«Letteraria» riparte da uno e riparte da un No. No alle Grandi Opere Inutili

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Letteraria sarà disponibile al Salone del Libro di Torino, allo stand delle Edizioni Alegre, padiglione 1, C37.
Gli ultimi due numeri – il 10 della vecchia serie, dedicato al cibo, e questo contro le Grandi Opere – saranno presentati dai redattori Silvia Albertazzi, Giuseppe Ciarallo e Massimo Vaggi sabato 16 maggio h.18 alla libreria IBS di Firenze, via de’ Cerretani 16/R.
Questo numero sarà presentato anche alla Festa di Letteraria, che si svolgerà a Roma dal 12 al 14 giugno. I dettagli seguiranno.

Stefano

Stefano

«Letteraria va avanti con l’amore degli insorti».

Lo dicemmo nel maggio 2012, subito dopo la morte del nostro fondatore e direttore Stefano Tassinari. L’annuncio riprendeva il titolo del suo romanzo più bello – e della lunga poesia che irrompeva in quella prosa aprendovi uno squarcio, hanno ripreso la città / mi tocca dirti piano / e dove stavamo noi ora ci sono loro / a ripulire i muri col bianco del respiro / sottratto al nostro tempo di incerti pensatori.

Maggio 2015. La città è sempre in mano nemica, lo è più che mai, eppure qualcuno resiste – e i muri continuano a parlare. Vede, in questo Paese non siamo stati tutti estranei uno con l’altro, anche in assenza di rapporti diretti. Ha presente il racconto di Julio Cortázar intitolato Disegni sui muri? No, è chiaro, non avrei nemmeno dovuto chiederglielo. Fa niente… comunque è la storia di due giovani che non si sono mai visti e che, in piena dittatura dei militari argentini, comunicano tra loro scrivendo messaggi sui muri del quartiere in cui vivono. Ogni notte escono di casa per tracciare quelle frasi che, puntualmente, il mattino dopo, vengono cancellate da vigili e poliziotti… *

Letteraria ha resistito, è ancora qui, ma essere ancora qui non basta. O almeno, noi non siamo gente che si accontenta. Per questo abbiamo deciso di rilanciare.

Questo è il primo numero di una nuova serie. Ci trasformiamo, per esprimere ancor meglio lo spirito della nostra parola d’ordine: letteratura sociale. Cerchiamo la letteratura nel conflitto sociale e il conflitto sociale nella letteratura. La realtà affrontata con tecniche letterarie, le tecniche letterarie alla prova della realtà. Che naturalmente comprende anche il sogno, la visione, i fantasmi, e tavoli che danzano gambe all’aria.

I cambiamenti li noterete sfogliando, leggendo. Numeri interamente monografici, più coesi e contundenti, utili – almeno speriamo – nelle battaglie che ci attendono per liberare la città. Convergenze e dialoghi tra testi e fotografie. Nuovi collaboratori – alcuni, come suol dirsi, prestigiosi – gomito a gomito con quelli «tradizionali». E tanti dettagli che è superfluo elencare qui. Altri cambiamenti seguiranno; il collettivo non si farà mancare gli esperimenti.

«Collettivo» è la parola che più abbiamo usato in questi mesi. Ha sostituito «redazione». Un collettivo che vuole esistere anche al di fuori della rivista e tra un numero e l’altro, come ambito di discussione sia inter nos sia rivolta all’esterno, e come organizzatore di iniziative pubbliche: serate tematiche, reading, incontri di vario genere che partano dal tema affrontato nell’ultimo numero e/o, viceversa, annuncino il tema da affrontare in quello a venire. La rivista vivrà se rafforzeremo gli scambi tra noi e con altri, se si farà sempre più intenso confronto più intenso tra noi e con altri.

Per avviare la nuova serie abbiamo scelto un tema che più attuale non potrebbe essere: le Grandi Opere Dannose Inutili e Imposte, con tutti gli annessi e connessi: le molteplici aggressioni al territorio, la hybris demenziale di archistar e costruttori, le lotte dal basso contro le ecocatastrofi e la corruzione sistemica, per il diritto al paesaggio e alla città – proprio nel senso di civitas.

Più attuale non potrebbe essere. Mentre discutevamo e scrivevamo, su quel fronte sono accadute molte cose: l’ennesimo scandalo ha spedito in carcere il più importante dirigente del ministero dei lavori pubblici e provocato le dimissioni del ministro. Poco tempo dopo, si è dimesso il presidente dell’ANAS. Gli stessi governanti che da poco hanno partorito il decreto «Sblocca Italia» e sin qui hanno difeso a spada tratta le peggiori Grandi Opere, a cominciare dal TAV Torino-Lione, ora si esibiscono in dichiarazioni virtuose, dicono che con le Grandi Opere si è esagerato, che bisogna rivedere le priorità… E a modo loro sono bravi, non lo si può negare, anche se ad ammetterlo m’accorgo che il disprezzo mi sale fino al cielo, dove lo sento evaporare nel giro di un secondo, e subito precipitare come una pioggia di parole, che bagna nuovamente le mie strade preferite e rende impraticabile il cammino ** .

Questo profluvio di buoni propositi è un segnale che la misura era colma, ed è un sintomo importante, ma appunto: un sintomo, non la cura. Illudersi non conviene, perché in Italia la misura è sempre colma, e al tempo stesso non sembra esserlo mai. Il grande sacco dei territori non verrà interrotto da alcuna generosa concessione del sovrano, ma da conquiste strappate con la partecipazione, la resistenza, la ribellione.

E di che altro dovrebbe occuparsi una rivista di letteratura sociale? Cos’altro dovrebbe raccontare, se non quella forza

del tutto resistente alla vernice bianca dell’ottusità

che nasce dall’avere le stesse idee

a pochi isolati di distanza? ***

Buona lettura.

*Stefano Tassinari, Assalti al cielo (romanzo per quadri), Perdisa, Bologna 2000, pag. 77.

* * Ibidem, pag. 86.

* ** Ibidem, pag. 78

via John Cage

IL SOMMARIO

Le immagini di questo numero: scene da una catastrofe in atto – di Silvia Albertazzi
«Uno dei punti di forza della Nuova Rivista Letteraria è stato, fin dal primo numero, l’apparato fotografico, costituito da immagini di grandi fotografi italiani e stranieri – da Mario Dondero a Uliano Lucas, da Fabio Treves a Roberto Serra, e ancora, Marco Caselli Nirmal, Luca Gavagna, Alejandro Ventura – disposte come un racconto a sé stante, a volte addirittura “fuori sincrono” rispetto al tema monografico. In ogni numero, un fotografo narrava attraverso i suoi scatti un’altra storia, non necessariamente legata al (anzi, spesso slegata dal) discorso principale. Per questa nuova serie della rivista si è deciso, invece, di ricercare un aggancio tra testo e immagini, non nel senso di una interpretazione visuale degli articoli (le foto non chiosano né commentano i testi) ma tenendo piuttosto a mente le parole di Susan Sontag, secondo cui “le fotografie non spiegano, constatano” […] Il bolognese Stefano Calanchi, autore delle fotografie di questo numero, ama definirsi “street photographer”: per lui la fotografia è sguardo rubato, gesto inatteso, immagine “trovata” sulla strada. È questo il genere di foto […]»

Una (impossibile) mappa delle lotte per il territorio in Italia – di Antonella Beccaria
«Dalla diga del Vajont, voluta così fortemente e così a dispetto di tutto che il 9 ottobre 1963 fece quasi duemila morti, alla strage della Val di Stava, dove il 19 luglio 1985 cedettero i bacini di decantazione della miniera di Prestavel portandosi via 268 persone. Dal sacco di Palermo ai tempi dell’accoppiata Salvo Lima e Vito Ciancimino a palazzo delle Aquile alla frana di Agrigento del 1966 che si mangiò 8.500 alloggi. Dal terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 con le sue 309 vittime e le ampie assoluzioni processuali in secondo grado perché “il fatto non sussiste” alle quasi 200 alluvioni che, nel secondo dopoguerra, hanno ucciso centinaia di cittadini.»

Il capitalismo non è (più) sostenibile. Interviste a militanti dei movimenti No Tav e No Triv – di Agostino Giordano
«…per offenderci ci definiscono “pecorai”, semplicemente perché rifiutiamo che le nostre terre siano sacrificate agli interessi dei petrolieri. Tra l’altro, nell’articolo di Pirro su il Foglio di Giuliano Ferrara in cui siamo stati definiti “pecorai e morti di fame” si cita a sproposito L’uva puttanella di Rocco Scotellaro, travisandone la forma poetica e utilizzandola per ingiuriarci e attaccarci. Sicuramente le sofferenze e le tribolazioni del popolo lucano, cantate dall’immenso Scotellaro, non si risolvono con l’arricchimento dei signori del petrolio a discapito della cultura e della bellezza dei nostri territori.»

Arpa abbandonata

Val di Susa: noi abbiamo già vinto – di Paolo Vachino
«La sera, tornata a casa, ha trovato ad aspettarla il figlio più piccolo, Marco, che all’epoca aveva 7 anni, il quale le disse: “Brava mamma, ti sei fatta arrestare”. E pochi giorni dopo, a scuola, manco a farlo apposta, la maestra ha dispensato dei compiti in classe, in cui i ragazzi dovevano dare senso compiuto alle frasi con l’aggiunta del verbo, tipo: il sole…splende, le stelle…. brillano; all’incauta, o forse voluta, domanda: ‘i Carabinieri….’, Marco ha completato così la frase: “… hanno picchiato la mia mamma”.»

SS275: paradigma deserto. Storia normale di una strada inutile – di Milena Magnani
«Rispetto all’immagine folclorica e poetica di una terra [il Salento] che fino a qualche decennio fa offriva il fianco a una sua letteratura autocelebrativa, oggi come oggi siamo in presenza di una terra che improvvisamente scarta e devia di lato e porta anche i suoi cantori più accreditati come la poetessa Daniela Liviello a scrivere: […] Se questo campo sarà paese in festa / cozzeranno santi armati fino ai denti, /  intorno serpi di paesani sorridenti /  si svuoteranno casse di laute libagioni / sorgeranno lune lunghi denti / cani rivolteranno zolle / umani contenderanno l’osso […]»

Expo 2015. «Si certo, ma come fai ad opporti ad una grande festa?» – di Roberto Maggioni)
«Expo è come un’astronave che atterra su una città, un’“esperienza unica e irripetibile” attorno a un tema, dice l’accademia. Non è un’autostrada sventraparchi, non è una trivella conficcata in un terreno agricolo, non è un treno veloce che buca una montagna. Ma è tutte queste cose insieme, con qualcos’altro. Solo che non si vede subito.»

Fitzcalatrava a Reggio Emilia

Fitzcalatrava a Reggio Emilia. Una visita alla stazione Alta Velocità Mediopadana pensando al cinema di Werner Herzog – di Wu Ming 1
«Ogni opera di Calatrava è un monumento all’art pour l’art, alla bellezza dello sperpero e del vuoto e, come suol dirsi, costa “l’ira di Dio” (Der Zorn Gottes, appunto). In questa stazione sonnecchiante tra Appennino e Prealpi, non posso non pensare alla stazione dell’abortita ferrovia transandina in Fitzcarraldo. E alla nave trainata sul monte e poi lasciata a se stessa, diretta verso le cascate, las Pongos de la muerte. E quando Ivan Cicconi scrive: “Pare che a Reggio Emilia, per qualche congiunzione astrale favorevole, Calatrava abbia trovato l’Eldorado”, come non pensare a Lope de Aguirre?
E un architetto può fare molti più danni di un regista. Le riprese di un film – anche le più forsennate e devastanti riprese del più ambizioso dei film – passano e vanno; una Grande Opera rimane.»

Opache trasparenze – di Silvia Albertazzi
«Le grandi esposizioni mondiali sembrano essere, da sempre, il momento in cui la (presunta) creatività delle nazioni si scatena nella produzione di grandi opere assolutamente inutili, spesso riciclate per altri scopi al termine dell’evento (è il caso dei padiglioni americano e francese dell’Expo 67 di Montreal, oggi rispettivamente Biosfera e Casino di quella città), a volte destinate a trasformarsi in monumenti all’ingegno nazionale, magari di dubbio valore artistico (vedi l’Atomium di Bruxelles, costruito per l’Expo belga del 1958), a volte ancora destinate a durare il tempo di una fiera e poi abbandonate a un triste destino di decadenza, devastazione e oblio.»

Quasi un delitto (non) parlare d’alberi: Bertolt Brecht e la Variante di Valico – di Wolf Bukowski
«La creazione di api drone per impollinare ci proietta in un mondo talmente devastato da rendere inutile la domanda se lo sciame s’involi prima o dopo la catastrofe, se insomma sia una delle cause della fine o invece lo strumento con cui la tecnocrazia finge di evitarla. Un mondo tenuto in vita dalle robobees è con tutta evidenza un mondo già morto […]»

La furia della farfalla – di Pasquale di Lena
«Una mega stalla, denominata Rancho Granmanze, che avrebbe dovuto ospitare ben 12.000 manze per un periodo intorno ai due anni, cioè tutto il tempo necessario per farle crescere, fecondare e far vivere la gravidanza fino a pochi giorni prima del parto, quando sarebbero state rispedite nelle stalle di origine dell’Emilia Romagna e Lombardia, per partorire e lì produrre il latte. Il Molise, dopo aver messo a disposizione una superficie di terreno fertile e dotato di irrigazione per colture orticole di alto pregio e fonte di occupazione e di scambi, nonché acqua potabile per un fabbisogno pari a quello di una città di 120.000 abitanti, avrebbe ricevuto in cambio posti di lavoro per una ventina di operai spalatori…»

Icaro e il sogno gotico: la piccola opera dell’aereoporto di Siena – di Alberto Prunetti
«Viene da chiedersi, con un esercizio di fantascienza speculativa: What if? Ovvero, cosa sarebbe successo se il Comitato contro l’aeroporto di Ampugnano non si fosse opposto e il progetto fosse stato realizzato?»

Renzismi

«Padroni a casa propria»: una spia nella comunicazione del Governo Renzi – di Tomaso Montanari
«Se un filologo avesse voglia di offrire uno strumento utile a quel che resta della democrazia italiana potrebbe allestire un’edizione critica e commentata del vasto corpus testuale che si è addensato intorno a una delle leggi chiave del governo di Matteo Renzi, la 164 dell’11 novembre 2014, meglio nota come Sblocca Italia. Con in mano un simile volume, si potrebbe agevolmente costruire un eloquente palinsesto che alterni brani del bombastico discorso con cui (il primo agosto 2014) il Presidente del Consiglio illustrò alla stampa le linee guida di quel che allora era un decreto (naturalmente necessario e urgente), a brani degli atti dell’inchiesta fiorentina sulle Grandi Opere che otto mesi più tardi costerà il posto al vero autore dello Sbocca Italia, Maurizio Lupi. Qualcosa di simile a ciò che segue.»

GODIImenti: come inceppare la Grande Opera e vivere felici – di Wu Ming 2
«…un “Wu Ming Lab”, promosso dall’associazione Re:Common, con il coinvolgimento di sei comitati: Presidio Europa e Spinta Dal Bass (Val Susa), Monte Libero (Amiata), No Rigassificatore Offshore (Livorno), Opzione Zero (Riviera del Brenta), No Tap (Salento). Scopo del laboratorio non era soltanto quello di individuare le molecole di un idem sentire, ma anche di metterle in discussione nella più vasta comunità dei movimenti NO GODII. Per far questo, si è scelta fin dall’inizio la scrittura narrativa, con l’idea di tradurre ognuna delle caratteristiche condivise in un piccolo racconto, inventato di sana pianta oppure preso in prestito da un episodio reale. Questa scelta è nata da varie considerazioni. Anzitutto, l’idea…»

I vestiti nuovi del premier – di Giuseppe Ciarallo
«Come in ogni altro momento del giorno, anche in quel frangente dallo schermo stavano colando immagini e suoni dolciastri, a testimonianza del fatto che una nuova epoca era cominciata per la nazione, ormai stanca di incomprensioni e conflitti sociali. Come sigla della trasmissione, l’autore aveva fortemente voluto il Mà vlast di Smetana, una composizione dolce, senza spigoli, che inizia con suoni idilliaci d’arpa e sfocia, in crescendo, in note gonfie come petti al pensiero della Patria. Lo studio era arredato in maniera semplice ed essenziale, al limite del minimalismo architettonico. Il colore dominante, l’azzurro tenue e sfumato d’un angolo di paradiso. Una scrivania classica in legno massiccio, di un bianco immacolato…»

Nelle terre estreme – di Massimo Vaggi
«Dopo aver letto – e apprezzato – la storia di Chris/Alex come raccontata da Jon Krakauer (Nelle terre estreme, Corbaccio), ho pensato che più di ogni altra cosa potesse essere interessante leggerne i commenti che circolano sul web. Non perché cercassi qualità, ma perché mi chiedevo se ai lettori il libro potesse aver trasmesso l’identico desiderio di smarrimento che aveva trasmesso a me. In rete, si sa, si trova di tutto, e di tutto ho trovato, a partire…»

Amazzonia: distruzione, lotte, ricostruzione – di Franco Foschi
«…una etnia dell’Alto Turiacu a nome Ka’apor: questi indigeni hanno contestato lo stupro del loro territorio, e l’ignavia dello Stato, incendiando case, sequestrando motoseghe e camion, cacciando gli occupanti. Tutto è stato documentato dal fotografo della Reuters Parracho: non si vorrebbero mai vedere operai legati con le mani dietro la schiena e un machete a un millimetro dalla gola, o con la testa sotto la ruota di un dumper immenso, o spogliati e buttati a terra, nudi nati. Anche loro, pur se prezzolati, sono vittime di un ingranaggio modulato da chi, criminale, non finirà mai buttato a terra, nudo, con un machete alla gola. Eppure alla fine, guardando quelle foto dolorose, viene da pensare al livello di esasperazione cui deve essere stata portata la gente Ka’apor…»

Risalendo il Rio delle amazzoni: un’esperienza di vita e letteratura in Brasile ovvero il mio Nord –  di Frederico Fernandes
«Il paesaggio rigoglioso rimodella i sensi. Da una parte il puzzo della conceria poco più avanti, le colonie di zanzare all’alba e al tramonto, il calore umido della zona equatoriale, dall’altra la vista lussureggiante della spiaggia fluviale, il sapore terroir della mozzarella di bufala, del piatto di manioca e del brodo di tapioca bevuto caldo, un paradosso per allontanare il calore. Un posto non è fatto solo delle belle immagini lanciate come richiamo per il consumo dei pacchi viaggio delle agenzie turistiche. Un luogo come l’arcipelago marajoara per esempio permette di vedere una di fianco all’altra la società civile e la natura selvatica, senza cadere nella sensazione fuorviante dell’esotico. L’esotico esce dal suo contesto originario, e lo distorce. Questo è in buona parte ciò che affligge l’Amazzonia, le cui problematiche estremamente reali sono state offuscate dalle fascinazioni dell’esotico.»

Furore di Dio

Nella fossa e contro i draghi. La letteratura tra Babele e i Palazzi – di Alberto Sebastiani
«Si tratta di una fiducia nella parola, nella lingua e nella letteratura da molti evocata e sperimentata da ormai molti anni, in ogni forma narrativa. Il racconto come questione etica, come apertura di un discorso collettivo, che da molte parti viene irriso, sottolineando come tanta narrativa impegnata a vario titolo abbia prodotto ben poca coscienza. Ma, come dice Giorgio Scerbanenco, a volte una mano stesa davanti a una locomotiva può fermare il treno in corsa. Accade magari di rado, ma succede.»

Babele: la maledizione delle grandi opere – di Cristina Muccioli
«Questa impossibilità di capirsi, sembra dirci Bruegel, è la morte della città, è la sua rovina. Una città non è le sue costruzioni (la torre c’è ancora, così come il paesaggio urbano immalinconito e spento sullo sfondo), non è fatta dalle case, dai monumenti, dalle strade e dai ponti, ma dalla gente. Altrimenti, disabitata, è un insieme di rovine. È un’urbs senza civitas, è cioè un complesso materiale e concreto inanimato, privo di quella vita di tutti e di ciascuno in accordo con gli altri che ne costituisce l’essenza, le azioni, i gesti, le produzioni, i provvedimenti, le leggi.»

Lo spazio urbano per appunti – di Sergio Rotino
«Samaris è una città assolata, mediterranea, che nella struttura si contrappone a Xhystos il cui tessuto urbano è una continua saldatura di vetro e metallo. Ma quello che colpisce in Samaris non è tanto l’atteggiamento degli abitanti quanto la bidimensionalità di molta architettura cittadina, commistione di accenti barocchi, alti muri e facciate cieche. È più che altro una rappresentazione teatrale della città, un falso, un inganno per l’occhio di chi la visita.»

Buona lettura.

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8 commenti su “«Letteraria» riparte da uno e riparte da un No. No alle Grandi Opere Inutili

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  3. […] giugno ROMA Presentazione di Nuova Rivista Letteraria n.1, nuova serie, interamente dedicato alle Grandi Opere Dannose, Inutili e Imposte con Wu Ming 1, […]

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  6. […] che questo numero della rivista è interamente dedicato alle Grandi Opere Inutili e Imposte. Il prossimo, invece, sarà interamente dedicato ai nuovi nazionalismi, razzismi, fascismi e […]

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