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Pilastro

Da Bologna sale un «Ōṁṁṁṁṁ!» L’attacco psichico del 14 marzo 2026

Sabato 14 marzo 2026, h. 18:30, la moltitudine si dispone a cuneo per cominciare l'attacco psichico.

Sabato 14 marzo 2026, h. 18:30: la moltitudine si dispone a cuneo per cominciare l’attacco psichico. Pigia sul fotogramma per vedere il filmato completo.

L’altroieri, sabato 14 marzo 2026, siamo tornati nel rione Pilastro di Bologna. Wu Ming 2 ha presentato Mensaleri (Einaudi 2025) al presidio contro il MuBa, in dialogo con Roberto Panzacchi del Comitato Besta.

Il MuBa, come abbiamo già spiegato, è il «Museo dei bambini», un progetto tanto fumoso nei contenuti quanto mortifero per le piante e il suolo del parco Mitilini-Moneta-Stefanini. Un cantiere che la giunta Lepore-Clancy – a memoria di vivente, la più infervorata nell’imporre cemento, asfalto e sempre nuove infrastrutture – si è ridotta a insediare manu militari, dopo uno dei soliti “percorsi partecipati” fittizi. Quelli con cui si cerca di mascherare una politica autoritaria, zelante nel perseguire gli interessi delle lobby edilizie e grandoperistiche. Prosegui la lettura ›

Bologna, la giunta e i vietcong del Pilastro: continua la battaglia degli alberi

«In tutta la mia opera io prendo le parti degli alberi contro i loro nemici»
J.R.R. Tolkien

A Bologna c’è un’unica opposizione politica alla giunta Lepore: l’ecosistema di lotte in difesa dell’ambiente. Lotte che chi amministra la città è incapace di capire e quindi anche di gestire. Lo conferma quanto sta accadendo al Pilastro, estrema periferia nordest di Bologna.

Difficilmente la difesa del verde e del territorio sarebbe diventata uno spartiacque se non ci fossero state le alluvioni del 2023-2024, che hanno spalancato una finestra sulla mala gestione del territorio bolognese ed emiliano-romagnolo in generale.

Proprio la regione che millanta di essere la più virtuosa, prigioniera di un complesso di superiorità sempre più abusivo, si è ritrovata con l’acqua alla gola. Mentre i processi di espansione urbanistica, cementificazione, disboscamento e impermeabilizzazione del suolo venivano additati come principali responsabili dell’ingestibilità delle inondazioni, l’amministrazione locale si è rivelata incapace di arginarli o rallentarli. Anzi, costretta a spendere entro una certa data i soldi del Pnrr, ha seguitato ad aprire un cantiere dopo l’altro, trasformando lo spazio cittadino in una gimcana a ostacoli in costante divenire. Prosegui la lettura ›

Pilastro 2016, ovvero: la «gentriFICazione democratica» che piace al Partito.

Il "Virgolone", simbolo del Pilastro - Foto di Martina Verona

Il “Virgolone”, simbolo del Pilastro

di Perez Gallo. 
Foto di Martina Verona.

Era il 4 gennaio 1991, quando in via Casini, al Pilastro, quartiere operaio di Bologna, tre giovani carabinieri caddero sotto i colpi della banda della Uno Bianca, un gruppo di criminali, quasi tutti poliziotti, con simpatie politiche di estrema destra. Le tre vittime si trovavano a pattugliare la zona perché, qualche giorno prima, qualcuno aveva provato a dar fuoco a una scuola dismessa, usata come ricovero da circa trecento extracomunitari. L’omicidio – senza un movente chiaro – divenne subito un caso nazionale, il simbolo più vivido non solo di una vicenda misteriosa, ma anche della fine dell’eccezionalità bolognese, un modello sociale che pure era in crisi, almeno dal 1977. Una fine testimoniata anche, pochi giorni prima, da un’altra efferata strage della stessa banda, quella contro il campo sinti di via Gobetti: una strage gratuita, una strage “no profit” e razzista. Una strage a cui la cittadinanza rispose con indifferenza, perché anche allora, come oggi, rom e sinti non sono nessuno. «Anni e anni di cazzate tipo ‘isola felice’ non han fatto che danni. Bologna è solo il buco del culo del mondo», cantava in quel periodo l’Isola Posse All Star.

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Un Link tra Hong Kong e #Bologna? FICO! – I partner della “Disneyland del cibo”.

Delegazione THE LINK al CAAB di Bologna. Foto Borella/Eikon

I partner cinesi del FICO. Delegazione THE LINK al CAAB di Bologna. Foto Borella/Eikon

di Wolf Bukowski (guest blogger)

Nell’insediamento abusivo di Shek Kip Mei un fornello si ribalta, un gioco di bambini cenciosi finisce male, un mozzicone cade su un materasso di paglia. O chissà che altro. In poche ore il fuoco – spietato compagno della miseria abitativa – lascia 53mila profughi cinesi senza tetto. Erano arrivati lì fuggendo dalla guerra civile tra i nazionalisti di Jiang Jieshi (Chiang Kai-shek) e i comunisti di Mao Zedong. Ora guardano impotenti le fiamme, alimentate dal poco che possiedono, illuminare la notte di Natale del 1953 a Shek Kip Mei, nella colonia britannica di Hong Kong. Prosegui la lettura ›