Nandropausa # 5 - libri letti e consigliati da Wu Ming - 3 dicembre 2003

0. Preambolo
1.. Andrea Camilleri, La presa di Macallè (WM1, WM5, WM2)
2. Valerio Evangelisti, Antracite (WM4, WM1)
3. Iceberg Slim, Trick Baby (WM1, WM2, WM5)
4. Cesare Battisti, Avenida Revolución (WM1)
5. Charles Willeford, Miami Blues (WM1)
6. Tim McLoughlin, Via da Brooklyn (WM2)
7. Claudio Dionesalvi, Mammagialla (WM1)
8. Eddie Campbell, L'immortalità non è per sempre e Gli dèi del business (WM2)
9. Il caso Avoledo (WM1, WM2)
10. Il ripescaggio: Speculum Life di Oscar Marchisio (WM2)
11. "La stanza mnemonica". Un nuovo progetto di narrativa open-source


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Ecco il nuovo numero di Nandropausa, la newsletter semestrale dedicata ai nostri consigli di lettura. Ci sembra che la qualità di Nandropausa (e dell'interazione tra noi e i giapsters) stia crescendo di numero in numero: se prima era una sorta di supplemento a Giap, oggi ha una vita autonoma. E' a tutti gli effetti la nostra seconda newsletter.
Confezionare questo #5 è stato impegnativo, ma crediamo sia valsa la pena dedicarvi tempo ed energie. Come al solito, alcune avvertenze: non si tratta in alcun modo di una panoramica esaustiva su quanto di interessante è stato pubblicato in Italia negli ultimi sei mesi. Siamo cinque esseri umani che leggono per diletto quando hanno il tempo e la forza di farlo, e il criterio con cui scegliamo quale libro leggere è un non-criterio, dipende dai tiramenti di culo del momento.
Su Nandropausa, salvo alcune eccezioni (sassolini tolti dalle scarpe o perplessità da comunicare), segnaliamo libri che ci sono piaciuti davvero. Non abbiamo debiti da pagare, non dobbiamo tenere buono nessuno.
Su Nandropausa recensiamo solo narrativa, al massimo biografie (se hanno un taglio narrativo).
Non siamo critici letterari (absit iniuria verbis) né intendiamo diventarlo.
Con l'eccezione della categoria "Il ripescaggio", recensiamo solo libri in catalogo e non introvabili. Capita che alcune delle migliori uscite di narrativa siano pubblicazioni da "toccata e fuga" in edicola, come Urania o Il giallo Mondadori. Per questo numero ci sarebbe piaciuto segnalare Il mestiere dell'avvoltoio di Robert A. Heinlein e La salvezza di Aka, della grandissima Ursula K. Le Guin (uno dei migliori scrittori viventi), rispettivamente nn. 1471 (30/07/2003) e 1474 (10/09/2003). Ma che senso avrebbe avuto, visto che Urania resta in libreria due-tre settimane poi scompare? Se li trovate su qualche bancarella, fidatevi di noi e comprateli a scatola chiusa.
Questo #5 contiene diverse novità:
prima di tutto è disponibile anche in una versione printer-friendly da scaricare (formato pdf), che però è priva di link;
in secundis, cercheremo di aiutare i piccoli editori a superare lo scoglio della distribuzione incentivandovi a comprare i libri sui loro siti;
infine, lanciamo un nuovo progetto di scrittura collettiva aperta, di cui al punto 11.
Che altro dire? Ah, sì. Ricordatevi che all'inizio di febbraio spediamo Nandropausa #5bis, coi vostri commenti sui libri che consigliamo qui. Chi ne avesse già letto uno o qualcuno può già spedirci la sua recensione. Non resta che augurarvi buona lettura, e quindi: buona lettura.

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Andrea Camilleri, La presa di Macallè, Sellerio, Palermo 2003 - 10 euro

Questo è il libro di Camilleri più frainteso da critica e pubblico, nondimeno è il suo capolavoro. Premetto che di Camilleri mi piacciono molto i romanzi storici, vale a dire quelli senza Montalbano (come La concessione del telefono, La mossa del cavallo, La scomparsa di Patò, il re di Girgenti...), mentre accolgo con freddezza i vari ladri di merendine etc. che trovo zuppi del peggior "sbirrobuonismo".
Posso capire perché La presa di Macallè non stia piacendo granché ai fans del commissario: qui di buonismo ce n'è poco. Quanto ai critici, questo romanzo comunica alcune verità talmente disturbanti da mettere in crisi qualunque professionista dell'informazione (ancorché "culturale"), perché brucia decametri di coda di paglia. Difficile recensire con lucidità mentre hai il fuoco al culo.
Durante un'avventura imperialista del nostro paese (che i funzionari di regime seguono piantando bandierine sulla carta geografica), capita che i perfidi colonizzandi accoppino un po' di aspiranti colonizzatori. A casa, la notizia suscita stupore, e produce un'orgia di retorica stracciona sulla Patria, propaganda sulla nostra "missione", cerimonie e coreografie demenziali (una delle quali viene appropriatamente definita "una minchiata sullenne" dal padre di un caduto). In quest'opera di mistificazione si distinguono diversi esponenti del clero, che giustificano l'ideologia guerrafondaia ammantandola dei simboli della fede cristiana, in una perfetta sovrapponibilità di Chiesa e Regime.
Vi ricorda qualcosa?
Il "culto dei caduti per la Patria", servito a botta calda, è sempre un tentativo di ri-creare un'immagine idealizzata della guerra dopo che quest'ultima ha mostrato il suo vero volto e ha prodotto dei lutti. Il culto dei caduti interviene dopo che la realtà ha smentito la propaganda, serve a riconciliare i due aspetti scissi dell'esperienza della guerra, l'aspetto fru-fru e irresponsabile della retorica "civilizzatrice" ("andremo a fare del bene", "non ci sono pericoli per i nostri ragazzi", "bisogna contribuire a ricostruire il paese") e l'aspetto "sangue e merda". E' comunque un equilibrio precario, una miscela instabile: col passare del tempo, l'aspetto "sangue e merda" prevale, aumentano le famiglie direttamente colpite dai lutti, e il "culto dei caduti" si rovescia e trasforma in aperto rifiuto della guerra, come accadde con la seconda guerra mondiale e con la guerra in Vietnam, e come sta accadendo negli USA della "guerra preventiva". Negli States è talmenta alta la probabilità che un funerale di stato si trasformi in cassa di risonanza per il dissenso, che le esequie si tengono in camera caritatis, con divieto d'accesso ai giornalisti.
Camilleri ha scritto il suo romanzo diversi mesi prima dell'attentato di Nassiryah, ma l'invasione dell'Iraq era già iniziata. Tutti i romanzi "storici" parlano dell'oggi, è cosa risaputa. Sovente la cosa non è intenzionale: è che mentre raccontano, gli scrittori assorbono ciò che accade intorno a loro, lo rielaborano e ce lo restituiscono sotto un'altra forma.
La presa di Macallè, tragicomica storia di un piccolo balilla inconsapevole della propria nerchia gigante, si svolge nel 1935 (a cavallo degli anni XII° e XIII° dell'Era Fascista) e narra la cialtronaggine, il conformismo, l'immensa idiozia di un regime di ominicchi. Michelino viene sballottato qua e là da una propaganda contraddittoria e una catechesi che sarebbe eufemistico definire "squallida", impara a odiare i comunisti senza nemmeno sapere che siano ("sono come animali", gli viene detto), è circondato da apparati di repressione sessuale che pervertono il desiderio, assiste più volte alla "scena primaria" freudiana (padre e madre che chiavano) senza capirci niente, lo prende nel culo da un educatore pensando si tratti di un "rito spartano" (e "gli spartani erano i fascisti dell'antichità")... Insomma, viene inesorabilmente trasformato in una macchina assassina, senza che nessun adulto si renda davvero conto dell'influenza terribile che sta avendo su di lui. L'indottrinamento avrà inattesi effetti boomerang. Un romanzo de-va-stan-te. Unica avvertenza: non leggete il testo nel risvolto prima di leggere il libro: sembra concepito per "indorare la pillola" ai montalbaniani, e dice al contempo troppo e troppo poco. (WM1)

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L’ultimo titolo dell’autore italiano vivente forse più letto e amato è destinato a suscitare controversie, perché è tutt'altro che un libro facile o in qualche modo consolatorio. Stigmatizza anzi con ferocia i caratteri ipocriti e mostruosi che la società italiana trascina con sé da lunghissimi decenni. Non c'è nessuna oleografia: la Sicilia dell’epoca è un luogo irredimibile, così come dovette apparire agli occhi di Camilleri bambino, un inferno in cui fascismo e cattolicesimo sono assolutamente sovrapponibili, sono la stessa cosa. Mio padre (classe 1930) mi racconta sempre che, intorno ai sette-otto anni, la sua percezione e quella dei coetanei era che il fascismo fosse sempre esistito. Qui la durezza totalitaria, selvaggia del fascismo balza agli occhi in tutta la sua stupida ferocia: i bambini credevano che Mussolini fosse un essere più che umano e che il fascismo fosse sempre esistito, quale condizione naturale della società. Un libro grottesco, duro, amaro e, purtroppo, preveggente. L'atmosfera mefitica della Vigata del ventennio è troppo simile a quella che grava sull’intero paese in questi tempi infausti. (WM5)

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Io non ce l'ho con Montalbano. Non mi piacciono gli sbirri buoni, certo, ma non mi piacciono neppure i lettori snob. E' solo che Camilleri - come Massimo Carlotto in Arrivederci amore ciao - non appena si prende una vacanza dal suo personaggio seriale finisce col regalarti un capolavoro. Senza mezzi termini. Un capolavoro si riconosce dal suo essere inimitabile e un romanzo così, in Italia, non poteva che scriverlo Camilleri. Così come? Così: con la solita voce da cantastorie siculo, la consueta ironia, le situazioni da sganasciarsi, il tono leggero eppure con contenuti durissimi, radicali, neri come in nessuno degli strombazzatissimi noir degli ultimi tempi. Per i veri amanti del genere, tra Macallé e Montalbano, non ci può essere storia. Un romanzo implacabile sul potere disumano - anti-umano verrebbe da dire - di un certo cristianesimo, sugli orrori della propaganda, sullo schifo dello scontro di civiltà, l'abiezione dell'indottrinamento, la mania di infilarsi l'elmetto e dimenticarsi fuori il cervello. E tutto questo senza mai abbandonare quello strano sorriso, a volte carnascialesco, a volte sardonico, a volte sarcastico. Ma sempre, e comunque, impeccabile. (WM2)

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Valerio Evangelisti, Antracite, Strade blu Mondadori, Milano 2003 - 15 euro

Uno straniero senza nome giunge in una città contesa tra gang rivali e si ritrova al centro di complessi intrighi di potere e di morte dai quali uscirà con coraggio e astuzia. Uno di quei canoni narrativi a cui ci si affeziona fin da bambini, e che è stato raccontato da illustri nomi della letteratura e del cinema di genere. Quando nel 1929 Dashiell Hammett scrisse Red Harvest non poteva immaginare che la sua storia sarebbe diventata un archetipo dell'immaginario pop. Siamo negli anni ruggenti che precedono la Grande Depressione. Lo straniero senza nome di Hammett è un investigatore privato spedito in una città corrotta per risolvere un caso. Il padrone delle ferriere, vecchio capitalista esangue proprietario di fabbriche e miniere, ha affrontato il conflitto sindacale con il pugno di ferro e i metodi sporchi, assoldando gangster e mafiosi per fare piazza pulita di sindacalisti e teste calde. Ma una volta stroncati gli scioperi, i gangster hanno preteso una fetta della torta e si sono rivoltati contro il loro stesso mandante, diventandone concorrenti per il controllo degli affari cittadini. Il nostro anonimo agente si ritrova in mezzo a un'intricata guerra tra cosche che vede coinvolti sindacalisti, malavitosi e imprenditori proprietari di testate giornalistiche, dove è impossibile definire un confine netto tra buoni e cattivi e niente è ciò che sembra. Dovrà risolvere un caso d'omicidio, salvare la pelle e fare piazza pulita dei parassiti. Impresa degna di un antieroe di genere che muove i suoi primi passi.
Nel 1961 Akira Kurosawa trasferisce il topos sul grande schermo. Scarnifica la storia, riduce all'osso il modello e ne indaga le linee narrative e i caratteri, trasformandolo quasi in un dramma shakespeariano. L'ambientazione è quella del Giappone ottocentesco e lo straniero senza nome è un samurai, mercenario senza scrupoli in vendita al miglior offerente. Yojimbo, che in giapponese significa "uomo di trent'anni", è un Toshiro Mifune coriaceo e violento, ma con un fondo d'umanità nel cuore, proprio come l'agente speciale di Hammett. La città in cui giunge è divisa tra due famiglie in lotta tra loro, una produce sake, l'altra seta. Lo straniero sviluppa una complessa strategia del doppiogioco per fregare tutti e fare molti soldi. Ma sarà proprio il principio etico che non riesce ad abbandonare a impedirgli di lucrare davvero sulla situazione, e a spingerlo a fare fuori tutti i cattivi, prima di riprendere la strada, più povero di quando è arrivato.
Quattro anni dopo, Sergio Leone riadatta la storia al selvaggio West americano, girando Per un pugno di dollari. La vicenda è identica, i personaggi gli stessi, ma tutto il film è ammantato di un alone crepuscolare e accompagnato dalle musiche di Morricone, che rendono l'atmosfera romantica e quasi omerica. Clint Eastwood è lo straniero che chiamano "Joe", forte come Achille, furbo come Odisseo.
A metà degli anni novanta un altro regista, Walter Hill, si cimenta nella rilettura dell'archetipo. Hill compie un mixaggio azzardato: recupera l'epoca originaria dal modello letterario, gli anni venti del novecento, e la trapianta sull'ambientazione leoniana della frontiera tra Stati Uniti e Messico. Il protagonista è un goffo e tarchiato Bruce Willis, che si fa chiamare Joe Smith, e che alla fine rimarrà "L'ultimo uomo in piedi" (Last man standing) o, nel titolo italiano, "Ancora vivo".
Ci piace leggere Antracite, il terzo episodio narrativo della trilogia di "Metallo urlante" (Mondadori, Strade Blu, 2003) come un'ulteriore tappa di quella che potremmo ormai definire una saga.
Siamo di nuovo in uno scenario western, ma nello stato industriale e minerario della Pennsylvania, East Coast. Soprattutto siamo a un passaggio epocale, quello dello scontro tra due Americhe, all'indomani della Guerra Civile, abilmente tratteggiato da uno dei personaggi: il capitale industriale alleato dei grandi allevatori e sostenuto dal partito repubblicano, contro il capitale latifondista alleato della piccola proprietà agricola e appoggiato dal partito democratico. Il Nord-Est che "colonizza" il Sud-Ovest al ritmo di avanzamento della ferrovia.
La città in cui giunge lo straniero senza nome è divisa da un conflitto di classe: il capitale WASP da una parte, la manodopera immigrata, soprattutto irlandese, dall'altra. Evangelisti recupera l'aspetto "sindacale" e sociale del conflitto e delle trame nelle quali il protagonista si trova coinvolto. Ma anche qui è difficile distinguere i buoni dai cattivi, gli onesti dagli infiltrati. La vera impresa, la vera detection, è ricostruire il quadro, capire chi sta con chi, dove sta il bene, e quello che è meglio fare. Rispetto ai precedenti cinematografici si riprende la complessità della trama e il gusto "noir" del colpo di scena.
C'è poi un inserimento ex novo molto interessante. Lo straniero in questo caso ha un nome, per quanto nome "d'arte": Pantera (già protagonista delle due puntate precedenti della trilogia). E' un personaggio che mantiene le caratteristiche dei suoi predecessori: cinico, ma con un senso etico; mercenario, ma di se stesso. In più però è un meticcio. Pantera è etnicamente e culturalmente un incrocio, allusione effettiva al mondo nuovo nascente, catapultato a sua volta e suo malgrado in una guerra che vede mescolate identità di classe e identità etniche, rivoluzione e tradizione. Di fronte al sangue e all'orrore del Vecchio Mondo, importati e perpetrati in quello Nuovo, è proprio lui la figura più rivoluzionaria. Pantera è mezzo nero e mezzo messicano, sacerdote sui generis di una religione afrocaraibica giunta fino al continente. E' il punto d'arrivo di un percorso che parte dall'Africa e approda nell'America "dei liberi e dei coraggiosi" con il suo bagaglio davvero straniero e che poco o nulla ha a che spartire con gli odi religiosi ed etnici dei bianchi. Solo così può diventare l'unico vero paladino dei paria, di coloro che scavano in fondo alle miniere, negli strati più profondi della terra, secondo una suddivisione verticale che ricalca quella sociale. Laggiù in fondo, dove quasi non arriva la luce, non ci sono più gli uomini, ma i bambini, gli ultimi per davvero, gli ultimi arrivati in un mondo che di "nuovo" ha davvero poco. E' con questi che il reietto Pantera, discendente di schiavi e indios, sancisce la sua implicita alleanza. Con la prostituta bambina che di giorno si spacca le mani in miniera e di notte soddisfa le più sordide voglie di uomini bestiali; con i piccoli minatori cresciuti troppo in fretta, i polmoni già marci di carbonchio; e con le donne, invecchiate prima del tempo e ormai "fuori mercato" anche per i papponi.
Ci sono pagine commoventi in Antracite, che ci restituiscono il senso di un oscuro punto d'origine delle lotte, secondo la celeberrima suggestione di Benjamin: non si lotta per i posteri, ma per gli antenati. Per conservare il senso di un'impresa titanica, quella dell'anonima moltitudine di esseri umani che ha sputato sangue per uscire dalle viscere della terra e aspirare a una vita dignitosa.
Ma il romanzo di Evangelisti ci regala anche un'imprescindibile riflessione sulla modernità. Il carbone, la ferrovia, la trasformazione del paesaggio e del mondo abitato, coincidono con un cambiamento antropologico: creano esseri contaminati dal minerale e dal metallo, che portano sulla pelle e fin nei recessi dell'organismo il marchio mortale del lavoro e dello "sviluppo". L'idea che la terra sia fatta per essere erosa, scavata, triturata dalle macchine, fino a ridurla in cenere; l'idea che la locomotiva ("mito di progresso") e la scavatrice esistano per abolire il concetto stesso di limite alla potenzialità trasformatrice dell'uomo; questa idea nasconde la storia sociale dei fatti ed è intrinsecamente connessa con l'inumanità capitalistica. L'abolizione del limite dello sfruttamento del mondo non può prescindere dallo sfruttamento della specie. Di conseguenza non è possibile limitare l'arbitrio dell'uomo sull'uomo senza limitare quello dell'uomo su ciò che lo circonda. Ma è chiaro che non c'è alcuna fascinazione passatista o pre-moderna nel romanzo di Evangelisti, bensì uno sguardo in avanti, una constatazione indotta fin troppo attuale, anche se colta in un momento originario. Qualcosa che proietta nel presente l'ultima cavalcata di Pantera. (WM4)

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Di Antracite e del suo posto nel ciclo del Metallo Urlante ho già scritto un "grappolo di affermazioni apodittiche" che viene riportato qui sotto. Qui vorrei soffermarmi su un aspetto del romanzo che lo rende più attuale dell'attualità stessa, un aspetto che Evangelisti non ha mancato di sottolineare in diverse interviste, e che entra in risonanza con altre cose scritte da noi o in corso di stesura. In Antracite si parla sì dell'infiltrazione dei movimenti radicali (e ancor più dei gruppi armati clandestini), ma soprattutto della loro eterodirezione, dell'eterogenesi dei loro fini. Molto spesso non occorre infiltrare, basta lasciar fare, magari assecondare un po'. Laissez faire, laissez passer. E' "liberismo" anche questo: la "mano invisibile" dell'ideologia regolerà le cose senza inutili e dispendiosi dirigismi.
Pochi giorni dopo l'uscita del romanzo in libreria è stato arrestato l'oltremodo cialtronesco gruppo "dirigente" (vabbe'...) delle "nuove [anche qui si fa per dire, N.d.R.] Brigate Rosse". Alternavo la lettura delle cronache dei giornali a quella delle avventure dei Molly Maguires nella Pennsylvania del 1877.
Sono fieramente avverso a un'interpretazione "segretofila" e "congiurodipendente" della Storia. Segreti e congiure esistono e sono importanti, ma non sono il primo motore delle vicende umane. Il fanatico cospirazionista pensa che la storia la facciano le élites, le alte sfere, le classi dominanti. Attribuisce troppo potere al Potere (e troppa... "maiuscolezza"). Per buona sorte, le variabili impazzite o in via di impazzimento (i Pantera che compaiono all'improvviso, i Q che disertano sull'ultimo miglio, l'affermarsi di nuovi protagonismi collettivi) sono talmente numerose da mettere in crisi qualunque Piano o Volontà, per quanta neolingua si introduca, per quante bombe si sgancino. None the less, terminato il disclaimer non si può negare la (probabilissima o addirittura accertata) esistenza di alcuni complotti. C'è chi prende uno stipendio per portarli avanti, ed è una cosa normalissima. Mica per niente i servizi segreti sono segreti.
La strategia della tensione c'è stata. La P2 esisteva (anche se ritengo un'esagerazione ricondurre tutto quel che succede al Piano di Rinascita Democratica). E' provato al di là di ogni ragionevole dubbio (persino da una commissione del Congresso USA) che i movimenti radicali afroamericani degli anni Sessanta furono sconfitti a furia di infiltrazioni ed eterodirezioni (a opera del Cointelpro, branca dell'FBI dedita alla guerra psicologica e non solo).
Dove voglio andare a parare? E' presto detto. Nei giorni in cui leggevo Antracite e i talk-show televisivi erano interamente dedicati al terrorismo, non mi pare di aver sentito nessuno ricordare lo strano suicidio del signor Michele Landi, perito informatico che stava tracciando la rivendicazione del delitto Biagi. Ben poca gente ha ricordato le inascoltate richieste di protezione del "rompicoglioni" Biagi (dixit Scajola). E' nel dimenticatoio la strana fretta di dichiarare che l'arma era la stessa del delitto d'Antona (prima ancora che fossero eseguite le perizie balistiche). Galesi e Lioce erano nominati tre volte al minuto, ma nessuno è tornato sulla dinamica (moolto strana) di quello scontro a fuoco su un treno in Toscana (un controllo casuale di documenti?!). Ce n'è abbastanza per sospettare che quella gente fosse nota da tempo e "qualcuno" abbia... laissé faire perché tornava comodo che facessero? Non saprei. Di certo molte cose non mi tornano, e quando leggevo dei Molly Maguires non potevo fare a meno di pensare a 'ste "nuove" BR. Ma forse è solo un effetto delle letture alternate. (WM1)

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UN GRAPPOLO DI AFFERMAZIONI APODITTICHE A PROPOSITO DI ANTRACITE
di Wu Ming 1, 27 ottobre 2003, da www.miserabili.com

1. I tre libri del ciclo del Metallo urlante possono essere letti in due diversi ordini, l'importante è che Antracite venga letto per terzo.
I primi due (Metallo urlante e Black Flag) sono l'anticamera del terzo, servono a presentare Pantera e la gigantesca allegoria del metallo autocosciente (e urlante), che è poi il capitalismo, e la sua interiorizzazione da parte degli umani.
L'intero ciclo è una "indagine sulla disumanizzazione, la commistione tra carne e metallo, la pulsione di morte che porta il capitale a porsi come nemico assoluto di tutto ciò che è vivente. Lo stesso Freud descrisse la pulsione di morte come - citiamo a memoria - 'nostalgia del mondo inorganico' " (da Nandropausa #2, giugno 2002).
Il capitalismo (l'avanzare del metallo) è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, spinto da un coacervo di forze oscure, primordiali, dal principio dell'homo homini lupus (i licantropi di Black Flag).
L'unico in grado di sentire la tendenza è Pantera. Pantera, grazie alla sua religione di origine yoruba (e al fatto di trovarsi al posto "sbagliato" nel momento "giusto") percepisce le forze oscure che stanno dietro il capitalismo. Vede la tendenza, è in grado di leggerla nel contesto della cosmogonia e del pantheon mayombe, tuttavia non può fermarla. I rapporti di forza sono sfavorevoli. E' possibile soltanto produrre spiazzamenti locali e temporanei, impedire che i giochi si chiudano per tutti e dappertutto, mantenere vive le resistenze.

2. In Antracite il metallo è - letteralmente - strada ferrata, il fischio del treno è metallo urlante che celebra il proprio trionfo sul vivente. Il trionfo sul vivente comincia dalle piccole cose, dal metallo che divora le dita del ferroviere.
Con Antracite torniamo con Ogun nelle viscere della terra, dove tutto era cominciato/terminato:
"- Mai visto nulla di tanto orrendo. Vorrei solo sapere come è cominciato.
Wagner strinse gli occhi miopi. - Il problema non è 'come', ma 'quando'. " (da Metallo urlante, 1998).
Il ciclo del Metallo urlante - come il resto della produzione di Evangelisti - ci racconta il quando, anzi, i quando. Il come è in qualche modo ineffabile. Persino un palero rayado della regla de palo monte ha difficoltà a descriverlo, se non con una serie di rimandi reciproci dalla lotta di classe alla magia nera afro-cubana.

3. Antracite è al contempo:
3b- una riscrittura (l'ennesima, e non ci stanchiamo mai) di Red Harvest di Hammett (e quindi di Yojimbo di Kurosawa, di Per un pugno di dollari di Leone, di Last Man Standing di Walter Hill etc.).
3c- un "western sindacale" (non a caso concepito e scritto nell'ultimo biennio di ripresa delle lotte dei lavoratori e di vertiginoso aumento delle ore di sciopero).
3d- un case study sull'ideologia profonda dell'America e sull'ossessione per il comunismo nella vita pubblica americana.
3e- un libro gemello dell'ultimo di Camilleri, La presa di Macallè, che indaga l'ideologia profonda del Belpaese, l'ossessione per il comunismo nella vita pubblica italiana e le vicissitudini di un bambino che si fa metallo, vivendo in simbiosi con la lama del proprio moschetto da balilla (peraltro, è un libro fortemente reichiano, e per questo potrebbe piacere a Evangelisti).


Bologna, 18 dicembre 2003, h.22:00, presso libreria MODO Infoshop, via Mascarella 24b,
Valerio Evangelisti e il collettivo Wu Ming presentano Antracite.

Evangelisti party su miserabili.com

Speciale Antracite su King Lear libri

Città di metallo e luci

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Iceberg Slim, Trick Baby, ShaKe, Milano 2003 - 15 euro
Traduzione di Giancarlo Carlotti

Cosa significa essere "black" nella società americana? Qual è il rapporto tra colore della pelle e "identità afro-americana"? Quanto bisogna essere scuri per essere "neri"? Come mai i più importanti leader del radicalismo nero (Elijah Muhammad, Malcolm X, Huey P. Newton...) avevano la pelle chiarissima? Quali spettri evoca l'accezione slang del verbo "to pass", "farsi credere bianco"?
Domande stupide, espressione di mentalità retrograde e situazioni arretrate dal punto di vista della convivenza civile. Eppure sono domande alle quali - in un paese ossessionato come pochi dalla questione razziale - è ancora molto difficile (o sin troppo facile) rispondere. Dal punto di vista 100% WASP, se hai "sangue di nero" sei comunque "di colore", poco importa quanto chiara sia la tua pelle e quanto "bianchi" (caucasoidi) siano i tuoi lineamenti. Persino di Warren Harding, presidente degli Stati Uniti dal 1920 al 1923, si diceva che sotto sotto fosse... "un negro". C'è chi sostiene che dietro la sua morte improvvisa (per avvelenamento?) ci fosse una congiura dell'establishment bianco, che non tollerava la presenza alla Casa Bianca di un presidente oggetto di simili dicerie.
Di contro, all'interno delle comunità afro-americane - anche tramontata la cultura delle diverse gradazioni di "sangue nero", in ragione delle quali si era definiti "negroes", "mulattoes", "quadroons" o "high yellow" (in ordine decrescente di "negritudine") - le leggi del darwinismo sociale hanno spesso privilegiato chi aveva la pelle chiara, il che ha prodotto una serie di contraddizioni, paradossi e "doppi vincoli" (risentimento o invidia da parte dei più "scuri", senso di colpa o vergogna da parte dei "troppo chiari" etc). Riflessioni su questo tema sono sparse in tutta la letteratura afro-americana del XX° secolo, compresi testi sacri del Potere Nero come l'autobiografia di Malcolm X o Anima in ghiaccio di Eldridge Cleaver.
Quanto tutta questa retorica razziale serva a occultare meccanismi di divisione e discriminazione che sono prevalentemente socioeconomici, è argomento di cui non possiamo occuparci qui.
Qualcuno ricorderà che Philip Roth si è occupato del "passare per bianco" nel suo romanzo La macchia umana (Einaudi, 2001). Anche Sputerò sulle vostre tombe di Boris Vian ha come protagonista un nero che "passa". Ma è Iceberg Slim (pseudonimo di Robert Beck, 1922-1992) l'autore della narrazione più esplosiva in materia, Trick Baby, da poco tradotto e pubblicato dalla ShaKe nella collana "Blackprometheus", interamente dedicata ai narratori afroamericani.
Negli ultimi anni diversi romanzi di Iceberg Slim (ex-magnaccia, grande cantore dell'underworld criminale dei ghetti neri, precursore dell'immaginario "gangsta rap") sono stati tradotti in italiano: Il pappa (Guanda, 1999), il lacerante Black Mama (ShaKe, 2002) e ora Trick Baby, uscito negli USA nel 1967.
"Trick" significa "trucco", ma è anche espressione slang per il cliente di una prostituta. Nel Southside nero della Chicago anni Trenta/Quaranta/Cinquanta, un "negro bianco" non può che dare adito a certe maligne supposizioni, non può che essere figlio di un errore, il "bebè del trick". Johnny O' Brien, padre irlandese e madre nera dalla pelle chiara, è tanto "dritto" e tanto "negro" da portare il soprannome di "White Folks", Gente Bianca. Di suo padre, un jazzista irlandese, non ha notizie da quand'era piccolo. Sua madre è in manicomio. "Folks" vive col nero Blue Howard, maestro di vita e abilissimo truffatore. Insieme s'ingegnano, si sbattono, escogitano mille modi per separare il denaro dai cretini. Folks ha capelli biondi e occhi azzurri, vive a cavalcioni dello steccato razziale, potrebbe "passare" definitivamente in qualunque momento, ma parla come un nero, si sente un nero, è fiero di esserlo. Gli capita sovente di essere aggredito - verbalmente o fisicamente - da neri, e tutte le volte urla: "Sono un negro come voi!". Johnny O' Brien è una contraddizione vivente, accumula delusioni e frustrazioni ma ogni volta riparte grazie alla solidarietà della "sua" gente, impersonata da Blue Howard (personaggio riuscitissimo) e dai suoi amici truffatori. Una storia a tratti esilarante e a tratti straziante, in cui - oltre alla questione del paradosso razziale - viene indagato il lato "oscuro" dell'affabulazione, del raccontare storie per fregare il prossimo (nessuno che non lo meriti per motivi prettamente di classe, comunque). I libri e i film sulle truffe sono sempre coinvolgenti, da La stangata in avanti, e questo non sfugge certo alla regola, anche perché fa partire la truffa dal "trick" primario, da quel "trucco" genetico che permette a Folks di "passare". Il Black English (o spoken soul, o ebonics: l'inglese parlato dagli afroamericani) e il gergo dei criminali dell'epoca sono resi molto bene da Giancarlo Carlotti, che ricorre ai gerghi della mala nostrana (soprattutto milanese) dal Dopoguerra in avanti. Costa 15 euro, e garantisco che sono ben spesi. Leggerlo ci prepara agli strani paradossi etno-culturali che ci troveremo ad affrontare nell'Italia di un futuro non remoto. Speriamo di riuscire a farlo con meno paranoie di quante se ne facciano gli americani. (WM1)

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L'ascesa e la caduta di un super-dritto esperto di truffe, il nero Blue Howard, e del "trick baby", detto anche White Folks (soprannome che da solo vale il prezzo del biglietto), per via della carnagione, che nonostante una madre afroamericana, lo fa sembrare un bianco. I due sono la più formidabile coppia di stangatori di tutta Chicago: Howard adesca i merli neri , facendogli credere di voler incastrare un bianco, mentre White Folks gli fa da lasciapassare nel mondo dei bianchi. Un ritratto feroce dell'America razzista, raccontato come una leggenda di strada, una fiaba della buonanotte da istituto penale, una ballata della truffa, sempre in presa diretta, con linguaggio scattante, tono da racconto orale di imprese criminali e grande traduzione dello slang da ghetto, reso con la parlata della mala milanese anni '50.
Non è difficile capire come mai Iceberg Slim - pappone, detenuto e infine scrittore - sia un idolo per molti musicisti, artisti e semplici lettori afroamericani. (WM2)

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"Mi perdoni, signore, ma non sono bianco, sono colorato come lei. Giuro, sono davvero di colore. Mia madre è della sua tinta". In una società razzista ogni goccia di sangue bianco può situare un nero su un gradino della scala sociale un pochino più alto di quello di fratelli con la pelle più scura. Ma il problema di White Folks è proprio quello di averne troppo, di sangue bianco. Biondo e con gli occhi azzurri anche se figlio di una donna mulatta, White Folks non ha nessuna vera voglia di passare per bianco se non per fregare gonzi danarosi insieme al suo amico e mentore Blue. Il romanzo riproduce il gergo di strada nero degli anni '40, e molto va perduto nella versione italiana anche se la traduzione è abbastanza efficace; la prefazione di Ice T testimonia l’influenza che l’autore conserva anche sui neri delle ultime generazioni. Iceberg Slim è lo pseudonimo di Robert Beck, ex-pappone del ghetto di Chicago nato nel 1922 e morto a settant'anni, nel 1992. Dopo il terzo arresto per sfruttamento della prostituzione Slim si diede, per nostra fortuna, alla letteratura, e lasciò dietro di sé sei romanzi, tra i quali spiccano Black Mama: la vedova nera e questo Trick Baby. Romanzo imperdibile per chiunque sia appassionato di storia e cultura afroamericana: ricco, coinvolgente e immediatamente visivo. (WM5)


Potete comprare il libro anche presso le edizioni ShaKe.

Wu Ming 1 ha parlato dei romanzi di Iceberg Slim (Il Pappa, Black Mama e Trick Baby) nella trasmissione "Kalakuta" su Radio Città 103 di Bologna, l'1 dicembre 2003. Clicca per scaricare il file in mp3 a 64k o in ogg a 81k.
[Il formato OGG è non-proprietario e a parità di compressione garantisce migliore qualità sonora rispetto all'mp3. Si ascolta con Winamp, che si scarica gratis qui.
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Cesare Battisti, Avenida Revolución, Nuovi Mondi Media, Bologna 2003 - 13,5 euro

Da anni Cesare Battisti (benché famoso in Francia, ove risiede da rifugiato politico) non trovava un editore italiano. Di questi tempi e con 'sto clima di autocensura, un autore simile (reduce della lotta armata, evaso da un carcere speciale, latitante dal 1981) è roba rovente da maneggiare. Aggiungiamoci il fatto che la collana Einaudi in cui era uscito un suo romanzo (L'orma rossa) è stata chiusa etc. etc. Alla buon'ora un editore c'è, Nuovi Mondi Media, che ha fatto cosa buona e giusta. Certo, ha ancora qualche incertezza su come si cura e confeziona un romanzo, ma è normale, in fondo è il primo che pubblica, se si esclude American Nightmare di Sbancor, un ibrido tra saggistica e narrativa.
Avenida Revolución
è un romanzo filosofico tipo il Candide di Voltaire, il diario di un viaggio iniziatico, un libro umoristico nella tradizione di Achille Campanile (chi se lo ricorda più?), una sperimentazione trans-generi, una riflessione sulla scrittura e lo scrivere quando si è disperati.
Qualche giorno fa, su Radio 3, ho sentito qualcuno che contestava l'aggettivo "visionario" usato per Federico Fellini, e affermava di preferire la parola "trasfiguratore". Credo intendesse dire la capacità di trasformare un'immagine in un'altra, di imporre alle immagini continue metamorfosi. E' esattamente quello che fa Battisti in questo romanzo sbronzo e fatto di simboli, sbronzo e fatto come i cholos di Tijuana.
Battisti ha spesso affermato di scrivere di panza, senza preoccuparsi troppo delle carinerie. Aggiungiamoci che ormai abita l'italiano come uno straniero, come Conrad o Nabokov con l'inglese, c'è una miriade di piccole sfumature, slittamenti sintattici, parole "strane" che un italiano non userebbe. Tutto ciò rende lo stile piacevolmente incerto, molto adatto alla storia di incertezza che racconta. Antonio Casagrande, ragioniere presso una ditta di Milano, vince un viaggio in camper in Messico e Nordamerica. Una sequela "panglossiana" di sventure, brutti incontri, calamità naturali e non-intenzionali cambi di identità lo blocca a Tijuana, dove si immerge nella sottocultura delinquenziale e troiesca locale, sempre a cazzo duro, braccato da un certo "tenente Gomez H". A Tijuana, per motivi che vi lascio scoprire, tutti lo credono un famoso scrittore di sinistra (tale "Luigi Trombetta") e lui, che ha sempre desiderato esserlo (dall'inizio del viaggio ha scritto come un forsennato) si trova a esserlo suo malgrado e col nome di un altro.
Ai capitoli del romanzo di Battisti si alternano - in corsivo - quelli del manoscritto, una puttanata di science fiction apocalittica in cui Antonio trasfigura (appunto) tutto quel che gli succede.
In questo romanzo nel romanzo, "via Cesare Battisti" è una traversa sbarrata di "via Rivoluzione". Le altre traverse - anch'esse sbarrate - sono via Marx, via Lenin, via Lombroso, via Zapata, via Kennedy, via Giovanni XXIII° e via dell'Internazionale Lettrista. Non ci sono deviazioni, si può solo andare avanti, nel buio pesto, e vedere cosa c'è là in fondo.
"Domani ne parleranno tutti i giornali. Qualche speculatore sarà anche messo sotto inchiesta, è sempre utile farlo in casi simili. E poi? Poi il dramma ridiventa personale, torna proprietà dell'individuo a cui solo appartiene. Con il sacrosanto diritto di raccontarselo al bar ogni volta che se ne presenta l'occasione. Gli atti eroici dei superstiti si moltiplicheranno. Il tipo che nuotava con un block notes in bocca e due uomini per mano l'hanno visto in molti... A quel punto una superproduzione cinematografica, affidata naturalmente a Spielberg, sarà praticamente inevitabile. E sei mesi dopo il ciclo è bell'e chiuso, la missione è compiuta. Vedrai, neanche i protagonisti saranno più sicuri della disgrazia. La comunicazione senz'anima ha trionfato, finalmente tutti tacciono, vediamoci la partita ch'è meglio. Eccolo il dramma vero! Ma le emozioni, il sentimento, il dolore, tutto questo non è definitivamente scomparso. Dorme soltanto, in attesa dell'uomo di lettere che verrà a destarlo. E questo, a pieno titolo, è anche compito tuo". (WM1)


Potete comprare il libro anche presso
Nuovi Mondi Media.

Confrontate la recensione di Wu Ming 1 con quella di Nino G. D'Attis su Blackmailmag.com.

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Charles Willeford, Miami Blues, Marcos y Marcos, Milano 2003 - 11,5 euro
Traduzione di Emiliano Bussolo

Premetto che Miami Blues non l'ho letto in questa edizione e traduzione, bensì nell'edizione Phoenix/Fanucci del '96, con traduzione di Giancarlo Carlotti (ancora lui!). Dopo Miami Blues ho letto altri tre romanzi di Willeford (1919-1988): Morire oggi (Phoenix, 1997), Sideswipe (uscito negli USA nel 1987 e mai tradotto) e Il quadro eretico (Bompiani, 1996). Li consiglio tutti. Abbiamo perso molto quando quest'autore ha "piegato gli stracci".
Oggi dell'etichetta di noir non se ne può più, gli editori la rifilano in tutte le salse, vengono definiti "neri" libri che tutt'al più possono aspirare a essere beige, la bolla speculativa potrebbe esplodere da un momento all'altro e avere un effetto negativo anche sui libri validi. Bene, un libro come Il quadro eretico (ambientato nel mondo dei critici d'arte) è nero come i polmoni di un minatore, come il fondo della Fossa delle Marianne, come solo qualche autore francese è riuscito a essere. Se un editore (forse Marcos y Marcos?) avrà l'eccellente idea di ripubblicarlo arpionatelo prima ancora che il commesso lo appoggi sullo scaffale.
Un po' più "light" la trilogia che ha come protagonista Hoke Moseley della polizia di Miami, di cui Miami Blues è il primo episodio. Attenzione, però: qual è l'idea di "leggerezza" di Willeford? Il romanzo si apre con il punto di vista di Freddy Frenger, psicopatico uscito da San Quintino che appena atterra all'aeroporto di Miami uccide un hare krishna spezzandogli un dito e causandogli un infarto. Da notare che il gesto viene accolto con grida di giubilo dalla folla circostante, e se questo non è uno statement sull'America (e sull'Italia) contemporanea...
Freddy non sa che il krishna è morto, gira per la città commettendo altri crimini e si mette insieme a Susan, studentessa che si prostituisce per pagarsi l'università (ce n'è anche a Bologna, non crediate...) e che gli insegna a comporre haiku. Sul bizzarro omicidio preterintenzionale indaga Hoke Moseley, in una città sconvolta dall'arrivo dei marielitos (l'orda di pazzi e criminali che Fidel tirò fuori dalle istituzioni totali cubane e lasciò partire alla volta degli USA, come a dire: "Mo' sono cazzi vostri!").
Di più non vorrei dirvi, salvo che da questo libro è stato tratto l'omonimo film del 1989, regia di George Armitage, con Alec Baldwin nella parte di Freddy e Jennifer Jason-Leigh in quella di Susan. Pellicola molto divertente (dalle parti di Get Shorty e Out of Sight), benché non all'altezza del romanzo. Nella parentesi ho menzionato due film tratti da romanzi di Elmore Leonard, e non l'ho fatto a caso, perché Willeford e Leonard si somigliano parecchio, sono entrambi grandi dialoghisti e abilissimi nel descrivere personaggi borderline semplicemente facendoli muovere (lo capirete fin dal primo capitolo di Miami Blues). Come diceva Fitzgerald: "Il personaggio è l'azione, l'azione è il personaggio". Spero proprio che di Willeford venga (ri)pubblicato tutto quanto. (WM1)

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Tim McLoughlin, Via da Brooklyn, Marsilio Black, Venezia 2003- 12,15 euro
Traduzione di Lea Maria Iandiorio

La collana nera di Marsilio infila un altro centro, dopo Gli ultimi giorni di Masterson, e ancora una volta lo fa con un romanzo che ha ben poco del classico noir. Certo non sono solari le atmosfere di Brooklyn, tra mafiosi, ubriachi, tossici e scoppiati vari. Certo non brilla di luce propria l'esistenza di Mike, orfano di madre e con un padre non proprio calato nel ruolo, indeciso tra lo studio e la mala, tra la fidanzata storica e una più attraente compagna di corso, tra l'obbedienza omertosa e il riscatto, tra il denaro e la lealtà. Tutto abbastanza buio, per carità. Ma il meccanismo che riesce a sciogliere una parte di dubbi, e a lasciarne in sospeso un'altra montagna, è più quello della scoperta e della curiosità: molto Giovane Holden e ben poco Philip Marlowe. Del resto, che Mike non ha la stoffa del criminale, lo si capisce subito. D'altra parte, non ha nemmeno la stoffa dello studentello da Greenwich Village. Se ne sta sospeso, come il ponte sull'Hudson più famoso di New York. E certo ne abbiamo viste e lette molte di storie sulla difficoltà di scegliere, di affrontare la vita. Quel che mancava era un contorno più avvincente della solita foto di gruppo con trentenni borghesi che devono laurearsi da sempre: la Brooklyn di McLoughlin - e l'inedito dilemma tra fancazzismo universitario e crimine - ci hanno regalato quel che mancava. Forse anche molto di più. (WM2)

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Claudio Dionesalvi, Mammagialla. Diario di una carcerazione, Rubbettino, 6,50 euro

Ho incontrato Claudio Dionesalvi una sola volta, nel '92 a Brucoli (provincia di Siracusa), durante uno di quegli ininfluenti e perlopiù demenziali campeggi anti-NATO, ultima propaggine del movimento anti-F16 di nove anni prima, pratica stiracchiata per tutti gli anni Ottanta e oltre dall'allora "movimento antagonista". Può darsi che un giorno qualche storico li rivaluterà, li definirà "seminali". Boh. All'epoca mi parevano uno spreco di tempo. Sovente quelle contestazioni si organizzavano in posti la cui economia dipendeva in toto dalla presenza della base americana, ragion per cui le reazioni erano di freddezza quando non di aperta ostilità, con accoglienze degne di quella riservata a Carlo Pisacane (nel '91 a La Maddalena finì in baruffa con gli abitanti del luogo, con tanto di pistolettate; a Sigonella, nel '92, la cittadinanza salutava il corteo col saluto romano). In quelle occasioni il linguaggio già "legnoso" dei compagni subiva ulteriori regressioni, virava al populismo più bieco. Nel 1989 a Isola Capo Rizzuto un noto leader dell'autonomia romana cercò di aizzare la folla contro gli americani "che vengono qui, ci rubano il lavoro, si prendono le nostre donne, spacciano la cocaina!". Nel 1990, sempre a Isola Capo Rizzuto, un mio caro amico fu scambiato per qualcun altro e accusato di lesioni aggravate a un carabiniere, una roba che si è trascinata per anni prima della completa assoluzione. Ricordo un manifesto dedicato al caso: "La NATO si vendica su [nome e cognome del mio amico]". Insomma, un festival del velleitarismo e della marginalità. Dedicato a chi rimpiange "quando c'erano i veri antagonisti" (e non si tratta nemmeno di poca gente, a giudicare dalle recenti scelte autoghettizzanti di alcune realtà del movimento). Dubito molto della natura "seminale" di quegli assembramenti: mi sembra che l'odierno movimento anti-guerra sia in fortissima discontinuità con quel tipo di approccio.
Sono uscito dal seminato: dicevo che in quel di Brucoli incontrai Dionesalvi, che mi vendette la fanzine del CSOA "Gramna" di Cosenza (non è un mio refuso, si chiama davvero così). Non l'ho più visto, ma ne ho sentito parlare molto spesso: insegnante, animatore culturale, pubblicista (scrive su Carta, sul Manifesto e da qualche altra parte) e ultrà del Cosenza. In quest'ultima veste, qualche anno fa, venne massacrato di botte dalla polizia, riportando diverse fratture.
Dalla seconda metà degli anni Novanta c'è molta curiosità su quel che succede a Cosenza, "città-laboratorio" con un tessuto sociale ricco e fertile, luogo di esperimenti sui rapporti tra amministrazione, università e movimenti etc. Quando se ne parla, è impossibile non menzionare Claudio Dionesalvi. Qualche anno fa ci contattò per presentare Asce di guerra a Cosenza, ma era un periodaccio e non riuscimmo a organizzare.
Nel novembre 2002 mi trovo in Brasile quando arriva la notizia del blitz dei ROS contro esponenti del movimento in diverse città del Sud. Venti arrestati a Cosenza, Taranto e Napoli. Tra questi c'è anche Dionesalvi. L'imputazione è "cospirazione contro l’ordinamento economico dello Stato e associazione sovversiva", con riferimento ai fatti di Genova e non solo, e sarebbe giustificata da un brogliaccio di quasi mille pagine presentato alla procura di Cosenza dal generale e capo dei ROS Giampaolo Ganzer (ricordatevi questo nome ché poi torna). Il brogliaccio contiene trascrizioni di telefonate con interpretazioni capziose che dicono molto di più sulla mentalità dei carabinieri che su quella degli indagati.
L'azione viene immediatamente interpretata come una ritorsione per il successo del Forum Sociale Europeo di Firenze, conclusosi da pochissimo. Proprio grazie all'effetto-FSE, di quegli arresti si parla in tutto il mondo, anche i giornalisti brasiliani mi fanno domande al riguardo.
L'indignazione sale, si apre una contraddizione nelle istituzioni, a Cosenza si tiene una manifestazione gigantesca, centomila persone, "Sole e Popolo" (per citare un SMS del mio amico Tano). I venti vengono scarcerati.
Qualche mese dopo, vengo a sapere che Claudio, svegliato dagli sbirri nel cuore della notte e portato via in tutta fretta, ha afferrato al volo la sua copia di Q e una raccolta dei frammenti di Eraclito, per avere qualcosa da leggere in galera. "Parcheggiato" temporaneamente al carcere speciale di Trani, si è visto sequestrare Q "perché incompatibile con l'art. 41bis" (!). Gliel'hanno poi restituito dopo la traduzione al carcere di Viterbo, il Mammagialla, che dà il titolo al suo libro.
E che libro! Dal fugace accenno alle scuregge emesse dagli sbirri alla cronaca dei giorni trascorsi in galera in preda al mal di denti (il libro si apre proprio con Claudio sotto i ferri del dentista), dalla storia della "cimice" trovata in macchina fino alle mobilitazioni di novembre passando per la mattanza di Genova, non c'è nessuna soluzione di continuità, è una cavalcata a dorso di Trottalemme in un paesaggio da cui spuntano dita e matite, serpenti che in realtà sono salami, didascalie che camminano, api senza zampe, vermi con la bombetta in testa. La repressione vista da Jacovitti. Diverte, entusiasma, fa incazzare. Finora, l'unica opera di narrativa italiana che abbia saputo restituire ai lettori l'atmosfera del ciclo di lotte 2000-2002.
Concludo facendo notare che nel frattempo il generale Ganzer è finito sotto inchiesta, insieme ad altri ventisette ufficiali e sottufficiali dell'Arma, per associazione a delinquere armata (finalizzata al traffico di stupefacenti), abuso d'ufficio e peculato. Hodie mihi, cras tibi. (WM1)

Per ordinare Mammagialla: libreriauniversitaria - unilibro

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Eddie Campell, Bacchus (2 volumi: L'immortalità non è per sempre e Gli dei del business), Alta fedeltà - 19 euro in tutto

Non mi capita spesso di leggere fumetti. Adoro il genere, ma faccio fatica a orientarmi con le novità, e finisco sempre su Pazienza, supereroi e Mister No. A chi si trovasse in una condizione simile, segnalo questi due albi di Eddie Campbell, con protagonisti gli dei immortali dell'Olimpo, alle prese con la vita negli odierni bassifondi e gli strascichi millenari di miti ancestrali. Bacchus, dio della bisboccia, è tornato in città, la faccia scavata da secoli di eccessi, il corpo immortale ma non per questo incorruttibile, destinato, prima o poi, a un'infermità senza fine. La sua sola presenza non tarderà a farlo scontrare col rivale di sempre, Joe Theseus, che dell'eterna giovinezza conosce il segreto, grazie a un dono del padre Poseidon. Dono che fa tanta, troppa gola a Pupilla Kid, criminale con venti occhi, parente di Argo, responsabile della distruzione dell'Olimpo per essersi impossessato dei fulmini di Zeus senza essere ancora capace di controllarli...;Una crudele crime novel mescolata con racconti di dei ed eroi, flashback continui sul mondo olimpico, su conti aperti ai tempi di Crono e non ancora saldati, fanciulle sedotte da Zeus, donne invaghite di tori, rituali dionisiaci. Una sfida impossibile che Eddie Campbell riesce a vincere un colpo dopo l'altro. (WM2)

cliccate qui per comprare i due volumi di Bacchus

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IL CASO AVOLEDO

Tullio Avoledo, L'elenco telefonico di Atlantide (Sironi, Milano 2003 ed Einaudi, Torino 2003)
e Mare di Bering (Sironi, Milano 2003)

Il bookcrossing è un fenomeno in piena espansione, su Giap ce ne siamo occupati diverse volte. I media ci sono arrivati un po' in ritardo ma comunque hanno segnalato la cosa; ogni pomeriggio su Radio 3 la trasmissione Fahreneit dà voce alla "comunità aleatoria" che si passa i libri come messaggi in bottiglia; esistono persino dei "bookcrossing cittadini" patrocinati dagli enti locali, come a Ferrara. Insomma, se ne parla un bel po'. Tuttavia, nessuno - a quanto mi consta - si è mai prodotto in una sacrosanta invettiva contro gli stronzi che, trovato il libro in una sala d'aspetto o su una panchina, vanno subito a venderlo a una libreria dell'usato, che è un po' come trovare un uccellino ferito e precipitarsi dall'impagliatore.
Un libraio coscienzioso dovrebbe rifiutarsi di comprare libri con l'etichetta del Bookcrossing o del Passalibro: sono stati "liberati" nella sociosfera a condizione che il loro trasmigrare da un lettore all'altro rimanesse gratuito e non rientrasse nel ciclo della merce. Io, se trovo un libro siffatto su una bancarella o da un libraio, lo compro immantinente e - dopo averlo letto, se già non lo conosco - gli dò nuova libertà.
Che c'entra tutto questo col collega Tullio Avoledo? C'entra, perché un pomeriggio di settembre, dopo averne sentito tanto parlare (benissimo e malissimo), ho trovato su una bancarella L'elenco telefonico di Atlantide. Era a metà prezzo, benché la copia sembrasse nuova di pacca. Lo apro e paf!, ecco l'etichetta Bookcrossing. Ne traggo le seguenti informazioni: lo ha "liberato" un certo Kinkazzo, di Bologna, l'11 marzo del 2003. Sette mesi prima. Decido di ridare la libertà al libro, non prima di averlo letto. A casa visito bookcrossing.com e scopro che Kinkazzo lo ha liberato alla Sala Borsa (la mega-biblioteca comunale). Il sito non registra ritrovamenti. Probabilmente chi lo ha trovato in Sala Borsa avrà pensato fosse un libro della biblioteca. Scoperto che non era così, avrà pensato: "tutto grasso che cola", e si sarà diretto a venderlo. [Se Kinkazzo sta leggendo queste righe, sappia che il libro lo stanno leggendo altri Wu Ming, e che quando avrà finito il giro lo libereremo con tutti i crismi.]
Dicevo che di questo romanzo ne avevo sentito parlare benissimo e malissimo. In effetti, era dai tempi di Q che non m'imbattevo in una simile polarizzazione di giudizi. Su internetbookshop.it le recensioni negative dei lettori sono carriole piene di melma e insulti all'autore:
"un disastro,stile inesistente, lessico da carestia"... "l'autore ce l'ha con gli omosessuali e i meridionali"... "pagine coprologiche veramente sgradevoli"... "un cocktail shakerato male e scritto peggio"... "senza la pubblicità questo mattone sarebbe passato inosservato per il bene degli occhi di chi, come me, lo ha letto solo perché se n'è parlato"... "meglio che Avoledo faccia solo il banchiere" [casomai il bancario, N.d.R.]... "è un miracolo che Avoledo, sponsorizzato solo da cordate personali ed editoriali faccia tanto parlare di sé"... "sembra sempre sul punto di diventare un grande libro, e poi finisce"...
Ma allora tutte quelle copie chi le ha comprate? E il passaparola tra i lettori chi lo ha alimentato? Scandagliando la rete, vedo che c'è molta gente sinceramente entusiasta, come del resto era entusiasta Kinkazzo. Poi vengo a sapere che Atlantide verrà ripubblicato da Einaudi, e in contemporanea Sironi darà alle stampe il secondo romanzo, Mare di Bering. Mi metto a leggere.
A tre quarti di libro, butto giù qualche appunto di lettura:
"Non sono d'accordo con tutti gli interventi di revisione di Giulio Mozzi (almeno credo siano suoi interventi: alla vista e al tatto sembra tessuto cicatriziale), e in certi punti il linguaggio andava sporcato di piu' (troppi congiuntivi, poche ellissi). Rovedo e Libonati sono due bei personaggi, una coppia mitologica, archetipale. Buona l'idea di un protagonista meschino e gretto nella tradizione della commedia all'italiana: un travet un po' razzista, che per diffamare il dirimpettaio malato tira merde contro le porte. Avrei tolto in testa ai primi capitoli i giochi di parole e cambi di lettere: l'effetto e' stucchevole".
Nel frattempo, uno che ha già letto il romanzo mi dice: "NON LEGGERE L'EPILOGO! Strappa via le ultime tre pagine, rovinano tutto. Mozzi ha fatto un grave errore lasciandole lì, gettano cattiva luce su tutto quello che uno ha appena letto!". Ma io arrivo alla fine e leggo anche l'epilogo, e finisce che bestemmio per una trentina di secondi. Una cazzata grave. Una roba del tutto posticcia, senza la quale il romanzo sarebbe stato un eccellente divertissement comico/fantastico/cospirazionista, con tanto di satira della società nordestina. Anch'io dirò ad altri di non leggere l'epilogo, ma temo che anche loro faranno come me, se ne infischieranno dell'ammonimento.
Scrivo a Giulio Mozzi, il quale coinvolge nella discussione lo stesso Avoledo. Lascio perdere l'argomento-Epilogo e mi concentro sul "tessuto cicatriziale" di cui sopra. Mozzi scommette una cena che non riesco a indovinare dov'è intervenuto come editor. Io azzardo tre ipotesi. La terza è giusta: l'intervento di revisione è stato principalmente sui dialoghi. Secondo me sono "un po' troppo sit-com, con le battute 'telefonate' e le risate registrate, ogni frase che fa da assist a quella successiva.". Da qui parte una lunga discussione a tre WM1-Mozzi-Avoledo, loro difendono le loro posizioni, io attacco alla baionetta. A parte alcune perplessità strutturali (sulla suddivisione e titolatura dei capitoli) "rimprovero" (si fa per dire) ad Avoledo l'uso nei dialoghi di un registro linguistico medio, senza picchi né sprofondamenti, senza prestiti dialettali. Lui mi risponde che dalle sue parti (Nord-est) il dialetto è diventato un'arma ideologica pericolosa, e comunque gli sembrerebbe assurdo scrivere in dialetto. Io rispondo:
"[...] mi riferivo a prestiti, adattamenti sintattici e grammaticali dal dialetto all'italiano, quel tipo di operazioni che nell'italiano parlato si fanno istintivamente, come il fatto che a Bologna non si dice 'lui' ma 'lui lì' (dove 'lì' ha valore intensivo), o si usa l'avverbio 'ben' per rafforzare un concetto, ad esempio "Se lo stereo non funziona, daglielo ben indietro!", o l'uso di 'dietro' per indicare la continuità dell'azione nel presente (es. 'sono dietro a riparare il computer' significa 'sto riparando il computer') [...] Che riconoscere la diversità dei modi in cui si parla l'italiano (e usarli per 'arrangiare' meglio i dialoghi) possa portare alla balcanizzazione e costituisca una minaccia per i nostri figli mi sembra una forzatura. Io invece voglio che la 'biodiversità' non sia schiacciata e omologata dal 'registro medio' con cui si scrive e si fa cinema in Italia."
Alla fine, ognuno rimane della propria idea, e Mozzi mi deve una pizza. Nel frattempo, Mozzi, Wu Ming 2 e Wu Ming 5 si incontrano a Trento al concerto/reading de "La ballata del Corazza", e Mozzi allunga due copie di Mare di Bering. Attaccano la lettura, e com'era immaginabile fanno le mie stesse osservazioni critiche sui dialoghi.
A conti fatti, con chi mi schiero? Con Kinkazzo (a cui il libro è piaciuto tanto da "liberarlo") o con l'anonimo che ha scritto da qualche parte in rete: "pagine scarabocchiate con merda secca"?
Beh, io mi schiero comunque con Kinkazzo. Il libro merita, è affascinante a dispetto dei (o forse proprio grazie ai) suoi difetti, contiene scene esilaranti (l'assemblea condominiale, l'assessore Mondonico in diretta sulla TV locale...), il capitolo sugli universi paralleli è un capolavoro (con un singolo particolare disturbante che torna in mente a lettura finita e uno fa: "Ma... ma allora non era...") e c'è spazio anche per un'impeccabile lettura del Libro di Giobbe (ultimamente parecchio in voga, vedasi il saggio di Marco Revelli La politica perduta).
Non ci fosse stato quell'epilogo, cazzo... Beh, rimediare è semplice: strappate le pagine, e buona lettura. (WM1)

***

Quando leggendo un libro, mi accorgo di aver di fronte un autore che vuole raccontare a più non posso, infilando aneddoti ovunque, tirando fuori dal cappello personaggi con mestieri assurdi e desideri improbabili, sfruttando qualunque appiglio utile per divagare, avviluppare storie, travolgere il lettore, quando questo mi succede, nutro buone speranze sul futuro della letteratura. Mare di Bering è uno di questi libri. Un libro da festeggiare. E allo stesso tempo, un libro che ti lascia con un sacco di interrogativi, domande, piccole incazzature. Qua e là, per esempio, la voglia di raccontare di Avoledo si trasforma in pura e semplice voglia di scrivere, di mettere qualcosa sulla pagina vuota, qualsiasi cosa, col rischio di indugiare un po' troppo, di scordarsi la trama, di arrivare a pagina 120 a suon di godibilissime chiacchiere, ma con l'azione narrativa ancora lungi dal decollare. A uno così ci vorrebbero ottocento pagine, tipo La Vita: Istruzioni per l'uso. A uno così, forse, non ci vorrebbe una trama con mafiosi, terroristi giapponesi, amanti in perenne litigio, reduci degli anni Settanta: una trama che se non ci stai attento finisce per aggrovigliartisi addosso, e arrivato alla fine devi usare il machete per liberarti dalle liane, devi fare qualche salto, qualche colpo di teatro, tirare fuori il deus ex machina e salvarti in corner. Lasciando il lettore appassionato di avventura e di storie col dubbio che, forse, un po' meno storie e un'avventura più serrata avrebbero reso il libro davvero perfetto. (WM2)

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IL RIPESCAGGIO

Oscar Marchisio, Speculum Life, Pendragon, Bologna 2002 - 13,43 euro

Diciamolo subito: l'ultimo romanzo di Marchisio non raggiunge le vette de La Stanza Mnemonica. Un filo troppo pretenzioso, per i miei gusti (la trama spazia da Eric Il Rosso, Groenlandia, 1080 alla Genova del 1992, cinquecentenario della scoperta dell'America. Tutto in 137 pagine). Comunque, data l'impossibilità di reperire quel testo, Speculum Life è forse l'unica via praticabile che molti hanno per accostarsi al nostro autore di culto.
Lo stile spazia da una prosa poetica con punteggiatura random a un incalzare secco da thriller, alla lingua cyber del suo primo lavoro (Indimenticabile l'inizio di paragrafo a pag.86: "Confuso Alfredo by networking" - dove il protagonista naviga in Rete ed appare alquanto disorientato.)
Molto apprezzabile il ritorno di Beppe Carvalho, che già avevamo visto all'opera nel primo capolavoro.
La trama, pura estetica del frammento, risulta purtroppo molto più comprensibile rispetto a quella della Stanza, il che priva il lettore di quella sfida alquanto coinvolgente che è riuscire a capire di che cosa si sta parlando.
Imperdibile, per chi non avesse ancora messo mano sul primo romanzo, il capitolo di pag 129, puro Marchisio d'annata:
"Urla Pasero: - Ottimo lavoro, davvero professionale!
Si gira lentamente Alfredo verso il device da cui sta sbraitando Pasero e fatica a riconoscere voce e senso, ma come sempre ormai cerca di imbastire una maschera fruibile.
Eccitato, altera voce e faccia, forando video e tempo Pasero..."
Lunga vita a Marchisio, lunga vita al device! (WM2)

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NUOVO PROGETTO DI NARRAZIONE APERTA:
RISCRIVERE "LA STANZA MNEMONICA" DI OSCAR MARCHISIO!


Trattandosi di un libro irreperibile (le edizioni Synergon fallirono prima che fosse distribuito), qualcuno, leggendo le entusiastiche recensioni su Nandropausa #4 e #4bis, ha pensato che La stanza mnemonica di Oscar Marchisio fosse un'opera immaginaria, e che il nostro scriverne fosse una beffa. E invece no! Esiste veramente, e noi siamo i fortunati possessori di una delle pochissime copie sopravvissute al macero.
Altri ci hanno detto: "Va bene, esiste ma non può essere così... così... insomma, così come lo descrivete voi!". Leggere per credere, umani di poca fede! Abbiamo deciso di passare a scanner e regalarvi una pagina a caso, per farvi capire l'arditezza dello stile e la carica innovativa di questo gioiello perduto del cyberpunk italiano.
Si badi che non vi è alcuna ironia in ciò che scriviamo. Noi crediamo davvero che, se si vogliono capire gli anni Novanta italiani, sia imprescindibile passare per La stanza mnemonica, indagare le motivazioni che portarono Marchisio a scriverlo, immaginare un presente parallelo in cui la Synergon non è fallita e il libro ha avuto un successo imprevedibile. Come sarebbe oggi la letteratura italiana?
Mentre ci dedicavamo collettivamente a questa ucronìa, abbiamo avuto un'idea per un nuovo progetto di scrittura open source. Ma prima leggete quel che segue. Si tratta della pag. 80 de La stanza mnemonica, dalla prima all'ultima riga (che proseguiva a pag.81):

 


"Può essere... può essere che sia un componente di bio-robot" insistette Diego.
"E allora, sentiamo il grumo e non sentiamo l'intero extra-body di un bio-robot. Ma che dici" reagì Francesco.
"Sì, è vero. E' molto strano Simul ha subito sentito questo extra-body, e non coglie altro... strano, molto, molto, molto, strano..." Diego sempre più sudato nel vecchio data-suit.
"Strano, ma c'è qualcosa, c'è qualcuno" quasi soprappensiero Mica.
"Forse, perdiamo qualche intelligence amplification, in tutto questo casino" continuò Diego.
"Adesso... dove andiamo con Simul..." chiese Mica.
"Nessun segnale, eh, nessuno..." precisò Jurgens.
"Ok, riprendiamo tutto lo story bord di Simul-man che adesso è stocked" suggerì Danielle che si stava riprendendo.
"Ok. Trasposizione. Ripassiamo tutto il riconoscimento visivo ed l'extra-sensoriale e networking con tutte le sensazioni del data-base" ringhiò Frank.
"E' inutile" azzardò Diego.
"Che cazzo, dai" violento Frank.
"Sai bene che se dei bio-robots sono sul campo, non abbiamo il tempo per verificare l'Extra Sensorial Imput".
"Beh, intanto facciamo incrociare un po' di ESI così i nostri data-base e poi..." continuò Francesco.
"Questo non è un'analisi di caso Francy, questa volta è in diretta" proseguì Diego.
"Il tempo di networking tutte le ESI di tutti i data-entry non c'è, ma cosa ci dice Simul?" inveì Frank.
"Simul non riconosce per ora altri extra-body, lo porto

...

Vi siete ripresi? Sì?

E se questa pagina fosse tutto ciò che rimane de La stanza mnemonica? Se qualche archeologo/filologo di un futuro remoto la trovasse, s'interrogasse sul suo significato e cercasse di ricostruire il contesto narrativo partendo dai pochi elementi che contiene? Ci sono alcuni personaggi: Diego, Francesco, Mica, Jurgens, Frank e Diego. "Simul" è un personaggio o un software? Che differenza c'è tra Simul e Simul-man? "Francy" è il diminutivo di Francesco? Francy, Francesco e Frank sono la stessa persona o tre persone diverse? Che cazzo è l'Extra Sensorial Imput? Che significa "lo story bord è stocked"?
Noi abbiamo letto l'intero romanzo, e davvero non sapremmo rispondervi.
Quello che vi invitiamo a fare è:
1) Immedesimatevi nell'archeologo/filologo del futuro.
2) A vostra scelta, provate a scrivere pag. 79 (Diego sta rispondendo a una domanda. Quale?) e/o pag. 81 ("lo porto" dove?). Max 1500 battute. Speditele a opensource@wumingfoundation.com (oggetto del messaggio: "Marchisio").
3) Noi selezioneremo le 3 migliori proposte per ciascuna pagina e nel prossimo numero di Nandropausa (inizio febbraio) le metteremo a confronto con le vere pagg. 79 e 81.
4) Gli autori delle pagine selezionate riceveranno in premio La stanza mnemonica - special xerox edition.



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