WU MING FOUNDATION: CHI SIAMO, COSA FACCIAMO
Quello delle beffe mediatiche di Luther Blissett è un mondo pieno di artisti immaginari, perché è il mondo dell'arte a essere affollato di creduloni, perfetto bersaglio per chiunque voglia diffondere leggende. Gennaio 1995. HARRY KIPPER (soltanto un omonimo, nulla a che vedere con Giugno 1995. LOOTA è una femmina di scimpanzè i cui dipinti saranno in mostra alla Biennale di Venezia. Già vittima di sadici esperimenti in un laboratorio farmacologico, Loota è stata tratta in salvo da un commando dell'Animal Liberation Front. In seguito, è diventata un'artista di grande talento. Alcuni giornali riportano la notizia. Peccato che Loota non esista, ma in fondo che problema c'è? Alla Biennale, i visitatori delusi possono consolarsi con un bel po' di spazzatura prodotta da esseri umani. 1998-99. La più complessa ed elaborata beffa di Luther Blissett ha luogo in Lazio nel 1997, a opera di alcune decine di persone. Dura un anno e tocca il tema del panico morale su messe nere e satanismo. Cultori del Demonio e "cacciatori di streghe" cristiani appaiono nei boschi del viterbese, lasciando tracce (fisiche, audiovisive e "letterarie") dei loro scontri e inseguimenti. I media locali e nazionali si bevono tutto senza alcuna verifica delle notizie, svariati politicanti saltano sul carrozzone della paranoia di massa, sbuca persino (e viene trasmesso su Studio aperto, Italia 1) il video di un - alquanto abborracciato - rito satanico, finché Luther Blissett non rivendica tutto e produce una grande mole di prove. La notizia della beffa viene data al TG1 delle 20, e rimbalza su tutta la stampa nazionale. "Controinformazione omeopatica": iniettando nei media una forte dose di falso autoprodotto, Luther Blissett dimostra la scarsa professionalità di molti cronisti e l'infondatezza del panico morale. La "beffa viterbese" è ricostruita passo passo in A dire il vero, secondo La "burla viterbese" era parte di una più vasta campagna di informazione, che comprendeva anche una lunga controinchiesta sul processo ai Bambini di Satana, caso giornalistico-giudiziario che sconvolse Bologna nel triennio 1996-98, con accuse di violenza sessuale, pedofilia, abusi rituali e omicidio (benché... a danni di ignoti). Il ruolo del Luther Blissett Project nel contrastare la "mostrificazione a mezzo stampa" di imputati in seguito riconosciuti innocenti è ricostruito nel libro di Antonella Beccaria Bambini di Satana - processo al diavolo. I reati mai commessi da Marco Dimitri (Nuovi Equilibri / Stampa Alternativa, 2006,
Quattro persone vengono trovate senza biglietto su un treno italiano. Fin qui nulla di insolito, anzi. Solo che in tribunale (in... tribunale?), al momento di dichiarare le proprie generalità, tutti e quattro dicono di chiamarsi "Luther Blissett". Fino a qualche tempo fa, cercando "Luther Blissett" sul web, prima o poi si trovava qualche testo in inglese contenente questo aneddoto insensato. E' una versione distortissima di un fatto vero, che si è diffusa grazie alla pigrizia di certi giornalisti di Londra e agli stereotipi sull'Italia di cui si nutrono (e di cui nutrono il loro pubblico). Certo, siamo un Paese con sacche belle rigonfie di illiberalità, praesumptio culpae e abusi polizieschi, ma suvvìa, chi di voi è mai finito in tribunale perché privo di biglietto ferroviario? Tra l'altro, la storia vera è moooolto più interessante. Non si tratta di un treno, ma di un autobus notturno. Accade a Roma il 17 giugno 1995. Alcune decine di raver/performer occupano e in qualche modo "dirottano" il mezzo pubblico, armati di radioloni e ghetto blaster. La festa mobile, denominata "Bus Neoista", dura per un bel pezzo, finché la polizia non decide di bloccare la via e fermare il veicolo. Quando i raver scendono dall'autobus, si verifica un alterco coi poliziotti, uno dei quali spara addirittura tre colpi (in aria, per fortuna). Poiché la festa è trasmessa in diretta su Radio Città Futura, e un inviato è in collegamento via cellulare, gli spari vengono sentiti da migliaia di ascoltatori Diciotto persone vengono fermate. Sul momento, alcuni di loro dichiarono di chiamarsi "Luther Blissett", ma nessuno di loro lo ripeterà in commissariato. I media si occupano estesamente dell'episodio, che dimostra quanto il nome "Luther Blissett" stia penetrando in certe sottoculture giovanili come un coltello nel burro. Davvero non sappiamo come questa baraonda possa essersi trasformata in quella sciocchezza dei "quattro uomini in treno". Vi fu sì un processo penale a carico di quattro persone, ma non certo perché prive di biglietto (men che meno... ferroviario). Le imputazioni erano: resistenza, oltraggio, minacce e lesioni a pubblico ufficiale. Gli imputati furono definitivamente assolti nel 2002. "Bus Neoista" fu solo la più clamorosa delle iniziative organizzate da Radio Blissett, trasmissione notturna che andava in onda in due versioni distinte, a Bologna su Radio Città del Capo (vedi Il romanzo Q è scritto da quattro membri della colonna bolognese del Luther Blissett Project, come contributo finale al progetto, e pubblicato in Italia nel marzo 1999. Negli anni successivi viene tradotto in inglese, spagnolo, tedesco, olandese, francese, portoghese, danese, polacco, greco, russo, ceco, turco, basco e coreano. Il romanzo è ambientato nel 16esimo secolo in Europa centrale, durante le sollevazioni contadine e rivolte popolari che per poco non fecero "deragliare" la Riforma protestante, prima di essere soffocate nel sangue con l'entusiastico beneplacito di Lutero. McKenzie Wark (e non "Wark McKenzie" come alcuni lo chiamano in Italia... compreso il suo editore), autore di "Q è in un certo senso un libro ottimistico... Il tema è quello di una resurrezione grazie alla narrazione... La narrazione rende ancora possibile il ritorno dei marginalizzati e dei senzapotere. Un ritorno non in veste di vittime, ma come un nuovo genere di eroi. Il genere di eroi che lavora nelle situazioni, fa quel che è possibile, e di nuovo riparte. Un Luther Blissett." Nel periodo 2000-2002 Q diviene uno dei libri da comodino del movimento "altermondialista", quello che i media (solamente in Italia) chiamano impropriamente "no global" (e invece è parecchio global). Gli autori del romanzo, nel frattempo divenuti Wu Ming (vedi sotto), si ritrovano nel mezzo del monsone, con un ruolo da agit-prop e "intellettuali organici" sul quale faranno, anni dopo e in occasione del decennale di Q,
Oltre alla complessità dell'intreccio e al contenuto allegorico, a far parlare del libro è anche la particolare dicitura "copyleft". A stupirsi è chi ignora che la critica pratica del "copyright come lo abbiamo conosciuto" è sempre stata parte integrante di tutte le attività blissettiane (diversi anni prima delle licenze Dall'intervista a WM pubblicata nel libro di Antonella Beccaria Nella seconda metà degli anni Ottanta e nella prima metà degli anni Novanta, in Occidente e soprattutto in Italia, c'è molto interesse per il concetto di "no copyright". Con quel titolo, la ShaKe di Milano pubblica anche un'antologia di materiali sull'argomento, a cura di Raf Valvola. È un sottobosco dalle mille radici: la cultura "do it yourself" del punk-rock (su tutte le copertine dei dischi hardcore-punk italiani c'è lo slogan "Fuck SIAE"); il mondo delle autoproduzioni e delle fanzine (di fotocopia in fotocopia, sono le fanzine a diffondere il celebre détournement del logo dei discografici inglesi, la musicassetta-teschio con lo slogan: "Home Taping is Killing Music, and It's Illegal" che diventa: "Home Taping is Killing Business, and It's Easy"); il networking dell'arte underground, della xerox art, della mail art, del neoismo (nel 1988-89 Stewart Home e Florian Cramer organizzano i cosiddetti Festival del plagiarismo); il mondo del cut'n'mix che dal dub e dal primo hip-hop arriva alla "house music" in senso lato, musica fatta-in-casa, con campionatori e altre tecnologie finalmente disponibili per il mercato di massa. Il Luther Blissett Project nasce nel 1994 all'incrocio di tutte queste influenze e con suggestioni che risalgono più indietro (il proto-surrealista Lautréamont disse che "il plagio è necessario, il progresso lo implica"), e ancora più indietro, addirittura alla cultura popolare d'epoca feudale, e prima ancora alla classicità e all'antichità, insomma, a prima che esistessero gli istituti della proprietà intellettuale. Questa la dicitura presente sui libri di Blissett/Wu Ming a partire da Q: "Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta." Gli scritti di Wu Ming su copyright, copyleft e proprietà intellettuale sono archiviati Nel gennaio 2000 un quinto scrittore si unisce ai quattro autori di Q. Nasce così un nuovo gruppo, Wu Ming (per esteso: Wu Ming Foundation). "Wu - Ming" è un'espressione cinese, significa "senza nome" (無名) oppure "cinque nomi" (伍名), dipende da come si pronuncia la prima sillaba. Il nome della band è inteso sia come omaggio alla dissidenza ("Wu Ming" è una firma molto comune tra i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libertà d'espressione) sia come rifiuto della macchina fabbrica-celebrità, sulla cui catena di montaggio l'autore diventa una star. "Wu Ming" è anche un riferimento al terzo verso del Dàodéjīng (Tao Te Ching): "Wu ming tian di zhi shi", "Senza nome è l'origine del cielo e della terra". A rigore, noi non siamo anonimi. I nostri nomi non sono segreti. Tuttavia, utilizziamo cinque nomi d'arte composti dal nome della band più un numero, seguendo l'ordine alfabetico dei nostri cognomi. La formazione è: Roberto Bui alias Wu Ming 1; Giovanni Cattabriga alias Wu Ming 2; Luca Di Meo alias Wu Ming 3 [Dal maggio 2008 Federico Guglielmi alias Wu Ming 4; Riccardo Pedrini alias Wu Ming 5. Nel periodo 2000-2006, l'opera più ambiziosa di Wu Ming è stata Nel 2007 esce il romanzo collettivo Manituana. Si svolge negli anni Settanta del diciottesimo secolo, sulle due sponde dell'Atlantico, ed è il primo volume di un trittico settecentesco che si comporrà nel corso degli anni. Manituana è anche parte di un progetto transmediale di "costruzione di mondo", una narrazione che prosegue su diversi media e con diversi linguaggi (musica, fumetto, video etc.). Il perno di questo progetto è il sito ufficiale, manituana.com. Con Manituana Wu Ming consegue il suo piccolo Nel 2008 esce un libro collegato a Manituana, I membri della band hanno scritto anche libri "solisti". Nell'ordine: Quest'ultimo è un ponte gettato tra opere collettive e individuali, sintesi di un lavoro di anni su mito, comunicazione e forza della parola. La band è anche co-autrice della sceneggiatura di Lavorare con lentezza (regia di Guido Chiesa, 2004). Il film ha vinto numerosi premi in festival italiani e internazionali. Nel 2007 è uscita, a cura di Wu Ming 1, un'antologia di jazz radicale degli anni Sessanta, Nel 2008 sono usciti, oltre ai già citati Grand River e Stella del mattino, la novella Sempre nel 2008, con grande clamore, Wu Ming 1 pubblica on line New Italian Epic, "memorandum" sulla narrativa italiana 1993-2008, che - in una versione arricchita e accompagnata da un denso saggio di Wu Ming 2 sul raccontare - viene edito da Einaudi Stile Libero nel 2009. Per una "panoramica" del dibattito sul New Italian Epic, cfr. Il sottotitolo del memorandum indicava un preciso arco temporale, un periodo di tre lustri, dal 1993 (anno del crollo della "Prima Repubblica") al 2008 (anno del grande bagno di sangue della sinistra italiana, ma anche - lo capiremo andando avanti - ultimo anno di gloria del berlusconismo), con un "giro di boa", un salto di livello situato all'altezza del 2001 (G8 di Genova, 11 Settembre). Nel momento in cui il dibattito ha iniziato a sondare la "nebulosa" del NIE, è stato chiaro a tutti gli autori menzionati che una fase era terminata. L'osservazione modifica l'oggetto osservato. Se nel periodo preso in esame tanti autori italiani, semi-consapevolmente, avevano scritto opere che in diversi modi si richiamavano tra loro, entravano in risonanza, riverberavano l'una nell'altra, dopo il memorandum e due anni di dibattito, la consapevolezza e lo sguardo retrospettivo hanno cambiato la condizione in cui si scrive. Il NIE è già diventato qualcos'altro. La nebulosa ha cambiato densità e profilo. Siamo oltre [...] Possiamo solo andare avanti. Ai problemi che si trova di fronte, lo scrittore può rispondere soltanto con la prassi, sperimentando diversi rapporti tra narrazione e comunità, tra letteratura e mondo.
Altai è un "seguito", ma solo in senso lato, cioè viene dopo Q. Si svolge quindici anni dopo l'epilogo di quel romanzo (che terminava nel 1555), e vediamo come sono proseguite le vite dei personaggi che lasciammo sul ciglio di un nuovo mondo, in attesa di essere ricevuti da Solimano il Magnifico. Non è un seguito lineare, però. Chi volesse leggere Q 2 - la vendetta, se lo scriva da sé. Qui i fili vengono prolungati ma anche deviati: seguendoli ci ritroviamo in un altro universo, c'è un'altra geografia, un'altra lingua, personaggi nuovi, un nuovo protagonista. Altai è uscito nel novembre 2009. Per informazioni, c'è Chi ancora oggi, dopo tanti anni, continua a proferire frasi del genere: 1) «I 4 scrittori che si nascondono dietro lo pseudonimo collettivo "Wu Ming"...» 2) «Che senso ha non firmarsi col proprio nome se in realtà tutti sanno come si chiamano?» è invitato a effettuare le seguenti sostituzioni: "96" al posto di "4"; "musicisti" al posto di "scrittori"; "London Symphony Orchestra" al posto di "Wu Ming". Risultato: «I 96 musicisti che si nascondono dietro lo pseudonimo collettivo "London Symphony Orchestra".» «Che senso ha non firmarsi col proprio nome se in realtà L'assurdità dovrebbe ora risultare lampante, ma se ci fossero ancora dubbi, ecco una citazione d'annata (da Giap n.1, IVa serie, 21/01/2003): "Wu Ming" è il nome di un gruppo di cinque persone, di una band, come "The Rolling Stones" o "I Giganti" o "Premiata Forneria Marconi" [...] nessuno ha mai accusato di vigliaccheria una rock band perché usava un nome collettivo, sennò tutti dovrebbero fare come Emerson, Lake & Palmer o come Crosby, Stills, Nash & Young. Come lo [vedete] un libro firmato "Bui, Cattabriga, Di Meo, Guglielmi & Pedrini"? [...] Il nome di questa band, in cinese, ha un significato, che è "anonimo", ma non vuol dire - letteralmente, banalmente - che noi stessi vogliamo essere paranoicamente anonimi, quanto dire che i nostri nomi e la nostra eventuale presenza nel misero stardom dell'italica narrativa non dovrebbero rivestire importanza né per noi né per i lettori. Se i nomi delle band dovessero essere interpretati letteralmente, allora Sting, Andy Summers e Stewart Copeland dovrebbero essere considerati poliziotti a tutti gli effetti, e potremmo andare a comprare il pane alla forneria Marconi. All'interno di questa band, ognuno di noi usa una specie di "nome d'arte", che è composto dal nome del gruppo più un numero, seguendo l'ordine alfabetico dei nostri cognomi [...] di bands i cui singoli membri avessero un nome d'arte la storia del rock (e soprattutto del punk) è piena zeppa: nei Sex Pistols c'erano "Johnny Rotten" e "Sid Vicious", che in realtà si chiamavano John Lydon e John Beverley. "Incompleto", perché quello completo sarebbe più lungo della Bibbia. In giro c'è parecchia gente in preda a "paranoia da Blissett/Wu Ming", che trascorre gran parte della propria esistenza a divulgare nostre presunte nefandezze. C'è chi lo fa perché è rimasto a lungo a crapa nuda sotto il sole battente, e chi lo fa semplicemente per calunniare. Siamo abituati a vederci attribuire le posizioni e le intenzioni più bislacche e a essere avvistati un po' ovunque, neanche fossimo UFO. Siamo dietro ogni cespuglio, dietro ogni pseudonimo usato in rete, dietro ogni operazione di marketing editoriale concepita in questo Paese negli ultimi dieci anni, e ovviamente siamo mandanti e/o esecutori di ogni complotto immaginabile (macro e micro, di sinistra, di destra e di centro, ebraico e/o antisemita etc.). In rete si è visto davvero di tutto. Per anni rimase accessibile su Geocities un pamphlet clerico-fascista del 1997 intitolato "Il nome multiplo di Umberto Eco" *, ma si sono scritte cose ancor più estreme, e accadono cose più buffe. C'è un tale del Nord-Est che va in giro per blog e social network e, se qualcuno dà un giudizio positivo su un nostro libro, lo accusa con veemenza di essere noi sotto mentite spoglie o di essere un nostro servo, lacché, agente stipendiato. E' un modo come un altro di farsi degli amici. C'è un giornalista del Centritalia che ci accusa di perseguitarlo in ogni modo. A suo dire avremmo addirittura manipolato Google per associare il suo nome-cognome all'URL di siti pornografici, e saremmo pure i veri autori di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa P. Ci è giunta voce di un tizio che deve aver visto Lavorare con lentezza confondendo autori e personaggi. Costui sosterrebbe infatti di essere stato aggredito nel 1977 da alcuni autonomi armati di spranghe, e di essersi difeso brandendo un tubo del gas. Tra gli aggressori c'era anche Wu Ming 1, che il nostro eroe colpì alla fronte, mettendolo in fuga. Tutto questo in Piazza Re Enzo, Bologna. Solo che nel 1977 Wu Ming 1 viveva a Dogato (FE) e faceva la prima elementare presso le scuole "G. Carducci". Prima o poi qualcuno studierà a fondo questi curiosi meccanismi psicologici e fenomeni di involontario guerrilla marketing a nostro favore. Noi qui tralasceremo le più selvagge derive psicotiche dei cospirazionisti, per concentrarci su pochi luoghi comuni legati alla nostra attività. 1. "Temo che i giornalisti britannici si siano affezionati a quest'idea soltanto perché Il nome della rosa è l'ultimo libro italiano che hanno letto prima del nostro." (Wu Ming 1 intervistato da The Guardian, 28 agosto 2003). Cosa che, ovviamente, vale anche per qualche giornalista italiano. 2. A detta di alcuni, noi saremmo "situazionisti". In Gran Bretagna e in qualche recesso della Wikipedia in spagnolo, c'è chi si ostina a definirci "anarchici". Davvero, davvero, davvero perplimente. Questi epiteti hanno ancora qualche significato, oppure li si scaglia addosso alla gente un po' a casaccio, in mancanza di qualcosa di sensato da dire (e in seguito vengono ripresi in buona fede da altri, e dati per buoni)? Le nostre poetiche e strategie sono estranee alle suddette tendenze e tradizioni, compresi eredi e addentellati. Gli anarchici li rispettiamo (almeno alcuni), ma il nostro percorso è differente. 3. D'altro
canto, in Italia c'è un quotidiano para-scandalistico dal nome
antifrastico le
cui
pagine, ehm, culturali sembrano non poter vivere senza di noi. I
redattori di tali pagine coltivano nei nostri confronti un
odio/venerazione simile a quello coltivato a suo tempo dalla rivista
fascistoide
"Lo Specchio" nei riguardi di Pasolini. Troppa grazia! Su quelle pagine noi siamo costantemente definiti "maoisti". Probabilmente per via del nome in cinese - che però, vedi sopra, ha tutt'altro significato. Dal punto di vista dell'iper-provincialismo italiota, non fa una piega: non hanno in stima il Padrone e hanno un nome cinese = sono maoisti. Ultimamente, addirittura, han cominciato a scrivere che noi ci saremmo "autoproclamati" maoisti. Davvero?! Ostia, che scoop! E com'è che siam sempre gli ultimi a saperle, 'ste cose? 4. Anni fa girava voce (ora non più) che avevamo picchiato un fotografo "reo" di averci immortalati. Cambiavano data e location, ma il succo delle differenti versioni era quello. Non è mai successo, ed è un peccato. E' comunque vero che, come Awda Abū Tayy in * Geocities ha chiuso nel 2009, ma a suo tempo il prezioso testo fu salvato e archiviato Ultimo aggiornamento: 19 marzo 2010 |