L’#Invisibileovunque e le sue sfide. Rassegna di pareri e invito alla discussione (spoiler libero)

Pink-Floyd-Ummagumma-1969

Sembra che l’esperimento proceda bene. Le reazioni sono positive, variegate e illuminanti.
Una delle migliori recensioni de L’Invisibile ovunque è apparsa sulla rivista on line La Ricerca. La firma Claudia Mizzotti, insegnante del liceo Messedaglia di Verona, ed è – per l’appunto – rivolta al mondo della scuola. Oltre a linkarla, ne riportiamo uno stralcio significativo.

«Quarto è un mockumentary, un saggio in cui eventi fittizi sono presentati come reali: il pittore surrealista Francesco Bonamore non è mai esistito. Wu Ming dichiara di essersi ispirato a certi racconti di Borges, di aver preso spunto da La letteratura nazista in America di Bolaño […] Anche nel romanzo L’Armata dei Sonnambuli, come si evince dai Titoli di coda, gli autori hanno mescolato ad arte fonti d’archivio reali e inesistenti per congegnare il loro intreccio e lanciare una sfida ai lettori, così da renderli guardinghi e attivi nella fruizione del testo in una forma feconda di transmedialità della letteratura che invita il pubblico ad entrare nel gioco. La ricerca infruttuosa di tracce in rete della biografia di Bonamore, delle immagini delle sue tele surrealiste Soldati nella neve e L’albero in fiore, dei saggi critici a lui dedicati e citati nel racconto, costituisce la “prova del nove” a cui Wu Ming affida il disvelamento della beffa. Sarà un’esperienza istruttiva per gli studenti assistere a un esperimento che evidenzia le debolezze del sistema mediatico in cui siamo immersi, nella quale è fin troppo facile credere alle storie, alle notizie e alle informazioni che entità subdole quanto anonime (non sempre anonime, in verità) confezionano e diffondono per scopi non sempre filantropici, per usare un eufemismo.
Ma se così sono resi evidenti i pericoli dello storytelling, d’altra parte la vicenda del pittore-soldato Bonamore dimostra in modo surreale che per arrivare alla verità bisogna talvolta forzare la realtà, lasciare spazio all’immaginazione e all’intuizione: per usare una frase che si trova in esergo al romanzo Timira, e che può funzionare anche per il saggio d’invenzione che chiude L’invisibile ovunque, “questa è una storia vera, comprese le parti inventate”.»*

Passiamo ad altre riflessioni intriganti sulla miscela di fiction e non-fiction e sulla sperimentazione nella lingua e nel montaggio. Armin Ferrari è partito da una suggestione “pinkfloydiana”. Durante la stesura, abbiamo scritto che il metodo di lavoro adottato per L’invisibile ovunque era lo stesso adottato dai Pink Floyd per Ummagumma. Armin scava dentro il riferimento e consegna ad Anobii il suo feedback. Anche in questo caso, riportiamo uno stralcio:

«Districato il piede dal fitto groviglio del racconto si finisce subito imprigionati nelle maglie narrative di Terzo, dove lo stile di prosa amplia il suo range scomponendo una vicenda narrativamente semplice in una architettura d’intricato dialogo e pensiero in cui, attraverso un costante zoom in/zoom out, si consumano scene, ricordi, immagini. L’utilizzo creativo di personaggi realmente esistiti (qui Andrè Breton) è un altro stilema tipico del collettivo. La memoria corre al breve racconto In like Flynn (letto in Anatra all’Arancia meccanica) nel quale, analogamente, si materializzavano scene dentro ad un lungo e lisergico dialogo tra tre personaggi inventati e non. Interessante novità è l’ausilio di segni grafici, numeri e parole enfatizzati come in un grido e l’inserto di disegni che contribuiscono ancora di più alla profondità della narrazione. Solo una consolidata abilità nell’utilizzo delle fonti reali può portare ad un risultato tanto credibile nella ideazione e manipolazione di quelle fittizie che strutturano la narrazione di Quarto. Siamo alla chiusura del cerchio, l’evoluzione del quinto atto dell’Armata dei Sonnambuli, l’innesto mimetico della fiction sulla forma di indagine storica. Riuscitissimo, a ben vedere Quarto è un’allegoria di se stesso; racconto di una vicenda fasulla che si camuffa da storia vera in un contesto di narrazioni storiche. Il racconto è spettacolare e sono arrivato persino a farmi una mia idea di echi Friedrichiani (vedi: Caspar David Friedrich) misti allo stile di Giovanni Fattori nell’arte di Bonamore tanto è ben descritta nell’uso dei colori e dello spessore paesaggistico.»

 

Tutte le recensioni fanno notare quanto L’invisibile ovunque segni una discontinuità rispetto al nostro “filone 1”, quello dei romanzi storici. Più rari i riferimenti alle continuità tra questo libro e quelli del nostro “filone 2”. Per questo abbiamo apprezzato la recensione di Gerardo Iandoli, apparsa su un altro social network dedicato ai libri, cioè Goodreads. Ne riportiamo la chiusura:

«È il loro romanzo più metaforico (o come direbbero loro, più ‘allegorico’): se negli altri romanzi giocano con l’intrecciarsi delle vicende, qui decidono di privilegiare la giustapposizione. Il collante, quindi, non deve essere narrativo, bensì logico. Ciò rende questo testo anche il loro romanzo più riflessivo, molto probabilmente frutto equilibrato di alcuni sperimentalismi più estremi effettuati durante la scrittura solista (il quarto racconto ricorda fortemente per stile Point Lenana di Wu Ming 1).»

La convergenza dei due “filoni” è individuata dal collettivo Militant in una lunga e arguta recensione apparsa sul suo blog. Gli oggetti narrativi non-identificati che abbiamo scritto nel corso degli anni vengono correttamente descritti come un laboratorio per le produzioni a venire:

«Se il romanzo storico non è in via di estinzione, è finito però il tempo per Wu Ming di utilizzarlo nella sua forma canonica. Dopo quasi vent’anni di produzione, la sensazione di aver esaurito quello che si aveva da dire in una data forma può essere legittimamente accettato. E’ anzi condivisibile, perché la sperimentazione narrativa e stilistica è la chiave del progresso letterario. Ci sembra, quello di Wu Ming, un segnale di maturità e di coraggio. L’invisibile ovunque è dunque il primo passo formale verso questa direzione. Anticipato e preparato certo da altri lavori importanti, da Point Lenana a Timira, ma se quelli erano tentativi work in progress e, comunque, individuali, questo è il primo romanzo collettivo che scientemente apre ad una nuova forma di narrazione. C’è stato, è vero, “l’atto quinto” dell’Armata dei sonnambuli, ma il libro nel complesso era ancora totalmente inserito nel territorio della fiction storica.»

Segue un’accorta analisi dei “tre equilibri” su cui si regge la sperimentazione de L’Invisibile ovunque.
Peccato solo per la discussione in calce al post, iper-ideologica, pressoché interamente OT e crivellata di equivoci e preconcetti. Pazienza.

Appunto, gli equilibri. Perché ne L’invisibile ovunque ci sono anche altre modalità, altre dimensioni del racconto. Infatti, nella sua recensione Giuseppe Vergara scrive:

«Il primo movimento rappresenta una sorta di anello di congiunzione fra vecchia e nuova produzione. Primo è la storia di una fuga anomala dalla guerra. Per evitare la morte in trincea meglio fa parte degli Arditi rischiare la vita ad ogni azione e avvicinarsi alla morte per sentirsi vivi. Con delle delicate pennellate si fa capire che il fascismo nacque in quei giorni e che fu una delle tante nefaste conseguenze di quel conflitto di cui ancora oggi possiamo ascoltare l’eco. Primo ha una struttura narrativa classica anche se è una narrativa, in qualche modo, diversa da quella utilizzata in precedenza dal collettivo con un finale struggente nel suo minimalismo.»

Militant non è il solo sito marxista ad avere accolto favorevolmente L’invisibile ovunque. Su Contropiano, Marco Montanarella – che pochi mesi fa aveva scritto una bella recensione di Cent’anni a Nordest – ha scritto:

«Per quanto queste storie siano separate, esiste una sottile rete di rimandi, di ricorrenze e di simboli che le lega – ad esempio il continuo riferimento a nugoli d’insetti di vario tipo, immagine che si associa ai battaglioni di soldati al massacro. Un congegno narrativo che ha l’intento di farla finita, una volta per tutte, con il mito del “sacrificio per la Patria”, con la religione della morte gloriosa, gravida di fascismo. Dunque si punta tutto sul racconto dell’“ingloriosa” diserzione, del rifiuto di farsi scannare dalle sventagliate delle mitragliatrici o dalla pioggia delle bombe da mortaio. Così si prende per mano il lato migliore dell’avanguardia storica, quella del surrealismo di André Breton e di Jacques Vaché (figure paradossali del terzo racconto), si valorizza il gesto artistico in grado di “trasforma[re] l’arte in vita salvata”, contrapposto al gesto estetizzante dannunziano, all’elogio futurista della “guerra sola igiene del mondo”. Il linguaggio dell’arte rivoluzionaria è tanto (volutamente) in contrasto con lo spirito del tempo da rendersi incomprensibile a chi è ubriaco di bellicismo. Quindi dall’invisibilità diffusa della guerra, dimensione che pervade tutte le forme di vita sociale, il racconto finale ci pone di fronte a un tipo diverso d’invisibilità, di chi tenta di salvarsi la pelle, magari in attesa che i nodi vengano al pettine e che la talpa della storia faccia il suo lavoro. A noi che ancora oggi abbiamo di fronte un’Europa cinta ai suoi confini da un “muro grigio”, un anello infuocato d’indicibili massacri – senza dimenticare quelli che (grazie agli apprendisti stregoni esportatori di “missioni di pace”), ritroviamo al suo interno –, un così salutare elogio della diserzione e del rifiuto della guerra dovrebbe far balenare uno spiraglio di luce.»

 

Chiudiamo questa rassegna con la recensione firmata da Serena Adesso e apparsa sul sito Mangialibri:

«Sembra che i Wu Ming abbiano messo un punto al “nuovo romanzo storico italiano” proprio con questo lavoro. E le quattro storie non sono scritte in maniera corale: ognuno di loro ne ha scritta una e l’ha sottoposta alla lettura degli altri componenti del collettivo. Per questo lo stile è diverso in ogni storia: si va da quello più classico a quello definito “mockumentary” in perfetto stile anglosassone, e tutti i racconti si amalgamano alla perfezione rendendo il lavoro piacevole e interessante per il lettore. Non è un libro di rievocazione storica, sia chiaro. È un lavoro sull’evasione. Su come diversi protagonisti siano riusciti ad evadere la mattanza della Prima guerra mondiale in quattro modi diversi, diametralmente opposti. C’è chi è diventato una macchina da guerra, chi s’è finto pazzo pur di non affrontare l’orrore, chi ha sognato l’invisibilità. Non è un inno all’inattività. È la costatazione che evadere sia costruirsi un altrove possibile.»

Orbene, se volete discutere di tutto ciò, questo è il posto giusto. Rendez-vous con spoiler libero. Dite la vostra. Grazie in anticipo.

* Interessante la lettura comparata della recensione di Claudia Mizzotti e di questo. L’autore è un decano della critica, ex-membro di spicco del Gruppo 63 e professore emerito dell’Università di Bologna. Qualche tempo fa, recensendo Timira di Wu Ming 2 e Antar Mohamed, scrisse – si badi, nella primissima riga del testo – che «Wu Ming 2» era «il collettivo Wu Ming, entrato da un decennio nella fase numero 2». Lo svarione apparve su Tuttolibri, nientedimeno. Tre anni dopo, la quantità di sfondoni e tiri a indovinare è ormai fuori controllo.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

Altri testi che potrebbero interessarti:

22 commenti su “L’#Invisibileovunque e le sue sfide. Rassegna di pareri e invito alla discussione (spoiler libero)

  1. In extremis, segnaliamo anche la recensione de L’#Invisibileovunque scritta da Corrado Ori Tanzi e apparsa sul sito Mescalina
    «Un non-romanzo dunque, ma pur sempre uno scritto di un’uniformità adamantina. Perché, scomposta fino al suo atomo primo, è questa la guerra. L’esaltazione più incontrollata del Non. Il non-visibile che azzera tutto.».

  2. Ho letto la recensione del Professore. Ironia della sorte, devo ringraziare lui se ho scoperto che c’era qualcosa che non andava nella ‘realtà’ del quarto racconto. Vi spiego perché.

    Anni fa, all’Università, studiai sui manuali di arte contemporanea del Professore. Se c’era una cosa alla quale mi avevano abituato, era quella di cercare i quadri citati per poterli apprezzare e analizzare. Un esercizio molto piacevole, a dire il vero. Da allora, appena leggo un nome di un quadro in un libro, lo cerco su internet.

    E, leggendo “L’invisibile ovunque”, ho fatto lo stesso: ho cercato subito “Soldati nella neve Bonamore” appena è comparso questo quadro durante la lettura. Niente. Allora, ho provato con “Alberi in fiore Bonamore”. Ancora niente.

    Ammetto, non ci arrivai subitissimo a capire il meccanismo del quarto episodio e per molto tempo restai con il dubbio, anche perché De Scevola, invece, su internet era apparso. Lui era vero. Ma dopo un po’ mi resi conto che il quarto racconto andava letto come una metafora dell’intera operazione Wu Ming.

    Questo era l’aneddoto, spero, divertente. Ora vorrei fare una domanda:

    Ho avuto modo di capire, parlando con altri lettori del vostro romanzo, che il primo racconto sia quello che è piaciuto di meno. Invece, io l’ho interpretato come un proseguo del discorso iniziato con i muschiatini ne “L’armata”. Infatti, la storia del giovane cacciatore assomiglia a quello di un ragazzo che decide di ‘mettere in stand-by’ la propria capacità di ragionare per agire e basta (lasciandosi scorrere addosso la guerra). Un sonnambulo, insomma. In più, il suo volere essere ‘ardito’ (antesignano del ‘fascistello’) crea nella mia mente dei parallelismi con l’atteggiamento muschiatino, anch’esso molto da ‘fascistello’. Continuando, nel passo in cui si legge: “la guerra quando si combatteva davvero era un tempo vivido, un presente dilatato, una libertà inattesa, lontano dai comandi insensati del padre, dei superiori, di una parte della sua testa, che li ripeteva con stanchezza, per abitudine, senza dargli più nessun vero valore”; a me viene in mente la ‘trance’ dei muschiatini, il loro andare avanti come automi, senza dare al loro movimento un particolare valore. Ma ciò che mi ha convinto del fatto che il primo racconto fosse un collegamento con “L’Armata” è la figura della madre: ricorda fortemente la Noziere poiché anche lei combatte per il pane. Questa sembra una vera e propria autocitazione. Quindi, quanto è stata effettivamente voluta questa ripresa dello spirito ‘muschiatino’? Grazie.

    • Abbiamo scritto i racconti de L’#Invisibileovunque durante il RévolutiontouR, eravamo immersi nella discussione su sonnambulismo, fascismo, falsa rivoluzione e quant’altro. Anche se «Primo» ha come ispirazione ricordi di famiglia, racconti di bisnonni, le parole scelte e l’atmosfera non possono che risentire della “scia” dell’Armata – come del resto gli altri tre racconti: follia, psichiatria, surrealismo… Quanto al pane, i proletari hanno sempre lottato per il pane, non ci costruirei sopra un ponte, o meglio, si può anche costruirlo, ma non mi fiderei a farci passare sopra un carico di interpretazioni critiche sui rimandi AdS/L’IO :-)))

      Quanto a Barilli: cosa dire di un noto critico d’arte – un sommo cattedratico di estetica – che non verifica l’esistenza di un pittore e prende per interamente vero (elogiandolo per questo!) un testo che contiene riferimenti a cataloghi mai pubblicati, quadri mai dipinti, passaggi inventati di testi di Breton? Da un lettore non ferrato nella storia delle avanguardie posso aspettarmelo, lo posso capire, non c’è nulla di male, ma da Barilli… Quarant’anni di stipendi universitari, pubblicazioni a fiumi, un nome che incute timore… Bah.

  3. [spoiler] Mi è piaciuta la misurata contrapposizione tra le terribili vite (e morti) dei molti, e le vite privilegiate di pochi.

    Mi è piaciuta soprattutto perché anche tra i privilegiati c’è vita e vita: non solo le vite dei geni metafisici e cangianti in un batter di ciglia, interventisti-volontari-imboscati-ipersensibili-malati-convalescenti-inutilizzabili,

    ma anche una vita come quella del Marchese Nicolò Alberto Gavotti di Castellaro, uno che di privilegi ne aveva a pacchi e li usò per andare a quarant’anni in prima linea a scavare tane che proteggevano i soldati e per salvare le retroguardie rifiutandosi di far saltare troppo presto i ponti.
    Anche se si può contrapporre a Bonamore per l’opposta capacità di farsi apprezzare dai generali, negli intenti non mi sembra poi così diverso.
    Tra loro avrebbero potuto intendersi benissimo. Del resto l’efficace opera di demolizione psicologica attuata sulle truppe austriache del Grappa riportata dal Feldzeugmeister Ferdinand Ritter von Goglia è frutto di una loro proficua collaborazione.

    Infine, confermo che il trucco funziona: questo intrecciarsi e fertilizzarsi tra invenzione e storia, vite reali e vite di fantasia cattura e spinge a ricercare, a distinguere, a ricostruire e portare avanti le storie solo accennate.
    Ho passato le ferie di Natale a cercare un Adelmo Cantelli (o solo Adelmo o solo Cantelli) ardito, ad elencare i quadri di De Chirico a Ferrara (Ah, Ettore e Andromaca! Che sensibilità! Il dramma della guerra!), a salvare le foto di una divisa macchiata priva di una tasca e di diversi alberi con stentati fiori, a cercare le piantine del Grappa e delle sue gallerie.

    Per i surrealisti mi devo attrezzare, prima o poi ci arrivo.

  4. Vi ho recensito qui: http://www.scrittorisopravvissuti.it/index.php/about-linvisibile-ovunque.html#more-713

    Vorremmo avere più tempo.

    Lo sappiamo dicono tutti così, il tempo non ci basta mai, servirebbe una giornata di 48 ore, occorrerebbero due vite per far tutto quello che abbiamo in mente. Luoghi comuni, retorica, forse scarsa organizzazione.
    Sarà.
    Però quando esce un libro dei Wu Ming quel tempo in più lo vorremmo davvero a disposizione.
    Stiamo ancora cercando in rete i segni del passaggio di Scaramouche in Francia durante la rivoluzione quando ecco che siamo precipitati in un nuovo vortice. La prima guerra mondiale.

    Ci siamo ripromessi di verificare gli indizi lasciati da Cary Grant nella sua avventura jugoslava del ’54 ed ecco che ora ci dobbiamo spostare sulle tracce dei quadri di Breton.
    I romanzi di Wu Ming sono così, ti prendono ti trasportano in quel posto in quel tempo con i loro “eroi”, che sia il nord Europa del 1550, il nord America del 1780 è sempre la stessa storia. Chiudi l’ultima pagina del libro e dici “Fenomenale! Chissà quant’è vero tutto questo?”.
    No. Non è compito nostro dirvi quali dei quattro racconti ambientati nella prima guerra mondiale è più vero degli altri; il nostro compito è quello di invitarvi a leggere un libro che racconta storie della prima guerra mondiale senza perdersi (conoscendo i Wu Ming non potevamo aspettarci di meno) nella retorica di Stato che ancora cerca nel sangue del 15-18 un motivo per essere fieri dell’Italia.
    Anzi come sempre succede nei romanzi del collettivo bolognese, la storia passa là dove non te l’aspetti. Nel contadino stanco di fare il contadino e che ha dei conti in sospeso con i vicini. Nel finto pazzo che dopo aver studiato i pazzi per far finta di essere pazzo diventa pazzo. Nel surrealismo francese. Nei campioni italici del camuffamento istruiti dai maestri del camoufage francese.
    Dei molti commenti e delle molte recensioni trovate in rete sembra trapelare che con questo “L’invisibile ovunque” (Einaudi 2015, 201 pag. , 17,50 €) i Wu Ming dicano addio al romanzo storico.
    Ecco. Questa è una notizia di cui vorremmo avere l’immediata smentita. Anzi proponiamo ai fans wuminghiani di effettuare un’opera di convincimento per farli tornare sui loro passi, minacciamoli con un mail bombing che se ci abbandonano passeremo a comprare i libri di Pansa!

    • È tardi, l’addio al romanzo storico è già stato detto nel 2013, il giorno che cominciammo a scrivere il Quinto Atto dell’Armata dei Sonnambuli :-)

  5. Test sulle f scomparse… (‘ascisti?)

    a e i o u
    a afa afe afi afo afu
    e efa efe efi efo efu
    i ifa ife ifi ifo ifu
    o ofa ofe ofi ofo ofu
    u ufa ufe ufi ufo ufu

    • Spariscono quelle seguite da i.
      afi bfi cfi dfi efi ffi gfi hfi ifi jfi kfi lfi mfi nfi ofi pfi qfi rfi sfi tfi ufi vfi yfi wfi zfi

      • Che non siano doppie.
        affiatato effiatato iffiatato offiatato uffiatato

        P.S. quando avete letto cancellate pure :-)

        • qua report su wordpress per le F seguite da i mancanti, cancellate pure a cose fatte (‘igli di….) https://en.forums.wordpress.com/topic/missing-a-few-fs?replies=12#post-2545544

          • Grande mostrofame. Io non trovavo nulla.
            Ci sta scritto:
            “I’m using the Syntax theme.

            I’ve changed the theme to Saga and that resolved the problem”

            Io sul mio Firefox anche solo forzando il font ad Arial sono riuscito a farle apparire.
            Sembra un problema tra wordpress e/o Firefox (con Ie non ho problemi) e il vostro font (suppongo impostato nel tema)

            • Sì, è un problema di rendering del font che usiamo, Merryweather. Con il rendering a 300px (cioè con il font più sottile), Firefox si incasina e scompaiono le f seguite da i. Chissà perché proprio quelle… Incredibile che, dopo giorni che il problema viene segnalato in tutto il mondo, WordPress non abbia ancora rilasciato una patch o aggiornato la versione. Intanto, per consentire a chi usa Firefox di leggere i nostri post senza problemi, abbiamo inspessito il font (da 300 a 400). E’ un po’ più brutto da vedere, ma si legge. Stasera cerchiamo un altro font e lo cambiamo. Peccato, perché Merryweather ci piace molto… Grazie a voi per la segnalazione e grazie a @ppiersante e @xho per le dritte.

              • Risolto, Firefox non rendeva le legature del font (tipo “fi” in Merryweather, appunto). Ma forse il problema non è di WP, potrebbero essere cambiato qualcosa nel font servito da google, oppure uno degli aggiornamenti più recenti di FF ha reso invisibili le legature. Ad ogni modo, grazie a @xho.

  6. Si, WP non c’entra. In questa pagina
    https://www.google.com/fonts/specimen/Merriweather#charset
    si legge che “Updated in January 2016”
    e, se si salva la pagina in file e si cambia il loro testo di esempio “Grumpy wizards…” in “Grumpy fi wizards…” si riproduce l’errore. Succede solo per il Light 300.
    Se succede lì…

  7. esiste una galleria delle immagini evocate dal libro? soprattutto del terzo e quarto capitolo, che è zeppo di riferimenti a opere d’arte vere o immaginate

  8. […] ex-membro di spicco del Gruppo 63 e professore emerito dell’Università di Bologna — è inciampato malamente, prendendola per vera, nella finzione su cui è costruito «Quarto», il racconto conclusivo del […]

  9. […] ribelle ed ereticale di Q e a quella psichico-magnetica di L’armata dei sonnambuli o di L’invisibile Ovunque; alla vena ecologico-indigenista di Manituana, o a quella che passa per le vette e i boschi da […]

Leave a Reply