A Facebook non piace «La Q di Qomplotto» (e viceversa). Una piccola storia di algoritmi e mannaie

Titolo di Repubblica on line, 1 settembre 2021.

A fine giugno è capitato al circolo culturale Magazzino Parallelo di Cesena. La notizia è uscita sulla stampa locale – Cesena Today e Il Resto del Carlino –, ma sembrava un singolo episodio.

Il 29 agosto è toccato al CSA Sisma di Macerata. Che ha scritto un bel comunicato, tanto che oltre a linkarlo lo riportiamo qui sotto.

Due punti fanno una linea. Qualcosa stava accadendo e la notizia è arrivata alla stampa nazionale: Matteo Pucciarelli ne ha scritto su Repubblica, Luca Pakarov sul Manifesto.

A quel punto si è scoperto che l’8 luglio era accaduto pure a una terza realtà: l’associazione sarda Argonautilus, che solo collegando la propria vicenda alle altre due ha capito come mai la sua pagina FB era svanita.

Immaginate la sequenza: invitate Wu Ming 1 a presentare La Q di Qomplotto. Fissate la data. Poi create l’«evento» su Facebook e…

…nel giro di pochi minuti non solo la vostra pagina non c’è più, non solo Facebook ha chiuso tutti i vostri account di amministratori, ma sono scomparse altre pagine che alcuni di voi gestivano, spesso per lavoro. Ovvio che le ripercussioni siano pesanti.

L’ipotesi più fondata è questa: un algoritmo di Facebook ha scambiato la presentazione di un libro su QAnon per propaganda a favore di QAnon.

“Bel” paradosso. Dopo aver favorito in tutti i modi la crescita della setta cospirazionista, consentendo ai gruppi dei suoi adepti di superare i tre milioni di iscritti, nella primavera 2020 la megacorporation di Zuckerberg – già investita dallo scandalo Cambridge Analytica – è rimasta scottata dalle critiche e dall’accusa di incitare azioni violente. Da quel momento ha avviato un repulisti.

Repulisti più di facciata che sostanziale (la piattaforma è ancora zeppa di materiali para-QAnon e simil-QAnon), e spesso paradossale nei suoi esiti. Soprattutto dopo l’invasione di Capitol Hill, spesso si esagera in senso opposto, facendo calare la mannaia alla sola menzione di QAnon.

I testi “incriminati” consistevano nella ripubblicazione parziale o totale del testo presente sull’aletta del libro. Ma attenzione: la mannaia non cala su ogni evento e ogni pagina che parli di La Q di Qomplotto. Su Facebook sono state pubblicizzate altre presentazioni, il libro è stato recensito più volte e l’editore, Alegre, ne parla quasi ogni giorno. Insomma, c’è un elemento random, il criterio non è per nulla chiaro.

In due casi su tre – Magazzino Parallelo e Sisma – non c’è stato modo di farsi ascoltare, la decisione presa era inappellabile*. La pagina e gli account di Argonautilus sono invece tornati on line. Il ripristino, come già la rimozione, è avvenuto senza spiegazioni di sorta. Forse conta il fatto che l’evento non riguarda solo la presentazione del libro ma l’intero festival Connessioni?

Quanto accaduto solleva ancora una volta la questione dei social media e del che fare riguardo a essi.

Chi ci segue sa cosa pensiamo di Facebook, dei social e della possibilità di farne un uso “altro”.

Facebook lo abbiamo sempre disertato. Mai avuto un profilo né una pagina, niente. Il catenaccio del pezzo di Repubblica è sbagliato, dice: «Il collettivo che promuove incontri pubblici per smontare le tesi complottiste bannato dal social network», ma Facebook non può bannare utenti che non ha. Il colosso di Menlo Park ci sta talmente sulle palle che non linkarlo mai fa parte della policy di questo blog.

Twitter lo abbiamo abbandonato due anni fa, alla buon’ora ma appena in tempo, cioè poco prima della pandemia.

Quanto all’uso “altro” dei social – la «democratizzazione della piattaforma», «Facebook bene comune», «forme di contropotere» contro l’arbitrio dell’algoritmo ecc. – ci sembra, nella migliore delle ipotesi, wishful thinking. È una storiella che in troppi si sono raccontati. C’è chi camuffa da strategia quella che è solo dipendenza da social.

Le nostre ragioni per non stare sui social le abbiamo spiegate per filo e per segno nella miniserie in due puntate L’amore è fortissimo, il corpo no. 2009 – 2019, dieci anni di esplorazioni tra Giap e Twitter. Non a caso estratti di quel testo formano un capitolo dello stesso La Q di Qomplotto: la critica radicale dei social attraversa gran parte del libro. Del resto, sono stati i social a fare QAnon.

Del comunicato del Sisma apprezziamo il taglio, la lucidità e il non limitarsi a gridare alla censura (come invece hanno fatto troppi altri). È un ottimo contributo alla discussione, ecco perché lo riprendiamo. Buona lettura.

Trova i tuoi nemici su Facebook

Una pagina Facebook eliminata, i cinque profili personali degli amministratori della pagina disabilitati, sei pagine gestite da uno degli editor come social media manager – che niente avevano a che fare con quella incriminata – eliminate anch’esse. Tutto questo a seguito della creazione di un evento per la pubblicizzazione della presentazione di un libro in programma per sabato 11 settembre. La pagina in questione è quella del CSA Sisma di Macerata – che ospiterà la presentazione – mentre il libro è La Q di Qomplotto – QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema” (edizioni Alegre 2021) di Wu Ming 1.

La cancellazione delle pagine e dei profili utente è avvenuta senza nessun preavviso. “Non possiamo controllare la decisione di disabilitare il tuo account. Il tuo account Facebook è stato disabilitato perché non rispetta i nostri standard della community. Questa decisione è definitiva.” questo il messaggio del pop up che compare all’istante dopo l’invio del modulo di segnalazione. Nessun altra possibilità di contattare il Centro Assistenza, i due indirizzi email abuse@facebook.com e privacy@facebook.com risultano ‘inesistenti’, unico contatto telefonico conosciuto quello della sede centrale di Menlo Park. In ultima istanza sarebbe possibile rivolgersi all’Oversight Board, la commissione indipendente a tutela del ‘free speech‘ di recente istituzione, ma non è possibile inviare una segnalazione dopo una disabilitazione.

Questo è quanto è accaduto nel primo pomeriggio di domenica 29 agosto a distanza di poche ore dalla pubblicazione dell’evento Facebook nella nostra pagina.

Vogliamo portare alla luce quanto accaduto perché a nostro avviso si tratta dell’ennesimo episodio rivelatore degli scenari presenti e futuri dell’informazione globale ordinata da vecchi – gli stati – e nuovi – le big tech – guardiani dei recinti dell’accesso ai contenuti che disegnano traiettorie inedite di compressione della libertà di espressione.

Prima di farlo vogliamo però puntualizzare alcuni elementi in premessa che sono anch’essi centrali.

Non è nostra intenzione fare piagnistei a seguito della ‘decisione definitiva’ sul nostro conto da parte del colosso privato dei social network, non c’è nessun vittimismo ipocrita nel sollevare la questione, nessun sincero democratico gestore di social media a cui vogliamo appellarci.  Né destano più alcuno stupore le azioni di censura condotte in nome della tutela degli ‘standard della community’, ripetutesi più volte negli ultimi anni, basti ricordare cosa accadde a quanti si espressero a difesa della libertà dei popoli del Rojava e del Kurdistan – decine di pagine vennero chiuse, per quanto ci riguarda in quella circostanza subimmo sospensioni temporanee di singoli account ed eliminazione di post specifici.

Facebook – come altri canali social – non è mai stato il ‘nostro strumento’, ne abbiamo da sempre individuato criticità, problematiche e contraddizioni, abbiamo sempre cercato di usarlo in modo attento e senza riconoscergli eccessiva importanza. Il Centro Sociale Sisma non vive da 24 anni grazie ai social media.

I nodi a nostro avviso sono altri e ben più profondi e vogliamo provare a sviscerarli.

Guardando alla dinamica dell’accaduto appare fuori di dubbio che il dato scatenante sia da rintracciare nei contenuti dell’evento pubblicizzato, ovvero quelli del libro di Wu Ming 1 che indaga attorno al fenomeno QAnon. Ne consegue che ai fini della policy della community non risulterebbe differenza fra contenuti pro e contro, fra posizioni di esplicito sostegno e di riflessione critica che muovono da una disapprovazione di fondo. Per quanto ci è dato sapere, i contenuti relativi alla presentazione di un libro che decostruisce QAnon ed il cospirazionismo più in generale rappresentano una ‘violazione degli standard della community’ di Facebook. Generando il paradosso per cui nella lotta senza quartiere alle ‘dangerous organizations‘ si toglie la parola e si colpisce chi produce pensiero critico e a partire dalla riflessione su quelle stesse organizzazioni, cerca di analizzare ed andare alle cause del problema.

Il risultato di tutto ciò è che ne scaturisce un imperativo per il quale un tema è criticabile ma, con evidenza, solo da un punto di vista già determinato; chiunque vorrà farlo in maniera autonoma avrà una sorta di Spada di Damocle sopra alla sua testa, o ai suoi testi, pronta a calare impietosa i suoi colpi. Da questo deriva un altro punto rilevante: chi decide per cosa e come muovere i fendenti? Dietro i celebri algoritmi e le procedure di moderazione e sanzione si cela un arbitrio senza responsabili, nessuno sa fino in fondo quali sono i meccanismi e chi li determina, essi rimangono volutamente oscuri e poco chiari, perfetti per essere usati in maniera discrezionale. Non avere referenti, fisici o meno, a cui rivolgersi di fronte a scelte del genere non ha nessuna motivazione di carattere tecnico, si tratta di una scelta ben precisa volta a una gestione unilaterale e senza diritto di replica della regolazione dei contenuti. Parafrasando la locuzione latina che ha ispirato un celebre fumetto si passa da “Who watches the watchmen?” a “Who – or where – are the watchmen?”. Dispositivi di questo tipo tendono a segnare linee di divisione tra un discorso pubblico accettabile, e quindi social addicted, e un altro che ne deve rimanere fuori, una distinzione tra i ‘bravi cittadini’ degni di esprimersi e i cattivi che devono essere espulsi dalla pubblica agorà. E questo a prescindere dal merito della questione o della tematica trattata. E anche a prescindere dai processi di privatizzazione degli spazi di espressione e informazione pubblica.

Le dinamiche di censura e di limitazione del diritto ad esprimersi sui social media sono anche il frutto marcio delle decorose e benpensanti campagne contro le parole ostili, l’hate speech e l’odio in rete. Campagne che vedono campioni di civiltà democratica esultare se qualche canale di propaganda di estrema destra viene oscurato; o se l’odiatore ignoto si ritrova a subire una perquisizione domiciliare e ad essere indagato per eversione dopo aver postato ‘Mattarella merda’.

Ciò che viene ignorato, consapevolmente o meno, è la strumentalità essenziale per l’intensificazione e massificazione dei processi di restrizione della libertà di parola. Agire su un obiettivo che dovrebbe essere riconosciuto universalmente come corretto e meritevole di punizione – il razzista, il fascista, il  misogino – produce quel consenso pressoché unanime funzionale alla legittimazione a quel dispositivo repressivo. Dispositivo che una volta implementato potrà tornare utile ogni qual volta che si ridefinirà ciò che può essere compatibile o meno; sarà sufficiente rinnovarne la legittimazione sulla base dell’individuazione del nemico pubblico di turno.

 

Queste dinamiche sono di un’estrema gravità anche perché trascendono il mondo dei social network e permeano l’intero universo dell’informazione main stream e non solo. La censura chiaramente cambia forme perché gli strumenti cambiano, ma il quadro d’insieme rimane il medesimo: un algoritmo multiforme e indistinto, di cui si intravedono più le motivazioni politiche che le regole ed i gestori, determina cosa può o non può essere degno di visibilità e spazio. Cosa va reso virale e assecondato e cosa va sospeso e bloccato, spesso semplicemente facendolo cadere nell’oblio.

Per lo più tutto ciò che è conflittuale e rappresenta una critica non in linea con il sistema politico, economico e sociale esistente viene oscurato. E questo grazie al cavallo di troia del dito mediatico puntato su neofascisti o cospirazionisti, che da sempre assolvono alle loro funzioni di tutori delle compatibilità sistemiche.

Segnalare quanto ci è successo significa indagare su tutto questo e cercare di capire come arginare e contrastare questi dispositivi che sempre di più tendono a schiacciare anche l’informazione indipendente e dal basso. Significa recuperare il conflitto anche nelle forme e negli strumenti di comunicazione, andando oltre le facili banalizzazioni e le polarizzazioni binarie del dibattito pubblico che vengono sistematicamente imposte su ogni tema all’ordine del giorno.

Di certo nel corso della presentazione dell’11 settembre non mancheranno gli elementi di discussione, anzi questo sarà un primo momento per approfondire questi temi e per ragionare insieme su come rispondere alle dinamiche di censura, disciplinamento e controllo che sono alla base della tenuta del sistema. Perché dietro queste decisioni, che sono politiche a tutti gli effetti, c’è una volontà per niente celata di difesa dell’esistente. Un esistente che, lo vediamo ogni giorno, non è certo il migliore dei mondi possibili e attorno al quale di certo non va perso del tempo alla ricerca di chissà quale complotto; al contrario il massimo dello sforzo collettivo va impiegato per individuare le responsabilità e possibilmente contrattaccare.

CSA Sisma – Macerata (Centri Sociali Marche)
www.csasisma.org – info@csasisma.org

* Aggiornamento 03/09/2021, h.10:00: all’improvviso, dopo più di due mesi di blackout e sordità a ogni richiesta di spiegazione, stamane Facebook ha riattivato pagina e account del Magazzino Parallelo.

_

Il calendario delle prossime presentazioni di La Q di Qomplotto, anzi, di tutti i prossimi appuntamenti pubblici di Wu Ming sarà pubblicato nei prossimi giorni in calce alla seconda puntata della miniserie Ostaggi in Assurdistan. Il lasciapassare e noi. La prima puntata è qui.

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17 commenti su “A Facebook non piace «La Q di Qomplotto» (e viceversa). Una piccola storia di algoritmi e mannaie

  1. L’aggiornamento in coda all’articolo, che ci comunica l’improvviso ripristino delle pagine e dei contenuti censurati credo possa suggerire una possibile ricostruzione dei fatti.

    Un algoritmo sofisticato ma non troppo ha censurato un contenuto sulla base di una semplice un’analisi testuale automatica. In questa prima fase il famoso social network non ha coinvolto nessun censore in carne e sangue. Per accidente, essendo la censura paradossale fino all’estremo, questa viene evidenziata da una parte dei media mainstream. A questo punto è probabile che sia intervenuto un censore umano a ripristinare i contenuti e rimuovere l’imbarazzo creato. Insomma: questa censura mi pare il frutto più di un’imperfezione tecnica dell’algoritmo piuttosto che di una volontà precisa di colpire la critica della critica.

    Rimangono però le conseguenze di questa realtà: una gestione algoritmica, automatizzata, dei confini del lecito e dell’illecito nel discorso pubblico. La frustrazione di chi si impegna nella vita intellettuale nell’essere giudicati in modo (quasi) inappellabile da un elaboratore di dati. L’assenza di un qualsiasi riferimento umano come controparte di un contraddittorio. Di certo non è un problema solo dei social network: per esempio anche i processi di selezione del personale delle grandi aziende sono in larga misura strutturati allo stesso modo. Si prosegue o si è esclusi da una selezione sulla base di un algoritmo che compie un’analisi testuale sui curricula vitae. E magari c’è ancora qualche umano che nel proprio CV vorrebbe inserire un contenuto originale, fuori dai binari lessicali burocratici: guai a lui!

    Credo sia questo, a prescindere dalle politiche aziendali sulla censura, l’aspetto più forte della vicenda: essere giudicati da un computer sulla liceità della pubblicazione di un’opinione. Solo così ce ne sarebbe già abbastanza per uscire da quel mondo, per sempre.

  2. Fuoco amico.

    “ Gli incidenti relativi al fuoco amico vengono generalmente raggruppati in due classi. La prima riguarda gli errori di posizione, nella quale il fuoco destinato alle forze nemiche finisce per colpire la propria parte. Tali incidenti sono stati relativamente comuni nel corso della prima e della seconda guerra mondiale, dal momento che le truppe combattevano a distanze ravvicinate e le possibilità dei sistemi di puntamento erano meno accurate.

    Il secondo raggruppamento comprende gli errori di identificazione, che si verificano quando truppe amiche sono attaccate per errore, perché credute nemiche. Incidenti di questo tipo sono divenuti più comuni con il tempo, anche perché la precisione negli armamenti e nei sistemi di puntamento ha reso meno comuni errori del primo tipo. Combattimenti che coinvolgono truppe in movimento, ma anche combattimenti che coinvolgono truppe provenienti da più nazioni, possono aumentare la possibilità che si verifichino episodi di fuoco amico.”

    • Non calza. Facebook non è «la nostra parte» né viceversa. Non è amico nostro né del pensiero critico né genericamente della verità.

      • “Amico” è un’espressione figurativa, non va presa alla lettera e non giustifica l’errore.

        Per quanto possa dispiacervi, mi sembra che su QAnon siate dalla stessa parte di Facebook, ie contro.

        “ai fini della policy della community non risulterebbe differenza fra contenuti pro e contro.”

        =

        “truppe amiche sono attaccate per errore, perché credute nemiche.”

        Devo aggiungere parole per arrivare alla quota minima che avete stabilito; è triste il giorno in cui la sintesi viene trasformata da dono in — questa volta, sì, letteralmente — difetto.
        Niente, non basta ancora.
        Sotto la panca la capra campa, sopra la panca la capra crepa.
        Sotto la panca la capra campa, sopra la panca la capra crepa.
        Sotto la panca la capra campa, sopra la panca la capra crepa.
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        Sotto la panca la capra campa, sopra la panca la capra crepa.
        Sotto la panca la capra campa, sopra la panca la capra crepa.

        • @ Tom (ma non solo)

          Quella che stanno cercando di mettere a fuoco i nostri cari amici quì su Giap, credo sia una questione strutturale/esistenziale che riguarda la lenta ma netta « legittimazione [di un] dispositivo repressivo» riguardante specifiche dinamiche di interazione all’interno della società e dei movimenti.

          Ricordiamoci che solo in Italia sono 35,9 milioni gli utenti che, quotidianamente, insieme al caffé, utilizzano la piattaforma FB per informarsi e comunicare. [1]

          Per esempio, come puro esercizio intellettuale riguardante lo sviluppo di un qualche estetica collettiva: proviamo a spostare l’immaginazione verso un potenziale futuro dove non sono più soltanto dei testi, come quelli di WM1, ad essere “incriminati” in maniera surrettizia, ma individui, persone, cittadini, magari appartenenti a minoranze [2].

          Esemplificativi di questi scenari potrebbero essere, per esempio, alcuni dei recenti casi realtivi all’uso del software Deepfake, utilizzato per ora in larga parte esclusivamente, ma in maniera statisticamente rilevante, per danneggiare personaggi di spicco femminili e/o di colore [3].

          Certe cose dovrebbero far suonare non campanelli ma addirittura sirene di allarme e ricordarci che la tecnologia può essere, in maniera sempre più “user friendly”, utilizzata strumentalmente allo scopo di riflettere, amplificandoli, bias cognitivi.

          Direi quindi che è davvero triste leggere che ci sia un Giapster, come uncle Tom More quì sopra,che considera ancora piattaforme come FB “amiche”.

          [1] https://www.agcom.it/documents/10179/23614455/Comunicato+stampa+13-07-2021/3b2fcb51-7f95-4a00-a6af-a11f52c79b67?version=1.0

          [2] https://banthescan.amnesty.org/

          [3] https://archive.vn/a3J3z ; https://archive.vn/ZmNmj ; https://archive.vn/fVgkt ; http://archive.today/BZSXa

          • È triste leggere che il nostro “amico” Dude, nonostante impieghi l’intelletto per dilungarsi nel vano tentativo di dimostrare saggezza e intelligenza, includendo addirittura 3 (tre) link, concluda affermando che io considero “ancora piattaforme come FB “amiche”.”
            Eppure, proprio la mia prima frase specifica, senza ambiguità, che “[a]mico” è un’espressione figurativa, non va presa alla lettera e non giustifica l’errore.” “Fuoco amico” è anche quello di talebano contro talebano, di terrorista contro terrorista, di nazista contro nazista.
            Per concludere, non intendo dire che FB — che disprezzo, nonostante alcuni innegabili vantaggi — sia una piattaforma amica; al contrario, intendo dire che, nel caso in discussione (Dude, preparati perché questa è difficile), discrimina indiscriminatamente.

            • Tom, qui gli insulti non sono consentiti, e “vano tentativo di dimostrare saggezza e intelligenza” è un insulto nemmeno troppo velato. E siamo a due usi impropri dei commenti. Three strikes and you’re out.

              • Your Honour, ritengo estremamente offensiva la frase di Dude “Direi quindi che è davvero triste leggere che ci sia un Giapster, come uncle Tom More quì sopra, che considera ancora piattaforme come FB “amiche”.

                Quello che voi considerate “un insulto nemmeno troppo velato” era semplicemente una risposta a tono all’offesa di Dude.

                Detto questo, per risparmiarvi ulteriori difficoltà, esco da solo.
                Grazie dell’ospitalità, ci vediamo domani all’asilo.

                PS I miss Umberto Eco.

                Eco …

                … Eco …

                …… Eco ……

                ……… Eco ………

                ………… Eco …………

                …………… Eco ……………

                ……………… Eco ………………

                ………………… Eco …………………

                …………………… Eco ……………………

                ……………………… Eco ………………………

                • Il tuo fondamentale contributo alla discussione mancherà a tutte e tutti.

                  • @ Tom

                    La faccio brevissima.

                    Sul «discrimina[re] indiscriminatamente»

                    Ho una certa dimestichezza con la discriminazione, quella vera, quella subíta; sia di genere che su base razziale/etnica; dimestichezza sviluppata prima di me/per me anche dai miei genitori. Ci faccio i conti quasi quotidianamente.

                    Penso quindi che descrivere FB come uno strumento che «discrimina indiscriminatamente» possa avere come unico effetto (non scopo, bada bene) di confondere le idee, mitigando così la necessità di concentrarsi sul conflitto di interessi alla base dell’impresa.

                    Riguardo all’offesa subita: nel tuo commento originale, quello che mi ha fatto venir voglia di intervenire, parlavi in maniera molto esplicita di fuoco amico, portando me, lettore di Giap, in un contesto, un “immaginarium”, dove è in atto una guerra tra umani dimostrando, a mio parere, un implicito pessimismo della volontà.

                    È questa costante, infaticabile, immancabile interpreatzione della vita in generale, in chiave Maltusiana, guerrafondaia che ha, francamente, rotto.

                    Quindi, peace & love dude, P&L.

        • Ma Facebook non è «contro QAnon». Non lo era per niente prima né lo è davvero adesso. Nel periodo 2018-2020 ha beneficiato della crescita tumultuosa di QAnon, ne ha tratto profitti e l’ha favorita tramite il “contagio” degli algoritmi che suggeriscono contenuti e con alcune modifiche apportate allo strumento dei “gruppi”. I due maggiori responsabili della disseminazione di QAnon nell’infosfera sono YouTube e Facebook. Ora, di tutto questo FB continua a beneficiare. Il cospirazionismo genera community fidelizzate e al contempo genera polemiche, divisioni, scazzi coi debunkers ecc. In una parola: genera engagement, e la piattaforma esiste per estrarre dati dalle interazioni, perciò ci va a nozze. È intervenuta solo quando certe cose si sono fatte troppo “sconvenienti”, e solo per smussare gli spigoli più visibili.

          Il “post-QAnon” su FB prospera in mille forme e sfumature, semplicemente non sventola più la targhetta “QAnon” perché troppo connotata e attirerebbe troppo l’attenzione. Questa fase è già cominciata nell’estate 2020 con le mobilitazioni #Savethechildren. In questo FB e the-cult-formerly-known-as-QAnon sono dalla stessa parte, l’importante è che non ci sia scritto QAnon.

          Nota di metodo: Tom, il limite minimo di caratteri serve per rallentare i tempi dei botta e risposta, spingere a rileggere quanto si è appena scritto, chiedersi se non mancasse qualcosa… Lo spazio che separa dal limite minimo, la maggior parte delle persone si sforza di usarlo per scrivere qualcosa di sensato. Poi c’è una minoranza che ogni volta opta per un “meta-messaggio” che non aggiunge nulla tipo «Mi dice che mancano ancora dei caratteri e allora spero che con questa frase ecc. ecc.», infine c’è chi usa quello spazio per contestare la nostra policy e scrivere cazzate a vanvera. Inutile dire, dei tre gruppi, quale preferiamo. Se volete per forza la brevitas “scattosa” c’è sempre Twitter, no?

          • Capisco e accetto il vostro inusuale metodo. Senza entrare nei dettagli del mio pensiero (sintesi: bene; eccesso di sintesi: male), l’unico appunto che mi sentirei di aggiungere è che, notando che la regola non si applica ai vostri commenti (“Non calza. Facebook non è «la nostra parte» né viceversa. Non è amico nostro né del pensiero critico né genericamente della verità.”), viene spontaneo provare un senso di divisione tra “noi” e “voi”, tra “studenti” e “professori”.
            Infine, vorrei gentilmente sapere se esiste un premio, medaglia, buono o simile, per i commenti (come il mio precedente) che rientrano in tutti e tre i gruppi da voi descritti.

            • 1. Come qualunque blog esistente, anche questo ha degli admin che possono fare più cose degli altri utenti.
              2. Questo è il nostro blog e la policy la stabiliamo noi.
              3. Se quanto al punto 2 non ti sta bene, la rete è grande.

  3. Nella serata di ieri senza alcuna notifica o comunicazione sono tornati on line tutti i profili personali, la nostra pagina Facebook e le altre, ad essa non collegate, che erano state disattivate domenica 29 agosto.
    Questo è avvenuto senza che nessuno di noi abbia avuto la possibilità di inviare ulteriori reclami o segnalazioni; pertanto riteniamo che la riattivazione sia avvenuta a seguito del comunicato e degli articoli usciti nei giorni scorsi che hanno portato alla luce la vicenda. Naturalmente quanto accaduto nelle ultime ore non può che rappresentare una conferma di quanto abbiamo sostenuto in merito alle dinamiche di gestione del colosso di Menlo Park. Al tempo stesso ci restituisce un segnale importante circa le potenzialità dell’impegno collettivo nella produzione di discorso pubblico anche intorno a questi processi.
    Per proseguire insieme la discussione ci vedremo l’11 settembre al CSA Sisma per la presentazione di La Q di Qomplotto con Wu Ming 1 (http://www.csasisma.org/2021/08/la-q-di-qomplotto-presentazione-con-wu.html)

  4. è un segnale importante solo per pagine, collettivi e realtà il cui protagonismo nel discorso pubblico sia qualcosa di idoneo alla propria natura. Purtroppo, però, gli individui che desiderano solo prendere parte a questo discorso, e che di certo non possono e non devono poter contare su chissà quale mobilitazione della comunità a loro favore, continueranno a subire angherie e censure.
    D’altronde, non so se sia più auspicabile un facebook come si racconta, ovvero arbitro imparziale gestito secondo (provvisoriamente) imperfetti algoritmi di intelligenza del tutto impersonale, che colpisca tutti gli utenti allo stesso modo al di là del potere e del rumore che sono in grado di fare attorno agli incidenti che li coinvolgono, oppure un facebook come realmente è, ovvero attaccabile, contro le cui scelte alcune mobilitazioni possono avere una qualche forma di efficacia, ma che a quel punto produce ulteriori sperequazioni, gerarchie, e dunque trasforma la libertà di espressione da diritto di tutti a privilegio di pochi.

  5. Però io mi chiedo, e forse esagero: ma se il CSA Sisma (che stimo da marchigiano adottato) ha 15k followers o likers, perché non usa questo momento per transitare su qualcosa di “controsociale”? Un mastodon, o un blog qualsiasi, rafforzando il canale telegram e capendo che facebook (di riflesso a wa) è anche questo:

    https://gizmodo.com/whatsapp-moderators-can-read-your-messages-1847629241Rober

    Uscire ora da Facebook proprio nel momento in cui si è stati “riammessi al gioco” è sicuramente un segno forte e coraggioso. Piccolo nel maremagnum della piattaforma, ma i numeri che avete consentono di fare uno switch molto meno indolore di quello che si pensa secondo me.

    • Visto che citi Mastodon, magari può essere utile la nostra esperienza. Dopo aver lasciato Twitter abbiamo provato a stare sull’istanza Bida di Mastodon ma è durata pochi mesi, le perplessità sul nostro stare là si sono fatte sempre più forti finché non ci siamo resi conto che per noi non era proprio cosa, e pensandoci a mente fredda abbiamo capito il perché. In soldoni, le dinamiche di fruizione dei contenuti e di interazione erano le stesse da cui eravamo appena fuggiti: compulsione a dire la propria su qualunque cosa immediatamente [FOMO], replica a un toot senza aver cliccato il link, flame lunghissimi, ingiurie, obbligo di “tenere la parte”… Già accennavamo a questo problema in fondo a L’amore è fortissimo…, usando la metafora Twitter=eroina e Bida=metadone e facendo notare – in primis a noi stessi – che il metadone è pur sempre un oppiaceo che dà dipendenza. Ne abbiamo scritto ancora qualche tempo dopo, quando ce ne siamo andati definitivamente, in alcuni vecchi commenti di cui riprendo due stralci:

      «[…] è improbabile che torniamo a usare quello strumento. Mantenere anche solo un alluce dentro i social tiene aperta una “finestra” mentale spalancata su certe logiche – logiche incompatibili con il lavoro che facciamo qui su Giap e in generale – e quindi su potenziali perdite di tempo ed energie.
      Non ce ne siamo andati da Twitter (solo) perché era “corporate” e centralistico, ma perché non riuscivamo più a interagire in modo sensato dentro quella cornice, in quel frastuono, con quei ritmi. E durante l’emergenza coronavirus abbiamo tirato più volte sospiri di sollievo: – Fiuuu, pensa se in questo frangente fossimo stati ancora su Twitter…
      Ripeto: buon lavoro a tutte e tutti, se si sviluppano sistemi indipendenti e decentrati va benissimo, però se quei sistemi sono social media, per noi non è più cosa.

      […] Quando abbiamo scritto che ben vengano network decentrati – o «decentralizzati» come spesso si dice con un brutto calco dall’inglese di cui non c’era necessità perché il termine italiano già c’era – lo intendiamo veramente, ma al tempo stesso non ci basta che un network sia decentrato. Bisogna anche vedere a cosa serve e se il suo essere decentrato cambia la consapevolezza e l’esperienza di chi lo usa. C’è troppa gente che è migrata da Twitter a un’istanza Mastodon per poi comportarsi esattamente allo stesso modo, riproducendo le stesse dinamiche. Che un social network sia decentrato e libero anziché accentrato e proprietario non necessariamente incide sulla percezione di chi lo usa (a parte un maggior numero di bug da risolvere, interruzioni del servizio ecc.) e sicuramente di per sé non produce soggettivtà e relazioni migliori. Anzi: l’effetto è di primo acchito peggiore, perché è sconcertante che le dinamiche di cui sopra si riproducano anche senza algoritmi che le incentivino per profitto. Verrebbe da dire che ha ragione l’antropologia negativa, quella che in soldoni dice “non ce la possiamo fare”, ma non siamo intenzionati ad arrenderci a questo.»

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