Bologna, la giunta e i vietcong del Pilastro: continua la battaglia degli alberi

«In tutta la mia opera io prendo le parti degli alberi contro i loro nemici»
J.R.R. Tolkien

A Bologna c’è un’unica opposizione politica alla giunta Lepore: l’ecosistema di lotte in difesa dell’ambiente. Lotte che chi amministra la città è incapace di capire e quindi anche di gestire. Lo conferma quanto sta accadendo al Pilastro, estrema periferia nordest di Bologna.

Difficilmente la difesa del verde e del territorio sarebbe diventata uno spartiacque se non ci fossero state le alluvioni del 2023-2024, che hanno spalancato una finestra sulla mala gestione del territorio bolognese ed emiliano-romagnolo in generale.

Proprio la regione che millanta di essere la più virtuosa, prigioniera di un complesso di superiorità sempre più abusivo, si è ritrovata con l’acqua alla gola. Mentre i processi di espansione urbanistica, cementificazione, disboscamento e impermeabilizzazione del suolo venivano additati come principali responsabili dell’ingestibilità delle inondazioni, l’amministrazione locale si è rivelata incapace di arginarli o rallentarli. Anzi, costretta a spendere entro una certa data i soldi del Pnrr, ha seguitato ad aprire un cantiere dopo l’altro, trasformando lo spazio cittadino in una gimcana a ostacoli in costante divenire.

Le lotte ambientaliste in città sono cominciate ben prima di tutto questo, e avevano già trovato un loro fulcro nella battaglia contro il cosiddetto «Passante», cioè il raddoppio di autostrada A14 e tangenziale nel tratto in cui corrono parallele dentro la città. Un’opera che, dopo essere stata la merce di scambio per far entrare in giunta l’opposizione a sinistra del PD, ha spinto il Comune ad abbattere migliaia di alberi prima ancora che ci fosse un progetto esecutivo, dopodiché… il progetto è stato bloccato.

Bloccato non certo per un ravvedimento o sussulto di coscienza – c’è da dubitare che ne sia rimasta traccia a palazzo d’Accursio – bensì per il niet del ministro dei trasporti Salvini, a fronte della levitazione smisurata dei costi e di un conseguente rimbalzo di responsabilità tra ministero e Autostrade per l’Italia, nonché delle alluvioni che hanno incrinato le tanto sbandierate sicurezze sulla sostenibilità ambientale della grande opera.

Le piogge torrenziali di questi anni hanno fatto finire sott’acqua una parte della regione nonché alcune strade di Bologna. A seguire c’è stata l’alluvione di cantieri, le reti arancioni che proliferano letteralmente ovunque, a segnalare le porzioni di città piccole o grandi in cui gli alberi vengono abbattuti e il suolo cementificato.

La questione ambientale comincia a essere riconosciuta per quel che è sempre stata: una contraddizione primaria. Perché è sempre più evidente che tutto passa da lì, che la questione tange tutte le altre: tutela del territorio, mobilità, salute dei cittadini, diritto all’abitare, vivibilità del tessuto urbano, asservimento del pubblico agli interessi privati in cambio degli oneri di urbanizzazione (che assumono sempre più i tratti di “mazzette” legali).

In città l’amministrazione – saldamente in mano al PD con l’aggiunta degli ex-movimentisti di Coalizione civica, mentre i Verdi sono passati all’opposizione due anni fa – non ha un’opposizione di destra. Le polemiche del sindaco Lepore sono sempre con la destra che governa a Roma, col ministro degli Interni Piantedosi sulla gestione dell’ordine pubblico in occasione della tale o tal’altra manifestazione – peraltro, in un tristo giochino delle parti.

Mitilini-Moneta-Stefanini, Bologna, 2 marzo 2026. Il Museo dei Bambini manda avanti i celerini.

Il populismo meloniano a Bologna non attecchisce, perché la composizione sociale non lo consente. I poveri sono quasi tutti migranti e la destra liberal-conservatrice cittadina è composta da una borghesia che un tempo veniva definita «bottegaia» e che oggi può benissimo votare per chi già amministra. Lepore, prima da assessore e poi da sindaco, è l’uomo che ha gettato la città in pasto al turismo. Scelta politica che ha fatto gli interessi degli esercenti e ristoratori del centro e dei proprietari di seconde case airbienbizzate, a scapito dei ceti più poveri e della popolazione studentesca, progressivamente espulsi dal centro, se non dalla città stessa.

La forza dell’amministrazione è soltanto questa: non avere concorrenti. Dato che metà dell’elettorato si astiene e un altro terzo gli vota contro, Lepore e la sua giunta governano il comune di Bologna rappresentando tre bolognesi su dieci. Aggiungiamo che Lepore, votato solo a Bologna, è anche sindaco della città metropolitana, che copre il territorio di 55 comuni. Gli abitanti degli altri 54 non hanno avuto voce in capitolo. Il deficit di democrazia è conclamato.

Questa è una giunta debolissima. E infatti non è in grado di reggere alcuna conflittualità. Il dialogo con la cittadinanza è sempre finto, incanalato nei cosiddetti «percorsi partecipativi» che – ormai lo sanno anche i sassi – sono trappole propagandistiche, per abbellire la facciata di progetti urbanistici approvati senza nemmeno passare per il Consiglio comunale.

Quando la dialettica si esplicita concretamente, nella forma dell’opposizione dei cittadini ai progetti imposti, la giunta non riesce a fare altro che mandare la polizia a manganellare. Ma le spalle del sindaco sono così strette che non è in grado di affrontare le conseguenze delle manganellate e assumersene la responsabilità politica. Ecco quindi che gli ambientalisti, anche quando picchiati e gasati dalle forze dell’ordine, sono gli unici che negli ultimi anni hanno sconfitto la giunta Lepore a più riprese.

È successo al parco don Bosco, dove la lotta ha fermato il cemento di un nuovo edificio scolastico che la giunta avrebbe voluto costruire, abbattendone uno degli anni Ottanta ancora ben funzionante, insieme a diverse decine di alberi.

È successo al giardino San Leonardo, nel centro storico, dove la giunta aveva concesso alla Johns Hopkins University di aprire una caffetteria con affaccio sullo spazio pubblico, sradicando piante e di fatto privatizzando un lato del giardino, ovviamente per contrastare «il degrado».

Bologna, 18 luglio 2025, giardino San Leonardo. Attacco psichico contro il progetto di «riqualificazione» dell'area da parte della dirimpettaia Johns Hopkins University.

Bologna, 18 luglio 2025, giardino San Leonardo. Attacco psichico contro il progetto di «riqualificazione» dell’area da parte della dirimpettaia Johns Hopkins University.

È successo al parco della Zucca, dove i comitati hanno impedito che si costruisse un inutile parcheggio multipiano al posto di quello a cielo aperto che già esiste, anche in quel caso abbattendo decine di alberi.

Ora la lotta è in corso al Pilastro, il quartiere tradizionalmente malfamato di Bologna, abitato in gran parte dai discendenti dell’immigrazione meridionale degli anni Sessanta -Settanta e da persone arrivate più di recente da altre parti del mondo. Si potrebbe dire, fatte le dovute proporzioni,  che il Pilastro è quanto di più simile a una banlieue ci sia in una città come questa. Per il suo cinquantesimo compleanno, nel 2016, si è trovato al centro di un progetto di riqualificazione, con interventi di facciata, tanta retorica, tanto storytelling e un’inerzia  che dura tuttora. Al tempo stesso il rione ha una storia di lotte organizzate che pochi bolognesi ricordano o conoscono e che è ben raccontata qui.

È dentro il parco Mitilini-Moneta-Stefanini che il Comune vuole costruire MuBa, il «museo dei bambini e delle bambine». Un progetto di cui non si sentiva alcun bisogno, calato dall’alto sulla cittadinanza, per realizzare il quale si vuole togliere ai bambini un’area verde e, tanto per cambiare, si sono già abbattuti diversi alberi.

Ancora una volta, come accaduto al Don Bosco, è nato un comitato contro il progetto, MuBasta, le cui parole prendiamo in prestito per descrivere cosa la giunta cerca di imporre:

«un edificio a tre piani […] una realtà aliena sia alla storia che alla situazione attuale del Pilastro. Il Museo dei bambini prevede la pavimentazione di oltre 1300 metri quadri di verde, alberi tagliati e nuove strutture costruite, contraddicendo lo stesso bando pubblico che aveva tra i criteri da rispettare il consumo nullo di suolo. La sua realizzazione distruggerà un parco storico, frequentato e vissuto da chi abita nel rione e dove da sempre bambine e bambini giocano e stanno all’aria aperta e frequentato da persone di tutte le età.»

Ambientalisti e abitanti del Pilastro hanno occupato il luogo dove dovrebbe sorgere il cantiere e ancora una volta è arrivata la polizia con camionette, scudi, manganelli, e tutto l’armamentario “democratico” per la gestione del conflitto, a sgomberare per consentire all’impresa edile di innalzare barriere e impedire ulteriori invasioni. È servito a poco. Prima i bambini, poi i ragazzi del rione che si sono uniti alla protesta hanno preso a calci e abbattuto le barriere. Ne è seguito uno scambio poco amichevole di lacrimogeni e sassi, nonché l’incendio di alcuni cassonetti. Qualcuno è stato preso e portato in questura, poi al carcere della Dozza.

Scene di ordinaria non-amministrazione ai tempi di Lepore, fatta di manganellate a chi difende un parco pubblico dal cemento e di militarizzazione che scatena la rabbia degli abitanti. Per poi magari, il giorno dopo, partecipare a un’iniziativa contro il ddl sicurezza del governo, ché la repressione si denuncia solo se è quella degli altri.

Tuttavia, questi eventi non portano solo conferme, mostrano anche alcune novità. Una di queste è la composizione della lotta: ambientalisti «abbraccia-alberi», bambini della scuola primaria coi loro insegnanti, migranti, giovani figli di migranti. E quando è partita la repressione, la dinamica non è stata la solita. È stata, appunto, una dinamica da banlieue. Anche gli attivisti presenti sono rimasti sorpresi. Su questo ha riflettuto con acume Hansy Lumen.

Dopo la battaglia del Pilastro è ancora più chiaro: in città la questione ambientale è cruciale e  politicamente strategica. La battaglia per difendere gli alberi, i prati e la qualità dello spazio pubblico è anche azione diretta che smaschera la finzione dei percorsi partecipativi, il greenwashing delle giunte sedicenti progressiste, la pseudodemocrazia e il reale autoritarismo a cui il potere ricorre per rimuovere ogni ostacolo alla cementificazione e al profitto.

Commentando i fatti di due notti fa l’assessore alla scuola Daniele Ara ha dichiarato: «Non può essere un Vietnam quotidiano ogni progetto che riguarda la città». La metafora rivela cattiva coscienza. E se la giunta stessa si vede come l’invasore yankee, impossibile non stare coi vietcong.

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