Quanto è piccolo #IlPiccoloRegno?

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Tra un’azione di arte-guerriglia, un’operazione di debunking sulle foibe, un reportage sui No Tav… Il Piccolo Regno rischia di apparire davvero troppo piccolo.
A una settimana dall’uscita in libreria vale la pena allora dedicargli qualche parola in più. Anche perché è forse il romanzo che più di tutti esce dalla zona di comfort wuminghiana, e nel quale la lettura politica della storia è posta in secondo piano o forse appena sfiorata, per lasciare spazio ad altri elementi.

Per certi versi potrebbe essere il proseguimento di Stella del Mattino con altri mezzi (non il seguito di quella riflessione narrativa sull’eroe dai mille volti e sul potere della scrittura, ma un ritorno a un certo immaginario e a un certo personaggio nella sua fase post-eroica). Ma prima di tutto è il tentativo inedito per WM di scrivere una storia dalla prospettiva di un ragazzino di dieci anni. Una storia semplice che affronta questioni complesse. Più difficile a spiegarsi che a leggersi. E’ anche un collage di citazioni e contaminazioni, che però danno vita a una storia nuova e che non hanno bisogno di essere riconosciute per essere apprezzate. In questo senso il modello è stato piuttosto il Beowulf che il cinema di Tarantino, tanto per capirci.

L’età d’oro di Kenneth Grahame è il punto di partenza. I bambini della ferrovia di Edith Nesbit la seconda tappa del cammino, per proseguire con i ricordi d’infanzia di J.R.R. Tolkien e una novella di Stephen King. Ma c’è anche il picnic a Hanging Rock di Joan Lindsay e l’espiazione di Ian McEwan. Soprattutto il libro dei bambini di Antonia Byatt, che raccoglie l’età d’oro della letteratura per l’infanzia inglese, il fabianismo, l’impegno sutton_hoo_helmet_3d_render_by_mrsvein872-d5wg1l8politico per cambiare il mondo, la guerra mondiale, e li fa riverberare nella storia di una famiglia allargata e sui generis. Altri indizi si possono trovare seguendo la pista dei cognomi dei personaggi, ma è un esercizio per fissati.
A questo vanno aggiunte la scoperta archeologica di Sutton Hoo e quella più modesta fatta nel giardino d’infanzia proprio vicino a un’aiuola di rose.

Dosare il tutto e condensarlo nel racconto di un’avventura infantile, durante un’estate in campagna, era la sfida.
Prima della digitalizzazione del mondo, perché parlare di fulmini è universale, quindi più efficace che parlare di corrente elettrica (Tolkien dixit). E perché le estati d’infanzia sono così per tutti.
L’Inghilterra, per ragioni storiche e geopolitiche.
Gli anni Trenta, per lo stesso motivo.

Volendo ci sarebbe anche un piano di lettura politico e perfino di classe. Ma quello forse si può riservare ai fissati d’altro tipo. Anche se…

Tutto questo per dire che, se lo si guarda da vicino, il Piccolo Regno non è poi così piccolo.

P.S. Qui c’è una bella recensione.

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8 commenti su “Quanto è piccolo #IlPiccoloRegno?

  1. Ciao, ho finito di leggerlo un paio di giorni fa. complimenti a WM4, anche se sono diversamente adolescente, mi è piaciuto molto. ho soprattutto apprezzato i moltissimi rimandi ad “altro”, come detto nel post e in perfetto stile WM; sicuramente, per un ragazzo curioso, dopo la lettura del libro si aprono innumerevoli sentieri di esplorazione. E pure per gli adulti: confesso la mia ignoranza, ma per me i “fabiani” erano solo un cognome, prima di capitare nel piccolo regno. se posso muovere un appunto, forse le figure del padre dello zio Albie rimangono un po’ troppo in superficie. in particolare, lo zio Albie, che viene descritto come un camminatore nei primi capitoli, mi ha subito ricordato i protagonisti della “via del sentiero ” di WM2, e mi aspettavo una sottotrama in questa ottica. nota per i lettori con cronici problemi di spazio in biblioteca (come me): contrariamente al solito “modus publicandi” wuminghiano, questo libro è uscito subito anche in ebook (acquistabile). con mia somma letizia, peraltro.

  2. Questo Regno è esattamente a misura di ragazzini. Fantastico scampolo di libertà In un ambiente ‘prima della digitalizzazione del mondo’. Bellissima per me la Premessa per la gente alta. La gravità e la mestizia di quando i ragazzini fanno sul serio. La meteora dell’educazione fabiana, che non produceva stolte repliche degli adulti tipo i marmocchi Williamson, ma favoriva ragazzini riflessivi e creativi, sicuramente più esposti però ai ‘fantasmi’ e ai cani neri. Mica facile tenere le fila di tutto quanto, compresa la tensione… Ecco, magari certe parti non leggetele proprio di notte isolati in campagna, col vento che ulula e la luna piena.
    [Da qui attenzione SPOILER] Non mi aspettavo il finale, anzi i finali (anche se poi la fine è la parte che vogliamo ci sorprenda nei libri che ci piacciono). Non so se avrei però dovuto immaginarmelo, conoscendo uno dei personaggi… La figura di Ned infatti, beh, sì mi è familiare (non c’è un colpo d’acceleratore della sua moto che non mi sia familiare!). Peraltro vicino alla realtà del Lawrence ‘the enabler’, come venne definito da qualcuno. Tanto legato alle cose meccaniche in quel periodo – e anche questo lo avvicinava più ai ragazzini che agli adulti. E’ suo il destino che non mi aspettavo – perché in un romanzo con la fantasia puoi fare quello che vuoi, e non pensavo di essere riportata a terra così bruscamente, nella realtà. Va bene così.
    Non riesco a seguire tutte le piste, il Regno sarà piccolo ma è pur sempre un regno! Quel particolare periodo storico è una fonte assai ricca per le storie che hanno segnato intere generazioni e ha una storia sociale molto densa.
    Ah, la pista dei nomi è la prima cosa che mi ha interessata, ma non sono una fissata e probabilmente vogliono dire qualcosa solo a me. E Williamson mi ricorda un autore inglese di nome Henry che mi sta un po’ antipatico anche se ha scritto un bellissimo libro che si chiama Tarka la lontra. Il nome dei Kirk mi ha fatto pensare al reverendo Robert Kirk e al suo regno segreto di fate ed elfi, perché il nome di una famiglia è quello. Però di un libro così mi piacerebbe veramente avere una cassetta degli attrezzi, con tutti quelli che mi mancano. Non guasterebbe.

    • Tu Paola sei avvantaggiata. Ma proprio per questo è un bel segnale che ti sia piaciuto. La pista dei cognomi l’hai azzeccata. Henry Williamson con la sua lontra e le sue scelte politiche. E anche Robert Kirk, certo, il folclorista… ma con un possibile secondo richiamo, perché c’è un “professor Kirk” anche nelle Cronache di Narnia. Ad ogni modo, chapeau.

  3. Sono un vorace lettore ed estimatore di tutta la vostra produzione cartacea e di giap da sempre, anche se non sono mai intervenuto attivamente sul sito. Ho appena concluso la lettura del piccolo regno, che mi ha coinvolto tantissimo e costretto ad una lettura compulsiva, e confesso che sono due gli elementi che hanno acceso in me grande curiosità: uno è dato dalla mia ignoranza e l’altro dalla stessa o dalla mancanza di acume e fantasia(e da qui parte lo SPOILER).
    Il primo è l’utilizzo del termine Fabiano, che da sommarie ricerche non ne ho ancora capito l’origine e il secondo sono le quattro lettere della spilla di Billy, che ho supposto appartenessero alla sigla di qualche gruppo di lotta politica. potreste Illuminarmi per favore?

  4. […] Per la Gente Alta che vuole approfondire i molti riferimenti del romanzo vi rimando a questo articolo di Wu Ming. […]

  5. Io ho trovato anche delle assonanze con Buio oltre la siepe: anche lì l’estate e la perdita dell’innocenza,la figura di Ariadne, (spoiler) soprattutto l’orco che riporta in salvo il bambino, un po’ anche il senso di giustizia dei genitori. Rientra tra i libri omaggiati di proposito o sono assonanze casuali leate al genere?

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