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La Stampa

Oltre il brand reazionario della «Torino magica». Ripensare il mistero, reinventare la città (1 di 2)

[In questi giorni, per diverse ragioni, Torino e il suo storico quotidiano La Stampa sono sotto i riflettori.
La testata è stata ritenuta la più “sacrificabile” di un gruppo editoriale in svendita, e per questo difesa da varie anime della città e della cultura anche nazionale, che ne han fatto l’encomio. Nel mentre, nei suoi uffici si consumava lo scandalo di un’accesa contestazione, per come in vari articoli aveva coperto – verbo qui polisemico – il genocidio del popolo palestinese. Tale episodio è stato poi descritto come l’innesco della reazione che ha portato allo sgombero del centro sociale Askatasuna. Sgombero che in realtà è l’esito di ben più lunghi processi di criminalizzazione e repressione, come sa chi ha seguito le cronache cittadine, e valsusine, almeno dal 2011 a oggi.
Curiosamente, il greco σκάνδαλον vuol dire proprio innesco: skandalon è infatti il bastoncino in cui una preda inciampa, facendo scattare una trappola. Deriva dal verbo σκανδαλίζω, «inciampare».
Qualcosa collega intimamente la pietra dello scandalo, che oggi è solo una metafora, e la pietra d’inciampo, che invece è concreta e incastonata nella via. In mancanza di pietre d’inciampo, a ricordare che è in corso un genocidio abbiamo solo pietre dello scandalo. Che si corra il rischio di incespicarvi noi stessi è un problema non tanto etico quanto strategico, legato agli attuali rapporti di forza.
Ma dicevamo: in questi giorni, per diverse ragioni, Torino e La Stampa sono sotto i riflettori. È dunque un buon momento per pubblicare, in due puntate, questa sontuosa e ipnotica inchiesta di Mariano Tomatis. Mariano è partito da una domanda: quando ha cominciato ad affermarsi la narrazione, che oggi è un vero e proprio brand pro loco, della «Torino magica», esoterica, paranormale e quant’altro, immagine che non poche sub-narrazioni tossiche alimenta?
Ebbene, la «Torino magica» nasce sulle pagine della Stampa, e nasce negli anni Settanta, decennio in cui – almeno per gli operai Fiat – quel giornale era ancora, sempre e solo, diretta voce del padrone e perciò «La Busiarda». Nomignolo che in queste settimane è rimasto fuori dalle ricostruzioni.
Più precisamente, la «Torino magica» nasce nel fatidico 1978, a cavallo del sequestro Moro, per mezzo di un’operazione giornalistico-ideologica articolata e precisa. Buona lettura. WM]

di Mariano Tomatis*

Il 1978 a Torino si apre in un clima di tensione estrema: le Brigate Rosse hanno appena assassinato il vicedirettore de La Stampa Carlo Casalegno e negli stabilimenti Fiat la situazione è esplosiva. Alla fine del 1977 Mirafiori è bloccata da uno sciopero clamoroso contro i sabati obbligatori, con migliaia di operai ai cancelli a presidiare gli ingressi. È l’apice di un confronto durissimo che, giorno dopo giorno, oppone manodopera e dirigenza e lascia la città immersa in un conflitto permanente.

In questo scenario si inserisce Stampa Sera – edizione pomeridiana de La Stampa, quotidiano all’epoca parte dell’impero editoriale della famiglia Agnelli – che sceglie di deviare lo sguardo dal fronte sociale e costruire per Torino un “altrove narrativo” popolato di presenze e suggestioni magiche, utile a disperdere le tensioni del presente. Quella scelta si concretizzerà in una serie di ventitré articoli – pubblicati dal 13 febbraio al 17 maggio 1978 – destinata a fissare nell’immaginario pubblico l’espressione «Torino città magica», un marchio ancora riconoscibilissimo a quasi mezzo secolo di distanza. Prosegui la lettura ›

Tirare Bobbio per la giacca in funzione anti-#NoTav, ovvero: dare il peggio su Twitter

Ieri si è scritta una delle pagine più nere della storia di Twitter in Italia.
Dapprima si sono visti “quelli che benpensano” ingoiare estasiati l’esca gettata dai media, stracciarsi le vesti, agitare cappî e manette perché durante il corteo No Tav dell’altro giorno alcuni dimostranti avevano scritto sui muri di Torino e gettato vernice su determinati bersagli.
Poco tempo fa, sempre a Torino, c’è stato un pogrom in stile Ku Klux Klan, ma non ricordiamo nemmeno un decimo dello sdegno suscitato nel week-end da qualche scritta e chiazza di colore. Prosegui la lettura ›

La Stampa: intervista sul nuovo Giap, la rete, il copyright, l’iPad

[Quest’intervista è apparsa ieri sul sito del quotidiano La Stampa.]

I WU MING E LA SECONDA VITA DI GIAP
Dopo dieci anni, il collettivo bolognese chiude la sua storica newsletter, trasformandola in blog. Tra presente e futuro, disseminazione e razionalizzazione dei contenuti, social network, iPad e copyright, Wu Ming 1 ci spiega perché. di
Luca Castelli

Dieci anni. Oltre cento invii. Più di dodicimila iscritti. Sono i numeri di Giap, la newsletter-rivista con cui – dal 2000 all’altro ieri – il collettivo di scrittori Wu Ming ha mantenuto via email il contatto con i lettori. Articoli, riflessioni, racconti, link e battaglie: un modo innovativo, soprattutto in Italia, per sviluppare la propria presenza online. Un percorso, tuttavia, che si è pian piano rarefatto. Fino alla chiusura definitiva della newsletter, trasformata in blog e integrata con Twitter, Anobii, il mondo dei social network, dei feed, dell’aggiornamento costante e istantaneo. Protagonisti di numerose iniziative online, dal progetto transmediale di Manituana al download libero di tutti i loro libri, fin dagli albori del www i Wu Ming svolgono un ruolo di avanguardia nell’esplorare la mutazione dell’autore ai tempi delle tecnologie digitali. Per questo, prendendo spunto dalla seconda vita di Giap, abbiamo deciso di fare il punto sulla situazione con il gruppo. A risponderci, attraverso i fili invisibili di Skype, è stato Wu Ming 1.

Perché avete deciso di terminare le spedizioni di Giap?

Di fatto, l’ultimo numero di Giap risale all’ottobre 2009. La newsletter è già chiusa da tempo. Negli ultimi mesi abbiamo comunicato principalmente tramite il blog dedicato ad Altai, Twitter e sulla bacheca della nostra libreria su Anobii. Gestire una newsletter via email negli anni è diventato sempre più brigoso: tra problemi tecnici, antispam, gente che si iscrive e poi se ne dimentica e  protesta perché la riceve. Inoltre, per fare Giap era necessaria una vera e propria attività redazionale ed era uno strumento troppo lento. Per “giustificare” la spedizione di un numero c’era bisogno di una certa quantità di materiale significativo, quindi le spedizioni erano rarefatte.

E’ vero, come scrivete sul vostro sito, che avete cancellato tutti gli indirizzi degli abbonati? Un’eresia nell’era del marketing digitale…

E’ vero, erano circa 12.400 iscritti e con un solo click a mezzanotte in punto abbiamo cancellato tutto. Ricominciamo da capo, senza riposare sugli allori di un’attività telematica ultradecennale. Anche dopo l’uscita di Q, quando cambiammo nome (da Luther Blissett a Wu Ming, NdI), le reazioni nell’industria editoriale furono di sbigottimento: “Ma come, faticate anni per imporre un brand e dopo che avete successo lo distruggete?”. Noi non ragioniamo sul breve termine, guardiamo in avanti, tutte le scelte sono strategiche e devono riflettere il nostro ethos. Rinunciamo anche a “grandi” vantaggi immediati ma effimeri, come la notorietà che avremmo andando in tv, pur di non tradire il nostro stile. Questo ci porta a compiere gesti che secondo il metro dominante sembrano azzardati o addirittura incoscienti. Prosegui la lettura ›