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IA, transizione energetica e colonialismo: cosa sta succedendo in Sardegna – di Omar Onnis

Orgosolo (NU): murale recente che congiunge la lotta popolare del 1969 alla mobilitazione contro la speculazione energetica di questi anni. «Fuori lo stato militare. Fuori lo stato nucleare. Fuori lo stato di minaccia dalla Sardegna».

[Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo, che non solo prende spunto dalla discussione in corso su Giap riguardo all’intelligenza artificiale, ma si riallaccia a due nostri “filoni” storici: la lotta in difesa dei territori contro le «grandi opere» e il disvelamento dell’italico colonialismo, in questo caso “interno”. Se aggiungiamo che il romanzo collettivo a cui stiamo lavorando affronta la questione della produzione energetica, ecco che abbiamo fatto quaterna. Buona lettura. WM]

di Omar Onnis*

Le note di Wu Ming 1 sull’IA tra le altre cose sollevano una questione solitamente opacizzata o del tutto rimossa dal dibattito, e tuttavia centrale. L’IA, soprattutto nella sua architettura tecnica di stampo USA, è una tecnologia altamente energivora, implica un notevole consumo di acqua e inevitabilmente, nella sua infrastruttura materiale, occupa spazio, molto spazio.

Omettere la sua materialità consente anche di ignorare le questioni a essa legate: chi controlla l’IA e la tecnologia che la fa funzionare? Dove e come si produce l’energia che serve al suo funzionamento? E con quali impatti sociali, ambientali, politici? Nell’ambito dell’ideologia economica (ancora) dominante, quello che per semplicità definiamo neoliberismo, tutto ciò è etichettato come esternalità.

La presunta disincarnazione di questa presunta intelligenza è un elemento mitologico, parte fondamentale della fascinazione che essa suscita. Ma non c’è nulla di “virtuale” nell’IA. Non c’è nemmeno nulla di “neutrale”, né nella sua architettura informatica, né nella sua base concreta.

Consideriamo la questione dell’energia necessaria al suo funzionamento. Nel contesto italiano, il tema è emerso ultimamente per via delle notizie sulla realizzazione di grandi centri dati a Milano e dintorni. Prosegui la lettura ›

Note su letteratura e intelligenza artificiale (e sui corpi, a partire da recenti polemiche) – di Wu Ming 1

Letteratura e intelligenza artificiale: un chatbot non può avere mal di denti

Julien Auguste Hervè, «Ritratto di donna con mal di denti», olio su tela, 1900 circa.

[Mentre scrivevo la seconda parte del mio “portolano” Trecentonovantaquattro giorni (la prima è qui), alcune riflessioni su luoghi, corpi e scrittura hanno fatto reazione con recenti polemiche su letteratura e intelligenze artificiali. Quelli che dovevano essere due capoversi si sono allungati e sono diventati un testo a parte, fatto perlopiù di appunti, che vanno presi come tali, ma che ritengo utile pubblicare. A questo punto, la seconda parte di Trecentonovantaquattro giorni uscirà nei primi giorni del nuovo anno. Buona lettura. WM1]

«Quando restituisce un corpo, ecco: è poesia.»
Ottavio Fatica, Lost in translation

«Il capitale è il cancro di cui la specie rischia di morire prima di cominciare a vivere realmente. In questo senso, la rivoluzione è biologica»
Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza*

«Mentre l’intelligenza artificiale iper-appiattisce la cultura di massa, qualunque cosa mostri evidenze di umanità diventa qualcosa a cui aspirare.»
ANU, Aspirational Humanity

Qui potrebbero arrivarmi accuse di «antropocentrismo», balzane ma in voga tra gli apologeti dell’attuale modello di IA. Gente che quando va “bene” dà letture riduttive degli enormi problemi ecologici e climatici che quel modello esaspera, e quando va male – quasi sempre – li rimuove proprio dal quadro**.

La critica all’antropocentrismo è imprescindibile, ma ha senso solo se declinata in termini ecologici, a difesa degli ecosistemi viventi. L’antropocentrismo non è altro che specismo, ideologia del primato dell’Homo Sapiens sulle altre specie. Criticarlo, dunque, serve a riconoscere il vivente oltre l’umano.

Se invece si adotta una postura anti-antropocentrica per difendere un’entità non-vivente, una pseudosoggettività inorganica – in pratica, marxianamente, lavoro morto – intorno a cui si è costruito con tracotanza un modello industriale fra i più energivori, sperequatori di risorse ed ecocidi mai esistiti nel capitalismo, a sua volta il modo di produzione più ecocida mai esistito… Beh, qui si abusa della postura. Prosegui la lettura ›