di Wu Ming 1
[La prima parte è qui – L’intermezzo su letteratura e IA è qui.]
Prologo sulla guerra e lo stare insieme. Spazi luoghi corpi scritture. Hai detto «romanzo geografico»? Isole, sud, centro, nord: conflitti, restanze e ritornanze. Musiche da uomini pesce. Sonic. Un altro gioco di pazienza (Per Sonic Ally). Jet Set Roger. Altre musiche e voci. Congedo (dedicato a due luoghi). To The Lighthouse. Perdere la Perdigiorno. Note.
Ho portato in tour Gli uomini pesce in un momento di grande riattivazione sociale, mentre intorno si liberavano energie compresse fino a poco prima. Lo sdegno per le complicità occidentali e italiane nel genocidio a Gaza riempiva le città di corpi, soprattutto giovani, e di voglia di ritrovarsi. Di quell’atmosfera hanno beneficiato anche le iniziative culturali, comprese le presentazioni di libri.
Poi è scattata la vendetta di stato, con sgomberi, denunce, linciaggi mediatici, blitz autoritari nelle scuole e leggi ad Israelem – come i ddl Gasparri / Delrio – per silenziare le voci critiche. Una reazione che nulla toglie all’importanza di quel che è accaduto, anzi, ne è il miglior attestato: li abbiamo colti di sorpresa e impauriti.
Men che meno la vendetta pone fine a un ciclo di lotte che può avere cali ma non cessa, perché è più vasto, addirittura planetario. Fuori dalle inquadrature dei nostri media, una nuova gioventù riempie le vie di mezzo mondo, agitando il vessillo pirata di One Piece 1.
Scrivo queste righe mentre, dopo l’aggressione al Venezuela, gli USA tornano a reclamare la Groenlandia e Trump minaccia anche Messico e Colombia 2. Ora più che mai, in uno scenario di recrudescenza bellica, continui blitz colpisci & sgomenta, corse al riarmo e disciplinamento militarista della società, dobbiamo stare insieme il più possibile.
In solitudine, o solamente «connessi», «a distanza», si soccombe allo schiacciasassi emotivo, ci s’impregna di umor nero e senso d’impotenza. Stando insieme, invece, molte più opzioni diventano pensabili, e quel che è pensabile è più vicino a essere possibile.
Dobbiamo recuperare il senso letterale del più noto motto giuridico latino, che è un’esortazione.
Habeas corpus.
Abbi il corpo.
Spazi luoghi corpi scritture
Uno dei passaggi de Gli uomini pesce che più è rimasto impresso e più mi è stato chiesto di commentare è dove la guida Gennaro distingue tra spazio e luogo. Distinzione che è alla base di ogni geografia critica.
Un luogo è il peculiare insieme delle sue qualità, l’incrociarsi di persone e lo stratificarsi di storie che lì, proprio lì, si verificano.
Lo spazio è quantità, misurazione, tot metri, tot mq, che spesso vuol dire tot euro a mq, tot valore da estrarre nell’ambito di questo o quel progetto di «riqualificazione» o «rigenerazione». Due tra i termini più loschi dell’odierna neolingua.
Moltiplica base x per altezza y, o π per x al quadrato, e avrai lo stesso risultato ovunque. Questo è lo spazio. Un luogo, invece, è unico e non replicabile. Non può esistere lo stesso luogo… altrove 3.
Spesso si presentano libri in spazi allestiti per kermesse intercambiabili, o le kermesse sono allestite in spazi intercambiabili, tanto lo schema è lo stesso, tutto è incasellato e omologato, sorprese poche o nessuna, e infatti nella memoria si confondono le edizioni: era quella del 2022 o del 2023? Ma no, era quella del 2018!
Quelli dove ho portato Gli uomini pesce sono tutti luoghi, dalla casa natale di Antonio Gramsci ad Ales alla palestra popolare Zenobia di Venezia; dallo ZEI di Lecce al castello di Sorrivoli gestito dalla cooperativa Terra degli dèi; dalla cascina Torchiera senzacqua di Milano al Magazzino parallelo di Cesena; dal Teatro della Concordia di Monte Castello di Vibio al Circolino Arci di Molina di Quosa, eccetera. E sono luoghi le biblioteche di paese. Sono luoghi le librerie indipendenti. Sono luoghi i centri sociali.
Luoghi, con la loro carica di inatteso. Ogni presentazione è stata un momento singolare e irripetibile, un incontro tattile e “mosso” di cui ho memoria nella carne e lasciti concreti, tangibili.
Per esempio, i libri che ho sul tavolo ora. Raccolte e plaquettes di poeti, tutti di origine lucana.
Una sera di luglio a Potenza. La presentazione è finita e facciamo filò in un cortiletto delle Officine Macondo. Qualcuno evoca Rocco Scotellaro e Beppe Salvia, che già conosco (curiosamente, entrambi morti a trent’anni), poi si materializza tra noi Vito Riviello – qui l’opera omnia scaricabile, una scoperta entusiasmante –, infine due poeti vivi e tiranti calci (alive and kicking), Alfonso Guida e Domenico Brancale.
Tornato a casa, mi procuro i loro versi. Sarebbe bello conoscere di più la Basilicata, per cogliere i nessi tra il territorio, i sostrati linguistici, la memoria e queste scritture. Una ragione in più per tornarci 4.
Nelle chiacchierate post-evento scatta qualcosa. Gli scambi di vedute e i consigli di lettura si fanno più complici e intimi.
Un’altra conversazione notturna, in piazza Duomo a Cosenza. Sono con Claudio Dionesalvi, che conosco da trent’anni e passa, e gli storici Paolo Perri e Oscar Greco. Parliamo di archivi e documenti – l’ultimo libro di Claudio, Lettere minuscole, è un inno alla materialità dei supporti 5 – e della pluralità della Calabria, che non a caso era un tempo le Calabrie, come del resto si diceva le Puglie e gli Abruzzi. Oggi i molteplici sono ridotti a «uni»: un Abruzzo, una Calabria, una Puglia.

Ciccilla fotografata dopo la cattura, nel febbraio 1864. All’epoca aveva 32 anni. Incarcerata in Piemonte, data e circostanze della morte restano ignote.
Evochiamo i briganti, Oscar e Paolo mi aggiornano sulle continue e opposte revisioni storiche di quel fenomeno: banditismo-e-basta, banditismo sociale, reazione legittimista, resistenza anticoloniale… Tra gli accademici il pendolo oscilla, segno che il brigante e ancor più la brigante – penso a Maria Oliverio, detta Ciccilla – ancora perturbano. Sono portenti, mira monstra, bestie strane. Forse per questo a Claudio viene in mente il criptozoologo Lorenzo Rossi? En passant, uno che starebbe bene ne Gli uomini pesce.
E quante volte ho discusso di scrittori padani, nei cui luoghi venivo a trovarmi o andavo a bella posta.
In una tersa domenica di febbraio arrivo a Tellaro, dove ancora si capisce perché quel golfo è «dei poeti» 6. Cerco la casa di Mario Soldati.
Senza di lui, Gli uomini pesce chissà se esisterebbe. Soldati è il narratore per eccellenza della val Padana, forse l’unico ad averla narrata intera, dal Piemonte alle Romagne, con la sua verve da raconteur.
Più volte fuggì da Roma, dove lavorò a lungo ma non si ambientò mai. In tutta l’Urbe, il suo luogo preferito era la stazione Termini. Perché? «Perché da lì posso andarmene». Le sue fughe hanno ispirato quella di Ilario.

Mario Soldati, 1957.
Se come un pellegrino cerco casa sua è perché lui è stato “a casa mia”.
Quando nel 1954 uscì il film La donna del fiume, ambientato nel Delta del Po tra Comacchio e Pila, dal territorio giunsero rimostranze. Un intellettuale del PCI che ho fatto in tempo a conoscere, Mario Spadoni, giudicò implausibile il personaggio di Nives, interpretata da Sophia Loren. Ne scrissero i giornali, e Soldati non esitò: venne a Ostellato e si confrontò con Spadoni e altri, difendendo le proprie scelte in un affollatissimo incontro pubblico.
In memoria di quel giorno, a lui è intitolata la biblioteca civica. E con un anagramma che lo omaggia, Moira Dal Sito, si firma il gruppo che, proprio in biblioteca, ha scritto Quando qui sarà tornato il mare (Alegre, 2020).
Letteratura è tutto questo: luoghi e corpi, mondi e incontri, geografie umane e situazioni.
Letteratura non vuol dire “un bel testo”, men che meno una frase “convincente”. Quelli può produrli anche una macchina. Attenzione: produrli, non «scriverli». C’è una bella differenza, scrivere è un agire umano, una sequenza di atti fisici, movimenti un tempo compiuti impugnando uno stilo. Se ci pensiamo, la parola stessa ne è l’onomatopea.
Letteratura non vuol dire disporre frasi in modo da passare un test Voight-Kampf letterario. Come ha scritto Loredana Lipperini,
«la letteratura è corpo nel senso che è fatta di incontri, scambi, liti, amori che precedono e seguono il testo. Per questo la macchina non potrà che limitarsi, nel migliore dei casi, all’imitazione di un frammento del mondo che la letteratura è.»

Blade Runner, 1982: il test Voight-Kampff.
L’approccio tecnoriduzionista e testoriduzionista è fuori fuoco e fuori luogo. Il senso e i sensi della letteratura non si colgono parlandone in questi modi spicci, tarati su prestazione ed efficienza.
Come mi ha fatto notare mio fratello, quando discutono – quando credono di discutere – di letteratura, certi corifei dell’IA sembrano la contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare che dal treno grida a Fantozzi di sfogliare in fretta L’albicocco al curaro e dirle chi è l’assassino 7.
Hai detto «romanzo geografico»?
Fiumi e torrenti. Li abbiamo artificializzati e reificati, cioè ridotti a cose, e a lungo li abbiamo negletti, fino a smettere di conoscerli. Ben poche persone mantengono un vero rapporto coi corsi d’acqua che bagnano i loro territori; la maggioranza si rammenta – o addirittura apprende, com’è successo col Ravone a Bologna – della loro esistenza quando esondano o, all’opposto, vanno in secca.
Eppure, mentre giravo l’Italia, mi sono accorto di un nuovo interesse per la fluvialità, che si manifesta da noi e nel mondo. Non è il pregiudizio cognitivo noto come «illusione di frequenza», è proprio frequenza: ovunque si aprono vertenze sui fiumi, si formano comitati e “tavoli” in difesa dei fiumi (si veda ad esempio il Tavolo del Mincio), si negoziano «contratti di fiume», proliferano progetti artistici e culturali dedicati ai fiumi. Il più ambizioso, almeno in Italia, è l’Atlante delle Rive, portato avanti da Marco Paolini et alii. Nel mentre, con buon tempismo, è uscito anche in Italia il libro di Robert MacFarlane È vivo un fiume?
Da noi, in Emilia Romagna, la maggiore attenzione ai fiumi è conseguenza delle alluvioni del 2023, a loro volta “preparate” dalla lunga siccità del 2022. Ma siccità, alluvioni e altri «eventi estremi» accadono sempre più spesso in tutta Italia, immagino sia per questo che torniamo a pensare i fiumi.
Per molti sono solo linee blu su una mappa. La modernità capitalistica li ha manomessi e sempre più ingegnerizzati perché somigliassero il più possibile a quelle linee. L’attuale fluvialità è stata costruita, fabbricata, sottraendo luoghi ai fiumi, irreggimentandone le acque e separandole in bacini dai confini netti, adattandole a forza in schemi tecnocratici.
A dispetto di ciò, le acque continuano a sovvertire l’immagine che ne abbiamo, a oltrepassare i limiti assegnati, a confondere gli umani mescolandosi, scomparendo, riapparendo. A questa fluvialità che eccede e con cui dobbiamo tornare in sintonia è dedicato il libro di Francesco Visentin Geografie d’acqua: paesaggi ibridi (Marsilio, Venezia 2024).
Visentin è stato uno dei primi geografi a farsi vivi dopo l’uscita de Gli uomini pesce. Ben presto è diventato un interlocutore prezioso, non solo ha scritto una delle recensioni più acute del romanzo, ma mi ha affiancato nel presentarlo a Venezia, a Udine, dove insegna, e a Trieste.
Ho poi interloquito con altri geografi: con Andrea Pase a Bassano del Grappa, con Enzo Pranzini a Livorno, con Marco Petrella ad Agnone. Et pour cause. Il romanzo ha per protagonista una geografa, trasuda geografia e tira in ballo geografe e geografi realmente vissuti o viventi, con tanto di nomi: Lucio Gambi, Eugenio Turri, Franco Farinelli, Paola Bonora, Stefano Piastra, Marina Bertoncin, Federica Letizia Cavallo 8…

Pontelagoscuro (FE), il canale Boicelli – che collega il Po al Volano – visto dalla sede del Centro canoa Beppe Mazza. Foto scattata da Michele Nani il 17 luglio 2025, poco prima della presentazione de Gli uomini pesce.
Gli uomini pesce mette al centro del racconto una disciplina che oggi in Italia è trascurata e mal compresa 9. Come dice Antonia, poca gente sa cosa faccia una geografa.
Anche se ha sempre avuto più anime – si pensi al grande geografo anarchico Elisée Reclus – la geografia moderna si è sviluppata soprattutto per acquisire e ordinare conoscenze necessarie al dominio e allo sfruttamento. Le sue responsabilità nell’orrore del colonialismo sono tutt’altro che indirette. Tuttavia, dalla metà del Novecento – non a caso, dall’erompere delle lotte anticoloniali – la disciplina ha vissuto conflitti e ripensamenti radicali. Oggi esistono approcci critici quando non esplicitamente antagonisti: si usa il sapere geografico per denunciare le disuguaglianze planetarie e il razzismo sistemico, le politiche di rapina necessarie a mantenere le catene del valore, l’abuso distruttivo di territorio e ambiente, eccetera.
Chi pratica così la geografia non può che scontrarsi con chi continua a intenderla come scienza funzionale al dominio. Emblematico lo scontro avvenuto pochi mesi fa a Torino, durante il 34esimo Congresso geografico italiano. L’intervento inaugurale era affidato all’americano Michael Storper, uno che chiama «terrorismo» le proteste contro il sistema israeliano di occupazione, apartheid e genocidio. Non solo: tra gli atenei rappresentati c’era la Hebrew University of Jerusalem, attivamente collusa con quel sistema. Come racconta l’articolo «La geografia sa da che parte stare?», un folto gruppo di geografe e geografi ha boicottato e contestato i lavori, firmandosi con lo pseudonimo Gaia Florese Gambasi, che è l’anagramma di Assemblea Geografa.
Mi piace pensare che a ispirare questo nome sia stato anche il precedente di Moira Dal Sito.
Isole, sud, centro, nord: conflitti, restanze e ritornanze
Gli uomini pesce, ho scritto nell’explicit, è anche «un libro su ogni territorio afflitto, e sulle resistenze che conoscerne la storia può suscitare». La conoscenza storica come fondamento di quelle prassi di geografica critica che sono le lotte in difesa dei territori. È un passaggio che mi è apparso in tutta la sua chiarezza grazie al movimento No Tav, mentre lavoravo a Un viaggio che non promettiamo breve.
Quand’è uscito Gli uomini pesce, per un momento ho temuto che fosse troppo locale, troppo bassopadano, troppo frarés. E invece chi ha letto, ovunque lo abbia fatto, ha trovato comuni denominatori tra il proprio territorio e quello del libro, e immaginato comuni multipli, e durante il tour li ho immaginati anch’io.
Faccio l’esempio della Sardegna, dove sono stato nel maggio scorso, presentando il libro a San Sperate, Macomer, Ales e Nuoro.
Chi conosce l’isola potrebbe dirmi che lì giocavo facile: molte delle vicende del romanzo risuonano, specie nel Campidano e nella Nurra, dove c’è una storia di prosciugamenti di zone umide, ingegnerizzazione spinta del territorio, centri urbani tirati su ex novo sulle terre appena «redente». La piana di Terralba ha un paesaggio abbacinantemente simile a quello del Delta, e simili sono le fragilità. Per giunta, la manodopera veniva dai polesini veneti e ferraresi. Arborea, per questo, è «comune onorario della Regione Veneto».
Fertilia è il caso più eclatante. La costruì negli anni Trenta l’Ente ferrarese di colonizzazione, nato per portar via gente dalla provincia di Ferrara, terra già di “sovversivi” e rivolte bracciantili. Il regime vi aveva imposto la pax fascista, ma la sovrappopolazione continuava a causare tensioni. Nel 1938 a Fertilia s’era già insediato mezzo migliaio di ferraresi. Rimasero la maggioranza della popolazione fino all’arrivo, nel dopoguerra, di profughi dall’Istria.
Queste sono risonanze molto specifiche, le davo già per intese, anche se una mi ha spiazzato: il monumento all’anguilla in piazza Othoca a Santa Giusta. Nemmeno a Comacchio ci avevano pensato.

Santa Giusta (OR), L’anguilla di Marte, opera dell’artista Salvatore Garau. La testa è alta sette metri, la coda dodici. Spero diventi un monito a tutelare una specie in serio pericolo di estinzione, inclusa nella lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura. L’anguilla ha in bocca due riproduzioni di teste greche del II secolo a.C., copie del «Giovane satiro» scoperto nella laguna di Santa Giusta nel 2009. Foto scattata il 24 maggio 2025.
Vi sono risonanze più profonde. Presentando Gli uomini pesce in Sardegna mi sono reso conto che ogni mio viaggio nell’isola è stato un’iniziazione a nuove questioni geografiche, un momento di apprendistato, un workshop. L’invisibilizzata questione sarda con tutti i suoi correlati linguistici e letterari; l’indipendentismo e il «dipendentismo»; le servitù militari e il colonialismo energetico dei megaparchi eolici… Sono tutte questioni, e contraddizioni, eminentemente geografiche.
In fondo con Omar Onnis, mi sono reso conto, da molti anni parliamo sempre e solo di geografia, qualunque sia l’argomento specifico, il punto d’attacco della conversazione. L’ho capito stavolta, alla buon’ora, guardando i boschi intorno a me al chilometro 35,5 della statale 129, ascoltando la musica di Arrogalla cercando di immaginare i luoghi del suo field recording, guardando i filmati della performance di Maria Lai Legarsi alla montagna allo spazio Ilisso di Nuoro.
Da continentale, per giunta padano, in Sardegna ho colto ulteriori sensi del lavoro che ho svolto ne Gli uomini pesce, e che intendo portare avanti.
Ma «Sardegna» è anche una sineddoche: sta per «ogni territorio afflitto, e [le] resistenze che conoscerne la storia può suscitare». Più precisamente, ogni territorio afflitto la cui storia e i cui conflitti ho conosciuto meglio grazie a Gli uomini pesce.

Conflitti anche molto vicini a casa. Per dire, Reggio Emilia è a un tiro di schioppo, ed è lì che resiste l’assemblea del Bosco Ospizio.
Dall’estate 2024 centinaia di persone difendono un’area verde cresciuta in un’area dismessa lungo la via Emilia, nel quartiere Ospizio. Come sempre quando la vegetazione fa da sé, era additata come zona di «degrado», ma grazie alla lotta la percezione è cambiata, ora è vista come quel che è davvero: un bosco, un sito di biodiversità che procura ossigeno e refrigerio in una città che subisce un soffocante consumo di suolo. 10
Ma cemento e asfalto dettano legge, così i poteri cittadini vogliono rasare il bosco – ché tanto, come sempre dicono in questi casi, «non ci sono essenze di pregio» – per imporre l’ennesima «riqualificazione», ovvero l’ennesimo centro commerciale. Un supermercato Conad con parcheggio, più altri edifici, in tutto 13mila metri quadri. Progetto agghindato col solito socialwashing – si promettono anche una biblioteca e una Casa della salute – e il solito greenwashing – si annunciano millanta piantumazioni d’alberelli – la cui vacuità ben conosciamo.
Più volte attiviste e attivisti hanno bloccato l’inizio dei lavori, prendendosi anche denunce per «violenza privata» e altri articoli del codice penale. L’assemblea non si è fatta intimidire e continua a riunirsi il mercoledì sera al circolo Arci Villaggio Stranieri, dirimpetto al bosco. Lì ho presentato Gli uomini pesce.
«Lotta», però, non è solo la vertenza territoriale aperta.
È lotta la restanza, concetto reso celebre dall’antropologo Vito Teti, che ora sta compilando un Atlante della restanza. Ecco come la definisce l’enciclopedia Treccani:
«la posizione di chi decide di restare, rinunciando a recidere il legame con la propria terra e comunità d’origine non per rassegnazione, ma con un atteggiamento propositivo».
Sono molte le comunità restanti che ho visitato, lungo la dorsale appenninica, sull’arco alpino e ovviamente nel Delta, dove, voglio ribadirlo, rimanere e cercare di far qualcosa – cultura o attivismo che sia – ha un che di eroico.

Volantino di auto-presentazione del collettivo politico Val Varaita, distribuito durante la presentazione de Gli uomini pesce a Frassino (CN) il 12 luglio 2025.
È lotta la ritornanza, il movimento di chi se n’era andato e decide di tornare, non limitandosi a farlo a livello individuale, ma stabilendo relazioni e alleanze per farlo collettivamente.
Una delle scoperte di questo tour è stata la costellazione che in un angolo di Occitania cisalpina, sulle Alpi Cozie meridionali, unisce il collettivo politico Val Varaita, la Csa «Cresco» (comunità di supporto all’agricoltura), la situazione abitativa comunitaria (Mcf) dell’ex-canonica di Melle / Lou Mel, il birrificio artigianale Antagonisti, una parte della redazione sparsa della rivista Nunatak – a cui sono abbonato da anni – e altri sodalizi e microaziende sul territorio, come Biula, che raccoglie e vende linfa di betulla.
Dalle Alpi occidentali all’Appennino meridionale: un’altra realtà di ritornanza l’ho incontrata a Caggiano, in provincia di Salerno, al confine con la Basilicata. È la comunità che, tra le altre cose, organizza il Rarrǝca Caggiano Book Festival. Così ne scrivevo a botta calda l’estate scorsa:
«Rarrəca [radice] è un festival nato dal basso, dalle idee e dagli sforzi di un collettivo eponimo che vuole rianimare il borgo, riattivare la conoscenza del territorio, congiungere le esperienze di chi rimane e chi, stando altrove, torna. Un festival di affetti, prima che di concetti. Informalità, convivialità e un inebriante pizzico di hippietudine, insieme alla determinazione, alla volontà di vivere quei luoghi.»
Sono stato in paese solo ventiquattr’ore, ma ho preso appunti fitti, e nel taccuino ritrovo queste frasi:
«“Quella è la mia scommessa”, dice Giuseppe, indicando un terreno vicino a casa. “Far crescere un bosco di cento alberi tra lecci, farnie, roverelle e noccioli”».
E per questo capitolo del “portolano”, poteva esserci miglior chiusura?
Musiche da uomini pesce
Fin dai primordi di Wu Ming le nostre opere hanno stimolato compositori e musicisti, e varie “colonne sonore” hanno avvolto le nostre pagine. Spesso abbiamo partecipato alle sonorizzazioni, usando le nostre voci in letture sceniche; a volte un’opera è nata direttamente per l’interazione con la musica; singoli artisti ed ensemble hanno registrato brani o interi dischi ispirati a nostri romanzi o racconti.
Col tempo, questa produzione si è fatta vieppiù variegata, e sempre meno sporadica, tanto che a Bologna abbiamo co-fondato Melologos, laboratorio esclusivamente dedito alla sonorizzazione di testi letterari.
Ogni nostro tour propone momenti in cui la musica ha pari importanza rispetto alla letteratura, e quello de Gli uomini pesce è stato tra i più sonanti. Non poteva che essere così, visto che nella scrittura l’ascolto musicale è stato non solo importante, ma imprescindibile. Non mi è servito solo per l’impronta ritmica, per trovare un certo andamento e fraseggio, ma anche per avere rappresentazioni allegoriche della struttura.
Provo a spiegarmi: ogni tanto un romanzo deve passare a un tempo dispari. Certo, il maggior numero possibile di elementi deve “tornare” – nella duplice accezione di ripresentarsi e suonare convincente –, ma è meglio se alcuni elementi sembrano mancanti o, al contrario, eccedenti. Se un testo è troppo perfettino, se la trama fa sempre battere il piede in 4/4, non funziona. O meglio, funziona, eccome se funziona… ma soltanto sul momento, com’è tipico di molta fiction di genere. Una volta finito di leggere, ben presto ti scorderai tutto. Lingua, storia e personaggi non rimarranno a pungolarti, non scaveranno come talpe nella memoria, non susciteranno domande.
Se tutto si “risolve”, poi si dissolve.
Ma se dai 4/4 ogni tanto si passa ai 15/8 o ai 5/4, tempi lì per lì difficili da ballare, nell’inciampo ti ricordi che è col corpo che stai leggendo. Il romanzo ne guadagna in memorabilità e prima o poi lo rileggerai, come fanno molte persone con Gli uomini pesce. E rileggendo fai esplodere le mine che al primo passaggio avevi solo innescato.
L’ascolto profondo e la musica hanno un ruolo importante anche nello svolgimento narrativo del romanzo. Un ruolo diegetico, come si dice nella teoria letteraria, grazie al personaggio di SonicAlly alias Arne Gustafsson, per Antonia solo «Sonic», e grazie a un album di Jet Set Roger.
Sonic e Roger
In quanto artista di paesaggi sonori, Sonic è “collega” di Adriano Zanni e del già citato Enrico Coniglio, per restare nella koinè deltizia/nordadriatica.
Anche i personaggi del romanzo, quantomeno i principali, li ho sviluppati partendo dalla geografia. Ciascuno di loro ha in sé caratteristiche del territorio: Antonia è “in secca” come il Po nell’estate 2022; Ilario è “anfibio” come il territorio dove c’erano e dove sopravvivono le valli; con la sua solitudine Erminio incarna la rarefazione sociale delle campagne ferraresi… E Sonic?

Boscoforte, valli di Comacchio, 14 dicembre 2025, foto di Sergio Fortini. La valle, il pantano, il marais, la palude, confini sfuggenti… L’incubo del fascista. Ilario ne è l’antropomorfosi.
Sonic è i suoni del Delta: i canti di uccelli, il rumore delle acque e degli animali che nuotano, il vento che soffia nei buchi scavati da un picchio nelle assi di una palafitta… Per lui ogni uscita è una passeggiata in ascolto, un soundwalk, cioè, secondo la storica definizione dell’artista sonora Hildegard Westerkamp, «qualunque sortita il cui scopo principale sia l’ascolto dell’ambiente».
Oggi queste camminate sono anche prassi di lotta, le si organizza per far conoscere luoghi minacciati, ecosistemi che rischiamo di perdere.
Sonic non solo ascolta ma registra e questo è importante nell’intreccio. Ascoltando una sua registrazione si scopre che una scena-chiave non è andata come l’avevamo letta 11.
Alla figura di Sonic è ispirato SonicSuite. Blues per le terre desolate, il radiodramma/concerto a cura di Melologos, in questo progetto rappresentato dall’attore Marco Manfredi, dallo scrittore e musicista Jadel Andreetto e dai musicisti Stefano D’Arcangelo (ex-Bhutan Clan, ex-Compagnia Fantasma) e Bartolomeo Sailer in arte Wang Inc. Finora SonicSuite è andato in scena due volte: il 22 marzo allo Spazio Stria di Padova e il 9 ottobre alla Casa della cultura Italo Calvino di Calderara di Reno (BO).
A Sonic ha dedicato una composizione anche Luca Casarotti. Si intitola Un altro gioco di pazienza e fa parte di un progetto musicale molto ambizioso, La fortuna e il controllo.12 Lascio la parola direttamente a lui.
Luca Casarotti, Un altro gioco di pazienza (Per Sonic Ally)
Della vita affollata di Sonic Ally si sa molto. Del suo metodo di lavoro, anche, si sa qualcosa. Eccolo che sistema i microfoni per una registrazione d’ambiente. Adesso invece è a casa, vestito da fan di Stockhausen (perché si dovrebbe non esserlo, poi?), mentre cava musica dall’ambiente che ha registrato. Musica a metronomo lentissimo, sentiamo: dai 10 ai 40 battiti per minuto. Il close-up è stretto, ma non tanto da lasciarci vedere cosa c’è sullo schermo del suo computer. Che programmi audio userà Sonic? È uno di quelli hardcore, che si scrivono il software con cui suonano? Ma no, avrei trovato il suo repository su GitHub. I compositori-programmatori spesso fanno così: pubblicano il disco e mettono a disposizione anche il codice sorgente.
Alla prima occasione, comunque, devo chiedergli un po’ di technicalities. Qui intanto c’è un mio brano ispirato alla sua musica. L’ho registrato l’estate scorsa, insieme agli altri che finiranno nel primo di tre dischi a titolo La fortuna e il controllo, e scrivendolo farò finta che non sia pericolosissimo annunciare un progetto prima di averne realizzato almeno la metà. Il titolo allude allo spunto compositivo comune ai tre dischi: ossia, indirizzare in tempo reale un evento sonoro imprevisto e parzialmente imprevedibile, dove il controllo in tempo reale è in capo all’esecutore umano, mentre l’evento imprevisto è prodotto dalla macchina suonante. Insomma, un modo d’improvvisare e di scrivere fin troppo chiaramente (e quindi non molto) allegorico: non lo direste mai, ma c’entra anche Brian Eno.
In ciascun volume sarà diversa la tecnica esecutiva. Nel primo, quello già registrato, tutti i brani sono realizzati con il software: gli strumenti fisici torneranno nel secondo e nel terzo volume.

L’interno dell’ex-zuccherificio Eridania di Codigoro (FE), febbraio 2025.
Anche la decisione di dedicare questo brano a Sonic non è stata predeterminata: piuttosto, è apparsa ovvia al primo riascolto. L’improvvisazione ha, appunto, un metronomo lentissimo; non ci sono vere e proprie registrazioni ambientali, ma i campioni audio che ho usato sono deformati al punto tale da sembrare un soundscape di fabbrica abbandonata. Come i suoni delle strutture metalliche battute dal vento, registrati all’ex zuccherificio Eridania, che ascoltiamo nell’album più recente di Sonic. Il titolo kafkian-ginzburghian-prosperiano, Un altro gioco di pazienza, è un monito al musicista: che non abbia fretta d’intervenire sui suoni nelle sue mani; che li lasci piuttosto, prima di rimpiazzarli, esprimere nell’interezza del loro corso. Possiamo dire: un tentativo di ecologia del suono?
Buon ascolto.
Apple Podcasts – Internet Archive.
Tra i musicisti intervenuti alle presentazioni, o al centro di eventi ad hoc ispirati a Gli uomini pesce, Jet Set Roger ha un posto d’onore, perché la sua musica sta nel libro, più diegetica che mai: i personaggi – Ilario, Antonia e Sonic – ascoltano Lovecraft nel Polesine, e Antonia prende pure appunti.
Uscito nel 2016, Lovecraft nel Polesine è stato riscoperto con l’uscita del romanzo, in breve tempo ha esaurito la tiratura ed è stato ristampato in edizione ampliata, con nuovi testi e nuove tavole di Aleksandar Zograf nel libretto. Un esito di cui vado molto fiero. L’idea di abbinare presentazione del libro ed esecuzione dell’album dal vivo è venuta da sola, con naturalezza.
Lovecraft nel Polesine è il primo capitolo di una «trilogia degli scrittori» che include Un rifugio per la notte (2020, ispirato a un racconto di Robert Louis Stevenson con protagonista il poeta francese François Villon) e l’imminente La mia anima non è vile. La vita di Branwell Brontë (il fratello “oscuro” delle scrittrici Charlotte, Emily e Anne).
Altre musiche e voci
Il duo pavese Tristan da Cunha ha composto una suite per Gli uomini pesce – una «perlustrazione sonora in quattro tappe» – e l’ha eseguita per la prima volta il 21 novembre al centro TOO di Piacenza, durante la presentazione del romanzo. Spero vivamente che ne facciano un album.
Nel 2025 si è celebrato il centenario della nascita di Luciano Berio. Nel romanzo, Ilario dice a Sonic di averlo conosciuto. Partendo da quel fugace riferimento ho scritto un racconto, Mezzo appuntamento con Luciano Berio. Il pianista Fabrizio Puglisi e il chitarrista Domenico Caliri lo hanno musicato, scrivendo una partitura per duo jazzistico ed ensemble orchestrale. Non un ensemble qualunque ma uno preciso, il FontanaMIX Ensemble diretto da Francesco La Licata. Io – circostanza quasi unica quest’anno – ci ho messo la voce, e la sera dell’11 settembre, alle Serre dei Giardini Margherita di Bologna, abbiamo eseguito il tutto.
Il mio giudizio? Esperimento che preferisco non ripetere. Interagire con un’orchestra, col testo scritto in partitura, per giunta dopo una prova soltanto, si è rivelato impresa ardua. E il racconto, rileggendolo, non era nemmeno ‘sto granché. Ma sono troppo severo, mi dicono. Lavorando sulla registrazione multitraccia, aggiungono, si può fare molto. Che dire? Mi fido, e attendo.
Il Bhutan Clan, ensemble che aveva sonorizzato capitoli di ben tre libri wuminghiani – Un viaggio che non promettiamo breve, La macchina del vento e Ufo 78 – si è sciolto nell’estate del 2024. Nondimeno, ho lavorato con tre ex-membri – Bruno Fiorini, Michele Koukoussis e Stefano D’Arcangelo – a una lettura musicata da Gli uomini pesce. Per la precisione, il trio ha sonorizzato le parti in cui si narra la caccia a «Igor il russo». Il sottoscritto, unica altra volta durante il tour, ci ha messo la voce. Chi era al circolo Hex di Bologna – quell’edificio di forma bislacca e arlecchinato da una fantasia di mattonelle che spicca in via Corticella, sulla sinistra venendo da piazza dell’Unità – la sera del 16 settembre dice che non era malaccio.

«Danilo aveva detto dei branzini [pescati a quaranta chilometri dalla foce, NdR] durante un’escursione in motonave. Qualche turista aveva ridacchiato. – Non c’è da ridere! – era sbottato lui, con la sua cadenza polesana. – È una tragedia! Guardatelo bene, questo paesaggio, perché il Delta com’è adesso non lo vedremo piú! – Un tono che non ti aspetti, da una guida naturalistica.» (Gli uomini pesce, p. 9). Qui si vede Danilo Trombin nell’esatto momento di cui sopra. Foto scattata da Marco Belli durante un’escursione nel Delta del Po sulla motonave Venere, 2 luglio 2022.
In primis il già citato Marco Manfredi, con cui ho condiviso molti dei migliori momenti del tour, tra cui lunghi viaggi sulla manfredmobile nella «bellezza narcotica della pianura totale» (Guido Piovene, Viaggio in Italia), ascoltando gli Hermanos Gutierrez.
Poi, in ordine alfabetico: Federico Bergoglio, il più giovane, 17 anni, ha letto da Gli uomini pesce al teatro Mimmo Candito di Crescentino (VC); Giacomo Casti, veterano delle letture da Wu Ming, qui con l’artista sonoro Angus Bit alla casa natale di Gramsci; Jonathan Lazzini, accompagnato, in quel di Aulla, dal batterista e percussionista Massimiliano Furia; Eleni Molos, peccato non esista una registrazione della sua lettura allo Spazio Hydro di Biella; Donatella Occhiali, che ha letto un brano del romanzo alla Bordocchia, ex-possessione che sorge lungo il Canal Bianco nel mezzo del copparese;
l’attrice elbana Francesca Ria, di cui sono compagno di Pantera – occupavamo Lettere a Bologna nel ’90 – e che ho ritrovato dopo decenni.
Congedo (dedicato a due luoghi)
To The Lighthouse
Per usare un termine coniato da Stefano Bartezzaghi, sono un reventotenant. Continuo a tornare a Ventotene. Ci sono andato per scrivere La macchina del vento e poi per presentarlo; ci sono tornato per svago, per un seminario sulla storia pubblica e due volte per il festival Gita al faro diretto da Loredana Lipperini. Nel 2019 durante Gita al faro ho scritto le primissime pagine de Gli uomini pesce. Nel 2025, con Loredana e Paola Caridi, abbiamo parlato «di alberi, di fiumi e di Gaza».
Gita al faro è un festival anomalo, raccolto, affettuoso. In quei tre giorni si crea un’atmosfera a cui si penserà con saudade. Proprio per queste sue qualità, purtroppo, fatica a trovare finanziamenti, pubblici o privati che siano. Nel 2026 corre il rischio di non svolgersi, e da lì in poi di scomparire. Un mese fa Loredana ha suonato l’allarme e lanciato una sottoscrizione. Riporto qui le sue parole:
«Ora, so benissimo che in tempi oscuri come questi la crisi di un festival letterario può sembrare ininfluente. E magari lo è, anzi sicuramente lo è rispetto a urgenze indiscutibili e gravi come quelle che attraversiamo.
Eppure, continuo a essere convinta che le storie servano. Specie in un luogo di memorie fortissime come Ventotene, ma anche e soprattutto Santo Stefano. Da quando ho assunto la direzione artistica, nel 2014, il fine è sempre stato uno: cercare di restituire quanto Ventotene dà, e dà moltissimo, in termini di memoria, storia, natura. Ma anche di dissolvimento. I quartieri dei confinati che non esistono più, il lungo degrado del carcere di Santo Stefano (finalmente verso la fine, per fortuna e per costanza di chi ci ha lavorato), il tufo che si sgretola. La sensazione che l’isola suggerisce, dunque, della finitezza, nella lontananza. Ma anche per questo è sempre stata l’isola che ti fa riconoscere le ferite e ti insegna a conviverci. Questa è la voce di Ventotene, per me. L’idea che ho sempre avuto è che quanto si riceve si dà, nelle storie che vengono scritte durante i giorni del festival. E mi sembra che sia stata sempre accolta da scrittrici e scrittori che in questi anni si sono avvicendati: da tutti l’isola è stata amata, da tutti è stata narrata.»
Perdere la Perdigiorno
È il 29 dicembre e sono a Trieste con la mia compagna, il tour è finito da un mese esatto e sto scrivendo questo resoconto. È passata da poco l’ora di pranzo quando, attraversando piazza della Borsa, ho un incontro inatteso: Laura della libreria La Perdigiorno di Porto San Giorgio.
Non faccio in tempo a riconoscerla e sorriderle che mi gela:
– Abbiamo chiuso. Siamo rimasti aperti fino al 24, poi fine.
E accenna a debiti, alle difficoltà che ho sentito descrivere tante volte. Lei e il suo socio Stefano non ce la facevano più.
La Perdigiorno esisteva dal 2021, c’ero stato a fine maggio e l’avevo trovata bella e accogliente. C’era l’angolo bar/caffetteria, due studenti che facevano il tirocinio, si tenevano corsi e laboratori, c’era il gruppo di lettura…
Ogni libreria indipendente che chiude lascia una cicatrice, e quella resta aperta.
– E adesso? – le chiedo. – Avete qualche piano?
– Per ora ci lecchiamo le ferite.
E saluta, e io e Claudia ci allontaniamo, e io sono affranto.
E così, con un pensiero a chi ha amato La Perdigiorno, e con l’auspicio di non ricevere altre notizie così, mi guardo indietro e benedico tutti i luoghi resistenti che in tutti questi anni ci hanno invitati, ospitati e incoraggiati ad andare avanti.

Stefano e Laura. La foto con cui hanno salutato lettrici e lettori.
Note
1. Se non ci si ferma al contingente e si guarda all’arco degli ultimi anni, si comprende che questi sono scossoni e contromovimenti post-pandemici. Come scrive Andrea Bagnato nel suo tagliente e necessario Terra infecta: Disease and the Italian Landscape:
«coloro che protestano sono in gran parte attivisti cresciuti durante i lockdown. Le loro manifestazioni confutano in modo netto sia la paura di contaminarsi sia le richieste di rendere il distanziamento sociale la nuova normalità, e attestano l’inalienabile importanza del ritrovarsi insieme e dell’organizzarsi in carne e ossa.»
2. Ovviamente, le ingerenze nel presunto «cortile di casa» sono tutt’altro che una novità. Un romanzo che mi è tornato in mente in questi giorni è Tempi duri [Tiempos recios] di Mario Vargas Llosa, ricostruzione minuziosa e senza sconti dell’intervento con cui gli Stati Uniti, nel 1954, rovesciarono il governo di Jacobo Arbenz in Guatemala. Denuncia tanto più significativa se si pensa che Vargas Llosa era tutt’altro che antiamericano, e che ha trascorso mezza vita elogiando l’ordine neoliberale. Mezza vita in senso cronologico – la seconda metà della sua dimora su questa terra –, ma anche nel senso di una doppia personalità: mentre il Vargas Llosa opinionista si spostava sempre più a destra, il Vargas Llosa romanziere continuava a descrivere in modo impietoso la realtà che l’alter ego difendeva. In Tempi duri l’attacco al Guatemala è descritto come il primo di una lunga catena di errori commessi dagli USA in America latina, con conseguenze tragiche.
3. Ecco un equivoco in cui siamo caduti noi dei movimenti, dei centri sociali eccetera: rivendicare uno «spazio», continuare a chiamarlo «spazio» – per quanto autogestito, sociale ecc. – ma difendere dagli attacchi un luogo, perché nel frattempo lo era diventato, cioè era pregno di nuovo senso, di relazioni, di storia e storie. In una parola: di corporeità, perché le storie sono memorie dei corpi che hanno vissuto e vivono il luogo. Solo che il potere lo aveva concesso, o ne aveva negoziato/tollerato l’occupazione, in quanto spazio, e tale continuava a ritenerlo. Tu difendi un luogo chiamandolo «spazio», ma la controparte vede proprio quello, uno spazio, e al massimo ti dice (o fino a qualche tempo fa ti diceva): avevate trecento metri quadri, giusto? Ve ne diamo altrettanti a dieci chilometri da qui. A dispetto del rapporto col quartiere e chi lo abita, della specificità delle esperienze.
4. Ringrazio l’amico Sandro Abruzzese – autore di diversi libri di cui l’ultimo è Meridionali si diventa (Rogas, 2025) – per le chiacchierate sulle scritture del Sud e della diaspora meridionale, su quali lacerazioni le mettano in forma e contraddistinguano, su quanto siano necessarie alla nostra comprensione della letteratura italiana e della storia nazionale.
5. Ne cito un brano: «Le lettere d’amore rimangono intatte. Sono reliquie per chi le riceve. Ma se il contenuto della lettera rivela che un amore è finito, la rabbia spinge a stropicciarla, esprime il tormento della persona lasciata. I telegrammi che annunciano un lutto invece sono accartocciati. Il dolore prevale sul destinatario che vorrebbe far sparire il contenuto. Le più dolci lettere sono quelle impugnate dai bambini […]» E diverse scene del romanzo si svolgono nella sede dell’Archivio di Stato di Cosenza.
In fondo, tra i ringraziamenti, ne leggo uno che mi commuove: «Un bar sperduto tra Lauropoli e Sibari, frequentato soprattutto da operai e contadini. È lì che spesso mi rifugio per scrivere». Compagno, la prossima volta che sono in zona vengo a scriverci anch’io.
6. A La Spezia non più: la vista è quasi tutta ostruita da infrastrutture militari e cemento. Su questo tema consiglio: William Domenichini, Il golfo ai poeti. No basi blu, Glassbell, 2023. La casa di Soldati l’ho poi trovata, con l’aiuto di Ilaria dell’Arci Agogo di Aulla.
7. «È Dylan Chesterton Junior!»

Federica Letizia Cavallo (1973 – 2023)
8. Nella tarda estate del 2023 leggo diversi articoli di Federica Letizia Cavallo, poi mi procuro in edizione elettronica – la cartacea è introvabile – il suo libro Terre, acque, macchine. Geografie della bonifica in Italia tra Ottocento e Novecento (Diabasis, 2011), che leggo e apprezzo molto, tanto che mi appunto domande da farle. Così decido di contattarla, ma non appena cerco in rete un suo recapito, scopro con sgomento che… è morta pochi giorni prima. Mi resterà il rammarico di non averla conosciuta.
9. Gli uomini pesce è un «romanzo geografico» non in astratto, ma perché racconta un territorio che ha subito trasformazioni radicali e oggi è alle prese con la crisi climatica. Di questi temi non si occupo solo la geografia, e il romanzo ha intercettato diverse discipline. Hanno presentato il libro con me il climatologo Gabriele Antolini, l’urbanista Romeo Farinella, l’archietto Sergio Fortini, l’antropologo Davide Carnevale, il naturalista Roberto Tinarelli, e ha scritto una bella recensione il geologo Domenico Chiarella.
10. La sfrenata cementificazione di Reggio Emilia porta anche il nome di quel Graziano Delrio che è stato sindaco della città per nove anni e che oggi vuole mettere il bavaglio a chi critica Israele.
11. Una curiosità: nel romanzo Sonic suona dal vivo nel realmente esistito Bios Lab di Padova con i realmente esistiti, per quanto fantomatici, Dead Tencos. La loro autodescrizione dice: «Padan Doom Psych-Folk from Polesine, North-East Italy, Occhiobello / Lendinara / Contarina», e sono le uniche informazioni disponibili. Di loro si conoscono un paio di pezzi, tra cui Dietro la porta ti aspetta l’orrore, incluso nella playlist dedicata al romanzo sul sito di Einaudi.
12. Luca Casarotti ha due personae. Una di storico del diritto, con la quale scrive principalmente per Jacobin Italia (è suo l’articolo più letto sul sito nel 2025); l’altra di musicista e critico musicale, con la quale ha scritto principalmente per All About Jazz. Su Giap entrambe le personae si sono affacciate a più riprese. Nell’archivio di Radio Giap Rebelde si trovano sue improvvisazioni sia in solo, sia in tandem col sottoscritto.


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