La favola della scuola. Gli insegnanti, gli studenti, le lotte (e il Partito della Nazione)

Vietati i don Chisciotte

di Carmelo Palladino e Girolamo De Michele, feat. Mauro Presini e molti insegnanti e studenti e bidelli (*)

«Fischiate quanto volete, noi andiamo avanti.»
(Matteo Renzi agli insegnanti liguri, 25.05.2015)

«Matteo, fermati: fermati prima che uno dei due, tu o la scuola pubblica, vada a sbattere.»
(l’insegnante Giovanni Cocchi a Matteo Renzi, 16.05.2015)

1. C’era una volta…

C’era una volta una SCUOLA: tutti la conoscevano, tutti sapevano dove stava, tutti sapevano che lavoro faceva, tutti la rispettavano. Era una buona scuola!
Un brutto giorno però arrivarono degli esperti di sottrazioni e cominciarono a dire che bisognava risparmiare perché c’era la crisi.
Dissero che nella parola SCUOLA c’erano troppe vocali e troppe consonanti e che bisognava semplificare ed essenzializzare.
Così tolsero la C di “Capire” per regalarla a chi vendeva computer e software per le Classi 2.0.
Con la sottrazione della C, la scuola stava diventando una SUOLA e molti sentivano di poterla mettere sotto i piedi.
Subito dopo arrivarono anche i nostalgici del passato che le presero la U di “Uguaglianza delle opportunità” perché alle elementari volevano reintrodurre il maestro Unico.
La scuola ora si sentiva più SOLA e molti cominciavano a non capire bene a cosa potesse servire.
Di lì a poco ne approfittarono pure i cosiddetti “tecnici” per sottrarle la A di “Accogliere” perché volevano formare dei docenti Automatici che somministrassero test.
La SCUOLA, che era diventata SUOLA e poi SOLA, venne progressivamente ridotta ad un SOL.
Finalmente in diversi cominciarono ad accorgersi che tutte quelle sottrazioni non facevano bene a nessuno.
Si indignarono, si organizzarono, informarono, spiegarono, manifestarono.
Riuscirono faticosamente ad affiancare al SOL il FA di fare.
Fu così che nacque la prima SOLFA.
Suonava così: “Noi siamo speciali, ridateci le vocali“.
Subito dopo inventarono la seconda: “Non siamo tolleranti, rivogliamo le consonanti“.
Quando sembrava che la SOLFA facesse il suo effetto, in pieno giorno si presentò un malfattore che, davanti a tutti, rubò la L di Legalità perché voleva averne una tutta sua.
Fu una grossa delusione perché restò solo la sillaba SO e ormai in pochi rispettavano quel poco che rimaneva della SCUOLA

2. …e forse c’è ancora

C’è chi definisce la scuola “la Russia di ogni governo” e si stupisce che ogni qualvolta si provi a mettere le mani sulla scuola c’è sempre un’ondata di protesta e di indignazione da parte di insegnanti e studenti: perché finge di ignorare che l’opposizione è costante perché ogni volta si propone – con abito nuovo – la medesima riforma. Il progetto della cosiddetta “buona scuola”, infatti, intende dare “piena attuazione” alla legge sull’autonomia scolastica varata nel marzo del lontano 1997 e citata da tutti i precedenti disegni di legge, siano essi stati approvati o meno: se Giannini e il fu sottosegretario Reggi erano stati espliciti sul tema 1, è l’art. 1 del DDL approvato il 20 maggio scorso alla Camera che lo attesta definitivamente 2. Chi si è opposto prima e continua a farlo ora, si oppone di fatto al medesimo progetto: quello che ha come parola chiave l’autonomia. O meglio, per ridare il significato corretto alle parole: l’aziendalizzazione della scuola pubblica, che con la legge 59/1997 investe sia il piano lessicale (il preside è diventato dirigente, lo studente utente, gli obiettivi educativi offerta formativa) sia quello pratico (le istituzioni scolastiche, cui è stata conferita personalità giuridica, possono accettare donazioni da privati, stipulare convenzioni con soggetti esterni, partecipare a consorzi per acquisire beni e servizi). Del resto, con la privatizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici (dlgs 29/1993) l’insegnante era già stato equiparato al produttore generico che riceve dalla società uno scontrino da cui risulta la quantità di lavoro prestato, e sulla base del quale ritirerà dal fondo sociale una equivalente quantità di mezzi di consumo: l’essenza del contratto di diritto privato non è il fine del lavoro da compiere (insegnare, educare, formare, istruire: cose così), ma il mutuo scambio (do ut des) tra ore lavorative e salario.
Le finalità educative si sono di fatto trasformate in finalità di mercato. Il privato che investe nell’Istruzione pubblica non lo fa certo per scopi filantropici ma, come il suo ruolo richiede, per motivi di lucro e/o pubblicitari (basti pensare ai buoni scuola Conad, dove la catena di supermercati dona beni agli istituti i cui componenti abbiano fatto la spesa presso i propri punti vendita). La banca che sponsorizza la digitalizzazione delle aule non insegna ai ragazzi a essere innovativi, ma suggerisce loro dove andare a firmare il primo debito. E quell’industriale che finanzia nuove attrezzature, vorrà in cambio una competenza forgiata ad hoc, privando così i futuri lavoratori di una compagine di conoscenze più ampie che potrebbe servire loro per aumentare la propria professionalità. Lo studente viene trattato come consumatore persino nel luogo in cui dovrebbe formarsi come cittadino, apprendere il sapere critico, svilupparsi appieno come persona. Piegare l’istruzione alle esigenze di mercato non significa dunque essere innovatori, ma reazionari, vuol dire dimenticare i diritti del Novecento per ritornare ai privilegi dell’Ottocento. Ecco perché del DDL n. 2994 (n. 1934 al Senato) non è possibile chiedere semplici modifiche, ma va preteso il ritiro: il suo problema è l’impianto complessivo, non i singoli provvedimenti.

Ne è dimostrazione uno tra i punti al centro del dibattito mediatico di questi giorni, vale a dire la figura del cosiddetto dirigente-sindaco – perché, come dice Renzi, autonomia non significa autogestione 3: o meglio, dal momento che a differenza del sindaco non è eletto dagli insegnanti (come accade, ad esempio, in Germania), ma nominato dall’alto (come ai tempi del fascismo), il dirigente-podestà. Che avrà la possibilità di individuare (come ai tempi del fascismo 4) all’interno di un albo territoriale gli insegnanti a cui assegnare incarichi triennali, eventualmente riconfermabili.

art. 27

La cosiddetta “chiamata diretta”, conferendo maggiori poteri al dirigente scolastico, rappresenta un vero stravolgimento sia del sistema di reclutamento, sia di quello afferente la libertà d’insegnamento e non solo: non a caso, considerando gli evidenti rischi di favoritismi e discriminazioni cui si presta, ha suscitato un certo scalpore anche tra i non esperti del mondo della scuola. Stefano Rodotà, ad esempio:

«Si riproduce la logica della centralizzazione del potere con questa creazione di una figura nuova del preside come “governante della scuola”. Ma la scuola è un corpo, nel quale ci sono gli insegnanti, ci sono gli studenti… Io ho fatto il professore per tanti anni, non ho mai pensato di avere del potere: il preside della mia facoltà si doveva confrontare con tutti. Ma questa non è solo una regola di democrazia, è una regola di funzionalità: io penso che l’accentramento di potere nella scuola aumenterà i conflitti, aumenterà la difficoltà di gestire la scuola».

E ancora: Tullio De Mauro e Carlo Galli, e Adriana Lodi, la “mamma” bolognese degli asili nido. Si ha la netta impressione – e la cosa non stupisce – che il “partito del fare” stia attuando una secessione dal pensiero, dalla riflessione, dalla critica, dalla capacità di giudizio. Che i neuroni-specchio del Partito della Nazione si stiano scindendo: il neurone unico da un lato, gli specchi dall’altro.
Ciò che stupisce, invece, è che persino la posizione critica assunta dalla minoranza interna al PD si concentri sul tema dell’autoritarismo, visto che esso è pienamente in linea con la scuola dell’autonomia che quel partito (nelle sue diverse versioni) di propone da anni. A pensar male non si sbaglia, diceva qualcuno: lo dimostra la parabola di Mila Spicola, l’ex-barricadera che ora, passata dalla parte comoda della barricata ed entrata nella segreteria di Faraone al ministero, si produce in tripli carpiati e risibili slittamenti linguistici in difesa dell’indifendibile connubio fra la bontà della riforma e l’intatta purezza della di lei coscienza – ad esempio, sostenendo che non di “chiamata diretta” ma di “assegnazione” o “scelta confermata” di deve parlare 5. Viene il sospetto che i Fassina del caso utilizzino il punto più mediaticamente spendibile per governare la protesta (nel PD ci sono anche i buoni), per fare emendare il DDL (vedete che noi serviamo) e alla fine fare passare comunque il testo di legge (le due anime si ricompattano e sono felici), la cui aberrazione non risiede affatto tutta lì.

Al dirigente-podestà si collega il tema delle assunzioni: il messaggio dominante è che, affinché esse siano possibili, è necessario attuare l'”organico funzionale” o “organico dell’autonomia”.
Falso: i posti stabilizzati non saranno nemmeno sufficienti a coprire il fabbisogno del prossimo anno, ci sarà senz’altro bisogno di ulteriori supplenze. Tra l’altro il tanto sbandierato (anche alla lavagna) ampliamento formativo è vero solo in parte, perché non modifica il quadro orario ridotto nel 2008: non ripristina ex lege il maltolto, ma pone l’eventuale incremento didattico come atto volontario di ogni singola istituzione scolastica; non riduce il numero di alunni per classe tout court, ma dà solo la facoltà ai dirigenti di contravvenire – “nell’ambito dell’organico dell’autonomia assegnato e delle risorse, anche logistiche, disponibili” (art. 9 c. 7), cioè senza aumentare le spese – alla norma qualora si ritenga necessario; non rende le scuole punti di riferimento nel territorio perché, ancora una volta, non aumenta il monte-ore settimanale.
E allora a cosa servono insegnanti non più legati alle cattedre (il contratto nazionale, garanzia di uguali condizioni di lavoro per tutti, viene ipso facto stracciato 6) ma sempre disponibili a muoversi dove occorre?
A comandarli meglio, caro Cappuccetto Rosso: a gestirli come se la scuola, invece di un bene comune che deve educare equamente, fosse “cosa nostra”; a far sì che le relazioni all’interno dell’istituto siano sempre più deboli, così i lupi saranno sempre più lupi e quelli come te, mio Cappuccetto, sempre più carne per i loro denti; a trasformare il mondo nel quale si attua o meno il diritto all’istruzione, al sapere, a una vita degna di essere vissuta in un ghetto popolato da piccoli, ingrigiti Shylock quotidiani che si guardano l’un l’altro chiedendosi «non avrò per caso lavorato mezz’ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro?» 7.

Come sappiamo bene, il potere si comprende dal punto di vista di chi gli resiste. La resistenza al disegno autoritario esemplificato dai pieni poteri del dirigente-podestà – grottesca proiezione in ambito scolastico del premierato d’investitura senza limiti parlamentari, del leader unico del Partito della Nazione senza opposizione – fa segno a un processo di centralizzazione del potere e di decostituzionalizzazione e privatizzazione dei diritti. Anche la motivazione un filino forcaiola del dirigente che se sbaglia va a casa – peccato che nel testo di legge non sia scritto, ma tant’è, il nobile Renzi è uomo d’onore… – è indicativa dei bassi istinti a cui si fa appello: l’importante è che lo Schettino di turno (e ce ne sono, fra i dirigenti scolastici ben tutelati dai loro sindacati gialli, di schettini e schettine) vada in galera dopo il disastro cui ha portato la nave governando da solo e senza ascoltare alcuno, non che la nave sia preservata col concorso di tutti.
Dopo anni di culto della personalità, di leaderismo, di pseudo-decisionismo – giunti al culmine quando il 40% del 52% dei votanti (cioè il 21% scarso dell’elettorato) è stato spacciato per voto plebiscitario –, dopo tanti anni si affaccia sulla scena politica un movimento di lotta che non vuole essere governato, perché si sente legittimato a governarsi da sé. E perché mai non dovrebbe poterlo fare? Sugli insegnanti è stato scaricato da decenni l’intero peso della gestione senza mezzi e risorse adeguate della scuola di massa, e poi di tagli e costi dell’istruzione; gli insegnanti hanno dimostrato, in questi anni, di saper dire non solo i giusti NO, ma (con buona pace di chi, per malafede o ignoranza, parla di «assenza di proposta costruttiva»8, di articolare analisi critiche – ad esempio sulla valutazione, ad altezze teoriche rilevanti 9 – e addirittura una proposta di Legge di Iniziativa Popolare: perché mai non dovrebbero co-gestire la scuola? Perché mai autonomia non dovrebbe essere sinonimo di autogestione?
La protesta dei governati resistenti della scuola è indice di un legittimo desiderio di non essere governati, o essere governati il meno possibile.

Resta che per la prima volta dopo molti anni un movimento di protesta sociale ha avuto la capacità di mettere in discussione anche gli equilibri parlamentari: che, se non era il suo scopo principale, è però segno della sua forza. Vada come vada, chi oggi si oppone moderatamente sarà costretto a scegliere tra smettere di opporsi e rientrare nei ranghi (magari attraverso una poltrona governativa: scommettiamo che il nervosismo di Giannini deriva dai rumors che circolano nei corridoi?), e opporsi fino in fondo, arrivando alla rottura con la maggioranza.
E, per la prima volta, la strategia mediatica di Renzi ha fatto flop: la sua lezione alla lavagna è stata un clamoroso doppio autogol degno di Comunardo Niccolai – che però aveva a sua discolpa un bellissimo nome, e al fianco un allenatore-filosofo e il compagno Gigi Riva. In primo luogo, come ha evidenziato nella sua analisi Giovanna Cosenza, Renzi ha sbagliato a usare la lavagna:

«1. Mettendosi alla lavagna, Renzi fa come se fosse un insegnante, si mette al posto degli insegnanti. Se io fossi una insegnante di scuola, penserei: come si permette? Oppure: mi sta prendendo in giro? Sta scimmiottando il mio lavoro?
2. Mettendosi alla lavagna, cioè nella posizione del maestro o del professore di scuola, Renzi si mette up e colloca il suo uditorio – gli insegnanti – down. Lui sopra, gli insegnanti sotto, lui con più autorità e autorevolezza, gli insegnanti con meno. In una situazione in cui – è Renzi stesso a dirlo nel video – bisogna restituire autorità e autorevolezza agli insegnanti, bisogna tornare a quando le famiglie li collocavano allo stesso livello dei notabili del paese, trattarli invece come scolaretti non è certo un bel modo per fare il primo passo nel lavoro di restituzione.
3. Mettendosi alla lavagna per dare una spiegazione, è come se Renzi ribadisse – ancora! – il concetto che i vari rappresentanti del suo governo hanno ripetuto come un mantra nei giorni scorsi: gli insegnanti non capiscono, non hanno capito la riforma, non capiscono le buone intenzioni del governo, non capiscono Renzi. Non capiscono, punto. E allora io mi metto alla lavagna – implica Renzi – con la santa pazienza del maestro di fronte agli allievi più zucconi, e glielo rispiego.
4. Usando una lavagna “all’antica” (non una LIM e nemmeno una lavagna a fogli mobili), Renzi – che da sempre si vuole innovatore, rottamatore, digitale e twittatore – implica che il suo uditorio sia all’antica e che lui vi si adatti. Doppiamente sbagliato: da un lato conferma nella posizione rétro gli insegnanti che stentano a usare strumenti più innovativi, dall’altro non riconosce gli insegnanti più digitalizzati e connessi (che ci sono, eccome).»

In secondo luogo, ha dato modo agli insegnanti di rispondergli mettendosi al suo stesso livello: e la lavagna e le parole e le telecamere gli insegnanti (e anche gli studenti) hanno dimostrato di saperle usare bene:

Se il video di Giovanni Cocchi vi sembra troppo lungo (perché ci vogliono tempo e pazienza, per parlare di cose serie come il futuro di una generazione: non si può sempre andar correndo da uno spot all’altro, come Raffaella Paita in Liguria), ascoltate almeno le ultime parole (dal minuto 23:55):

«Se passa questo, la cosa inevitabile è che ci saranno molte scuole private, poche scuole bellissime nei centri storici di alcune grandi città, molte scuole brutte e povere nelle periferie. E succederà quello che avevamo superato da decenni, quello che diceva don Milani: e cioè che il figlio del dottore farà il dottore, il figlio dell’operaio o dell’impiegato farà l’operaio o l’impiegato. È un salto all’indietro mostruoso».

Quello che diceva don Milani… Il nobile Renzi diceva invece, elogiando Paola Mastrocola, che bisogna mettere in discussione modelli come don Milani e Gianni Rodari. E il nobile Renzi è uomo d’onore…

sally

3. La morale della storia

Quando tutto sembrava perduto, ai diversi rimasti (o ai “rimasti diversi”, come gli piaceva farsi chiamare) venne un’idea: quella di mettere insieme quel poco che era restato.
Ognuno avrebbe dovuto mettere un po’ del suo “SO” per tentare di ricostruire faticosamente la SCUOLA.
“È un’idea SOvversiva”, replicò qualcuno; ma tutti gli altri accettarono ed iniziarono a condividere.
SOggetto”, disse uno.
SOcializzare”, continuò un altro.
SOlidarietà”, aggiunse un terzo.
SOrpresa, SOstenere, SOrgente, SOrridere, SOstanza, SOluzione, SOgno”, dissero in rapida successione i diversi rimasti.
Dopo le parole vennero le idee e dopo le idee arrivò anche la consapevolezza che per ricostruire sarebbe servito tempo.
Però la motivazione e l’energia non gli mancava di certo
Fu proprio comprendendo che il mettere insieme può diventare una moltiplicazione di saperi e di speranze, che i diversi rimasti iniziarono a riprendersi, ad una ad una, le vocali e le consonanti.
Le prime furono la U di Unire e la L di Linguaggi.
I diversi rimasti avevano messo insieme il SO superstite, la U e la L ed avevano, lentamente e faticosamente, composto: SOUL (anima).
Ora erano davvero sicuri che quella era la strada giusta per andare a… SCUOLA.

(*) Il contributo di Carmelo Palladino è tratto da un testo (La favola dell’autonomia) di prossima pubblicazione, quello di Mauro Presini da L’anima della scuola (15 settembre 2013).

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  1. «L’autonomia prevista dalla legge Berlinguer, va attuata fino in fondo, dandole le gambe e le risorse per poter correre. Se lo facessimo avremmo realizzato la più grande riforma che questo paese attende nella scuola» (Reggi, 28/06/2014, qui).
  2. «La presente legge dà piena attuazione all’autonomia delle istituzioni scolastiche di cui all’articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni, anche in relazione alla dotazione finanziaria»: DDL 2994 del 27 marzo 2015, art. 1.
  3. Sarà bene ricordare che, col passaggio dal “preside” al dirigente” e la riforma della dirigenza attuata con la legge-Brunetta, il dirigente scolastico ha già ora un potere semi-assoluto: nomina, senza consultare i docenti il vicepreside, i collaboratori e lo staff (cioè l’intero governo della struttura); presiede il Collegio Docenti ed è membro del Consiglio d’Istituto, con amplissimi poteri de facto di indirizzarli e condizionarli; è responsabile dell’assegnazione delle cattedre e della distribuzione dell’orario, con la possibilità di attuare un mobbing di fatto nei confronti dei docenti indocili – fra i quali le RSU, cioè l’unico organo di controllo effettivo del proprio potere.
  4. Regio Decreto 1051/1923 (“Riforma Gentile”), art. 27.
  5. Si vedano le discussioni su pagine fb aperte qui e qui.
  6. «Le norme della presente legge sono inderogabili e le norme e le procedure contenute nei contratti collettivi, contrastanti con quanto previsto dalla presente legge, sono inefficaci», art. 23 c. 5.
  7. Girolamo De Michele, Per farla finita con Shylock.
  8. Il riferimento è ad Alessandro D’Avenia, Invalsi: nelle aule uno sberleffo che fa danni, “La Stampa”, 13 maggio 2015, qui (e a Mila Spicola che l’ha condiviso).
  9. Solo per limitarci a qualche contributo: Girolamo De Michele, La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla (minimum fax, 2010); Valeria Pinto, Valutare e punire (Cronopio, 2012); I test Invalsi: contributi a una lettura critica, a cura di Cesp-Cobas, 2013;  Valutazione e meritocrazia nella scuola e nella società, “gli asini” n. 18, 2013; All’indice. Critica della cultura della valutazione, “aut aut” n. 360, 2013; Carlo Salmaso, Merito – valutazione – competizione: le maglie di una catena da rifiutare, in “ROARS” ottobre 2014, qui; id., Cosa significa valutare? Contro questi test e questa valutazione, in “vivalascuola” maggio 2015, qui; fra i convegni, si segnalano quelli del Cesp “Invalsi SI-NO”, Bologna, 20 aprile 2012, qui; e quello del Coordinamento delle scuola di Ferrara “La scuola è di tutti” e del Cesp Bologna “Quale valutazione per quale scuola?”, Ferrara, 5 maggio 2013, qui.

32 commenti su “La favola della scuola. Gli insegnanti, gli studenti, le lotte (e il Partito della Nazione)

  1. Utilissimo post che riassume bene tutti i motivi per cui opporsi al DDl scuola. Vorrei però discutere su un punto, quando si scrive
    “ perché mai non dovrebbero co-gestire la scuola? Perché mai autonomia non dovrebbe essere sinonimo di autogestione?
    La protesta dei governati resistenti della scuola è indice di un legittimo desiderio di non essere governati, o essere governati il meno possibile”.
    Premetto che non sono un insegnante ma un operatore museale che nelle scuole ci lavora da “esterno” svolgendo percorsi didattici richiesti dai docenti e presenzia a consigli di classe e di dipartimento per proporre collaborazioni e progetti.
    Sono d’accordissimo con la prospettiva dell’autogestione ma credo occorra ragionare sul fatto che spesso sono i docenti stessi che la rendono impossibile con un ‘individualismo estremo. Per potersi autogovernare occorre secondo me stringere rapporti di reale collaborazione quotidiana. Quante volte invece tra docenti prevalgono la diffidenza, l’indifferenza o addirittura il disprezzo reciproco? I progetti svolti tra più docenti, le collaborazioni o le attività in compresenza sono rari, l’insegnamento continua troppo spesso ad essere un’attività svolta da singoli isolati e quindi sempre più stressati e depressi.
    La lotta, sacrosanta, “per non essere governati o essere governati il meno possibile” convive purtroppo con un atteggiamento che si può riassumere nella frase “Quando chiudo la porta della classe io sono Dio”. Cioè continuo a insegnare come ho sempre fatto tanto io ho la verità in tasca. Quanti sono gli insegnanti che ad esempio insegnano storia sbattendosene allegramente degli ultimi trent’anni di riflessioni e sperimentazioni sulla didattica della materia? Quanti si limitano alla lezione frontale o addirittura alla lettura del manuale? Quante classi non hanno mai fatto uno straccio di analisi del documento o non hanno mai avuto modo di affrontare criticamente gli argomenti trattati?
    Penso ci siano dei docenti a cui qualcuno dovrebbe chiedere di lavorare in modo diverso. Certo questo “qualcuno” non può assolutamente essere un politico, uno padrone-sponsor o un preside-podestà. Deve essere la comunità di tutti coloro che nella scuola lavorano o che sono connessi ad essa, e deve farlo non attraverso la minaccia padronale del licenziamento ma all’interno di una spinta collettiva al costante auto-miglioramento in cui ci si confronti davvero su quanto si fa in classe.
    Il punto è che la categoria dei docenti purtroppo non è naturalmente “buona”, anzi sono trent’anni che subisce “riforme” atroci proprio perché troppo spesso è un insieme di soggetti atomizzati o demotivati. La lotta in corso non deve essere intesa come difesa dell’esistente, ma come lotta per il cambiamento della scuola dal basso e quindi come lotta per il cambiamento di sé stessi. Credo che solo creando una collettività (non solo di docenti) abituata a lavorare davvero insieme svolgendo progetti, scambiandosi pratiche didattiche e magari sperimentando momenti in compresenza si potrà davvero autogestire la scuola. Come gruppo di “Avanguardie della storia” abbiamo provato a stendere alcune proposte https://avanguardiedellastoria.wordpress.com/2015/05/24/la-lotta-in-difesa-della-scuola/#more-360 . Magari possono sembrare utopistiche, ma direi che è urgente porsi il problema dei “rapporti molecolari” nella scuola e quindi cercare di organizzare una comunità di lavoro realmente solidale, altrimenti una vera autogestione sarà sempre impossibile.

  2. […] Giap, “La favola della scuola. Gli insegnanti, gli studenti, le lotte (e il Partito della Nazi…: Lo studente viene trattato come consumatore persino nel luogo in cui dovrebbe formarsi come cittadino, apprendere il sapere critico, svilupparsi appieno come persona. Piegare l’istruzione alle esigenze di mercato non significa dunque essere innovatori, ma reazionari, vuol dire dimenticare i diritti del Novecento per ritornare ai privilegi dell’Ottocento […]

  3. a proposito della #buonascuolaazienda giusto per non dimenticare alcune cosettine: Il 5 agosto del 2011, arrivava la nota letterina della BCE, in uno dei suoi passaggi si leggeva: “Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)”. L’attuale Presidente del Consiglio, al Sole del 24 ore, e correva il 26 ottobre del 2011, dichiarava “Mi ritrovo nella lettera della Bce”. E questo lo abbiamo ben visto, Jobs Act docet. E lo vediamo ora nella riforma della buona scuola “azienda”. Cosa chiedeva la BCE? Capacità di assecondare le esigenze delle imprese, performance, flessibilità, efficienza, efficacia. Il tutto è presente, in modo devastante, in questa riforma. Ed il tutto segue una volontà politica iniziata, per quanto riguarda la scuola, dall’introduzione del concetto di autonomia. Ora, dopo lo sciopero, probabilmente sorprendente per il Governo,questo non sa più cosa fare per spiegare le proprie ragioni. Forse non hanno compreso che le loro ragioni, per il popolo della scuola, sono semplicemente un torto, un torto che viene respinto. Ma il governo insiste e persiste. Un video di diversi minuti, con una lavagna ed un gesso, in questo caso non rottamata, che sa di inverosimile, eppure è successo ed è stato ben demolito:) nel post ora succintamente commentato. A questo si aggiunge la letterina, che qualcuno ha suggerito al Governo di far pervenire dopo lo sciopero del 5 e 12 maggio, altrimenti sarebbe stata una ingerenza incredibile volta a colpire il diritto di sciopero e le prerogative sindacali, che non sono proprietarie della scuola, ma raccolgono le miriadi istanze del mondo della scuola. Quella scuola che ha detto no alla riforma che vorrebbero approvare, che continua a dire no e che dirà no, semplicemente perché è stata capita, compresa e rifiutata. Perché scuola azienda? Ripropongo qui un piccolo e conciso esempio che ben spiega come funziona il mondo del lavoro nel settore privato.
    Il piano industriale, definito anche business plan, è il documento più importante per l’azienda, con il quale, sia dal punto di vista qualitativo, che quantitativo, si definiscono le strategie competitive dell’azienda, gli scopi, gli obiettivi strategici, per vendere il proprio prodotto, attirare clientela ed incrementare il profitto. I piani industriali, di norma, hanno una durata non inferiore ai tre anni e non superiori ai cinque anni, ma la maggior parte hanno durata triennale. Una volta definito il piano industriale, chiaramente l’azienda dovrà adeguare il proprio organico, che dovrà essere funzionale a soddisfare gli obiettivi come definiti nel piano industriale. Il personale verrà assunto, od a termine, od a tempo indeterminato, attingendo principalmente dal territorio, dagli uffici di collocamento territoriale od attingendo dalle note agenzie di somministrazione, anche perché il legame con il territorio è fondamentale. Ebbene, tutto ciò ricorda qualcosa? Andando a leggere la riforma sulla #buonascuola, le analogie tra piano triennale, organico funzionale, ed albo territoriale, con tutto quello che ora ho sinteticamente enunciato sono incredibilmente consistenti.
    Renzi nella sua letterina, pervenuta via mail, scrive che “ la scuola è il punto di partenza di tutto”. Ed ha ragione. E’ il punto di partenza di un nuovo processo generazionale che si vuole plasmare. Le generazioni che verranno si dovranno ritrovare nell’unica ideologia dominante, quella del capitalismo, il resto dovrà essere spazzato via. E’ questo il punto nodale della questione. Scrive che assumeranno oltre 100 mila precari, senza spiegare il come, a quali condizioni, ora ben note. Ma la cosa incredibile è quando scrive “Ovviamente chi non rientra nell’elenco si lamenta, quelli del TFA non condividono l’inclusione degli idonei del 2012, quelli della GAE chiedono di capire i tempi, quelli del PAS fanno sentire la propria voce. Tutto legittimo e comprensibile. (…)”.
    Cioè per anni lo Stato ha costretto migliaia di migliaia di persone ad intraprendere una miriade di percorsi, costosi, anzi costosissimi, per entrare nel mondo della scuola, ed ora cosa ti dicono? Mi dispiace, puoi anche lamentarti, ma è così che funziona il gioco. Riprova praticamente nella prossima vita.
    Dice che daranno più soldi agli insegnanti. Quanti soldi hanno perso gli insegnanti con il blocco del contratto? Degli scatti di anzianità? Cosa sono 500 euro per la formazione annui? Rispetto a quello che hanno perso? Nulla. Ed i 200 milioni da non distribuire a pioggia, in modo equo, non sia mai, una miseria che si contenderanno in pochi nell’ottica della competizione. Una gara, con dei vincitori, e sconfitti. Ma qualcuno potrà spiegare a questi signori che la scuola è una cosa seria e non un gioco da tavolo?
    Si scrive che si educano cittadini, non solo lavoratori.
    Come, con l’alfabetizzazione all’autoimprenditorialità? Con le competenze? Con il curriculum? Con la standardizzazione dell’Invalsi?
    Una cosa è certa, piaccia o non piaccia, la lotta continua e la scuola farà scuola, forse nascerà un nuovo ’68, visto che qui si contrasta il decisionismo, che a parer mio non è pseudo, ma reale, ergo autoritarismo e l’autoritarismo che in questo Paese lo mascherano con la veste dell’autorevolezza è ripudiato. Solitamente dal solito penso positivamente,anche se questa riforma verrà approvata, questo è poco ma sicuro, nulla si arresterà.mb

  4. @ Marco Barone
    La lettera della BCE era chiarissima, e infatti ne scrivevo qui, non a caso quando ho cominciato ad occuparmi di Renzi studiando i suoi programmi. Fai benissimo a segnalare corrispondenze fra quel testo e quelli di Renzi-che-già-allora-si-ritrovava-nella-lettera-BCE: io ricordo che, qualche tempo dopo, incontrando Mila Spicola a un’iniziativa contro le mafie (chissà se adesso, che ha vinto in Campania grazie ai voti delle liste ispirate da Cosentino, ci tornerebbe…), le chiesi come faceva a stare con Renzi visto quello che pensava della scuola, e mi sentii rispondere «se vuoi cambiare le cose nel PD, l’unica possibilità è Renzi»…

  5. Nel frattempo è uscito il testo di Carmelo Palladino “La favola dell’autonomia”, qui. Vale la pena di leggerlo per intero.

    • Veramente impressionante come si stiano recependo le indicazioni della Bce che denuncia i già nel 2011. Ennesima conferma di come la politica non abbia più alcun ruolo di mediazione o elaborazione dei conflitti sociali, ma si limiti al ruolo di marketing di decisioni prese altrove.
      La visione che questi signori hanno della scuola è la stessa del ragazzino che durante un’attività su come valutare l’attendibilità di una fonte mi dice “e si sta roba che me ne frega, qui siamo all’ITI”. Per fortuna tra i ragazzi di quelli che la vedono così ne ho incontrato pochi, mentre direi che sono tantini tra politici e banchieri

    • Sia il tuo testo che quello di Carmelo sono due contributi importanti,di immediata lettura ed hanno consentito a molti/e che si sono persi in sterili ma complessi tecnicismi di comprendere il verso corpo della frittata decisionista che qui sta venendo fuori. Siamo alle battute finali,spero non sia così anche per la scuola pubblica.

  6. Scusate intendevo scrivere:”veramente impressionante come si stiano recependo le indicazioni della Bce già denunciate nell’articolo di Girolamo del 2011″

  7. […] sito di Wu Ming è uscito un articolo molto affilato firmato collettivamente da un gruppo di docenti, studenti e bidelli coordinati da Girolamo De […]

  8. […] sito di Wu Ming è uscito un articolo molto affilato firmato collettivamente da un gruppo di docenti, studenti e bidelli coordinati da Girolamo De […]

  9. ho letto con attenzione sia il bel post sia la legge di iniziativa popolare sia i commenti alla legge presenti sul sito e non mi pare di aver visto trattato un argomento cruciale: il calendario delle lezioni.

    Sinceramente una proposta di iniziativa popolare che non includa questo argomento rischia di non poter essere preso in considerazione con molta attenzione.

    Ritengo infatti che il calendario attuale (da metà settembre a inizio giugno) sia fuori dai tempi e non compatibile con le presenti esigenze della popolazione: non abbiamo più bisogno di mandare i nostri figli a lavorare nei campi d’estate e non abbiamo più le colonie fasciste.

    Voglio precisare che non è la solita stanca polemica sui “famosi” 3 mesi di vacanza degli insegnanti o di considerare la scuola come la badante dei miei figli. Non è questo il punto.

    Il punto è un allineamento doveroso agli standard europei e alle reali necessità delle famiglie: lo Stato per 3 mesi si disinteressa degli alunni dai 6 ai 16 anni e lascia il peso (non solo economico) della loro gestione alle famiglie.

    Se davvero vogliamo riformare l’istituto scolastico, un primo passo dovrebbe andare verso le famiglie e le loro difficoltà.

    • @ massimo–zanetti
      Scusa la citazione colta, ma di primo acchito mi verrebbe da risponderti: “Che cavolo dici?”
      1. il calendario scolastico compete all’autonomia dei singoli istituti all’interno dell’autonomia degli uffici scolastici regionali: una legge dello Stato può solo stabilire il numero minimo di giorni scolastici affinché il diploma abbia titolo legale.
      2. le ore scolastiche della scuola italiana sono ampiamente in pari, e spesso in sovrappiù, rispetto a quelle delle altre scuole europee (media europea 175 gg di lezione, media italiana 200). Se da qualche parte, per ragioni climatiche che forse ti sfuggono, si torna a scuola ad agosto, si sta a casa un mese a gennaio: prima di ripetere il cliché degli standard europei, informati.
      3. chi te l’ha detto che il compito della scuola è di prendersi in carico la gestione dei figli per conto dello Stato? Io sono un insegnante, non una badante!
      4. che idea hai della vita, se per te un alunno dev’essere preso in carico dallo Stato il più a lungo possibile?
      5. Che idea hai dell’apprendimento, della crescita della mente, delle intelligenze multiple (lo sai cosa sono?), se credi che i mesi di vacanza siano mesi vuoti, e non mesi di esperienze, di amicizie, di relazioni, di viaggi che contribuiscono alla crescita mentale dell’adolescente?
      6. Non so se tu una famiglia ce l’hai, io si. Se volessi chiedere qualcosa allo Stato, non sarebbe di tenersi mia figlia un mese in più, ma di darmi un reddito decente per poter fare un viaggio con mia figlia, comprarle più libri, lasciarla libera di girare al di là dei limiti del bilancio familiare.
      7. Repetita iuvant: Che cavolo dici?

      • Però il problema dell’estate esiste eccome, per chi lavora. Qua a Trieste ci sono i ricreatori comunali che sono veramente economici, ma credo che si tratti di un caso più unico che raro, e comunque esistono solo ricreatori con educatori italofoni: per la comunità slovena nisba.

        Mi sa che nella maggiorparte delle città, in Italia, d’estate i figli dei ricchi vanno ai centri estivi, carissimi, e i figli dei poveri si bagolano in strada, e non è sempre un bell’ambiente. Sarebbe una buona cosa se in estate nelle scuole i comuni organizzassero attività didattiche, ricreative, culturali con educatori preparati, per tenere i ragazzini lontani dalla strada, soprattutto in certe periferie.

        • Si, Tuco: ma la soluzione non è quella di scaricare sulla scuola l’ennesimo problema o emergenza sociale.

          • Scusa, Girolamo, ma dopo la tua risposta piccata qua sopra viene la tentazione di risponderti con lo stesso tono, eh.
            Se tu non sei una badante, ma un insegnante, io non sono un’imbianchina o uno sponsor, ma una madre (di tre figli). Se i genitori scaricano sulla scuola, e lo fanno, va detto che regolarmente avviene anche il contrario.
            Personalmente ho imbiancato a mie spese le pareti delle aule, fornito regolarmente risme di carta e rotoli di carta igienica, fatto sistemare i pavimenti, pagato di tasca propria ogni attività extracurriculare, comprato giocattoli e libri, e chi più ne ha più ne metta. Ora mi si chiedono 70 € di “diritti” facendoli passare per quota di iscrizione e tacendo accuratamente sul fatto che in realtà si tratta di un’elargizione libera. E non solo vogliono far passare per obbligatorio qualcosa che non lo è, ma fanno anche velate minacce agli studenti in ritardo col pagamento. Poi, però, gli orari fissati per i colloqui individuali sono sempre a ore impossibili, presumo nei famosi “buchi” degli insegnanti, si impone ai genitori di attraversare mezza città per consegnare un modulo rigorosamente in orario mattutino, si stipano bambini di tre anni in uno spogliatoio perché non c’è spazio per chi non frequenta l’ora di religione, e ti giuro che potrei continuare per ore.
            Insomma, avete tutta la mia solidarietà, perché davvero lavorate in condizioni pessime, però un po’ di autocritica non guasterebbe. Se ci volete dalla vostra parte, cercate di comunicare con noi in maniera onesta e schietta, mettendo in primo piano i bambini e cercando di capire anche le nostre difficoltà, e il nostro appoggio non mancherà sicuramente.

            • @ zora
              Con altrettanta franchezza: quello che hai fatto non te lo hanno chiesto gli insegnanti (se non nella misura in cui erano, forse, costretti a fare da tramite del dirigente), ma chi dirige la scuola. Cioè un dirigente che ha trovato più comodo chiedere del lavoro non pagato e del reddito, piuttosto che avviare una vertenza per le disfunzioni cui la scuola in questi anni è stata costretta. Imbiancando, versando il “contributo volontario, ecc., sul momento avete di sicuro, in buona fede, cercato di migliorare un luogo scadente nel quale la didattica peggiorava: ma di fatto avete contribuito a peggiorare quel luogo e quella didattica, cooperando a vostra insaputa e vostro malgrado al degrado cui la scuola è stata consegnata per precise scelte politiche. Se tutti i genitori che hanno fatto quello che hai fatto tu si fossero rifiutati e avessero, ad esempio, picchettato la scuola il primo giorno; se avessero scioperato (loro, e le loro organizzazioni sindacali settoriali di riferimento), negli stessi giorni in cui noi scioperavamo, invece di lasciarci soli – e se in passato i miei colleghi fossero stati meno crumiri, e meno collaborativi i loro sindacati, certo –, forse le cose sarebbero andate direttamente.
              In ogni caso no, io al centro non metto gli alunni, perché non credo debbano essere loro il centro della scuola: metto la scuola – cioè la cooperazione fra tutte le sue componenti – al centro della scuola. E quindi ribadisco: non faccio il badante per conto di uno stato che scarica il peso della crisi su scuola e famiglie, cioè sulle uniche due istituzioni di fatto che tengono, mi batto perché ci siano quei servizi che mancano o che dovrebbero esserci, e chiedo che le risorse che mancano vengano trovate in altro modo che non col succhiare ricchezza sociale. Dopo di che, capisco le tue difficoltà: ma non puoi chiedere di fare un discorso generale sulla scuola in base alla tua singola, sfortunatissima, esperienza locale e personale. Ultimo, ma non per ultimo: lo spazio a norma di legge, cioè non meno di 2mq per bambino + il maestro che doveva non sorvegliare, ma fare attività didattica, era tuo diritto e dovere pretenderlo, se i bambini erano stipati in uno spogliatoio angusto si stava violando non solo il loro diritto all’istruzione, ma la normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Quindi avresti dovuto fare un esposto scritto al dirigente scolastico, e uno analogo in questura in caso di mancata e immediata soluzione alternativa. E magari scrivere una lettera al giornale locale. Se non lo hai fatto, purtroppo hai contribuito a far sì che altri, dopo tu@ figli@, permangano nella stessa illegale e indegna situazione, venire a scriverlo qui su Giap (dove sono ospite) non serve a molto.

              • Beh, forse non serve a molto per risolvere quei problemi particolari di quella scuola particolare. Però io trovo importante che venga fuori, magari anche attraverso questi scambi “franchi”, il fatto che i tagli ai finanziamenti e le “riforme” hanno ricadute pesanti sugli alunni e le loro famiglie, e non solo sugli insegnanti, sulle loro condizioni di lavoro e sui loro salari. Le conseguenze disastrose delle “riforme” della scuola riguardano tutta la società, anche in aspetti brutalmente pratici come quelli di cui parla Zora.

                • Allora facciamo un discorso più generale. In questi anni, l’uso politico della crisi ha fatto sì che venisse estratta dalla società una enorme quantità di ricchezza sociale, sotto forma di prelievi fiscali fantasiosi, e soprattutto impercettibili in quanto tali; ma anche, di cooperazione, prestazioni lavorative di fatto, cessione di beni e servizi a titolo gratuito. Questa ricchezza, invece di sgocciolare sul sociale dal quale veniva prelevata, è stata finanziarizzata, arricchendo ancor di più il famoso 1%, mentre il 99% subiva un controllo e un’oppressione ancor più forte per effetto del depauperamento. Figli che accettavano un lavoro part time perché la madre andava in pensione in anticipo per poter fare da baby sitter e pagare con la buonuscita il mutuo della casa (caso reale, ma emblematico): cose così. La risposta della società italiana – non è questo il luogo per esporre le differenze con quelle greche, spagnola, turca… – è stata la sottomissione a questa governance basata sullo sfruttamento, in attesa che passasse la nottata. Beh, comprensibile quanto si vuole, ma è stato un comportamento sbagliato, perché ha giocato a favore di chi la crisi l’ha voluta negli esatti termini in cui l’abbiamo subita. Non si esce dalla crisi col “siamo tutti sulla stessa barca”, come i viaggiatori di terza classe e Kate Winslet sul Titanic, ma cominciando a buttare in acqua qualcuno di quelli che viaggiano in prima classe. Già cominciare a non cedere loro il salvagente sarebbe un buon inizio.

                  • D’accordissimo con te, ed è proprio perché sono d’accordo che ho parlato della mia esperienza di madre. Non credo proprio che si tratti di una “singola, sfortunatissima, esperienza locale e personale”, ma piuttosto di uno stato di cose largamente diffuso in tutta Italia. Le elargizioni volontarie camuffate da tasse, per esempio, sono la norma nelle scuole superiori italiane e sono deliberate dal consiglio di istituto, come credo tu sappia molto bene.
                    Io sono convinta che dovrebbero essere i genitori per primi a occupare le scuole, ma ci deve essere collaborazione e disponibilità all’ascolto anche da parte degli insegnanti. Se lamento un problema reale e tu da insegnante mi rispondi che dovrei fare un esposto e scrivere lettere ai giornali, di fatto stai scaricando su di me un problema che dovresti risolvere tu assieme al tuo dirigente.
                    Quel che sto cercando di dire è che c’è un problema nella comunicazione, nel modo in cui la scuola spesso si pone nei confronti delle famiglie. Se scioperate, spiegatemi perché. Invece di parlare sempre e soltanto di stipendi, contratti, modalità di assunzione, spiegatemi anche quali saranno le conseguenze concrete per mio figlio, ed io verrò a picchettare la scuola con voi. E per piacere, considerate anche il fatto che sempre più genitori non possono nemmeno permettersi il lusso di scioperare, perché sono messi anche molto peggio di voi.

                  • Ma è ovvio che non “siamo tutti sulla stessa barca”. Però abbi pazienza, quando Zora racconta la storia dei 70 euri, tu praticamente le rispondi che gli insegnanti non c’entrano perché sono stati costretti a richiederli dal dirigente, e che lei doveva rifiutarsi di pagare, fare esposti eccetera. Ma anche gli insegnanti potevano rifiutarsi di obbedire al dirigente, fare esposti eccetera. Allora io dico che non siamo tutti sulla stessa barca, perché c’è chi naviga in yacht e chi su una zattera. Però le zattere si possono anche legare tra loro, come facevano gli hobos di Jack London quando scendevano lungo il fiume. Certe istanze che provengono dalle famiglie degli studenti sono perfettamente compatibili con la lotta degli insegnanti contro le “riforme”.

      • @girolamo
        Scusa ma non ho trovato un altrettanto colta citazione per la risposta al tuo livello: ma che cavolo leggi, caro Girolamo? Dove ho scritto di AUMENTARE le ore scolastiche?
        L’impressione che ad alimentare i clichè sia stato proprio tu: il classico professore delle superiori a cui non si può neanche parlare di modificare il calendario che subito mostra gli artigli e neppure legge bene quello che gli si scrive.

        E adesso ti rispondo punto per punto…

        Punto 1. Domanda: se un istituto decidesse di tenere aperta la scuola fino ai primi di luglio e chiudere 1 settimana a febbraio, 1 a marzo e aumentare di qualche giorno le ferie di natale potrebbe? O ci sarebbero degli impedimenti a livello centrale (tipo gli scrutinii?) che glielo impedirebbero?
        Secondo me, una legge dello Stato (sempre che già non esista) può dire, non solo il numero di ore, ma anche in quale range di giorni possa essere pianificato.

        Punto 2. A parte che, come detto sopra, non ho mai detto di aumentare le ore scolastiche, però ti faccio presente che in media gli studenti italiani sono quelli che fanno più ore di compiti a casa ( dati OCSE-Pisa ), quindi delle due l’una: o il nostro corpo docente è mediamente incompetente tale da non riuscire a far lavorare i nostri figli durante le ore scolastiche oppure le ore scolastiche non sono sufficienti…oppure c’è una terza spiegazione che non colgo?

        Punto 3. E io non sono un insegnante…vedi punto precedente, caro Girolamo. Intendiamoci, io adoro stare con mia figlia, e mi piacerà pure farci i compiti assieme per conoscerla e capire i suoi progressi, ma lo Stato e la Scuola Pubblica non possono delegare ai genitori l’istruzione, e non possono sperare che a casa ci siano genitori con sufficiente tempo/voglia/capacità per star dietro alla valanga di compiti che fin dalle elementari vengono quotidianamente assegnati.

        Punto 4. Non è un problema di tempo, ma di organizzazione del calendario.

        Punto 5. Un adolescente, se lo trova, può farsi un lavoretto estivo e non pesare su una famiglia in difficoltà economica. Un bambino dai 6 anni all’adolescenza deve essere portato a “crescere nella mente con l’intelligenza multipla” nei campi estivi della parrocchia o, se va bene, di qualche Associazione sportiva o altro, alla modica cifra di 95-120€ a settimana. Questo è il problema e non la supercazzola piccata dell’intelligenza multipla.

        Punto 6. D’accordissimo con te: anche io vorrei uno stipendio più alto…ma qui stiamo discutendo di una legge di iniziativa popolare e io ho fatto notare che, pur essendo spacciata per legge scritta anche dai genitori, non presenta neanche l’accenno ad un problema che sarebbe ora di affrontare…ma se le risposte sono quelle che ho ricevuto, c’è poco da discutere.

        L’impressione è che l’attuale calendario scolastico faccia comodo agli insegnanti di ruolo (così possono passarsi tre mesi in versilia) e allo Stato (così può mandare a casa ad inizio giugno una valanga di insegnanti precari), ma non serva molto alle famiglie…ma forse sarò preda di un clichè…

        • @ massimo_zanetti
          Qui in Versilia non c’è abbastanza connessione per rispondere a tutte le profonde e meditate riflessioni che fai, mi limito a linkarti questa tabella (avvertendoti che è un calcolo per difetto – il mio orario è più pesante – ch enon tiene conto delel attività aggiuntive sotto- o zero-pagate) in cui puoi verificare che un insegnante lavora settimanalmente 2-3 ore in più dell’orario standard (per un pubblico dipendente dovrebbero essere 36 ore, tante ce ne pagano), e che l’insegnante è nell’ambito del pubblico impiego il lavoratore con il mote ore effettivo più alto: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2012/12/01/pop_prof.shtml

          • verissimo, le ore fatte a casa non vengono riconosciute, come è vero che gli stipendi sono bassi, come è vero che l’autorità della figura dell’insegnante non è tutelata, come è vero che le difficoltà dell’integrazione con gli studenti migranti è tutta sulle spalle della generosità degli insegnanti, come è vero che fare didattica senza strumenti è quasi impossibile, come è vero che i programmi scolastici sono desueti…

            però è anche vero che il calendario italiano è fermo al periodo di quando c’era lui e che nel resto d’europa le giornate di scuola sono splamate su più mesi. Ma di questo non si può neppure discutere.

            pazienza.

            un’altra cosa che non capisco è come mai le strutture pubbliche non possano essere utilizzate nel periodo di assenza di lezioni: sicuramente una scuola è un posto più sicuro di uno stanzone di una parrocchia o di una palestra, oltre a poter magari ingenerare delle positive azioni di risparmio in termini di costi di gestione delle strutture.

            ma anche di questo non si può parlare?

  10. @ zora
    Io parlo per me, @zora: sono anni che scrivo di scuola, parlo in pubblico, organizzo convegni. Googla il mio nome-e-cognome+scuola, e vedrai. E con me, tanti altri che fanno lo stesso. In questi anni non abbiamo certo parlato solo di stipendi, che pure sono un problema: più di tanto , non so davvero cos’altro potremmo fare. Quanto al non scioperare perché c’è chi è messo peggio di me, non ne dubito (a cominciare da uno degli autori di questo pezzo che è precario): però io col solo stipendio da insegnante non arrivo alla fine del mese e devo arrabattarmi a trovare quel che mi manca (e dedicare tempo alla scuola reddito non ne produce, e il tempo sempre quello è), e se rifiuto di fare le attività aggiuntive rinuncio al la possibilità di un miserabile ma essenziale reddito straordinario, eppure se c’è da scioperare lo faccio. E poiché lo faccio, faccio i conti con quelli che non trovo al mio fianco, ma vengono il giorno dopo a chiedermi di fare di più con meno.

  11. @ tuco
    Si, infatti, anche gli insegnanti potevano rifiutarsi, come a volte accade. Ma di fatto, e anche per legge, non possono fare esposti (se ti fidi, è scritto nella Legge Brunetta sui dirigenti della pubblica amministrazione), a differenza dei genitori. Accade anche che alcuni studenti organizzino il boicottaggio dei contributi “volontari”, in alcune scuole. Cosa vuoi che ti dica? C’è lo sfruttamento, e l’ignoranza delle norme è uno degli strumenti dello sfruttamento. Pace per i 70 € di @zora, spero che @zora2 e @zora3, leggendo questo post, imparino una cosa che a @zora era stata nascosta, e cioè che possono rifiutarsi di pagare quei contributi perché non sono obbligatori. E pretendere il rispetto della legge sulla sicurezza sui luoghi di lavoro, alla quale una norma che La Buona Scuola NON cancella consente di derogare creando classi pollaio. Io ogni anno il primo giorno ho fatto misurare l’aula agli studenti, e gli ho spiegato che non erano a norma di sicurezza, e che in caso di emergenze (io mi sono fatto 3 terremoti a scuola, uno da studente e due da insegnante, per capirci) due-tre-quattro di loro, più io che devo uscire per ultimo come il capitano della nave (e ti assicuro che l’ho fatto) non avevano la garanzia di uscire in tempo dall’aula: ma io come insegnante NON posso rifiutarmi di entrare in un’aula scolastica (o in uno spogliatoio), anche se viola il mio diritto alla sicurezza sui luoghi di lavoro. Non lo so cosa sarebbe successo se qualche genitore avesse fatto un esposto, o si fosse chiesto sui giornali se c’era un prefetto che fa rispettare la legge sulla sicurezza: perché per quieto vivere non l’ha fatto nessuno.

  12. Non è certo mia intenzione attaccarti a livello personale, Girolamo, e ribadisco ancora una volta la mia piena solidarietà. Però ci sono problemi strutturali che vanno affrontati insieme, anche un con minimo di autocritica da parte di chi nella scuola ci lavora. Non per battere sempre sullo stesso punto, ma torno ancora una volta alle elargizioni libere, perché mi sembra un buon esempio. Conosco la normativa a riguardo, e l’ho anche spiegata a mia figlia, con il risultato che di fronte alle minacce dell’insegnante si è messa a litigare con lei. Una ragazza di 14 anni. Vogliamo questo? Io credo di no. E allora che facciano un po’ di autocritica anche gli insegnanti: loro su quei soldi ci campano, e sono loro che siedono nei consigli di istituto, sono (anche) loro a deliberare le somme da versare, sono (anche) loro a camuffarle da tasse, e (anche) loro a pretenderle dalle famiglie senza un minimo di trasparenze e di onestà. Che alcuni insegnanti dicano “rifiutatevi di pagare”, non risolve un bel niente, perché potrebbero essere gli stessi insegnanti a rifiutarsi di deliberare. Ripeto che è solo un esempio, ma credo tu sappia meglio di me che avrei potuto farne molti altri.
    Genitori e insegnanti siamo sulla stessa barca e dovremmo lavorare insieme per migliorare le condizioni in cui studiano i nostri figli. Però se alle questioni sollevate dalle famiglie si forniscono risposte fumose o stizzite e si fanno orecchie da mercante, si rischia di ottenere l’effetto contrario a quello desiderato.

  13. Il problema Zora è che alle questioni sollevate dalle famiglie non dovremmo essere noi insegnanti a rispondere, ma il governo. Personalmente invito i miei studenti a non pagare il contributo volontario e invito tutti i genitori a rifiutarsi di farlo: i nodi devono venire al pettine, finché li copriamo (imbiancatura inclusa) il problema non sussiste. Ma le posizioni, anche a scuola, sono diverse e forse se vogliamo insegnare ai nostri figli la dialettica dobbiamo insegnare loro anche a confrontarsi con chi ha posizioni opposte. Per quanto riguarda le condizioni di lavoro, non sono affatto secondarie. Siamo la categoria del pubblico impiego con lo stress da lavoro correlato più alto e, credimi, relazionarsi con mediamente 80 individui diversi ogni anno richiede una pausa, tanto più con le alte temperature. In Francia o in Germania hanno giorni di vacanza diversamente distribuiti e più frequenti: lì i genitori cosa dovrebbero fare? Vuoi sapere cosa cambierà per gli studenti? La didattica sarà sempre più impoverita e testata su quiz comuni, la competizione sarà portata alle stelle e gli insegnanti – tutti e ogni 3 anni – possono cambiare. Non mi sembra un bel futuro. Spero, a questo punto, di vederti in piazza. Se non tenessimo ai figli (nostri e altrui) e alla scuola come bene comune, credimi, la nostra vita lavorativa sarebbe molto più semplice. Tanto più ora che il preside potrà decidere del nostro futuro.

  14. […] Però chissà mai che qualcuno dei big della cultura – non i soliti poco noti Wu Ming, Raimo, De Michele, ecc. – non scopra d’avere una dignità in fondo a qualche tasca. O almeno abbia il […]

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  18. […] di Lizanne Foster Cari studenti, sono un’insegnante e vi chiedo scusadi Girolamo De Michele La favola della Scuola. Gli insegnanti, gli studenti, le lotte (e il Partito della Nazione) […]

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