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pandemia

A proposito di tamponi, di positivi al tampone, di quarantene, di provvedimenti irrazionali e sacrifici umani

di Wu Ming

Nella discussione in corso sotto il post «Va bene tutto» sono stati disseminati spunti e link a inchieste e ricerche che rischiano di sparire nel marasma di commenti, e che vale la pena segnalare a parte.

Una delle questioni più importanti emerse è questa: cosa vuol dire, oggi, «essere positivi al tampone»? Quale tampone? «Impennata dei positivi», «oggi tot positivi»… Ma positivo in che senso?

Già a fine agosto un’inchiesta del New York Times metteva in guardia contro il problema dei falsi positivi, dicendo che forse riguardava addirittura il 63% dei tamponi eseguiti a New York e concludendo che il tampone naso-faringeo è uno strumento inadeguato per comprendere le reali dimensioni della pandemia e isolare i focolai. Questo perché da un lato è troppo sensibile e rileva anche minimi residui di RNA virale non infettanti, e dall’altro la procedura è troppo lenta e dunque sui focolai si è sempre in ritardo.

A fine settembre il New England Journal of Medicine riprendeva il tema in uno studio dove si affermava che «migliaia di persone sono messe in quarantena per dieci giorni in seguito a tamponi RNA-positivi nonostante abbiano già superato la fase di contagiosità». Prosegui la lettura ›

«Va bene tutto». Come un messaggio in bottiglia sulla «seconda ondata»

Bologna. Piazza San Francesco in queste sere.

«Finché possiamo dire: “quest’è il peggio”, vuol dir che il peggio può ancora venire».
W. Shakespeare, Re Lear

La desolazione di Piazza San Francesco ti sorprende una sera di fine luglio, mentre attraversi in bicicletta il centro di Bologna, per andare da tua madre a riparare un rubinetto.
Lo spazio di fronte alla facciata gotica della chiesa è serrato da un recinto di transenne. Vuoto, ad eccezione di un’auto dei vigili urbani parcheggiata proprio al centro.
Avevi letto sui giornali dell’ultimo provvedimento «contro la movida». Sapevi che con la scusa della pandemia il sindaco aveva colpito un luogo di ritrovo indecoroso, perché i ragazzini prendono a pallonate la porta della chiesa e i giovani bevono le birre fredde dagli ambulanti abusivi, seduti per terra. L’avevi sentito dire, eppure pensavi che «piazza chiusa» fosse una metafora, un modo di dire, non un’altra voce nella lista di ordinanze e sparate per le quali Virginio Merola lascerà ai Bolognesi un ricordo sgradevole. In questo caso quello dell’inquilino del Palazzo che dà la colpa alla Piazza, perfettamente in linea con gli altri amministratori di vario colore e grado. Prosegui la lettura ›