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colonialismo

#Balotelli, The Thing

Mario Balotelli

di Luca Pisapia

«Varrebbe davvero la pena di studiare, clinicamente, in dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell’hitlerismo, per rivelare al borghese distinto, umanista e cristiano del ventesimo secolo che anch’egli porta dentro di sé un Hitler nascosto, rimosso.»
Aimé Césaire, Discorso sul colonialismo, 1955

Lampedusa, anno 2058

L’uomo nero indica la direzione. Al suo via, lentamente, il gruppo si mette in cammino. L’odore salmastro del mare si confonde con quello del cherosene. Nella notte stellata la luce stroboscopica dell’immenso faro di acciaio e vetro illumina a tratti quel lembo di terra sabbiosa che si getta in acqua, come cercasse di scappare.

Il bambino si guarda intorno, ovunque a piccoli gruppi guardie armate umane e meccaniche delle Nazioni Unite e della Lega Panaraba presidiano la zona. Poi si gira, verso l’ultima delle molte barriere con filo spinato elettrico che hanno superato. Dietro ognuna di esse, in apposite gabbie, altri gruppi di profughi attendono pazienti che sia compiuta la loro volontà. Il buio e il silenzio, che la filiera di raccolta, selezione e trasferimento degli umani è un incessante ronzio di sottofondo, sono interrotti solo dai fuochi di artificio di corpi che bruciano cercando di scavalcare le reti. L’odore di carne umana abbrustolita è spinto verso terra dal libeccio.

L’altoparlante chiama l’imbarco MB45. E’ il loro turno. Salgono sul gommone che li porterà in salvo dalle macerie della vecchia Europa impazzita: desertificata dal riscaldamento globale, devastata dalla guerra perenne delle mille città-stato, ognuna delle quali rivendica la superiorità ontologica del proprio Quarto Reich sulle altre. Un soldato li avvicina, spiega che in Libia nei giorni precedenti l’Isis, memento dell’ultimo intervento europeo nel Maghreb, ha ripreso controllo delle coste, per questo saranno portati in Tunisia. Da lì la lunga traversata nel deserto per raggiungere il cuore nero dell’Africa: la salvezza.
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Desert Blues. Armi e chitarre dei Tuareg

Tinariwen

Tinariwen

di Wu Ming 5

[Il reggae e la musica afrocubana in Havana Glam, il free jazz e la cultura afroamericana in New Thing, la Somalia nel “romanzo meticcio” Timira, l’Africa orientale in Point Lenana… Ormai non sono pochi i libri – e molti sono gli articoli – dove abbiamo parlato di Africa (l’Africa che è in noi), di cultura afroatlantica, del rimosso coloniale, della condizione postcoloniale, delle musiche nate dalla diaspora africana e poi tornate a influenzare quelle del continente… In questo pezzo-con-colonna-sonora, Wu Ming 5 racconta la nuova musica elettrificata dei Tuareg e il suo rapporto con i conflitti nel Niger e in Mali.]

Se si dovessero riassumere in una timeline, la cronaca e la storia recente della rivolta in nord Mali restituirebbero già, senza bisogno di analisi approfondite, le dolorose contraddizioni di un processo postcoloniale che sembra aver riconsegnato intere aree del continente agli antichi padroni. La siccità e le carestie che hanno colpito il Sahel dalla fine degli anni ’60 in poi hanno radicalizzato la distanza tra Tuareg e arabi del deserto e popolazioni “nere” del sud. I Tuareg, che hanno una storia di resistenza accanita contro i colonialisti francesi, vedono nello stato del Mali e nei governi che si sono succeduti nei decenni nient’altro che la continuazione di quella dominazione. Riassumiamo un po’ di punti, che servono a riflettere sull’intreccio tra conflitto dispiegato, dimensione simbolica, arte e ideologia planetaria dominante. Prosegui la lettura ›

Speciale #PointLenana: Alto Adige, Trento e Trieste, Internazionale, video, recensioni

Point Lenana sullo Chaberton

Point Lenana sul Monte Chaberton, Alpi Cozie, 3131 mt. Grazie a Luigi per avercelo portato. Clicca per ingrandire.

Nuovo speciale su Point Lenana e tutto quel che lo circonda e accompagna.
Nella scorsa puntata abbiamo definito il tour (de force) “un’opera transmediale” che vive di vita propria e prosegue il libro con altri mezzi. Dov’è passato, il tour ha stimolato riflessioni, ed è così che Flavio Pintarelli, poco prima, durante e dopo la tappa bolzanina e il pellegrinaggio laico in Vallunga sulle orme di Emilio Comici, ha scritto il testo che vi proponiamo, una dérive nell’eredità architettonica fascista in Alto Adige, con interrogativi sull’uso pubblico della memoria che non riguardano solo quella zona ma tutto il Paese.
L’appena menzionata Vallunga compare in una delle fotografie che illustrano questo post e, come sempre, documentano la prassi di portare in montagna una copia di Point Lenana e fotografarla tra le rocce, per poi mettersi in posa come Fred Astaire e Ginger Rogers nella copertina.
Copertina senz’altro eterodossa, che a molti è piaciuta ma ha anche attirato critiche, come sentirete nell’audio della presentazione trentina del 6 settembre, una delle più dense e intense da quando WM1 si è messo in viaggio.
“Trento e Trieste”. La toponomastica irredentista ha giustapposto le due città in modo talmente insistente che ancora oggi qualcuno le crede vicine. Per la cronaca, distano l’una dall’altra 185 km in linea d’aria e 326 in automobile. Percorriamoli e spostiamoci nell’unico capoluogo di provincia italiano sito al di là dell’Adriatico. In questo speciale la storia triestina è molto presente: Prosegui la lettura ›

Orizzonti d’Impero e paesaggi coloniali – Una riflessione di Wu Ming 2


[Quest’articolo di WM2, ispirato dalle ricerche per Timira, è uscito sul n. 5 di Letteraria, nella sezione monografica “Paesaggio, colonialismo, letteratura”. Lo proponiamo anche qui, come parte della “nube” di contributi che circonda e accompagna il libro.
Dopo la lettura, consigliamo di dare un’occhiata al board di Timira su Pinterest, tenendo in mente che ci sono tante “Somalie”, colonie che attraversiamo nella vita quotidiana, sulle quali si posa uno sguardo mai innocente.
Approfittiamo per ricordare che stasera, mercoledì 13 giugno, presenteremo Timira a Bologna, alla Biblioteca Casa di Khaoula, in Via Corticella, 104 (bus 27) coi prof. Fulvio Pezzarossa e Giuliana Benvenuti dell’Università di Bologna. H. 21.]

La Somalia negli occhi degli italiani (1903 – 1936)

«Una Colonia, un territorio di dominio, vale non soltanto per quello che è, ma anche per quello che può essere. Nella intuizione della sua funzione, nella visione del suo sviluppo, sta la ragione dello sforzo che essa può richiedere allo stato dominante, dei sacrifici che essa reclama dagli uomini che si sono votati a servirla. Saper vedere è, per i forti, volere, e, per chi abbia intero il senso della responsabilità, appassionatamente volere.» Prosegui la lettura ›