Quattro note sparse per un «Libretto Rosa»

Il "Libretto rosa" di Finzioni
0. Affinità /divergenze tra i compagni di Finzioni e noi

Una rivoluzione copernicana. Capace di (ri)mettere al centro del sistema editoriale la comunità dei lettori.
In estrema sintesi, è questo l’intento che anima da cima a fondo Il Libretto Rosa del blog Finzioni.
Un vasto e sacrosanto programma al quale pure Wu Ming, fin dalla sua fondazione, ha consacrato sforzi, esperimenti ed errori.
Proprio in virtù di questo comune sentire, ritengo più utile alla discussione – e al programma stesso – evidenziare quali aspetti del Libretto mi hanno lasciato più insoddisfatto, invece di dedicare spazio alla tante consonanze, peraltro assai evidenti.

1. Noi Lettori

Se la teoria letteraria ormai da decenni considera chi legge un romanzo al pari di un co-autore, di fronte ai meccanismi dell’industria editoriale, i lettori in carne ed ossa si sentono ancora l’ultima ruota dell’ingranaggio.
Il Libretto Rosa disegna un ritratto in bianco e nero delle Patrie Lettere, dove la gran parte degli editori, dei critici e degli scrittori sono individui pieni di boria, interessati solo al loro particulare, avidi di fama e denaro, mentre i lettori – Noi Lettori – sono una comunità perfetta, che non ha nulla a che vedere con le infezioni del corpo editoriale e anzi le spazzerà via come un esercito di globuli bianchi.
Questa retorica da battaglia si basa in primo luogo su una falsa opposizione, perché anche gli scrittori paraculi, i critici snob e gli editori marchettari sono il più delle volte lettori (So che è difficile crederlo, ma bisogna sforzarsi almeno di supporlo). Poi c’è la reductio ad unum che abbiamo criticato tante volte in questi ultimi mesi: la stessa che ha fatto parlare di un “Popolo della Rete”, protagonista assoluto della vittoria nei referendum; la stessa di chi inveisce ogni giorno contro la Casta, i costi della politica, il capitalismo di rapina e la mafia, per poi proporre come contraltare la gente, i cittadini, la società civile in quanto tale. Si rimuovono le contraddizioni interne al blocco che si vuole chiamare Popolo, Noi, Società e si accentuano, di contro, le opposizioni tra questo interno falsamente omogeneo e i cattivi che ne stanno fuori.
Come risultato, si ottiene il culto di una comunità senza macchia – emarginata e quindi “fuori dal sistema” – che una volta riportata “al centro” del medesimo lo farà fiorire come un campo a primavera. Per evitarlo, mi pare che alla parola Noi bisognerebbe sempre affiancare due precisazioni: primo, la consapevolezza delle proprie responsabilità (ci crediamo assolti, ma siamo invece coinvolti) e secondo, una strategia di lotta, perché non basta essere una moltitudine e arrivare “dal basso” per migliorare il sistema, e non basta nemmeno “essere migliori” o avere “valori migliori” per portare a casa il risultato.
Rispetto al primo punto, qui manca del tutto un’analisi sulle degenerazioni tipiche delle comunità di lettori, come ad esempio quella che conduce da tempo Loredana Lipperini nei meandri della letteratura fantasy.
Il Libretto Rosa dichiara solenne che, grazie ai progressi tecnologici, “la Repubblica dei Lettori ha schiarito la sua voce e ora sta parlando”. Fatto incontrovertibile, ma poi bisognerebbe anche sentire cosa dice, che errori fa più spesso, come si esprime, quanto urla. Henry Jenkins ha sostenuto che “non si deve ridurre il valore della cultura partecipativa ai suoi prodotti, ma occorre pensare al suo processo”. Non si tratta dunque di andare in cerca della monnezza prodotta dai lettori per poi dire “Visto? C’è un sacco di merda anche qua”, ma piuttosto per interrogarsi su come il processo stesso – “il discorso pubblico che i lettori sviluppano intorno ai libri” – possa migliorare in qualità, partecipazione, biodiversità ed efficacia. L’esempio della fanfiction da questo punto di vista è molto istruttivo: nelle comunità dei fan che scrivono storie ispirate alle loro narrazioni preferite, esistono spesso gruppi di beta-lettori. Queste persone si offrono di leggere i testi in bozza per sottoporli a una revisione tra pari. Tale revisione, per funzionare al meglio, si ispira a regole scritte e condivise, ovvero “presupposti pedagogici che guidano il processo”. A mio parere, l’intera Repubblica dei Lettori avrebbe bisogno di esplicitare i suoi presupposti pedagogici. Ai tanto decantati Diritti del Lettore enunciati da Pennac, credo si dovrebbe aggiungere un Vademecum di lettura creativa. Alla versione 2.0 del Libretto Rosa mi piacerebbe trovare allegato un Codice etico per il recensore amatoriale, un Hagakure del dibattito libresco.

2. I lettori hanno sempre ragione

“I lettori hanno sempre ragione”, recita il secondo articolo del Nonalogo finzioniano. “La ragione si dà ai fessi”, chioserebbe mia nonna dalla tomba, mentre un qualunque “editore faina” sarebbe pronto a sottoscrivere l’affermazione originaria. Se i lettori continuano a comprare romanzi tradotti ad mentulam canis, che bisogno c’è di avere più cura? Il cliente ha sempre ragione. Se l’autore incrementa le vendite sputando sentenze al famoso talk show, perché non puntare tutto sulle apparizioni televisive? Il cliente ha sempre ragione. Io invece, da cliente, ancora ringrazio il barista che un giorno mi disse: piantala di mettere lo zucchero nel caffè, uccidi l’aroma. Quel suo consiglio autorevole mi salvò dal piattume della dolcificazione quotidiana. Ma oggi, sostengono i finzioniani, non esiste più alcuna auctoritas. Dunque tocca a Noi Lettori autorizzarci, cioè “farci autori del nostro giudizio”. Il che, mi pare, è proprio l’esatto contrario dell’aver sempre ragione, pretesa tipica di chi l’auctoritas non ce l’ha, ma la vuole imporre lo stesso.
“Una delle cose tristi del nostro tempo è che quanti si sentono nel giusto sono stupidi, mentre quelli che sanno capire e immaginare sono pieni di dubbi e indecisioni”. Bertrand Russell lo scriveva ormai molti anni fa, ma oggi la sua frase viene citata su Wikipedia per descrivere un fenomeno che conosce in Rete le sue conseguenze più devastanti: l’effetto Dunning-Kruger. In base a questo bias cognitivo, quanto più una persona è incompetente, tanto più sottostima le sue lacune e si illude di essere più capace degli altri. Chi invece ha più conoscenze, tende a sovrastimare le altrui capacità e quindi a non sentirsi all’altezza della situazione. Di conseguenza: se per autorizzarsi bisogna affinare le armi del proprio giudizio, allora probabilmente si avranno maggiori incertezze. Se invece l’importante è avere sempre ragione, allora difficilmente si avrà un giudizio autorevole.

3. Una piattaforma di richieste

Quanto detto fin qui, non significa che Il Libretto Rosa manchi di una parte propositiva, al di là delle dichiarazioni provocatorie del tipo “Noi lettori abbiamo sempre ragione”.
Al contrario, contiene una lunga piattaforma di rivendicazioni, rivolte in particolar modo alle case editrici. Un elenco molto condivisibile sul piano dei contenuti, ma piuttosto carente su quello della pratica.
Esistono battaglie delle quali occorre indicare subito la strategia, se non ci si vuole affidare alla mano dell’Onnipotente. Ad esempio, dichiarare di voler combattere il traffico cittadino, o la fame nel mondo, è un puro flatus vocis se non si indica in che modo si pensa di procedere.
Ai tempi della campagna per la “carta amica delle foreste”, Greenpeace decise che sarebbe partita dagli autori, convincendoli a far stampare i propri testi su quel tipo di supporto. A loro volta gli autori hanno convinto gli editori e si è arrivati a una prima, parziale vittoria. Se Greenpeace si fosse limitata a dire: “Vogliamo libri in carta riciclata”, niente di tutto questo sarebbe mai avvenuto.
“Ottenere un’impaginazione, una stampa, una rilegatura degni di questo nome” è un obiettivo che qualunque lettore sottoscriverà volentieri. Ma il punto è: come? Restituendo sistematicamente le copie fallate alle librerie? Può essere un primo passo, ma l’importante è tracciare la rotta.
“Queste sono le nostre richieste – dichiarano i finzioniani al termine del paragrafo – Ciascun lettore può e deve arricchirle, integrarle, approfondirle”.
A me pare invece che la lista sia già abbastanza ricca, forse pure troppo.
Quel che bisognerebbe fare, punto per punto, è individuare gli strumenti per rivendicarla. Tenendo ben presente che in Italia non esiste un editore pubblico, chiamato per definizione a intraprendere progetti di pubblica utilità (come la ristampa di testi fuori catalogo o l’aggiornamento degli apparati critici). Qui ci si misura con soggetti privati, profitti, quote di mercato e sono lontani i tempi in cui Giulio Einaudi teorizzava la necessità, ogni anno, di pubblicare almeno quattro volumi di sicuro valore e di sicura perdita. Evitiamo di chiedere agli editori di essere “buoni” e impariamo a considerarli come una normale controparte.

4. Il valore di un libro

“Il valore di un libro” – si afferma nel Libretto – può essere solo ed esclusivamente determinato dal giudizio che i lettori ne danno nel corso del tempo”.
E’ questa un’affermazione importante, che reclama spazio per tutta la dimensione sociale della lettura, spesso considerata come irrilevante dalla critica letteraria. La fortuna di un romanzo viene per lo più studiata da un punto di vista storico o sociologico, ma guai a farla confluire nel giudizio sul testo. Fanno bene dunque i finzioniani a ricordare che un libro viene pubblicato per essere letto e recepito, e dunque il modo in cui esso viene letto e recepito non può che costituire un elemento di giudizio.
Qualche pagina più oltre, però, il Libretto contiene un’altra affermazione importante.
“Parole come letterarietà devono sparire, affogate da una risata. L’unico predicato legittimo sarà l’aggettivo valido, cioè che possiede un valore per chi parla.”
Dunque: 1) “il valore di un libro” sta nel giudizio che i lettori ne danno nel tempo e 2) tale giudizio deve esprimersi nei termini di valido/non valido. Ne consegue che “il valore di un libro” sta nel “valore che i lettori gli attribuiscono nel corso del tempo”.
Tutto questo parlare di valore mi fa pensare alla lettura come all’estimo di un terreno e ai lettori come tante agenzie di rating. Se giustamente ridiamo di coloro che vogliono distinguere i libri in letterari e para-letterari, non possiamo proporre, un attimo dopo, di separare i romanzi tra validi e non validi, come se si trattasse sempre e comunque di stilare una classifica, una serie A e una serie B, un elenco di buoni e cattivi.
La vera rivoluzione copernicana, oggi, non è sostituire la cartina al tornasole di Voi Critici con quella di Noi Lettori, ma rimettere al centro della lettura, come suo scopo principale, l’inseguimento rocambolesco dei significati.

«La posta del lavoro letterario è quella di fare del lettore non più un consumatore ma un produttore del testo. La nostra letteratura è segnata dal divorzio inesorabile mantenuto dall’istituzione letteraria tra il fabbricante e l’utente del testo, tra l’autore e il lettore. Questo lettore si trova allora immerso in una sorta di ozio, di intransitività, e, per dir tutto, di serietà: invece di essere lui a eseguire, di accedere pienamente all’incanto del significante, alla voluttà della scrittura, non gli resta in sorte che la povera libertà di ricevere o di respingere il testo: la lettura si riduce a un referendum» (Roland Barthes, S/Z, 1970)

Come si suol dire: sono passati quarant’anni e sembra scritto ieri.
La mia impressione è che ci stiamo tutti, pericolosamente abituando a interagire con la creatività e l’arte in termini quantitativi. Quel che ci importa è tradurre la fruizione in un verdetto e il verdetto in un voto da 0 a 10 cuoricini, da 0 a 4 stelline oppure 5, o ancora più spesso mi piace/non mi piace, Ok/Ko, pollice su/pollice giù come tanti piccoli Nerone.
Io sono un lettore da circa trantadue anni e penso che leggere sia soprattutto un’avventura, l’esplorazione di una giungla di temi e conflitti, che poi certo, può rivelarsi un boschetto o un arido deserto, ma in ogni caso non mi interessa fare l’agrimensore, mettermi lì a traguardare confini, cosa che invece, a giudicare da molte recensioni che leggo in giro, sembra essere la preoccupazione principale di tanti lettori, spinti a questo da una bombardante ingiunzione a valutare prima ancora che capire. La mia impressione è che questi lettori preferiscano rifugiarsi nella matita rossa e blu perché dare un voto, dire mi annoia/non mi annoia o “il primo atto finisce troppo presto” non ti costringe a mettere in gioco te stesso, cosa che invece devi fare se vuoi dire – anche in poche parole semplici – che cosa significa un libro per te, che cosa fa risuonare dentro la tua testa, mettendo insieme il cosa dice e il come lo fa, la forma e il contenuto nella loro inestricabile interazione.
Un libro vuol sempre dire molte cose e molte cose diverse a seconda di chi lo interroga: di fronte a questa grande ricchezza vedo invece schiere di lettori che contano le pulci del testo come se fosse una vecchia pelliccia, per poi dedurre da questa aritmetica se la pelliccia scalda oppure no. Così facendo finiscono per passare il tempo su dettagli secondari e molto ripetitivi, perdendo di vista l’aspetto più interessante dell’esperienza di lettura: la possibilità di confrontarsi con una costellazione di significati.
A che mi serve sapere “quanto vale” un romanzo se prima non mi sono chiesto “cosa vuol dire per me”?
Di recente, un amico mi ha bacchettato perché da una mia recensione non si capiva se il libro mi fosse piaciuto oppure no, se suggerivo di leggerlo, se “ne valeva la pena”.
Il genere “consigli per gli acquisti” è ormai lo stile critico dominante.
E’ tempo di abbandonare le pagelle di Amazon per addentrarsi, come naturalisti in erba, nell’Amazzonia dell’interpretazione collettiva.

Wu Ming 2

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46 commenti su “Quattro note sparse per un «Libretto Rosa»

  1. In qualità di membro del Comitato di Salute Pubblica di Finzioni, estensore del Libretto Rosa, ringrazio sentitamente il compagno Wu Ming 2 per le note critiche sopra riportate, e, senza per il momento scendere nel dettaglio dell’analisi (data l’ora tarda) mi limito ad alcune osservazioni più urgenti.

    1) Il Libretto Rosa (LR) è *volutamente* intriso di retorica battagliera. E questo perché il suo scopo originario era agitare le acque dell’editoria italiana. La sua natura “minuta” (un libretto, appunto) non ne fa né un saggio di teoria letteraria ma nemmeno una semplice dichiarazione d’intenti. La versione 2.0, già in cantiere (con tutte le difficoltà logistiche e pratiche di una stesura collettiva fatta nelle poche ore libere da chi campa con altri lavori), sarà di diverso formato e stile, e terrà conto non solo dei rilievi wuminghiani ma di tutte le critiche e le osservazioni fatte da altri lettori.

    2) E’ tuttavia riuscito il LR a smuovere le acque delle Patrie Lettere? Sì e no. Sì, perchè centinaia di lettori ci hanno manifestato il loro apprezzamento e il loro supporto. No, perché eccezion fatta per il collettivo Wu Ming, la pasionaria Loredana Lipperini e pochi altri (Belpoliti, Grazioli, Faraci), nessun’altra figura del mondo delle lettere ha degnato il LR di uno sguardo. Non gli altri lit-blog (Nazione Indiana? Vibrisse? i TQ?), praticamente nessun editore. Paradossalmente, se ne sono occupati più i media (Repubblica, il Sole, Lettera43, Radio Sherwood, Radio 3, Rainews24) che gli addetti ai lavori. Ne desumo che quella distanza tra lettori e mondo editoriale che il LR voleva denunciare (r)esiste e si rivela difficile da colmare.

    3) In tanti ci hanno fatto notare la stessa reductio ad unum che cita WM2. L’abbiamo molto discussa in sede di Comitato di Salute Pubblica Finzioniano, e alla fine abbiamo optato per mantenerla, allo scopo di preservare la carica retorica del LR. Forse è stato un errore tattico, ma da un punto di vista strategico è proprio su quella falsa opposizione che abbiamo costruito consenso intorno a un nucleo di rivendicazioni. Nella sua versione 2.0 non sarà così.

    4) Le rivendicazioni. Se non hanno un’espressione pratica non è perché (pur con i nostri limiti conoscitivi) non ci abbiamo pensato, ma è per un duplice motivo. In primo luogo, il LR mette nero su bianco – al di là dell’aspetto retorico – un insieme di prassi (ormai un tratto caratterizzante della rivista) che Finzioni porta avanti da tre anni: la lettura sociale, diagonale, aperta; il tentativo di fondare un nuovo tipo di auctoritas (o, per citare un accademico “un modello di autorialità basato sulla produzione logica dell’espressione individuale” che convive a fianco dello “stile social media” in cui “si formano comportamenti a prescindere da interventi intenzionalmente didascalici” e che “può davvero essere palestra di recensione, sviluppo di sensibilità, capacità di discernimento nell’offerta smisurata di novità che affollano il mercato e stipano gli scaffali delle librerie” – qui: http://www.nazioneindiana.com/2011/06/19/critica-ciao-libri-e-new-media-saverio-simonelli/ ). La prassi, dunque, precede la teoria. In secondo luogo, abbiamo già individuato alcuni strumenti concreti con cui vorremmo dare corpo ad alcune richieste (non tutte – non ne abbiamo le energie e non ci riteniamo certo i salvatori del mondo), ben consapevoli che la controparte (editoriale) non è il demonio da convertire; anzi siamo ben disposti a negoziare, con le unghie e con i denti se necessario. In questo senso, la lezione wuminghiana del “dentro e contro” è stata ben appresa, e, à la Finzioni, verrà declinata in una serie d’iniziative nel prossimo futuro. Di nuovo, compatibilmente con l’impegno volontario di un gruppo di persone che si dedica a queste tematiche nel proprio tempo libero.

    Mi fermo qui per il momento.

    Ma spero davvero che il dibattito, qui su Giap, possa aiutarci a produrre un LR 2.0 più preciso, incisivo, efficace. E davvero collettivo.

  2. […] La critica di Wu Ming 2 su Giap […]

  3. […] Quello che scrive Wu Ming 2 sul Libretto Rosa di Finzioni e sulla Repubblica dei lettori è esattamente il punto debole (e […]

  4. “2) … Ne desumo che quella distanza tra lettori e mondo editoriale che il LR voleva denunciare (r)esiste e si rivela difficile da colmare.”

    Non so, forse pecco di cinismo ma… magari non è stato recepito perché la rivista non ha tutta questa diffusione? Ciop, a me Finzioni piace da matti e la consiglio sempre, ma insomma, guardiamoci intorno: quanti addetti ai lavori hanno avuto anche solo la possibilità di venire a contatto con il Libretto Rosa? La riflessione di eFFe al punto 2 non è un po’ autocentrica?

  5. @Filippo,

    non volevo peccare di presunzione, mi dispiace se ho dato quest’impressione, ma la mia considerazione nasce da alcuni dati:

    1) Finzioni è da marzo 2011 il primo blog nella categoria letteratura di Wikio, e da questo mese anche nella categoria cultura. Non è certo come vincere i Mondiali, ma quella classifica certifica per lo meno la capacità di essere attivi sulla Rete attraverso i suoi tanti canali e strumenti. Dunque desumo che se uno un po’ bazzica la rete e soprattutto il cd. campo letterario, è difficile (non impossibile, ma improbabile) che non l’abbia incontrata.

    2) La diffusione: facciamo una media di 2500/2700 visite uniche al giorno (in costante ascesa), pur esistendo da molto meno di mostri sacri come NI o Vibrisse; pubblichiamo mediamente 5 articoli al giorno, talvolta 7, nei weekend meno. Se anche volessimo ammettere – cosa peraltro legittima, ripeto – che gli addetti ai lavori (non il lettore X o Y) non conoscono Finzioni, il fatto che con una certa frequenza veniamo citati su giornali e radio avrebbe per lo meno dovuto incuriosirli. IMHO.

    3) La notizia del LR è stata spedita via mail il giorno stesso della sua pubblicazione a tutti i principali blog letterari italiani. E a decine e decine di giornalisti.

    Fatte queste considerazioni, noi ci siamo fatti una domanda: perchè non ci considerano? E ci siamo dati alcune ipotetiche risposte: perché non siamo “famosi”? Perché non abbiamo pubblicato libri? Perché abbiamo un tono e un piglio “giovanilista” che non si addice alla seriosità delle Patrie Lettere? O forse perché scriviamo cazzate? Non lo sappiamo.

    La virulenza retorica del LR serviva proprio a cercar di rompere questa diffidenza, allo stesso tempo creando consenso tra i lettori. Non credo sia stato un fallimento, anzi.

    Paradossalmente, alcune case editrici hanno mostrato interesse. Ci sono arrivate richieste di affiliazione – che abbiamo gentilmente rifiutato per non perdere quella che i WM chiamerebbero la “street credibility” – e richieste di collaborazione, che stiamo valutando.

    Dal nostro angolo di mondo, lo scenario che si delinea allora è il seguente: certa editoria più “sveglia” ha compreso che con i lettori, in un modo o nell’altro, bisogna dialogare, perché ne beneficiano tutti. E ha eletto Finzioni a interlocutore. Scrittori e critici (con le menzionate eccezioni) continuano invece a rimanere nel loro scintillante isolamento. Questa è l’immagine – abbozzata, tratteggiata, in bianco e nero – che ci si forma davanti agli occhi. Vorremmo capire se siamo noi a non mettere bene a fuoco o se è davvero questo il panorama.

  6. La questione è sicuramente spinosa. Certamente, rivendicare gratuitamente senza alcuna controproposta può suonare un po’ aristocratico (e si rischia di fare la fine delle rivoluzioni che sostituiscono un iper-potere con un altro iper-potere) e forse autoreferenziale. Allo stesso tempo bisogna provocare molto, soprattutto all’inizio, per ottenere qualcosa, anche poco magari. Il ’68, la rivoluzione culturale, il sesso libero: si trattava di una rivoluzione forte, una provocazione radicale; ora non andiamo in giro a fare orge per le strade ma la società civile ha ottenuto il divorzio.
    Il decalogo di pennac era meno radicale, non aveva la pretesa di dialogare con l’editoria ed era rivolto al lettore nel senso meno lato possibile, cioè soltanto alla persona nell’atto del leggere (e dunque quel che lui ha diritto di fare MENTRE legge). Finzioni fuoriesce dal limite espandendo la figura del lettore anche oltre il tempo in cui legge, dandogli più auctoritas ma al tempo stesso privandolo di identità, giacché quando dialoga con la critica”alta” smette di leggere e non è più lettore.
    Ultimo. Attenzione a non mettere tutti sulla stessa barca: gli scrittori sono una cosa, gli editori sono un’altra, i critici un’altra ancora, quelli che scrivono romanzi-marchette e fanno le interviste da star una cosa che non c’entra con la letteratura. Ecco perché se troviamo 100 persone a cui piace quel romanzo non possiamo dire che il lettore ha sempre ragione, perché altrimenti la letteratura rischia di fare la fine della televisione.

  7. @eFFe
    La retorica battagliera del Noi contro di Voi rischia di produrre due reazioni: da un lato, quelli che si riconoscono nel Noi si esaltano, stappano lo champagne, si ubriacano e non aggiungono niente di sensato. Dall’altro, chi si riconosce nel Voi valuta l’avversario: cosa me ne viene dal fare a cornate con questi? Non è che se ci litigo mi abbasso di livello?
    Ho l’impressione che col LR sia successo qualcosa di simile: tanto è vero che se n’è occupato soprattutto chi poteva farlo semplicemente dando la notizia e non chi avrebbe dovuto ragionarci su. Perché per ragionare ci vuole del tempo. Io sarò lento di comprendonio, ma per leggere il LR, capire cosa non mi aveva convinto, buttare giù gli appunti e sistemarli un po’ ci ho messo due pomeriggi e due serate. E molti – gli stessi che vogliono sapere se un libro “vale la pena” – si domandano anche se l’interlocutore “vale la pena”, al di là di quello che afferma.
    “Non è che se io parlo di loro finisco per fargli pubblicità gratuita?”

    Poi sono convinto che un po’ di autocritica avrebbe giovato alla ricezione del testo. Se i lettori hanno sempre ragione, che bisogno hanno di discutere tra loro?

  8. @eFFe (again)
    Ho letto quel che ha scritto Marco Belpoliti intorno al LR.
    Mi colpisce in particolare la sua citazione da Starobinski:

    “il critico è in origine un mediatore; uno che sta sulla piazza del mercato e che si mette in mezzo tra il venditore e il compratore e assicura che l’oggetto scambiato sia davvero buono e il prezzo giusto. Assicura che il passaggio della “cosa” avvenga in modo onorevole e corretto. Si tratta di un uomo di Hermes, Mercurio, il dio degli scambi (protettore dei commerci, ma anche dei ladri…)”

    Ecco. Nove anni fa, su Giap, noi citavamo invece queste righe dello scrittore svizzero Peter Bichsel:

    “Forse si potrebbe rivalorizzare la conversazione letteraria se si tenesse uno ‘scrittore residente’, uno da cui poter andare dopo che si è letto un libro e dire: ‘leggilo anche tu perché domani vorrei discuterne con te’.
    Si può aggiungere che, se ha qualche senso che esista la figura del critico letterario, la sua funzione potrebbe essere quella di un partner pubblico per lettori solitari, un co-lettore pubblico. Peccato che pochi siano disposti a interpretare in questo modo la loro funzione di critici. I lettori sanno quanto si può essere soli nell’entusiasmo per un libro, quanto si può essere soli, ad esempio, con ‘Le affinita’ elettive’, con il ‘Wilhelm Meister’, con ‘I dolori del giovane Werther'”

    Mediatore vs partner pubblico. Uno che ti dice “Ok, il prezzo è giusto” e l’altro che discute con te di un libro che ha letto. Secondo me sono questi i due paradigmi che si contrappongono. Tanto per i critici quanto per i lettori che hanno voglia di discutere di quel che leggono. Io sto con Bichsel perché mi interessa capire prima di valutare, e se mai gridare all’insensatezza piuttosto che alla truffa. L’unico sospetto che vorrei avere, leggendo un romanzo, è di non aver afferrato tutto quel che potrei.

  9. Io non so chi siano gli addetti ai lavori. Così come non ho mai visto un salotto letterario, i miei amici più cari sono un imbianchino, un programmatore e un guardarobiere (forse gli addetti ai lavori si ritrovano nei salotti letterari, ecco perché non li conosco!).
    La mia vita sociale è ridotta al lumicino e la mia primaria preoccupazione è pagare le bollette.
    So che sono un lettore, innanzitutto. Da sempre e anche ora che scrivo e pubblico libri sono, sopratutto un lettore.
    Tutta la retorica NOI vs VOI non l’ho mai capita né capirò mai. La rete è bella perché ognuno può creare il suo spazio e col suo lavoro appassionato rendersi autorevole e credibile. Senza il bisogno di chiedere di continuo “Perché non mi amano?” altrimenti sembra che la primaria preoccupazione sia di entrare nel club che si denigra (club, che ovviamente, esiste solo nella mente di chi lo immagina).
    Chi vi dice che i redattori dei blog che citate non leggano le pagine di Finzioni? E chi mi dice che i redattori di Finzioni non leggano Vibrisse, Carmilla, NI, etc.? Nessuno. Appunto. Quindi non deduciamo l’indeducibile.

  10. Però Gianni, a me pare cosa buona e giusta, dopo aver diffuso un libretto, interrogarsi sulla sua ricezione. I redattori dei blog citati leggono senz’altro Finzioni, ma che non abbiano raccolto gli spunti del LR è un dato di fatto: in caso contrario, qualcuno ne avrebbe scritto. Il Libretto in questione è un oggetto provocatorio che voleva “stimolare er dibbattito”: se il dibattito langue, meglio capire come mai, in vista di una versione 2.0 che magari tenga conto degli errori della prima.

  11. “Lettura creativa”… qualcuno mi spiega esattamente di cosa si tratta?
    Io sono un lettore accanito e sinceramente non ho mai sentito il bisogno di aderire ad un movimento di protesta le cui istanze riguardano la qualità dei libri che leggo.
    Voglio dire, se io penso che, ad esempio, Nicolai Lilin sia un cane, molto semplicemente evito di leggerlo.
    Qual’è il motivo che dovrebbe spingermi ad unirmi ad una simile protesta?
    Dovrei prendermela perché qualcuno lo pubblica?
    Oppure perché qualcun altro se lo legge?
    Someone could explain for me dumb?

  12. @franzecke
    Io naturalmente posso risponderti per me, per noi WM.
    Per “lettura creativa” si intende, a grandi linee, quello che già intendeva Barthes o Umberto Eco (“Lector in fabula”), ovvero che un romanzo “vuole qualcuno che lo aiuti a funzionare”, e questo qualcuno è il lettore, che ne scova e ne integra i significati e così facendo aggiunge qualcosa, di fatto “crea” o “ricrea” il testo stesso.
    Grazie alla Rete questo “lavoro del lettore”, che è sempre esistito, si è fatto molto più visibile, lascia moltissime tracce scritte e di conseguenza se ne discute con prove alla mano.
    Quanto al “movimento di protesta le cui istanze riguardano la qualità dei libri che leggo”,non mi sembra che ve ne sia traccia. Il Libretto fa un discorso sulle modalità di pubblicazione (ad es: la carta riciclata), sull’accesso alla cultura (contro il prestito bibliotecario a pagamento), su che cosa significa “leggere un testo”…
    Comunque è molto breve, sono quaranta pagine: leggerlo vale più di qualunque (mia) spiegazione.

  13. Ok magari me lo leggo prima di lanciare ulteriori provocazioni ;)

    ciao grazie e complimenti per il sito – che spacca

  14. Io faccio un po’ fatica a farmi persuadere dalla logica “democratica” che pervade il discorso. Perché non è solamente che il metro di giudizio sì/no, bello/brutto etc. sia degradante per eccessiva semplificazione. E’ anche proprio sbagliato! Mette il lettore in una posizione di mastery che può diventare ambigua… quando all’inverso forse bisognerebbe sottolineare che la trasmissione dei saperi non può non avere dei maestri e non può non transitare in un’asimmetria relazionale. E’ vero certamente per la filosofia, le scienze etc. ma lo è tutto sommato anche per una lettura solo apparentemente più dimessa come è quella della narrativa. Se dovessimo soltanto assecondare il “gusto personale” del lettore non incontreremmo mai alcuna frattura nel continuum delle conferme e degli appaggamenti, facendo diventare il giudizio un puro capriccio autoreferenziale. Il problema forse è che mancano le istituzioni che questa trasmissione la rendono possibile (a cominciare dall’università, ma non lo sono più nemmeno i soggetti politici)… non orizzontalizzando verso il basso della “repubblica democratica dei lettori” ma verticalizzando con una direzione precisa. Che poi può anche essere messa in discussione, ma che almeno possa esistere.

    A me la moltitudine dei lettori sembra tremendamente simile alla moltitudine dei consumatori. E paradossalmente il critico è ancora troppo legato alla fase “commerciale” dell’industria culturale che stiamo vivendo. Il problema non è che è troppo in alto… ma semmai che assomiglia tremendamente a tutti noi (ed è per questo che ci entriamo in competizione narcisistica).

  15. Orizzontalizzando, il critico secondo me al giorno d’oggi non serve a niente.
    La rete fornisce strumenti più che sufficienti per una critica individualistica.
    Ci metto venti minuti del mio tempo a capire che, ad esempio, Nicolai Lilin è un cane, senza bisogno dell’apparato critico alla Saviano che me lo spinge manco fosse Tolstoj alle porte di Sebastopoli.
    Ci metto altresì venti minuti a capire che ‘sta storia del Libretto Rosa è un abbocco… e senza nemmeno averlo letto ;)
    Certo, se poi lo specchietto serve a stimolare il dibattito tra le allodole, ben venga… se invece è solo una questione di quante visite quotidiane riceve il loro sito, boh, fa un po’ tristezza.
    @Wu Ming che significa secondo te “leggere un testo”?

  16. @WM2
    non credo di capire quando dici “Poi sono convinto che un po’ di autocritica avrebbe giovato alla ricezione del testo”. Autocritica previa al lancio del LR o successiva? Avremmo dovuto rifletterci meglio prima o prendere atto degli errori subito dopo? Il tuo appunto, cioè, è metodologico o tattico?

    @Gianni
    io – nel poco tempo libero che mi rimane dalle attività necessarie a pagare le bollette – leggo NI e non solo. E spesso mi annoio mortalmente, soprattutto a scorrere le “peleas de gallos” nei commenti. Talvolta trovo delle cose interessantissime. Il punto non è questo però. Il punto è che la presenza di Finzioni nel campo letterario online italiano (la definizione è di Mozzi no?) è quella di un outsider. Io osservo questo, forse mi sbaglio, ma se sono nel giusto vorrei capirne il perché. La mia modestissima ipotesi è che Finzioni rappresenti un mutamento di paradigma, il tentativo dialettico di conservare e superare i limiti del mondo letterario italiano: autori personaggi, critici sensali, editori faina e anche lettori che si vantano di dire “anche se non l’ho letto so che è così”. In questa fase di transizione ci piacerebbe aprire un dialogo con chi condivide con noi la passione dei libri, e la esprime online; ma se costoro non ci prestano attenzione, cosa ne dobbiamo dedurre?

    @Logical Warfare
    io di lavoro faccio l’insegnante, e condivido molto di quello che tu dici. Tu assumi infatti una prospettiva didattica quando parli di trasmissione del sapere. Tuttavia Finzioni non adotta lo stesso punto di vista e lo fa proprio per scelta editoriale, piaccia o meno, perché convinta che il lettore non vada istruito ma che con esso si discuta. Questa scelta ha però pagato, e in diversi modi: cresce il consenso e l’apprezzamento, cresce la partecipazione attraverso i commenti e i link esterni, cresce anche il dibattito su altri mezzi di comunicazione.

    L’asimmetria relazionale non c’è, e se c’è, è tutta la redazione di Finzioni è ben attenta a “nasconderla” con l’adozione di uno stile “leggero”. Ti faccio un esempio: se cerchi su google “Giorgio Agamben”, troverai al quinto posto un mio pezzo, uscito all’epoca della vicenda del #rogodilibri. E’ a tutt’oggi uno dei pezzi più letti su Finzioni, che ci porta anche molto traffico, e che ha ricevuto un bel gradimento sui social network. E non si tratta certo di un pezzo di filosofia. Qualcuno ci ha scritto ringraziandoci di avergli fatto conoscere Agamben, e a me questo pare un bel risultato (fosse anche una sola persona!). E di esempi così ce ne sono tanti altri. Possiamo sostenere allora che la trasmissione del sapere ha trovato un canale orizzontale più efficace di un tradizionale rapporto top-down? Possiamo pensare un modello di diffusione del sapere che faccia a meno della gerarchia senza fare a meno della qualità? Io per primo, come insegnante, m’interrogo quotidianamente su questi temi.

    La tua ultima annotazione, sulla somiglianza ai critici e l’implicita competizione, è un caveat davvero interessante! Ci dovremo lavorare.

  17. @WM2 (again and again)

    Non conoscevo Bichsel, ma è evidente che il LR sia sulla stessa lunghezza d’onda, quando insiste sulla lettura sociale e sull’autore come primo lettore di un testo.

  18. @Logical Warfare
    Il mio esempio del caffé zuccherato voleva proprio sottolineare questo: per crescere abbiamo bisogno di un’asimmetria relazionale, ma questa è possibile anche in un contesto informale (un bar, un blog, un centro sociale). La Rete, almeno in potenza, sarebbe un ottimo ambiente dove imparare, a patto che non si confonda la mentorship informale tra esperti e novizi con una totale assenza di tale rapporto. L’articolo di eFFe su Agamben, a mio parere, non è affatto “simmetrico”, solo che la sua asimmetria non discende da un contesto gerarchico o da una qualche patente, ma si rivela nel contenuto stesso del suo contributo. Da educatore, ho avuto modo di riscontrare gli effetti positivi della cosiddetta “peer education”: all’interno di un gruppo di pari, io formo un piccolo nucleo su un certo argomento, in modo che chi ha partecipato alla formazione venga riconosciuto dagli altri come “esperto” in materia, e possa di conseguenza passare quell’esperienza a chi non ce l’ha, pur nel contesto di una relazione informale. Tra lettori può accadere qualcosa di simile, ma la precondizione – il presupposto pedagogico – per cui questo avvenga è: non siamo *tutti* esperti e certo non lo siamo allo stesso modo. Anche perché il rapporto esperto/novizio è arricchente in maniera biunivoca e se ci crediamo tutti esperti di tutto, ci perdiamo tutti qualcosa.
    Ad esempio: i beta-lettori di fanfiction hanno spesso una regola condivisa che consiste nel palesare le proprie abilità: chi si offre di leggere i testi altrui deve innanzitutto dichiararsi. “io penso di essere bravo a vedere se la trama tiene, ma sulla definizione dei personaggi non sono altrettanto in gamba”. Invece, leggendo recensioni in giro, mi imbatto spesso in lettori che sanno “leggere” una sola caratteristica del testo ma sono arcistraconvinti che quella caratteristica sia l’unica importante e vada usata per smascherare le capacità dell’autore. Gente che appunto si comporta come un sensale (adesso ti becco il truffatore) e non come partner di un’interpretazione collettiva.

  19. @eFFe
    Intendevo un’autocritica “da lettori”. Se tra i contenuti del LR ci fosse stata anche un’analisi delle magagne del lettore (specie di quello che si esprime on-line), delle sue contraddizioni, dei suoi tic e quindi una proposta “pedagogica” per migliorare il lavoro di lettura & recensione, credo che il testo avrebbe acceso un dibattito maggiore.

  20. @franzecke
    Che significa leggere un testo? Mi fai una domanda mica da poco. C’è gente che ci ha scritto interi libri, ma provo lo stesso a mettere giù i primi punti che mi vengono in mente (in ordine cronologico, come fasi successive della lettura).

    1) Leggere è girare le pagine. Farsi catturare da una storia. Quindi essere disponibili (e in una certa misura: ingenui). Aprire un libro e pensare: adesso in venti minuti devo capire se l’autore è un cane oppure no, secondo me è buttar via quei venti minuti. Meglio sarebbe andare a tirar pugni contro un sacco.

    2) Leggere è capire cosa mi dice una storia. Individuare i conflitti, le rotture del quotidiano che la rendono degna di essere raccontata. Isolare almeno una tematica che il libro mi suggerisce.

    3) Leggere è domandarsi cosa intendeva dire l’autore e se il modo che ha scelto per dirlo è davvero efficace, se fa parte del significato che ho colto, se lo arrichisce oppure no.

    4) Leggere è chiudere il libro e domandarsi: che me ne faccio adesso di quello che ho scoperto? Ne parlo in giro? Ci scrivo su? Guardo cosa ne dicono altre persone? Lo metto in relazione con altri libri che ho letto? Mi invento un finale alternativo perché quello scelto dall’autore non mi soddisfa? Approfondisco alcuni argomenti, dettagli, motivi?

    5) Leggere è chiedersi ogni tanto: ma quel tal libro che ho letto dieci anni fa, non sarebbe il caso di rileggerlo? Magari oggi potrebbe dirmi qualcosa di nuovo. Forse allora non ho capito proprio tutto. E’ vero, ci sono tanti nuovi romanzi che escono ogni giorno, ma io mica devo farne la collezione. E così si riparte da 1.

  21. […] segnalazione, che riguarda il rapporto fra lettori e scrittori. Wu Ming 2 ne parla in questo post, e fra i commenti c’è un suo elogio del beta-reading nel mondo delle fan fiction che mi […]

  22. @Wu Ming no io venti minuti per un autore di cui, grazie alla rete, posso sapere che è una sòla prima ancora di aprire il suo libro, neanche ce li perdo… penso che sia un mio diritto e me lo rivendico.
    Ad es. io non ho mai letto i vostri romanzi, ma è da un po’ che seguo il vostro sito e mi sembra molto serio, dunque immagino che la vostra produzione letteraria si muova sulla stessa linea e di conseguenza credo che prima o poi mi verrà la curiosità di cimentarmi nella lettura di Q o di qualcos’altro che avete tirato fuori negli ultimi anni.
    Allo stesso modo però, mi basta leggere due interviste (=venti minuti) a Nicolai Lilin per capire che non vale una cicca – e che probabilmente è pure fascio – dunque perchè dovrei perdere il mio tempo a leggere i suoi libri?
    Questo è ciò che intendevo dire quando sostenevo che la rete ci fornisce strumenti più che adeguati per orientarci nel mondo della letteratura contemporanea, senza bisogno di figure che medino tra noi lettori e l’autore, figure che sempre più spesso assomigliano, come giustamente faceva notare qualcuno nei commenti precedenti, a degli imbonitori che ti devono per forza piazzare un prodotto.
    In questo senso ritengo che la rete sia davvero educativa, nel senso che consente ai lettori di formarsi un gusto proprio e di camminare con le proprie gambe.
    Del resto, io in questo momento sto qui a scambiare opinioni con uno scrittore importante… quando mai sarebbe stato possibile tutto ciò, anche solo quindici anni fa?
    Per il resto sottoscrivo tutto, in particolare il punto 4.
    E aggiungo che sì, è vero che al giorno d’oggi ci si possa sentire molto soli nel provare entusiasmo per il Wilhelm Meister, ma che è anche vero che se al termine della lettura ci si iscrivesse ad un forum di appassionati goethiani – chissà se esiste? – si potrebbe anche fare la piacevole scoperta che questo entusiasmo non sta necessariamente a testimoniare una condizione di poveri sfigati.
    Ciao e grazie ancora.

  23. @franzecke
    Sono d’accordo con te se quei venti minuti te li prendi *prima* di leggere un romanzo. Ti fai un’idea dell’autore e decidi di non perderci tempo. Però quando poi decidi che il libro lo leggi, secondo me venti minuti sono un po’ pochi, e soprattutto non mi interessa leggere con lo scopo di capire se l’autore vale o no. Il mio primo scopo è farmi prendere dalla storia. Se non mi prende, di solito mi sforzo. Un centinaio di pagine almeno. Poi se proprio non va, cerco di capire perché. Cosa non ha funzionato tra me e quel testo.

  24. Ho scaricato il Libretto Rosa un paio di settimane fa e l’ho lasciato, a posare, sulla scrivania del mio computer. Penso (@franzecke, ti rispondo anch’io…) che il primo atto di lettura sia questo: lasciar decantare i testi *senza* leggerli. Non ingurgitarli appena escono, non attenderli con frenesia (eccetto poche, significative, eccezioni), non consumarli.
    L’ho lasciato lì anche perché il rosa, come colore, proprio non mi piace (@eFFe: non avete pensato che il titolo e la copertina siano un po’ “respingenti”?).
    Quindi, insomma, ci sono arrivata molto lentamente a leggere il Nonalogo…
    Condivido quanto scrive WM2 sul “lato lettore” un po’ carente dal punto di vista *critico*. Trovo cioè che la costruzione retorica di questo testo (l’impalcatura, i muri portanti) abbia due caratteristiche che forse ne potrebbero spiegare la (per ora) mancata ricezione. Mi sembra che questo testo sia fatto 1) da chi è GIA’ lettore per chi è GIA’ lettore e 2) pensando che solo la posizione dei lettori (di quali lettori, però?) sia quella “giusta” (“vogliamo entrare nella sua biblioteca e trovarci quello che piace a noi e che riteniamo giusto e valido”).
    Quindi, mi viene da pensare, se sono GIA’ lettore (ma quale lettore, poi?) cosa potrei aggiungere? Mi compiaccio, mi dico “vedi un po’ come sono fico!” (ma, in fondo, lo so davvero perché sono fico?). Se, invece, sono un critico pomposo e fanfarone, se sono un autore in cerca di salotti, se sono un editore a pagamento, cosa potrei dire (sempre che ne sia in grado…)?
    Lo stile prescrittivo, definitivo (nota bene: lo stile, cioè l’aspetto esteriore) rende queste pagine come mute statue da osservare.
    Ho imparato a leggere da sola, a 5 anni, e non ho mai più smesso: ho letto e riletto libri, ho studiato letteratura all’università, leggo libri per lavoro, passo le mie giornate a scovare in casa nuovi posti dove tenerli. Insomma, un po’ di esperienza ce l’ho e sì, sono straconvinta che il lettore contribuisca al testo, sono straconvinta, però, anche che le letture sono innumerevoli non solo perché innumerevoli sono i lettori, ma perché innumerevoli sono le porte d’ingresso (e d’uscita) a (da) un testo.
    Quali di questi livelli rende un testo “valido”?
    Chi stabilisce i valori? I lettori? Quali lettori? Quelli che non seguono le leggi di mercato? Cioè?
    Quando si dice che il mercato dei libri “dovrà essere – e sarà, non ci sono dubbi in proposito – sempre più determinato, come dicono gli economisti, dal lato della domanda, e non più dal lato dell’offerta”, che cosa si intende? Certo, sì, il print-on-demand è già realtà; la stampa digitale consente alle case editrici di stampare a costi ragionevoli poche copie di un testo. Solitamente, però, il print-on-demand è richiesto da un autore, non da un lettore. Nel punto 3 del Nonalogo, quindi, la “domanda” di pubblicazione è di un autore o dei lettori? E se è chiaro come gli autori “domandano” di essere pubblicati, i lettori come dovrebbero fare?
    Sul punto 4: “A chi credere? A noi stessi”. Su questo non sono d’accordo. Credo, come più volte è stato detto anche qui e come WM2 ha spiegato bene, che anche la lettura, come ogni altra pratica, abbia bisogno di competenze, di strumenti di lavoro. Il fatto che non ci siano più auctoritates autorevoli non autorizza a fare del proprio gusto personale il giudice insindacabile di un testo. Si cadrebbe, in questo modo, nello stesso errore dei critici devoti alla Letterarietà, degli algidi abitanti della torre d’avorio.
    Sull’autore. Questo è un punto controverso. Esiste solo l’opera. Mmmh. Non so. Se è un espediente retorico per bilanciare l’affermazione “esiste solo l’autore” (leggi: l’eccessivo culto della personalità), e ripartire da una situazione di equilibrio, se ne può parlare. “Esiste solo l’opera”, per me, è un’affermazione che ha lo stesso *errore logico* di “esiste solo l’autore”, “esiste solo il critico”, “esiste la Letteratura”.
    Per me, esiste l’autore (che, come si dice nel punto 5, raccoglie le idee, le mastica… Lui lo fa, nessuno l’ha fatto prima di lui in quel modo specifico… Lui dà il via al percorso), esiste l’opera/il testo (la sua forma, il suo contenuto), esiste il lettore (meglio: esiste l’atto di leggere quel testo). Gli elementi, e le loro infinite variabili sono sullo stesso piano, con funzioni diverse, certamente, ma sullo stesso piano, con pari importanza.
    Mi sa che son stata troppo lunga…

  25. @WM2
    5) Leggere è chiedersi ogni tanto: ma quel tal libro che ho letto dieci anni fa, non sarebbe il caso di rileggerlo?

    Ahàh! 8-) Grazie!. :-)

    Avevo una questione irrisolta da quando, un anno fa, ho letto “La sovrana lettrice” di A. Bennett (per merito di un commento di danae [su http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/07/21/silence/%5D. Siccome danae ci legge allora pubblicamente la ringrazio molto e moltissimo e ancora di più per avere parlato di quel bel libro).

    La sovrana all’inizio legge un libro e non le piace, lo trova banale, nonostante i critici ne parlino bene. Poi legge tanti altri libri, affina il gusto per la lettura, lo rilegge, e lo apprezza moltissimo.

    Mi chiedevo se fosse un ‘espediente da romanzo’ o una cosa da fare davvero. Evidentemente sì.

    Rimane sempre aperta la questione del discernere se il libro è banale in sé o se io non lo capisco, ma questa è
    un’altra paranoia ;-)

  26. @ zvanèn:

    Anch’io avrei bisogno di rileggere quel romanzo. Sbaglio o alla fine Elisabetta si mette pure a scrivere…? In questo caso l’apologo bennettiano a favore dell’idea del lettore-autore sarebbe completo.

  27. @zvanèn,
    la lettura ringrazia :-)

    @WM4,
    sì, alla fine la regina si mette a scrivere pure lei!!

    (il romanzo è stato pubblicato quest’anno in edizione tascabile)

  28. Zvanèn,
    ricordo perfettamente un libro di sociologia urbana che mi dovetti leggere il primo anno di facoltà. Uno dei primissimi che lessi da universitario. Mi ricordo la pizza mortale, la difficoltà, l’incapacità nell’entrare il quel linguaggio che reputavo inutilmente ampolloso (“quante menate!”), ricordo i periodi lunghi, il vocabolario complesso. Una vera fatica, una tortura. Anni dopo, quasi alla fine del mio eprcorso di studi, me lo ritrovai in bibliografia per un altro esame. lo stesso libro. MI vennero i brividi ma lo ripresi in mano. Lo lessi d’un fiato, sottolineai cose che non evidenziai nella prima lettura, mi intrigò, lo trovai importante e necessario.
    Il libro era lo stesso, il lettore nel frattempo era cambiato.
    ;-)

  29. @ Danae Non consumare i libri – mi piace molto ;)

    @ Gianni Biondillo Forse anche il libro non era più lo stesso, dal momento che il lettore nel frattempo era cambiato. Prendendo infatti per buono il discorso di Wu Ming sul ruolo attivo del lettore nella vita stessa di un testo, quando ci capita di riprendere in mano libri che ad una prima lettura avevamo giudicato incomprensibili e trovarli perfettamente chiari, trasparenti, illuminanti, non credo si possa parlare soltanto di una maggiore capacità di interpretazione da parte di noi lettori, dovuta magari all’esercizio o all’approfondimento di un determinato argomento.
    Il discorso di WM, di Roland Barthes e di U. Eco, se ho ben capito, mi sembra porti a conferire ai libri (io direi: ai buoni libri) uno statuto pressoché ontologico.
    Essi sono vivi tanto quanto lo siamo noi: nascono, crescono, invecchiano (chi bene, chi male), spesso muoiono e talvolta perfino risorgono.
    Dunque rileggerli sarebbe un po’ come quando ti capita di rivedere una vecchia conoscenza dopo tanti anni: tu sei cambiato di sicuro, ma altrettanto di sicuro è cambiato anche l’altro.
    A questo punto, direi che il passo successivo è analizzare il rapporto che si viene a creare tra i due soggetti… e forse è proprio da qui che le storie possono partire… che dici Wu Ming, mi ci sto avvicinando? ;)

  30. Ma luoghi come questo o Finzioni Magazine altri (non sto a fare l’elenco) non potranno rappresentare un ottimo strumento per emanciparsi dalle invadenti e omologanti strategie di marketing editoriale? Il LR non l’ho ancora letto (rimedierò) ma spero che si indirizzi anche verso questa direzione, perchè la ritengo importante. Soprattutto per chi lettore abituale non è.

  31. […] Al libretto ha risposto in questi giorni Wu Ming 2. […]

  32. Salve a tutti.
    Ho letto il Libretto Rosa qualche settimana fa, poco dopo l’uscita, spinto anche dal tweet di WM2 che ne preannunciava una riflessione.
    A me il LR non è piaciuto molto. Tanti gli elementi condivisibili certo, molti già sentiti, con le orecchie alcuni e con l’animo altri; e non biasimo certo il ripetere concetti importanti, dacchè sono una persona cui non piace lasciare niente sottinteso e tantomeno darlo per scontato.
    Non mi è piaciuta la volontà *ipocalittica* di parte del nonalogo. Il sistema attuale, è assodato, non ci piace, non in toto almeno; il proposito di ribaltarlo, di rovesciare la piramide, lo trovo altrettanto sgradevole. Fatevelo dire da un cameriere: quando si rovescia qualcosa non è mai un bene, a qualcuno tocca sempre di pulire e raccattare i cocci. In un mondo di finzione, anzi di Finzioni, una piramide al rovescio può anche trovare l’equilibrio poggiando su un unico vertice, nella realtà si sgretola sotto il suo stesso peso, o come minimo casca.
    Non riconoscere alcun tipo di auctoritas o la volontà di sostituirla con un’altra, per quanta intrisa di buona fede, non mi pare anche questo un punto condivisibile: in fondo un lenone olandese non è migliore di un vescovo tedesco, per dirla, in totale captatio benevolentiae, con i WM.
    Concordo con chi afferma che, per quanto obliqua, una certa linea ascendente ci debba essere, se voglio essere aiutato/aiutare a crescere: insomma non tutti possiamo essere allenatori, tantomeno tutti giocatori e tutti titolari.
    E’ mezzanotte, perdonate le mie rapide riflessioni *a cazzo de’ cane*(cit.), c’è da leggere un altro post caldo caldo qui su Giap e poi da dormire.
    Buonanotte a tutti.

  33. Mmm, è possibile chiedere cosa intenda WM2 quando parla della “degenerazione” di Lipperatura?

  34. @PaoloR
    Mmm, a dire il vero io parlo di Loredana Lipperini che conduce da tempo un’indagine – soprattutto all’interno del genere fantasy ma non solo – su come la comunità dei lettori non sia affatto immune dalle degenerazioni della “comunità dei critici”: pregiudizi, tecnicismo fine a sé stesso, guerra tra sette, la lettura intesa più come “rating” che come interpretazione, ecc.
    Ma vorrei sottolineare dieci volte che questo è perfettamente normale. Nessuna comunità è immune da NULLA. Il LR invece dipinge i lettori come innocenti, per nulla infettati dalle magagne del sistema editoriale. eFFe, qui sopra, rivendica tale impostazione come strategica. A me pare un errore, specie in tempi di populismo dilagante.

  35. @zvanèn
    sul punto 5). Ormai Q è uscito da 12 anni… Il prossimo decennale è quello di 54 ;-)

    @Massi
    Di sicuro un blog come Finzioni è un ottimo strumento informativo (ma anche di confronto e produzione) per chi vuole leggere senza farsi teleguidare dal marketing editoriale. Ma troverai senz’altro, nella stessa comunità dei lettori, qualcuno pronto a dirti che invece pure loro fanno marketing, si fanno sovradeterminare dal mercato, guardano solo alle classifiche di Wikio e via spetazzando…

  36. @WM2, grazie mille, non avevo proprio capito quello che intendevi scrivere ;)

  37. A proposito di

    http://fantasy-italiano.com/608/pensieri/wu-ming-il-libretto-rosa-e-finzioni/

    e di spetazzi

    qualcuno di voi ha mai sentito la storia dell’uomo che insegnò al proprio culo a parlare?

    Una parola ai furbi…

  38. @franzecke
    Ho letto il post che segnali e ben vengano le critiche, per carità. Avrei anche risposto volentieri, argomentando. Poi ho visto come si conclude il pezzo: “Ma non è che i Wu Ming se la sono un po’ sentita?” e allora ho pensato che fosse meglio lasciar perdere. Ripeto: sono anni che conduciamo una battaglia molto simile a quella proposta da Finzioni, e gli animatori di quel blog lo sanno molto bene. Ne sono testimonianza gli interventi che eFFe ha fatto qui. Ho mosso delle critiche su alcuni punti in vista di una versione 2.0 del LR, quindi come contributo positivo. Di cosa mai, di grazia, ce la saremmo dovuta “sentire”? Boh. Quando le critiche partono da idee preconcette, preferisco tirar dritto.

  39. Mi riferivo semplicemente al fatto che alcune delle critiche dei ragazzi di Finzioni si potrebbero applicare anche al vostro modo di fare critica, nulla di più. Se non lo sapeste, per il lettore medio (se questo essere mitologico esiste) i vostri articoli sono spesso criptici e dunque le parole del Libretto: “Noiosi (i critici letterari) perché parlano una lingua esoterica comprensibile solo ai propri simili ”
    Potevano essere tranquillamente riferite anche a voi. Sbaglio o siente dei critici?
    Non mi pare una considerazione frutto di preconcetti. Non mi pare, per il resto, che le posizioni del Libretto Rosa sull’editoria in generale siano conciliabili con le vostre, nonostante gli interventi di Effe sul sul vostro blog siano stati abbastanza concilianti. Riesco a dire questo perché conosco benissimo le vostre “prese di posizione” sull’editoria e dunque non parlo per preconcetti. Ho citato interi passi nel mio post al riguardo, passi che tu invece escludi dalla tua critica. Capisco che sia fastidioso sentirsi dire di far parte di qualcosa che si disprezza, ma non era questo che intendevi quando nel tuo post affermavi che “ci crediamo assolti, ma siamo invece coinvolti ” ?

  40. @ Wu Ming 2

    Boh io ho letto quell’articolo e posso capire che non ti vada di rispondere.
    Da parte mia l’ho trovato interessante perchè mi sembra focalizzi l’attenzione su quello che io ritengo essere l’unico aspetto importante di tutta questa discussione sul Libretto Rosa, ovvero sul ruolo della critica come agente intermediario tra gli autori dei libri e i loro lettori.
    In questo senso ho citato la storia dell’uomo che insegnò al suo culo a parlare: esso iniziò dapprima a balbettare, proseguì col parlare ininterrottamente e piano piano prese il controllo di tutte le funzioni vitali dell’organismo, fino a dichiarare sarcastico: “Non abbiamo più bisogno di voi da queste parti”.
    Talvolta ho l’impressione che in rete stia accadendo la stessa cosa… la testa ha insegnato al culo a parlare talmente bene che esso non sta più zitto.
    La questione a questo punto mi pare stia soltanto nel capire se si tratti unicamente di spetazzi o se perfino gli sfinteri possano produrre Poesia.
    E se il Libretto lo facessimo marrone?

    Un saluto

  41. @G.V.Falconieri
    Scrivi: “alcune delle critiche dei ragazzi di Finzioni si potrebbero applicare anche al vostro modo di fare critica”. Certo che sì. Infatti io sostengo che alcune delle critiche del LR si applicano non solo ai sedicenti critici di professione, ma anche a *tutti gli altri*, Repubblica dei Lettori e Wu Ming compresi. Il difetto del LR, secondo me, è che questo non lo dice. Presenta i Lettori come la salvezza, mentre è evidente – ormai da molto tempo, anche grazie alla Rete – che tanti lettori/recensori scimmiottano i peggiori atteggiamenti della critica professionista. Questo non solo va detto, ma secondo me bisogna anche proporre dei rimedi: quello che ho chiamato “Hagakure del recensore amatoriale”. Ma tu, nel tuo post, te la prendi con la definizione stessa di “recensore amatoriale” e scrivi:

    “La sola definizione di recensore amatoriale ammette infatti l’esistenza di un ipotetico recensore di professione,”

    Qui c’è un errore logico di ragionamento: i “recensori di professione”, infatti, esistono. Non sono affatto ipotetici. C’è gente pagata per criticare e recensire libri. A questi, io contrappongo i recensori amatoriali, dove *amatoriale*, dal mio punto di vista, è una caratteristica positiva. Ma non sufficiente. I recensori amatoriali, secondo me, molto più che di strumenti tecnici, dovrebbero dotarsi di “presupposti pedagogici” condivisi. Per questo facevo l’esempio della fanfiction e dei beta-lettori, rispetto al quale non ho capito davvero la tua critica. Citavo i beta-lettori di fanfiction perché loro, come lettori, si danno spesso un codice, regole condivise per leggere i testi che gli vengono sottoposti. Io auspico che la *Repubblica dei Lettori* evocata dal LR faccia altrettanto. Non c’è Repubblica senza Costituzione. E non si scrive una Costituzione se non si pensa di averne bisogno, se si crede di essere già puri, giusti e uniti per costituzione (con la c minuscola). Ma qui tu dici:

    “Se non si crede che i nazisti fossero un Unicum(ci sarà pure stato qualche buon padre di famiglia, eh) e dunque non si ricorre ad una riductio ad unum, come si fa ad organizzare una resistenza?”

    La reductio ad unum che secondo me bisogna evitare come la peste è quella “dalla nostra parte”. E l’ho scritto molto chiaramente: riguarda il Noi. Infatti la Resistenza è stata un movimento composito, e il riconoscerlo è il primo requisito per provare a capirla davvero.

    Poi scrivi anche: “è vero o no che il 99% degli editori e dei critici letterari sono un danno per la cultura, sì o no? Se sì, cosa possiamo fare per cambiare questa situazione?”
    Mi chiedo su che dati basi la percentuale. Secondo me usare una percentuale significa avere un campione rappresentativo. Tu ce l’hai? Perché se non ce l’hai, la risposta alla tua domanda, l’unica possibile e onesta, è negativa. La critica al sistema letterario non si fa a suon di slogan e di invenzioni.

    E ancora: ” È vero o no che il successo di un romanzo, oggi, dipende interamente da quanto le case editrici pagano per spazzi nelle librerie e pubblicità?”
    Anche qui la mia risposta è no, il che non vuol dire che sto col nemico e sono un collaborazionista. Perché a questo porta la logica del NOI vs VOI: chiunque prova a ragionare, a complicare il quadro, a distinguere, sta dall’altra parte. Mi pare questa la logica che sottende tutto il tuo ragionamento. E ancora una volta, non mi pare il modo corretto di affrontare il problema.
    Se non pensassi che il successo di un libro, già oggi, dipende anche dai lettori e dal loro passaparola, non starei qui a parlare del LR e avrei già cambiato mestiere.

    Poi non capisco la tua critica all’esempio del barista che mi ha suggerito di non mettere lo zucchero nel caffè:

    “La metafora o è mal posta, o è capziosa. Il barista sta al libraio come l’editore sta al CEO di Nestlé che produce il Nespresso. Non mi pare che tutte le volte che qualcuno scende in libreria, ci trovi Marina Berlusconi che lo consiglia su cosa leggere e cosa no. I profitti di un barista dipendono anche dal suo modo di rapportarsi con i clienti, mentre quelli di una multinazionale, dalla capacità di plagiare il pubblico.”

    Anche qui mi sa che hai letto qualcosa che io non ho scritto. L’esempio del barista l’ho fatto per dire che a me interessa incontrare persone con un giudizio autorevole. Se non c’è più auctoritas, nella critica letteraria, ciò non significa che non debba esistere un altro tipo di auterovolezza, più libera e informale, all’interno della comunità dei lettori. Per crescere, scrivevo più su, c’è bisogno di un’asimmetria relazionale. Ma se “Il lettore ha sempre ragione” allora “Qualunque lettore ha sempre ragione” e dunque questa asimmetria, per quanto informale, non si creerà mai. Che c’entra Marina Berlusconi? Boh. Non l’ho capito.

    Rispetto poi al discorso sul valore dei libri, tu scrivi che io confondo valore con rating, ma è esattamente il contrario. Quando il LR sostiene che di un libro si deve dire solo se è valido oppure no per il lettore, io sostengo che a parlare di valore c’è il rischio di avvallare la logica del mi piace/non mi piace, libro di serie A o di serie B, quattro stelle oppure cinque, ovvero *la stessa logica* dei critici che si vogliono criticare. La logica della lettura come referendum e non come interpretazione, caccia al significato, ecc. Molti ( e non l’80% o il 75% o il 30%) dei lettori che il LR esalta acriticamente scrivono recensioni dove il significato del testo, i suoi temi e i suoi conflitti, vengono completamente scavalcati, per concentrarsi su questioni spesso altrettanto noiose, pretestuose, irrilevanti di quelle che si vedono discusse sulle pagine di cultura dei quotidiani nazionali. Questo a me sembra un problema, se vogliamo costruire davvero una “Repubblica dei Lettori”. Se invece ci interessa altro, possiamo continuare con gli slogan.

  42. Se le critiche dei ragazzi di Finzioni si possono portare anche a voi, allora mi sento di poter dire di avere posto una domanda legittima alla fine del mio post (quella per cui non volevi rispondermi). Dunque avete sentito su di voi tali critiche? Certo, non conoscendoci avrai pensato chissà quali meschinerie da parte mia, ma non c’è nulla di male a rispondere a delle critiche perché ci si sente chiamati in causa. Semmai trattasi di onestà intellettuale.

    Ricito la parte del Libretto che nega l’esistenza di una critica letteraria di professionisti, e/o una sua legittimità ad essere definita tale:
    “Ecco un altro cadavere che qualche illuso tenta ancora di rianimare: la critica letteraria. Bisognerebbe essere più precisi con le parole, tuttavia: non la critica letteraria, bensì i critici letterari. Perché se la critica è una facoltà, un esercizio, un’attività inerente al pensiero umano e quindi propria di ciascun individuo, i critici letterari sono solo una piccola compagine di fastidiosi quanto verbosi soggetti.”
    Qui, mi dispiace, ma devo dirti che la fallacia è tutta tua, in quanto scambi il nome per la sostanza. Nomina non sunt res. Che esista un nome per i critici letterari di professione, non significa che questi esistono. E comunque questo è un argomento dei finzioniani, non mio. Se poi affermi che siccome vengono pagati, allora sono professionisti, dobbiamo metterci d’accordo sulle definizioni.
    Secondo me, è da definire professionista il critico in possesso dei mezzi elencati nella citazione dei finzioniani e non chi viene pagato per farlo. Se l’idraulico mi allaga la casa per aggiustarmi un tubo, non lo definisco professionista, ma cialtrone.
    Distinguiamo allora tra critica dilettante e critica esperta, tra critici abili e critici inabili.

    Riguardo alla “reductio ad unum”. Secondo me il tuo ragionamento mina le basi della dialettica. D’accordo che anche tra i lettori ci sono dei lobotomizzati che comprano Moccia, ma senza stabilire delle coordinate di riferimento del tipo “Noi Vs. Voi” come si fa ad operare un cambiamento? In queste ore, se non sbaglio, poliziotti, politici e banchieri non sfilano dalla parte dei manifestanti. E se lo fanno è perché sono degli infiltrati.

    Riguardo alla percentuale, torniamo al discorso della reductio. E no, non ho una percentuale. È evidente che 99% non è una percentuale che si basa su dato rappresentativo ma su una percezione, infatti era inserita in una domanda. Mi fa piacere comunque tu abbia risposto chiaramente.

    Se l’affermazione “Oggi il successo di un romanzo dipende da quanto le case editrici pagano per spazzi nelle librerie e pubblicità” non è vera, allora perché non lo hai scritto nel tuo post? Non mi pare una questione secondaria, dato che è una delle affermazioni che mi ha fatto saltare sulla metaforica sedia quando l’ho letta nel Libretto:
    “Il successo di un libro è conseguenza delle apparizioni televisive del suo autore e dello spazio-scaffale o spazio-vetrina che gli editori e i distributori negoziano (leggasi: comprano) nelle librerie di catena.”
    Era quello che pensavo io e, secondo me, riguarda anche libri meritevoli. Secondo me l’apporto della casa editrice è condizione sufficiente ma non necessaria. Quanto basta però per falsare il mercato e togliere spazio a centinaia di libri meritevoli che non conosceremo mai. Ovvio poi che ci siano dei libri che diventano famosi con il passa parola, come dici tu, questo è esattamente il modello di mercato che reputo ideale.

    L’aneddoto del barista lo hai infilato in un discussione sull’editoria, dunque immaginavo erroneamente(?) che intendessi creare un parallelo tra editore che consiglia (forte di un’ autorità che i Finzioniani negano) e il tuo barista che ti ha illuminato sulle virtù del caffé preso amaro. Argomentavo che il parallelo era sballato, visto che il barista non è l’equivalente di un gruppo editoriale, dato che questi sono delle società che pensano ai profitti ed i cui introiti non dipendono tanto dal rapporto di fiducia con il cliente(tu e il tuo barista), quanto dalla manipolazione che riescono ad operare sul consumatore (marina berlusconi, il papà suo che fa le leggi in favore della casa editrice e l’adolescente che legge Twilight perché questo passa lo spacciatore).
    Già è preoccupante sentire parlare di Auctoritas (con la A maiuscola, perdinci) nel 2011 (la mia professoressa di liceo spiegava un paio di anni fa che c’è stata una rivoluzione scientifica ed ora le affermazioni vanno supportate da dati e fatti… Che roba, contessa!).
    Ovvio che ci sono criteri di autorevolezza che non siano a priori (semmai dunque non meno formale, ma più formale), ma questo non c’entra nulla con l’Auctoritas. É come scambiare il presidente della Repubblica con un monarca medievale. Vogliamo scherzare?

    Sul valido/non valido secondo me eri tu a forzare il discorso del Libretto. Non c’è scritto da nessuna parte che i lettori debbano esprimere un valore numerico (dunque un rating) sulle opere. Lo dicevi tu e poi concludevi che non ti piaceva. Dire che una cosa è valida è un giudizio relativo, ascrivibile alla correttezza formale dell’enunciato. Per un critico del novecento può essere merda il Signore degli Anelli mentre per un lettore può essere un capolavoro senza che per questo debba dargli un voto.
    A dire il vero nel discorso di Finzioni ci vedevo molto di più, ma per ora sono stanco e può bastare così.

    Sull’ultimo punto. Sempre tornando a quanto avviene in queste ore. Ti pare che chi manifesti per un obiettivo possa fare a meno degli slogan? Come faresti allora ad aggregare idee senza ripetere in pubblica lettura il Libretto Rosa tutte le volte che si cita in una discussione? Anche se meno conosciuto “Repubblica dei Lettori” non mi pare uno slogan peggiore di “Giap” o di “Wu Ming” o avete il monopolio dei nomi collettivi?

  43. @G.V.Falconieri
    “Repubblica (Democratica) dei Lettori” è un termine – preso da Paco Taibo II – che compare nei nostri scritti più o meno da un dozzina d’anni. Tant’è vero che non ne ho mai criticato l’utilizzo, figurati.
    Apprendo con stupore che “Giap” e “Wu Ming” sarebbero “slogan”. Ne prendo atto.
    A parte il sarcasmo: direi che ci siamo spiegati e dilungati. I tuoi argomenti continuano a non convincermi per nulla e immagino tu penserai lo stesso dei miei. I post sono lì, i commenti anche e chi è interessato potrà farsi un’idea. Evito di ripetermi. Grazie comunque per la discussione. Alla prossima.

  44. Allora errore mio, significa che non ho capito a quali “slogan” ti riferivi nella parte finale del tuo commento. Io comunque intendevo l’espressione come “brand”ovvero un’espressione facilmente ricordabile che richiama altro.
    Grazie a te per la bella discussione.

  45. ah, peccato aver perso il dibattito. questo è ciò che penso su lettori, editori e libretto rosa di finzioni:

    http://cosedalibri.blogspot.com/2011/11/ferri-e-finzionirecensione-un-libro-eo.html

    è un post che ho scritto in occasione dell’uscita del volume “I ferri dell’editore”, di Sandro Ferri della e/o.

    anna albano
    cosedalibri

  46. Segnalo su “Finzioni” l’intervista al prof. Ugo Mattei in cui il collettivo Wu Ming viene definito “un esempio di scuola di bene comune letterario”:

    http://www.finzionimagazine.it/news/approfondimento-news/intervista-a-ugo-mattei/