismo e violenza sempre più crudeli e aberranti, che i giornali manipolano senza morale, rispetto e compassione. A ogni nuovo racconto, si risveglia il dolore che sovrasta l’antica sapienza, che le donne dei Cerchi ci hanno insegnato a ritrovare.”
      Ma questa antica sapienza, la “connessione potente con la terra, la conoscenza e il potere di guarire, la cura delle relazioni e della comunità, la trasformazione dei conflitti, dei rapporti di potere, oltre l’ego, il conflitto, il dominio” ci porta spesso a lasciarci andare a un bisogno di vedere ovunque la nostra capacità di empatia e di introspezione, un bisogno che conosco bene e che comprendo Adriana, ma nel tuo discorso sembra quasi che ai maschi sia imposto il patriarcato da qualche entità a loro aliena un po’ come alle nostre simili che lo hanno interiorizzato, e se permetti questa è già un invito ad autoassolversi un po’ eccessivo.
      Con questo non voglio dire che il tuo consiglio a seguire le nostre pratiche di autocoscienza non sia un ottimo consiglio, lo è eccome invece, ma come sai la posizione e il ruolo maschile nel patriarcato non è come la nostra, e non è qualcosa di caratterizzato da una differente quantità di “fare e farsi del male”, e questo lo sai bene anche tu visti i tuoi precedenti commenti. Pertanto concorderai con me che il sapere femminile del partire dal sé non è immediatamente applicabile a loro, e da loro autonomamente, ai fini di raggiungere la consapevolezza di ciò che sono nel patriarcato. E qui prendo a prestito le parole di Claudio Vedovati (Maschile Plurale) e Sara Gandini (Libreria delle donne di Milano) “A noi – un uomo e una donna figli del femminismo – interessa volgere lo sguardo verso la violenza maschile, perché vogliamo capire la radice di questa violenza, quella fisica, psicologica e simbolica. Sappiamo però che ha senso farlo solo tenendo ben salda la relazione con il sapere delle donne, con le pratiche dei centri anti violenza, e con le figure di autorità che troviamo in questi luoghi. Il sapere di queste donne viene prima di ogni altro sapere e disciplina. Questo è l’imprescindibile (…)” http://www.libreriadelledonne.it/nutrire-la-nostra-liberta-rischiando/

      Più concretamente, più che occuparsi dei “secondi passi” dei maschi credo che sia più importante pensare a noi stesse una volta tanto, e intensificare gli sforzi per conseguire gli obiettivi lanciati a luglio scorso all’indomani di una serie di efferati femicidi, con il comunicato D.i.Re “Quando il nostro corpo è in pericolo è la libertà a essere in pericolo”, una vera chiamata alla mobilitazione contro la reazione del patriarcato (recrudescenza percepita denunciata anche dagli autori in questo spazio) e che ha lanciato, assieme ad altre associazioni femministe, la grande Manifestazione del 26 novembre:
      http://www.direcontrolaviolenza.it/quando-il-nostro-corpo-e-in-pericolo-e-la-liberta-a-essere-in-pericolo/ “dobbiamo costruire un nuovo modo di stare al mondo creando e rafforzando alleanze, conquistando nuovi spazi pubblici e politici (…) darci nuove prospettive, intervenire sulla scena politica e culturale, nella consapevolezza che siamo noi donne il soggetto imprevisto della storia. Con la nostra competenza e esperienza, noi possiamo rigenerare e cambiare radicalmente l’intera struttura delle sfere di potere democratico.”
      La marea del 26 novembre è diventata oceano, le donne stanno rispondendo e credo che una delle priorità sia ottenere finalmente una legge femminista sulla violenza contro le donne, e su questo c’è una bella partita il prossimo 8 marzo, con lo sciopero globale delle donne, e so, Adriana, che sei già fianco delle nostre sorelle.
      Fortunatamente http://www.libreriadelledonne.it/condanna-dellex-convivente-per-maltrattamenti-fondata-sulle-sole-dichiarazioni-della-donna/ si stanno già registrando casi virtuosi (finalmente) dalla giustizia italiana in ambito di maltrattamenti e violenze maschili contro le donne in linea con quanto da anni stiamo cercando di promuovere come cambio culturale profondo e necessario per uscire da una concezione patriarcale del diritto dove le fattispecie di reato stesse, quelle che nascondono il femminicidio, come ad esempio lo stupro, la violenza in famiglia, lo stalking, etc continuano a essere definite a partire non dai saperi delle donne bensì proprio dalla rimozione patriarcale del femminicidio, ovvero con definizioni asettiche che le fanno apparire come tipologie di violenze a se stanti slegate tra loro.
      Per parte mia auspico che sentenze come quella indicata da Libreria delle Donne di Milano possan fare da apripista per future sentenze e provvedimenti. Sarai d’accordo con me infatti che il patriarcato addestra i suoi soldati in larga misura attraverso l’immersione nelle istituzioni patriarcali esistenti, ovvero in un mondo a misura di maschio, nel quale noi ci troviamo ad essere de-formate fino all’incoscienza. E autoanalisi a parte, è molto più efficiente per arrivare a una eradicazione del patriarcato stesso che un giovane maschio cresca all’interno di un mondo sempre più a misura di donna, anche perchè sebbene siamo ormai la maggioranza nelle scuole, l’educazione che pesa di più nello trasmettere il sessismo, il patriarcato e la normalizzazione del femminicidio rimane quella dei primi anni nel nucleo familiare. La strada è ancora lunga.
      E credo infine che tu Adriana (con gli autori di questo articolo e il tetro e inflessibile Saint-Just) sarai d’accordo con me che smascherare le continue e sempre più sottili forme di negazione maschile del femminicidio, non possa aver senso, senza tener fermo in primo luogo cosa noi donne intendiamo nominare con questa parola, ossia quale realtà delle cose abbiamo svelato e vediamo ora in modo incontestabile e chiaro attraverso essa perchè “non può nulla la sedazione patriarcale, contro una storia antica incarnata nei nostri corpi e nei sogni, che ci ricorda che siamo un genere oppresso da migliaia di anni”.
      Buona lotta anche a te, sorella mia.

  24. @alessio
    In genere le defezioni negli eserciti avvengono quando i nemicisi rivelano forti e il prezzo da pagare nella battaglia troppo alto ripetto ai vantaggi che si pensa di avere da una vittoria. Le rivoluzioni sono ovviamente passate attraverso una pesante defezione delle armate degli oppressori, ma solo quando gli oppresi avevano mostrato di non poter essere schiacciati facilmente. I casi in cui un oppressore si avvede del proprio errore e emancipa l’oppresso nella storia sono fatti isolati, non sistemici. Se invece gli oppressi si organizzano e danno battaglia allora gli oppressori saranno costretti a cedere parzialmente o totalmente i loro vantaggi. Se le donne si vogliono emancipare completamente devono ccontinuare la lotta e mostrarsi forti. Il predominio patriarcale nella società attuale non ha radici economiche così forti come poteva averle 50 anni fa. Oggi il predominio è in gran parte un retaggio culturale coltivato da alcune forze economiche, quindi in occidente il terreno di scontro è prettamente culturale e perciò articoli come questo di Tuco sono armi potenti in questo scontro. Però, torno a ripetere, così come è impensabile per una classe sociale oppressa emanciaparsi senza una lotta, così è impensabile per il genere femminile. Solo l’asprezza della lotta può incentivare la defezione in massa dalle file del patriarcato. Finché, ad esempio, solo tre uomini su dieci, di fronte a un commento sessista, si dissociano apertamente, la lotta contro il maschilismo sarà molto lontana dall’essere vinta. La posizione di Paola mi da particolare fastidio perché mi sembra profondamente di destra, perché è una posizione non di lotta, ma di vittimismo, una posizione non molto dissimile da quella di certi complottisti. In effetti secondo la questa visione le donne sarebbero vittima di un complotto ordito dagli uomini nei loro confronti non si sa bene quando e come. Il motivo però è chiaro: gli uomini hanno in se il male. Posizione che mette le donne in uno stato di purezza (qualsiasi cosa ciò voglia dire), ma incapaci di contrastare cotanta violenza. Eppure in un passato neanche così lontano mi pare di aver visto donne lottare, anche ferocemente per i loro diritti e con la forza delle loro rivendicazioni ottenere risultati consistenti e la parificazione almeno formale con gli uomini. A questo punto devo dedurre che la stagione delle lotte è finita e deve essere iniziata quella dei provvedimenti di scomunica. Per fortuna (del movimento femminista e per l’umanità in generale) questa transizione è avvenuta solo in pochi casi.

    @Wu Ming 1 (prima) e Paola (poi)
    Chiedo scusa per le divagazioni. Il fatto è che, sentendomi dare del portatore del cromosoma dannato, ho ritenuto opportuno portare avanti delle argomentazioni tese a confutare questa concezione. Noto per altro che è stato sciocco da parte mia in quanto l’aver sottolineato che il patriarcato è nato solo 10.000 anni mentre la nostra specie si è evoluta ben 150.000 anni non ha cambiato la innata malvagità della mia natura di uomo. Si vede che invece di essere un fenomeno storico il patriarcato deve essere legato qualche recente malformazione nel cromosoma Y. Questo naturalmente mi rende a mia insaputa un negazionista del femminicidio (insieme a Tuco), ma questo è nulla. In quanto portatore del cromosoma maledetto a questo punto sono addirittura un potenziale femminicida (e quale uomo non lo è?), questo malgrado che non abbia mai visto mio padre alzare le mani su mia madre o mancarle di rispetto o sfruttarla in alcun modo e che io stesso non l’abbia mai fatto con nessuna donna. Sono un genere infetto in quanto tale e a mia insaputa (c’erano dei tizi un po’ loschi che facevano discorsi analoghi un’ottantina di anni fa, ma proprio non mi ricordo come si chiamano). A questo punto temo che consigliare la lettura de “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato” (non a Wu Ming 1 che credo l’abbia già letto) se non altro per avere una prospettiva differente da quella innatista sarebbe visto come un altro tentativo di negare l’esistenza del femminicidio.

    Naturalmente il femminicidio nella società attuale esiste ed è da affrontare a livello culturale, ma anche economico. Volendo poi sapere se sia un fenomeno culturale o biologico si potrebbero andare a pescare gli studi di antropologia sulle società matriarcali. Di fatto se la violenza dell’uomo è innata non vedo perché mai dovrebbe limitarsi solo alle società dove il genere maschile è dominante. Imparare a riconoscere un negazionista del femminicidio da chi non lo è, indipendentemente dal genere, potrebbe rivelarsi sorprendentemente importante.

    • Ricopio qua ciò che ha scritto ieri WM1 e in quanto (co)autore del post invito te e tutt* a prenderlo in seria considerazione.

      Da una discussione sulle retoriche di chi nega il femminicidio, molto concreta e focalizzata, sta diventando una brodazza di questioni generalissime e quindi astratte, paleontologia, “mi avete frainteso” e mansplaining. Invito tutt* a tornare in carreggiata.

      • La motivazione principale è nel termine “mansplaining”.

        Di fronte a un approccio discorsivo come quello di Paola – che, ne sono sicuro perché conosco me stesso e “i miei polli”, ha sul 99,9999% dei maschi che leggono un effetto respingente, alienante e decoinvolgente – e di fronte a premesse del discorso date per assodate e indisputabili, “pezzappoggiate” a colpi di citazioni e link che – per come sono presentati – nessuno clicca (*), ecco, di fronte a tutto ciò la prima tentazione è quella di argomentare, discernere…

        Ad esempio, se – come sembrano confermare svariate ricerche – il patriarcato *si afferma* in una fase relativamente tarda della storia umana (insieme alla società di classe, aggiungo), com’è possibile che il patriarcato sia il destino socio-“fisiologico” del maschio?

        Ma se io controargomentassi in questo senso, essendo maschio, purtroppo scatterebbe la cornice del “mansplaining”, cioè dell’uomo che catechizza la donna sui come e i perché dell’oppressione femminile. Perché il discorso del maschio è inevitabilmente situato, e il “pulpito” (la mia posizione di privilegio maschile) rovina la “predica”. Il mio discorso suonerebbe inevitabilmente difensivo e al tempo stesso arrogante, oltreché universalistico, quindi “disincarnato”, mentre l’oppressione patriarcale si vive *corporalmente*.

        Di fronte a questo approccio l’alternativa meno dannosa, come maschi che dissentono, è tacere. E così si rinuncia a fare chiarezza su premesse ed elementi del discorso che, in questo modo, si diffondono senza un vaglio critico fatto insieme, da femmine e maschi compagn* di riflessione e di lotta. Ne discutono solo i maschi già d’accordo con quell’impostazione (i quali sono, ehm, pochi). L’esito è fondamentalmente l’incomunicabilità.

        È un dispositivo da cui non si esce, e che purtroppo contribuisce (non è certo l’unico fattore, ma contribuisce) a tenere lontani molti maschi dalle discussioni su genere, oppressione femminile e femminicidio. Il che aumenta la sofferenza.


        * Baso quest’affermazione sulle statistiche del sito.

        • Ah ecco, “maschi che dissentono”. Meno male che lo dite un po’ più chiaro adesso. Solo che continuo a chiedermi se il Wu Ming che ha scritto questo commento qui sopra è lo stesso che ha scritto:

          “Eppure non ci vorrebbe mica poi tanto, cazzo. Basterebbe un minimo di empatia con le nostre amiche e sorelle. Certo, non viene da sola, loro devono costantemente pungolarci, altrimenti ricadiamo nei soliti comportamenti, ad esempio nella delega del lavoro domestico e di cura…Basterebbe provare a capire cosa significhi combattere ogni giorno, da donna, contro i preconcetti, gli automatismi e gli algoritmi di una realtà sociale plasmata interamente dal potere patriarcale, da millenni di sfruttamento dell’uomo sulla donna.”

          oppure lo stesso che ha rintuzzato così bene il #maletears

          “Il vittimismo del maschio in quanto maschio è sempre e solo vittimismo chiagni e fotti, portato avanti da maschi che non sanno vedere da fuori il proprio privilegio di genere, oppure ne sono ben consci e lo difendono perché non vogliono immaginarsi fuori da quella condizione.”

          mettendo al suo posto l’ennesimo #notallmen negazionista.
          Davvero, si fa fatica a crederlo…

          • Certo, “che dissentono”, l’ho detto dal principio in modo chiaro che dissento dalla tua premessa storico-filosofica, e ho spiegato il perché. Altri hanno fatto lo stesso. Questa tua risposta finto-scandalizzata mi conferma che con quella premessa un maschio non può essere in disaccordo. Se è in disaccordo e insiste nell’argomentare, ricade nel dispositivo che ho appena descritto, quello del mansplaining (o addirittura si becca a gratis del “negazionista”). Quindi l’alternativa, come dicevo, è tacere.

  25. Non ho capito, però mi pare che si continui a voler tenere insieme i due discorsi. Intanto, per tornare al tema del post, chiamare negazionisti tutti quelli chiamati in causa, è stata una mossa retorica? è corretto chiamarli negazionisti? Il post su Lipperatura è corretto? Io li lessi allora e li ho riletti, non sono proprio convinto. Nessuno di loro probabilmente condivide il concetto di femminicidio di questo post, ma è questo che rende una persona negazionista? Le loro sono strategie retoriche o è dissenso? Poi mansplaining non credo che voglia dire quello che hai detto tu. Mansplaining è un atteggiamento di condiscendenza, se uno non è d’accordo sull’origine dell’oppressione femminile (io non son d’accordo con Paola, ma neanche con te, quando parli di classe) e ne discute mantendendo il rispetto altrui si chiama dissenso. E basta. nOn è possibile che ogni volta che si discute spunta fuori il mansplaining, perché allora ha ragione Paola: siamo maschi, stiamo zitti. Ma che discorso è? A parte che a rigor di logica, non si capisce perché una vittima ne dovrebbe sapere più di un carnefice. Il probelma è che continuate a parlare di femmine e maschi, e dovete decidervi. Quando Tuco invitava i maschi ad ascoltre perché per capire queste cose bisogna ascoltare le donne stava facendo lo stesso errore. E l’intervento di Paola ne è la dimostrazione. Almeno lei immagino pratichi anche una lotta separazionista. Però non ho capito qual è l’inghippo che blocca la partecipazione. Secondo me Paola non si è spiegata male, lei pensa delle cose ben precise che sono state studiate e prodotte da un certo femminismo. NOn penso che questo abbia effetti su quanti uomini si avvicinano al femminismo.

    • Per favore, basta con questa gnagnera. Smeriglia afferma esplicitamente di aver *dimostrato* che il femminicidio non esiste. Noi abbiamo smontato i suoi sofismi, e il nostro debunking è valido qualunque definizione di femminicidio si assuma. Non è che c’è la siamo sognata noi questa cosa, eh. Dopodiché abbiamo detto in modo esplicito quale sia il nostro approccio al tema della violenza di genere e lo abbiamo fatto prendendo dichiaratamente in prestito le parole che Detta Lalla aveva scritto in un suo commento ad un post precedente, perché ci sono sembrate estremamente chiare e condivisibili.

      • Io non ho parlato di Smeriglia. La discussione qui su Giap non penso che abbia senso farla su Smeriglia, poiché basta il vostro articolo. Le sue sono scemenze. E lo sono a prescindere da qualsiasi cosa si pensi in tema. Che c’è da discutere? Poi mi pare di aver capito che per tornare in tema suggerivate di parlare della retorica di chi nega il femminicidio. Le parole di Detta Lalla sono estremamente chiare, ma non così condivisibili, evidentemente. A meno di dire come fai che è ovvio, se non sei d’accordo è perché non ti sei messo ad ascoltare. Il vostro approccio è chiaro, ma non puoi pretendere che sia condivisibile senza discussioni, tanto più se uno usa la categoria del negazionismo. Ho chiesto dunque: è sufficiente non condividere il concetto per essere un negazionista? Ti pare che i post accusati su Lipperatura siano stati scritti da uomini che vogliono negare l’evidenza per mantenere un privilegio? Stanno usando artifici retorici a tal fine? O sono in disaccordo senza negare né che le donne siano uccise, né che sia un grave problema? Sennò non capisco allora di che si dovrebbe discutere ancora. Se questa è gnagnera, va bene. Per il resto non ho capito il commento di WM1

      • “Noi abbiamo smontato i suoi sofismi, e il nostro debunking è valido qualunque definizione di femminicidio si assuma.”

        Ma si, certo… facciamo il debunking di chi pretenderebbe di *dimostrare* che una storia, una coscienza, una volontà collettiva che a fatica le donne hanno da poco svelato e conquistato per ritrovare una lingua e una cultura comune con le proprie sorelle…non esiste…. facciamo il debunking del debunking, e poi limitiamoci a discutere sugli aspetti tecnici di questa prova di intelletto, qualunque cosa si intenda con quella storia, quella coscienza e quella volontà collettiva.. perchè cosa sia quella storia, quella coscienza e quella volontà collettiva è l’inessenziale…tanto che e se poi, dopo aver fatto “la nostra parte” un secondo dopo diciamo cose che negano quella storia, quella coscienza e quella volontà collettiva che danno significato e senso termine “femminicidio” beh …che cosa c’entrerebbe col nostro contro-debunking?

        “Dopodiché abbiamo detto in modo esplicito quale sia il nostro approccio al tema della violenza di genere e lo abbiamo fatto prendendo dichiaratamente in prestito le parole che Detta Lalla aveva scritto in un suo commento ad un post precedente, perché ci sono sembrate estremamente chiare e condivisibili.”

        …però mentre maciniamo i negazionisti del femminicidio, prendiamo le distanze (i “maschi che dissentono” di Wu Ming qui sopra?) dalle premesse del discorso di Detta Lalla che non è di Detta Lalla e che Detta Lalla ha preso a prestito, e non certo dai taaanti femminismi…
        Ma se una donna cerca di spiegare che ci sono delle premesse irrinunciabili dietro alle parole che Detta Lalla ha preso a prestito e voi dopo di lei in subprestito, evidentemente senza capirne veramente il senso … allora è brodazza, gnagnera. Chiamiamo Saint-Just.
        Non c’è male…
        Vorrei ricordarti il commento di Detta Lalla http://www.wumingfoundation.com/giap/2017/01/femminicidio-non-esiste-dice-negazionista/#comment-30364 che dovrebbe suggerirti che le parole che vi ha suggerito sono le parole giuste ma usate tatticamente all’interno di una lotta che sta combattendo lei in questo momento.
        Detta Lalla non crede veramente alla contrapposizione tra maschi e femmine in senso biologico dato che il dato biologico per somMovimento e per i capisaldi teorici che abbraccia (fluidamente e liberamente ….ma questo non lo mollano, eh?) non ha alcun ruolo originario nello sviluppo del patriarcato e della violenza (maschile). Ma se somMovimento non pagasse il dazio al femminismo che ha organizzato le manifestazioni oceaniche la cui prossima tappa sarà l’8 marzo (il femminismo di UDI, D.i.Re, IoDecido), affermando la non relatività della violenza maschile, non avrebbe alcuna ragione di presentarsi come spezzone in un corteo femminista.
        Tuttavia la capisco, anche noi donne dobbiamo muoverci con quella spregiudicatezza che Lenin raccomandava ai rivoluzionari, e il fatto che Detta Lalla non metta comunque in discussione che il maschile è IL negativo a un livello quanto meno simbolico, da cui il suo insistere sulla “mascolinità tossica” e il resto della terminologia che piace tanto a quell* dei taaanti femminismi (con la differenza che Detta Lalla conosce il significato e le implicazioni pratiche delle parole che usa anche quando le usa per scopi tattici), ci dà la possibilità di fare un tratto di strada assieme. Saranno fatti suoi poi chiedersi quale mascolinità sarebbe “non tossica” e perchè mai non esista una “femminilità tossica”.
        E dire che ciò sarebbe più coerente con l’idea per cui, non il sesso (biologia), ma il genere (costruzione culturale socialmente e storicamente determinata indipendente dal sesso biologico) starebbe alla base di quella violenza sociale che ha come fine la preservazione di una struttura rigida dei ruoli sociali predefiniti in base al sesso biologico.
        Forse alla fine, i taaanti femminismi non riescono a uscire veramente dalla Differenza senza cadere nella contraddizione e nell’insensatezza e devono quindi ricorrere a mille epicicli e deferenti concettuali per tenere assieme un discorso schiodato dalla realtà fin dall’inizio negando la Differenza, stabile come una ruota di bicicletta alla quale si è tolto il mozzo….sfido che da quelle parti dei taaanti femminismi ci si faccia vanto di disprezzare la coerenza.
        E infatti dal commento di Detta Lalla si capisce che la coerenza a livello teorico per lei non ha molto valore rispetto a degli scopi pratici da raggiungere. Come ho già detto, capisco questa impostazione di spregiudicatezza e la condivido.. sebbene ci sia un limite anche al mettere tra parentesi l’impianto teorico sul quale si regola la propria prassi o alla velocità con il quale la si cambia …se non avesse proprio alcun valore, perchè allora non rinuncia all’idea (teorica) che la biologia non abbia alcun ruolo nel definire i ruoli sociali e la violenza sociale che conosciamo per mantenerli? Mah…
        Comunque nessun problema. Fino a quando starà nei nostri cortei con le nostre parole d’ordine
        http://roma.corriere.it/notizie/politica/16_novembre_27/corteo-donne-uomini200-mila-no-violenza-b5c3d084-b46c-11e6-87d0-f5151dd4f2bc.shtml
        http://www.lastampa.it/2016/11/26/italia/cronache/a-roma-migliaia-in-piazza-contro-la-violenza-sulle-donne-MIw0aiDH57xxQmd7bnAVpM/pagina.html
        sarà comunque la benvenuta.

        • Ennesima dimostrazione di disonestà intellettuale (o di incredibile maldestrezza nel condurre le discussioni) questo passaggio (con gli attacchi che ne seguono):

          «però mentre maciniamo i negazionisti del femminicidio, prendiamo le distanze (i “maschi che dissentono” di Wu Ming qui sopra?) dalle premesse del discorso di Detta Lalla»

          Falso, io ho affermato giorni fa e ribadito oggi di dissentire dalle premesse del *tuo* discorso e, soprattutto, del tuo modo di argomentare, perché – questo mi è sempre più chiaro – quel modo attiva un certo dispositivo, un dispositivo che in un commento sopra ho cercato di descrivere.

          Questo dispositivo spinge l’interlocutore maschio in disaccordo con le tue premesse (ma non per questo meno interessato a una critica radicale delle relazioni di genere e del patriarcato) in una cornice dentro la quale non può davvero interloquire. Ogni sua locuzione sarebbe interpretata come autodifesa o mansplaining o tipica di ruoli predefiniti e stereotipati.

          Ergo la discussione viene in gran parte inibita, perché l’unico maschio che può esprimersi senza attirarsi accuse di vario genere (come il “negazionista” che mi hai affibbiato a gratis poco fa) è il maschio che è d’accordo con quel’approccio (ad esempio i membri del gruppo Maschile Plurale). Gli altri, come politica di “riduzione del danno”, possono solo scegliere di non proseguire la discussione su quel piano. Sottrarsi. Cosa che io ho fatto e ho esortato altri a fare. Infatti non sto proseguendo la discussione, non sto spiegando a un’interlocutrice donna cosa penso sia il patriarcato ecc. Sto spiegando perché, piuttosto che dare l’impressione di fare una cosa del genere, scelgo il silenzio.

        • Innanzitutto trovo spettacolare un post tutto su di me. Non capisco come mai sta virata personalistica.
          Secondo, “maschilità tossica” non l’ho mai detto perché lo trovo sminuente, preferisco parlare di potere patriarcale (sono vetero che strano, eh?)
          Terzo, GRAZIE di lasciarmi posto dentro nonunadimeno visto che faccio parte (anche) della rete IoDecido da cui nasce nonunadimeno.
          Quarto, puoi starci anche un mese ad analizzare quello che scrivo, auguri a te se pensi di riuscire a inquadrarmi in correnti di pensiero specifiche
          Quinto.. stavo per fare un commento sui taaaanti femminismi ma me lo risparmio. Resto dell’idea che in questo post non si debba discutere dei femminismi, ma della retorica del femminicidio. Peraltro sta per arrivare san valentino, ci sarà tanta roba da analizzare.

        • Vorrei provare a rispondere a _Paola_, Saint-Just permettendo e sperando di non peggiorare la situazione di incomunicabilità: poiché tanto qualsiasi cosa si dica, se proviene da un maschio, pare che Paola ne abbia un rifiuto a prescindere di prenderla in considerazione in buona fede, non mi farò problemi a correre il rischio di sentirmi tacciare di negazionismo o altre amenità.
          Se con il mio intervento è poca la speranza di seminare davvero un dubbio che alcuni femminismi siano più praticabili e con più probabilità di successo di altri, quantomeno la mia coscienza sarà un po’ più placata dall’averci almeno provato.

          Prima di dedicare due parole al perché trovo indigesta la posizione di Paola, vorrei chiederle, dappoiché accusa di tatticismo Detta Lalla, Adriana, e -par di capire- tutte le femministe che non concordano con la sua impostazione ideologica, quale scopo si proponga di ottenere lei con la lotta. “Vincere” oppure portare alta una perdente ma pura fiaccola di testimonianza? Se la seconda, mi taccio immediatamente anch’io. Se la prima, voglio sperare che possa almeno concordare sul fatto che si “vince” avendo più persone possibili (di qualunque genere) contro il patriarcato. Se l’obiettivo è altro, si abbia l’onestà intellettuale di dichiararlo esplicitamente (o quantomeno di non accusare altr* di tatticismo!), facciamo la conta di quant* rimarranno al suo fianco, e solo poi ne riparliamo.
          Ammesso per un attimo, per amore di discussione, che per Paola sia desiderabile avere dalla propria parte donne e uomini che detestano il patriarcato, potrebbe persino essere tentata di chiedersi se, con le proprie premesse e il modo di porsi, è più probabile che chi la ascolta sia portato a unirsi a lei oppure se risulti “respingente”.
          Per quanto il mio caso specifico non faccia statistica, lo voglio comunque raccontare come aneddoto. Ho un contatto (maschio etero anch’egli -non lo definerei amico ma è comunque un interlocutore), che dichiara di essere grato alle lotte femministe “del secolo scorso” (per capirci), ma di fronte al femminismo 2.0 non esita a definirsi “antifemminista”. Se gliene si chiede la ragione, spiega di non avere alcuna intenzione di autoflagellarsi per il solo fatto di essere maschio. (Inserisco qui un appello a non rispondere a suon di hashtag derisori tipo maletears, notallmen, ecc, ma chiedersi se si vuole fare una lotta di un intero genere contro un altro o quasi; oppure -se si spera di avere un numero significativo di maschi dalla propria parte- quanti possono mai realisticamente sentirsi colpevoli per nascita). Per parte mia, replico che io ritengo quel particolare femminismo con cui lui non concorda misandria e non femminismo (direi un maschilismo allo specchio) e lo reputo minoritario, da profano (potrei sbagliare: frequento altre lotte, una giornata è fatta di 24 ore e mentre si può simpatizzare con molte è difficile essere attivisti di tutte e quindi conoscere tutte le dinamiche). Per quanto io sia certo che Paola non mi considererebbe un compagno di lotta ideale, voglio sperare che sappia ancora cogliere a sufficienza le sfumature da ritenere più desiderabile una posizione come la mia piuttosto che quella del mio contatto “antifemminista tout-court” (se no, bon, almeno ci siamo chiariti). Bene, Paola, dopo aver letto i tuoi commenti qui sopra, l’istinto che mi verrebbe non è di scendere immediatamente in piazza come aderente a MaschilePlurale, ma di dare ragione al mio becero contatto di cui sopra. Tutto questo pippozzo per dire che se questo è l’effetto che si vuole ottenere (spingere le persone ad essere “antifemministe”), allora a posto così; in caso contrario, libera di pensare che io sia un imbecille o un caso isolato, ma al contrario farsi anche qualche domanda sulle proprie idee e come le si espone potrebbe essere proficuo.

          Ad un certo tipo di femminismo penso modestamente di aderire, come mia madre mi ha insegnato, come mia moglie; non ho timore di ritenere, per quanto presumo di conoscerle, che non solo io non potrei mai aderire a una posizione che ritiene l’uomo colpevole per nascita, ma nemmeno mia madre e mia moglie. Se questa è la strada che ritieni di percorrere, Paola, auguri, ho l’impressione che ti ritroverai a combattere contro delle sorelle.

          A proposito, innatismo per innatismo, se fosse valida una qualunque premessa di “colpa per nascita” a prescindere dai propri comportamenti, allora essere nati in un paese occidentale in una famiglia modesta ci renderebbe immediatamente colpevoli di oppressione verso l’intero “terzo mondo” e tutte le famiglie meno abbienti. Salvo seguire l’esempio di San Francesco, rinunciare a riscaldamento, acqua corrente, a un tetto, alla tastiera da cui si sta scrivendo, e correrre immediatamente a fare il missionario in luogo X (possibilmente cospargendosi il capo di cenere). Ti invito a riflettere, Paola, su questa tua colpa: se il tuo schema di pensiero è corretto, sei anche tu oppressore verso qualche miliardo di persone. Spero che questa posizione ti risulti comoda e sopportabile (a me, devo dire, disturba un po’).

          —–
          Nota a più di pagina: poiché sono un essere meschino, avrei anche qualche domanda da porre in merito al tuo pensiero, ché non mi è del tutto chiaro (eufemismo per dire: mi pare che le incoerenze che vedi in altri femminismi, siano piuttosto più abbondanti qui).
          Esempio: la premessa “Il patriarcato è una civilità creata ESCLUSIVAMENTE dai maschi attraverso la violenza per sottomettere le donne” non è in contraddizione con l’asserzione che ci sia una violenza di fonte femminile la cui differenza è unicamente “qualitativa”? (“la madre si fa calco della violenza (maschile) che essa stessa ha subito e che ha interiorizzato”)

          Altro esempio: “Esiste quindi una responsabilità collettiva che coinvolge i maschi, TUTTI i maschi”. Quindi anche quelli di MaschilePlurale immagino? Ciò significa che tra uno a caso di essi, il sottoscritto, WuMing1, un fascista a caso, un femminicida a caso, non c’è differenza alcuna?
          Se ci sono “sfumature” di colpevolezza diverse, se vuoi possiamo farne una questione di definizioni: sono disponibilissimo ad accettare di avere una “colpa per nascita”, purché, se quantitativamente comparata ad altre, possa tendere allo zero. Mi parrebbe più pratico rinunciare del tutto all’idea del peccato originale, ma se vuoi restare legata al concetto, purché al contempo tu mi conceda di essere “molto meno colpevole” (di un femminicida ma anche di un maschilista) ci sono delle basi per parlarci :P

  26. Solo per dire che la mia risposta a jackie brown altro non è che uno schema della struttura del post. Per il resto, concordo con WM1. Il double bind che si è creato in questa parte di discussione la rende improduttiva, per cui è meglio uscirne.

    • Per deformazione professionale esplicito ulteriormente e poi chiudo.

      – se non accetto l’assioma innatista, allora qualunque cosa io faccia è inficiata in partenza e quindi deve necessariamente essere finalizzata al mantenimento del patriarcato (compreso aver scritto questo post).

      – ma se accetto l’assioma innatista, allora accetto anche che qualunque cosa io faccia sia deterministicamente e necessariamente finalizzata al mantenimento del patriarcato (compreso aver scritto questo post).

      L’unico modo per rompere un double bind di questo tipo, che rende sterile la discussione, è sottrarvisi dopo averlo descritto e reso esplicito.

      • Esatto. L’unica scelta è la diserzione, spiegando da *cosa* si diserta.

      • Mi si accusa di disonestà intellettuale…Bene. Esplicito ulteriormente anch’io e poi chiudo.
        Poniamo che un maschio vi avesse fatto notare la chiusa [A.0]”Forse non per caso a negare o mettere in discussione il concetto di femminicidio sono sempre uomini.”(e ovviamente non è un caso, perchè “[A.1]chi nega il femminicidio, che ne sia consapevole o meno, lo fa per difendere il privilegio maschile”) che segue l’esposizione del concetto di femminicidio: [A]”Il femminicidio è l’uccisione di una donna per motivi inscindibili dal suo essere donna, da parte di un uomo per motivi inscindibili dal suo essere uomo” e la spiegazione di @Detta Lalla del concetto di femmincidio, alla fine del vostro articolo.
        Poniamo che vi avesse accusati di attivare un “dispositivo”, quello la cui struttura è descritta nel dettaglio da @Wu Ming1 qui http://www.wumingfoundation.com/giap/2017/01/femminicidio-non-esiste-dice-negazionista/#comment-30405
        Anzi, poniamo direttamente che un maschio dopo essere stato masticato da voi nei vari commenti avesse scritto un commento tipo questo:

        “Per deformazione professionale esplicito ulteriormente e poi chiudo.
        – se non accetto l’assioma che esiste un movente collettivo nella violenza agita da un maschio per ragioni inscindibili dal suo essere maschio contro una donna per ragioni inscindibili dal suo essere donna, e che questo movente è il dominio dell’altro sesso per cui l’omicidio sarebbe la punizione per le ribelli, se non accetto l’assioma che avrei parte nella responsabilità, come maschio oppressore, in questo dispositivo di potere e, che ne sia consapevole o meno, se nego ciò lo faccio per difendere il privilegio maschile, allora qualunque cosa io faccia è inficiata in partenza e quindi deve necessariamente essere finalizzata al mantenimento del patriarcato (compreso aver scritto questo post).
        – ma se accetto tutto ciò, allora accetto anche che qualunque cosa un maschio faccia sia necessariamente finalizzato al mantenimento del patriarcato (compreso aver scritto questo post).
        L’unico modo per rompere un double bind di questo tipo, che rende sterile la discussione, è sottrarvisi dopo averlo descritto e reso esplicito.”

        Come gli avreste risposto?
        Posso farmene una idea leggendo cosa avete risposto a quelli che si sono mostrati per i negazionisti che sono, non seguendo la buona prassi di @Wu Ming1, ovvero tacere, e lo avete fatto come avrei fatto io. Avrei ribadito che il fenomeno del femminicidio [B]”consiste nell’uccisione, da parte di uomini, di donne che “non stanno al loro posto”. (…) il femminicdio è la manifestazione più estrema di un rapporto di potere, quello del genere maschile sul genere femminile. Non si può capire il femminicidio se non si capisce come funziona questo dispositivo di potere. E per capirlo, bisogna ascoltare le donne e mettersi in discussione.”
        Gli avrei detto quindi che il commento che ha appena scritto è semplicemente un modo di sottrarsi ai saperi delle donne, i soli che possono permettergli di mettersi in discussione vittimizzandosi e che [C]”Il vittimismo del maschio in quanto maschio è sempre e solo vittimismo chiagni e fotti, portato avanti da maschi che non sanno vedere da fuori il proprio privilegio di genere, oppure ne sono ben consci e lo difendono perché non vogliono immaginarsi fuori da quella condizione.”
        Ma visto che siete voi ora a tirare fuori questa cosa del “double bind”… come gli avreste risposto? Pensateci su..

        Apro intanto una luuunga parentesi per ripercorrere le vostre prime risposte che ho letto con piacere, perchè quando si difende il concetto di femminicidio dai negazionisti c’è un solo modo corretto sul piano logico, semantico e pratico per farlo, e voi lo stavate seguendo benissimo. Era in effetti quello che mi aspettavo, dato che consigliate l’articolo su Lipperatura, alla cui opera di contrasto del negazionismo del femminicidio vi riagganciate offrendo uno strumento ulteriore (lo smascheramento del sofisma di Smeriglia) per disinnescare la capacità persuasiva (dire “argomentativa” mi pare concedere veramente troppo) di un articolo pseudo-matematico, in realtà meno insidioso di quelli attaccati su Lipperatura anni fa, ma molto popolare, dato il bisogno di una persona su due circa [A][A.0][A.1]al mondo di pezzappoggiarsi a qualsiasi cosa pur di non farsi carico della responsabilità del femminicidio (e data la cultura media e le doti intellettive di queste persone http://www.wumingfoundation.com/giap/2017/01/femminicidio-non-esiste-dice-negazionista/#comment-30200 ).
        I vari negazionisti perciò, sono stati trattati come meritavano… C’era quello che voleva far passare l’idea che ci sia una responsabilità condivisa tra i sessi nell’educazione ai valori patriarcali ed è stato stoppato subito:
        [D]”[…]Il tema della mascolinità tossica è importante ed è collegato a quello del femminicidio. Ma impostarlo in questo modo è profondamente sbagliato. Alla fine sembra che la colpa sia delle madri che educano male i figli maschi. Sempre colpa delle donne, insomma. Segnalo questo articolo (…) che pone varie questioni su cui noi maschi dovremmo riflettere. ” (visto anche [H])
        C’è stato quello che ha tentato di deragliare la discussione su una qualche questione “de sinistra” che sarebbe stata, a suo dire, più importante e originaria (e quindi da “combattere tutti assieme appassionatamente”), ed è stato smascherato e macinato come meritava dall’ottimo @mr mill:
        [E]”Dopo aver letto questo commento ho pensato subito: un altro commento scritto da un uomo, tante parole che nascondono una finta disposizione verso la comprensione della questione ma che si riducono al cavillare, a riproporre una forma sottile di negazione del femminicidio nascosta in una serie di domande in cui si ostenta la volontà di approfondire la complessità del fenomeno ma che, appena sotto la superficie della forma del discorso, palesa l’intenzione di negarne se non l’esistenza, certamente la sua centralità e gravità.”
        E c’era anche quello che “io rispondo solo delle mie azioni”, una classico, al quale è stato detto chiaro:
        [F]”noi non possiamo lavarci la coscienza dicendo che si tratta di una responsabilità personale di quel femminicida e che noi non c’entriamo, perché come si è detto i motivi di quell’uccisione non sono privati, ma sociali. Quell’uccisione avviene per “sanzionare” la ribellione a un dispositivo di potere, quello patriarcale. E siccome in questo dispositivo di potere noi siamo gli oppressori, quell’uccisione ci riguarda tutti”
        E’ stato giustamente osservato che il mettersi in discussione da parte dei maschi sulla loro violenza, è qualcosa che è facile iniziare ma sostenere… diciamo che sta al limite delle loro capacità:
        [G]”Eppure non ci vorrebbe mica poi tanto, cazzo. Basterebbe un minimo di empatia con le nostre amiche e sorelle. Certo, non viene da sola, loro devono costantemente pungolarci, altrimenti ricadiamo nei soliti comportamenti, ad esempio nella delega del lavoro domestico e di cura…[H]Basterebbe provare a capire cosa significhi combattere ogni giorno, da donna, contro i preconcetti, gli automatismi e gli algoritmi di una realtà sociale plasmata interamente dal potere patriarcale, da millenni di sfruttamento dell’uomo sulla donna.”
        Insomma, in queste e altre risposte ho ritrovato con coerenza tutti gli elementi (li ho esposti sopra in un commento numerandoli 1,2,3) che stanno alla base del concetto di femminicidio esposto da @Detta Lalla (con la pennellata di colore “eteropatriarcale eteronormata” per attaccarci lo spezzone di somMovimento ma come ho già detto, ci sta…), ovvero l’esistenza di una violenza maschile esercitata sulle donne per “motivi inscindibili” dal loro essere donna o uomo, una responsabilità collettiva maschile della quale le donne non partecipano, dal momento che:
        [I]”la violenza maschile è il pilastro di una società costruita dai possessori di cromosoma Y, che hanno deciso e imposto che il possesso di tale cromosoma fosse condizione necessaria per esercitare il potere e che tale potere andasse difeso con la violenza”.
        Ma soprattutto c’era un metodo, il metodo giusto di trattare il negazionismo.
        Quello che non riesco a capire è come facciate a respingere la premessa biologica (l’introduzione del cd “assioma innatista” che viene attribuito alla sottoscritta) dopo aver affermato tutto questo e in particolare [A],[B], [I]. Come fate, dopo aver ribadito[B] [I], a respingere l’idea di una cultura autonoma delle donne preesistente e distinta dal patriarcato e distrutta da esso sistematicamente, ma ancora rintracciabile rigenerabile (altrimenti a cosa si dovrebbe il cambiamento e il femminismo se non a un risveglio delle donne?), e come si faccia a rifiutare l’idea che la violenza espressa o veicolata da donne sia l’interiorizzazione di qualcosa di estraneo al femminile, affermando nel contempo una responsabilità collettiva [F] in capo ai soli maschi [H]sulla quale dovrebbero riflettere, “mettersi in discussione”, etc.
        Ma questo l’ho detto in tutte le salse nei precedenti interventi. Quindi chiudo la parentesi e torno ora al “dispositivo” del “double bind” che io avrei attivato contro di voi. Perchè con questa ultima uscita ne va pure del ‘metodo’.

        Quando ho letto questo vostro ultimo scambio (pure serioso) tra voi sul “double bind”… vi confesso che questa cosa mi ha sconcertata più di tutte le incongruenze messe assieme che ho rilevato sopra. Ho sperato per un paio di giorni che @mr mill venisse a macinarvi, ma niente. I suoi commenti, che potete leggere qui, sono metodologicamente perfetti rispetto al come si difende il concetto di femminicidio dai negazionisti, eppure vi ha risparmiati proprio qui, dove vi vittimizzate nel modo più tipico dei mascolinisti: il “double bind”. Lo vedono in ogni discussione non solo sul femminicidio, ma in ogni discussione femminista. Per i mascolinisti piagnoni il femminismo stesso sarebbe un enorme “double bind” che noi donne attiveremmo contro i poveri maschi dopo averli travolti col womansplaining per poi lamentarci del loro “silenzio complice” sul femminicidio e più in generale su “Il silenzio degli uomini”, per dirla col titolo del bel libro di Iaia Caputo.
        Mi sembra impossibile che vi sia sfuggito questo frame.
        Ma in ogni caso ora lo avete usato. E quindi… avete pensato cosa rispondereste a un maschio che per “deformazione professionale” si ponesse con un commento sul modello di quello di tuco (quello *esplicitato* sopra) e adottasse la vostra strategia per fare del negazionismo?
        Oltre al tacere, non avreste altre risposte che quelle che avete già dato agli altri negazionisti.
        E infatti, guarda caso, subito dopo l’enunciazione del “disposiivo” prima di chiudersi nel silenzio, un altro negazionista si è inserito su questo aspetto per delegittimare quelle risposte e, dato che c’era, anche il post di Lipperatura (vero jackie?).
        Bel lavoro, ragazzi, non c’è che dire…
        Ora vi spiego perchè non do del negazionista a gratis a nessuno, e perchè i mascolinisti/maschilisti/negazionisti che si vittimizzano denunciando il “double bind” fanno un discorso che in astratto sembra logicamente valido ma per quello che concretamente sono (maschi), fanno in realtà un discorso ipocrita, un discordo che descrive solo il senso di paralisi di chi si è infilato in un vicolo cieco pretendendo che ci siano alternative al girarsi e tornare indietro (e perchè @jackie.brown nei suoi ultimi commenti in realtà ha sollevato strumentalmente un finto problema e invece di sminuzzarlo siete rimasti “in silenzio”).

        Quello che voi chiamate “il dispositivo” (double bind) è l’unico modo corretto di denunciare il femminicidio e difenderlo dal negazionismo (maschile).
        Chi mette in discussione il concetto di femminicidio è come se lo negasse perchè tematizzare un concetto in modo critico apre la possibilità di dire e pensare qualcosa non conforme a quel concetto. Superficialmente questo sembrerebbe un discorso intollerante, autoritario, e su questa apparenza si incistano i mascolinisti con il loro [C]”vittimismo chiagni e fotti, portato avanti da maschi che non sanno vedere da fuori il proprio privilegio di genere, oppure ne sono ben consci e lo difendono perché non vogliono immaginarsi fuori da quella condizione.”
        Il fatto è che il concetto di femminicidio è indiscutibile perchè è un fatto evidente a chiunque, eccetto a chi ha l’interesse a negarlo o a parlare d’altro:
        [L]”L’assunto da cui siamo partiti è che il femminicidio non sia tout court l’uccisione di una donna da parte di un uomo, ma l’uccisione di una donna da parte di un uomo all’interno e come espressione estrema di uno specifico dispositivo di potere: l’oppressione maschile nella forma storicamente determinata del patriarcato. Ora possiamo discutere se indicare con il termine femminicidio l’uccisione di una donna all’interno di questo dispositivo, oppure il dispositivo tutto. Ma non sono assolutamente d’accordo nel definire tutto ciò una “teoria”. Si tratta di uccisioni reali, di rapporti di potere reali e di conflitti reali. Qualunque donna che non sia Costanza Miriano lo sa anche senza aver studiato filosofia o sociologia. Lo sa perché lo vive sulla sua pelle. Anche noi uomini lo sappiamo, ma facciamo finta di niente. (…)”
        Ciò che è evidente ‘si’ mostra. Dovesse essere di-mostrato per essere visto, sarebbe altro.
        Ed è solo qui, dove si vorrebbe far passare qualcosa di opinabile come qualcosa di indiscutibile che si può parlare di “double bind” come fallacia o tecnica retorica scorretta, finalizzata a silenziare il dissenso con spirito autoritario. Viceversa, ogni di-mostrAzione (e quindi ogni discussione) di ciò che è evidente fa passare per opinabile ciò che invece è indiscutibile.
        Ecco perchè, come ho spiegato in passato a molte sorelle attiviste, anche chi vuole di-mostrare con le cifre la legittimità o l’esistenza del concetto di femminicidio, attribuendo a quelle cifre un significato superiore al ruolo che hanno nelle campagne di sensibilizzazione, in realtà non fa altro che far passare il concetto di femminicidio per qualcosa di discutibile (se c’è una dimostrazione allora posso discuterla) e infatti su questo appiglio si attacca la strategia retorica e tutto il sofisma di Smeriglia. (Ed ecco il mio contributo alla “discussione sulle retoriche di chi nega il femminicidio, molto concreta e focalizzata” oltre la “brodazza”).

        Spezzettare i negazionisti smascherandoli per maschi interessati a mantenere il proprio privilegio è pertanto l’unico metodo corretto di condurre una “discussione” sul negazionismo del femminicidio, e fin dall’inizio delle risposte (o meglio, fin dalla fine dell’articolo [A][A.0]) mi era sembrato che lo praticaste coscientemente, anche perchè raccomandate esplicitamente il post di Lipperatura e quindi pensavo che sapeste come andava trattato il tema.
        E invece, dopo un centinaio di commenti, me lo attribuite come se ci aveste sbattuto il naso contro solo in quel momento (Capito @Adrianaaaa perchè… l’introspezione… i maschi… da soli… insomma… vabbè… provino…) a causa della sottoscritta che avrebbe “attivato il dispositivo” e ammazzato così “la discussione” che “fino a quel momento” sarebbe stata “produttiva” (“[Z] Il double bind che si è creato in questa parte di discussione la rende improduttiva”) con una specie di gioco retorico sporco che io userei contro di voi per silenziarvi…
        Ragazzi…mi sono cascate le ovaie.
        Quando avevo letto: “Forse non per caso a negare o mettere in discussione il concetto di femminicidio sono sempre uomini.[A.0]” Pensavo di essere di fronte a dei maschi consapevoli che avevano compreso che che il negazionismo maschile del concetto di femminicidio è la conferma della sua esistenza, perchè questo concetto li mette a nudo di fronte alla loro responsabilità collettiva della loro violenza contro di noi, finalizzata a mantenere il dominio sul nostro sesso e quindi il privilegio del loro sesso[A.0][A.1][B][F] [etc etc].
        E invece mi tocca constatare che tutto ciò, appena vi si fa notare che state deragliando, potrebbe apparirvi d’un tratto come “double bind” come a dei mascolinisti qualsiasi in rete.
        E prima che svenga qualche paladino del libero pensiero che crede sia libertario e antifascista discutere pure l’indiscutibile, faccio notare che un nazista non può certo mettersi a “discutere” sullo sterminio degli ebrei, e se lo si invita a parlare lo si fa perchè riferisca al mondo nel dettaglio che razza di merda è. E se pretende di vittimizzarsi parlando di “double bind”, penso che chiunque non sia un nazista come lui sa bene come pesare una simile pretesa.
        Non è un caso, nè un espediente ‘de comunicazzione’ zozza che si usano termini come “sopravvissuta” (alla violenza maschile) http://www.direcontrolaviolenza.it/le-donne-dei-centri-antiviolenza-al-centro-del-mondo-per-tre-giorni/ , “Genocidio” (del popolo delle donne) per riferirsi ai femicidi https://www.facebook.com/events/278672372469897/ , ma più in generale al femminicidio , e quindi “negazionismo”.
        Negare il movente collettivo maschile del femicidio (l’omicidio che punisce una per “educarne” cento) o del femminicidio (ogni violenza, anche non letale, ma sistemica e pianificata contro di noi) e soprattutto negare che questo movente sia conosciuto dai maschi e che per questa ragione sia da loro negato consapevolmente o inconsapevolmente [A.1] per mantenere i vantaggi derivati dall’attuazione di questo piano [A][A.0][L] del quale ne sono lo scopo, è come negare che la Shoah fosse stata pianificata e attuata in vista di uno scopo. E’ negazionismo. Nascondere e negare il piano, la conoscenza di esso e i suoi scopi, tra l’altro, faceva parte del piano di sterminio nazista.
        E spero che non mi si venga a dire che sto facendo un paragone azzardato, data la (sacrosanta) risposta data in questi commenti ad @Ester. Senza contare che se la Shoah è stato un fatto accaduto in tempi, spazi, contesti storicamente precisi per cui nessuno si sognerebbe di puntare a priori un dito contro chi nascerà domani in Germania per ciò che potrebbero aver fatto i suoi bisnonni, a maggior ragione quanto detto sopra è valido quando parliamo del piano maschile per il dominio delle donne [I]attraverso la violenza e la negazione della dignità e il loro sistematico sfruttamento [H], perchè parliamo di un dispositivo di potere IN ATTO attuato dai maschi per motivi inscindibili al loro essere maschi contro di noi per motivi inscindibili dal nostro essere donne [A][I]. A ben vedere infatti, da un punto di vista più concreto, le parole della Shoah sono impropriamente l’archetipo del genocidio, del sopravvivere ad esso e del negarlo, dato che il femminicidio, il sopravvivere ad esso e il negarlo è il vero archetipo di ogni genocidio, sopravvivenza e negazionismo. E’solo il fatto che il femminicidio sia stato anche il fenomeno più negato di sempre la cui esistenza e universalità è stata svelata solo da pochi anni che ha fatto sì che in mancanza di parole adatte a nominarlo si usino le parole della Shoah per poter dare almeno una vaga idea della portata di questo fenomeno.
        Se poi negate l’elemento biologico in questo per non vedere la differenza di portata e la differenza qualitativa rispetto all’aggressione di un popolo su un altro, sapete bene anche voi il perchè [A.0] [A.1].
        Riassumendo e chiudendo…

        Eravate partiti (bene) da qui:[A]”Il femminicidio è l’uccisione di una donna per motivi inscindibili dal suo essere donna, da parte di un uomo per motivi inscindibili dal suo essere uomo”.
        Poi gli ingredienti di quell’assunto man mano che emergevano si sono fatti per voi troppo indigesti e avete cominciato a “scindere”, distinguere..discutere.
        Ma se quello che avete detto prima di cominciare a scindere tra donne e femministe, tra “sistema patriarcale” e maschi, tra negazionisti e “maschi che dissentono” era vero (e lo è), allora dovreste capire che negare il concetto di femminicidio è femminicidio. E ciò ne dimostra l’esistenza.
        Il “double bind” che lamentate è solo l’effetto di non poter uscire dalla contraddizione dopo che si è negato il concetto di femminicidio facendo distinzioni incompatibili con le sue premesse. In altri termini, dopo che si è negato l’evidenza. Chi nega l’evidenza resta paralizzato, certo, ma a causa della sua negazione, e non per qualche “double bind” “attivato” da qualcuna.
        “(…) A differenza dei sofismi, «i fatti» – per citare Hannah Arendt – «sono ostinati»”
        Non c’è niente da discutere.

        Sull’onestà intellettuale…Io sono una stronza, e una donna sgradevole, non lo nego, me l’hanno detto in molti e molte. Come @Detta Lalla (alla quale va sempre il mio rispetto e la mia ammirazione) anch’io spesso e volentieri uso il Femminismo per lanciare il sasso e poi uno dei taaanti femminismi per nascondere la mano… un paio di asterischi e chiocciole sulla Differenza e i maschietti corrono dietro al sasso senza scassare tanto, anzi, gareggiando (al solito) a chi c’ha l’autocritica maschile più lunga e grossa e quindi l’autorità per insegnarla agli altri, perchè con qualche asterisco credono di poter essere ancora protagonisti in qualche femminismo… inoltre gli stomaci delicati non si irritano più di tanto mentre scandiscono gli slogan giusti nelle manifestazioni giuste…e va bene. E intanto si va avanti…Le guerre sono sporche, non facciamo gli ipocriti.
        Ma se vedo maschi che per aver dato qualche buon servizio ed essersi riempiti la bocca di qualche frasario dei taaanti femminismi per tutt* si atteggiano come se avessero pure una coscienza e un ruolo che non spetta certo a loro nel Femminismo senza nemmeno collegare, non dico la loro carne (non possono), ma almeno i concetti elaborati dai saperi delle donne con coerenza alle parole che usano, anzi tentano interpretazioni personali… tattica o non tattica, non ce la faccio…diventa più forte di me cercare di levargli il tappo.

        E la prossima volta, se vi trovate in difficoltà, prima di tirare fuori genialate come il “double bind”, consultatevi con @Wu Ming4, che da quello che scrive qui sotto mi pare la sappia più lunga di voi di come riportare una discussione deragliata sull’indiscutibile su ciò che si può discutere viaggiando sui binari giusti, ovvero quelli fissati su ciò che è indiscutibile.

        • Uhm… Dev’essere qualcosa di simile al “runner’s high”.

        • E ora che finalmente ha dimostrato che quelli che sembrano interessati a combattere il maschilismo in realtà sono subdoli criptomaschilisti congeniti, Paola può festeggiare!

          Poi io ripenso al femminicidio reale che ho intravisto, al conflitto reale tra il maschio che ha premuto il grilletto e tutti quelli, femmine e maschi, che sono stati dall’altra parte della barricata, a resistere e a dare consigli e appoggi inascoltati prima, a raccogliere i cocci dopo, e qualcuna e qualcuno pure a morire, e mi sembra tutto molto misero e ideologico. E soprattutto inutile a fronteggiare la guerra in corso da migliaia di anni (*non* da sempre! e questo vuol dire che non è inevitabile), a contenere le perdite, a prevenire altri massacri. Scusate se ciò mi sta più a cuore.

          E scusate pure l’intervento poco lucido ma mi sono pure un po’ rotto tutti gli organi frangibili di cui il mio cromosoma X e il mio cromosoma Y mi hanno, congiuntamente, provvisto.

        • solo una domanda Paola.
          qual’è la differenza tra la frase ‘gli uomini maschi sono geneticamente violenti’ e la frase ‘gli uomini maschi di colore sono geneticamente violenti’?

          la seconda è evidentemente un sottoinsieme implicitamente compreso nella prima.

          solo che se lo scrive una donna bianca (tu…), a mio modesto parere, diventa una frase che Saint-Just non può accettare.

        • Vabbè, a questo punto mi interessa solo cercare di capire una cosa: perché negare l’origine biologica del patriarcato mi fa diventare negazionista del femminicidio?
          Io sostengo che il femminicidio esiste, sostengo che sia legato alla cultura patriarcale, ma credo che questa abbia origini sociali ed economiche, non biologiche. Perché se non credo nella tua teoria biologica (che trovo quasi nazista) sono per forza un negazionista? Io credevo che i negazionisti fossero quelli che negano l’esistenza del femminicidio ovvero l’esistenza di “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Ma io credo che questo tipo di violenza esista, solo che credo che abbia origini sociali e non biologiche. E’ vero che gli uomini sono più violenti delle donne, ma questo non significa che debbano fare sistematicamente violenza sulle donne per le summenzionate motivazioni. E infatti pare che per circa 150.000 anni non l’abbiano fatto e che abbiano iniziato solo 10.000 anni fa. Dire questo è negazionismo? Sostenere che, ad esempio, in una società matriarcale gli uomini non sarebbero portati a esercitare una violenza sistematica sulle donne, anche questo è negazionismo? In definitiva negare alla tua tesi sull’origine del patriarcato è negazionismo? Se sto negando qualcosa è la tua tesi, non il femminicidio. Non capisco come tu possa arrogarti la questione femminicidio a tal punto da tacciare di eresia chiunque non la pensi esattamente come te. Biologia o morte, eh? Eppure le mie tesi le ho esposte in modo molto chiaro in un post che si è rivelato tempo sprecato davvero inutilmente e che evidentemente potevo risparmiarmi, visto che se da qualche parte ho scritto una sciocchezza non hai che da smontarla. Non mi pare che tu l’abbia fatto…

          In ultimo sono perfettamente d’accord con te su quanto hai affermato nei punti 1,2,3 di questo commento http://www.wumingfoundation.com/giap/2017/01/femminicidio-non-esiste-dice-negazionista/#comment-30386 ma sono in totale disaccordo con te sulla tara biologica che mi porterei dietro. Sono, invece, convinto di portarmi dietro una tara sociale contro cui combatto tutti i giorni. Questo fa di me un negazionista?

  27. Oh, ad ogni modo secondo me c’è un problema comunicativo (che è comunque rivelatore, sia chiaro).
    Se Paola dice che il patriarcato ha una radice nella biologia dei sessi, cioè del sesso maschile, che però non lo vincola necessariamente, e questo è la storia stessa del patriarcato a provarlo – come fanno notare altri – dato che è fenomeno relativamente recente per l’umanità, allora io ribadisco che quello che dovrebbe interessarci tutti e tutte non è la caccia al cripto-negazionista teorico, ma la ricerca di pratiche di liberazione delle donne prima di tutto, e anche – come dice Adrianaaa – degli uomini prigionieri del privilegio.
    Adrianaaa in effetti qui è l’unica che ha dato una risposta al mio quesito e la ringrazio.

    Adrianaaa suggerisce l’autocoscienza maschile, cioè l’assunzione di una pratica sviluppata originariamente dalle donne e basata sulla parola. E questo a me suona già più comprensibile e interessante del “tacere e farsi carico” (che mi risulta contraddittorio). Tuttavia vorrei dire per esperienza personale che ho trovato sempre utilissimo, anzi fondamentale, lo stimolo che mi è venuto dalla discussione con le donne. Mia madre, in primis, cioè la donna che mi ha cresciuto. Poi le fidanzate e compagne di vita (non ho sorelle). Poi certo anche libri, letture, eccetera, ma con un impatto ovviamente meno intimo. Se oggi mi pongo il problema di quale genere di messaggio trasmetto ai miei figli maschi è soprattutto grazie a questi incontri e scontri. Traghettare tale pratica in un ambito esclusivamente maschile è certo impresa difficile, dato che l’outing maschile, l’introspezione, è uno dei tabù del patriarcato. Qui riprendo il mio socio WM1 che ci mette in guardia dall’elitarismo di certe pratiche e suggerisco che abbiamo bisogno di pratiche relazionali, comunicative, emotive, generalizzabili, di lavorare sulla qualità dei rapporti diffusa. E abbiamo bisogno anche di conflitto (come dice Vincenzo), senza il quale le contraddizioni non scoppiano.

    Se stessimo parlando di una questione razziale direi che non potrò mai lottare con la stessa percezione soggettiva di un non bianco, e non di meno *devo* pormi il problema di come lottare non già paternalisticamente *per i neri*, ma per un mondo migliore, nel quale il razzismo e il privilegio razziale vengano eliminati. Un mondo migliore anche *per me* (quoto Adrianaaa tutta la vita), un mondo in cui non mi si chieda di corrispondere al modello del Pelide Achille o di Aiace Telamonio. Ecco, per me la questione della lotta contro il patriarcato è analoga, ma molto più estesa, dato che divide a mezzo l’umanità. La questione di come i privilegiati possano lottare contro il patriarcato introiettato attraverso la cultura famigliare e istituzionale, è questione assolutamente cruciale, che sarebbe strategicamente sbagliatissimo relegare in secondo piano, proprio, e anzi, soprattutto perché il patriarcato poggia *come costruzione culturale e modello socio-economico* su una differenza biologica, sessuale. Ma se appunto tale base non implica necessariamente un solo sbocco storico, allora la storia può essere cambiata nel suo rapporto con la biologia. Il rapporto tra cultura e natura è in divenire e possiamo agire su di esso attivamente.

    Poi possiamo pure scazzarci sull’idealizzazione di un passato preistorico di cui sappiamo molto poco e sulla funzionalità di questa esaltazione rispetto alle lotte del presente, ma è pure legittimo trovare quella discussione poco interessante. Io, come dicevo, preferisco guardare avanti, anzi guardare all’adesso, piuttosto che cercare un mito delle origini. Ad ogni modo passo e chiudo anch’io, consapevole che di questi temi si tornerà comunque a parlare, in un modo o nell’altro.

  28. Vi segnalo che per il 14 febbraio proveremo a fare un po’ di subadvertising del s. Valentino, o dello svalentino come piace chiamarlo ad alcune di noi.
    Si possono mettere link a faccialibro qui?
    https://www.facebook.com/events/255641918181319/?ti=cl
    Ve lo segnalo perché ci sta a cecio con le premesse dall’articolo: l’Ideologia dell’amore romantico di coppia.

  29. Ho deciso di non commentare ulteriormente seguendo il saggio consiglio di WuMing1.

    Ma vorrei solo fare un´ultima riflessione.
    Che mentre qui, negli ultimi post, ci si é scannati su questioni molto delicate e riguardanti i massimi sistemi, dall´altra parte della barricata un uomo ammette candidamente in una intervista che quando vede una bella donna si prende una tic tac per l´alito, perché appena puó le metterá le mani addosso e la lingua in bocca. “Tanto” aggiunge “a loro piace, perché sono un uomo di potere”. Quest´uomo é appena stato eletto a sedere sulla poltrona di maggior potere del globo.

    Immagino che mentre le truppe dell´Asse dilagavano come un maglio per tutta la pianura Russa, l´Armata Rossa non é che si frantumasse ad interrogarsi quale fosse la migliore interpretazione del Marxismo-Leninismo.

  30. I negazionisti del femminicidio e in generale i nemici dell’autodeterminazione delle donne ringraziano per lo spettacolino offerto in questo thread, forse uno dei più avvilenti e merdosi mai apparsi su Giap.

    Questo doveva essere un post «di referenza», da linkare ogni volta che qualcuno cita la pseudodimostrazione di Smeriglia come pezza d’appoggio per negare il femminicidio.

    D’ora in avanti, se verrà linkato, lo sarà con avvertimenti tipo: «Lascia perdere la discussione sotto, che vabbe’..», o anche senza avvertimenti, e non so cosa sia peggio.

    I negazionisti del femminicidio potranno sghignazzare, «Ah!Ah!Ah! Sotto il post interviene una femminista che, daje e ridaje, dà dei negazionisti pure a loro!!! Chi la fa l’aspetti, non se ne esce!!! :-D»

    Gran bel lavoro.

    • Questo thread dimostra che la dialettica, al pari della logica e della statistica, è uno strumento utile solo se funzionale a una prassi. Nel post la matematica è stata utilizzata a sostegno di una prassi: togliere ai negazionisti del femminicidio uno pseudo-argomento, da essi utilizzato non per puro amore della dialettica, ma a sostegno delle *loro* prassi. Il modo in cui si è sviluppato il thread (da un certo momento in poi) invece non è stato funzionale a nessuna prassi, e il risultato è quello si è visto.

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