Tolkien, il “coraggio nordico” e… quel piccolo ignorante di Adolf Hitler

[E’ in libreria la nuova edizione del testo di J.R.R. Tolkien Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm (Bompiani) a cura di Wu Ming 4. Oltre al testo di Tolkien, emendato da alcuni smaccati errori di traduzione presenti nella precedente edizione (Albero e Foglia, 2000), il libro contiene la traduzione italiana del poema breve La Battaglia di Maldon e un articolo monografico di Tom Shippey, massimo esperto tolkieniano vivente.
Di seguito, la prefazione di Wu Ming 4, che oltre a riprendere ed estendere le argomentazioni già presenti in Un giorno a Maldon (L’eroe imperfetto, Bompiani 2010), passa in rassegna alcuni dei più marchiani equivoci su Tolkien accumulatisi nel corso dei decenni.]
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PREFAZIONE
IL PROFESSORE IN BATTAGLIA

«I poeti del mondo giudicano l’uomo di valore.»
(Y Gododdin, poema gallese del VII secolo d.C.)

«Parlo solo a me stesso
perché quelli che incontro, non mi parlano ancora.»
(J.R.R.Tolkien, La Campana del Mare)

Nel corso dei trentotto anni che ci separano dalla morte di J.R.R. Tolkien sono fioriti gli studi che hanno indagato la varietà e ricchezza di temi, la complessità dell’architettura narrativa, la poetica e le tracce filosofiche presenti nella sua produzione letteraria e saggistica. Di questa mole di saggi e apparati critici in Italia non è giunta che una minima parte e solo in tempi recentissimi [1]. Un vuoto durato oltre tre decenni – agevolato dallo snobismo di certa intellighenzia nei confronti della letteratura fantastica – ha permesso che nel nostro paese si consolidasse una vulgata su Tolkien senza corrispettivi in altri contesti culturali. Grazie al prolungato isolamento hanno potuto diffondersi letture della sua opera e interpretazioni della sua poetica che farebbero sorridere qualunque studioso d’Oltremanica, perpetrando una catena di equivoci ormai talmente eclatanti da risultare paradossali.
Basti pensare che i primi traghettatori del Signore degli Anelli verso i nostri lidi, ormai quarant’anni or sono, pretendevano di collocare l’opera più celebre di Tolkien nel filone del romanzo gotico-horror anglosassone – secondo una genealogia che non trova riscontro in nessuna ricostruzione critica -, assimilando la poetica di Tolkien al fantastico spettrale e neopaganeggiante di autori come Arthur Machen, Montague Rhodes James e H.P. Lovecraft (!).
Se l’avventatezza di alcune affermazioni di quegli anni poteva attribuirsi all’ignoranza di una parte fondamentale della produzione narrativa tolkieniana, come Il Silmarillion, e dell’epistolario – cioè dei materiali pubblicati postumi – è pur vero che a volte le sviste avevano un retrogusto marcatamente ideologico.
E’ il caso ad esempio del tentativo di associare Tolkien al celtismo (che riuscì a produrre improbabili equazioni tra Hobbit e Celti!). Ora noi sappiamo che Tolkien fu un grande appassionato della lingua gallese, al punto da prenderla a modello per uno degli idiomi fantastici da lui inventati (l’elfico Sìndarin), ma certo non fu mai sedotto dal revivalismo celtico, essendo assai più devoto alla “Anglo-Saxon Englishness”, innamorato com’era della mitologia e della letteratura anglo-germanica e scandinava. Una passione questa con la quale si è pure cercato di avvalorare l’immagine di Tolkien cultore della “nordicità” pagana, ignorando, o fingendo di ignorare, che già in vita il professore aveva rigettato una tale interpretazione della propria poetica, e che nella sua opera l’immaginario narrativo pagano convive con temi di evidente ispirazione cristiana.
Si è perfino tentato di rintracciare nella grande costruzione della Terra di Mezzo una radice mistico-dualista, basata sull’esistenza del Male assoluto ontologicamente contrapposto al Bene assoluto e sulla conseguente suddivisione degli individui in corrotti e carismatici. Eppure nelle pagine di Tolkien la questione del Male è affrontata in maniera assai più complessa. Le sue storie si incentrano su figure liminari, caratterizzate da conflittualità interiore e oscillazione di destino. Basti pensare a Fëanor, Galadriel, Turin, Frodo, Gollum, solo per citare alcuni dei personaggi il cui fascino nasce proprio dall’essere spuri, ambiguamente in bilico tra dannazione e salvezza.
Tuttavia l’equivoco in cui più spesso si è voluto indulgere nasce dalla pretesa di scambiare la passione di Tolkien nei confronti della letteratura medievale e l’ambientazione fantastica della sua narrativa per il vagheggiamento di un Medioevo ideale. Partendo dalla constatazione che la poetica del professore di Oxford si discosta dalla tendenza letteraria e dalle linee di pensiero prevalenti nella prima metà del Novecento, si è cercato di leggervi il rimpianto per il passato premoderno. Come se il rifiuto degli aspetti alienanti del XX secolo – lo scientismo tardopositivista, lo statalismo tecnocratico, l’industrializzazione indiscriminata, la devastazione del territorio – riscontrabile nella sua narrativa e nei suoi scritti, fosse prerogativa di una visione tradizionalista e non rappresentasse invece la critica radicale di un narratore moderno verso il proprio tempo. Come se scrivere di fulmini e non di lampioni dimostrasse un’avversità verso la luce elettrica, anziché la volontà di lavorare con archetipi mitici e letterari validi per ogni epoca. Come se non fosse stato Tolkien stesso a stigmatizzare la mentalità antistorica di chi cammina nel presente con lo sguardo rivolto all’indietro, definendo “imbalsamatori” i suoi Elfi, tesi a conservare piccoli angoli di mondo a immagine e somiglianza di un altrove ideale [2].
La nostalgia di Tolkien per le cose belle perdute con l’avvento del mondo moderno e contemporaneo non lo spingeva affatto a idealizzare il passato, ma a considerare invece l’ineluttabilità della trasformazione come parte integrante, ancorché dolorosa, della storia. In altre parole, se la visione profondamente cristiana che Tolkien condivideva lo portava a interpretare la condizione umana come Caduta e la storia come lunga sconfitta, allo stesso modo lo portava anche a condannare il rimpianto per il passato e l’avversione al mutamento, insieme a ogni ferale culto memorialista (e in questo senso, ancora più degli Elfi, è un personaggio come il “pagano” Denethor nel Signore degli Anelli a essere emblematico).
Poco o nulla si può capire della poetica tolkieniana – troppo spesso liquidata come banalmente reazionaria – se si prescinde dalla contraddizione tra nostalgia del bello e necessità del divenire storico [3].
Per altro, nel mondo inventato da Tolkien il progressivo frammentarsi della luce originaria non esclude l’insorgere di nuove luminescenze e la ripresa del bene oltre le sconfitte. In particolare, se lo scenario del celebre ciclo dell’Anello è il lento svanire del mondo elfico, costretto a cedere il passo all’avvento degli Uomini, ciò non corrisponde a un processo di decadimento spirituale, ma, al contrario, a una nuova possibilità per i viventi. E’ l’inizio di una storia certamente più caduca e fallibile, perché più distante dall’origine, ma anche intrisa di vitalità e di rinnovata speranza [4].
A definire ulteriormente la natura anomala del conservatorismo di Tolkien si aggiunge poi il tema del potere.
Nell’universo letterario creato dal professore di Oxford il desiderio di prevalenza e di dominio, fosse anche per il fine migliore, è la scintilla che innesca ogni processo di corruzione psichica e morale. La volontà di eccellere nel mondo e sul prossimo genera inevitabilmente attaccamento e gelosia verso le cose acquisite e l’istinto di preservarle dall’incedere del tempo, cioè in ultima istanza dalla morte. Questo istinto conservativo dello status quo ante è la prima qualità negativa del potere, che non può essere mezzo utile a sconfiggere il male, almeno quanto lo è invece la rinuncia al potere stesso e ai suoi strumenti, primo fra tutti l’Anello. Gli eroi di Tolkien sono infatti coloro che riescono a resistere alla tentazione del dominio e nondimeno ad assumersi una responsabilità verso il mondo. Si tratta di una concezione del potere estranea a qualsivoglia revanscismo medievalista e che suggella l’immagine di Tolkien come narratore pienamente rivolto al proprio tempo [5].
C’è ancora una cosa di non poca rilevanza tra quelle che troppo spesso ci si dimentica di sottolineare a proposito di Tolkien. A differenziare il professore dagli scrittori modernisti suoi contemporanei non è solo la scelta di riprodurre un’epica dichiarata, valoriale, eroica, ma anche quella di scrivere una letteratura popolare, con più livelli di lettura ma accessibile a tutti per lingua e struttura narrativa. Un epos esoterico infatti non avrebbe alcun senso, dal momento che la ragion d’essere dell’epica è quella di farsi fruire e condividere da una comunità di riferimento, fosse perfino l’umanità intera. Di questo il “bigotto” Tolkien era consapevole, a dispetto non solo dei tanti disinibiti contemporanei di destra e di sinistra che scrivevano per la ristretta cerchia di intellettuali in grado di comprenderli, ma anche di chi ancora oggi vorrebbe arruolarlo tra le file dell’elitarismo culturale.
L’ultimo equivoco che vale la pena sciogliere ci porta direttamente al testo ripubblicato in questo volume.
E’ celebre l’autodefinizione di “pagano convertito” con la quale Tolkien alludeva al suo essere un credente devoto, ma affascinato dall’antichità precristiana. Nella sua opera le due visioni del mondo si incontrano e si scontrano in una zona franca, nella quale gli eroi devono andare oltre il disperato coraggio degli antichi, pur facendo a meno della promessa cristiana. Tolkien mantenne infatti il suo mondo letterario nell’aldiquà pre-Avvento, azzerando ogni istanza religiosa e facendovi piuttosto filtrare forze provvidenziali e virtù personali che alludono a una salvezza e a una fede di là da venire. La Terra di Mezzo è un mondo singolarmente privo di culti strutturati, nel quale agiscono pagani virtuosi, o piuttosto uomini naturali, che si trovano ad affrontare il male armati di una speranza senza garanzie. E’ precisamente in questa laicità ibrida, sempre in bilico tra luce e ombra, che risiede il segreto della loro universalità.
In questa zona di confine si muove anche il protagonista del presente volume, nonostante non appartenga alla schiera degli eroi della Terra di Mezzo. Beorhtnoth (o più propriamente Byrhtnoth) è un personaggio storico e letterario, protagonista del componimento poetico ispirato alla battaglia di Maldon (991 d.C.). Un eroe formalmente già cristiano, paladino della propria fede contro gli invasori pagani dell’Inghilterra, eppure per Tolkien ancora troppo tentato da un insano ideale cavalleresco che affonda le radici nel passato.
Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm
testimonia di un momento di snodo nella vita creativa e professionale di Tolkien, nel quale egli sentì il bisogno di rimarcare con forza il confine tra due universi etici. A un certo punto – un punto che non a caso si colloca nei primi anni Trenta – nella percezione di Tolkien dovette avvenire qualcosa di particolare, perché non solo scrisse il primo abbozzo del suo lavoro sulla battaglia di Maldon, ma iniziò anche a cullare l’idea di introdurre nel suo mondo letterario un protagonista anacronistico, che avrebbe tradito del tutto l’immagine dell’eroe antico, prendendolo a prestito dalle favole che inventava per i suoi figli.

Vent’anni dopo, la pubblicazione del testo completo del Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm precedette di pochi mesi quella del Signore degli Anelli, il romanzo che, dopo Lo Hobbit, avrebbe definitivamente consacrato il nuovo eroe nell’immaginario collettivo.
Tom Shippey
, forse il maggiore studioso vivente di Tolkien, è convinto che tra i due testi esista una consequenzialità tematica, o meglio, un rapporto dialettico. Lo spiega brillantemente nell’intervento tenuto alla Tolkien Society di Beverley (Yorkshire) che conclude il presente volume, assolvendo così lo scopo di questa ripubblicazione. Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm era stato infatti inserito nell’edizione italiana di Albero e Foglia (Bompiani 2000) senza un’adeguata contestualizzazione critica. Si tratta quindi di porre rimedio alla mancanza, ridefinendo l’importanza di questo testo all’interno dell’opus tolkieniano, e contribuendo così al superamento dell’anomalia italiana rispetto a uno dei grandi autori del Novecento.

Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm è un testo strano, a suo modo unico nella produzione di Tolkien. Incentrato sul poema breve medievale La Battaglia di Maldon, si presenta suddiviso in tre parti: un’introduzione; un’ipotesi di epilogo della vicenda in forma di partitura drammaturgica; una dissertazione filologica sulla traduzione di una parola chiave dell’opera, a cui viene attribuita un’accezione particolare e che viene utilizzata per cambiare di segno all’intero componimento.
Ecco spiegata l’utilità di inserire in questo volume – nella traduzione di Roberto Rosselli Del Turco – il testo poetico oggetto della disquisizione di Tolkien e sul quale si innesta il suo racconto, così da rendere più facilmente comprensibili i riferimenti interni e apprezzare l’epilogo da lui immaginato.
Scritto verosimilmente all’inizio dell’XI secolo dell’era cristiana, La Battaglia di Maldon è uno dei più famosi componimenti poetici in antico inglese. Giunto a noi privo di inizio e di fine a causa della perdita del foglio esterno che lo racchiudeva, si compone di 325 versi superstiti, di autore anonimo, che raccontano un fatto storico: lo scontro tra anglosassoni e vichinghi avvenuto il 10 agosto del 991 d.C., nei pressi del villaggio di Maldon, sull’estuario del fiume Pante, nell’Essex. Scontro nel quale il conte inglese Beorhtnoth (o Byrhtnoth) trovò una morte eroica, perdendo la battaglia ma salvando l’onore. Narra infatti il poeta che Byrhtnoth, sollecitato dai nemici a dimostrarsi cavalleresco, rinunciò al vantaggio del terreno e concesse loro di guadare il fiume, accettando di affrontarli in campo aperto. Questo compromise l’esito dello scontro. Byrhtnoth cadde da eroe nella mischia e la sua morte causò lo sbandamento di una parte della schiera inglese, che si diede alla fuga verso il bosco. Gli housecarls del conte invece decisero di morire con le armi in pugno intorno al cadavere del proprio signore, fedeli all’ideale guerriero germanico secondo il quale è indegno sopravvivere al proprio capo in battaglia.
Da questi brevi cenni è facile intuire perché La Battaglia di Maldon si presenti come un poema-manifesto dello spirito eroico nordico.
Eppure Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm – pubblicato sulla rivista accademica “Essays and Studies” nel 1953 (anche se, come accennato, molto probabilmente l’abbozzo iniziale risale a vent’anni prima) – mette in discussione proprio questa chiave interpretativa.
La rilettura di Tolkien si fonda sull’individuazione di un’incrinatura nel quadro d’insieme dell’opera, in corrispondenza di due versi cruciali, 89-90, quelli in cui si motiva la drammatica scelta di Byrhtnoth di concedere ai nemici lo scontro in campo aperto anziché inchiodarli sul guado. Scelta che il conte compì «for his ofermode», come recita l’antico inglese.
La celebre traduzione ottocentesca della Battaglia di Maldon, quella di W.P. Ker (1887), rendeva ofermod con il moderno overboldness, vale a dire “temerarietà”, “audacia”, “spavalderia”; un termine sufficientemente ambiguo da non minacciare seriamente la coerenza ideologica dell’opera.
Tolkien sostiene invece che l’accezione originale della parola ofermod fosse completamente negativa e che la traduzione più appropriata sia “orgoglio”, a cui andrebbe aggiunto l’attributo “soverchiante”, “smisurato” (overmastering pride). Così facendo allarga la crepa fino a ribaltare il senso dei versi e dell’intero poemetto: Byrhtnoth avrebbe ceduto il passo ai nemici sopraffatto dal proprio orgoglio, per dimostrarsi all’altezza della fama personale.
La tesi di Tolkien è che i versi in questione contengano una chiara condanna della scelta del nobile inglese e che per restituirne fino in fondo “l’intensità e le implicazioni” occorra esplicitare tale disapprovazione. La traduzione dei versi 89-90 da lui proposta suona quindi così (sottolineature mie):

«Allora il conte nel suo orgoglio smisurato concesse in effetti troppo terreno al nemico, come non avrebbe dovuto fare» [6].

La Battaglia di Maldon diventa il racconto di una clamoroso sbaglio, indotto da un certo modo – aristocratico e personalistico – di intendere l’eroismo. A detta di Tolkien, infatti, lo spirito eroico nordico “non si presenta mai allo stato puro”, se non nell’artificio retorico e nell’autorappresentazione falsata di chi pretende di incarnarlo. In realtà l’elemento di orgoglio,

«sotto forma di aspirazione a onore e gloria, in vita e dopo la morte, tende a dilatarsi, a divenire un movente fondamentale, inducendo chi lo fa proprio, al di là della mera necessità eroica, all’eccesso cavalleresco, indubbiamente tale, anche se approvato dall’opinione coeva, qualora non solo trascenda la necessità e il dovere, ma con essi addirittura interferisca.» (pag. 59).

Questa idea viene tematizzata anche attraverso l’invenzione poetica, la parte più bizzarra del testo tolkieniano.
Tolkien immagina il dialogo tra due messi dell’abate di Ely, inviati nottetempo sul campo di battaglia di Maldon, per recuperare il cadavere del valoroso Byrhtnoth e tradurlo all’abbazia.
I due personaggi sono un’efficacissima coppia tragicomica. Torhthelm, detto Totta, è un giovane aspirante menestrello cresciuto al suono degli antichi poemi epici, che venera acriticamente il valore dei caduti inglesi e condanna senza appello coloro che sono fuggiti dallo scontro. Tìdwald, detto Tìda, è invece un vecchio agricoltore che in gioventù ha conosciuto i campi di battaglia, il cui feroce sarcasmo sul destino degli eroi dà conto della dura presa di posizione di Tolkien. Secondo l’anziano reduce, Byrhtnoth si è lasciato dominare dall’orgoglio, smanioso di gloria e di “fornire materia ai menestrelli”. Il suo comportamento è stato “inutilmente nobile”, giacché ha trasformato una probabile vittoria in una sconfitta rovinosa non solo per il conte e i suoi guerrieri, ma anche per il popolo e l’intero paese, che è stato invaso dai nemici, e che dopo il vano sacrificio degli eroi è riconsegnato al lavoro, alla fatica e alla guerra di sempre.
Il giudizio sull’inutile eroismo di Byrhtnoth è netto e senza appello. La scelta dei capi disposti a farsi uccidere per coerenza all’onore e all’ideale cavalleresco è nefasta, giacché sacrifica “l’eroismo dell’obbedienza e dell’amore” (quello dei sottoposti che vanno a morire per il loro signore) all’eroismo “dell’orgoglio e dell’ostinazione”. Di contro, la fuga di quegli inglesi che a Maldon si sono messi in salvo dandosi alla macchia è guardata con il realismo di chi ha vissuto in prima persona l’esperienza del combattimento e sa di cosa parla. In questo non è difficile riconoscere la consapevolezza e l’umana compassione del sottotenente Tolkien, reduce dalle trincee della Prima Guerra Mondiale (durante la quale i casi diagnosticati di shell shock nell’esercito britannico furono circa ottantamila e le fucilazioni per “codardia” oltre trecento).
Nella parte finale Tolkien fa retroagire la propria lettura del componimento proiettandola sul più grande precedente poetico anglosassone, il Beowulf, dal quale prende in prestito una morale per La Battaglia di Maldon: “Per volontà d’uno solo, molti devono sopportare sventure”, e che definisce come la “critica più penetrante e concisa rivolta alla ‘cavalleria’ in un individuo che ha delle responsabilità”. Tema questo che Tolkien rintraccia anche nel terzo grande esempio di poesia inglese medievale, Sir Gawain e il Cavaliere Verde. Dal campo di battaglia di Maldon il giudizio si allarga fino a includere tutta la poesia antico-inglese.
Ponendo in conflitto l’ostinata fedeltà alla tradizione aristocratica e l’orgogliosa ricerca della gloria personale con la responsabilità e con l’attitudine propriamente eroica al sacrificio altruistico, Tolkien individua il punto di crisi di quella teoria del coraggio che per lui rappresenta il maggior contributo del mondo pagano nordico alla letteratura epica. Così facendo rivela anche la profonda istanza morale che sta alla base della sua forzatura interpretativa del testo poetico.
Secondo Tom Shippey Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm è un vero e proprio “parricidio”. In quelle pagine si consuma la soluzione di continuità tra le scelte degli antichi eroi epico-letterari e l’universo valoriale cristiano. Beowulf e Byrhtnoth vengono rigettati indietro, come figure il cui fascino deve essere esorcizzato.
Tolkien era stato tra quei filologi che avevano liberato dalle scorie del tempo lo spirito eroico nordico come genuino elemento poetico espresso dall’antica letteratura scandinava e anglosassone. Ma aveva anche visto quella riscoperta venire accolta da forze determinate a fondare un nuovo germanesimo, pronte a metterla al servizio di un ideale abominevole. L’idiosincrasia di Tolkien per i nazisti non nasceva infatti soltanto dalla sua evidente avversione nei confronti del razzismo, del militarismo e del totalitarismo, ma aveva anche un movente più intimo, espresso a chiare lettere in uno scritto privato dei primi anni Quaranta:

«Comunque in questa guerra io ho un bruciante risentimento privato, che mi renderebbe a 49 anni un soldato migliore di quanto non fossi a 22, contro quel dannato piccolo ignorante di Adolf Hitler […]. Sta rovinando, pervertendo, distruggendo, e rendendo per sempre maledetto quel nobile spirito nordico, supremo contributo all’Europa, che io ho sempre amato, e cercato di presentare in una giusta luce.» [7].

Il professore di Oxford non perdonò mai ai nazisti di essersi impossessati di ciò che più amava – la filologia germanica, l’epos nordico – e averlo trasformato in mito tecnicizzato a uso e consumo del suprematismo tedesco. Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm rappresenta la critica radicale a uno dei pilastri culturali di quel neopaganesimo “eroico” emerso nella storia contemporanea e capace di segnarla indelebilmente. Una critica messa in campo con le armi del mestiere: la poesia e l’esercizio della filologia. Tuttavia fu solo attraverso la prosa e l’arte subcreativa – per usare un termine a lui caro – che Tolkien riuscì a spingersi oltre la dicotomia etica a cui era approdato.
Tolkien infatti era anche un grande narratore e rispose alla sfida dell’epoca più oscura partorendo un inedito eroe letterario. Un essere apparentemente innocuo e mite, con piedi grossi e villosi che non avrebbero mai potuto calzare stivali di cuoio per marciare a passo di parata verso gli orrori del XX secolo. In principio il piccoletto si sarebbe scavato la tana in un angolo nascosto della Terra di Mezzo. Via via, un po’ per volere e un po’ per forza, ne avrebbe guadagnato il centro, finendo per reggere su di sé i destini del mondo. Finché un giorno, dopo mille peripezie, avrebbe potuto dire: “Sono tornato”.
E’ tempo che anche il suo creatore venga restituito a se stesso.

Wu Ming 4, Autunno 2010

.Note

1. Dal 2005 la collana diretta da Emmanuele Morandi e Claudio Antonio Testi, Tolkien e dintorni (per la casa editrice Marietti 1820) è impegnata a tradurre e pubblicare i principali saggi critici a livello internazionale sull’opera di Tolkien.

2. Lettera n° 154, in J.R.R.Tolkien, La Realtà in Trasparenza, Bompiani 2001.

3. Alcune tra le pagine più belle su questo aspetto della visione tolkieniana della storia le ha scritte Verlyn Flieger in Schegge di luce, Marietti 2007, cap. 20.

4. Su questo argomento vedi il saggio fondamentale di Franco Manni, Elogio della Finitezza. Antropologia, escatologia e filosofia della storia in Tolkien, in AA.VV., La Falce spezzata, Marietti 2009.

5. Tom Shippey mette in relazione la visione negativa del potere che emerge dalla narrativa tolkieniana con la profonda disillusione prodottasi nel corso del XX secolo nei confronti dei grandi progetti politici di trasformazione del mondo e la identifica come “l’anacronismo più rilevante” della Terra di Mezzo, “vale a dire una convinzione interamente moderna” (T. Shippey, J.R.R.Tolkien autore del secolo, Simonelli, 2004, pag.151-153).

6. Nella precedente versione italiana de Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm (Bompiani 2000) la traduzione proposta da Tolkien conteneva un refuso evidente (la particella “non” era stata elisa dall’ultima frase) e di conseguenza risultava contraddittoria. Per quanto riguarda la traduzione italiana de La Battaglia di Maldon inclusa nel presente volume, il traduttore Roberto Rosselli Del Turco ha prediletto una resa più letterale possibile dei versi 89-90:
Allora il Conte, mosso dall’orgoglio, / concesse fin troppo terreno a quel popolo odioso.

7. Lettera 45, 1941, La Realtà in trasparenza, Bompiani 2001, pag. 65.

***

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69 commenti su “Tolkien, il “coraggio nordico” e… quel piccolo ignorante di Adolf Hitler

  1. Grazie per l’anteprima.

    Mi colpisce molto la parte che riguarda il vagheggiamento di un passato ideale, che a Tolkien non appartiene. Lo considero un tema molto attuale, siamo alle prese con un momento storico in cui dovremmo rinunciare, o riconvertire, alcune prerogative del consumismo ritenute quasi irreversibili, e abbiamo bisogno di una concezione che permetta un futuro senza “ la mentalità antistorica di chi cammina nel presente con lo sguardo rivolto all’indietro”. Penso all’esperienza delle ‘transition towns’, alla vecchissima comunità di Eden vicino a Berlino che sembra tornare in auge… Ma… c’è anche Il libro dei bambini di A.Byatt – Ecco, magari sono io che lo vedo, ma tutto il pezzo centrale di questa prefazione mi suona attualissimo!

  2. Complimenti, è davvero una bellissima riflessione. :-)

    La critica serrata all’individualismo come uno dei motori produttivi di un intero universo fantastico. Tolkien è rimasto evidentemente molto segnato dall’esperienza della guerra e una parte presumo rilevante del suo lavoro narrativo scaturisce anche dalla volontà di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Forse si è trovato faccia a faccia con l’ “inutile eroismo di Byrhtnoth” nelle trincee delle Ardenne. Per poi andarsi a sedere accanto ad una stufa con una matita in mano a tracciare le sue storie false che raccontano cose vere. E’ questa è di per sé una storia edificante, a mio avviso: essersi fatto carico delle contraddizioni del suo mondo e usando l’alfabeto del mito aver metabolizzato e poi partorito un racconto nel quale da decenni non facciamo altro che specchiarci.

    Che lo si riconosca oppure no. Proprio ieri ho gettato un occhiata a questa pagina di Wikipedia che enumera i libri di maggior successo di tutti i tempi e del LOTR pare ne siano state vendute più di 150 milioni di copie.

    Penso sia utile riflettere su queste cose, anche in termini di forza (in longevità e dunque attualità) della scrittura: cosa è che ha reso Tolkien allo stesso tempo così commestibile e così prelibato per un numero gigantesco di lettori? Sotto questo aspetto ritengo giustissima la considerazione sulla vocazione epica della saga che ne ha decretato la accessibilità immediata: sicuramente si tratta di un libro che è riuscito a costruire una comunità di riferimento, anzi molte.

  3. […] This post was mentioned on Twitter by Pierluigi Ruotolo and andrea, Behemot. Behemot said: Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm http://bit.ly/gBCbUc Wu Ming 4 passa in rassegna alcuni dei più marchiani equivoci su Tolkien […]

  4. Ottimo, Wu Ming 4, questo libro sarà il mio regalo di Natale.
    Riprendiamoci Tolkien : )

    “Ho affermato che l’Evasione costituisce una delle principali funzioni delle fiabe, e poiché non le disapprovo, è evidente che respingo il tono sprezzante o compassionevole che connota tanto spesso, oggi, il termine…

    Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa? Oppure, se non lo può fare, se pensa e parla di argomenti diversi che non siano carcerieri e mura di prigione? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il fatto che il prigioniero non lo può vedere. Usando Evasione in questo senso, i critici hanno scelto la parola sbagliata e, ciò che più importa, confondono, non sempre in buona fede, l’Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore. Un militante politico avrebbe potuto etichettare allo stesso modo la fuga dalle miserie del Reich del Fuhrer o di qualcun altro, e definire tradimento la critica a esso.

    Ugualmente, i critici in questione, per rendere ancor maggiore la confusione e attirare il disprezzo sui loro oppositori, appiccicano l’etichetta del vilipendio non soltanto alla Diserzione, ma anche alla vera e propria Evasione e a quelli che sono spesso i suoi compagni, Disgusto, Rabbia, Repulsione e Rivolta; non soltanto confondono l’evasione del prigioniero con la fuga del disertore, ma sembrerebbe anzi che preferiscano l’acquiescenza del collaborazionista alla resistenza del patriota. Con un simile modo di pensare, basta dire ‘la terra che amate è condannata’, per scusare ogni tradimento, anzi glorificarlo.”

    (J.R.R. Tolkien, Albero e foglia)

  5. […] averlo trasformato in mito tecnicizzato a uso e consumo del suprematismo tedesco”. (Wu Ming 4, prefazione a J.R.R. Tolkien,  Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, […]

  6. Grazie davvero a Wu Ming 4 perchè ci voleva qualcuno che riportasse un pò di buon senso!
    In effetti, abitando di una città del sud vicina ad uno degli storici punti di raduno dei campi Hobbit, mi sono sempre chiesta perché questi neo nazisti abbiano scelto proprio un nome del genere! A me sembra che gli Hobbit non possano assolutamente incarnare il tipo di eroe perfetto e senza macchia voluto dalla propaganda nazista!
    Spero davvero che l’uscita di questo libro possa mettere fine a tutte queste fastidiose associazioni.

  7. Sui travisamenti di Tolkien da parte del neofascismo italiano segnalo anche “L’ANELLO CHE NON TIENE. Tolkien fra letteratura e mistificazione”, L. Del Corso e P. Pecere, Minimum fax 2003.

    Una domanda provocatoria ma forse interessante potrebbe essere la seguente: perché l’opera di Tolkien si è prestata a un travisamento di questo tipo?
    Al di là delle strumentalizzazioni più becere e inconsistenti, infatti, alcuni, come ad esempio Michael Moorcock (http://it.wikipedia.org/wiki/Michael_Moorcock), criticavano Tolkien non certo per essere un fascista o altre sciocchezze del genere, ma di giustificare – seppure in termini di immaginario – la superiorità culturale dell’Occidente. Ad esempio, non è difficile scorgere dietro Easterlings e Sudroni, caduti sotto il potere dell’Anello, la trasposizione fantasy di popoli extraeuropei, così come Rohan e Gondor rappresentano chiaramente l’anima nordica e quella più mediterranea del continente europeo.
    La butto lì… : )

  8. @Giacomo
    Sul libro di Del Corso & Pecere, WM4 ha discusso tempo fa, in un commentarium infuocato con il leggendario Andrea Cortellessa:

    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2009/12/22/il-ritorno-del-monnezzone/

    Io non sono un lettore di Tolkien, ma mi piace Moorcock e il suo saggio “Epic Pooh” l’ho trovato interessante “a prescindere”, perché fa una critica dall’interno: un autore di fantascienza, che ammira Pullman, la Rowling & Terry Pratchett, ma attacca il babbo del genere fantasy, accusandolo di elevare un “piccolo borghese” a baluardo contro il caos. Roba che in Italia ce la sognamo.
    Su Wiki, il link all’articolo di Moorcock dà errore. Questo è quello giusto:
    http://www.revolutionsf.com/article.php?id=953

  9. @ Giacomo & Wu Ming 2

    Mi scuso per la brevità della risposta, ma vado di fretta. Sarò di nuovo sintonizzato su queste frequenze in serata.
    Capisco il punto di vista di Moorcock, e la sua ricostruzione di un certo milieu inglese degli anni Venti offre molti spunti, ma credo che non tenga conto di un fattore importante.
    La narrativa tolkieniana non avalla alcuna “superiorità” dell’Occidente rispetto alle altre culture. Certo qualcuno ha voluto interpretare l’ambientazione delle sue storie in questa chiave, ma di fatto Tolkien non stabilisce alcun primato. Il suo universo culturale è ovviamente quello occidentale e da esso attinge per dare vita alle sue storie, ma questo non significa che considerasse negativamente altre culture che conosceva probabilmente poco. Nel Signore degli Anelli la minaccia per la Terra di Mezzo viene da Sud-Est, è vero, ma questo è soprattutto dovuto alla geografia di Arda, il mondo da lui inventato. A Ovest c’è l’oceano, oltre il quale in origine si colloca la terra beata dei Valar. Nel Silmarillion la minaccia veniva da Nord. I punti cardinali sono bell’e finiti! Del resto è Tolkien stesso a rispondere a questa lettura “anti-orientale” in una lettera, e lo fa esattamente nei termini che ho appena esposto.
    Va detto che Tolkien era un inglese fatto e finito, e nella storia inglese le minacce sono sempre venute da Sud e da Est: Romani, Anglosassoni, Normanni, Spagnoli, Francesi, Tedeschi. E’ molto probabile che questo abbia implicitamente influenzato la geografia degli eventi nei suoi romanzi.
    Per quanto riguarda il protagonismo piccolo-borghese bisogna stare attenti, perché mentre propone questa nuova figura di eroe moderno, Tolkien ne definisce anche tutti i limiti affinché l’eroe stesso possa superarli (se ci riesce). In realtà quell’eroe piccolo-borghese deve essere in grado di affrancarsi proprio dalle piccolezze della sua condizione iniziale per poter salvare ciò che di buono c’è e gettare via il resto. Tom Shippey ha scritto un saggio illuminante su questo: “Noblesse Oblige: Images of Class in Tolkien”, in cui sostiene che nonostante Tolkien rimanga fedele a certi arcaismi della società inglese, allo stesso tempo continua per tutta la vita a interrogarsi sui limiti e i paradossi etici che essa contiene.

  10. Mi ricorda un po’ le critiche al presunto eurocentrismo di Foucault. Se si parla di un eurocentrismo dei campi d’interesse e dei soggetti della ricerca, cioè una predilezione per lo studio dell’Europa e della storia europea, Foucault era senz’ombra di dubbio “eurocentrico” (come del resto Tolkien). Ciascuno di noi, volente o nolente, ha un “centro” intorno al quale orbitano interessi, gusti, fascinazioni etc. Ma se invece per “eurocentrismo” si intende un suprematismo culturale europeo, beh, è proprio ciò che l’approccio di Foucault problematizza e mette in crisi. Questo è un caso paradigmatico, getta luce sulla necessità di distinguere. Si può essere “eurocentrati” senza essere euro-suprematisti, come si può essere italiani senza essere nazionalisti etc.
    Ma su questo rimando a un post che apparirà qui tra qualche giorno.

  11. Sì, credo che la distinzione sia questa. Aggiungo al volo ancora una considerazione su quanto scritto da Moorcock. La sua conclusione è secondo me del tutto incondivisibile, quando a proposito dei libri degli Inklings dice: “They don’t ask any questions of white men in grey clothing who somehow have a handle on what’s best for us.”
    Per lo meno non credo che possa dirsi per i libri di Tolkien.
    Che il buon senso hobbit sia esaltato dal suo racconto è indubbio, insieme allo stile di vita borghese degli hobbit, a condizione che sappia sbarazzarsi delle grettezze e del provincialismo, e sappia tenere presenti certi valori; ma si tratta in realtà dello stile di vita moderno e dei valori universalistici cristiani. Gli hobbit sono borghesi perché gli hobbit siamo noi uomini moderni che viviamo in questa società, appunto borghese. Io non sono d’accordo con chi – come Moorcock, ma anche come tutti i lettori confessionalisti di Tolkien – legge nell’immagine della Contea l’adesione di Tolkien alle teorie sociali di Chesterton. Mi sembra una lettura davvero riduttiva, di piccolissimo cabotaggio. C’è nel ciclo dell’Anello un dialogo complesso tra modernità e antichità (e non già tra Modernità e Tradizione, come vorrebbero i fascisti) che parla di noi qui e ora, senza bisogno di esaltare la nostra condizione né di denigrarla.

  12. “Poco o nulla si può capire della poetica tolkieniana – troppo spesso liquidata come banalmente reazionaria – se si prescinde dalla contraddizione tra nostalgia del bello e necessità del divenire storico”.
    Giustissimo quanto scrive WM 4 nella sua prefazione – però mi verrebbe da provocare e dire: ma questo è Spengler!
    Intendo dire, insomma, che alla vulgata italiana – indubbiamente rozza e frettolosa – del Tolkien “camerata” e dei campi-Hobbit (che tutto potevano essere, cara Klara, fuorché neonazisti), mi pare tenda una corrispondenza uguale e contraria, che dice: “attenzione! Tolkien non era fascista e neppure reazionario, ma [segue definizione possibilmente alternativa]”.
    Ora, altrettanto giustamente WM4 evita questa banale deriva, e sottolinea la natura anomala del conservatorismo tolkieniano; ma lo fa con parole, io credo, che potrebbero adattarsi altrettanto bene, che so, al protagonista delle jüngeriane scogliere di marmo: “Gli eroi di Tolkien sono infatti coloro che riescono a resistere alla tentazione del dominio e nondimeno ad assumersi una responsabilità verso il mondo”.
    Voglio insomma dire che l’armamentario ideologico tolkieniano in fondo si ritrova anche, mutatis mutandis, in quello della Konservative Revolution tedesca: Kulturpessimismus, organicismo storicista, mistica dell’atto puro, idea della comunità.
    Intendiamoci, non intendo venire qui a dire che, in fondo in fondo, Tolkien camerata lo era davvero; ma sul serio pensiamo – seconda provocazione – che sia sufficiente far ricorso alla categoria del “mito tecnicizzato” per spiegare, anzi liquidare l’ideologia del “dannato piccolo ignorante” Hitler? Non sarà che la filologia oxoniense in giacca di tweed possa fare il paio con quella in camicia bruna (nel senso che ogni filologia è anche presa di posizione sul presente, e che dunque non vi sia mai un nocciolo ‘autentico’ del mito da riscoprire, ma uno sguardo su di esso da analizzare)? Lo so che voi WM non cadete in questo facile tranello, ma qui lo dico perché la filologia germanica, anche prima di Hitler, era tutt’altro che una “scienza pura”, come mi pare l’autore tenda a credere quando in chiusura ricorda che Tolkien “non perdonò mai ai nazisti di essersi impossessati di ciò che più amava – la filologia germanica, l’epos nordico – e averlo trasformato in mito tecnicizzato a uso e consumo del suprematismo tedesco”. Era anch’essa, ovviamente, una scienza al servizio di una ideologia e con un passato dietro le spalle, ed anche in epoca romantica e guglielmina disposta a farsi mito politico: in questo senso possiamo, ad esempio, irridere oggi il professore Otto Höfler che nel 1934 da alle stampe un libro intitolato “Geheimbünde der Germanen”, ovvero “le leghe segrete dei Germani”, in cui tende ad accreditare la tesi che vi fossero nei popoli germanici primitivi delle confraternite sacrali di giovani dediti alle battaglie rituali, e vedere in queste tesi l’evocazione meccanica e inquietante delle camicie brune – ma temo che non ne spiegheremmo molto tesi e intenti liquidandolo ‘semplicemente’ come “mito tecnicizzato”.
    (E sia ben chiaro che tutto questo lo scrivo da studioso di sinistra appassionato sia di Tolkien che di Jesi)

  13. @ Gabriele
    sullo specifico tolkieniano ti risponderà certamente WM4, io davvero ne so troppo poco (comunque, da quel poco che so, non mi sembra che in Tolkien vi sia alcuna “mistica dell’atto puro”, anzi, il “depotenziamento” critico dell’Atto, del vitalismo, del culto dell’azione, mi sembra una strategia ben frequente nella sua opera, a cominciare dal testo in oggetto).

    Però, sulla questione di Tolkien che non perdonò ai nazisti l’aver pervertito la filologia germanica, la frase di WM4 mi sembra riportare la posizione *di Tolkien*, senza aderirvi. Il riferimento è dichiaratamente al “movente intimo” della sua personale (peculiare) avversione per il nazismo.

    Anche riportare la sua frase sul “piccolo ignorante Hitler” non comporta alcuna nostra (cioè di quel “noi” che tu usi, che immagino significhi: noi che qui stiamo discutendo) pretesa di “liquidare” in due parole il rapporto tra nazismo e mito.

  14. premetto di non essere mai stato attratto da tolkien e dalla mitologia nordica. detto questo, qualche anno fa ho letto “le origini culturali del terzo reich” di mosse, e mi sono fatto anch’io l’ idea che la tecnicizzazione di quella mitologia fosse cominciata ben prima dell’ avvento del nazismo, e che il nazismo avesse potuto far presa in modo cosi’ profondo sui tedeschi proprio perche’ i tedeschi avevano gia’ introiettato quella tecnicizzazione. se mai ne avro’ il tempo e le capacita’ (non sono un letterato), mi piacerebbe leggere qualcosa di jesi su queste questioni. intanto mi farebbe piacere se qualcuno di voi mi potesse dire in due parole se ci sono punti di contatto tra il lavoro di jesi e quello di mosse.

  15. @ Tuco,

    l’ideologia nazionalsocialista è il risultato di processi a lungo termine. Si può risalire almeno fino al romanticismo tedesco.
    Questo non vuol dire che il nazismo sia stato l’esito ineluttabile di un processo di intossicazione irrazionalistica della cultura che ha unilateralmente “distrutto la ragione”, come voleva Lukacs. L’esito non era ineluttabile. Almeno, non lo era fino al 1919. La sconfitta dello spartachismo è un evento fatidico, che contiene anche pròdromi di fascismo (es. nei cosiddetti “Corpi Franchi” che reprimono la rivolta e assassinano Rosa Luxemburg). Qui parafraso Benjamin: il fascismo è sempre sintomo di una rivoluzione che non ha trovato uno sbocco. Il fascismo nasce sempre dal fallimento di una rivoluzione.
    Mosse è uno dei miei storici preferiti e, sì, ci sono molti punti di contatto con Jesi. La “triangolazione” sarebbe leggere Cultura di destra di Jesi, La nazionalizzazione delle masse di Mosse (ma anche Le guerre mondiali dalla tragedia al mito dei caduti) e Fantasie virili di Klaus Theweleit (che analizza la produzione scritta di membri dei Corpi Franchi per definire l’immaginario fascista, soprattutto in rapporto alle donne e al sesso).

  16. grazie mille!

  17. @ Gabriele

    Bellissima provocazione. Credo infatti che proprio “Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm” apra lo spazio al tuo quesito e in un certo senso implicitamente lo contenga. Il testo di Tolkien infatti rappresenta prima di tutto una critica fortissima alla filologia oxoniense risalente addirittura alla seconda metà dell’Ottocento (Ker, Chambers. etc.). Per questo rimando all’intervento di Shippey posto a conclusione del volume che ho curato, dove si sviscera bene il conflitto che problematicamente Tolkien apre con Gordon – suo vecchio sodale e collega – il quale aveva curato la traduzione critica de “La Battaglia di Maldon” nel 1937. Nel “Ritorno di Beorhtnoth” di fatto Tolkien accusa proprio la tradizione filologica britannica, quella a cui lui stesso apparteneva, e le imputa una responsabilità morale gravissima. Alla luce di questo j’accuse la contiguità morale tra giacche di tweed e camicie brune sembrerebbe più di un’ipotesi per lui. Non per niente dal punto di vista etico e narrativo proprio questo testo è il passaggio dialettico fondamentale per approdare a una visione dell’eroismo diversa che viene sviluppata nel ciclo dell’Anello.
    Detto questo, certo che è possibile sentire assonanze spengleriane nella poetica tolkieniana (ma nessuna mistica dell’atto puro, per carità, è precisamente ciò che Tolkien critica in Beorhtnoth!) e infatti fascisti e reazionari di vario ordine e grado ce le sentono belle forti. Ma allora perché Spengler muove verso lo stato autoritario e Tolkien invece lo rigetta in toto e addirittura dice che avrebbe combattuto assai più volentieri contro il Fuhrer che contro il Kaiser? E’ soltanto il diverso milieu culturale della liberale Inghilterra a fare la differenza? Ovviamente no, dato che sappiamo quanto prima del 1940 certa aristocrazia e alta borghesia britannica si facesse tentare da Hitler e la sua ghenga.
    E’ evidente che c’è qualcos’altro. E questo qualcos’altro secondo me ha molto a che fare con ciò che bilancia il pessimismo tolkieniano: l’idea cristiana di una salvezza possibile, di una luce che sta davanti a noi, non soltanto alle nostre spalle. Allo stesso tempo la speranza che batte la nostalgia e il pessimismo non è garantita da nulla, ma a sua volta sottoposta al dubbio. Come sostiene Verlyn Flieger, la poetica e la visione di Tolkien è animata dal dubbio, molto più che da un’idea di necessità storica. E il dubbio è problematico, assai poco compatibile con gli approdi autoritari a cui giunse un certo percorso “filologico” e filosofico.

  18. @ WM1 (che risponde a Tuco)
    Non sono molto d’accordo con la sovrainterpretazione che mi sembra tu dia dello spartachismo: a rileggersi gli scritti della Luxemburg di quei mesi si coglie molto forte l’esitazione, per non dire di peggio, che la prende quando la rivolta sta per scoppiare. In realtà quelle giornate berlinesi, al di là della mitologia che vogliamo costruirci sopra (e la prima persona plurale qui non è un mero artificio retorico, e neppure – ovviamente – il ricorso al termine “mitologia”), non credo segnino il punto più alto del movimento operaio e rivoluzionario tedesco; e dunque neppure, in negativo, l’inizio della sua fine con l’irresistibile affermazione del (proto)nazismo. Detto questo, sono d’accordo con i tuoi consigli di lettura e dunque con le tue strategie interpretative. Solo, permettimi un paio di precisazioni/commenti: “fantasie virili” è un gran bel libro, originale e stimolante, ma la traduzione italiana è purtroppo solo una versione parziale e mutila dell’opera originaria in due volumi; e “cultura di destra” – che per me è stato un libro decisivo e affascinante – riletto oggi sconta un certo pressappochismo interpretativo (e filologico) su Evola e i pensatori esoterici della destra rivoluzionaria tedesca.

    @ WM4

    Si, sono molto d’accordo con la tua lettura di un Tolkien cristiano che alla fine lo salva da una deriva diciamo “kulturpessimistisch”; anche se una tale lettura non mi pare escluda comunque una sua partecipazione a quel tipo di costellazione concettuale che mi sono provato frettolosamente a delineare (tanto che, per fare un esempio e rispondere così al tuo inciso, è possibile ritrovarvi secondo me anche una “mistica dell’atto puro”: non beninteso quella che sfocia nell’azione volitiva di un Führer, ma quella basata su una logica sacrificale). Il che non ostacola, naturalmente, l’ipotesi di un Tolkien oppositore “anche” della filologia dominante del suo tempo (e dei fantasmi che essa recava con sé).

    E poi c’è – mi sembra – un’altra questione, evidentemente connessa a questa. In una tua replica qui sopra sottolinei il dialogo complesso tra modernità e antichità che percorre il ciclo dell’anello, da distinguere da quello tra modernitá e tradizione, che invece affascina tanto i fascisti. In generale mi pare una prospettiva assai stimolante rispetto a Tolkien – ma vorrei capire se dietro di essa vi sia anche una sorta di dichiarazione di intenti, quasi che dialogare con l’antichità possa preservare la modernità da qualsiasi Invenzione di una Tradizione (nel senso di Hobsbawm), anche quando essa prende le fattezze apparentemente rassicuranti delle “piccole patrie” chestertoniane. E poi: “quale” antichità?

  19. @ Gabriele

    a dire il vero io, quando ho definito “momento fatidico” la sconfitta dello spartachismo, mi riferivo più che altro al premonitore scatenarsi dei Freikorps, all’importanza di quell’episodio per il “brodo di coltura” proto-nazifascista che di lì a poco andrà in ebollizione. In questo senso il fascismo si nutre della sconfitta della rivoluzione. In Italia, la medesima temperie continentale si esprime nel “Biennio rosso”, e anche in quel caso il fascismo fa da “marcatore”: dove c’è fascismo, c’è stata la sconfitta di una rivoluzione, o comunque di un insorgere operaio, di un movimento antagonista. Ed è normale che sia così: quando i padroni si sono appena cagati addosso, e si dicono l’un l’altro: “L’abbiamo scampata bella”, quella è proprio l’ora in cui il fascismo ha la sua chance, e da movimento “in fusione” diventa qualcosa di più strutturato.

    Sono d’accordo con te, la rivolta di Berlino non fu “il momento più alto” del movimento operaio etc. Non poteva esserlo: il “momento più alto” ha a che fare con una progettualità, è il momento che sta per afferrare il domani, mentre quella rivolta, come dice Jesi, aveva come doppio tempo di riferimento il qui-e-ora e il “dopodomani”. Luxemburg e Liebknecht erano proprio contrari a quella rivolta, anche se decisero di non rifuggirla, per coerenza e per assunzione di responsabilità (e come sai, Jesi definisce il loro comportamento “propaganda genuina”).

    Dopodiché: il libro di Theweleit nell’edizione italiana che ho io ha “solo” 500 pagine fitte fitte. Magari sarà mutila rispetto all’edizione tedesca in due tomi, ma quelle pagine bastano a “rendere l’idea”, bastano eccome :-)
    Cultura di destra era a metà tra un pamphlet e un trattato più corposo, e alcune parti risentono del tempo trascorso, ma io ci trovo ancora parecchi spunti. L’ipotesi sullo stragismo nero come assegnazione di “compiti inutili” da parte di “maestri” iniziati ad adepti di grado inferiore che operano sul piano mondano, a prescindere dall’effettiva aderenza storica, mi sembra molto utile per capire i legami tra una Tradizione sapienziale apparentemente distaccata dalle cose quotidiane e una quotidianissima prassi portata avanti dalla manovalanza neo-fascista.

  20. Sempre d’accordissimo con la visione su Tolkien del nostro Ra-Ming.

    Una cosa mi ha colpito, e forse vale la pena tornarci sopra.
    Riguarda il discorso sull'”epos esoterico”.
    Penso di aver compreso il discorso. Tolkien non aveva alcun interesse a rendere la sua opera un’opera per pochi.

    Ma, domando.
    Davvero l’epos e il fantasy in genere non possono ambire ad un pubblico “di nicchia”?
    O meglio.
    L’autore di epica e fantasy deve pensare di parlare all’umanità?
    O meglio ancora.
    L’autore di epica e fanstasy deve pensare di parlare all’umanità in maniera differente dagli altri autori?

  21. @ Gabriele

    [Certo che portare avanti una discussione sugli spartachisti e Tolkien contemporaneamente… Va be’, si è fatto di peggio :-) E comunque, come diceva Sordi: “M’hai provocato?”, quindi devo provare a rispondere alla questione che sollevi.]

    Se concepiamo la “costellazione concettuale” a cui fai riferimento con maglie molto larghe allora sì, Tolkien può rientrarci. E’ lui stesso a porsi problematicamente nei confronti di essa proprio perché sente di subirne il fascino, ma percepisce la piega che stanno prendendo gli eventi e che – aggiungo – possono sempre prendere quando di certo spirito “antico” si cerca di fare bandiera politico-culturale. Infatti benché abbia rimuginato sul “Ritorno di Beorhtnoth” per vent’anni e pubblicato il testo completo solo nel 1953, non credo che il suo fosse un discorso meramente retrospettivo, ma al contrario che avvertisse il permanere di un rischio in qualche modo perenne.

    Tuttavia questo non deve portarci a un equivoco. Tolkien non concepiva il dialogo modernità-antichità come mezzo per sventare l’invenzione della tradizione, per il semplice fatto che la tradizione (vera o presunta) non gli interessava granché, qualunque cosa ne dicano i fascisti. Da cristiano poteva avere nostalgia della completezza originaria perduta, ma non certo rimpiangerla al punto da voler riportare in auge il passato o rintracciare in esso una qualche condizione ideale, un’Età dell’Oro. Da cristiano non aveva fiducia nella storia umana – passata, presente o futura – ma nella provvidenza divina che in essa tutt’al più può manifestarsi. Ancora: da cristiano pre-conciliare percepiva soprattutto il potere distruttivo, alienante, disumanizzante, della modernità come età prometeica, edipica (nel senso sofocleo, non freudiano, ovviamente). Concepiva cioè l’irriducibilità di fondo del cristianesimo alla modernità. Infatti nella sua narrativa scelse di raccontare una condizione umana priva di religione, un mondo da cui il Creatore se n’è andato e perfino i suoi vicari sono lontani dalle faccende terrene. Un mondo in cui permane una flebile luce salvifica, appena sufficiente a passare la nottata, che gli esseri umani devono ricercare soprattutto dentro se stessi. La Terra di Mezzo è il nostro mondo post-cristiano e post-organicistico, non certo il Medioevo cristiano o l’Antichità pagana. Ed è quello in cui dobbiamo vivere, senza la pretesa blasfema di far tornare indietro la storia.

    Quando dico che nel ciclo dell’Anello c’è un dialogo tra Modernità e Antichità intendo dire che assumendo il punto di vista degli hobbit, Tolkien avvicina quello che potrebbe essere un racconto antico alla nostra sensibilità moderna, lo mette alla nostra portata. Gli hobbit sono eroi come potrebbe esserlo chiunque di noi (i famosi mezzuomini sulle spalle di giganti) e non devono tanto mettersi all’altezza dell’eroicità antica, quanto piuttosto diventare protagonisti del proprio tempo, e farlo a modo loro, per ciò che sono e possono essere. Partecipano in maniera del tutto anacronistica a imprese epiche e proprio questo loro essere fuori luogo si rivela la chiave del successo; dialogano con gli eroi “antichi” che li affiancano nell’impresa, come Thòrin o Aragorn, e li costringono a cambiare, a tradire il canone eroico tradizionale, o altrimenti a subire dure lezioni di realismo; svegliano perfino le forze sopite della natura e le fanno precipitare nella storia umana (gli Ent!). Nel frattempo, prendendo coscienza e abbandonando la “piccola patria chestertoniana”, cambiano essi stessi e si scoprono capaci di cose che non immaginavano. Ma sono capaci di questo anche e soprattutto perché portano con sé la Contea ovunque vanno, cioè non perdono il legame con il presente moderno, fatto di materialità, affetti, gusto di vivere, quotidianità, e rimangono impermeabili al misticismo e all’ascetismo guerriero. Gli hobbit vivono – come tutti noi – col desiderio contraddittorio di andare e di tornare e vincono perché riescono a trovare l’equilibrio tra queste due pulsioni.
    Infatti il loro viaggio, anzi i loro viaggi, perché sono due, implicano il ritorno. Da quell’avventura epica che li ha condotti in un mondo antico, finanche a contatto con spaventose forze ancestrali, gli hobbit tornano al presente, tornano a casa e – come il più moderno degli eroi antichi, Odisseo – la riconquistano. E’ così che si chiude il racconto: non a Gondor, né a Valinor, ma nella Contea, cioè qui e ora.
    Chi in quel viaggio ha perduto se stesso, chi dal viaggio avventuroso non è riuscito a tornare, Frodo, è quello che deve farsi da parte e abbandonare il mondo. Ed è uno sconfitto perché il presente non gli appartiene più.

  22. C’è anche da dire, a onor del vero, che una parte dei discorsi sin qui fatti su Tolkien non riescono a calibrarsi perfettamente contando anche un’altra opera, <Il Silmarillion, che per quanto rimaneggiata dal figlio, resta tuttavia fondamentale – secondo me – per apprezzare a pieno la grandezza del professore di Oxford.

    Mi diceva WM4 che Shippey neanche la considera, o comunque la tratta in via assolutamente secondaria.
    Io non sono d’accordo. Non sono nessuno per ribattere a Shippey, ma credo fermamente che <Il Silmarillion non abbia niente di inferiore a LOTR.
    E per quanto si possano ritrovare tutti i temi cari a Tolkien, dal miraggio del potere al “ritorno” dell’eroe (pensiamo agli unici due eroi che tornano, Earendil e Lùthien), non si può negare comunque un’esaltazione in chiave specificamente narrativa dell’eroe “classico”.
    Senz’altro in termini di spazio dedicatogli.
    E anche se consideriamo la presenza così “immanente” del divino e della divinità, secondo gli schemi o(su)merici.

    In questo senso, forse, la riflessione tra antichità e modernità di Tolkien nel Silmarillion si fa meno trasparente e netta.
    Senza per questo, svilire d’un filo il valore dell’opera.

  23. Moorcock e Tolkien sono fra gli autori che prediligo in assoluto. Due scrittori fantasy che più lontani l’uno dall’altro non si può! : )

    @ Wu Ming 4
    “Va detto che Tolkien era un inglese fatto e finito, e nella storia inglese le minacce sono sempre venute da Sud e da Est: Romani, Anglosassoni, Normanni, Spagnoli, Francesi, Tedeschi. E’ molto probabile che questo abbia implicitamente influenzato la geografia degli eventi nei suoi romanzi.”

    Sudroni ed Easterlings, nelle poche descrizioni che Tolkien ne fa, a me ricordano più i popoli nordafricani e mediorientali che i tedeschi o i francesi. D’altronde l’olifante – ossia l’elefante dei Sudroni – è per gli europei (e non solo per gli inglesi) l’animale esotico per eccellenza.
    Non credo affatto che Tolkien volesse esaltare la fortezza Europa contro il resto del mondo (è che per tutti gli europei il nemico viene da est e da sud…), ma certamente una geografia di questo tipo può prestare il fianco a letture euro-suprematiste, indipendentemente dalle intenzioni dell’autore.
    L’Occidente di Tolkien è, fra le altre cose, l’Europa. Un’Europa che negli anni Cinquanta doveva fare i conti con Mordor nella sua doppia veste: USA-URSS (vedi lettera 77).
    Nessuna lettura allegorica, diceva Tolkien. Ma farla è possibile, gli appigli ci sono. E così hanno fatto i neofascisti nostrani che negli anni ’70/’80 andavano in piazza gridando Europa Nazione, esaltando appunto il Vecchio Continente come “terza via” contro il capitalismo americano e il comunismo russo. Un travisamento, certo. D’altronde il fascismo, sul piano ideologico, non è che fumo negli occhi.

    Considerazione a latere: non ricordo in quale lettera Tolkien sostiene che politicamente non c’è niente di peggio del “socialismo”, qualunque sia la sua bandiera: nazionalsocialista o russo-sovietica. Come dargli torto se per socialismo intendeva quei regimi totalitari – sia di marca nazi che staliniana – che degli ideali socialisti originari erano la più totale negazione?
    Se il socialismo è la Contea finita nelle mani di “Sharky” Saruman, lungi da noi!
    Ma Tolkien era anche un profondo estimatore di William Morris, preraffaellita, socialista utopista e creatore – a detta dello stesso Tolkien – del genere fantasy con il romanzo “Il bosco oltre il mondo”.
    Chi legge “Notizie da nessun luogo” di Morris, dove l’autore immagina il futuro mondo socialista liberatosi del capitalismo e dell’industria, non potrà che pensare alla Contea.

  24. @ Ekerot
    Giusto quello che dici. Ma “Il Silmarillion” è un’opera inziata idealmente nel 1917, protratta per tutta la vita, e mai terminata dall’autore. Intendo dire che il nucleo narrativo di quel legendarium è antecedente alla riflessione di Tolkien fatta nel Ritorno di Beorhtnoth e nel ciclo dell’Anello. Si tratta appunto di un apparato di miti e leggende “antiche”, non di un romanzo moderno.

    @ Giacomo
    Non ci sono dubbi che appigli per i fasci ce ne siano. Così come ci sono assonanze con l’utopismo sociale anti-progressista di Morris. Tuttavia se invece di accanirsi a collocare Tolkien nel solco del tradizionalismo, si provasse a collocarlo in quello della letteratura inglese le cose forse assumerebbero la giusta prospettiva. “Lo Hobbit” ad esempio andrebbe inserito nel filone che fa capo a Lewis Carroll, James Barrie, Kenneth Grahame, Edith Nesbit, etc. come giustamente fa Moorcock (e come suppongo si faccia nei corsi di Letteratura inglese). Così come il SDA andrebbe letto alla luce di Wiliam Morris e George MacDonald. E’ che troppo spesso ci si dimentica che Tolkien era un romanziere e un narratore di favole, e non un filosofo morale, né un propagandista cristiano e/o tradizionalista (in questo per esempio si distanzia moltissimo dal suo amico C.S. Lewis, per non parlare della distanza abissale con Charles Williams: gli Inklings non erano tutti sulla stessa linea!).

  25. D’accordissimo anch’io con le precisazioni di WM1 da un lato e di WM4 dall’altro. Mi convince molto, in particolare, la descrizione che tu, WM4, fai degli hobbit e capisco meglio cosa intendevi con “antichità”. Ma rilancio e dico: è tanto vero che in questo contesto Frodo non è uno sconfitto, ma un rinunciante – lui si che esibisce una mistica dell’atto puro in forma sacrificale (il Frodo che ritorna nella Contea dopo il viaggio dell’anello è una perfetta epitome, mi sembra, del Christus patiens).
    Ma raccolgo volentieri anche la suggestione di Ekerot circa epos ed esoterismo e dico: l’epos nasce in forma assolutamente, genuinamente essoterica (cioè rivolta esplicitamente a tutto l’uditorio che l’ascolta) – ma con la modernità questo paradigma – mitico, va da sé – entra in crisi, come sottolinea anche il giovane Lukács della “Teoria del romanzo” (e proprio nel capitolo del libro intitolato “epopea e romanzo”): “Il romanzo è l’epopea di un’epoca nella quale la totalità estensiva della vita non si dà più in forma sensibile, nella quale l’immanenza del senso nelal vita s’è fatta problematica, ma che, nondimeno, anela alla totalità”. È per questo desiderio insopprimibile di totalità, dunque, che il romanzo-epopea deve ‘necessariamente’ rinchiudersi su se stesso, ovvero diventare “anche” esoterico – da qui la pertinenza di letture allegoriche, ovvero a chiave, che magari possono essere scorrettissime negli esiti (Tolkien camerata, Tolkien ecologista, i Sudroni come le truppe coloniali o gli orchetti come le orde sovietiche), ma del tutto legittime nelle premesse.
    Forse è proprio l’esoterismo allegorico (cioè una lettura a chiave, però aperta a tutti gli esiti) che rende Tolkien tanto affascinante, e per tante persone diverse. (Ed in questo senso grazie a Giacomo per questa informazione, per me preziosa, del socialismo per Tolkien: l’unico socialismo buono è quello estetico, mi verrebbe da commentare).

  26. @ WM4
    I nostri due ultimi interventi si sono incrociati [ma non dormi mai?] e quindi volevo solo dire che hai ragionissima con il rimando al contesto letterario inglese – solo che per me, germanista impenitente, resta tutto sommato un po’ estraneo…

  27. @ Gabriele

    Solo una precisazione su Frodo. Sì c’è un’eco cristologica nella sua figura, ma ciononostante Frodo non è una “imago Christi”, come vorrebbero i lettori confessionalisti di Tolkien. Il suo atto sacrificale ha successo solo grazie alla provvidenza (o al caso, se si prediligesse una lettura atea). In realtà Frodo non “rinuncia”, piuttosto viene sopraffatto da un compito che fin dall’inizio è più grande di lui perché è più grande di qualsiasi uomo (e lui è appunto un uomo, anzi un “mezzuomo”, non Cristo). Tolkien si ferma un attimo prima di consacrare l’atto puro e lascia che sia una forza provvidenziale sottesa al mondo e alla storia a concludere l’impresa, a compiere l’ultimo passo oltre il ciglio di Monte Fato. Frodo è un eroe che fallisce e che perde se stesso lungo la strada, precludendosi la possibilità di qualunque ritorno. La scelta che salva il mondo e che consente a Frodo di sopravvivere alla propria stessa perdizione non è un atto puro né sacrificale, ma si colloca a monte di tutta la vicenda, si configura addirittura come una catena di scelte reiterate, ed è Gandalf stesso a dirlo esplicitamente in un passaggio: è avere esercitato la pietà che consente alle cose di andare verso l’eucatastrofe. Il fatto che Bilbo e Frodo abbiano entrambi provato pietà per Gollum e gli abbiano resa salva la vita quando avrebbero potuto ucciderlo è ciò che avalla il piano provvidenziale e che – almeno parzialmente – li salva.

  28. È curioso. Non mi sono mai ritenuto un “lettore confessionalista” di Tolkien, anzi mi ricordo che il mio problema, nel leggere per la prima volta a sedici anni il ciclo dell’anello era “mamma mia, mi piace da morire un libro che piace ai fascisti!”, e certo non vi volevo cogliere alcun percorso cristologico. Col tempo e con le riletture, certo, il lettore che io ero allora si è scomposto e ricomposto in un lettore nuovo, magari più attento a – e più voglioso di – cogliere altri segnali; però quello che dici a proposito di Frodo, WM4, non mi pare affatto in contraddizione con una lettura diciamo “cristologico-sacrificale” del personaggio (che non vuol necessariamente dire confessionalista, perché non è centrale in essa il momento per così dire eucaristico e redentivo), anche perché la pietas che lo anima – fai bene a ricordare quel discorso di Gandalf! – parte proprio da questa questione, che continuo a ritenere cruciale: come ci si salva dal male?
    Però forse si tratta, anche qui, di letture diverse e diversamente stratificate, sia tra te e me che tra me e me.

  29. Per Gabriele.
    Premesso che il pensiero di Lukàcs mi è un attimo ostico (cosa intende per “la totalità estensiva della vita non si dà più in forma sensibile”?), c’è anche da dire che l’epos in quanto tale, tramandato oralmente di generazione in generazione, è sì potenzialmente essoterico – come scrivi – ma, di fatto, dobbiamo pensare che l’uditorio dell’epoca (1000 anni avanti Cristo?) fosse tutt’altro che “Urbi et orbi”.
    I rapsodi del Medioevo ellenico avevano oltretutto il grave limite linguistico. Non tutte le aree della Grecia parlavano e cantavano la stessa lingua. E lo stesso Omero pare sia stato relegato per parecchio tempo nei fittissimi arcipelaghi ad est della Grecia. Né sappiamo quale davvero potesse essere il suo uditorio (contadini? pastori?). Poco meno di 2 secoli dopo, per esempio, fiorisce la poesia lirica (che pur cantata ed accompagnata dalla musica come quella epica) già si andava stringendo nell’ambito del tìaso.
    Certo l’enciclopedismo “didattico” di poemi come l’Iliade e l’Odissea ci fanno pensare ad una speranza di successo ecumenico per queste opere. Ma a chi erano davvero rivolte?

    Penso anche ad un’opera secondo me affine negli intenti e nel genere, come la Commedia. Sappiamo di per certe che si organizzavano letture aperte dei canti danteschi. Ma a chi? Alle corti? O anche alle piazze coprendo la voce dei “memento mori”?

    Tutto questo per dire che secondo me anche l’autore “Fantasy”, pur contemporaneo come lo fu Tolkien, ha in realtà un pubblico ben preciso in mente. Qualcuno su cui va ad armonizzare (più o meno consapevolmente) stili e sensi dell’opera.
    Il successo del SDA, così planetario e duraturo, è più una sorta di valore aggiunto, secondo me, non previsto a monte.
    Tant’è che a detta di anglofoni esperti e madrelingua, l’Inglese di Tolkien è tutt’altro che semplice (per loro) (potremmo paragonarlo all’Italiano di Eco ne “Il nome della Rosa”).
    E sostanzialmente il romanzo fantasy, come pure quello epico (secondo me, ribadisco), deve certo trovare una via accessibile ai molti, ma non più di quella che debbono cercare autori di ambiti e generi differenti.

  30. OT rispetto a Tolkien, forse.
    @ Ekerot.
    A proposito della lettura pubblica di Dante.
    La prima (cominciata nell’autunno del 1373) fu davvero “pubblica”, cioè voluta dal popolo di Firenze. Un gruppo di fiorentini (nell’estate del 1373), a vantaggio proprio e degli altri cittadini, e anche dei posteri e dei discendenti, chiede che sia scelto un uomo valente e sapiente, dotto nella “scienza della poesia”, perché legga e spieghi, in modo che chiunque voglia possa ascoltare, per un tempo non superiore a un anno, con un compenso non superiore a 100 “florenorum auri”, il libro volgarmente conosciuto come “El Dante”, perché con quel libro anche quelli che non sanno leggere possano imparare a fuggire dai vizi, ad acquistare virtù, a parlare bene. Fu scelto Boccaccio, che però non riuscì a portare a termine l’impresa. I suoi appunti sono poi stati raccolti e pubblicati nel Trattatello in laude di Dante.
    Ho trovato il testo della petizione. Impressionante. Commovente. Un Book Bloc ante litteram:
    «Pro parte quam plurium civium civitatis Florentie desiderantium, tam pro se ipsis quam pro aliis civibus aspirare desiderantibus ad virtutes, quam etiam pro eorum posteris et descendentibus, instrui in libro Dantis, ex quo tam in fuga vitiorum quam in acquisitione virtutum quam in ornate eloquentie possunt etiam non gramatici informati, reverenter supplicatur vobis, dominis Prioribus Artium et Vexillifero Iustitie Populi et Comunis Florentie, quatenus dignemini opportune providere et facere solemniter reformari, quod vos, domini Priores Artium et Vexillifer Iustitie, possitis eligere unum valentem et sapientem virum, in huiusmodi poesie scientia bene doctum, pro eo tempore quo voletis, non maiore unius anni, ad legendum librum qui vulgariter appelatur El Dante, in civitate Florentie, omnibus audire volentibus, continuatis diebus non feriatis et per continuatas lectiones, ut in similibus fieri solet; et cum eo salario quo voletis non maiore centum florenorum auri pro anno predicto; et cum modis, formis, articulis et tenoribus de quibus vobis dominis Prioribus et Vexillifero videbitur convenire».

  31. Salve, un ricordo ed una breve considerazione.
    Il ricordo proviene da un’era passata: i tempi del liceo, quando discutendo di JRRT da sinistra con uno di destra mi sentii dire: “JRRT era fascista, è ovvio! Gli orchi sono i negri e Mordor è l’Africa”…
    La considerazione: ogni volta che rileggo il Signore degli Anelli e il Silmarillion sento una malinconia di fondo che sottolinea continuamente la grandezza del passato di Arda e la perdita di esso. La luce degli alberi, i silmaril, Belegost Nogrod e Moria, un tempo splendenti dimore di nani e “oggi” covi di orchi. E’ come un senso di “fine di tutto” incombente.

  32. @ Gabriele:
    No, non credo affatto che la tua sia una lettura confessionalista. Mi limitavo a ricordare che sul punto specifico, il sacrificio di Frodo, non sei il solo a vederla in un certo modo. L’obiezione che sento di farti è che è ben difficile scindere il “percorso cristologico-sacrificale” dal momento “eucaristico” e “redentivo”. O Frodo è una imago Christi o non lo è. Secondo me contiene assonanze evidenti con la figura di Cristo, ma non la ricalca, proprio perché non offre alcuna redenzione. E il sacrificio di Cristo senza redenzione semplicemente non è il sacrificio di Cristo. Cristo dubita (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”), ma alla fine si rimette alla volontà del Padre e accetta il proprio destino. Frodo viene sopraffatto dal male e se non intervenisse un fattore esterno, il suo sacrificio risulterebbe vano. Aggiungo che in quel momento topico Frodo dice una cosa ben precisa: “…ora non scelgo di fare ciò per cui sono venuto. Non compirò quest’atto”. La sua è appunto una non scelta, un sottrarsi alla necessità di scegliere. Questo è piegarsi al male.
    C’è nella visione del conflitto bene/male di Tolkien una centralità delle scelte, degli atti, su questo hai ragione. Ma in effetti io resto della mia idea, e cioè che la mistica dell’atto puro rimanga fuori dal suo orizzonte. Perché non si tratta di esaltare la centralità e il valore dell’atto in sé e per sé, ma l’atto come anello di una catena di eventi che produrranno il risultato finale e realizzeranno o meno il disegno provvidenziale. Questa è infatti la provvidenza (e anche la maledizione) nella narrativa tolkieniana: la risultante delle scelte fatte dai personaggi, più che un piano sovrastorico calato dall’alto e da lasciare agire (Manzoni). Nel caso in questione è la pietas di Bilbo, di Frodo e di Sam a consentire a Gollum di essere sul baratro di Monte Fato al momento giusto. Del resto, anche una lettura non trascendente della storia e del tutto umanistica, non abbandona l’idea che il perseguimento di certi principi e comportamenti possa alla fine realizzare un destino migliore per tutti.

    @ Ekerot
    Temo di essere stato frainteso. Quando ho scritto che l’epica non può essere esoterica, intendevo dire che si rivolge sempre a un contesto più o meno ampio, che ha un afflato collettivo, che mette in gioco e in discussione valori più o meno condivisi, che cerca di rispecchiare un mondo. Questo ovviamente a prescindere dal fatto che ci riesca o meno e da quanti riescano a fruirla. Poco importa sapere quanta gente ascoltasse effettivamente gli aedi cantare i poemi omerici o quelli cavallereschi; in quei poemi si rispecchia l’universo etico-filosofico-religioso di un’intera civiltà e di un’intera epoca, contraddizioni e limiti inclusi. L’esempio fatto da danae su Dante calza a pennello.

    @ Faska
    Sentimento condiviso e indotto, questo della perdita, che aleggia su tutta la narrativa tolkieniana (e sulla vita stessa dell’autore, tra l’altro), ma – come scrivo nella prefazione – bilanciato da un principio di speranza (ancorché senza promesse né garanzie). Ciò che è perduto è perduto per sempre, ma ciò che verrà non farà necessariamente schifo: ci si batte per legittima difesa dalla rovina, certo, ma con la prospettiva che venga qualcosa di meglio.

    @ Giacomo:
    “Io non sono un socialista, dato che sono contrario alla ‘pianificazione’, soprattutto perché i ‘pianificatori’, quando ottengono il potere, diventano malvagi” (J.R.R.Tolkien, lettera 181, 1956)

  33. A proposito di Gollum e del Monte Fato.
    Se non erro è Sam a volerlo cacciare, e ha intenzioni poco “pietose” verso di lui. Frodo lo ferma sempre. Ricordandogli le parole di Gandalf.
    Quindi, è vero. Sam e Gollum salvano Frodo – in modi e tempi diversi.
    Ma è ancora affidata all’eroe, pur fallimentare, la funzione di condurre la missione in porto. O quasi. Grazie soprattutto a quell’istinto preveggente che gli eroi, epici e non, solitamente hanno. Potremmo quasi dire i “protagonisti”.
    Tolkien, pur rinnovando dall’interno la scala gerarchica degli eroi, riesce perfettamente a conservarne un certo spirito.

  34. @ Ekerot
    Non volevo con Lukács fare un richiamo pedante ad un’opera oggettivamente ostica, ma solo sottolineare, per tramite di una sua citazione, come secondo lui (nel 1914) l’epopea esibisse una perfetta e visibile sintonia di arte e vita, e che questa armonia sia andata rotta con la forma-romanzo moderna – e che dunque parlare di epica già di per sé rimanda a una costruzione assolutamente mitologica, o per meglio dire mitogena, del “fatto” letterario. In questo contesto, capisci bene che cercare di definire sociologicamente e storicamente il pubblico dell’epica ha poco senso – ma solo sottolinearne il carattere per così dire esemplare (come ha ricordato del resto anche WM4).

  35. @ Ekerot
    Temo che il tuo ricordo non sia esatto. E’ vero che inizialmente è Frodo ad avere un moto di pietà verso Gollum (dopo quello di Bilbo ne “Lo Hobbit”), mentre invece Sam vorrebbe averne ben poca; ma alla fine del romanzo, quando Sam si trova Gollum in punta di spada sul Monte Fato, prova pena per lui e decide di lasciarlo andare (SdA, libro VI, cap. III). Se in quel momento lo uccidesse, Gollum non potrebbe più strappare il dito a Frodo e Frodo terrebbe per sé l’Anello, mandando a ramengo gli sforzi di tutti. Come dicevo nel commento precedente, si tratta di una catena di scelte compiute da persone diverse, in momenti diversi, che determinano il destino comune. E’ questa la provvidenza tolkieniana.
    Comunque mi fai sempre fare la figura del secchione… :-)

  36. Sui “pianificatori” Tolkien ha ragionissima, aggiungo che avremo davvero il socialismo (e non il capitalismo di stato) solo quando la pianificazione sarà fatta dal basso : )

    E’ interessante anche la lettera al figlio Cristopher del 29 novembre 1943: “Le mie opinioni politiche inclinano sempre di più verso l’anarchia (intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe) – oppure verso una monarchia non costituzionale.
    (…) Comunque lo studio adatto all’uomo è solo l’uomo, e l’occupazione più inadatta per qualsiasi uomo, anche per i santi (che almeno non se l’assumevano volentieri) è governare altri uomini.
    (…) Non c’è nessun posto dove poter fuggire. Persino i piccoli infelici Samoiedi, temo, hanno cibo in scatola e l’altoparlante del villaggio che racconta le favole di Stalin sulla democrazia e sui fascisti crudeli che mangiano i bambini e rubano i cani da slitta. C’è una sola cosa positiva ed è l’abitudine, sempre più diffusa, di chi è scontento, di far saltare con la dinamite fabbriche e centrali elettriche; spero che, essendo ora incoraggiata come ‘patriottica’, questa consuetudine rimanga! Ma non servirà a niente, se non diventa universale.”

    Un anarchico monarchico primitivista.
    Splendido :D

  37. Su Tolkien un po’ lo sei ;-)
    Comunque sì il mio ricordo deve essere stato un po’ annebbiato dal film di Jackson dove questa relazione Sam-Gollum è stata maggiormente esacerbata.

    Continuo a credere che in qualche modo Frodo porti l’eco dell’eroe epico, anche se già in delle vesti completamente differenti.
    Devo altresì confessare che nelle mie uniche due letture integrali dell’opera (11 e 13 anni) tutto questo “sostrato” mi era completamente passato oltre. Sam per me era l’amico dell’eroe, anche se il fatto di avere le ultime parole lo rendeva assolutamente “vip”.
    Mi ero perduto i fallimenti dei grandi, come Gandalf, Allanon, Denethor, Saruman e via discorrendo.
    A sottolineare che il SDA si legge tranquillamente come un’epopea fantasy “normale”. Certo qualche anno in più e qualche discorso in più fanno immediatamente saltare agli occhi la profondità “concettuale” dell’opera.

    Insomma. A 13 anni io ero gasato dal fatto che Legolas e Gimli contassero le loro vittime al Trombatorrione. Ero gasato dal fatto che Gimli fosse innamorato di Galadriel. Di Tom Bombadil che si prende l’anello in mano e non gli fa niente e poi Sam che dice: “round eyes were wide open – for he was looking across lands he had never seen to a new horizon”.
    Il resto venne dopo.

    p.s. Ho trovato questo su wikipedia: “My Sam Gamgee is indeed a reflexion of the English soldier, of the privates and batmen I knew in the 1914 war, and recognised as so far superior to myself” (The Letters of J.R.R. Tolkien, ed. Humphrey Carpenter).

  38. @ Ekerot
    Io sono ANCORA gasato dalla conta di Legolas e Gimli, dall’amore per Galadriel, e da Tom Bombadil (il mio personaggio preferito) :-)

  39. @Ekerot: Allanon fa parte del ciclo di Shannara però ;)
    forse intendevi qualcun’altro

  40. Deh è vero!!!
    Allanon era l’altro mio mito dell’epoca…Perdonate la clamorosa svista. Volevo chiaramente scrivere Aragorn. Lapsus freudiano?
    Eran le tre di notte!

    WM4: ovviamente, anche per me, quelli sono i migliori ricordi legati al romanzo. Posso aggiungere che una volta, la prima che lessi LOTR, tornando in macchina stipatissimo tra familiari e bagagli, mi commossi quando Sam abbandona Billy (se non erro prima di entrare a Moria, ma corrigetimi).

  41. @ Giacomo:
    La lettera che citi non va presa troppo… alla lettera, dato che Tolkien usa toni ironici ed esagera apposta le proprie idiosincrasie. E questo dimostra che era anche capace di scherzare sul proprio conservatorismo.
    Ad ogni modo devo dire che, da narratore, a me Tolkien interessa per la sua attività di poeta, romanziere, saggista, piuttosto che per le sue idee politiche o sociali, per la sua fede religiosa, etc.. Siamo pieni fin sopra i capelli di pseudo-saggi su Tolkien che leggono le sue opere alla luce esclusiva dell’epistolario privato, mettendo sullo stesso piano scritti estemporanei e pagine su cui l’autore ha meditato per anni (a volte per lustri interi). Le sue lettere – se prese cum grano salis – possono offrire spunti interessanti e utili, ma quello che Tolkien pensava a proposito del narrare, della forza della parola e della lingua, la sua poetica, la sua inventiva, stanno negli scritti che ha pubblicato. Questo è il mio punto di vista.

    @ Ekerot:
    Ma poi ti sarai consolato quando Sam ritrova Billy alla fine del romanzo!

  42. WM4: assolutamente sì.

    Oggi mentre viaggiavo nella innevata Valle Scrivia, mi tornò alla mente un’antica idea che avevo avuto penso una decina di anni fa leggendo il Silmarillion (riandando con la memoria alle vette del Gorgoroth).

    C’è, all’inizio della storia di Lùthien, un accenno al devastante viaggio di Beren per entrare nel Doriath. Un viaggio, dice l’autore, talmente agghiacciante che mai più ne fece parola con anima viva (presumo neanche con la bella).

    Neanche l’autore ne parla, soltanto accennando ad un paio di mostri di 36° livello che incontra il non ancora Monco.

    Ho sempre pensato che potesse essere una buona materia per un racconto. Uno dei racconti perduti, magari.

    E vista l’estrema libertà della trama, mi sono detto: si potrebbe anche scrivere a più mani, visti i tanti appassionati di Tolkien che si aggirano in questo blog e non solo.
    Si sa solo all’inizio che Beren è in fuga, e che alla fine sorpassa la cintura di Melian e incontra Tinuviel. E che incontra i figli\le figlie di Ungoliant.

    Io l’ho buttata lì.
    :)

  43. Hai controllato che non ci abbia già pensato qualcuno? Non che la cosa in sé osti, ma di fan fiction tolkieniana ce n’è parecchia: http://www.tolkienfanfiction.com
    Bisognerebbe anche capire se nella monumentale “History of Middle-Earth” c’è del materiale suppletivo.
    Comunque è un’idea interessante.

  44. Nel sito ho selezionato “Beren Erchamion” e sono apparse 3 storie, ma nessuna racconta di questo viaggio.
    La monumentale storia però non ce l’ho…controllo su wikipedia.

    Nei “Racconti perduti” ho trovato “Il racconto di Tinùviel”, che se non erro lessi ed era piuttosto simile alla versione del Silmarillion.
    Dopodiché, dando una scorsa a questo sito:

    Indice Storia Monumentale ho notato che esistono sostanzialmente solo i canti in versi della storia di Lùthien.

    Questo però non significa che magari passim non vi siano spiegazioni “geografiche” utili.

    Sulle fanfiction, in effetti, non ci avevo pensato. Probabilmente da qualche parte del mondo qualcuno lo avrà fatto. Proverò a cercare.

  45. @ Wu Ming 4
    sono d’accordo con te, l’interesse per Tolkien va innanzitutto alla sua attività di poeta e narratore. Anzi, credo che certe sue lettere come quella che ho riportato possano aiutare a comprendere quanto sia stupido cercare in Tolkien un preciso e coerente modello politico.
    Le due costanti che invece mi pare di ritrovare sia nelle sue dichiarazioni epistolari che nella sua opera letteraria (e in particolare nel Signore degli Anelli) sono la critica alla civiltà industriale e il rifiuto di ogni potere totalitario.
    Due tematiche attualissime, visto che andiamo verso la catastrofe ambientale – forse ci siamo già – e viviamo sotto il dominio del pensiero unico.

  46. @ Giacomo
    Sottoscrivo in toto.

  47. Alleggeriamo la discussione (che devo ancora leggere interamente)… ma chi ha scelto l’immagine in copertina? Pessima.

  48. L’ha scelta l’editore. Insieme al formato e quant’altro. Ed è stata pure approvata dalla Harper & Collins che in questo caso cura gli interessi degli eredi su mandato della Tolkien Estate. Nemmeno a me fa impazzire, ma poteva andare peggio.

  49. […] (prefazione all’opera di J.R.R. Tolkien Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, appena uscita per Bompiani – già pubblicata in rete sul sito della Wu Ming Foundation) […]

  50. […] (prefazione all’opera di J.R.R. Tolkien Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, appena uscita per Bompiani – già pubblicata in rete sul sito della Wu Ming Foundation) […]

  51. […] (prefazione all’opera di J.R.R. Tolkien Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, appena uscita per Bompiani – già pubblicata in rete sul sito della Wu Ming Foundation) […]

  52. Ho un po’ ripassato :)

    Dunque: Beren figlio di Barahir vive e probabilmente nasce nel Dorthonion, una regione di altipiani (letteralmente “La terra dei Pini”) pieni di boschi a Nord del Beleriand. Precisamente vivono vicino ad un lago, Tarn Aeluin (le cui acque di notte diventavano specchio per il cielo stellato, e pare fossero state benedette da Melian).
    Il padre di Beren è un bandito, che assieme ad un pugno di uomini, tiene testa agli orchi di Sauron che abita – diciamo così – non troppo lontano, a Tol-Sirion.

    Causa tradimento, anche se ottenuto sotto tortura, di uno dei suoi uomini, Barahir viene ucciso e con lui l’intera schiera.
    Tranne uno. Indovinate chi? Proprio il nostro Beren, che era andato ad esplorare alcune zone (stile “I tre giorni del Condor”, o anche “Star Wars”, o “Sentieri Selvaggi”).
    Beren viene avvisato dal fantasma del traditore che il padre è in pericolo. Ma quando giunge a destinazione, la strage è stata consumata.

    Passano 4 anni. Anni difficili, perché il nostro eroe diventa vegetariano. Dice l’autore che fu aiutato nella sopravvivenza da cani e augelli, il che ci fa supporre che avesse un po’ imparato l’arte di San Francesco.
    In questi 4 anni comunque non mangia e basta. Ma diventa una sorta di Robin Hood solitario. Difatti le sue gesta contro gli Orchi valicano i confini del Dorthonion e arrivano sino al Doriath.

    E cosa accade?
    Accade che Morgoth si incazza, gli mette persino una taglia. E a Sauron tocca di andare a fare il lavoro sporco. Chiama a raccolta i lupi mannari e muove nella terra dei Pini, portando – sotto le note di Respighi – morte e distruzione.

    Beren è costretto a fuggire. A lasciare la tomba del babbo nel bel mezzo di un gelido inverno.
    A Nord che una terra bruciata da Morgoth, a est c’è Morgoth, a est c’è Sauron…

    Cosa pensa il nostro eroe? Vado al Sud! E infatti scende verso il Doriath. Peccato che davanti a sé ci sia la simpatica catena del Gorgoroth [“Le montagne del Terrore].

    E’ pure inverno. E nessun essere vivente prima di Beren e dopo di Beren è mai riuscito a valicarle. Con precipizi e burroni, da far spavento a Messner. Comunque con un po’ di fortuna e tanta audacia, il nostro eroe riesce a valicarli.

    E cosa trova?
    Un simpatico deserto. Il Nan Dungortheb. Dove il potere di Melian e quello di Sauron si incontrano in un giorno di pioggia.

    Un posto talmente ospitale che vi hanno trovato casa i ragni della stirpe di Ungoliant. Esseri umani o elfici non vi passano.
    E poi ci sono mostri dai molti occhi di età millenaria.
    Senz’acqua né cibo il nostro eroe farà una fatica boia ad attraversarli.

    Non solo. Ci sono anche i divertentissimi tranelli che Melian la Maia ha piazzato lungo il percorso per evitare a chiunque di entrare nel Doriath.
    Ma Beren è il Prescelto, e quindi issati.

    Dopo un viaggio degno di Don Ciak Castoro, ecco che Beren penetra la cintura di Melian, stanco ingobbito e grigio. E possibilmente sconvolto.
    Direi come Odisseo quando incontra Nausicaa, ma un po’ di più.
    E infatti ti incontra una bella tra le belle, tipo Nausicaa, ma un po’ di più.

    Questo è quanto sono riuscito a racimolare finora.

  53. Qui ho trovato il testo integrale del Lai di Leithian”, nei versi che riporto dovrebbe esserci qualche indicazione ulteriore. Ora me la traduco alla buona (in italiano non ho trovato niente, ahimé!).

    Versione Integrale

    “…yet Beren had by fortune good
    long hunted far afield that day,
    and benighted in strange places lay 260
    far from his fellows. In his sleep
    he felt a dreadful darkness creep
    upon his heart, and thought the trees
    were bare and in a mournful breeze;
    no leaves they had, but ravens dark 265
    sat thick as leaves on bough and bark,
    and croaked, and as they croaked each neb
    let fall a gout of blood; a web
    unseen entwined him hand and limb,
    until worn out, upon the rim 270
    of stagnant pool he lay and shivered.
    There saw he that a shadow quivered
    far out upon the water wan,
    and grew to a faint form thereon
    that glided o’er the silent lake, 275
    and coming slowly, softly spake
    and sadly said, “Lo! Gorlim here,
    traitor betrayed, now stands! Nor fear,
    but haste! For Morgoth’s fingers close
    upon thy father’s throat. He knows 280
    your secret tryst, your hidden lair,”
    and all the evil he laid bare
    that he had done and Morgoth wrought.
    Then Beren waking swiftly sought
    his sword and bow, and sped like wind 285
    that cuts with knives the branches thinned
    of autumn trees. At last he came,
    his heart afire with burning flame,
    where Barahir his father lay;
    he came too late. At dawn of day 290
    he found the homes of hunted men,
    a wooded island in the fen,
    and birds rose up in sudden cloud —
    no fen-fowl were they, crying loud.
    The raven and the carrion-crow 295
    sat in the alders all a-row;
    one croaked: “Ha! Beren comes too late,”
    and answered all: “Too late! Too late!”
    There Beren laid his father’s bones
    in haste beneath a cairn of stones; 300
    no graven rune nor word he wrote
    o’er Barahir, but thrice he smote
    the topmost stone, and thrice aloud
    he cried his name. “Thy death,” he vowed,
    “I will avenge. Yea, though my fate 305
    should lead at last to Angband’s gate.”
    Then he turned, and did not weep:
    too dark his heart, the wound too deep.
    Out into night, as cold as stone,
    loveless, friendless, he strode alone. 310

    Of hunter’s lore he had no need
    the trail to find. With little heed
    his ruthless foe, secure and proud,
    marched north away with blowing loud
    of brazen horns their lord to greet, 315
    trampling the earth with grinding feet.
    Behind them bold but wary went
    now Beren, swift as hound on scent,
    until beside a darkling well,
    where Rivil rises from the fell 320
    down into Serech’s reeds to flow,
    he found the slayers, found his foe.
    From hiding on the hillside near
    he marked them all: though less than fear,
    too many for his sword and bow 325
    to slay alone. Then crawling low
    as snake on heath he nearer crept.
    There many weary with marching slept,
    but captains, sprawling on the grass,
    drank and from hand to hand let pass 330
    their booty, grudging each small thing
    raped from dead bodies. One a ring
    held up, and laughed: “Now, mates!” he cried,
    ”here’s mine, and I’ll not be denied,
    though few be like it in the land. 335
    For I ‘twas wrenched it from the hand
    of that same Barahir I slew.
    This robber-knave, they say, did do
    a deed of service long ago
    for Felagund. It may be so; 340
    for Morgoth bade me bring it back,
    and yet, methinks, he hath no lack
    of weightier treasure in his hoard.
    Such greed befits not such a lord!
    So mark ye, mates, ye all shall swear, 345
    the hand of Barahir was bare!”
    But as he spake an arrow sped;
    with riven heart he crumpled dead.
    Thus Morgoth loved that his own foe
    should in his service deal that blow 350
    that punished the breaking of his word.
    But Morgoth laughed not when he heard
    that swift as wolfhound grim there leapt
    Beren among them. Two he swept
    aside with sword; caught up the ring; 355
    slew one who grasped him; with a spring
    back into shadow passed, and fled
    before their yells of wrath and dread
    of ambush in the valley rang.
    Then after him like wolves they sprang, 360
    howling and cursing, gnashing teeth,
    hewing and bursting through the heath,
    shooting wild arrows, sheaf on sheaf,
    at trembling shade or shaken leaf.
    In charméd hour was Beren born; 365
    he laughed at dart and wailing horn,
    fleetest of foot of living men,
    tireless on fell and light on fen,
    elf-wise in wood he passed away,
    defended by his hauberk grey 370
    of dwarvish craft in Nogrod made,
    where hammers rang in caverns’ shade.

    As fearless Beren was renowned,
    when men most hardy upon ground
    were reckoned folk would speak his name, 375
    foretelling that his after fame
    would even golden Hador pass
    or Barahir and Bregolas;
    but sorrow now his heart had wrought
    to fierce despair; no more he fought 380
    in hope of life or joy or praise,
    but seeking so to use his days
    only that Morgoth deep should feel
    the sting of his avenging steel,
    ere death he found and end of pain; 385
    his only fear was thralldom’s chain.
    Danger he sought and death pursued,
    and thus escaped the doom he wooed,
    and deeds of breathless daring wrought
    alone, of which the rumour brought 390
    new hope to many a broken man.
    They whispered “Beren,” and began
    in secret swords to whet, and soft
    by shrouded hearths at evening oft
    songs they would sing of Beren’s bow, 395
    of Dagmor his sword: how he would go
    silent to camps and slay the chief,
    or trapped in hiding past belief
    would slip away, and under night
    by mist or moon, or by the light 400
    of open day would come again.
    Of hunters hunted, slayers slain
    they sang, of Gorgol the Butcher hewn,
    of ambush in Ladros, fire in Drûn,
    of thirty in one battle dead, 405
    of wolves that yelped like curs and fled,
    yea, Sauron himself with wound in hand.
    Thus one alone filled all that land
    with fear and death for Morgoth’s folk;
    his comrades were the beech and oak 410
    who failed him not, and many things
    with fur and fell and feathered wings
    and many spirits, that in stone,
    in mountains old and wastes alone
    do dwell and wander were his friends. 415
    Yet seldom well an outlaw ends,
    and Morgoth was a king more strong
    than all the world has since in song
    recorded, and his wisdom wide
    slow and surely who him defied 420
    did hem and hedge. Thus at the last
    must Beren flee the forest fast
    and lands he loved where lay his sire
    by reeds bewailed beneath the mire.
    Beneath a heap of mossy stones 425
    now crumble those once-mighty bones,
    but Beren flees the friendless North;
    one autumn night he creeps him forth.
    The leaguer of his watchful foes
    he passes – silently he goes. 430
    No more his hidden bowstring sings,
    no more his shaven arrow wings,
    no more his hunted head doth lie
    upon the heath beneath the sky.
    The moon that looked amid the mist 435
    upon the pines, the wind that hissed
    among the feather and the fern
    found him no more. The stars that burn
    about the North with silver fire
    in frosty airs, the Burning Briar 440
    that Men did name in days long gone
    were set behind his back, and shone
    o’er land and lake and darkened hill,
    forsaken fen and mountain rill.

    His face was South from the Land of Dread, 445
    whence only evil pathways led,
    and only the feet of men most bold
    might cross the Shadowy Mountains cold.
    Their northern slopes were filled with woe,
    with evil and with mortal foe; 450
    their southern faces mounted sheer
    in rocky pinnacle and pier,
    whose roots were woven with deceit
    and washed with waters bittersweet.
    The awful mountains’ stones he stained 455
    with blood of weary feet, and gained
    only a land of ghosts and fear
    in dark ravines imprisoned sheer –
    there mighty spiders wove their webs,
    old creatures foul with birdlike nebs 460
    that span their traps in dizzy air
    and filled it with clinging black despair;
    there they lived, and the sucked bones
    lay white beneath on the dank stone.
    He found at last the southern slopes 465
    to lift again his fading hopes.
    There magic lurked in gulf and glen,
    for far away beyond the ken
    of searching eyes, unless it were
    from dizzy towers that pricked the air 470
    where only Eagles lived and cried,
    might grey and gleaming be descried
    Beleriand! Beleriand!
    the borders of the faëry land.”

    p.s. Smetto di spammare sto topic, promesso!

  54. Bel riassunto, complimenti. Beren appare come un anti-Turin, e a sua volta come prefigurazione di Aragorn. Quello che non ho capito è dove avresti intenzione di inserirti.
    Anche perché, è ovvio che questa prima parte senza la seconda, cioè le avventure di Beren e Lùthien per recuperare il Silmaril, è un po’ monca del finale (ironia involontaria).

  55. @ Ekerot
    In italiano non esiste alcuna traduzione ufficiale temo, dato che la traduzione della History of Middle-Earth non è mai stata terminata. Pare che Christopher Tolkien, dopo aver letto i primi tre libri pubblicati in italiano abbia tolto la concessione a causa dell’orrenda traduzione (lui è un linguista come il padre, e legge l’italiano). Del resto non gli si può dare torto: basta vedere cosa è stato fatto con Il Silmarillion o con Il ritorno di Beorhtnoth (per non dire altro).

  56. @ Ekerot
    bastava linkare, non c’era bisogno di ricopiare paro paro nel commentarium.

  57. WM1: scusami! cancellate pure il messaggio, magari riporto solo il link, non mi ero accorto fosse così lungo mentre lo ricopiavo nel messaggio ”-_-

    WM4: sì ho notato il deficit della traduzione. Peraltro sono 5000 versi, non pochi. Qualcuno dovrà farlo prima o poi – possibilmente bene (ricordo quelli tradotti ne “Le avventure di Tom Bombadil” e non mi piacquero per niente).
    L’idea era quella di entrare nella storia, più o meno il giorno in cui Beren lascia il tumulo dov’è sepolto il babbo, fino a quando riesce a valicare la cintura di Melian entrando nel Doriath.
    Questo sarebbe, secondo l’autore del Silmarillion, il viaggio che Beren non trovò mai la forza di raccontare tanto fu terribile.

    E’ vero, come tu dici, che manca di finale, ma se una storia simile terminasse con Beren che vede qualcun* ballare nella foresta, penso che ci si potrebbe accontentare.
    Nella versione del Lai che ho riportato sopra, dovrebbero esserci alcune parti aggiuntive, che narrano proprio del terribile viaggio. Ci darò un’occhiata questo we.
    In effetti Beren è l'”antenato” di Aragorn, tanto che il ramingo chiama Arwen quando la vede “Tinuviel”, proprio come il nostro Monco fa con Lùthien.
    Come Turin è circondato da amici fedelissimi (lì Beleg qui Finrod Felagund) che muoiono per “colpa” sua. Ma rispetto a Turin ha vinto la carta jolly di innamorarsi di Luthien, personaggio evidentemente molto caro a Tolkien, e quindi pur muorendo (con la mano mozza) riesce a tornare dagli Inferi.
    E poi, sulla tomba di JRRT c’è proprio il suo nome, quindi anche il lato umano della coppia doveva piacergli. Rispetto a Turin forse è meno “ganzo” come personaggio, più monodimensionale, ma funziona lo stesso.

  58. […] Già presente nella raccolta Albero e Foglia del 1976 (prima Rusconi, poi Bompiani), Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm è qui presentato nella traduzione originale di F. Saba Sardi (con correzioni) assieme alla traduzione della Battaglia di Maldon, la traduzione del saggio di Tom Shippey sull’opera e una prefazione del curatore Federico Guglielmi (disponibile anche sul sito della Wu Ming Foundation). […]

  59. OT?
    Ho riletto ieri in Inglese il primo capitolo de “Lo hobbit”.
    Presentazione dell’eroe, del mentore, rifiuto della chiamata, accettazione forzata della chiamata.
    Niente di nuovo.
    Ma con un’ironia ed una leggerezza straordinari. E menomale che Tolkien non sapeva scrivere.

    Oltretutto…che eroe!
    Ecco cosa dice Bilbo Baggins quando Gandalf in persona lo chiama al rapporto.
    “Adventures. Nasty disturbing uncomfortable things! Make you late for dinner!”

  60. @ Ekerot

    Figurati che quest’anno tengo il corso all’università di Pesaro proprio su Lo Hobbit! Il primo capitolo in particolare è una specie di “tema” sul nostro rapporto con la narrativa epico-avventurosa e con l’eroismo. Quanto al non saper scrivere, sì, c’è parecchio di cui ricredersi. L’esempio di narratore onnisciente de Lo Hobbit è fenomenale: un incrocio tra un gioco di scatole cinesi e un rompicapo. Chi è il narratore? Prova a pensarci…
    E’ un tizio che apparentemente scrive dal nostro presente. Solo che non è “davvero” il nostro, perché nel prologo parla degli Hobbit come se fossero una razza ai giorni nostri in via di estinzione che vive nascosta. Quindi in realtà è un tizio che vive in un presente parallelo nel continuum temporale della Terra di Mezzo. Però… però noi sappiamo che “There and Back Again” – sottotitolo del romanzo – è uno pseudolibro, cioè il memoriale del viaggio di Bilbo scritto di suo pugno in quel piano narrativo. Quindi il narratore onnisciente sarebbe una sorta di redattore/rinarratore del libro di Bilbo, moltissimo tempo dopo quegli eventi, la cui voce si sovrappone a quella del primo autore. Se a questo aggiungiamo che quel racconto – sempre nel piano narrativo della TdM – è stato tramandato da Bilbo a Frodo, poi a Sam e ai suoi discendenti, divenendo parte di un altro pseudolibro, “Il Libro Rosso dei Confini Occidentali” (Lo Hobbit + SdA + traduzioni dall’efico di Bilbo + Storia di Aragorn e Arwen + altro) tradotto da un certo professor Tolkien… beh, allora le cose si ingarbugliano ancora di più. :-)

  61. Caspita ma a Torino un bel corsettino?
    Mi garberebbe avere le dispense se esistono da qualche parte!

    Sì. Il narratore dello hobbit è assolutamente un garbuglio.
    Vive in un pianeta dove esiste il Golf, che è nato grazie agli hobbit peraltro. Lo dice in tono umoristico ma cita proprio il Golf.
    Parla di hobbit che si nascondono al nostro passare. Di uomini in carne e ossa, come se fossimo sulla Terra.
    Conosce cose di Gandalf sapute per via indiretta, quindi è vissuto non troppo lontano nel tempo, in un tempo in cui le avventure di Gandalf erano note (il Golf, leggo su wikipedia, è attestato già nel 1297).

    Sai chi potrebbe essere il misterioso narratore?
    Quella bella faccia da birbante di Tom Bombadillo…
    Tornerebbe tutto, no?

  62. @ Ekerot

    Molto più semplicemente (si fa per dire) il narratore è un tizio dei nostri giorni che traduce e rinarra con parole proprie la storia scritta da Bilbo, isolandola dal corpus del Libro Rosso che ci è stato tramandato. Verosimilmente lo fa rivolgendosi a un pubblico di bambini o ragazzini, cioè utilizzando le modalità e gli stilemi del genere favolistico (ma in realtà forzandoli tutti quanti). Le ipotesi sull’identità del narratore possono quindi essere almeno due:
    1) è un tizio che vive in un continuum temporale leggermente diverso dal nostro in cui gli Hobbit esistono o sono esistiti davvero;
    2) è uno che “crede” all’esistenza degli Hobbit e quindi racconta la vicenda come se fosse realmente accaduta.

  63. Concordo.
    Ovviamente non vi sono alcune prove, ma Bombadil ha il suo perché:

    1) è lì sulla Terra di Mezzo – ma non si sa chi sia con precisione – da eoni ed eoni, tenderei quindi a dire che è immortale;
    2) rispetto a Galadriel ed Elrond pare non sia mai dipartito da lì in cerca di Valinor;
    3) è dotato di un ottimo senso dell’umorismo (come l’autore de “Lo hobbit”);
    4) potrebbe benissimo aver recuperato da Sam o i suoi discendenti il Libro Rosso, ritraducendolo in Inglese (perché in questo suo spazio-tempo esiste il golf e si parla Inglese);
    5) qualcuno ha suggerito che Tom Bombadil fosse Tolkien;
    6) è la persona ideale per raccontare storie ai bambini;
    7) ha ascoltato, direi, parecchie cose su Gandalf…

    Sto naturalmente uscendo dal seminato e dalla “semplicità” della tua giusta deduzione, ma l’idea è stuzzicante.

  64. Bueno. Anche questa è un’ipotesi interessante. Comunque, avremo modo di riparlarne in seguito. Questo thread ormai e’ vecchiotto e direi che ha esaurito la sua spinta da un po’.
    Ma torneremo a sintonizzarci…

  65. Roger!

  66. […] è apparsa due giorni fa un’intervista a Wu Ming 4 su Tolkien e sull’uscita de Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm. Su L’Avvenire di ieri si storce un po’ il naso sullo sbiadire dell’epica in […]

  67. […] Riporto qui di seguito il commento, nel quale si fa anche riferimento all’intervista di Roberto Arduini a Wu Ming 4, in relazione all’edizione Bompiani de Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm. […]

  68. […] 31 gennaio ROMA h. 18, Libreria Feltrinelli (evento rarissimo!) via del Babuino 40 Wu Ming 4 presenta il libro di J.R.R. Tolkien Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm […]

  69. […] figlio di Beorhthelm” di Tolkien, appena pubblicato dalla casa editrice Bompiani e curato da Wu Ming 4, di cui abbiamo parlato in […]