Storie #notav. Un anno e mezzo nella vita di Marco Bruno

Marco Bruno ad Avigliana (TO), 25 aprile 2013. Foto di Laura Giorda

Marco Bruno ad Avigliana (TO), 25 aprile 2013. Foto di Laura Giorda

Per diventare “narrazione tossica”, una storia deve essere raccontata sempre dallo stesso punto di vista, nello stesso modo e con le stesse parole, omettendo sempre gli stessi dettagli, rimuovendo gli stessi elementi di contesto e complessità.

E’ sempre narrazione tossica la storia che gli oppressori raccontano agli oppressi per giusticare l’oppressione, che gli sfruttatori raccontano agli sfruttati per giustificare lo sfruttamento, che i ricchi raccontano ai poveri per giustificare la ricchezza.

Una narrazione tossica non si limita a giustificare l’esistente, ma è anche diversiva, cioè sposta l’attenzione su un presunto pericolo incarnato dal “nemico pubblico” di turno.
E il nemico pubblico di turno, guardacaso, è sempre un oppresso, uno sfruttato, un discriminato, un povero.
Stringi stringi, la fabula della narrazione tossica è la guerra tra poveri.

Subire una narrazione tossica non significa conoscere una storia.
A lungo la narrazione tossica sui No Tav “NIMBY”, “intolleranti” e “nemici del progresso” ha impedito di conoscere la storia del movimento No Tav della Val di Susa, forse il movimento più internazionalista, armato di pazienza, fondativo e rivolto al futuro che si sia visto in Italia negli ultimi trent’anni. Abbiamo provato a raccontarlo qui.

Fuori dalla Val di Susa, nessuno sa niente di Marco Bruno.
Eppure, nel febbraio dell’anno scorso, tutti hanno creduto di sapere tutto di lui. Era “quello della pecorella”, e tanto bastava.

Quando tutti credono di conoscere una storia di cui non sanno niente, bisogna prenderla, scuoterla, capovolgerla per far scorrere fuori i veleni, infine raccontarla dal principio con pazienza.
Ci vuole tanta pazienza, per raddrizzare un torto.

Volevamo rendere giustizia a Marco.

Per questo abbiamo scritto la sua storia. Con l’io narrante, perché solidarietà è anche “dare dell’io a qualcun altro”.

La trovate su Internazionale, divisa in 6 pagine oppure tutta di seguito. Noterete che sotto ci sono già teste di cazzo che intervengono contro Marco senza nemmeno aver letto. Stay cool. Dicevamo: bisogna avere pazienza.

Qui la versione pdf circolata in valle nei giorni scorsi.

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15 commenti su “Storie #notav. Un anno e mezzo nella vita di Marco Bruno

  1. Ho letto tutto l’articolo (sia questo sia quello di internazionale), ripropongo anche qui il commento che scrissi di là (anche perché su Disqus potrebbe andare perso):

    Vorrei aggiungere un fatto inerente che aiuta a completare il quadro.

    Studio Mass Media e Politica all’università di Bologna. Quest’anno abbiamo assistito ad alcuni seminari su Giornalismo e Politica molto interessanti, tra cui c’è stato un seminario in particolare dove è venuto Gianluca Sgueo (colui che gestiva l’ufficio stampa del governo Monti).

    Di tale evento ci sono alcuni storify fatti dagli stessi studenti: http://storify.com/search?q=Sgueo+%23mmpunibo#stories

    Premetto una cosa, questo che sto per raccontare non comporta nessuna novità, Sgueo non ci ha svelato nessun retroscena me ha solo confermato quello che si capiva da una semplice analisi (per chi si occupa di media, comunicazione, ecc), tra l’altro sono questioni che erano venute fuori ai tempi su Giap, ricordo che nella discussione al riguardo qualcuno ha detto: guardate che la faccenda di pecorella deriva da un certo tipo di narrazione. Che schiera l’opinione pubblica in un certo modo. Cosa che riconferma benissimo questo articolo.

    In sostanza, Sgueo ci ha raccontato che le tensioni coi notav si erano inasprite e che ad un certo punto tramite sondaggi, focus group ecc, sapevano che l’opinione pubblica era schierata coi notav, mentre loro non sapevano come uscirne fuori (ricordiamoci che il governo Monti tifava si-tav).

    Finché non è successo il fatto di Pecorella. Tale evento ha fatto si che l’opinione pubblica si schierasse contro i notav, Sgueo raccontava che la faccenda di pecorella li ha dato opportunità di “creare una narrazione”.

    Gli è stato chiesto se era un evento architettato/manipolato ed ha risposto di no, che il notav (Marco) era veramente un manifestante e la situazione si era creata da sola, solo che hanno avuto la “fortuna” che il poliziotto non si sia mosso, e quindi sono riusciti – questo si tutto a tavolino – a creare la narrazione del poliziotto buono contro il manifestante cattivo.

    E qui va detta un altra cosa, per fare una azione del genere il governo ha dovuto svolgere pochissimo “lavoro” proprio perché essendo i Media (giornali e tv) parecchio schierati, la produzione del materiale e il tagliato delle immagini si sarà fatto pure da solo, in altre parole: dubito che il governo abbia chiamato il giornale per chiederle di fare chissà quali tagli. Cosa fa più notizia? cosa vende di più per un giornale? Riportare la frase intera o limitarsi all’insulto? La seconda. Ma poi certo, il governo rincara la dose congratulandosi con il poliziotto perché non si è mosso (cosa che rientrava nei suoi doveri, non vedo motivo di congratulazioni)

    Rientra in ciò che in comunicazione politica chiamano Frame.

    Praticamente Marco è diventato un personaggio mediatico a cui hanno addossato una carica simbolica che rappresentasse l’intero movimento e/o i suoi appartenenti, è diventato un bersaglio, ed è una azione che fanno i Media di continuo senza badare alle conseguenze. Quindi Marco = Cattivo, e l’opinione pubblica in quanto folla (borghese e conformista) ha fatto il resto.

    Purtroppo chi si trova in una situazione di minoranza deve stare attento il doppio di chi si trova nella “zona di consenso”, proprio per evitare queste narrazioni tossiche che i media o il potere possono creare non appena si fa un passo in falso. (perché il dialogo ad unico senso di Marco è da considerare un passo in falso).

    Per i politici (con l’aiuto dei media) un singolo fatto, narrato in modo “opportuno” ti fa ribaltare le carte in tavola… non è solo marketing, è peggio. Cioe a sto punto il marketing che usano per vendere comparato a questo è niente. Qui si parla di come influenzare l’opinione pubblica, macchina e creazione del consenso.

    Per fortuna ci sono post come questi che spezzano le loro narrazioni (anche se, vorrei aggiungere, è talmente lungo che arriverà a meno persone di quelle a cui poteva arrivare, ma pazienza, chi è interessato ha tanto materiale per informarsi al riguardo).

  2. Ciao, è la prima volta che scrivo qui su Giap, perciò mi presento brevissimamente. Sono studente di Italianistica a (e di) Bologna e vi leggo assiduamente da ormai un anno – dal post sull'”orrore di Piazza Alimonda” – anche se vi conosco da più tempo, comunque relativamente poco. (Qualche anno fa un prof dell’Unibo mise in bibliografia nel suo corso di letteratura italiana contemporanea “New Italian Epic”). Sto leggendo “Point Lenana” – mi sta coinvolgendo molto, magari quando l’avrò finito vi dirò la mia – e appena possibile conto di leggere altra “roba” vostra.

    Credo che questo sia uno dei vostri migliori pezzi per l’Internazionale, comunque uno dei più importanti, secondo me. Una delle cose che più ho apprezzato è il riferimento alla strumentalizzazione dei versi pasoliniani de “Il PCI ai giovani!”, che è una delle più qualunquistiche argomentazioni, spesso usata anche a sinistra (“Pasolini sì che era un vero comunista, mica come te che sei contro i poliziotti proletari!”), nonché uno dei modi più sporchi per intossicare il discorso di chi ha scritto quei versi – e solo qualche mese dopo scrisse anche che “la Resistenza e il Movimento Studentesco sono le uniche due esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano”.

  3. Dopo aver letto tutto devo dire che la faccenda è stata enormemente gonfiata e palesemente strumentalizzata (maddai), tanto che Bruno è dovuto andare in tv per spiegare non si sa bene che cosa. Personalmente se mi dessero della “pecorella” mi verrebbe solo da ridere, difficilmente mi sentirei offeso, ma oggi girano molte persone ipersensibili in tenuta antisommossa. Detto questo, e inserendo lo sfogo di Bruno nella sua comprensibile rabbia verso le forze dell’ordine in quanto istituzione e braccio armato degli usurpatori della valle, non posso fare a meno di rilevare l’ingenuità e la gratuità del suo atto provocatorio (soprattutto quando è sceso sul personale), fatto tra l’altro davanti a una telecamera. Alla fine l’unico risultato che ha ottenuto è quello di aver dato il destro alla stampa per demonizzarlo e influenzare ancora una volta la trogloditica opinione pubblica sul caso TAV. Tutto ciò quando la contropartita era la possibilità di sfogare per qualche minuto la propria rabbia in maniera retoricamente non proprio ineccepibile. Un po’ poco mi sembra e forse a mente fredda avrebbe agito in maniera diversa e più smaliziata, ma sbagliando si impara, speriamo.
    Ci tengo a ribadire comunque che questa mia opinione non cambia i ruoli degli attori in gioco, nel senso che un manifestante, che protesta disarmato perché gli portano via la terra e un poliziotto armato, che è lì per difendere gli interessi di chi su quella terra vuole mettere le mani, non saranno mai sullo stesso piano politico.

    • Guarda, sul fatto che questa sua uscita sia stata una manna per chi voleva costruire il mostro ha già scritto @santiago sopra, però, vedendo come vanno normalmente le cose, sulla questione notav ma anche su ogni altra opposizione, se il fatto non succede non si fanno nessun problema ad inventarlo. Certo, in quel caso non hanno un bel video ma solo spezzoni, o voci, o immagini fuori fuoco, ma non so se l’effetto è poi tanto minore.
      Ovviamente con questo non voglio dire che ognuno può fare la prima cazzata che gli viene in mente, e nemmeno che, se vedi di essere ripreso da una telecamera, tenerti un po’ più sulle tue sia una cattiva idea, però vedo che spesso questa paura di andare oltre, specialmente in realtà grandi, e quindi necessariamente molto sfaccettate come il movimento notav, ha come effetto di fermarsi troppo prima. In una certa misura questo è normale e ragionevole (ho fatto un lancio troppo lungo, accorcio, anche esagerando un po’, per ritrovare la distanza), però se si punta eccessivamente il dito sull’errore lo si ingigantisce, e si ingigantisce anche questo effetto.

      • E’ lo stesso Marco Bruno, nel nostro racconto/reportage su Internazionale, a dire di aver fatto una “fesseria” e di sentirsi in colpa da allora per aver fornito al potere un pretesto per distogliere l’attenzione dalle condizioni di Luca Abbà e, soprattutto, dall’invasione manu militari della Val Clarea (con esproprio coatto dei terreni dei contadini e posa di recinzioni abusive, per costruire un cantiere illegale).

        Già che ci sono, preciso che il nostro racconto è basato sulla trascrizione di una lunga intervista che abbiamo fatto a Marco, e sul rigoroso fact checking di ogni elemento della sua ricostruzione, oltreché sulla lettura di TUTTI gli articoli della stampa nazionale dal 28 febbraio al 4 marzo 2012, e sulla visione di TUTTI i telegiornali di quei giorni.

        Lo dico perché c’è chi sta scrivendo in giro che avremmo “messo in bocca” a Marco cose che non ha detto o non poteva dire. Marco ha letto due volte il pezzo e lo ha approvato, e in valle hanno commentato che sembra proprio di sentir parlare lui. Certo, il “Marco Bruno” finto, quello della caricatura mediatica certe cose non le avrebbe potute dire. Ma il Marco Bruno reale sì, tant’è che le ha dette.

        • C’è pure un errore grammaticale tipicamente piemontese (lo fa sempre mia mamma, e me lo ha attaccato).

          :-)

        • Aggiungo: la tecnica dell’io narrante altrui è una tecnica tradizionale del giornalismo narrativo, in particolare la si vede impiegata in diversi reportages del “New Journalism” americano degli anni ’60-’70, da autori come Tom Wolfe, per dirne uno. Lo dico perché alcuni, in rete, stanno scrivendo che è una scelta totalitaria, stalinista etc. :-)

        • Sulla fesseria c’è anche da dire che è molto più facile per noi parlare col senno di poi e che su migliaia di no tav è difficile che tutti siano dei maestri di strategia. Insomma, una cazzata diventa tale quando ti accorgi di averla fatta.

  4. Personalmente, prima di leggere il vostro pezzo, conoscevo Marco Bruno solo per le schifezze che il mainstream informativo ha raccontato sul suo conto.
    Eppure, pur non conoscendone la vera storia, ho sempre pensato a Marco come ad un resistente; dunque non mi sono mai posto il problema della narrazione tossica, nel senso che ho dato per scontato che lo fosse “a prescindere”.
    D’altro canto non ho memoria di un regime che abbia trattato con onestà intellettuale i suoi oppositori.
    Anyway, grazie per la storia: è stato un piacere leggerla.

  5. Scrivo per segnale un libro di uno scrittore/giornalista argentino che lessi qualche anno fa e che credo possa aggiungere qualcosa su questa storia e piu’ in generale sulla storia del rapporto polizia-No Tav.

    L’autore del libro e’ Martin Caparros e il titolo e’ Amor y Anarquia. Di fatto il libro parla della vita di Sole e Baleno e di tutto il contesto che ha creato quella storia.

    Non ho idea di quanto il libro possa essere noto al pubblico italiano.

    Ormai sono passati diversi anni da quando ho letto Amor y Anarquia, ma mi ricordo di esserne stato fortemente colpito. Mi sembrava molto realistica la descrizione dell’atmosfera torinese di quegli anni, della vita dei centri sociali e dell’attenzione bellicosa della polizia per il mondo alternativo anarchico (legato storicamente al No Tav).

    Non so se il libro e’ stato tradotto in italiano, ma si puo’ comunque apprezzare con una semplice base di spagnolo.

    E’ scaricabile qua:

    http://www.bibliocomunidad.com/web/libros/Caparros-Amor%20y%20anarquia.pdf

  6. […] nel femminicidio. Insomma, la storia di Malala così come ce la raccontiamo è, per dirla con Wu Ming, una narrazione […]

  7. […] nel femminicidio. Insomma, la storia di Malala così come ce la raccontiamo è, per dirla con Wu Ming, una narrazione […]

  8. […] Così i Wu Ming introducono la storia di Marco, ragazzo #NoTav, denunciato per aver detto “pecorella” ad un membro delle forze dell’ordine e da quel momento incastrato in una morsa repressiva e criminalizzante che sembra non avere mai fine.
    Recentemente in Val Susa si sono fatte altre perquisizioni per altre faccende affaccendate sulle quali stanno indagando. […]

  9. […] è esemplare, da questo punto di vista. Giustamente, i Wu Ming l’hanno definita narrazione tossica e l’hanno raccontata prima su Internazionale e poi in un libro che sono qui a consigliare. Si […]

  10. […] mediatica degli ultimi anni, quello di Marco Bruno, il “ragazzo della Pecorella”. Ci siamo occupati di quella storia poco tempo fa, e infatti anche la nostra ricostruzione è inclusa nella raccolta, di fianco a testi di colleghi […]