L’erba dagli zoccoli. Undici racconti di lotta contadina. Intervista con Tullio Bugari.

Renato Guttuso - L'occupazione delle terre

Le lotte contadine della prima metà del Novecento sembrano ormai vicende di un passato lontanissimo, sterilizzate in formule da sussidiario o epigrammi di addetti alla nostalgia.

Eppure, mai come negli ultimi anni si è tornati a parlare di agricoltura: di come coltivare la terra e goderne i frutti senza passare per lo schiavismo, il caporalato, la grande distribuzione organizzata, lo sperpero di energie e combustibili fossili, l’annullamento dei rapporti umani, la prigionia dei semi e il cibo elitario. In Italia nascono cooperative di braccianti e le terre incolte vengono occupate come non accadeva… dal tempo delle lotte contadine.

Lotte che tornano alla mente, come termine di paragone, anche in altri settori, primo fra tutti quello della logistica, dove la violenza padronale, la guerra tra poveri, le condizioni di lavoro, i ricatti e le forme di lotta fanno pensare… al tempo delle lotte contadine.

Ma che succedeva, di preciso, in quel tempo? E quanto indietro bisogna tornare, per ritrovarlo?

Tullio Bugari ha scelto di puntare su una lingua letteraria e sulla forma del racconto breve, per riscattare dall’oblio undici episodi. Undici quadri dell’ultima, grande battaglia combattuta nelle campagne d’Italia, prima che queste – secondo un’espressione abusata – si spopolassero, dando inizio alla fuga verso le metropoli.

E’ il periodo che va dal 1943 all’immediato Dopoguerra, con la particolarità che il “Dopoguerra”, per l’Italia, inizia in momenti diversi a seconda della latitudine, e mentre oltre la Linea Gotica ancora si combatteva, il Sud liberato aveva un ministro dell’Agricoltura di idee comuniste, il calabrese Fausto Gullo.

L’erba dagli zoccoli racconta l’accanimento con cui i latifondisti meridionali s’impegnarono a chiudere quella brevissima stagione di riforme agrarie, e poi le lotte mezzadrili delle regioni centrali, gli scioperi a rovescio, le occupazioni, i picchetti dei braccianti in Val Padana.

Ci è sembrato un libro importante, che merita di essere letto e conosciuto. Per questo abbiamo organizzato, venerdì 7 ottobre, una serata di presentazione al VAG 61 di Bologna, con letture, musiche, canzoni d’epoca e gli interventi di Giovanni Mottura, di Wu Ming 2 e dell’autore.

Nel frattempo, per riscaldare i motori, Wu Ming 2 ha rivolto a Tullio Bugari un pugno di domande, che pubblichiamo qui sotto con le relative risposte.

WM2: Vorrei capire meglio quali archivi hai consultato, se uno in particolare o un tipo in particolare, o se invece hai mescolato fonti di vario genere (orali, giornali, saggi, romanzi). Quanto è stato lungo e complicato il lavoro di ricerca?

T.B.:La mia non è una vera ricerca storica, la definerei una ricostruzione a fini divulgativi.
Ho consultato varie fonti, integrandole. Dai libri di storia “generale” ai dibattiti sulla riforma agraria o sulle migrazioni interne, per avere un’idea del contesto in cui si collocano le varie storie, e poi per entrare nel dettaglio dei singoli episodi ho sfogliato i giornali dell’epoca, per focalizzare le persone, i fatti e le dinamiche e anche per osservare i punti di vista talora opposti, utilizzati per descriverli, a seconda delle parti in causa. In diversi casi ho trovato ricostruzioni specifiche, di storici locali, o cronache, oppure tesi di laurea, o ho visionato video testimonianze e documentari. Esistono tanti lavori che si potrebbero collegare insieme. Oltre ai libri di storia ho prestato attenzione anche alla letteratura, ogni volta che ho trovato romanzi, o poesie, che consentono un tipo di contatto diverso con la realtà e mi hanno aiutato a dare una forma narrativa alle storie, e a tentare di rievocarne il fondo poetico. Molto interessante e utile è stato anche il lavoro di tanti fotografi attivi in quegli anni, così importanti per la fotografia sociale. Tra i lavori consultati non potevano mancare da un lato le poesie e i romanzi di Rocco Scotellaro e dall’altro le ricerche di Ernesto De Martino. Poi ho cercato di visitare i luoghi, per averne almeno un’immagine diretta. In qualche caso sono riuscito a parlare con testimoni, oppure con persone che prima di me avevano fatto ricerche sul campo. Non è stato un lavoro complicato o lungo, ma forse dovremmo intenderci sul significato di complicato o di lunghezza. Ci ho lavorato un paio di anni primati consegnare all’editore, ma non lo considero un lavoro chiuso.

WM2: Come hai scelto i soggetti dei diversi racconti? Li avevi già in mente e sei andato a botta sicura, oppure hai raccolto materiali su tanti episodi e poi ha selezionato questi undici per un motivo preciso? Che quadro volevi restituire e in che senso lo ritieni più o meno completo?

T.B.: All’inizio è stato più complicato. Mi sono trovato di fronte una storia immensa, che non accade in un momento accidentale ma vive dentro un arco di tempo enorme, e si compone di tantissimi episodi diversi e in tanti luoghi diversi, e i significati sono depositati proprio nei loro intrecci.  Quindi ho cercato un escamotage che mi aiutasse a dare giustizia di tanta complessità e al tempo stesso ne restituisse anche una visione unitaria, non come astrazione bensì proprio nella consapevolezza, magari istintiva o antropologica, che dovevano averne gli stessi contadini.
Allora ho iniziato a concentrarmi su episodi che accadevano simultaneamente in regioni diverse, con i contadini che si tenevano informati, perché quando si riunivano, chi sapeva leggere leggeva i giornali, e poi perché c’erano gli scioperi generali, perché esistevano reti di solidarietà tra contadini di regioni diverse, come l’accoglienza dei bambini i cui genitori finivano in galera. Ma ero ancora bloccato e disperso tra storie diverse. Poi quasi per caso sono capitato in un paesino del sud dell’Abruzzo, Lentella, con un’interessante storia di uno sciopero a rovescio e due vittime, a cui seguì uno sciopero generale nazionale di 48 ore, il più grande del genere mai proclamato. Ho visitato il paese, conosciuto testimoni, trovato ricostruzioni già raccolte, e da qui sono partito, cercando le storie che accadevano nelle altre regioni in quegli stessi giorni e mesi, ricercando ogni volta anche i nessi che potevano collegare tra loro i racconti che iniziavo a scrivere. Storie a cavallo tra il 1949 e il 1950, l’ultima grade stagione delle lotte, a ridosso del boom economico e della grande fuga dalle campagne. E quando ho dovuto ugualmente selezionarle, perché erano tante, ho trovato il modo di citarle.

WM2: Come hai lavorato sulle fonti per ottenere racconti letterari? Rispetto alla “fedeltà ai fatti“, ti sei attenuto a una regola fissa, oppure ci sono racconti più vicini alle fonti e altri che se ne distanziano con maggiore fantasia? E dal punto di vista linguistico, come hai lavorato per differenziare le varie ambientazioni e restituire la distanza – anche dialettale e culturale – tra i vari protagonisti?

T.B.: La fedeltà ai fatti è sempre totale, salvo eventuali errori in cui posso essere caduto dato che non sempre le ricostruzioni che ho consultato coincidono in tutti i particolari. Non ho romanzato sui fatti, anche se uso una forma narrativa e se faccio dire apertamente a uno dei personaggi, mentre si rivolge ai nipoti, “Vi racconto la verità con la fantasia“, e poi aggiunge, “perché sono storie che rischiano d’essere dimenticate e solo la fantasia può mantenerle vive”. I nomi delle persone, dei luoghi, le date, sono sempre veri. A questi aggiungo talvolta dei personaggi in più, oppure sono io stesso da ragazzo che entro in scena, per ricreare situazioni in cui quelle storie vengono narrate a distanza di qualche anno. Oppure cerco di immaginare ciò che prova il singolo personaggio. Inoltre, ho cercato sempre di non raccontare dall’interno, cioè da ‘romanzo storico’, ho creato invece sempre situazioni in cui quelle storie vengono ricordate o raccontate dopo, in una situazione di narrazione, proprio per sottolineare l’importanza di raccontare, per mantenere viva l’identità, e allora ecco una nonna che racconta ai nipoti, un ragazzo che incontra dei personaggi in treno, degli adolescenti che vanno a fare un’intervista. La narrazione come dialogo e trasmissione di storie. Ho cercato di inserire in ciascun racconto almeno qualche espressione dialettale, per dare conto anche delle diversità, nel senso delle identità. E ho cercato anche di usare dei ritmi linguistici diversi per arricchire tali diversità. In un racconto ho usato esclusivamente dialoghi, tra più persone, perché mi sembrava il modo migliore per restituire la coralità che si esprimeva durante un’occupazione di terre, migliaia di contadini che non erano una massa ma tanti singole persone insieme, ciascuna con le sue aspettative. In altri ho cercato di descrivere ciò che era appena accaduto attraverso gli occhi dei compagni e delle compagne della vittima, che devono già iniziare a rielaborare il lutto.

WM2: Pur nelle differenze di luoghi e di situazioni, qual è l’elemento che accomuna queste storie e le rende parte di un’unica vicenda?

T.B.: Nel dopoguerra il movimento contadino trova a disposizione le strutture organizzative della sinistra, maturate dentro la Resistenza, le fa proprie ed è subito organizzato e consapevole d’essere un unico grande movimento. Una consapevolezza innanzitutto individuale, questa è la convinzione a cui sono giunto. Una consapevolezza maturata, credo, anche dalle esperienze degli anni precedenti: c’era stata la guerra, molti erano stati soldati su fronti lontani, avevano conosciuto altra gente, anche nelle prigioni o al confino oppure in montagna per quelli saliti con i partigiani, e poi molti avevano parenti oltre oceano che scrivevano lettere o erano stati già migranti essi stessi. E quando tornano a casa, qualche idea in testa su come fare per cambiare le cose, iniziano ad averla. Fu una grande occasione per ricostruire l’unità del paese dal basso. Se poi ciò che seguì, la fuga dalle campagne, si debba definire una sconfitta, credo sia una questione complessa. A giudicare dalle lotte operaie di appena un decennio dopo, nelle quali si ritrovano come protagoniste molte di quelle stesse persone, potrebbe sembrare di no, almeno sotto certi punti vista.

WM2: Quali sono i riferimenti letterari e romanzeschi di questo tuo lavoro? Quali autori italiani, secondo te, sono riusciti a raccontare le lotte contadine degli anni Quaranta? Ti pare un’epopea sulla quale la letteratura ha lavorato bene, ha aiutato la memoria, oppure no?

T.B.: Mi rendo conto di non essere in grado di rispondere in modo immediato. Ho riletto o consultato con occhi diversi molti autori e altri ne ho scoperti grazie a questo lavoro. Citerei innanzitutto Rocco Scotellaro, che ne fu anche protagonista, e che nel mio libro cito ampiamente nel racconto dedicato alla Basilicata e a Giuseppe Novello, il bracciante caduto a Montescaglioso a cui Scotellaro dedica una bella poesia, che ho apprezzato ancora di più passeggiando per gli stessi vicoli di Montescaglioso. Ho riletto poi Il sogno di una cosa di Pasolini, La meglio gioventù, ma anche autori non italiani, come lo Steinbeck di Furore, un romanzo che poggia su solidi reportage, o per tornare dalle nostre parti mi vengono in mente Rina Durante di Malapianta o Corrado Alvaro di Gente in Aspromonte, oppure i lavori di Rigoni Stern e soprattutto l’enorme lavoro di raccolta di Nuto RevelliIl popolo che manca. Ci sono molti autori, molti anche meno conosciuti, oppure lavori che purtroppo non sono più in circolazione. Ho trovato anche qualche piccolo editore che si interessa oggi di letteratura rurale, ad esempio Pentagora, in grado di riproporre storie interessanti. Quando vado fuori regione cerco sempre una libreria che abbia un angolo dedicato agli autori e agli editori locali, meglio ancora se c’è pure un vero libraio da cui farsi consigliare. Sarebbe interessante fare una rassegna di questi lavori.

WM2: Oggi si sentono spesso citare le lotte contadine della prima metà del secolo scorso in riferimento alle agitazioni sindacali dei facchini e del settore della logistica. Si dice che le due lotte hanno punti di somiglianza: la violenza della reazione padronale, la guerra tra poveri, i metodi della protesta (picchetti, scioperi, occupazioni di terre). Quanto credi sia sostenibile questo paragone? E più in generale: quale pensi sia stata l’eredità delle lotte che racconti? Cosa ci hanno trasmesso, cosa sono riuscite a cambiare e cos’hanno da trasmettere, ancora, a un Paese dove riprendono le occupazioni di terra e il mondo della produzione agricola è attraversato da enormi contraddizioni e vecchi/nuovi conflitti?

T.B.: Il 15 settembre, quando ho letto della morte a Piacenza di Abd Elsalam Ahmed Eldanf, ho capito subito che si trattava della stessa identica dinamica di tanti episodi delle lotte contadine del dopoguerra, e l’ho anche scritto, e ne abbiamo anche discusso alcuni giorni fa presentando il libro in una libreria di Recanati. Mi ricorda la stessa dinamica della strage di Melissa, o delle morti di Lentella, di Montescaglioso o quella del bracciante mantovano Vittorio Veronesi. Da un lato una lotta che non ha più vie d’uscita, non è una normale vertenza perché i margini di sfruttamento sono stati compressi troppo e non è possibile rassegnarsi, e dall’altro una reazione che è anche sopraffazione fisica immediata. Ma non solo la dinamica dell’episodio, anche quella dei settori mi sembra abbia delle analogie. Come l’agricoltura di allora, che era alle soglie di una grande trasformazione capitalistica in un nuovo sistema dell’economia mondiale che ne avrebbe poi stravolto il modo di essere e la società, oggi la logistica internazionale si sta avviando ad una grave crisi che stravolgerà assetti  e aziende, e già da anni si regge solo sulla compressione sempre maggiore degli addetti. Più immediate ancora, le analogie con l’oggi, se guardiamo la stessa agricoltura, tra multinazionali che si accrescono – sono in atto nuove inquietanti fusioni anche in questi giorni – e gli equilibri di una filiera di mercato che si regge sul lavoro schiavistico di manodopera spesso straniera, e dall’altro tanti piccoli nuovi esperimenti di agricoltura alternativa e di nuove competenze professionali, spesso giovani, che tentano di costruirsi un mercato alternativo, tra gruppi di acquisto, nuovi stili di vita, nuovi mercatini che crescono, o nuove nicchie di mercato come vengono definite. Credo che, seppure in forme nuove, e spesso senza neppure un rapporto di continuità con il passato, si tratti pur sempre della stessa sfida. È come se le esperienze delle lotte di allora producano ancora effetti carsici, che viviamo senza esserne del tutto consapevoli.

 

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One commento su “L’erba dagli zoccoli. Undici racconti di lotta contadina. Intervista con Tullio Bugari.

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