Victor Hugo, la storia, la “violenza”, il bisogno di rivoluzione

Piazza Syntagma, Atene
Mercoledì 4 aprile, alla libreria Rivivere di Bologna, WM1 e WM4 hanno parlato di Novantatré, il romanzo di Victor Hugo sulla Rivoluzione francese, leggendone diversi brani.
L’occasione era la rassegna “Libri da rivivere”, nella quale si invita uno scrittore a presentare non un libro che ha scritto, ma uno a cui è legato o che ritiene importante, si tratti del suo “libro del cuore”, di un’opera che l’ha ispirato nel suo lavoro, o semplicemente di un titolo che merita una riscoperta.

Vandea 1793Ci siamo imbattuti in Novantatré un paio di anni fa, durante la fase di documentazione per il romanzo collettivo che stiamo scrivendo, ed è una delle letture che più ci ha dato suggestioni. Si tratta dell’ultimo romanzo di Hugo, progettato negli anni dell’esilio politico (1851-1870) ma scritto di getto dopo la repressione della Comune di Parigi (1871).
La vicenda si svolge ottant’anni prima, nel vivo della prima guerra di Vandea (1793). Sotto i nostri occhi, l’armata rivoluzionaria avanza nel cupo viluppo di foreste secolari, costretta ad affrontare l’insurrezione di migliaia di contadini legittimisti, abili artigiani della guerriglia che per i volontari parigini sono veri e propri alieni, sfuggenti incarnazioni di un enigma antropologico.

La discussione è stata lunga, densa e a ruota libera. Forse pure troppo libera, tanto che la compagna Adrianaaaa, al termine, ha lamentato half-jokingly l’assenza di un “moderatore” (Robespierre?).
Naturalmente, il libro ha offerto il destro per parlare di crisi e lotte, movimenti sociali, violenza/non-violenza, No Tav, anni Settanta e chi più ne ha più ne metta. Il tutto è durato più di due ore e mezza.
Tra gli intervenuti di cui sappiamo per certo nome o nickname: il professor Francesco Campione, l’italianista e critico letterario Alberto Sebastiani, la giapster Filoapiombo e Paolo La Valle di Bartleby. Ringraziamo tutti loro, l’associazione “Rivivere”, le curatrici della rassegna Francesca Bonarelli e Stefania De Salvador, il compagno di Padova che ha dato un intenso contributo al dibattito, la compagna che sta facendo la tesi di dottorato su Q e – not least – la compagna che ha detto cose molto significative su come il potere abbassi sempre più l’asticella della definizione di “violenza”, al punto che prassi un tempo ritenute non-violente oggi sono descritte come violente (*)

Ecco l’audio della discussione
Ecco l’audio della discussione. Dura due ore e quarantasei minuti. Come al solito, chi è iscritt* al nostro podcast lo ha già scaricato o lo scaricherà al prossimo aggiornamento. Buon ascolto.

* Ci sembra utile rammentarlo: appena ieri fu additato come “violento” un manifestante No Tav che stava parlando a un carabiniere, e quest’ultimo si prese un encomio “per non avere reagito”. Tanto sarebbe stato normale che un carabiniere picchiasse un dimostrante “reo” soltanto di averlo interpellato polemicamente, che parve eccezionale e meritevole di lode il non verificarsi di tale circostanza.
Ovviamente, in prima fila nel ridicolo coro encomiastico c’erano i dirigenti del PD. Un drappello di senatori piddini capeggiati dall’immemorabile – e, a nostro avviso, immemoranda – Finocchiaro Anna chiese di “poter stringere la mano in segno di solidarietà e di ringraziamento al carabiniere che ieri in Val di Susa è stato vigliaccamente insultato da un dimostrante privo di onore”.
L’insulto degno di cotanto furore, lo ricorderete tutti, era “pecorella”.
La “vigliaccheria”, invece, doveva suppostamente leggersi nello stare a mani nude, con la sola arma della parola, di fronte a un carabiniere (lui sì!) armato, bardato e travisato a scopo di repressione.
Fu uno dei momenti più bassi, conformisti e vili del dibattito pubblico in Italia, ma rassegnatevi: ne vivremo di peggiori, proprio perché l’asticella si abbassa.
Parigi, 1 giugno 1885. Il funerale di Victor Hugo

Parigi, 1 giugno 1885: i funerali di Victor Hugo.

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50 commenti su “Victor Hugo, la storia, la “violenza”, il bisogno di rivoluzione

  1. Ciao, sono stata molto felice l’altra sera di avervi riascoltato in un dibattito pubblico alla libreria “Rivivere”, per l’occasione ho chiuso prima la mia piccola attività e sono venuta a sentirvi con il mio cane, sapevo che in qualche modo la discussione sarebbe andata a toccare alcuni argomenti e sapevo di non poter resistere, come in un vortice magnetico. Sono felice che attraverso i vostri libri continuiate ad alimentare la ricerca passionale di un ideale rivoluzionario anche se mi costringo a mantenere, “nella vita reale”, un saldo autocontrollo sul tema, per non sembrare una matta visionaria. Ciao!

  2. Ciao a tutt*, posto qui l’intervento che, per mancanza di tempo, non sono riuscita a fare durante la presentazione. Quello che volevo dire riguarda la questione della rivoluzione, la sua presenza in particolare nei lavoratori o futuri lavoratori che hanno più o meno la mia età e che si trovano in quel periodo della loro vita in cui in passato era normale trovarsi un lavoro, mettere su famiglia, cominciare a pensare al futuro sul lungo termine. Non che mi interessi fare del giovanilismo o del “precarismo”, anzi li trovo estremamente deleteri e dannosi, ma per dare un dato antropologico.
    Io la questione della rivoluzione la trovo veramente molto presente, ma è presente soprattutto come problema negato. Gli sforzi che vedo compiere a molte persone che mi sono attorno per rimuoverlo, per insabbiarlo, per non arrivare a farci i conti, sono davvero immensi. Quelli che non sono particolarmente fortunati o che non vivono nel mondo delle favole sanno perfettamente che davanti a loro hanno una coltre nera, un futuro che non c’è, che siamo incapaci di immaginare perché non abbiamo alcuna fondamenta solida su cui costruirlo. Sanno anche che prima o poi a quel nero ci arriveremo, perché un passetto alla volta arriveremo ad avere dei genitori vecchi e magari dei figli, però si nega il problema, lo si elude in ogni modo, fingendo di avere ancora vent’anni quando in realtà sono già quaranta, oppure costruendosi (nella fantasia) un’ipotetica via di fuga all’estero, in un estero idealizzato in cui, anche qui, si rimuove il fatto di essere degli stranieri. Oppure ci si butta su qualche populismo (anche se ormai i populismi vari mostrano più voragini che pareti), sulla religione, sulla comunità o si vivacchia nella disillusione e nell’individualismo, ritrovandosi paralizzati, fossilizzati nell’incapacità di fare alcunché.
    La rivoluzione, che è il nostro farci soggetto collettivo (nostro di tutti noi lavoratori, non solo dei giovani/precari anche se è dal loro punto di vista che scrivo), è davvero il problema, e credetemi che gli sforzi che si fanno per negarlo sono immensi. Quando arriveremo ad incontrare quel futuro nero che adesso vediamo in avvicinamento, magari in molti riusciremo finalmente a farci i conti, o magari no, e ci ritireremo sempre più nella miseria imparando a campicchiare anche lì, con le nostre parrocchie e i nostri clan, come abbiamo fatto fino ad ora, scivolando sempre più nella povertà come già sta accadendo da vent’anni. Io ovviamente auspico la prima possibilità, ma non è scontato che si realizzi e per fugarne la possibilità occorre tornare a parlare di lavoro e di rivoluzione senza più girarci intorno, senza far finta che ci troviamo in un mondo in cui tutto è cambiato, in cui le vecchie categorie sono appunto vecchie e via dicendo, perché non è così.

  3. Giovanni Stinco “recensisce” la presentazione dell’altro giorno sul “Fatto quotidiano”:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/10/ming-nuovo-libro-robespierre-1789-urgente-parlare-rivoluzione/203306/

  4. Figata sto dibattito, tra l’altro mi coglie in pieno trip letterario rivoluzionario.

    Da studente sorbonaro del periodo rivoluzionario mi sento in dovere di propagandare il volume appena pubblicato dall’Institut d’Histoire de la Révolution Française (Pourquoi faire la Révolution?, Agone, Paris, 2012).

    Certo di stampo più accademico, ma è da un pezzo che l’IHRF si è lanciato in una campagna di difesa (argomentatissima) dei valori rivoluzionari e durante questi anni di laurea passati con loro devo dire che il messaggio ha fatto breccia.

    Non so a che punto sia il libro ne se vi frega qualcosa, però forse è interessante dare un’occhiata alle “teorie più recenti” sulla storia della rivoluzione; sicuramente da un’ottica militante come la vostra o, spero, la mia è qualcosa di importante.

    Boh, in genere mi imbarazza dire “leggi questo”. A una specie di mito come voi poi… però sto discorso sulla rivoluzione francese mi ha entusiasmato e visto che, cazzo, la studio! Vabbé, scusate, saluti da Parigi.

    • Grazie del suggerimento, sono certo che si rivelerà utile, ci procuriamo subito il volume.
      Studiando il macro-evento della Révolution (e le querelles storiografiche sul macro-evento) mentre si tende l’orecchio al rumore del mondo, si avverte che il revisionismo ha esaurito la sua spinta. Per “revisionismo” intendo quel discorso controrivoluzionario post-Furet che in alcuni campi ha fornito spunti utili ma in generale ha alimentato una vulgata cialtrona alla “Nouveaux philosophes” (le rivoluzioni finiscono male bla bla bla, la violenza bla bla il totalitarismo bla bla solo il liberalismo funziona etc.), rivalutando strumentalmente anche autori ultrareazionari come Cochin (eh già, tutto fa brodo…)

  5. Da angolazioni molto diverse e con altri significati, ma mi ha fatto sorridere la facilità con cui oggi inciampo nel termine “rivoluzione”: «come un brusio costante»

    http://www.linkiesta.it/blogs/radio-berlino/monti-non-ci-fara-uscire-dal-berlusconismo

  6. Io alle rivoluzioni ci voglio credere. Quando leggevo su twitter l’estate italiana ci credevo. Il 15 ottobre a Roma lo attendevo con trepidazione perché ci credevo. Berlusconi era diventato ormai un bersaglio eccezionale, se a Roma fossimo riusciti a non disperderci chissà cosa sarebbe potuto accadere. Ma Berlusconi poi cadde perché lo vollero la Merkel e le banche e non perché lo diceva twitter. Nonostante tutto, sono rientrato a Gennaio in Italia anche perché leggendo le cose da fuori sembrava che qualcosa stesse cambiando. Quando insieme ai compagni valsusini bloccammo la A32 non riuscivo a smettere di pensare che il messaggio da Twitter era passato al CIS viaggiare informati che ogni ora su 103.3 FM, anche in galleria, ripeteva “continua il blocco stradale del movimento NOTAV”. Sono stati giorni fantastici. Per uno come me bastava solo esserci. Poi cosa è accaduto?
    La borghesia benpensante e illuminata che ama l’Europa e il progresso tecnico si è accorta di Ndrangheta e Mafie solo quando i bersagli sono divenuti funzionali ad una ristrutturazione politica del potere. Quello che il movimento Notav ha detto per anni non conta. Lo si attacca per via delle forme di protesta contro Caselli. Ora La Repubblica, il quotidiano che rappresenta quella “sinistra”, inneggia alla fine della Lega e in Lombardia alla fine dell’epopea Formigoni perché i magistrati lo hanno permesso. Chiunque dica le stesse cose a partire da una concezione diversa di “Stato” o di progresso attraverso prove argomentate in maniera non giudiziale non deve essere ascoltato perché rappresenta un pensiero destabilizzante. Oppure rischia una querela milionaria. In ogni caso fa paura perché non parla seguendo il senso comune di chi al potere ci tiene. E giù a tirare merda di ogni colore. Così insieme a Monti, La Repubblica ha cambiato tutto il racconto. In Italia la rivoluzione non si farà fino a quando non andrà in banca rotta Banca Intesa. E non accadrà mai perché la salveranno per sempre.
    Allora mi sono depresso. Ho la presunzione, di cui non mi vanto per niente, di aver visto per davvero la violenza e quando mi danno del violento ci rimango troppo male. Per questo ho appeso i limoni antigas al chiodo, che mi hanno diagnosticato una congiuntivite cronica, e me ne sono andato via. E ho paura che sempre più gente emigrerà nei prossimi anni.

  7. va bene, avete il pregio di tirarmi su il morale. la voglia di non arrendermi. non sono più giovane ma la rivolta riguarda tutti. compresi bambini e vecchi. mi manca, anzi manca oggettivamente, chi chiama, con cognizione di causa, alla rivolta. e allora aspetto, non con le mani in mano. domani, 11 aprile, in val di susa giornata di lotta.

  8. La rivoluzione è innanzitutto un’altra idea del tempo che viviamo e di quello che ci attende. Quando parliamo di un bisogno di rivoluzione, intendiamo una “piega delle cose” che è sempre ai margini del campo visivo e del discorso, anche quando sembra si stia parlando d’altro. La rivoluzione come possibilità, eventualità che tutti percepiscono, magari remota, vaga, ma presente, sull’orizzonte degli eventi. La rivoluzione come sogno per alcuni e come disastro da scongiurare per altri, come mito, come discorso che a volte è solo un brusìo (“it sounds like a whisper”, cantava Tracy Chapman) e a volte è rombo di tuono. La possibilità della rivoluzione alimenta progetto e organizzazione. Dopo la rottura della modernità, nessuna società ha davvero potuto vivere e crescere e creare senza interpretare costantemente il sogno/spauracchio della rivoluzione. Nominatemi un solo grande artista moderno, un solo grande filosofo, un solo grande architetto del XIX e XX secolo il cui pensiero/lavoro non abbia avuto a che fare, direttamente o in maniera più vaga, con la rivoluzione.
    Stiamo uscendo da una fase in cui il discorso rivoluzionario era sbeffeggiato e interdetto a colpi di “viviamo nel migliore dei mondi possibili” (cioè gli ultimi trent’anni). Ne stiamo uscendo.

  9. @Wu Ming 1: “Stiamo uscendo da una fase in cui il discorso rivoluzionario era sbeffeggiato…”.

    Mi fa pensare a un discorso recente di Mélenchon: “Nous sommes enfin sortis de la boite dans laquelle ils croyaient nous avoir enfermés”.
    Come personaggio è dubbio, ma come discorso è forte. Dovreste vederlo, un vero oratore, in stile Jaurès.
    Il Front de Gauche sta riuscendo a incarnare quella “piega delle cose” e soprattutto ad aprire una breccia nel discorso. Con metodi rozzi, populisti, manichei, “de panza”; ma ci sta riuscendo. E mi piace!

  10. Cara Adrianaaaa,
    la prospettiva di una Rivoluzione è davvero lontana, ci sono però tanti segnali di una situazione che sobbolle ed in alcuni casi esplode perchè ormai il punto di saturazione è raggiunto. Ma basta questo per parlare di rivoluzione? Ciò detto e senza per questo voler negare la possibilità che qualunque cosa all’orizzonte possa profilarsi, continuo a pensare che, come tu dici, si tratti di un enorme “rimosso”. che riemerge a tratti in maniera involontaria. Come azione quasi estemporanea. Io personalmente non credo che un peggioramento delle condizioni corrisponda ad un aumento di consapevolezza e determinazione, per questo continuo a ritenere utile continuare a coltivare questo sogno, per adesso almeno in privato.

    • Sono perfettamente d’accordo con te quando dici che a un peggioramento delle condizioni non corrisponde un aumento di consapevolezza. Basta vedere come siamo messi al momento: ci stiamo impoverendo da vent’anni, ma la consapevolezza non procede in parallelo, esce fuori a macchia di leopardo, affiora qua e là.
      La rivoluzione è una prospettiva, appunto, senza la quale, per me, davanti abbiamo solo la possibilità di arrangiarci e campicchiare alla meno peggio.

  11. vent’ anni prima di tracy chapman, nina simone ad harlem. non era un bisbiglio.

    http://www.youtube.com/watch?v=4BTNjeKqpEk

    And now we got a revolution
    ‘Cause i see the face of things to come
    Yeah, your Constitution
    Well, my friend, it’s gonna have to bend
    I’m here to tell you about destruction
    Of all the evil that will have to end.

    Some folks are gonna get the notion
    I know they’ll say i’m preachin’ hate
    but if i have to swim the ocean
    well i would just to communicate
    it’s not as simple as talkin’ jive
    the daily struggle just to stay alive

    Singin’ about a revolution
    because we’re talkin’ about a change
    it’s more than just evolution
    well you know you got to clean your brain
    the only way that we can stand in fact
    is when you get your foot off our back .

    (si tratta della versione rivoluzionaria della canzone “riformista” dei beatles)

  12. Condivido il commento di Adrianaaaa dalla prima all’ultima riga.
    Il «futuro nero» con il quale dovremo confrontarci fra non molti anni potrebbe essere il momento giusto per capire se il bisogno irrimandabile di un’«altra idea del tempo» riuscirà a smuoverci dall’angoletto in cui ci siamo – ci hanno – cacciati. Sapremo se riusciremo a riprendere in mano le nostre esistenze collettivamente, uscendo dall’apatia individuale e dal “tutti (i lavoratori) contro tutti” che hanno imperato negli ultimi tre decenni.

    Sarà il momento per scoprire se riusciremo a gustare, almeno per una stagione, quellastorica dolcezza che un blogger greco rivendicava per la generazione dei quarantenni: la possibilità di cambiare le cose, hic et nunc, rischiando tanto o tutto, prendendole e dandole, senza dormire e perdendo la voce: «la rivoluzione è farsi il culo, sudore e fatica» – scrive Luca Rastello in “Piove all’insù”.

    Nei momenti di pessimismo estremo o di rabbia cieca mi scopro tifoso del «tanto peggio, tanto meglio» augurandomi che quel giorno arrivi presto. Immagino i nostri angoletti ormai a rischio continuo di luce, Internet e acqua corrente. Pensioni di merda e figli a spasso. L’anticamera ammobiliata IKEA della povertà.

    «È più doloroso veder bruciare una capanna che un palazzo. Una capanna in fiamme è straziante. La devastazione che si abbatte sulla miseria, l’avvoltoio che si accanisce sul lombrico, è un assurdo che fa male al cuore.»
    (Victor Hugo, “Novantatré”)

    Di fronte a questo, forse, agiremo.
    (ce la facessimo un po’ prima a cambiare rotta sarebbe molto meglio per tutti)

  13. Dibattito molto interessante, grazie di averlo condiviso. Quatrevingt-treize è il mio romanzo preferito di Hugo e non sapevo fosse considerato una lettura “di nicchia”, pensavo fosse più conosciuto. Sulla Vandea, se qualcuno fosse interessato, segnalo anche Les Chouans di Balzac.
    Molto felice anche dei mini-scoop sul prossimo libro, soprattutto sulla scelta di registro (sono innamorata di 54…)
    Per quanto riguarda il discorso sulla rivoluzione oggi, secondo me la ragazza che parlava della partecipazione o meno della maggioranza ha toccato un punto molto importante. A differenza delle situazioni del passato che hanno portato alla rivoluzione francese, russa o anche cubana non ci troviamo in presenza oggi in Europa di regimi autoritari; e quindi è giusto che una minoranza anche se meglio informata e con tutte le ragioni del mondo cerchi di rovesciare un governo liberamente eletto dal popolo? Io non ce l’ho una risposta a questo.
    (sì, lo so che oggi in Italia abbiamo un governo eletto da nessuno, ma faccio un discorso più generale, non penso si stia parlando di rivoluzione contro questo governo ma contro un sistema che non è specifico di quest’anno in Italia. oppure non ho capito)

  14. Ecco il biglietto ritrovato sul corpo di Dimitris Christoulas, il farmacista in pensione 77enne che si è suicidato la settimana scorsa ad Atene, in Piazza Syntagma. Lo riportiamo senza commento:

    —-

    Il governo Tsolakoglou (*) ha letteralmente annientato la mia capacità di sopravvivere con una pensione decente, per la quale avevo già pagato (senza aiuti dallo stato) 35 anni di contributi.

    Ho un’età che mi impedisce una reazione più attiva (ma se qualcuno decidesse di impugnare il kalashnikov, sarei il primo a seguirlo), non ho altra soluzione che farla finita in modo dignitoso, prima di ridurmi a rovistare nella spazzatura per poter mangiare.

    Io credo che un giorno i giovani senza futuro prenderanno le armi e appenderanno i traditori del Paese in Piazza Syntagma, come fecero gli italiani con Mussolini nel 1945.

    —-

    [*Georgios Tsolakoglou fu il primo ministro collaborazionista durante l’occupazione tedesca del 1941-42, il biglietto stabilisce subito un parallelo tra quel governo d’occupazione e l’attuale governo Papademos]

  15. un’altra splendida voce nera (teorica, queer-relevant, femminista, post-postmoderna nel senso migliore) che non esita a dettagliare strategie per una rivoluzione possibile e descritta esplicitamente come tale è bell hooks.

    quanto alla vandea, io penso che la descrizione più bella sia quella di barbey d’aurevilly, sebbene sia di parte ultranemica (e sebbene hugo lo odiasse e disprezzasse come scrittore, del tutto a torto secondo me).

  16. Se in questi giorni non mando tutto affanqlo è grazie a poche persone e poche cose.
    Questo blog, i post qui sopra di @adrianaaaa e @strelnik, quello di @tuco su Rosandra, una recente esplorazione in Val Pellice nel Vallone degli Invincibili, dove i partigiani valdesi resistevano alle persecuzioni dei “crin catolic” (maiali cattolici), e l’anziana Marisa incatenata al cantiere TAV per difendere il suo terreno.

    Grazie a tutti, davvero.

  17. ciao, che abbattimento! allora, che mi dite dell’art.62 della Riforma? commenti? non vedo l’ora di scoprirne gli effetti! o non succede nulla (cioè i Servizi non denunciano un fico secco al’INPS) o se i Servizi fan quello che gli han prescritto, succederà un macello.

  18. Vecio,
    hai ragione a pacchi. Tuttavia.
    Stai tranquillo, va tutto molto bene. Ti rivelo un segreto.
    Ieri sera ho guardato per una mezz’ora la fiction sulla Lega in tv. C’era uno che faceva bossi, – bravo, era quasi uguale, mica facile -, e un altro maroni, – un cane, aveva un eloquio più scamazzato del sodale, improponibile -, più un paio di mille comparse che facevano il popolo. Soggetto divertente ma con chiari problemi di scrittura.
    Però, a un certo punto, grazie all’effetto lisergico di sostanze che non avevo assunto, è arrivata la visione.
    L’illuminazione, la verità.
    L’Italia non esiste.
    Siamo un programma di intrattenimento-rieducazione che va in onda in mondovisione, con ascolti eccezionali.
    Centinaia di milioni di compagne/i non ne perdono un minuto.
    Serviamo, suscitando il riso e la disperazione, a ricordare che fine di merda si può fare senza nemmeno accorgersene.
    Nel mondo reale la Rivoluzione c’è già stata.
    E abbiamo vinto noi.
    L.

  19. Facciamo in modo che la Val di Susa diventi una “TAZ”….”Zona Temporaneamente Autonoma”….

  20. In termodinamica (e secondo me non solo) esiste il “principio di Le Châtelier”: quando un sistema è in equilibrio ed interviene una causa esterna che lo altera, il sistema stesso reagisce per minimizzare gli effetti generati da quella causa.
    Immaginiamo un Paese (il sistema) in cui la popolazione vive in condizioni dignitose. Nel momento in cui certi “figli di Trojka” (la causa) intervengono per alterare la situazione del Paese (equilibrio politico-economico-sociale alterato) la popolazione assume alcuni atteggiamenti per migliorare la nuova situazione che si è venuta a creare (gli effetti). I possibili atteggiamenti possono essere i seguenti:
    1) Il suicidio
    2) La fuga all’estero
    3) Diventare un padrone e, quindi, appoggiare i “figli di Trojka”
    4) Incazzarsi e scendere in piazza

    L’opzione 4) è quella di gran lunga più probabile per due motivi:
    a) le prime tre opzioni non riguardano la stragrande maggioranza della popolazione
    b) la storia insegna che quando il Popolo ha fame si incazza per davvero.
    In Grecia i tempi sono già maturi (denutrizione di miglia di bambini).

  21. La rivoluzione e’ un evento di rottura o un processo che non si esaurisce con la caduta del Re ma dev’essere alimentato, diventare “permanente”? Propendo per la seconda.

    Saluti dal Cairo, dove la rivoluzione l’hanno fatta ed e’ stata gia’ tradita, o forse si e’ fermata troppo presto.

    • Se la rivoluzione consistesse banalmente nello spodestare un despota o in un cambio di governo o di regime, allora sarebbe poca cosa. Un colpo di mano, un putsch, magari partecipato e di massa, ma pur sempre un episodio, più che un Evento. “Rivoluzione” è quel che *comincia* dopo la caduta del regime, è l’esplosione progettuale che nasce dalla rottura, dalla discontinuità. E’ l’esperimento sociale, il tentativo di allargare la sfera delle libertà non formali, di stabilire l’uguaglianza. L’anno più rivoluzionario e creativo, in Francia, non è il tanto decantato 1789 (che tra l’altro *non* spodesta il monarca), bensì il 1792. Questo è il divenire rivoluzionario, questo è l’Evento (l’evento prolungato e fondativo) al quale il rivoluzionario e la rivoluzionaria rimarranno fedeli, ben oltre le contingenze e le eventuali sconfitte.

  22. @Giulio perche’ parla dal Cairo
    mi sono imbattuto in questo articolo che analizza le rivoluzioni arabe come processo cognitivo in cui la natura permanente della rivoluzione diviene processo di ‘formazione’, di apprendimento e di rottura di certe categorie analitiche per cui appunto non basta far cadere il Re. Anzi farlo cadere pare quasi la parte piu’ facile della rivoluzione…
    http://www.aboujahjah.com/?p=263

    Poi sono andato a ricercarmi un articolo di Bifo che scriveva dal Libano, a Beirut in cui descrive questa sensazione di cambiamento cognitivo e il significato quotidiano di una rivoluzione
    http://th-rough.eu/writers/bifo-ita/beirut
    Ne cito un pezzo:
    “Per quanto catastrofica possa essere la vita quotidiana per chi vive sotto la costante minaccia israeliana o per chi non ha nessuna possibilità di trovare lavoro, le condizioni di allegra estraneità e di condivisione affettiva costituiscono un irreprimibile fattore di autonomia. Il movimento non si prefigge alcunché, ma crea continuamente le condizioni per sottrarsi al governo autoritario e alla depressione.”
    Mi sembra interessante “analizzare” l’Italia anche per questa via.

    • Ho l’impressione che i commentatori d’occidente siano molto più entusiasti riguardo alle primavere arabe di quanto non lo siano gli arabi stessi, che mi sembrano piuttosto demoralizzati/incazzati per il fatto che il “processo cognitivo”, se c’è stato, non è andato abbastanza in profondità e orami sembra essersi fermato.

      Non è una novità: pensa ai reportage naive che Foucault scriveva dall’Iran (su Giap c’è un post a riguardo). O pensa a Pasolini, che scrive un libro sull’India dopo esserci stato un mese.

      Mona Eltahawy, una giornalista e femminista egiziana, ha espresso l’incompiutezza delle primavere arabe con poche e molto Foucaultiane parole:

      “Until the rage shifts from the oppressors in our presidential palaces to the oppressors on our streets and in our homes, our revolution has not even begun.”

      Qui c’è un articolo sul Guardian che riassume il dibattito femminista sulla rivoluzione egiziana: http://bit.ly/Kia0dc

      Le cose sono molto, molto più complicate della “scintilla rivoluzionaria” che brilla negli occhi di qualche giovane manifestante del Cairo o robe simili.

      In generale, quando si parla di cose che accadono in altri luoghi e in altre culture, bisognerebbe essere molto cauti. Mi sembra un andazzo molto diffuso, quello che porta giornalisti e intellettuali de noantri a trattare con leggerezza quanto accadde oltre il cancello. E se ci sono cascati due giganti come Foucault e Pasolini…

  23. Alberto Sebastiani recensisce l’incontro su Hugo e la rivoluzione:
    http://caffeletterario-bologna.blogautore.repubblica.it/2012/04/12/wu-ming-e-la-rivoluzione-francese/

  24. Alla data di oggi, 5708 tra download e ascolti in streaming per l’mp3 dell’incontro su Hugo. Quasi duemila al giorno. La rivoluzione “tira” :-)

  25. La rivoluzione “tira”, è vero. La narrazione dominante “revisionista” ha perso smalto e, forse definitivamente, il suo status di canone inderogabile.

    Però siamo ancora qui, sempre più impoveriti e incattiviti, in balia dei governi tecnici e del FMI che se la prende con l’allungamento delle aspettative di vita (‘sti bastardi).

    E dove la rivoluzione c’è stata e – improvvidamente – da qualche anno le si è dedicata una ricorrenza ufficiale (dal 1993, guarda un po’, due secoli giusti dal ’93 di Hugo), da un po’ di tempo si cerca di smorzarne i significati politici e oggi come oggi, pressoché alla vigilia della ricorrenza (il 28 aprile, die de sa Sardigna, giornata del popolo sardo) qualcuno si spinge fino a evocarne la cancellazione. Chissà come mai.

    Ma noto un alzarsi perplesso di sopracciglia. Un dubbio, una sensazione di smarrimento storico. Mai sentito parlare della rivoluzione sarda (1794-6 e poi, con ulteriori tentativi ed episodi, fino al 1812)? Non c’è nei libri di storia che si usano a scuola e nelle università? Peccato. Sarebbe molto interessante da studiare (a un livello generale, non certo localistico).

    Sia come sia, se vi capita, buttate un occhio oltre Tirreno, di tanto in tanto. Va bene che siamo un po’ fuori dall’orizzonte degli eventi (per così dire), però quanto a luoghi di sperimentazione politica (economica, sociale, culturale) la Sardegna ha pochi rivali, in giro per l’Europa e il Mediterraneo. Insomma, non è proprio l’Isola che non c’è. Purtroppo.

  26. Visto che Kammamuri ha tirato fuori Mélenchon mi permetto di segnalarvi un intervista radio intéressante dove Mélenchon parla della storiografia della Rivoluzione Francese e del suo peso attuale nelle suo immaginario politico e storico : http://www.franceculture.fr/emission-la-fabrique-de-l-histoire-imaginaire-historique-des-hommes-politiques-34-2012-03-07 . Ultimamente Mélenchon ha anche preso l’abitudine di finire i suoi meeting, o assemblea popolare come le chiama, leggendo estratti di Victor Hugo: http://www.youtube.com/watch?v=AiS_R1nMMrc Sicuramente da approfondire. [ Wu Ming se vedi errori di italiano correggimi! ]

  27. “… la compagna che ha detto cose molto significative su come il potere abbassi sempre più l’asticella della definizione di “violenza”, al punto che prassi un tempo ritenute non-violente oggi sono descritte come violente”

    Cosa molto vera e molto pericolosa.

    Dopo la brutale amputazione ai fondi destinati a sanità ed educazione pubblica in nome dell’austerity del governo Rajoy, che si abbatterà come una scure su settori deboli, praticamente agonizzanti (e che cmq non é servita a placare la diffidenza dei mercati verso la Spagna), ieri é arrivata l’ennesima notizia che mette i brividi: http://www.diagonalperiodico.net/Penas-de-carcel-por-participar-en.html

    Stanno proponendo di cambiare le leggi per far diventare la resistenza passiva un “attentato contro l’autorità”. Criminalizzeranno definitivamente pratiche di protesta del tutto pacifiche che fino ad oggi erano escluse dal codice penale: chi parteciperá ad un sit-in o ad una manifestazione non autorizzata potrebbe rischiare il carcere preventivo.

    Nel frattempo le banche possono sfrattare le persone che non riescono piú a pagare il mutuo senza l’obbligo di accettare la casa (svalutata) come definitiva cancellazione del debito, condannando intere famiglie alla disperazione; le aziende possono pagare stipendi da miseria a giovani precari sapendo che non hanno alternative; le città possono essere oggetto di speculazioni immobiliarie ed urbanistiche che espellono come se fossero feccia di cui vergognarsi gli abitanti piú poveri…
    Peró questo tipo di aggressioni che stanno erodendo sempre piú a fondo le nostre vite e gli spazi che abitiamo non vengono mai descritte come violente, ma come prassi di assoluta “normalità”. E` la vittima dell’aggressione ad essere anormale: la famiglia indebitata é colpevole, il giovane che non trova lavoro é colpevole, chi non puó mantenere uno status sociale adeguato per consumare nella città dello shopping, dell’arte-mercato, dei cocktail, della movida per turisti, é colpevole.

    Qualche giorno fa é uscito un articolo di Pablo Bustinduy intitolato “Reflexiones sobre la violencia”, che mi permetto di linkare http://madrilonia.org/2012/04/reflexiones-sobre-la-violencia/

    “L’unico imperativo che ci resta é che tutte le logiche devono essere rimesse in questione, tutti i poteri profanati, tutte le parole negate perché é giá evidente ció che sono : menzogne….
    Ogni volta che dichiara “austerità” lo Stato mente. L’eccezione sta diventando ancora una volta la norma e si é convertita in paradigma del governo: si tratta di spartirsi quello che resta e di controllare la povertà attraverso la polizia.

    Per questo non c’è piú tempo da perdere…. Dobbiamo riempire tutti gli interstizi vuoti, mobilitarci, dire la verità sulle cose. Se il nostro destino sará quello di essere poveri dobbiamo poter essere noi a decidere come, ricercando alternative che ancora devono essere inventate”

    (La traduzione di questi frammenti del testo é improvvisata da me, molto meglio l’originale per chi sa lo spagnolo).

    So che i Wu Ming hanno deciso di non essere piú presenti su twitter motivando le loro scelte con grande profondità, spero non li disturbi se segnalo questa cosa: stamattina in vetta alla classifica dei TT in Spagna ci sono #grandesmentirasdelahistoria e #guillotina (oggetto che evidentemente sta tornando ad occupare un posto di rilievo nell’immaginario di molti).

  28. Discussione molto interessante; provo forte curiosità per la prossima impresa narrativa del collettivo sulla Rivoluzione francese.

    Il concetto di rivoluzione mi pare sia diventato, nel contesto della più grave crisi del modello capitalista in occidente, un discorso da esorcizzare, quando proprio non si riesce a censurarlo o a deformarlo in modo irriconoscibile. Laddove il silenzio non funziona, si mettono in atto strategie e tattiche che rendono difficilmente riconoscibile alle maggioranze “silenziose” anche solo il “pensare” un cambiamento radicale del modo di vivere, del quotidiano, della qualità dei rappporti sociali in cui siamo presi.

    E’ vero come hanno detto alcuni interventi che le strategie repressive tendono ad abbassare sempre più l’asticella del “consentito” rispetto alle pratiche di lotta sociale: questo però è (anche) segno di paura da parte loro.
    Tocca a noi non farci intimorire, prenderci gli spazi e i tempi per affermare una diversa modalità di esistenza collettiva, per riprenderci tutto ciò che oggi si presenta privatizzato, diviso e frammentato. E soprattutto tocca a noi “contagiare” altr@ del desiderio di cambiamenti radicali.

    Insomma, occorre trovare nuove sintesi fra individuale e collettivo, nuove vie di fuga a questo capitalismo che ci condanna alla povertà materiale e relazionale.
    Concludo con questa frase di Deleuze : “Non è facile essere un uomo libero: fuggire la peste, organizzare gli incontri, aumentare la potenza d’azione, commuoversi di gioia, moltiplicare gli affetti che esprimono o sviluppano un massimo di affermazione”.

  29. The death of Dimitris Christoulas:
    http://amleft.blogspot.it/2012_04_01_archive.html#8967090257421353941

    We are all Dimitris Christoulas:

  30. @Giulio : ….sulla necessità della “Rivoluzione Permanente” scrisse pagine illuminanti Leo Trotsky…..

  31. 11235 tra download e ascolti in streaming per l’audio dell’incontro sulla rivoluzione.

    Il dato riguarda i primi dieci giorni di disponibilità on line e, lo confessiamo, sorprende anche noi.

    Tra pensionati greci che si immolano invocando la guerra di classe (guerra guerreggiata, pochi giri di parole!) ed elefanti del Botswana che danno la caccia ai monarchi, c’è decisamente qualcosa nell’aria, il ritorno di un rimosso pluridecennale. Non che l’elefante sia rivoluzionario, intendiamoci, ma la grande soddisfazione che si legge in rete per l’esito della spedizione di caccia di Juan Carlos è indicativa di un sentimento che si diffonde.

    In tempi di crisi del capitalismo, economisti borghesi che brancolano nel buio e delegittimazione *totale* del ceto politico trasversale che ha imposto e gestito le controriforme neoliberiste, torniamo a porci un problema storico. Riappare all’orizzonte il discorso della rivoluzione e noi, come Lantenac con le celle campanarie, ne vediamo il suono.

    Ovviamente, il ritorno di un problema non equivale alla scoperta della soluzione. Tuttavia, si riapre un possibile.

  32. Davvero un dibattito molto interessante!
    Mi ha colpito in particolar modo il discorso sull’abbassamento dell’asticella della violenza da parte del potere. Gli esempi in questi ultimi anni sono molteplici ed elencarli tutti è praticamente impossibile.

    Quello su cui vorrei riflettere è il radicamento dei poli nel discorso violenza/non-violenza che molto spesso non è affrontato in termini di strategia politica o comunque di opportunità ma viene affrontato in modo puramente etico. Questo perché, secondo me, risente degli effetti provocati da due eventi distinti (per origine e per collocazione temporale) di quest’influenza, la prima è dovuta al problema dell’eroina negli anni 80 che, come avete ricordato, ha spazzato via un’intera generazione facendo mancare un certo tipo di “passaggio”, la seconda causa di questo tipo di discorso è da riscontrare nei 3 giorni di Genova durante il G8 e chiaramente a tutto quello che ne è seguito…

    La cosa interessante e positiva è che non si è persa del tutto la capacità di andare oltre le pratiche utilizzate, come ad esempio l’evoluzione del dibattito dopo il 14 dicembre 2010 con Repubblica che nelle prime ore parlava solo di black bloc e violenti ma poi ha dovuto cambiare registro e parlare dell’oggetto della protesta. Non è ancora stato del tutto distrutto questo tipo di approccio, però si stanno aprendo delle brecce e quantomeno si inizia a capire che non è più (o meglio, non è mai stata) una questione etica. Secondo me una delle principali vittorie che vanno cercate in questo periodo, nonostante alcune difficoltà dei movimenti, è proprio questa, riprendere il discorso sulla violenza, chiaramente non per giustificare qualunque atto venga compiuto durante una protesta, ma per legittimare un certo tipo di opportunità politica.

  33. A proposito di Hugo volevo segnalare un articolo di Christophe Voilliot dal titolo “L’utopia realizzata della Comune” uscito su “Le Monde diplomatique il manifesto” nel dicembre 2011.

    L’articolo è dedicato alle iniziative pratiche messe in atto dai parigini per dare vita all’affermazione dei diritti civili sociali e politici durante la Comune, per non lasciare che l’enunciazione di tali diritti restasse lettera morta ma per farli vivere, per provare a sperimentarli. Scrive Voilliot: “I differenti gruppi del popolo parigino, animati da passione democratica, dal ricordo del diritto all’insurrezione proclamato dalla Costituzione del 1793 e da una ferma volontà di risolvere la questione sociale, inventarono giorno dopo giorno una forma istituzionale inedita”.

    Gli atti riguarderanno:
    -la rappresentanza e la legittimità della Comune attraverso l’elezione dei suoi membri;
    -l’inclusione degli stranieri in questo processo (un esempio su tutti: Garibaldi);
    -l’uguaglianza di genere;
    -la separazione tra stato e chiesa con l’incameramento dei beni della seconda;
    -“istruzione integrale” (laica, gratuita, obbligatoria per entrambi i sessi);
    -la promozione della cultura attraverso la creazione della “Federazione degli artisti di Parigi”;
    -nuova organizzazione del lavoro che vede nell’associazione dei lavoratori il principio dell’organizzazione della produzione: fine dello “sfruttamento degli operai attraverso la partecipazione collettiva all’attività economica”.

    L’articolo si chiude con una citazione di Victor Hugo che sembra calzare perfettamente con quello che nella vostra presentazione di “Novantatré” si diceva a riguardo del tentativo negli ultimi trent’anni di svilire qualsiasi discorso intorno alla rivoluzione (e con questo creando quasi uno iato tra il moderno e il contemporaneo): “il cadavere è a terra ma l’idea è in piedi”.

  34. Mi riallaccio a quanto detto da Pastrocchio qualche giorno fa a proposito del Cairo e segnalo questo video:

    http://youtu.be/iuiefMITEtI

    Il sorriso di questa minuscola ragazza mentre parla del suo arresto, il suo orgoglio e la sua sicurezza sono, permettetemi il romanticismo, assai più rivoluzionari della caduta di Mubarak.

  35. Con un sorriso cosi’ conquisteremmo Palazzo Chigi per poi mollarlo e scalare l’Everest!

  36. Sometimes they come back.
    Siccome è primavera, riemergo dal letargo e dai mesi neri per raccontarvi una storia.

    C’è un compagno che ha più di cinquant’anni, è stato licenziato, niente cassa integrazione per vari cazzi che non sto qui a spiegarvi, ha dovuto lasciare la casa in cui viveva perchè non ce la faceva più a pagare le spese ed è ritornato in casa coi genitori anzianissimi. Aveva un cane (anche piuttosto incazzoso, aggiungo), ce l’ha portato al centro, perchè dopo il trasloco non sapeva dove metterlo.
    E aveva quintali di libri, anche quelli non sapeva dove metterli dopo il trasloco e ce li ha portati al centro.

    Tutto questo è successo più o meno in coincidenza, a livello temporale, con la mia “ripresa”, con la mia idea di tirare su una biblioteca popolare (anzi, ritirarla su, dato che tempo fa c’era e poi è andata a puttane), che era iniziata come una mia personale forma di autoterapia militante anche un po’ egoistica e poi è diventata una cosa condivisa. Il compagno di cui sopra è tra quelli che mi aiuta a tirare i libri (i suoi e quelli della vecchia biblioteca del centro) fuori dagli scatoloni e a spolverarli. Ogni volta che arriva esordisce con: “Ho visto il TG x, è una catastrofe”. Poi inizia a parlare di come uscirne, di lotta, di militanza, ed è bello, anche se poi ogni volta che conclude con “Se non faccio questo mi posso solo ammazzare”, e diventa spaventoso.
    Ogni volta, però, vederlo riprendersi, tra i libri, vederlo impegnarsi, fomentarsi, quasi, con l’idea della biblioteca, tra le altre cose, è bello.

    Un po’ di tempo fa dagli scatoloni ha tirato fuori un libro, lo ha ripulito dalla polvere, e ha detto “Bello, bellissimo, meraviglioso!”. Me l’ha passato perchè lo sistemassi sullo scaffale. Ho letto il titolo. Indovinate? Si, esatto.

    Era prima che leggessi questo post. Poi l’ho letto, il cerchio si è chiuso, e mi è tornata ancora un po’ più di voglia, un po’ più di entusiasmo.

    Cheers.

    Eve

    • Eve!

      Poffarbacco, c’era bisogno di te! E ce n’è ancora.
      Io il tg x non l’ho visto, però confermo. E’ una catastrofe.
      Eve, ascoltami, mettiamola così.
      Stamm’nguaiati. Non ce la possiamo fare. Ci fanno il culo.
      Però noi dobbiamo campare.
      Non pensare ai compagni. Non pensare a quanto siamo loffi.
      Pensa ai padroni. Loro, adesso, sono molto più consapevoli di quanto la rivoluzione sia attuale. Vicina.
      E la evocano. E la temono. E la avvicinano ancora di un poco.
      I “tecnici” non sono anarco, no. Però sono un bel po’ insurrezionalisti.
      Alla fine di quest’anno staremo tutti a cercare dentro i cassonetti. Ma non solo cibo, anche robe più pesanti.
      Da tirargli dietro. Altrimenti ci possiamo solo ammazzare.
      Infine.
      Quel libro “bello, bellissimo, meraviglioso”, divoratelo.
      E’ proprio così.
      Salutami il pluricinquantenne.
      A presto.
      L.

      • Secondo me la chiave è non rassegnarsi al fatto che è una catastrofe pur essendo consapevoli che, cazzo, si, è una catastrofe.

        Inventarsi nuove forme di fare le cose è un modo di partenza. Il compagno, quel compagno lì, non ha più un posto dove mettere i libri. Io (e molti altri) non ho più abbastanza soldi per comprarmi tutti quelli che vorrei leggere. In questi casi la condivisione, i “benicomuni” diventa una questione di logica spicciola da due più due, non utopia da filosofi (per quanto, servono e ci piacciono pure quelle).

        E la roba da tirargli dietro, si. Pure quella, dovremo condividere. Anzi. Se vogliamo continuare a condividere la roba bella di cui sopra, arriveremo a un punto (presto) in cui ci toccherà condividere pure la roba da tirargli dietro.

        Piero (si chiama così) starebbe simpatico pure a te. L’ho sempre trovato molto letterario, lo potrei descrivere come un misto tra un personaggio del vostro Asce di Guerra e uno degli IWW dell’ultimo di Evangelisti, ma probabilmente è solo che, come i personaggi di cui sopra, è un sacco incazzato.

        Un abbraccione, e a presto (è una promessa, ndr).

        Eve

        • ciao Eve, non ci conosciamo ma da quanto dici penso possa interessarti partecipare ad una lista di discussione specifica e che io ho approcciato così:

          ciao compagni, venendo qui da altra lista sequestrata (redditolavoro di ecn) ho dato una sguardo per vedere cosa vi siete detti in precedenza e ho trovato di mio interesse questo messaggio riguardante un’inchiesta del 2010

          http://lists.autistici.org/message/20100728.120449.0d0ae645.en.html

          ho controllato che il mittente fosse ancora in lista e risulta, quindi dovrebbe leggermi.

          Immaginiamo di aver fatto già la rivoluzione e da domani di doverci mettere a legiferare al riguardo. Sarebbe mia intenzione anticipare i tempi, aver già deciso come organizzare la distribuzione e applicarla da subito. Diciamo anche che la nostra vittoria è stata anche determinata da questo: dalla precisione e chiarezza con cui abbiamo trasmesso il nostro messaggio. La profezia che si autoavvera.

          Un’ideona ce l’ho, ma voglio essere umilissima e portarvi ad esprimere la vostra, intendendo per vostra quella che risulti essere la più apprezzata e desiderata dai lavoratori tutti.

          L’inchiesta dovrebbe toccare i seguenti punti, essenzialmente:

          da domani tu capofamiglia 60 enne sei disoccupato, hai moglie casalinga, 2 figli maggiorenni, studente uno e l’altro in cerca di primo lavoro
          da domani tu single 35 enne sei disoccupato
          da domani tu 45 enne convivente con 45 enne siete disoccupati entrambi (lavoravate nella stessa azienda)
          ecc. ecc. ecc.

          come immagini/vorresti distribuzione reddito minimo che ti/vi consenta di tirare avanti fino a prossima occupazione?

          Poi vi dirò la mia. Intanto aspetto di sapere se volete cimentarvi in questo discorso.
          Laura

          se ho capito bene come ti senti, iscriviti anche tu :)

          https://www.autistici.org/mailman/listinfo/redditoxtutti