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| NUOVE EPICHE ITALIANE (E NON SOLO) - Pag. 1 01. Giovanni Maria Bellu, L'uomo che volle essere Perón [WM1] 02. Valerio Evangelisti - Antonio Moresco, Controinsurrezioni [WM1] 03. Luigi Guarnieri, I sentieri del cielo [WM1] 04. Giovanni De Rose, Negli occhi di chi guarda [WM4] 05. Carlo Lucarelli, L'ottava vibrazione [WM1] 06. Enrico Brizzi, L'inattesa piega degli eventi [WM2] 07. Luigi Balocchi, Il diavolo custode [WM1] 08. Massimo Carlotto, Cristiani di Allah [WM1] 09. Anilda Ibrahimi, Rosso come una sposa [WM5] 10. Duka & Marco Philopat, Roma K.O. [WM5] 11. Giuseppe Genna, Hitler [WM1] 12. Letizia Muratori, La casa madre [WM5] 13. Vanni Santoni, Gli interessi in comune [WM2] 14. Monica Viola, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone [WM1] 15. Matteo De Simone, Tasca di pietra [WM2] TRADOTTI DA ALTRE LINGUE - Pag. 2 16. Stef Penney, La tenerezza dei lupi [WM4] 17. Sebastian Barry, A Long, Long Way [WM4] 18. Stephen King , Duma Key [WM1] 19. Richard Mason, Le stanze illuminate [WM4] 20. Horace McCoy, Non si uccidono così anche i cavalli? [WM1] 21. Eileen Favorite, Il bosco delle storie perdute [WM4] Questa non è né potrebbe essere una panoramica dei libri interessanti pubblicati in Italia negli ultimi mesi. Leggiamo per diletto quando abbiamo il tempo e la forza di farlo, e il criterio con cui scegliamo che libro leggere è un non-criterio, dipende dai tiramenti di culo del momento. Non segnaliamo mai un titolo solo perché si deve o perché "tutti ne parlano". D'altro canto, il fatto che non ne parliamo non significa che non valga la pena leggerlo. Semplicemente, noi non l'abbiamo (ancora?) letto. Su Nandropausa, salvo alcune eccezioni (sassolini tolti dalle scarpe o perplessità da comunicare), segnaliamo libri che ci sono piaciuti. A volte segnaliamo libri su cui abbiamo poche o molte riserve (e le esplicitiamo), ma che riteniamo comunque letture importanti. Le stroncature non ci interessano, il silenzio basta e avanza. Ancora: non abbiamo debiti da pagare né dobbiamo "tener buono" alcuno. Se tra gli autori recensiti figurano nostri amici, è perché abbiamo apprezzato i loro libri. Se il libro non ci è piaciuto o non lo abbiamo letto con la dovuta attenzione, niente recensione, nemmeno se l'autore è nostro gemello siamese. Ricorda che c'è un modo di leggere Nandropausa che non si attacca al lavoro del tuo oculista, e quel modo è su carta (meglio se riciclata). Stampa questa pagina con fiducia, per cliccare sui link c'è sempre tempo. |
![]() Eracle/Ercole indossa la pelle del leone di Nemea. La belva, figlia di Tifone ed Echidna, era invulnerabile. La sua pelle non poteva essere perforata da alcuna arma. Da tempo terrorizzava e uccideva la popolazione dell'Argolide, sbranava pecore e mucche, riempiva l'aria coi suoi ruggiti. Affrontarlo fu la prima delle dodici fatiche di Eracle. Nella lotta l'eroe perse un dito, ma alla fine riuscì a strangolare la belva, e da quel momento ne indossò la pelle come armatura. L'immagine ricalca quella realizzata da Giorgio Ferrero per Astronavi sulla preistoria di Peter Kolosimo (Sugar, Milano 1972), a sua volta ispirata a un reperto trovato a Vulci, presso Tarquinia. Eracle in pelle di leone è stato adottato come simbolo del |
Tempus regit actum. Ogni azione, ogni creazione, ogni poiesis va vista nel suo contesto d'origine. Il tempo in cui scriviamo è segnato nel profondo dalle morti dei fondatori, dei capostipiti, dei "padri" che scompaiono lasciandoci orrende gatte da pelare. Noi siamo gli eredi di illusioni già evaporate: sappiamo che lo "sviluppo" corre su un binario morto, ma non sappiamo azionare il cambio. Le parole con cui cerchiamo di definire il cambiamento sono ancora negazioni, nate prigioniere del frame avversario ("decrescita"), oppure si limitano a definirci posteri/postumi di qualcosa: post-fascisti, post-comunisti, post-postmoderni, "seconda repubblica" etc. Tempus regit actum. Il petrolio è sopra i 140 dollari al barile, e tra non molto finirà. Il mondo conosce un'emergenza-cereali. Mancano acqua e suolo fertile. Stanno finendo i metalli: pare siano rimasti rame, piombo, stagno, zinco, antimonio e cadmio soltanto per altri sessant'anni. Il capitale, insomma, sta per toccare i suoi limiti esterni. Il "postmoderno" ci ha talmente abituati a considerare tutto già detto, fatto e vissuto, che non ci rendiamo conto di quanto sia inaudito e senza precedenti questo periodo. Qualcosa di nuovo sotto il sole. Si aprono squarci nell'eterno presente del consumo e delle sue rappresentazioni. Cedono le basi materiali, strutturali, della cultura prodotta in occidente negli ultimi decenni. Cambiano le esigenze, ci mordono le urgenze, noi scrittori dobbiamo esprimere nell'arte le necessità di cambio di rotta e rinnovamento che la crisi globale ci segnala. La fine dell'età del petrolio è appena iniziata, l'intera società andrà avanti per un bel pezzo con la sola forza d'inerzia (causando danni devastanti), ma gli artisti devono attivarsi prima degli altri, e forzare l'immaginazione verso il cambiamento. Tempus regit actum. Diverse opere scritte oggi registrano la nostra condizione di postumi, e la rappresentano in allegoria, un'allegoria profonda. Molti dei libri che ho definito Non può essere una semplice coincidenza: "Il Vecchio" è morto in Manituana di Wu Ming (Sir William Johson ovvero Il Vecchio), Di tutti questi libri, Medium e L'uomo che volle essere Perón mi sembrano occupare la postazione più "avanzata", perché vanno oltre la condizione dell'essere postumi, elaborano il lutto, usano la commistione di autofiction ed epica per avviare una terapia. Immaginando storie alternative, curano i difetti del nostro sguardo di postumi e ci preparano a immaginare un futuro. In questa sede non posso fare una lettura comparata minuziosa. Basti dire che: Mi concentro ora sul libro di Bellu, una delle uscite più significative di un'annata parecchio feconda. Finora l'ho chiamato "romanzo", ma è un buon esempio di oggetto narrativo non-identificato: narrativa e saggistica, inchiesta e romanzo del Graal. L'uomo che volle essere Perón si svolge qualche anno fa, anche se il periodo preciso non viene mai esplicitato e va inferito da elementi extratestuali: il "segugio" Gabriele Casula, che compare come personaggio, non ha ancora pubblicato il suo libro L'io narrante è un giornalista cagliaritano che vive a Roma, dove lavora per un grande quotidiano (Bellu scrive su Repubblica). Il protagonista/narratore è tornato a Cagliari a seguito della morte del padre, anziano avvocato di origini barbaricine (Arasolè, paese immaginario). Questo padre è un personaggio riuscitissimo: roccioso gentiluomo dal passato fascista, reduce della seconda guerra mondiale, rimasto vedovo da giovane, talassofobico quanto il Gnaziu di Maruzza Musumeci di Camilleri... Il Vecchio riempie tutto con la propria scomparsa, tanto che al narratore, in qualunque punto del libro, è sufficiente usare un pronome maschile o un aggettivo possessivo e sappiamo subito di chi stia parlando: "volevo chiedergli" (p.53), "l'impronta delle sue spalle" (p.56), "gli avevo detto (p.118). Mentre attende ai doveri di figlio e unico erede, il narratore si imbatte nelle teorie secondo cui Juan Perón era in realtà Giovanni Piras, il ragazzo di Mamoiada che partì per il Nuovo Mondo prima della Grande Guerra e poi fece perdere le proprie tracce. Un inquietante ricordo famigliare - frase enigmatica detta dal padre nel 1973, davanti alla tv - collega (e addirittura identifica) l'elaborazione del lutto all'inchiesta su Piras/Perón. Da qui in avanti c'è un esplodere di piani temporali: Empatia con lo sconosciuto ("l'uomo con lo scalpello") che 4-5000 anni fa lavorò quel blocco di granito. Tentativo di comprendere i suoi sentimenti, le sue paure. E' precisamente ciò che intendo quando parlo di "sguardo obliquo" sul mondo, sul tempo, su quel che percepiamo come il continuum: Era quasi senza forze, ma se avesse scolpito tutti gli orizzonti possibili, nulla più avrebbe potuto sorprenderlo. Cominciò a contarli continuando a picchiare, finché lo scalpello gli cadde di mano. Allora poggiò la fronte sul granito, sentì sulla schiena l'abbraccio del sole e un'insopportabile arsura. Raggiunse carponi la fonte, affondò la faccia nella polla, bevve con le mani sul fondo e le dita strette nel muschio. (p.350) In mezzo a questo andirivieni: viaggi, depistaggi, fraintendimenti, burle, dissonanze cognitive, "brevi cenni sul mondo"... L'uomo che volle essere Perón è una delle uscite più importanti di quest'anno, che pure è prolificissimo. Giovanni Maria Bellu ha scritto una storia falsa e vera, locale e planetaria, australe e boreale, mediterranea e transatlantica, terricola e di mare, peculiare e nello spirito dei tempi. I tempi che regunt actum. I nostri tempi. E il nostro actum. [WM1] LINK Da L'Unità del 20/05/2008. Giovanni Maria Bellu presenta L'uomo che volle essere Perón a Fahrenheit, Radio 3 Conduce Marino Sinibaldi, 29/05/2008. MP3, 96k, 27:12. |
Luigi Guarnieri, I sentieri del cielo, Rizzoli, pp.326, € 19 Da narratore, il Risorgimento mi ha sempre fatto fatica. Ammantato com'è di cattiva retorica, soffocato com'è dal tedio degli anni scolastici, mi è sempre parso troppo difficile metterci le mani per cavarne qualcosa. Come fa notare Valerio Evangelisti nella sua premessa a Controinsurrezioni, persino certe opere di storiografia prodotte oggi sono ammantate di cattiva retorica, come fossero state scritte all'epoca. Il mito risorgimentale è enfatico, pesante, e appesantisce anche la sua messa in discussione. Negli anni Sessanta e Settanta una parte di cultura marxista - il cui testo di riferimento era Proletari senza rivoluzione di Renzo Del Carria - criticò duramente il Risorgimento, ne parlò come di una rivoluzione tradita e pervertita, durante la quale le classi subalterne furono illuse, tradite e represse dai loro capi (i futuri "padri della patria", Garibaldi compreso). Dopo un secolo e più di trombonate e verità ufficiali, era naturale la tendenza a "iper-compensare", e all'epoca si credevano le masse inevitabilmente "più a sinistra del partito". La questione è certamente più complessa. Solo che oggi si è "contro-ipercompensato": l'oscillare del pendolo ci ha riportati alla vecchia oleografia, e chissà che ci toccherà sentire nel 2011, centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia. Le cause sono diverse: c'è stato un "eccesso di legittima difesa" contro la retorica secessionista della Lega, e c'è una ritrovata voglia di pistolotti patriottardi, dopo anni in cui la maggioranza della popolazione sembrava immune a tale morbo. Comunque sia, il Risorgimento (e dintorni) mi ha sempre fatto una gran fatica. Poi, lentamente, diversi colleghi si sono messi al lavoro, a tentoni, cercando di mettere a fuoco, di lanciare occhiate sghembe, riuscendoci in tutto, in parte, per niente, poco importa. Importa che si stia sperimentando. Sono tutti libri usciti nel periodo 2007-2008. Anche in questo caso, come in quello della morte del "Vecchio" (cfr. Controinsurrezioni è un ircocervo: due introduzioni + un racconto di Evangelisti (titolo: "La controinsurrezione") + un "qualcosa" di Moresco, trattamento per un film che non verrà girato (titolo: "L'insurrezione"). Evangelisti segue gli spostamenti del garibaldino Giovanni Lanzoni in una Roma assediata e piena di macerie. Dopo cinque mesi di governo rivoluzionario, l'Urbe sta per essere espugnata dai francesi e riconsegnata al Papa (luglio 1849). Le vie sono cosparse di triboli, oggetti di ferro acuminati il cui scopo è fermare le cariche di cavalleria, solo che gli assediati hanno esagerato, e si fatica persino a camminare. La sconfitta è densa, fango gelido che ricopre i volti, è piena estate ma fa freddo. Nemmeno nel dittico sul Messico, grande architettura brechtiana, Evangelisti aveva conseguito un simile straniamento: la rivoluzione non ci appartiene più, è il sogno di qualcun altro, in un altro tempo. "I pochi cavalieri e i molti fanti sparirono nel buio. Più che a un'altra destinazione, parevano essere diretti a un'altra epoca, meglio pronta ad accoglierli." (pag.52). Chi invece rimane è destinato a dissolversi nel nulla, come accade a Lanzoni.
In un suo intervento sul New italian Epic intitolato |
Deserto di Hermanas, New Mexico, 12 luglio 1917. Una distesa riarsa, costellata di cactus, i binari della ferrovia che si perdono all'orizzonte in entrambe le direzioni, avvoltoi che roteano su in alto, in attesa di un lauto pasto, serpenti a sonagli che sibilano sotto i sassi. Potrebbe essere la scena iniziale di un film western. Ma non è completa. Bisogna aggiungere un migliaio di disperati che si trascinano in mezzo alla polvere e alle sterpaglie. Non hanno acqua, né cibo, sono logori e stremati. Gli uomini dello sceriffo della contea di Cochise, Arizona, li hanno prelevati all'alba nelle loro case e chiusi dentro vagoni bestiame. Li hanno deportati in mezzo al deserto e li hanno abbandonati. E' questa la scena madre del romanzo di Giovanni De Rose, Negli occhi di chi guarda, ed è anche un fatto storico, uno di quegli "scivoloni" che costellano la storia americana con tale frequenza da diventarne pilastri, spesso e volentieri rimossi dalla retorica a stelle e strisce. Di sicuro è un Far West molto diverso da quello che ci hanno raccontato i grandi registi di Hollywood. Sì, perché quei mille deportati (1186, per la precisione) non sono indomiti Apaches, né prigionieri di guerra. Sono – erano – 229 messicani, 167 statunitensi, 80 serbi, 70 finlandesi, 67 irlandesi, 40 austriaci, 32 inglesi, 8 italiani, e poi montenegrini, canadesi, croati, olandesi, russi, spagnoli, fino a raggiungere 35 diverse nazionalità. C'è un pezzo di mondo globalizzato, quel giorno torrido d'estate, nel deserto del New Mexico. Ci sono i lavoratori emigrati in America da ogni continente, disposti a essere pagati meno dei colleghi americani, a ricoprire le mansioni più umili, più rischiose, nel ventre della terra, in fondo alle miniere d'argento e di rame. Il rame che serve per la guerra, lontano, in Europa, dove gli Stati Uniti combattono al fianco dell'Intesa. Ma può capitare, ed è capitato, che i sindacalisti itineranti dei primi anni del secolo, i Wobblies, gli agit prop dell'IWW, riescano a raccontare a quei poveracci una storia diversa, a far filtrare l'idea che può esistere un eguale diritto per tutti, che l'unione di classe fa la forza ed è un'arma importante. Ecco chi sono quei 1186 uomini che stanno morendo di sete nel deserto di Hermanas. Scioperanti. Operai delle miniere di Bisbee, Arizona, capaci di bloccare i profitti di una grande impresa mineraria e rivendicarne una piccola parte per se stessi, sotto forma di paga migliore, maggiori misure di sicurezza, turni meno massacranti. Chiedevano questo e avevano talmente ragione che c'è voluta la forza per spegnere le loro voci. Adesso possono blaterare quanto vogliono... agli scorpioni e ai serpenti. Ma la storia comincia molto tempo prima e molto lontano da lì. Per l'esattezza in un paesino della Calabria, tra le montagne e il mare. Perché questa è la storia di Iennaro, che ebbe "due madri, tre nomi e quattro padri", a cui un giorno chiesero se credesse nella poesia e dovette andare fino in America per trovare la risposta. Una risposta già implicita nelle pagine del romanzo, di una densità poetica rara per un esordio letterario (perché di questo si tratta), ma anche spia luminosa per il lettore: questo non è solo un romanzo di fatti e cronache trasposti in narrativa, non è un romanzo storico classicamente inteso. Bisogna stare attenti a non fidarsi troppo della memoria del vecchio Iennaro che, ottantenne, ci racconta la sua storia dal punto d'arrivo, che poi è lo stesso punto di partenza. La poesia è, appunto, negli occhi di chi guarda, cioè nel legame immateriale tra chi racconta e chi ascolta. La poesia accosta cose inaccostabili, vive di paradossi e di magia. Ecco, questo è un romanzo che ha più a che fare con il realismo magico che con i manuali di storia. Eppure illustra un'epopea di carne e sudore, concreta come la puzza di corpi ammassati, come la fatica. Perché questo è stata l'emigrazione verso l'America, e questo è ancora l'emigrazione verso quell'America che è oggi l'Europa per molti disperati nel mondo. Allora, nei primi anni del Novecento, erano i nostri bisnonni a gettare il cuore oltreatlantico, rischiando tutto. I ruoli cambiano, ma le storie sono le stesse. Impossibile non leggere questa avvicente odissea dei pezzenti senza avvertire la sua immediata attualità. E' lenta la maturazione della partenza da un mondo piccolo e arcaico, cattolico e pagano al tempo stesso, caldo come l'utero materno, da cui però presto o tardi bisogna uscire. Almeno questa è la pulsione di Iennaro, spinto dalla propria voglia di vedere altro, ma anche dall'incontro con un padre putativo capace di capirlo e incoraggiarlo. Il viaggio è impresa, avventura, sofferenza, stipati come bestie nell'imbuto di Ellis Island, l'Isola delle Lacrime, dove le speranze di molti si infrangono ancora prima dell'approdo nel Nuovo Mondo. Devi essere sano, devi essere giovane e forte, devi poter lavorare. Altrimenti non servi, quindi non passi. Tuffarsi nelle acque gelide davanti a New York, cercare di attraversare da clandestini il braccio di mare che separa dalla terraferma, è il gesto disperato di pochi che non avranno fortuna. Il paese che Iennaro troverà oltre oceano è fatto di molti paesi, molti angoli di mondo, una terra frazionata dalle diverse genti che arrivano in America con le proprie vite, credenze, superstizioni. L'America è ancora lontana, forse solo un'idea, uno scatolone vuoto da riempire con tutti i colori della terra. Ecco perché Iennaro, diventato Jimmy, dovrà andare a verificarla di persona la vastità di quell'ipotesi, il sogno del Grande Paese, spingendosi a ovest, come i pionieri prima di lui. Il suo viaggio decennale gli farà incrociare la strada di alcuni personaggi epocali, come il gangster John Dillinger e gli uomini della sua banda, in un'ucronia talmente plausibile da passare inosservata fino alla fine, quando sopraggiunge l'illuminazione che la vicenda narrata non è altro che un poema. La canzone di un migrante che ha voluto vedere con i propri occhi e trovare la poesia a tutti i costi, la felicità oltre la sofferenza. "E dove non c'ero riuscito speravo che rimediassero gli anni. Il tempo, infatti, può avvolgere in un velo di sentimento ogni cosa, e può renderla migliore". E' così, con l'istinto del cantastorie, che il vecchio Iennaro romanza la propria biografia, popolandola di leggendari banditi e cowboy; ladri gentiluomini, più generosi di qualsiasi persona dabbene; grandiose puttane discendenti di Kit Carson; cavalcate nel deserto; tesori nascosti; perfino un grande libero amore, capace di stagliarsi oltre ogni pregiudizio. E' questa l'America che Iennaro ha voluto riportarsi a casa, il sogno rocambolesco da far sopravvivere oltre la più crudele sconfitta, concretizzatasi all'alba di un giorno di luglio, quando è stato caricato a forza su un treno insieme ai compagni di lotta. Proprio come in una favola western, alla fine arrivano i "nostri". Il XII° Cavalleggeri dell'esercito americano giunge a salvare i minatori di Bisbee. Ma quella che viene offerta è ancora una salvezza parziale, condizionata dalla scelta tra essere espulsi o guadagnarsi il permesso di soggiorno fornendo carne da cannone per le guerra in Europa. Un'opzione valida ancora oggi per molti che aspirano alla Carta Verde, e che per Iennaro segna comunque la via del ritorno. Ritorno a un vecchio continente sconvolto da un conflitto sanguinoso, decimato dalla guerra e dalle epidemie. Un ritorno che agli occhi caparbiamente eroici, poetici, del protagonista esige di diventare lieto fine, in barba alla cronologia, forse anche alla plausibilità. "Ero partito per cercare una risposta, e cercandola avevo anche imparato che bisognava inseguire la felicità; e io l'avevo fatto e qualche volta mi era capitato di raggiungerla, e di camminare al suo fianco." E' quello che in fondo tutti speriamo e che suona come un augurio, fatto sull'ultimo miglio, a coloro che proseguiranno il viaggio. [WM4] LINK |
Quand'ero bambino, trent'anni fa, c'erano ancora anziane signore di nome "Adua". Nel 1896 i loro padri avevano combattuto la più celebre battaglia del colonialismo italiano, subendo una sconfitta apocalittica, proverbiale, da parte di un'immensa orda di "selvaggi": l'esercito del Negus abissino Menelik II. Ciascuno di quei padri aveva lasciato in Africa un'intima parte di sé (talvolta in senso letterale); esser tornati in Italia, vivi e in grado di procreare, era già una bella vittoria. Le loro figlie erano prove viventi del ritorno dagli inferi. Adua fu un preludio a eventi-chiave del Novecento quali la rotta di Caporetto, la battaglia di El Alamein e la presa di Dien Bien Phu (primo atto della fine dei colonialismi europei). Oggi è un fatto storico studiato a scuola distrattamente, familiare solo ai patiti di storia militare, eppure l'eco di quel disastro continua a farsi sentire. Per dirla con un personaggio de L'Ottava vibrazione, lungamente atteso romanzo di Carlo Lucarelli: "credevamo di imporci a quattro beduini da comprare con le perline e invece siamo andati a rompere i coglioni all'unica grande potenza africana... Ci siamo andati impreparati, fidando nella nostra fortuna, nell'arte di arrangiarsi e nella nostra bella faccia. Lo abbiamo fatto... perché il presidente del Consiglio deve far dimenticare scandali bancari e agitazioni di piazza. Ma perché le facciamo sempre così, le cose, noi italiani?". Qualunque riferimento a eventi più prossimi è, ça va sans dire, del tutto casuale. Lucarelli torna al respiro del romanzo dopo quasi un decennio di digressioni multimediali, e lo fa mettendosi in gioco, cimentandosi in un'opera grande e complessa, libro che "scarta" rispetto alla sua produzione giallistica, tanto che i fan più indolenti potrebbero aversene a male, manifestare rigetto per una mossa che non li rassicura in alcun modo, non va incontro a nessuna delle loro aspettative. Ciò vale a Lucarelli un primo encomio. L'Ottava vibrazione si svolge a Massaua e dintorni, nei mesi precedenti il disastro di Adua. L'Eritrea è colonia italiana da appena dieci anni, e nella città costiera si muovono soldati, spie, funzionari intrallazzoni, fattucchiere, puttane, uomini d'affari brianzoli, giornalisti embedded e - forse - un assassino di bambini. Diverse sottotrame scivolano l'una accanto all'altra senza mai intrecciarsi davvero; ciascuna va incontro al proprio climax (o intenzionale anticlimax), e molti dei personaggi del libro non arriveranno mai a conoscersi. Le vicende individuali hanno luogo in un tempo sospeso, stagnante; l'afa rallenta ogni movimento, ventole appese ai soffitti rimestano l'aria senza portare refrigerio ed è diffusa l'impressione che le cose "succedano sempre da un'altra parte". Saranno le picche degli Etiopi a bucare il palloncino. Tematica e ambientazione valgono a Lucarelli il secondo encomio: è importante fare i conti con la cattiva coscienza d'Italia, tornare a occuparsi delle "nostre" guerre coloniali, di quel che abbiamo fatto in Libia e nel Corno d'Africa in un cinquantennio di aggressioni, angherie, massacri. E' una delle grandi rimozioni di questo paese, sgabuzzino chiuso a chiave nel pericolante edificio della memoria pubblica. Ogni volta che la ricostruzione di quegli eventi esce dall'ambito specialistico (quello di storici come Angelo Del Boca), la censura interviene a infrangere lo specchio, affinché gli "Italiani brava gente" non possano vedersi per quel che sono. In Italia non sono arrivati nelle sale film come Il leone del deserto (sulla resistenza anti-italiana in Libia), né la RAI ha mai trasmesso sul segnale terrestre - pur avendolo acquistato - il documentario inglese Fascist Legacy (sui crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani). L'ignoranza sul nostro passato coloniale spiega molte cose dell'oggi, compresa la leggerezza con cui ci accodiamo a qualunque sfilata in tuta mimetica, impegnando forze armate in dubbie missioni "di pace". Ci infiliamo in un ginepraio dopo l'altro senza averne la minima cognizione, convinti di aver sempre ragione noi, e quando - come c'era da attendersi - viene ucciso un nostro soldato, siamo capaci soltanto di vittimismo e melensaggini, straparliamo di "eroi", e ve lo facciamo vedere noi come muore un italiano. Senonché un italiano muore esattamente come chiunque altro: il cuore si ferma, il corpo marcisce e i vermi mangiano. Tutti i romanzi, anche quelli storici, parlano di adesso, l'adesso in cui il lettore li affronta. Ne L'Ottava vibrazione Lucarelli non si adagia su allegorie troppo facili, corrispondenze dirette tra passato e presente, ma i riverberi con l'oggi non mancano. Ad esempio, è un caso che si salvino dal carnaio solo i personaggi che hanno sposato il meticciato e si pongono oltre gli antagonismi tra culture e civiltà? No, certo che no. Ancora: la classe dirigente che aggredì l'Africa era la stessa che aveva fatto il Risorgimento. Il presidente del consiglio Francesco Crispi era un garibaldino, reduce della spedizione dei Mille. Le aggressioni imperialistiche dei nostri giorni (dai Balcani all'Iraq passando per l'Afghanistan) le scatena una classe dirigente transnazionale, formata da baby boomers che hanno fatto il '68. Riflettere su tale parallelismo ci allontanerebbe troppo dal libro, e questa è pur sempre una recensione, per cui fermiamoci qui. Il terzo encomio Lucarelli se lo guadagna per il coraggio stilistico e strutturale. Non tutte le soluzioni convincono pienamente, ma è indubbio lo sforzo di usare una lingua non banale. Per prima cosa, c'è uno slittamento continuo dei tempi verbali, dal presente al passato remoto e viceversa, anche all'interno della stessa frase. Sulle prime la scelta confonde, appare arbitraria, ma proseguendo nella lettura ci si abitua e si coglie il senso: il passaggio al presente avvicina la scena, scuote il lettore, lo costringe a rimettere a fuoco. E' una secchiata d'acqua fredda in piena faccia. L'autore vi ricorre un po' troppo spesso, ma è un peccato veniale. C'è anche lo stratagemma narrativo opposto: la presa di distanza. Lucarelli alterna ai capitoli di narrazione testi non numerati, descrizioni minuziose di fotografie d'epoca. Tutto si ferma e arretra nel tempo, diviene reperto, si "storicizza". Da notare anche il tentativo non soltanto di rendere la pluralità linguistica con frasi in diverse lingue e dialetti (tigrino, arabo, francese, veneto, toscano, umbro, romagnolo, milanese), ma anche di comprendere aspetti dei rapporti tra lingue e culture. I personaggi si interrogano più volte sulla traducibilità di una parola, su corrispettivi e sinonimi, su come si esprima il medesimo concetto in due lingue lontane tra loro. Ad esempio, il fatto che in tigrino non si trovi un esatto corrispettivo di "frocio" (o "checca", "finocchio", "ricchione", "culattone") aggrava la crisi d'identità di un personaggio che, scoprendosi omosessuale, deve ricorrere a un altro idioma (l'arabo) per deprecarsi in modo più incisivo. Lucarelli è un narratore molto abile nel cosiddetto foreshadowing, l'anticipazione (esplicita o implicita) di sviluppi del plot. Una fugace considerazione sul deserto ("nel deserto i rumori e gli odori non sono inutili, se ci sono è per un motivo concreto, unico ed essenziale") descrive con molti capitoli di anticipo l'inizio della scena madre. Sarà un odore percepito all'improvviso ad annunciare l'onda umana portatrice di morte. Ed è pure questa una prefigurazione: nella prima guerra mondiale gli odori uccideranno, coi bombardamenti di iprite e fosgene. E come dimenticare che, quarant'anni dopo Adua, l'iprite verrà usata proprio in Abissinia dagli invasori italiani?Un quarto encomio l'autore lo merita per non aver indugiato lungo la discesa verso il puro raccapriccio, ed essersi fiondato giù. Le parti horror del romanzo sono davvero ripugnanti, e l'ematomania di un personaggio - che avrà un ruolo significativo nel corso degli eventi - non stona affatto nel contesto di una guerra coloniale. Alla base dell'imperialismo non c'è sempre il razzismo, cioè un "feticismo del sangue"? Qualcuno giudicherà queste pagine eccessive, ma Lucarelli segue con orgoglio la linea tracciata da Stephen King: "Riconosco nel terrore l'emozione più pura, quindi cercherò di terrorizzare il lettore, ma se non riuscirò a terrorizzarlo, allora cercherò di suscitargli orrore, e se non riuscirò a suscitargli orrore, allora gli susciterò ribrezzo. Non sono uno che si fa problemi." Il quinto e ultimo encomio va alla capacità - che non immaginavo in Lucarelli - di scrivere pagine di intenso erotismo, anzi, di molteplici erotismi. Si va dalla sensualità torbida, cospirativa e prettamente noire (l'ispirazione è chiaramente il James M. Cain de La fiamma del peccato e Il postino suona sempre due volte) all'arrapamento terragno e disperato dell'amplesso tra il milite Sciortino e la contadina vedova "Sebeticca", passando per tutte le sfumature tra queste due polarità. Ci sono molti motivi per leggere questo libro, ma il principale è che si tratta del "secondo esordio" di un veterano che ricomincia da capo, e non si può dire che capiti spesso. E' un'opera importante, un romanzo scritto con umiltà e ambizione, un lavoro che va difeso dalle critiche degli accidiosi. "Coraggio, per la madonna!", urla alla truppa il sergente De Zigno mentre già accade l'irreparabile. Coraggio, è tutto lì. E' ciò che vogliamo dagli scrittori. Anche e soprattutto da quelli affermati. [WM1] [Apparso su L'Unità dell'1 aprile 2008] LINK |
- E' soltanto un caso. Una coincidenza fortuita. - Se non è un caso, allora si sono messi d'accordo. E' una trovata commerciale, un modo per vendere di più e scalare le classifiche. Certo non sono questi i primi narratori italiani a misurarsi con il nostro passato coloniale. Tempo di Uccidere di Ennio Flaiano, premio Strega 1947, è ambientato durante la campagna d'Etiopia del 1936 (e di sicuro non è un caso se tanto Lucarelli che Ghermandi gli rendono espliciti omaggi). Andrea Pazienza ha raccontato in Aficionados (1981) le esperienze militari di Francesco Stella nel deserto africano, con una parabola molto simile a quella di Sciortino ne L'ottava vibrazione. |
- Era un bandito buono? - Era un buon bandito. G.M. Bellu, L'uomo che volle essere Perón, p. 118 Lo stupore che ho provato sulle pagine del libro - che ho bevuto attraversando la regione in cui si svolge, dentro un interregionale - era uguale allo stupore che s'espande nella testa quando trovi una conferma, una sferica conferma alla vaga sensazione che rimugini da tempo. Detto meglio, almeno spero: non sorprende che in Italia, in Italia in questi anni, un autore pensi e scriva proprio un libro come questo, con 'sta lingua e 'sto respiro di collina e di foresta, e il suo epico passare dal paesino all'universo. Stop. Cambio ritmo. Mi ha stupito non l'impresa, ma il fatto che non sia isolata. Colpisce che diversi autori italiani la stiano tentando, ciascuno a modo suo, anche all'insaputa l'uno dell'altro. Ritorno del rimosso, epica della rivolta singolare e collettiva, vicende esemplari, la parte "sbagliata" della storia patria... S'intende: nessun altro autore scrive come Balocchi. Nisùn, e lo spiegherò. Ma 'sto libro c'ha dei fratelli e delle sorelle (*). Il diavolo custode al cunta l'epopea dal bel Santéin, al bandì libertari Sante Pollastro (1899-1978), nat e carsù a Novi Ligure, un paisìn ad quatar strad e "la quinta ti porta in gabbia". E a m'arcmand, al's ciama Sante Pollastro, brisa "Pollastro Sante", parché "i carabinièe, le guardie... quelli sì che dicono prima il cognome. Ma mi, mi no. Sono Sante Pollastro. Del fu Vincenzo". Sante Pulàstar. Amìg dal ciclista Costante Girardengo (a ghè infin 'na canzon ad De Gregori) e incora più amìg dal poeta anarchic Renzo Novatore (1890-1922). Sante al j'era al spauràz di fasista e di carabinier, eròe legendàri "cazzo in resta e colpo in canna". I l'a arestà a Parigi in t'al '27 e i l'a cundanà a l'ergàstul, po i ga dà la grazia in t'al '59. L'e mort in t'la so Novi quìndas dì prima che a Roma i sequestréss Aldo Moro. J'era ormai àltar temp, a 'ndava ad moda un àltar tip ad latitanza e lota clandestina, men rumàntica e più trista, par zunta gunfiada dai giurnai e dala television invenzi che tgnuda sota silenzi com ch'a suzdeva con la zensùra dal Ventennio - zensùra che però l'an puteva brisa farmar l'epos, il stori da ustarié, il canzon... "Mica bisogno del giornale per conoscere l'avventura del Santéin. Basta il vento, giuro. Per carpire l'essenziale." Soquant dì prima ad murir, Sante Pulàstar l'è santà in t'un bar. A s'avsina un ragazòl che al l'à sintì numinar e al la vol tgnòsar. I scambia poc paròl, po al ragazòl al saluta e via che al va. Trent'an dop, cal ragazòl - Luigi Balocchi - l'ha scrit Il diavolo custode. "Sante Pollastro l'hòo cognosùu quand oramai l'era vecc, anzi poco prima che morisse.", al dis al scritor in E com c'al l'a scrita! Il diavolo custode l'è un rumanz scrit in vers apèna apèna mascarà da prosa. L'è una direzion ch' j'a ciapà anch di àltar, ma Balocch l'è al più riguròs e al più cunvint, e l'è l'unic ch'al drova i vers pari (**), i otonàri tipo Corriere dei piccoli ("Qui comincia l'avventura / del signor "Serra il ghigno il bel Santéin. Tace il fiato. Si fa sera. Già che il treno è ormai passato. E ti restano i lampioni. Quegli stessi che han rubato [cambi] prepotenti il perdono delle stelle."Dil volt, invenzi, Balocchi al scala la marcia eliminand 'na silaba e pasand dal'otonàri al setenàri: "Brutto effetto i calci in culo raccattati da bambino [cambi] donati a profusione dal padre alcolizzato." Ot-ot-sèt-sèt. Insoma, l'è un rumanz "a alta vos", da rezitar in public. E infati: scultè.*** Luigi Balocchi è un cultore dei dialetti lombardi, ha tradotto l'Ecclesiaste in abbiatese, organizza corsi e letture pubbliche. Qui adotta un italiano accordato su un dialetto di frontiera, tra Piemonte e Liguria, già un po' Emilia e Lombardia. Quello che avete letto sopra è il mio dialetto nativo, il ferrarese, adattato al discorso con qualche piccola forzatura****. Mi piacerebbe parlarlo più spesso, tenermi in allenamento, ma vivo in un'altra città. In generale, mi incuriosiscono e intrigano tutti i dialetti gallo-italici (piemontesi, liguri, lombardi, emiliani, romagnoli). Anzi, mi incuriosiscono e intrigano tutti i dialetti e le lingue minoritarie della Penisola. Mi affascinano i substrati, le placche tettoniche che scorrono là sotto e smuovono l'italiano nazionale, ne agitano il lessico, ne riempiono di umori la sintassi. All'improvviso, termini locali diventano lingua nazionale, altri invece si inabissano e un giorno torneranno in superficie. L'italiano parlato è una lingua recente, è ancora "sgangherato" da spinte centrifughe, per questo è una delle lingue europee con più sinonimi, nonché quella col turpiloquio più variegato. Nelle città le nuove generazioni vanno perdendo il dialetto, eppure l'influenza di quest'ultimo - la guerriglia, mi viene da dire - prosegue, invisibile, a forzare l'italiano, a scuoterlo, a impedirgli di rallentare, omologarsi, impoverirsi. Da alcuni anni è in corso una nuova offensiva vernacolare. Si va dal fenomeno Camilleri in cima alle classifiche a romanzi come Il diavolo custode, dall'hip-hop in vernacolo alle canzoni di Van De Sfroos, fino al riconoscimento del compianto Raffaello Baldini come uno dei più grandi poeti del Novecento. E ci metterei pure il Nobel a Dario Fo, fosse solo per far ri-incazzare qualcuno. A volte, è vero, si rischiano operazioni "a freddo", che tinteggiano di finto-plebeo una lingua letteratesca e "artificiosamente spigliata". A volte, invece, si ricalca nell'italiano un dialetto impoverito al di là di ogni speranza, pallido riflesso di quel che era. Accade sovente col "romanaccio", usato e rappresentato fino all'eccesso, al logorìo, nei film, nelle ficscion, nelle sitte-comme. [Proprio a partire da questo logorìo, da questo eccesso di rappresentazione, sembra lavorare un autore come Walter Siti, di cui avremo modo di parlare.] Spesso, però, si fanno esperimenti che mettono in gioco l'antico, e cercano di sposare tradizione e innovazione. Lo so, c'è un "elefante in salotto". Il leghismo. La retorica della Lega prevede il ricorso ai dialetti per "buttarla in vacca" e soffiare di mantice sulle braci del "loro-contro-noi", ma appunto, è un ricorso banalizzante e sguaiato, rancoroso e ipoventilato, chiuso al divenire. Alla base c'è un'idea del territorio come "suolo e sangue". E' un uso del dialetto centripeto, non centrifugo. Ci si rannicchia - in provincia - nel mito del villaggio chiuso su se stesso per non affrontare le trasformazioni del mondo, oppure si adotta - in metropoli - una "posa" fatta di smargiassate e due parole ogni tanto: "te capì?", "foeura di ball!", "mai mulà!" e poco altro. E' un errore schiacciare i dialetti gallo-italici (ma pure quelli veneti) sull'uso pietoso che ne fa o finge di farne la Lega. Il dialetto, e in questo caso quel dialetto ("la parlata d'ogni campanile sparso tra l'Alpi e il Po"), è anche la lingua delle storie ribelli, storie di rivoluzionari, anarchici, banditi, operai in sciopero, braccianti che occupavano le terre, gente che lottava per la dignità (e non per il "decoro", Di fronte a un italiano usato per "offrire al comando l'indiscussa, sua perpetua autorità" (lingua che soltanto il maresciallo trovava necessario parlare), il dialetto era "sentimento in contraltare al rigido ceffo del potere sbrodolante divise medagliate". Di quell'attitudine qualcosa rimane, là sotto, e a volte riemerge. Riemerge, come accade in questo libro, felice caso di piena coincidenza tra il come e il cosa. In tempi di canea securitaria, di vandea, di vuota retorica anti-crimine agitata da una classe politica criminale che riproduce modelli criminogeni, l'immaginario collettivo sogna i ribelli, sogna i pirati, sogna un ritorno dei banditi sociali, un "darsi alla macchia" per tirare il fiato, fuori dal recinto della società del controllo. Piena coincidenza tra il chi e il come: il bandito è la metafora perfetta, è il dialetto che non si arrende, va nel bosco e tende agguati ai convogli della lingua "maggiore". Un italiano perturbato, messo in crisi tanto dalla guerriglia dei suoi substrati quanto dalle ibridazioni con le lingue dei migranti, sarà uno dei terreni di scontro fatidici negli anni a venire. [WM1] * L'ennesima "coincidenza" segnalata in questo numero di Nandropausa: Il diavolo custode, oltre ad avere un titolo simile, si svolge più o meno negli stessi luoghi, anni e ambienti narrati in un altro romanzo appena uscito, Al Diavul di Alessandro Bertante (Marsilio, pp. 245, €17). In questa sede non riesco a occuparmene, ma è interessante che, per pura "sincronicità" e all'insaputa l'uno dell'altro, due autori convergano in questo modo. S'intende che i due libri raccontano storie diverse con lingue molto diverse, ma si ha l'impressione che in ogni momento i personaggi possano "sconfinare" e incrociarsi. ** In realtà no, li usa anche Babsi Jones in *** Luigi Balocchi legge le prime pagine de Il diavolo custode durante la presentazione al circolo ARCI "La Scighera", Milano, 29 gennaio 2008. Mp3 a 96k, 4:15. **** Ad esempio, la parola zensùra l'ho "ricostruita". Non sono sicuro che trovi riscontri nel parlato di oggi; per quel che ne so, anche in dialetto si usa la parola italiana "censura" (e il verbo derivato "censurar"), ma sono risalito all'etimologia latina, al verbo censeo ("valutare, stimare"). Da lì deriva anche la parola italiana "censo", che secondo il Vocabolario Ferrarese-Italiano di Luigi Ferri (1889) si traduce con "zzèns". Dunque "zzensùra" è un termine plausibile. Oggi è caduto in disuso il ricorso alle doppie per rendere la pronuncia dura di una consonante, e quindi: "zensùra". Chi ha avuto difficoltà, può seguire la parte in ferrarese ascoltando l'mp3 (2'15") Note preliminari. Il mio dialetto è quello del Basso Ferrarese, più aspro e duro del vernacolo parlato nel capoluogo di provincia. Alle nostre orecchie, quest'ultimo suona più "italiano" e gentile. Nel Basso Ferrarese è comune l'elisione di alcuni fonemi. La "v" posta tra due vocali, se già a Ferrara è a pronuncia tenue, più a est diventa muta: "lavurar" (lavorare) diventa "laurar"; "nùval" (nuvoloso) diventa "nùal" ; "diàvul" (diavolo) diventa "diàul" etc. In certi casi la "v" è elisa anche a inizio di parola: in dialetto i paesi di Voghiera e Voghenza si chiamano "Ughiera" e "Ughenza". E' inoltre frequentissima la crasi: si noti che dove è scritto "e ad" ho pronunciato "ed", dove è scritto "l'è un" ho pronunciato "lèn" etc. |
€ 19,50 con allegato cd, € 12,50 senza cd Riparto da un'osservazione fatta recensendo L'ottava vibrazione di Lucarelli: |
Non necessariamente tutto ciò che succede nella vita deve significare qualcosa. Succede e basta… Nascere, crescere, espatriare….nel comunismo o nel capitalismo la cosa più importante è essere pronto ai cambiamenti. Questa è la dialettica della vita e magari crescendo in un sistema comunista dove la "bibbia" è il materialismo dialettico, per me è stato facile adattarsi ai cambiamenti senza grandi fatiche. Con questa intendo i cambiamenti nel modo di vivere e pensare che forse più che il regime in quale cresci, riguardano l'apertura mentale della persona. … essendo un'artista cerco di stare sempre lontano da tutto ciò che fa parte alla politica. Però, cerco soltanto perché è quasi impossibile come è impossibile che io cancelli tutto ciò che ho vissuto durante il comunismo. Allora porto con me le cose in cui credo veramente... I valori sono sempre valori anche se vengono portati dal "comunismo". Anilda Ibrahimi, da un''intervista rilasciata al sito Le prime pagine della prova d'esordio di Anilda Ibrahimi, albanese, nata nel 1972, trasportano in un universo arcaico, lontano, un mondo di montagne, cieli vertiginosi, ponti di pietra su torrenti impetuosi, uomini e animali dentro cicli immutabili, un mondo patriarcale, retto da leggi non scritte, da consuetudini e modi che sembrano inattaccabili. Eppure la storia non manca di toccare Kaltra, villaggio nel sud dell'Albania, che si chiama come il colore del cielo, o dell'acqua di sorgente. Dai tempi di re Zog I alla comparsa degli italiani, ai tedeschi, alla lotta di resistenza e all'avvento del comunismo: si tratta, né più né meno, di una saga familiare, quattro generazioni a passarsi il testimone, annodate dalla figura della matriarca, Meliha, e da Saba, madre dell'io narrante della seconda parte, quella che avvicina ai giorni nostri e alle tematiche della storia recente che legano Albania e Italia. |
Il sindaco V. vuole sgomberare i seimila abitanti di Corviale, che ha subito danni strutturali, in una tendopoli a Cinecittà, proprio di fianco a un grande centro commerciale. Non è il migliore dei piani. Scoppia la rivolta, come c'era da aspettarsi. Black Bloc e donne velate, hippoppettari e massaie corvialine, riot grrrls fuori tempo massimo, rasta, coatti di quartiere, compagni. Partono cinque giorni deliranti. Ricordo la frustrazione adolescenziale dello specchiarsi nelle vetrine e vedere che non si è vestiti nel modo giusto, che non lo si può essere. Infiniti episodi di violenza urbana hanno la radice in questo fondo emotivo. Merci attraverso vetrine, imprendibili, oggetti che consentirebbero una forma momentanea di riscatto. Protesi contro l'impotenza, palliativi contro il disagio, effetto placebo sociale: la chiave del grottesco, dello smisurato, del deforme, se giocata con misura, sembra essere uno dei modi più efficaci per raccontare la quotidianità di questo paese, in questo momento storico, purché venga espunta ogni tendenza dolciastra, felliniana nel senso deteriore del termine, e purché si presti una cura iperrealista alla descrizione di volti, oggetti, contesti, parole, modi. In altre parole, non occorrono giochi di specchi per scoprire la deformità nella vita di tutti i giorni. Basta essere moderatamente lucidi e attenti. La deformità del paese, in più, non si è prodotta ora. E' risultato degli ultimi venticinque anni di storia. In questo romanzo, davvero, manca solo la giraffa che si suicida buttandosi dalla finestra di un edificio in fiamme. Eppure qui c'è il quotidiano, qui ci siamo noi come comunità, di fronte a una impasse storica che chi è nato e vissuto in un quartiere di periferia, come me, può interpretare come invito alla rivolta, anche senza futuro, purché divertente. Del resto anche l'edificio-simbolo da cui parte la vicenda del romanz |