Da oggi in libreria «Il derby del bambino morto» di Valerio Marchi #QuintoTipo

La libreria Rebel Storie fondata da Valerio in via dei Volsci 41, S. Lorenzo, Roma.

La libreria Rebel Storie fondata da Valerio in via dei Volsci 41, S. Lorenzo, Roma.

Oggi, due settimane dopo Diario di zona di Luigi Chiarella (Yamunin), arriva “nelle migliori librerie” il secondo titolo della collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1, ovvero torna in libreria Il derby del bambino morto di Valerio Marchi (1955 – 2006).

Non si tratta solo di una riedizione ma di un vero e proprio aggiornamento a cura di Claudio Dionesalvi e Wu Ming 5.  Tante persone si sono impegnate perché questo libro importante, attualissimo e necessario tornasse a circolare. Tra tutte, qui ringraziamo Emanuela Del Frate.

In questo post vi proponiamo un estratto del primo capitolo, carrellata storica e sociologica sulle tensioni legate al derby Roma – Lazio.

Ricordiamo che è possibile abbonarsi ai primi quattro titoli della collana. L’abbonamento costa 45 euro, quindi lo sconto è superiore al 30%. Puoi pagare con PayPal…


…oppure puoi farlo tramite bonifico bancario a questo Iban: IT68I0569603215000003459X60, o fare un versamento con bollettino postale sul ccp n. 6538238 (con oggetto “Abbonamento Quinto Tipo”), entrambi intestati a Edizioni Alegre soc. cooperativa giornalistica, Circonvallazione Casilina 72/74 00176 Roma.

Ovviamente, dal sito di Alegre è possibile comprare, senza abbonamento ma comunque con il 15% di sconto, ciascuno dei libri della collana.

Copertina de Il derby del bambino morto

Innanzitutto è tensione. La città non parla d’altro, un esorcismo di massa per acquietare il senso di ansiosa attesa, di speranza e di timore, che il derby porta in sé.
Nei giorni che precedono la partita lo avverti in chiunque, anche se per motivi differenti. Nel popolo dell’Olimpico come in quello di Sky Tv, in chi odia il calcio e sa che ne sarà subissato e in chi semplicemente teme il disordine, il traffico, la violenza. La stampa locale sforna pagine, la forza pubblica flette i muscoli.
Il derby strappa l’anima alla città e la strizza per un lungo istante.

Si dice che questo clima sia frutto della storica mediocrità delle due società, della supremazia cittadina vissuta come unico traguardo possibile in stagioni spesso fallimentari. Alla consueta tensione da derby si andrebbe a sommare l’ansia indotta dall’equivalente di una finale, un’andata-ritorno che può valere un intero campionato.
Pur presentando elementi di verità – la possibilità di raggiungere traguardi extra-cittadini può mitigare in alcuni il tormento – questa lettura “provinciale” cozza però con la storia stessa del calcio romano e delle sue radicate faziosità.

Già dal primo incontro (campo della Rondinella, 8 dicembre 1929, Lazio-Roma 0-1) i dirigenti laziali dovettero infatti portare i loro giocatori in ritiro ai Castelli, «onde non farli condizionare dall’atmosfera caldissima che si respirava nella capitale». Inoltre le autorità, temendo incidenti, tennero il giorno prima della partita un vertice in cui si decise di schierare seicento uomini tra polizia, carabinieri e volontari della milizia.
A suscitare i timori dei gerarchi era di certo il temperamento sanguigno dei popolani romanisti, che tra parentesi tenne ben lontani dallo stadio i borghesi laziali, ma soprattutto la possibilità che schiamazzi e turbolenze potessero turbare l’immagine – diremmo oggi – della città-vetrina del regime.
Il clima cittadino, insomma, era già allora accesissimo.

Derby Lazio - Roma, campionato 1929 - 1930, subito prima della partita.

Derby Lazio – Roma, 8 dicembre 1929, subito prima della partita.

E già allora la rivalità sociale e culturale, oltre che calcistica, tra le due tifoserie – una radicata nelle enclave borghesi della zona nord e l’altra nei rioni ancora popolari del centro storico, in quelli operai del boom edilizio umbertino e nei ghetti delle estreme periferie – non restava limitata alle consuete forme dello sberleffo quotidiano o domenicale.
Il 24 maggio del 1931, per esempio, in un Lazio-Roma disputato allo stadio Nazionale, la turbolenza del pubblico conquista l’attenzione della stampa:

«L’arbitro ha appena fischiato la fine che vediamo giocatori laziali e romanisti alle prese; accorrono dirigenti a separarli e accorre anche la folla che stazionava sulla pista; la confusione è grande e ad accrescerla sopravviene l’invasione di campo da parte del pubblico. La forza pubblica ha un gran da fare per sgomberare il terreno di gioco e vi riesce solo dopo molti stenti e senza aver potuto impedire molte colluttazioni non precisamente verbali.»

Per la cronaca, a entrambe le società viene squalificato il campo per una giornata: la Lazio perché gioca in casa e la Roma per «le gravi responsabilità della sua tifoseria».
Che intorno al calcio, alle due squadre cittadine, al derby si avverta uno stato di tensione, traspare, sempre nel 1931, anche dalla denuncia di un avvocato sul

«malvezzo che da qualche tempo va dilagando nell’ambiente sportivo della capitale: le telefonate anonime. Insulti triviali contro la Roma o contro la Lazio, spesso raccolti da donne e da bambini in assenza di genitori. Mascalzonate!».

L’utilizzo del telefono, all’epoca ancora socialmente limitato, si tinge nella denuncia del solerte avvocato di tinte teppistiche che cozzano con la conclamata asserzione di un “tifo” come malattia di matrice strettamente
popolare.

Un anonimo fondo della metà degli anni Trenta, che riporto – per dirla in termini calcistici – in ampia sintesi, sembra confermare l’ansia sociale che già in quei primi anni di dispute circonda il derby. Linguaggio arcaico a parte, potrebbe essere dei nostri giorni:

«Ci viene segnalato da più parti un caso increscioso, avvenuto domenica scorsa a campo Testaccio durante e in fine della partita tra i pulcini della Roma e della Lazio. Una parte del pubblico ha inveito con le più basse e triviali espressioni contro i piccoli azzurri […] Quei ragazzini sarebbero stati fatti bersaglio anche di qualche […] proiettilino a portata di mano. Persino la gentile signora di uno dei più attivi dirigenti laziali è stata svillaneggiata e insultata […] Giunte le cose a un punto simile, è necessario parlare alto e ben chiaro.
È notorio, senza tema di smentita, come nella grande, entusiasta, educata, sportivissima massa di tifosi che segue la Roma si sia da qualche tempo infiltrata una minoranza tumultuosa di mascalzoni, che macchiano con il loro contegno teppistico il buon nome della gloriosa società romana.
Crediamo perciò di gettare un buon seme rivolgendoci ai dirigenti della Roma, invitandoli a intervenire con energia per un’eliminazione severa dalle scalee del Testaccio degli elementi indesiderabili. Essi sono pochi, sempre gli stessi,
e con molta facilità individuabili […] una minoranza fuori della legge che sbava solo livori e provocazioni […] Testaccio deve essere ripulito presto. Non sarà difficile, volendo.»

La realtà del derby romano, oltre i ricordi un po’ bonari della tendenza “Il bel tempo che fu”, sono dunque le continue scazzottate sugli spalti, ma soprattutto il clima di tensione e attesa che coinvolge l’intera città, a cui i giornali contribuiscono da par loro “pompando” a dovere l’avvenimento.
Nei derby del 24 maggio 1931 e del 21 febbraio 1937, ad esempio, ci si inizia a picchiare prima tra giocatori e quindi tra tifosi nel frattempo scesi in campo.
La polizia stenta non poco in entrambe le occasioni a ristabilire il perturbato ordine.

Da quei lontani anni d’anteguerra in tema di derby è cambiato quasi tutto, ovvero quasi niente. Sono scomparse le differenze socio-culturali tra le due tifoserie che continuano imperterrite a odiarsi e disconoscersi, le due società si sono dotate di moderni centri sportivi ma hanno perso la propria casa-stadio; l’odore dell’Olimpico non sarà mai quello di campo Testaccio, ma a controllare la baracca sono sempre le stesse società. Il calcio nel suo insieme è divenuto una fogna, ma non è che l’esterno, il mondo reale, profumi di rosa.
Di nuovo, almeno rispetto ad allora, c’è da un lato la comparsa sugli spalti dello stadio della cultura ultras e dall’altro il ruolo totalitario assunto nel soccer dal sistema televisivo; di antico, ma ormai a livelli di densità e spessore allarmanti, la coltre d’ansia che ammanta l’intera società, e che nelle cento sfaccettature del sistemacalcio trova contemporaneamente impulso e sfogo.
A partire dal 1973 la cultura ultras muta la geografia dello stadio. Dopo una lunga e sempre più violenta serie di scontri, l’11 marzo 1973 i tifosi laziali vengono infatti… [Prosegui la lettura]

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6 commenti su “Da oggi in libreria «Il derby del bambino morto» di Valerio Marchi #QuintoTipo

  1. Al girare del millennio si segnalava una curva sud della Lazio, se non proprio di sinistra, almeno non-razzista. C’è traccia perfino nel Corriere della Sera (http://archiviostorico.corriere.it/2001/marzo/20/Lazio_reazione_curva_giu_bandiera_co_10_0103207650.shtml) di quando uno scese dall’alto e strappò, fra gli applausi generali, una celtica a un povero coglione. Il quale, da povero coglione, rimase “zitto e muto”.
    In quel periodo frequentavo quel posto e si respirava un’aria decente.
    C’era però sempre un’incognita: il derby. Quel giorno venivamo, infatti, spostati negli altri settori dello stadio per far posto ai giallo-zozzi.
    Lo spostamento avveniva sempre secondo logiche illogiche e quell’anno, campionato 2003-2004, venimmo, almeno io e il mio compagno, compagno!, Giacomo, spostati nella parte alta, sul lato della nord, della mitica e cara Tribuna Monte Mario.
    La macchina la parcheggiamo al solito posto, sull’altro lato del Tevere: distante ma comodo.
    La strada per lo stadio non era ancora costellata di tornelli ma solo solo dai marmi e dai mosaici fascisti. Come sempre uno sputacchio sulla M mussoliniana: gesto scaramantico e politico assieme. Ma già lì, sul vialone dei marmi, l’aria era tesa. Giriamo larghi intorno alla sud e all’ingresso della Monte Mario vediamo dei bei blindati della Finanza correre fra la gente, puntare grappoli di persone e proseguire sul viale (pomposamente detto) dei Gladiatori. Come, appunto, fossero dei gladiatori alle prese con delle bestie, cioè noi. Riusciamo a passare il cancello con paura e smarrimento; quella reazione ci sembrava fuori luogo e in un posto pieno di vecchietti, bambini e coppie: il pubblico normale e numeroso di un derby.
    Dentro, poi, eravamo nella Monte Mario: la parte più cara e “lussuosa” dell’Olimpico. Quindi, oltre lo spavento, anche quel disagio di trovarsi fra i “ricchi” di una città dove i ricchi sono bottegai, ammanicati e ladri. Ma comunque, almeno in quel frangente, con l’idea di averla “sfangata”.
    Il campo è un punto abbastanza lontano e l’atmosfera generale tesa, come ci si attende da un derby, ma anche, in qualche modo, surreale. Si “capisce” che qualcosa non va. A un certo punto gira la voce del “bambino morto”: i blindati sul viale li abbiamo visto tutti; si cominciano a sentire i cori delle/dalle curve; arrivano le informazioni di bocca in bocca (i cellulari predono male). Poi la conferma, ossia la smentita: la voce dello speaker che nega l’evento. A quel punto, sordo, implacabile, generale, si sente il disagio di un intero stadio. La smentita della questura, annunciata all’altoparlante, è la conferma di quella morte.
    A questo punto, nella mia memoria, interviene l’uomo dietro di noi: il luogo comune sul laziale campagnolo, sceso dal trattore e proveniente dal Frusinate o dal Viterbese. Più passa il tempo più le sue mani diventano callose e il suo cappello di paglia. Magari era solo un signore avanti con l’età e l’accento non proprio romano, ma, come si sa, la memoria modifica il ricordo. Quello che è certo è che il signore NON crede a una SOLA parola della Questura, che comincia ad urlare “sospendete la partita” insieme a tutto lo stadio, che insulta la polizia. Poi il derby sospeso; una lunga strada per riprendere la macchina e, finalmente, il ritorno a casa, a tarda notte. Salvi, finalmente, nel proprio letto.
    Ecco quel signore, per noi che noi che abbiamo visto Genova, era quello che stava in fondo alla campagna e che aveva paura di quel mare scuro fatto di blindati gladiatori e di bambini morti.

  2. Finiti i primi due UNO.

    la cosa che li accomuna, secondo me, è che entrambi, in modi diversi, cercano continuamente di portare il lettore lontano dalla propria zona di confort (per inciso, ho appreso di questo concetto leggendo su giap…) facendomi fare considerazioni che mettono in difficoltà il mio modo di essere.

    Yamunin in continuo tira fuori un senso di fastidio: ecco il classico intellettualoide di sinistra che scopre che lavorare è più faticoso di quel che si legge sul Capitale…poi però l’umanità con cui racconta gli incontri quotidiani ti fanno ricredere.
    Ammetto che, leggendo l’anteprima su giap, mi ero aspettato un libro con anche tante foto tratte dai tweet o dal suo personale blog (che per inciso non ho mai letto), però, passata la delusione, mi sono fatto coinvolgere in fretta nelle pedalate per Torino (che conosco poco ma che mi ha fatto una stranissima impressione) e nella quotidiana lotta con se stesso dell’autore.

    Marchi, eccezion fatta per la parte iniziale che ti butta in mezzo alle cariche delle forze dell’ordine e rende partecipe il lettore dell’angoscia di chi ci si trova in mezzo, gira sempre attorno alla frase: eh ma ‘sti violenti, perché proprio la scusa del calcio devono trovare per distruggere mezza città?
    In effetti, non ho trovato una spiegazione da parte dello scrittore sul perché ci siano questi conflitti che sfociano in violenza e non mi convince il fatto di dire che ci sono sempre stati. Lo sport è business anche altrove e l’esempio americano, almeno in questo ambito, dovrebbe insegnarci tanto.
    I fatti poi di cronaca recenti (a proposito, fasciodementi è una definizione geniale, non so se è vostra, ma l’adoro…qualcuno propone una voce su itWiki?) poi rintuzzano la questione.
    Però, pacatamente, senza ideologie, Marchi ricorda continuamente come faccia comodo al potere un nemico dell’ordine pubblico e come il tifoso violento sia così facilmente identificabile in questa categoria…non cita peraltro chi era sindaco di Roma in occasione del derby: potrebbe essere un’ulteriore chiave di lettura?

    In attesa di altri UNO…

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  6. […] i primi tre titoli – Diario di zona di Luigi Chiarella, la riedizione de Il derby del bambino morto di Valerio Marchi e Il tenore partigiano di Lello Saracino – prende forma la collana che il […]