Majakovskij a Mirafiori

Vladimir Majakovskij
«Le giornate furono diverse, dopo che il poeta si accampò in fabbrica.»

Sabato 12 novembre Wu Ming 1 sarà a Torino, nel quartiere Mirafiori Sud, per l’avvio del progetto “I muri di Mirafiori”, che trovate spiegato qui.
L’iniziativa è costruita intorno a un racconto che WM1 ha scritto ad hoc, intitolato “Volodja”.
“Volodja” verrà discusso e distribuito in volumetto, l’autore lo leggerà (con accento emiliano, straniante ma inevitabile), dopodiché… verrà messo al muro. Non l’autore: il racconto. O meglio, una frase del racconto.

Volodja è il nomignolo del poeta russo Vladimir Vladimirovich Majakovskij, che è morto suicida nel 1930 ma appare tra gli operai della FIAT nella primavera del 1969. Il racconto include una poesia scritta in quest’ultimo frangente, intitolata “Corteo interno”. Anticipiamo i primi tre versi: «Compagno fischietto! Punzecchia / la Cartagine di cartilagine / dell’attenzione! […]»

Ecco il programma della giornata di sabato:

h. 11 am, KITCHEN CLUB, via F.lli Garrone 39/90, presentazione del progetto e del workshop di lettura e scrittura, discussione e pranzo con WM1.

h. 3 pm, reading del racconto e scritta sui muri del quartiere con Green Graffiti.

h. 4 pm, CASA NEL PARCO, via Panetti 1, merenda presso “La Locanda” e distribuzione gratuita del libretto.

Queste le due citazioni in exergo al racconto:

Per [gli operai] la poesia perde fatalmente ogni significato. Non resta loro che il linguaggio. I padroni non gliel’hanno tolto, hanno troppo bisogno che lo conservino, ma l’hanno castrato per privarlo di ogni velleità d’evocazione poetica, riducendolo al linguaggio degenerato del «dare» e dell’«avere». (Benjamin Péret, La parola a Péret, 1943)

[…] Obiettivamente | descriverò un uomo | del sistema: | il «burocrate». | In cima la calvizie, | in basso i talloni, | insomma un organismo come un altro. | Ma dentro | al posto della voce ha | un apparecchio per il conio | di alcune locuzioni. (Vladimir Majakovskij, Uomini artificiali, 1926)

Il blog “I muri di Mirafiori”

LA VOCE (VERA) DI MAJAKOVSKIJ
Consigliamo di ascoltare seguendo i testi in italiano, che si aprono in finestre a parte.

V.V.M. legge “Ascoltate!” (1920)Testo in italiano

V.V.M. legge “Inno al giudice” (1920)Testo in italiano

V.V.M. legge “Marina da guerra in amore” (1920)Testo in italiano

Documenti sonori tratti dalla raccolta di futuristi russi della Collezione GLM – via Ubuweb.com (autentica, infinita miniera d’oro del web)

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20 commenti su “Majakovskij a Mirafiori

  1. commovente, questa voce di poeta… meraviglioso ritorno on-line!!!! :-)
    grazie!

  2. Raccolgo al volo l’invito al commento! E’ stata una giornata magnifica. E’ stato bellissimo cucinare insieme, mangiare insieme, incontrare gente che prima conoscevo solo su twitter, reincontrare compagn* che non vedevo da tempo.
    Il progetto “I muri di Mirafiori” non lo conoscevo -e ancora non lo conosco davvero- ma sembra promettere davvero bene.

    Il racconto Volodja lo devo ancora digerire prima di poterlo commentare, anche se l’ho letto in super-anteprima già in mattinata e poi l’ho ascoltato recitato due volte.
    Ha qualcosa dentro che sento lo ricollega al filone “wuminguniano” (si può dire? è grammaticalmente/semanticamente corretto?) Gibson-Spitz, ma non vorrei dire castronerie. Di certo è qualcosa di molto intenso ed evocativo che non si lascia acchiappare facilmente.
    Mi ha colpito moltissimo questo passaggio http://uomoinpolvere.tumblr.com/post/12698497643/gli-altri-non-vedevano-volodja-perche-non-era-nel (l’ho ricopiato sul mio tumblr, spero di aver fatto bene!) e, se lo ricollego a quello alla fine dello stesso capitolo, sui “fantasmi” e gli spiriti, acquista per me un significato molto intenso, direi quasi ontologico.

    Forse dovrei appunto pensarci su e commentare una volta che i pensieri si sono sedimentati… ma ora l’ora è giusta e vi tocca la lunghissima parentesi delirante egocentrica. Va in scena la scalcinata autobiografia della mia scalcinatissima formazione filosofica. State avvertiti. M’avete provocato, colpa vostra!
    Forse l’avevo già scritto in uno dei miei delirii tempo fa: uno dei miei primi “contatti” (purtroppo molto recente!) con il mondo Wu Ming lo ebbi ascoltando il podcast su William Gibson del 2009 “Tutti i futuri sconfitti esistono accanto a noi” che mi fulminò sulla via… del realismo forte alla Maurizio Ferraris (di qualche anno fa, ora se non sbaglio si è ammorbidito, ma non lo seguo più molto), via che avevo imboccato dopo una grave crisi esistenziale-ontologica un paio di anni prima all’università, in reazione a un’adolescenza passata a leggere Cioran e fingere di capire Heidegger, a sua volta reazione al fatto che lessi Nietzsche a 14 anni… il tutto sempre da autodidatta, capendoci poco o niente, e senza una minima base accademica: nelle peggiori condizioni possibili, insomma. (La mia permanenza negli inferi della follia ontologica si pregia anche di una breve parentesi più cialtronesca delle altre in cui mi lessi quasi tutto Castaneda, e tentati pure di metterlo in pratica, un’estate… rubai persino un cavallo, ma questa è un’altra storia). (NB: in tutto questo, mi ero sempre ritenuto “di sinistra”, pur non avendo letto quasi nulla di Marx e compagnia – “dunque mi dicevo comunista, ma in realtà restavo idealista…”). Queste fole, dalle più seriose fino a quelle più pazze, mi accompagnarono appunto finché non mi scontrai con il corso di filosofia teoretica di Ferraris. Dopo un trimestre di resistenza feroce, in cui diedi anche a Ferraris del catechista e sostenni un esame recitando il suo libro a memoria a mo’ di protesta, capitolai e nel secondo trimestre abbracciai nettamente il materialismo e il realismo più estremi (pur sempre superficialmente e da ignorante – quindi molto convintamente).

    Eppure avevo ogni tanto delle specie di “visioni” di qualcosa di completamente diverso. Qualcosa che non riuscivo a sopprimere del tutto neanche con la ripetuta lettura di Searle. Avevo soppresso il mio idealismo, ma tornava a tormentarmi. Immaginavo situazioni diverse da quelle reali e finivo col perdermici, e la loro intensità sovrastava, sbucava dall’ontologia realista, non combaciava. Prima, quando ero convintamente idealista, le avevo rincorse per anni, come se fossero l’unica cosa reale. (Prima sognavo persino parole inventate e pensavo fossero l’unica realtà “autentica”, e la cercavo nell’odio verso la tecnica o nelle onde di energia castanediane…) Che cos’erano? Da dove venivano? Qual era il loro posto nel cassettino ordinato del buon realista? Non erano ricordi. Tutto questo mi tormentava molto.

    Capirete quindi ciò che provai nell’ascoltare quella conferenza su Gibson! Ecco cosa sono quelle robe, mi dissi, sono dei fantasmi semiotici! Cosa importa se quello è un romanzo di fantascienza, hai letto Castaneda, Gibson è molto più onesto! Di colpo, il mio malessere ontologico si affievolì parecchio. L’esigenza di definire quello che esiste veramente non fu più così lancinante. Una narrazione: ecco cosa mi era sempre mancato. L’ontologia da sola non può tutto. Pretenderlo mi aveva fatto impazzire, e poco importa se uno è idealista o realista, platonico o aristotelico, kantiano o nietzchiano. Almeno, è così che semplificai le cose, in base al mio livello di ignoranza filosofica. Forse sono solo io che più semplicemente non sono di pasta filosofica ma narrativa.

    Nel libro di Gibson tutto trovava un suo spazio, che non annullava gli altri spazi (almeno non fino alla fine), e il conflitto tra questi spazi era ben rappresentato. E anche se il finale non mi convinceva e mi rattristava parecchio (proprio per la “morte” della dimensione immaginaria) c’era pur sempre la “narrazione aggiuntiva” di Wu Ming 1, in cui quel finale era in qualche modo ribaltato. Potei osservare “da fuori” la storia della tensione e del conflitto di questa eterotopia, la distruzione necessaria insita nel tentativo di far prevalere uno spazio sull’altro (Nazi Love Motels…) e potei riconoscermi. Avevo buttato via tutto anch’io con l’acqua sporca, ma non politicamente, addirittura ontologicamente. La dimensione politica era rimasta schiacciata in questo conflitto e non era mai veramente venuta fuori.

    Ma c’è molto di più. Non solo avevo trovato una rappresentazione del mio conflitto ontologico, avevo trovato una narrazione esterna ad esso, e questa narrazione era politica. Capii che c’era molto di più da capire, molte più categorie con cui fare i conti, e con cui far quadrare le cose. Categorie più umane. E i fantasmi semiotici non erano più degli spettri alienanti, né l’unica realtà a cui ambire rifiutando *questa* realtà.

    “[…] l’abbiamo capito che Volodja stava nel nostro mondo ma non proprio come ci stavamo noi. Lui _veniva_ nel nostro mondo, e _non andava_ in quello dei padroni e dei leccaculi, ma diciamo che… Insomma, era nel nostro mondo, non _del_ nostro mondo.
    Quindi, secondo noi non aveva proprio bisogno di mangiare. Cos’è che hai detto? Ah, sì… Eh, forse. Noi quella parola lì non l’abbiamo mai usata, «spirito». Gli operai non parlano degli spiriti, o almeno non a quei tempi. Gli spiriti son cose da borghesi che fanno le sedute spiritiche, fanno ballare i tavoli e tutte quelle robe lì. Al massimo, una volta, ho sentito un tornitore che diceva «fantasma», ma lo stava dicendo a un compagno che era molto dimagrito, gli diceva: – Pari un fantasma, pari, ma mangi? Comunque dicevo: *le giornate furono diverse dopo che Volodja si accampò a Mirafiori* […]”

    Che cos’è dunque per me il fantasma di Volodja o i fantasmi semiotici di Gibson o le fole della mia testa (sì, sono abbastanza presuntuoso da metterle sullo stesso piano)? Non lo so, non mi interessa più molto in che cassettino metterli. Mi piace la loro “irriducibilità discreta”, da personaggi di racconti, sì, però: irriducibili. Non soltanto al neoliberismo. Non solo perché sono il segno della disumanità del capitalismo. Non sono solo *funzionali*. Per me la dimensione-Volodja è anche liberatoria, anche se mai evasiva. La realtà è questa, e quella dimensione non è di questa realtà, ma è in qualche modo dentro questa realtà, anche se non per tutti allo stesso modo. I sfruttatori evocano gli spiriti e fanno ballare i tavoli; gli sfruttati a volte vedono dei compagni o dei futuri sconfitti che non sono “del loro mondo” ma *stanno con loro*. Anche l’ontologia ha le sue classi.

    Le giornate furono diverse, dopo che incontrai i Wu Ming.

  3. Ma come può fare, chi non era a Torino ieri, a leggere il racconto?

  4. @ Danae
    nei prossimi giorni pubblicheremo un post con il testo del racconto, l’audio del reading e foto/video delle scritte sui muri di Mirafiori.

  5. Provo a buttar lì la mia riguardo al passaggio che @uomoinpolvere ha linkato sopra.
    Sentendolo recitare la prima volta ieri (io ho sentito solo una lettura e mezza, la prima mezza l’avevo persa) mi era suonato male. In generale trovo che le dicotomie siano quasi sempre una semplificazione eccessiva, e che la polarizzazione del ragionemento (non solo politico) sia una delle aggravanti della situazione italia. Dopo aver riletto il passaggio ho avuto una reminescenza di studi universitari che vi propongo, solo che avendo studiato informatica non si tratta di filosofia ma di logica matematica.
    Abbreviando il più possibile, nella logica classica ci sono due valori di verità, vero e falso, con l’informatizzazione spesso si è passanti ad indicare questi valori con 1 e 0, questo ha suggerito a qualcuno una logicain cui non ci fossero solo vero e falso ma un continuo di valori tra uno e l’altro (sempre con l’accetta, una sorta di ‘probabilità di verità’), questa logica è nota col nome di fuzzy logic (logica sfocata). I primi utilizzi di questa logica hanno evidenziato che porta ad una descrizione molto più accurata dei fenomeni, ma ad una grossa difficoltà nel tradurre i risultati dell’analisi in ‘regole di comportamento’. Per questa ragione si è introdotta una sua versione successiva che prevedeva un ‘arrotondamento’ (se leggono questo commento i miei ex prof mi ritirano la laurea) ad uno dei due estremi dei valori che gli erano abbastanza vicini (un valore abbastanza usato era il 5%).
    Con questo dove volevo arrivare? A dire che anche se quando si torna al dunque, cioè al decidere come muoversi, si devono tracciare delle provvisorie demarcazioni sarebbe bene tenere conto che c’è una terza ‘non-posizione’, e che considerla avversa perchè non rientra nella nostra delitazione potrebbe essere un grave errore, per esempio perchè portare quante più persone nemiche dal ‘territorio nemico’ alla ‘zona neutra’ sarebbe secondo me un’operazione utile, mentre entrando nella logica dei due soli schieramenti non lo è.

  6. Scusate, io mi sposto un po’ dal racconto, che vorrei digerire, come dice uomoinpolvere, per alcune riflessioni sulla giornata.

    Sono nato e cresciuto a Mirafiori, ora abito lontano e ci torno solo per fare visita ai miei genitori: dunque erano anni che non facevo un giro nel quartiere. Ed è stata una sensazione fortissima quella che ha accompagnato la mia pedalata fino ai meandri più lontani di via Artom, quasi alla fine della città (bastava svoltare un angolo, da via Garrone, per vedere il cartello “Torino”, indicare la fine del territorio comunale).
    Un quartiere per me irriconoscibile, strade che non vedevo da molto tempo – in via Artom non mettevo piede da più di quindici anni, da quando ho smesso di frequentare la palestra lì vicino – e che non riconoscevo.
    È vero che in questi ultimi anni la città è cambiata, si è trasformata e non è più la Torino in cui sono cresciuto. Ed è vero che buona parte di questa trasformazione è dovuta alla Fiat, alla crisi che ha attraversato negli anni passati.

    È strano vivere all’ombra di un muro di cinta. È forse un sentimento comune a tutti quelli che crescono in una città industriale: penso a Sesto San Giovanni, per esempio.
    Sebbene i miei genitori non abbiano mai lavorato alla Fiat, tutti i loro amici sì, e la Fiat era un argomento costante nelle passeggiate domenicali che si facevano con i papà, loro schierati con le mani dietro la schiena, per le vie attorno a corso Giambone, a via Passo Buole.
    Sono cresciuto in una piccola strada, appena tre o quattro numeri civici, quasi interamente abitata da immigrati calabresi arrivati a Torino per lavorare alla Fiat. Davanti alle nostre case la Sisport, il centro sportivo per i dipendenti dell’azienda.
    Quindi, anche se la Fiat non è mai entrata direttamente in casa mia, anche se i miei non sono mai stati costretti alla cassa integrazione o agli scioperi a singhiozzo, l’Avvocato e la sua combriccola erano sempre in piedi, dietro di noi, durante i nostri pranzi, e ci osservavano. Come del resto osservavano tutta Torino: ieri qualcuno diceva che il territorio degli stabilimenti è grande quanto il centro città, è quindi un centro città a tutti gli effetti, ma, a differenza di quello storico, risulta inaccessibile, perché recintato. Ecco, ogni tanto questo centro città usciva fuori, a manifestare il proprio potere: come in occasione dei lanci delle nuove automobili. La festa per la nuova 500, ad esempio, che ha mosso tutto il territorio, un evento assurdo e inutile, a ben vedere, colpo di coda di un “animale morente” che pretende di esercitare ancora controllo – mentre ben ricordo le più dimesse e decentrate feste per il lancio degli altri prodotti, della Uno, ad esempio, in un’epoca in cui non c’era bisogno di ostentare l’influsso e il potere sul territorio.

    La giornata di ieri ha riportato in vita, come fantasmi, i muri di Mirafiori. Sono muri che si aggirano nelle menti di tutti quelli che ci hanno vissuto, e che ci vivono ancora, in quel quartiere. A me personalmente la giornata di ieri ha fatto ricordare che quei muri esistono, sono vivi, che non sono solo una striscia giallognola che mi scorre accanto mentre vado alla Posta centrale, ma è proprio il luogo sotto al quale sono nato, sono i miei genitori, sono un importante pezzo della mia educazione, sono i muri in cui hanno tentanto di rinchiudersi, seguendo le orme paterne, alcuni miei amici d’infanzia – di cui ho perso completamente le tracce.
    Ricordo ancora i pranzi con tutte le altre famiglie, nelle cantine dei due palazzi in cui vivevamo. Dopo la giornata di ieri ho pensato che forse in quei pranzi c’era sì il fantasma dell’Avvocato a osservarci, ma c’era Volodja, proprio lui, seduto con gli adulti, a bere un bicchiere di vino in cui qualcuno aveva affogato una fetta di mela, o di pesca.

    Vorrei concludere questo commento sconclusionato e melodrammatico con un breve intervento pecoreccio: una barzelletta (!) cui sono molto affezionato. Lo so che scriverla non è come raccontarla, ma voi immaginatela.

    Pautasso va in pensione dopo 35 anni di onorato servizio in Fiat, e i colleghi organizzano per lui una cena in un noto ristorante in collina. Per coincidenza, nello stesso momento, anche l’Avvocato Agnelli è a cena nello stesso ristorante, con la famiglia.
    Gli operai sono chiassosi, mangiano e bevono a volontà, rumoreggiano e brindano fottendosene degli sguardi scandalizzati dei tavoli vicini.
    Pautasso però deve andare in bagno, si allontana e barcollando raggiunge il gabinetto. Mentre si lava le mani, la porta si spalanca ed entra Agnelli.
    Pautasso rimane a bocca aperta, comincia a balbettare:
    – A… a… avvocato, permetta che mi presenti, mi chiamo Pautasso.
    E tende la mano. L’altro la stringe controvoglia.
    – Piaceve, piaceve.
    Fa per allontanarsi, ma Pautasso si mette di mezzo.
    – Scusi, sa, ma questa sera i miei colleghi hanno organizzato questa cena, una festicciola, per me, sa: da domani sono in pensione.
    – Bvavo, bravo
    E fa per allontanarsi, ma Pautasso lo blocca di nuovo.
    – Vede, 35 anni di Fiat! Mai uno sciopero, mai un giorno di malattia!
    – Bvavo, bva…
    – …e anche i miei figli lavorano alla Fiat! Ah, io l’ho sempre detto: se volete un posto sicuro, dovete fare come vostro padre!
    – Sì, sì
    – Ecco, avvocato, vede: io non ho mai avuto pretese, non ho mai chesto un aumento, mi sono sempre comportato benissimo, chieda pure al mio caposquadra.
    – Sì, bvavo.
    – Ma ora le chiedo un piccolo favore, sa, una piccola gratificazione per me, per la mia fedeltà all’azienda. E alla famiglia!
    L’avvocato è visibilmente irritato, ma che cosa può fare?
    – Eh, sentiamo, mi dica, se posso…
    – Oh, guardi, è semplicissimo: ora io esco dal bagno e torno al tavolo. Lei faccia pure con calma, ma quando esce mi farebbe felice se, tornando al suo tavolo, mi venisse vicino e mi dicesse, davanti a tutti i miei colleghi: “Ciao, Pautasso!”: ecco, per me sarebbe un momento bellissimo, un piccolo giochetto così, per lasciarli di stucco.
    Agnelli ci riflette, non gli costa nulla, guarda l’ometto negli occhi e poi fa un cenno con la testa:
    – Va bene, va bene.
    – Oh, grazie, grazie. E si ricordi: “Ciao, Pautasso!”
    – Sì, sì: “Ciao, Pautasso!”
    Pautasso gli stringe la mano con foga, torna a sedersi e aspetta, un orecchio e un occhio tesi verso il gabinetto.
    La porta si spalanca, a grandi passi l’Avvocato esce e si avvia verso il proprio tavolo. Fa una piccola deviazione, vede Pautasso, gli va incontro.
    Pautasso è immobile, prega che i suoi colleghi smettano la caciara e prestino attenzione per un attimo.
    Agnelli si avvicina, alza una mano e scandisce bene:
    – Oh, ciao. Pautasso!
    Pautasso si volta e indicandolo con un dito:
    – Allora, Giova’, quante volte ti ho detto di non rompermi i coglioni mentre sto mangiando?

  7. @ RobertoG
    è la poesia (in senso lato: la poesia non è solo versi su una pagina) che può permetterci di tenere aperta la mente alla terza, quarta, quinta, ennesima “non-posizione”, anche quando si torna al dunque. Il molteplice, ecco cosa bisogna pensare e immaginare. Il molteplice, e quella che nella conferenza in North Carolina, partendo anche da Majakovskij, avevo chiamato l’ecceità della rivoluzione.

    Comunque, e parlo in generale, non tutto quello che dicono i personaggi della letteratura va preso così com’è, un racconto non è un trattato, è attraversato da tante voci, e da nessuna di queste va pretesa una “linea” o un precetto :-)

  8. una giornata molto strana! una giornata che cerca in tutti i modi di venire fuori ma che ogni volta viene rimandata in dietro: una intossicazione alimentare che tenta in ogni modo di far fallire il mio arrivo alla lettura di wu ming 1, un giro per le strade di un quartiere grigio come il cielo di torino, come l’indifferenza dele persone che non sono attratte e catturate dalla magia di una macchina che scrive su di un muro grigio senza usare inchiostro, l’essere in una stanza con persone che come me credono che “quest’autunno cambia il mondo la poesia è nelle strade” e fuori persone che festeggiano l’uscita dalla porta secondaria di berlusconi non capendo che monti obbedisce non più solo al suo membro ma alla goldman sachs
    Non so chi sia ora Volodja, so solo che alcuni di noi hanno già capito che con la giornata di ieri si torna al dunque.
    con molti ci si è salutati dicendo tanto ci si rivede presto!!!

  9. @WM1, grazie!
    (e grazie a quanti stanno scrivendo impressioni e ricordi e barzellette) :-)

  10. E’ sufficiente un getto d’acqua per lavare via l’indifferenza e restituire pienezza a un “linguaggio castrato”? Nel riavvolgere la giornata di ieri (che sì, è stata davvero bella :)) non posso resistere alla tentazione di catturarne il fotogramma che simbolicamente più mi ha colpita. Quella scritta sul muro, quel piccolo miracolo a cui con la curiosità di una bimba ho sinceramente assistito, continua a parlarmi con forza e non mi lascia gli occhi. Per liberarsi del grigiore ci vuole uno spruzzo tanto potente da scrostare le superfici, e soprattutto ci vuole l’essere in più d’uno. Senza qualcuno che ci monti sulle spalle e che arrivi a scrivere e a vedere dove noi soli non arriveremmo, non funziona. Sarà stato solo un “gesto simbolico”, ma uno di quelli che brucia d’urgenza e che grida il bisogno di “tornare al dunque”. Quando Volodja apparve a Mirafiori le “zone grigie” c’erano, certo, ma quanto estese sono invece oggi e quante coscienze e linguaggi si sono pappate? Anche i muri si sono allungati di chilometri e purtroppo non lambiscono soltanto le periferie dimenticate. Però quella scritta l’abbiam vista tutti. E non era un’allucinazione!

  11. Confermo: nessuna allucinazione.

    Ieri è successo qualcosa di bello, sia dal punto di vista artistico che da quello umano. Il primo incontro dal vivo con la prassi di lavoro di Wu Ming, con WM 1, con @uomoinpolvere @Beppe @filosottile e le decine di persone che ho incontrato a Mirafiori mi ha dato gioia e un pizzico di fiducia in più e di questo ringrazio tutt*.
    Vado spesso a teatro e il più delle volte torno a casa con un diffuso senso d’amarezza per l’occasione persa di non aver partecipato a qualcosa che potesse in un qualche modo incidere nella realtà. Sul mio profilo twitter ieri scrissi: Oggi “il fantasma di Majakovskij ha riempito di poesia Mirafiori”, credeteci, è successo, lo giuro!
    I muri di Mirafiori sono stati ripuliti: fisicamente, simbolicamente, poeticamente ripuliti grazie alle parole. Ed è stato fatto grazie a un getto e un gesto potente.
    Li ho visti anch’io i bambini a bocca aperta.
    Durante la lettura integrale di Volodia per me è accaduto ciò che dovrebbe accadere a teatro e cioè la creazione di un tempo diverso dal tempo cronologico, e la condivisione di uno spazio che riesca ad aprirsi ad altre posizioni e possibilità. (Una mia maestra teatrale spesso parlava di aprirsi e pensare – tentare di pensare – alle molteplicità del palcoscenico).
    Ho riletto poco fa il testo, ho sottolineato alcune cose ad esempio:”Volodia lo vedevano e sentivano solo i compagni”. Per me questo vuol dire che esiste ancora la possibilità di vedere, implica la scelta di voler vedere pensare e concepire un modo, e un mondo, diverso da quello dato, diffuso, fatto digerire dalla classe dominante perciò certo che si può vedere Volodia!
    E ancora: “il mondo della fabbrica tornava al dunque”. Bene ieri era il giorno delle dimissioni annunciate, in molti hanno spacciato e continuano a spacciarlo come il momento della fine di qualcosa di brutto e l’inizio di qualcosa di migliore. Per me l’effetto delle dimissioni di B. è paragonabile alla rottura di una diga come quella del Vajont, però piena di merda. E perciò ho bisogno di “tornare al dunque”. La giornata di ieri per me è importante perché mi ha permesso di fare un ulteriore passo verso una radicalizzazione delle posizioni. Almeno della mia rispetto al fare teatrale, il mio campo di lavoro. Perché è vero che esiste una zona grigia, il punto è che da tanto sembra ci sia un solo grigio, nessuna gradazione. E quindi è importante tornare al dunque per potermi aprire al resto senza soccombere all’indifferenziato (dei Teatri Stabili tanto per dirne una e restare nel mio settore). E il fantasma, o spettro, di Majakovskij ieri è tornato a girare per le strade, e ha fatto sentire la sua voce, e le vibrazioni (quando WM 1 metterà on line la registrazione) potrete percepirle al momento della declamazione del Corteo interno. Solo una raccomandazione, che il volume delle casse sia brillante :) .

    Appunti scritti senza lasciar sedimentare le impressioni.

    @Danae ho un libricino in più, se hai piacere te lo spedisco.

  12. @ yamunin,
    grazie, sarebbe davvero un bel regalo… :-)!
    (bisogna capire come fare tecnicamente)

  13. Passo e lascio anche il mio contributo.
    E’ la prima volta che lo faccio, qui su giap, nonostante l’anno abbondante di lettura.
    Era la prima volta che partecipavo ad un reading di wu ming, ieri, dopo averne divorato i libri.
    Era anche la mia prima volta a passeggiare tra i muri di via artom, pur passandovi spesso, ma sempre distrattamente.
    Soprattutto, era la prima volta che superavo certi miei (congeniti?) limiti di ritrosia, timidezza, paura, boh, fate voi, a “buttarmi in mezzo”.

    Ero venuto da solo (per scelta), e ascoltavo.
    Al termine del reading mi sono fatto avanti (spinto di certo dalle mani dello stesso volodja) e mi sono congratulato con wm1 per il racconto, e per tutto il resto che chi legge giap conosce benissimo.
    Poi nel volgere di qualche minuto, e in un fluire del tutto naturale, ho incontrato molti del cerchio di twitter, e loro e altri ancora che adesso riconosco nelle testimonianze lasciate qui sopra.
    Ci siamo parlati, scambiati esperienze e strette di mano, e ci siamo salutati alla fine ancora e tutti con gli occhi illuminati da quella frase “Quest’autunno cambia il mondo, la poesia è nelle strade”.

    Mi rivolgo a quelli come me.
    Muovetevi, alzatevi. partecipate. Superate le barriere della lettura individuale, del “le opinioni sono mie e me le gestisco io”, o peggio dell’attivismo da tastiera.
    Prima del reading di wm1 c’è stato il momento di “cucina collettiva”. E’stato commovente vedere tutti attorno ai fornelli, collaborare, tagliare, frullare, decorare, assaggiare, commentare, scambiare, criticare e condividere. Ognuno a portare la propria esperienza. Le proprie ricette. I propri ingredienti.
    Esperienze come quelle di ieri incidono la corazza protettiva e tossica, e lasciano entrare aria fresca.

    Ecco, oggi più che mai, c’è bisogno di tutti.

    Quest’autunno, (se mi consentite la citazione) portiamo il culo per strada. E non smettiamo di farlo. La poesia è nelle strade, non lasciamola lì da sola.

  14. Nel leggere di tutte queste presenze rimpiango solo di non aver incrociato più voci, di non aver stretto tutte le mani possibili, di non aver “smascherato” tutti coloro che come me frequentano queste pagine e che ieri senza saperlo (come non l’ho saputo io!) hanno condiviso finalmente anche uno spazio e un tempo tangibili. Vorrei avervi riconosciuto tutti, oltre ad aver respirato la vostra stessa aria. Però è bello anche provare a ricostruire i volti dietro la pista lasciata dalle parole…Anch’io ero venuta sola e anch’io ho molto osservato e ascoltato. Spero che le trame di questa ragnatela invisibile e resistente che ci unisce si allarghino sempre più e che riappaiano il prima possibile. Dopo l’autunno verrà l’inverno. E le strade, a percorrerle da soli, sono più fredde e buie.

  15. @ danae
    la mia mail è yamunin0@gmail.com
    ciau

  16. […] Le giornate furono diverse, dopo che il poeta si accampò in fabbrica. Che tra l’altro, esattamente dove si accampò non lo sa nessuno, non lo sapeva nessuno nemmeno allora, potevi al massimo tirare a indovinare, comunque non c’erano dubbi sul fatto che dormisse in fabbrica, gettato in qualche anfratto o sgabuzzino, o in una stanza chiusa da chissà quanto, qualche angolo dimenticato da tutti… […]

  17. uniformato il nickname a quello twitter…così ci si può riconoscere ;)

    Avrei voluto dare subito il mio contributo alla raccolta delle impressioni, ma qualcosa m’ha imposto una resistenza…un pò una certa ritrosia, che compare in alcuni frangenti, a reggere il ritmo della rete, un pò il desiderio di capire meglio che sensazioni mi avesse lasciato la giornata, un pò il dubbio di non aver niente di significativo da aggiungere.

    E forse è così, non ho da aggiungere granché, perché la mia impressione più forte a livello emotivo l’ha fissata benissimo @tomm_zan, quell’impressione calda di precipitare piacevolmente in un mondo fatto di realtà, di mani di carne che si stringono seguendo bocche che pronunciavano nomi alter-ego, facce voci sguardi storie reali che hanno preso forma materica, dopo molti incroci e dialoghi virtuali (non per questo meno concreti).
    La sensazione di un qualcosa, un qualcuno che prende forma fuori e dentro di te, come quella scritta che compariva, in negativo, sotto il getto d’acqua, facendo al contempo comparire lo sporco sui muri che fino ad un attimo prima non notavi.

    E l’altra impressione più importante, più cerebrale anche se non distaccata, sta già nei commenti di @uomoinpolvere e @beppe: una specie di straniamento nient’affatto alienante, ma al contrario, illuminante.
    Perchè quella sensazione di calore l’ho avvertita tra le strade di mirafiori, dove non sono cresciuto personalmente, ma amici carissimi mi hanno trasportato in quel mondo fatto dei loro ricordi e della loro formazione, e che pure oggi lascia comunque forte ai sensi la sua impronta di grigio e muri e strade che corrono in un universo chiuso e filante, freddo.
    E perchè sabato è stato il giorno in cui molte persone non hanno potuto resistere al bisogno psichico di esultare, festeggiare, brindare. Oltre ogni minimo logico senso del reale. Vittime (comprensibili) della necessità di una suggestione, dove la realtà viene soffocata sino al giorno dopo, quando riemergerà per bruciare la capacità cognitiva di cartapesta.

    Così il fantasma di Volodija si è trasformato nella suggestione più reale che circolasse non solo per le strade di Mirafiori, ma per le piazze di tutto il paese.
    Ancora una volta, ho pensato, l’immaginifico letterario ed il mondo che genera riescono a dare vestiti concreti a quelle esigenze, quegli istinti e quei desideri che il reale invece travisa, rapito com’è dall’ingordigia di una promessa che è solo annuncio di tradimento.

    Forse è questa la terza via della poesia.
    Forse.
    Forse dovevo pensarci ancora qualche giorno prima di scrivere…

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