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Nandropausa #11 - Libri letti, discussi e consigliati da Wu Ming - 15 dicembre 2006



00. Pre-embolo
01. Robert Schneider, Kristus
[WM4]
02. Elmore Leonard, Hot Kid
[WM]
03/04. Marco Philopat, Costretti a sanguinare / Lumi di punk [WM5, WM1]
05. Marco Rovelli, Lager italiani
[WM2]
06. Massimo Carlotto, La terra della mia anima
[WM1]
07. Robert Silverberg, L'amore al tempo dei morti
[WM5]
08. Enrico Brizzi e Maurizio Manfredi, Bastogne
[WM2]
09. Leonard Gardner, Fat City
[WM2]
10. Speciale: la sfida di Elmore Leonard ai traduttori italiani
[WM1]


Questo è l'undicesimo numero di Nandropausa, web-zine semestrale coi nostri consigli di lettura. Al solito il numero è denso, ma non siamo riusciti a recensire tutti i libri che avremmo voluto. La volata finale sul nuovo romanzo ha divorato mattine, pomeriggi, nottate. La vita ha fatto il resto. Rimangono fuori Il Cristo elettrico di Lello Voce, La storia di Lisey di Stephen King, Convergence Culture di Henry Jenkins, Tutto quello che fa male ti fa bene di Steven Johnson. Ci occuperemo di tutti questi libri nelle settimane a venire, anche in maniere eterodosse.
E qui parte il disclaimer (ogni volta quasi uguale, ogni volta molto diverso - leggere please, leggere ogni volta ché poi interroghiamo).
  • Questa non è né potrà mai essere una panoramica esaustiva su quanto di interessante si è pubblicato in Italia negli ultimi mesi. Siamo cinque esseri umani che leggono per diletto quando hanno il tempo e la forza di farlo, e il criterio con cui scegliamo che libro leggere è un non-criterio, dipende dai tiramenti di culo del momento. Non segnaliamo mai un titolo solo perché si deve o perché "tutti ne parlano". D'altro canto, il fatto che non ne parliamo non significa che non valga la pena leggerlo. Semplicemente, noi non l'abbiamo (ancora?) letto.
  • Su Nandropausa, salvo alcune eccezioni (sassolini tolti dalle scarpe o perplessità da comunicare), segnaliamo libri che ci sono piaciuti davvero. Non abbiamo debiti da pagare (in ogni caso, non è così che li pagheremmo) né dobbiamo "tener buono" alcuno. Se tra gli autori recensiti figurano nostri amici, è perché abbiamo apprezzato i loro libri. Se il libro non ci è piaciuto o non lo abbiamo letto con la dovuta attenzione, niente commento, nemmeno se l'autore è nostro gemello siamese. Sie ist eine wunderbare Sprache, sie fördert das Denken und ermöglicht eine vielfältige Ausdrucksweise. Quest'ultima era una piccola prova di attenzione. Riprendiamo: non segnalare un'opera meritevole per mere questioni di galateo e paura delle malelingue sarebbe un errore più grave. Quanto alla malalingua, sta bene ficcata nel culo di chi le fa proferir verbo.
  • I libri non sono in ordine di gradimento, questa non è una classifica, sono tutti ex aequo.
  • All'altezza di ogni recensione, diamo la possibilità di cliccare sulla copertina per ordinare il libro on line. E' una possibilità, soprattutto per chi vive nel Grande Nulla italiano e ha difficoltà a raggiungere buone librerie. Si tenga però presente che niente vale l'esperienza di entrare in una piccola libreria tenuta con passione, spulciare i titoli sugli scaffali, fare quattro chiacchiere e infine uscire (forse) con un titolo sideralmente distante da quello che si aveva in mente :-)
  • Pulsante XML per feedNandrowatch è un feed rss (via Technorati) per seguire nella blogosfera commenti su Nandropausa e sui libri qui segnalati - e, se vi va, partecipare alle discussioni. Cos'è un feed rss? Lo spiegano qui. E' importante, se ne scrivete sul vostro blog, che la parola "Nandropausa" compaia nel post.
Robert Schneider, Kristus, tradotto da Francesco Porzio, Neri Pozza, pp. 560, € 18,50

Recensire Kristus di Robert Schneider non è affatto facile per l'autore di un romanzo che ha attinto alle stesse fonti storiche. Manca il necessario distacco, ci si sente "parte in causa". Sarebbe più semplice limitarsi a dire che chi ha apprezzato Q apprezzerà anche Kristus. Se leggendo Q vi hanno affascinato le incredibili e tragiche vicende del regno anabattista di Münster, allora in queste pagine ne troverete una versione più esauriente, narrata da un'angolazione diversa. Volendo potrete perfino divertirvi a comparare personaggi e situazioni.
Ma c'è dell'altro. Nel nostro romanzo l'episodio di Münster occupava soltanto una delle tre parti; era un punto di passaggio per una trama che abbracciava trent'anni di storia e uno scenario molto ampio. Di conseguenza piegammo con spregiudicatezza le cronache alle esigenze narrative del "prima" e del "poi". Schneider, libero da questo problema, da un lato ha potuto concentrarsi sulla biografia di Jan di Leida e giungere a Münster al culmine della sua parabola; dall'altro ha trovato soluzioni alternative agli stessi problemi, ha riempito lacune in modo originale, e soprattutto ha rimesso al centro della vicenda la sua protagonista indiscussa: la fede.
Kristus è il romanzo di formazione di un leader religioso, che ha interpretato e vissuto la fede come passione bruciante, negazione del mondo, appello a trasformare se stessi in vista della fine del Tempo. E' la storia di un uomo - di uomini - che vollero riportare Cristo sulla terra, costringerlo a mantenere la promessa di millecinquecento anni prima. Scrissero il suo nome con la K, nel latinorum del volgo germanico, per recuperare l'anima più scandalosa e rivoluzionaria del messaggio cristiano: il regno di Dio non è dei giusti, dei santi, dei pii, ma dei peccatori, degli accattoni, dei pubblicani e delle puttane. I profeti anabattisti lanciarono profezie che spezzassero il giogo del Tempo e della Storia, e finirono schiacciati nel tentativo d'essere all'altezza delle proprie parole. Rappresentano l'esperimento tragico e grandioso di chi ha rifiutato senza indugi la resa al potere secolare e spirituale. Non è un caso che dopo quattrocentosettant'anni forniscano ancora spunti narrativi eccezionali, quei matti che proclamarono il regno di Dio a Münster e resistettero per due anni all'assedio di tutti i principati d'Europa.
Jan figlio di Beukels, ovvero Beukelson, sarto di Leida, mercante, apostolo itinerante, profeta e infine re degli anabattisti. Si tratta senz'altro di una delle figure più affascinanti e inquietanti dell'intera storia cristiana. In un certo senso ne rappresenta uno dei volti, nonché un picco estremo. Schneider ha provato a scandagliare la sua anima oscura e macerata, quella di un uomo alla ricerca delle orme di Cristo, sconvolto dalla scoperta dell'assenza di Dio dal mondo, scandalizzato al punto di volercelo riportare a forza, contro ogni evidenza dei fatti - e addirittura impersonarlo. Schneider sembra suggerirci che il nihilismo (partorito dalla frustrazione delle più grandi aspettative) e il fideismo integralista si toccano, sono due fiamme che si alimentano a vicenda e producono l'orrore della modernità. Qualcosa che riecheggia oggi con tutto il fragore del metallo urlante, dato che non esiste atto di fede cieca più forte di quello nella fredda materialità del capitale e nella forza distruttrice del tritolo.
Nelle pagine di Kristus il contraltare a questa visione delle cose lo offre un personaggio cruciale, con il quale anche noi, a suo tempo, avemmo a che fare. Le cronache ci dicono poco di lui, al punto che ci prendemmo la licenza di storpiarne il nome e farne quello che ci pareva. Si chiamava Gerrit tom Kloister ("dal Chiostro") e con ogni probabilità era un frate scappato da un convento per unirsi ai predicanti anabattisti. Si narra che accompagnò Jan nel suo viaggio a Münster e questo fu l'appiglio che sfruttammo per infilare in quella storia il nostro Gert Dal Pozzo. Schneider fa di lui la nemesi di Jan, il suo alter ego pacificato, portatore di una religiosità del tutto diversa e tuttavia legato al sarto di Leida a filo doppio da una promessa, un fioretto a Dio. In altre parole, un Obi-Wan Kenobi discreto e sincero, in grado di capire i tormenti del giovane Jan meglio di chiunque altro, ma senza la pretesa di insegnare alcunché.
Le gabbie appese al campanile di San LambertoTra il "nostro" Gert e quello di Schneider c'è un abisso. Il rebelde barricadero che insegue il misterioso Q. è un eroe senza nome e senza passato, teletrasportato in Westfalia direttamente da un set andaluso di Sergio Leone. Il capitano Gert è condannato a rappresentare per sempre l'alba della rivolta, lo spirito ribelle che viene ingabbiato dalla controrivoluzione messa in atto dai nuovi leader. Gli ammutinati di Kronstadt, Trotzkij, Andrés Nin, via via fino ai movimenti italiani degli anni Settanta: Gert Dal Pozzo è tutto sommato un personaggio conciliante, che ci fa sentire dalla parte giusta della storia, quella degli "sconfitti che però avevano ragione".
Il personaggio di Schneider invece è molto più radicale. Gerrit il frate sa qualcosa in più rispetto al capitano suo omonimo. La ricerca di Dio è destinata alla perenne frustrazione non già perché Dio non esiste (in fondo chi può dirlo? E' quel che si chiama uno pseudo-problema), ma perché nasce dalla pretesa che Dio ci parli, che voglia qualcosa da noi. Le rivelazioni - come le profezie - non sono che puerili infingimenti partoriti dalla paura del vuoto, dell'infimità e della solitudine. I profeti sono orfani che pretendono qualcosa da sé stessi e dal mondo: che li si comandi, che gli si dia degli ordini, un Ordine, orme da seguire. Costoro - si chiamino Giovanna D'Arco o Jan Beukelson - si mettono al servizio incondizionato della propria nefasta idea del divino. Vogliono essere utili ai piani di Dio. Perseguono con caparbietà l'obiettivo, fino all'annihilimento e al martirio, che in ultimo concede la pace eterna, ovvero il coronamento coerente della fede volenterosa, poiché è noto dove conducano quelle orme: sul monte Calvario e sulla croce.
La fede di Gerrit tom Kloister invece non ha alcuna pretesa. Non cerca un senso ultimo delle cose, non attende un'apocalisse. Dio non ha destino né lo ha mai avuto, è senza volere, senza desiderio, senza amore e senza odio. Coincide con l'Essere e non chiede altro che essere. "Questo è quanto di più sacro si possa dire di lui."
Eccolo il vero eretico, fratello dallo spirito libero, che richiama le mistiche di Meister Eckhart e di Eloi Pruystinck, il buddhismo e il sufismo islamico. Se dio vuole (è il caso di dirlo!) le confessioni religiose hanno facce diverse, non tutte arroganti e ossessive come quelle che danno spettacolo a suon di bombe sul palcoscenico del mondo. [WM4]

Elmore Leonard, Hot Kid, tradotto da Luca Conti, Einaudi Stile Libero, pp.314, € 14,50

Se vi sono piaciuti The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen e Fratello, dove sei? di Joel e Ethan Coen, amerete Hot Kid di Elmore Leonard (Einaudi Stile Libero, pp.314, €14,50).
Piaciuta la proposizione condizionale? Bene, eccone subito un'altra*: chi subisce il fascino degli anni Trenta americani (la Depressione, le ballads di Woody Guthrie, gli hoboes a bordo dei treni-merci, le lotte del movimento operaio americano, il neonato FBI che dà la caccia a John Dillinger, Warren Beatty e Faye Dunaway crivellati di colpi nella scena finale di Bonnie & Clyde...) troverà in queste pagine l'intero scenario, riallestito con precisione addirittura ubriacante, eppure senza alcuna pedanteria.
Hot Kid, briosamente tradotto da Luca Conti, è il quarantesimo romanzo di Leonard, classe 1925, autore di western e crime novels la cui longevità artistica seguita a stupire. Leonard, attento osservatore dei costumi americani e tessitore di dialoghi sopraffini e iperreali, è uno degli scrittori più opzionati da Hollywood (non si contano gli adattamenti cinematografici di suoi romanzi, a partire dal celebre Quel treno per Yuma, del 1956) e non si può dire non sia stimato dai colleghi: Martin Amis lo ha definito "il Dickens di Detroit", e Stephen King gli ha reso espliciti omaggi in almeno due libri, Mucchio d'ossa e On Writing.
Qui è Leonard a rendere omaggio a uno dei suoi autori preferiti, John Steinbeck, o quantomeno a muoversi dentro il suo mondo. Hot Kid si svolge negli anni Trenta, l'epoca di Furore, epopea di miseria, solidarietà e lotta per la sopravvivenza, romanzo-supernova che da decenni continua a esplodere e illuminare la cultura degli States. Non solo: Hot Kid si svolge in Oklahoma, proprio lo stato di Tom Joad, protagonista di Furore e "spettro" che riappare nei momenti di crisi della coscienza americana.
I Thirties sono un luogo della mente, un fascio vibrante di miti. Leonard li cita, inanella e attraversa tutti quanti, seguendo da un lato gli exploit di Carl Webster (il "ragazzo sensazione" del titolo), giovane marshal cacciatore di banditi, e dall'altro la carriera professionale di Tony Antonelli, reporter della rivista True Detective. Quest'ultimo ha l'evidente ruolo di rapsodo e nei momenti-chiave attacca una sorta di "Cantami, o Diva". Grazie ad Antonelli, Leonard recupera e ricrea il linguaggio a tinte forti del giornalismo popolare americano, non soltanto per irriderlo e omaggiarlo, ma soprattutto per creare effetti di distanza e profondità, mostrarci come anche un episodio banale possa divenire una piccola leggenda.
Come non pensare al già citato film dei fratelli Coen, Fratello, dove sei?, dove si riambientava l'Odissea negli anni della Depressione, e per quel viatico mitologico passavano ed entravano in scena personaggi divenuti archetipi, dal bluesman Robert Johnson che vendette l'anima al Diavolo al bandito George "Baby Face" Nelson che detesta il soprannome affibbiatogli dai giornali.
Roberto FarinacciEn passant: anche in Italia, da un po' di tempo, si tenta un revival degli anni Trenta e dei loro miti. I nostri anni Trenta, purtroppo. Non si contano le vie e piazze intitolate di recente a gerarchi del Ventennio o criminali della guerra d'Abissinia. A Springsteen appare il fantasma di Tom Joad, a noi quello di Farinacci. Pazienza.
Torniamo al romanzo. Al solito, Leonard trascina e coinvolge il lettore in un grande gioco di rimandi, un temporale sinaptico. Ogni frase, ogni storiella, ogni titolo di giornale riportato nel libro apre forzieri di reminiscenze. Se si è amanti della cultura popular d'Oltreoceano, si scopriranno intere saghe nascoste tra le righe, mille potenziali romanzi dentro romanzi, come nella geometria dei frattali. Un esempio di possibile, sognante deriva: era dell'Oklahoma anche il menestrello Woody Guthrie, l'uomo che definì la propria chitarra "la macchina che ammazza i fascisti". Guthrie lasciò Okemah, la sua città natale, nell'anno-clou della trama di Hot Kid, il 1931. Otto anni più tardi, nel giro di pochi giorni, intitolò a Tom Joad una delle sue canzoni più belle, e un'altra ballad la dedicò al bandito Charles Arthur "Pretty Boy" Floyd. Floyd è tra i personaggi più citati in Hot Kid. A un certo punto del romanzo, qualcuno fa riferimento alla sua attitudine "robinhoodesca". In quei giorni, "Pretty Boy" era ritenuto un fuorilegge "di manica larga coi poveri". Come non risentire la voce di Guthrie cantare: "Molti contadini affamati / raccontano la stessa vecchia storia / di come lui pagò la loro ipoteca / e salvò le loro casette"?
Anche Floyd, come "Baby Face" Nelson, detestava il proprio nomignolo. E a proposito di banditi: in Hot Kid viene detta la verità su Bonnie Carter e Clyde Barrow, due mezze tacche disprezzate dai banditi "seri". Rapinavano soltanto negozietti, il bottino non superò mai i millecinquecento dollari a colpo, sparavano e uccidevano senza motivo. "Cialtroncelli", li definì John Dillinger. Possibile sia questa la coppia maledetta par excellence, che ha ispirato romanzi, film, fumetti e canzoni? La coppia celebrata in una delle più suadenti canzoni di Serge Gainsbourg, in duetto con Brigitte Bardot?**
L'auto di Bonnie e ClydeA proposito di musica: titoli e titoli di canzoni trasmesse alla radio ricostruiscono un mondo di melodie country e big bands bianche. Questo mondo impatta all'improvviso con quello di Kansas City - città del jazz più nero d'America, dove tengono banco Count Basie e compagnia - in un capitolo vorticoso e avvolgente, che riporta alla mente il film di Robert Altman dedicato a quella scena musicale. Kansas City, appunto. Nel cast c'era un superbo Harry Belafonte, che a inizio carriera aveva cantato al Village Vanguard di New York, dove si esibiva anche un Woody Guthrie ormai stanco e avviato a un mesto declino.
Tutto ciò e molto altro, implicito ed esplicito, nel mondo di Hot Kid. E quando diciamo "molto altro", intendiamo davvero molto altro, dall'alba dell'era del petrolio (oggi giunta al tramonto) agli scioperi di minatori, dal Ku Klux Klan alla vita degli immigrati italiani in Oklahoma.
Hot Kid è il primo episodio di una trilogia che Leonard, nelle interviste, chiama "The Webster Saga". Il prossimo romanzo, Up in Honey's Room, si svolgerà negli anni Quaranta e ci mostrerà il "ragazzo sensazione", ormai trentenne, intento a sgominare una rete di spie dell'Asse. Almeno nel mondo letterario di Leonard, i nazifascisti sono ancora cattivi. [WM, apparso su La Repubblica, 6 dicembre 2006]

* In realtà quella che segue è la perifrasi di una proposizione condizionale. Se ne fosse accorto qualcuno! :-)

** In rete vendono addirittura il modellino montabile della loro auto, in scala 1/24 (vedi foto), con tanto di armi da fuoco!

Marco Philopat, Lumi di punk. La scena italiana raccontata dai protagonisti (Agenzia X, Milano 2006, pp.235, € 13,50)
Marco Philopat, Costretti a sanguinare. Il romanzo del punk italiano 1977-1984 (nuova edizione Einaudi Stile Libero, Torino 2006, pp. 243, €16,00)

Continua il lavoro di analisi e di recupero di Philopat. Un modo di uscire vivi dagli anni Ottanta deve pure esserci stato, il punk per molti ha costituito proprio questa paradossale strategia di sopravvivenza. Per alcuni è stato un modo di incrostarsi, incistarsi dentro identità contratte e opprimenti – questo vale in misura maggiore, certo, per il versante sottoculturale, stilistico, per il real punk all'italiana. Dopo Costretti a Sanguinare (corra a procurarselo chi ancora non l'ha letto), Marco raccoglie in questo Lumi di Punk brandelli di storia orale, interventi editati con il minimo di lavoro redazionale, una collezione di vicende esistenziali e paradossalmente pubbliche capace di restituire agli occhi di chi legge un mosaico vivido, pregnante. Niente reducismo da io c'ero, qui, al limite solo un po' di commozione a posteriori nel pensare a volti e voci che non ci sono più (la testimonianza di Professor Bad Trip, R.I.P, è tra le più belle del libro). Parlando di punk, e avendolo vissuto dall'interno, è impossibile non essere parziali. La scena era frazionata in molteplici tendenze, il versante anarcopacifista era di sicuro il più organizzato e produttivo ma un'ombra dell'antica sicumera filtra anche da queste pagine. Ciò non toglie che il punk controculturale italiano di quegli anni rappresenti davvero un momento decisivo nella storia "reale" di questo disgraziato paese, e che le intuizioni e l'energia di una scena come quella (composta da gente sui sedici, diciotto, massimo vent'anni) rimanga a tutt'oggi ineguagliata. Per un divertente e molto spesso toccante contrappunto sono inserite anche vicende di chi anarcopacifista non era, vedi i romani Bloody Riot o la scena del Granducato HC, che porta materiale decisivo alla riuscita del libro. Si attende un secondo volume, non ce ne frega un cazzo che sia obiettivo, equilibrato e tutto il resto. Basta che le vicende stipate dentro siano sempre così vibranti e vere. [WM5]

Ahimè, è un pezzo che non incontro Philopat. L'ultima volta eravamo in Svizzera, 27 giugno 2003, presentazione congiunta di Giap! e La banda Bellini allo spazio autogestito "La colonia" di Mendrisio.
Quel giorno partimmo da Bologna su un'auto a noleggio io, WM5, Tommaso e Tano (personaggio del racconto Carcajada profunda y negra). Avevamo in mente un'impresa da Guinness: durante il viaggio, a turno, avremmo letto a voce alta il romanzo-culto La stanza mnemonica di Oscar Marchisio. Forse, con l'attenzione e la collaborazione dell'intero abitacolo, finalmente (dopo anni!) saremmo riusciti a capire di che cazzo parla quel libro.
Gettammo la spugna poco dopo Modena. A sconfiggere le nostre velleità, come accaduto altre volte, la frase a pag.22: "L'aria giungeva nella cucina, trasformando l'odore del minestrone in un sottile CD-room [sic] di verdure appena raccolte, bagnate e tritate". La zingarata proseguì senza Marchisio, lungo la via Emilia e poi, dopo Milano, verso il confine.
Mendrisio: centro sociale pulito da girarci con le pattìne, in Italia ho visto alberghi a tre stelle più malmessi. Poco dopo il nostro arrivo beccammo Marco, lo accompagnava un amico che sapeva un sacco di cose su Gagarin e il programma spaziale sovietico. Cosmonauti fluttuavano nel tramonto.
L'iniziativa era all'aperto e fu lunga, partecipata, bellissima. Philopat era in grande spolvero e ben rodato (per lui era la 43esima presentazione de La banda Bellini). L'abbinamento diede la stura alla voglia di discutere, i due libri erano solo pretesti, ci pungolammo e rispondemmo su narrazioni, miti, movimenti, produttori cinematografici, autoproduzioni, letteratura d'autore, letteratura di generi. I nostri interventi si completavano in maniera mirabile, fummo passionalmente logorroici, rovesciammo sul tavolo paioli di libere associazioni, come quando nel noto film rovesciano la polenta e dentro c'è Fantozzi. Philopat ricordò le discussioni tra me e lui sulle vecchie BBS, nei primi anni Novanta, dopo l'uscita dell'Antologia Cyberpunk della ShaKe. Diverse ore dopo c'erano ancora domande e interventi e così, annunciando la fine della presentazione vera e propria, invitammo chi voleva proseguire a raggiungerci in una saletta del circolo. Rispondemmo fino allo sfinimento, irradiavamo ottimo umore, ricordo la serata come una delle più intense da quando faccio questo lavoro.
Marco e "Gagarin" tornarono a Milano, noi dormimmo in un paesino incantevole sul lago di Lugano, a casa del compagno che aveva organizzato il tutto (Mosso, ex-Blissett dei tempi del LBP bolognese). Zapping di radio elvetiche nella notte cristallina, una voce pacata spingeva nell'etere brani di psichedelia inglese. La mattina, Mosso ci regalò chili e chili di verdura biologica e una bottiglia di sciroppo di sambuco. Partimmo, la radio ci offrì un pezzo dell'Equipe 84 e io pensavo: che bella questa comunità informale di scrittori e lettori, questa convivialità che ci tiene in piedi e ci viene incontro e non ci lascia soli; questo è ciò per cui vivo e racconto.
"Bassa retorica", dirà qualcuno , ma per me è sangue nei ventricoli. E lo è anche per Philopat, da quasi trent'anni. Philopat è mosso da amore per tutto ciò che forma e tiene unite le "scene", i network, i movimenti. Racconta storie di persone che si sbattono insieme. Mi torna alla mente Diesel di Eugenio Finardi: "E io amo questa gente che si dà da fare / che vive la sua vita senza starsela a menare". Ecco, Philopat racconta di gente che si dà da fare: si dà da fare a scoprire, a occupare e gestire, resistere e rilanciare, produrre e creare, tenere contatti.
Quella a cui dà voce Marco, in fondo, è una robusta etica del lavoro. L'affermazione suonerà paradossale, ma è perché in italiano con la parola "lavoro" si indicano troppe cose diverse. Qui con "etica del lavoro" intendo lo sbattimento per qualcosa che si ritiene importante, la soddisfazione di vedere premiati i propri sforzi, la gioia di avere fatto bene qualcosa, la spinta a fare ancora meglio la prossima volta, senza deludere chi ti sta accanto o di fronte e crede in te.
Eh sì, mica ne esiste una sola, di etica del lavoro. C'è quella del "buon viso a cattivo gioco", autoillusione che indora la pillola e fa accettare un impiego infame, e poi c'è l'altra, che è anche quella dei punx, di chi gestiva il Virus, di chi mandava avanti le autoproduzioni, di band come i Contropotere che si smazzavano duecento concerti e decine di migliaia di chilometri all'anno, spingendosi fin nei posti più sperduti per aiutare piccoli collettivi etc.
Philopat è il nostro bardo delle comunità di base, un connettore e uno storico orale, poeta-cartografo dei collegamenti, delle amicizie, delle coincidenze, delle educazioni parallele, dei "gradi di separazione" che uniscono gli sforzi di ciascuno a quelli di tanti altri. E' soprattutto questo fondamento del suo lavoro a raggiungermi e commuovermi. Certo, se chi legge ha attraversato le situazioni descritte, incrociato le persone e sentito le voci, l'effetto è centuplicato, il libro diventa ipertesto, partita di squash nelle stanze della memoria.
Per dire: l'intervento di Helena Velena in Lumi di punk è lungo... soltanto venti pagine?! Con l'età sta imparando a contenersi! :-)
Per dire: davvero Onofrio Catacchio suonava negli Undernoise?
Per dire: sarebbe difficile sovrastimare l'impatto che ebbe su di me Lo spirito continua dei Negazione.
Per dire: io i Negazione li ho pure visti dal vivo (ma facevano già una specie di speed metal). E i Kina. E i Contropotere, se è per quello. Tutte e tre le band alla Sala Estense, Ferrara, tra '87 e '89. Dietro l'angolo, un passaggio di fase.
Appunto: in Lumi di punk molti descrivono la "Pantera" (le occupazioni universitarie dell'inverno 1990) come un momento di snodo e passaggio di consegne, di ripartenza. Cazzo, se mi ci ritrovo! I tre mesi di occupazione di Lettere e Filosofia a Bologna: uno degli eventi più importanti della mia vita. Diciannove anni, faccio appena in tempo a iscrivermi a Storia che, sbamm!, si decide di occupare (contro la Legge Ruberti sull'autonomia universitaria). Sono matricola, esami da dare non ne ho fino a maggio, mi butto anima e corpo nell'occupazione, mi sbatto, in tre mesi perdo quasi dieci chili. La comunanza è intensa, palpabile, conosco persone con cui lavorerò e condividerò esperienze di ogni tipo, per anni. In quei novanta giorni comincio a sperimentare, scrivo volantini, con altri invento giochi che oggi chiameremmo Alternate Reality Games (es. la ricerca collettiva di una misteriosa "Silvia Maltoni di Forlì", studentessa scomparsa la prima notte di occupazione*), faccio elaborati scherzi (ai media ma anche agli occupanti più seriosi), organizzo performances e coups informativi, m'impratichisco coi mezzi del centro-stampa occupato, con la "radio di facoltà" (in realtà un microfono + due casse fuori sul cornicione) e addirittura con la posta elettronica (me la fa conoscere Gian Paolo Papini detto "Gesù", che traffica coi VAX all'assemblea permanente di Astronomia).
Più di tre lustri dopo, quei tre mesi non hanno esaurito la spinta propulsiva. Mi rispecchio perfettamente nella frase del Duka a pag.63: "Una volta finito il movimento della Pantera molti degli attivisti, di qualsiasi fazione, stavano a rota... Perché la dipendenza non è solo causata dalle droghe, ma anche dalle situazioni... Così i centri sociali di colpo si sono riempiti [...]"
La stessa cosa la dice Zulù, a pag.81: "Dopo due mesi e mezzo l'occupazione finì ma noi non potevamo più tornare indietro, avevamo bisogno di un posto dove continuare le pratiche condivise, stare insieme il più possibile, inventarci le lotte, ognuno con il proprio ruolo [...]".
Questa è verità colata, andò davvero così, a Roma come a Bologna, a Napoli come a Torino. Sarebbe interessante narrare le vite parallele di quegli occupanti del '90. Una storia orale "alla Philopat" di chi in quei giorni iniziò a sperimentare, fare comunicazione, politica, musica, giornalismo, arte povera, whatever.
Ecco, il grosso merito di Lumi di punk (libro che è anche una mostra, ed è anche un convegno senza sede fissa né fine) è di far partire a scheggia tutte queste riflessioni, far uscire da buchi che non sapevi di avere sul corpo fiotti di coscienza, soffioni boraciferi di reminiscenze.
Certo, il libro è diseguale, intenzionalmente diseguale. Si sono rispettati tempi, linguaggi e volontà di tutti i collaboratori: chi aveva voglia di dire molto ha detto molto (a volte pure troppo), chi non se la sentiva ha detto poco (e ci lascia con la voglia di sapere di più), ma alla fine è un'unica narrazione, tornano gli stessi episodi da diversi punti di vista (come lo scambio delle borse in Jackie Brown), la luce colpisce Costretti a sanguinare e produce rifrazioni, c'è la discesa a Comiso, l'aneddoto del gatto... C'è Roberto dei Bloody Riot, un grande, una testimonianza che sul finale fa piangere di ammirazione (e ci regala una sacrosanta definizione a pag. 55, ultima riga). Preziosa anche la testimonianza di Giampi dei Kina, che racconta di come il punk gli abbia lasciato in eredità un metodo, un modo di rapportarsi agli altri e comunicare che oggi usa nel suo lavoro (insegna fisioterapia).
Il consiglio è: procuratevi entrambi i libri e leggeteli uno dopo l'altro, prima il romanzo poi la raccolta.
Dedicato a Bad Trip e alla Colonia di Mendrisio, che non esiste più dal gennaio 2004. [WM1]

* E uno di quelli che più animava il gioco oggi lavora al Goblin di Bologna. Coerente come una freccia che vola al bersaglio! :-)

Copertina Lager italianiMarco Rovelli, Lager italiani, BUR Rizzoli, pp.286, € 9,80

La prima cosa che mi ha colpito, leggendo Lager Italiani, è stata la qualità della scrittura.
Avevo notato il titolo in libreria, ma vista la collana, pensavo a un'inchiesta giornalistica sui Centri di Permanenza Temporanea: testimonianze dirette, approfondimenti, schede. Un genere di informazioni che, con una certa supponenza, ero convinto di avere, o di potermi procurare in abbondanza con l'aiuto di Mr Google.
Giorni dopo trovo il tempo di sfogliare e all'improvviso inciampo su volti, storie, voci, passioni. Una raccolta viva, dove il bisogno di raccontare, e la capacità di farlo, prendono il sopravvento sulla cronaca, l'indagine, la denuncia. Vicende che attraversano i CPT, ma senza dimenticare il prima e il dopo, sempre in bilico tra il germogliare di una speranza e l'incombere dell'assurdo.
Assurdità: è forse questa la parola chiave del lavoro di Marco Rovelli, la seconda sorpresa che mi ha riservato.
Chi conosce lo scandalo dei CPT, anche di sfuggita, tende a concentrarsi sui maltrattamenti, le violenze, l'aspetto carcerario delle strutture. Lager italiani, appunto. Quello che spesso sfugge, ma che non ha meno importanza, è invece l'assurdità del contorno, l'arbitrio sistematico di una legge di fatto inapplicabile, iniqua, incapace - pur nella sua mostruosità - di accordare a tutti lo stesso trattamento. Trascorrere in gabbia due mesi o cinque giorni, essere rimpatriati a forza o lasciati liberi sul ciglio di una strada, poter parlare con la propria famiglia o non avere diritto a una telefonata, essere in regola o clandestini: è il caso a decidere, il tiramento di culo, la lista d'attesa di un aereo, una frase di troppo. A ben guardare, un aspetto comune a molti ambiti della biopolitica italiana (basti pensare alle leggi sulle droghe).
Lager Italiani
ha dunque il merito di presentare la barbarie in modo inequivocabile, ma senza lasciarsene inghiottire. Senza diventare contenitore di resoconti, ma raccogliendo la sfida narrativa, per trasformarsi in racconto corale, letteratura civile, incubo che riguarda tutti, e non caso eccezionale, evento scellerato che colpisce una minoranza di poveretti.
Chiudere i CPT è necessario, ma non sufficiente.
Bisogna pretendere un mondo dove la parola clandestino suoni aliena quanto "razza ariana". [WM2]

Il blog dedicato a Lager italiani

Il blog di Marco Alderano Rovelli

Massimo Carlotto, La terra della mia anima, e/o, pp. 159, € 15,00

Inizio con una digressione. (?)
Lo scrittore Gianni Biondillo definisce "effetto IBS" quello che si determina quando un autore supera una certa "soglia", si tratti del volume di vendite, dell'attenzione da parte di pubblico e/o critici, dell'estendersi di una comunità intorno ai suoi libri o del "combinato disposto" di tutte queste cose. Quando ci si accorge che un autore è particolarmente seguito, rispettato e amato, ecco l'effetto IBS (dal nome della libreria on line che più ha scommesso sullo user-generated content, ossia le recensioni da parte dei lettori). Biondillo lo spiegava così, in un commento estemporaneo apparso sul blog Lipperatura:

Fateci caso: andate a vedere libri che hanno venduto molto in Italia, indifferentemente se di genere o non di genere, se di giovani o di vecchi, se di uomini o di donne, se di italiani o stranieri. Appena il libro in questione diventa un successo editoriale, nei commenti dei lettori su IBS scatta una vera e propria mutazione genetica. Dapprima si leggono solo commenti positivi, di lettori entusiasti, poi, d'improvviso entrano a gamba tesa i commenti negativissimi, non circostanziati, aggressivi, volgari. In Italia il successo scatena invidie terrificanti.

A ben vedere, non è un problema dell'Italia né di IBS: su Amazon - che pure ha più filtri a garantire la qualità del feedback - accade più o meno la stessa cosa, come spiegava John Sutherland sul Daily Telegraph del 19 novembre scorso. Sutherland fa notare che il bersaglio non sono soltanto gli autori famosi: chiunque può attirarsi antipatie per i motivi più svariati, e così cadere vittima del meccanismo. Ecco uno stralcio dell'articolo:

All'inizio di agosto è comparsa, tre settimane prima dell'uscita del libro, una "recensione' (si fa per dire) della biografia di Leonard Woolf scritta da Victoria Glendinning, postata da "Geena" su amazon.co.uk. Ciò accadeva molto prima che il libro fosse disponibile al pubblico, e prima che sui media apparissero recensioni. Eccola: "Ho appena ricevuto una copia promozionale di questo libro e sono rimasta molto delusa dalla povertà della scrittura e del lavoro di ricerca. La Glendinning scrive tra sfoghi d'entusiasmo, il che è già abbastanza sgradevole, ma fa anche un grande numero di errori, che qualunque lettore di Bloomsbury saprebbe individuare". Fine della recensione. Nessun chiarimento su quali siano gli "errori". Su quali basi, da sotto il suo nomignolo-mannaia, "Geena" fondi la sua stroncatura non ci è dato saperlo. Motivi personali? Impossibile capirlo. La sua è rimasta l'unica recensione sulla pagina fino all'uscita del libro, cosa che ha avvelenato il pozzo della Glendinning [...] Il Recensore Numero Uno di Amazon è Harriet Klausner (indicato come "vero nome"), specializzata in lunghe "recensioni" di narrativa, basate sul riassunto delle trame. Nel momento in cui scrivo, ha al suo attivo 12.535 recensioni. Nel momento in cui leggerete, ce ne saranno molte altre*. La signora Klausner "recensisce" fino a venti libri alla settimana. Tutte le settimane. Costei sta ai libri come una falciatrice sta all'erba.

Pure noi WM possiamo fare qualche esempio. Su Amazon un tale ha scritto di aver capito l'identità di "Q" nelle prime cento pagine del romanzo (cosa impossibile, per motivi che risulteranno ovvi a chiunque conosca il libro), e un altro ha scritto di aver abbandonato la lettura dopo il primo capitolo, sconvolto dall'incredibile numero di parolacce (nel primo capitolo non vi sono parolacce).
A creare "inquinamento segnico", più che gli insulti, sono proprio le stroncature arbitrarie, basate su tautologie, affermazioni indimostrabili o premesse false, sentenze di condanna senza esempi né motivazioni.
Esistono libri che navigano su un mare di rispetto e attenzione, sorretti e difesi dalla qualità che i lettori hanno saputo trovarvi e, se anche c'è un attacco "a gamba tesa", la moneta buona scaccia quella cattiva: un giudizio argomentato toglie impatto alla frasetta stizzita e lapidaria; più giudizi argomentati ne rovesciano l'effetto.
Tuttavia, se l'attacco viene condotto a libri appena usciti (sovente prima che chiunque abbia avuto il tempo materiale di leggerli) o a libri di esordienti, e il vetriolo è gettato in volto ad autori poco conosciuti pubblicati da piccoli editori, il risultato può essere devastante.
Così, se a nessuno frega niente che in calce alla scheda di Romanzo criminale compaiano occasionalmente stroncature immotivate come: "Ha grandi pretese, ma è un polpettone insopportabile. Da evitare", perché il libro di Giancarlo De Cataldo si presenta e difende da solo, un autore più debole può subire gravi danni da una condotta del genere**. Per dirla con Sutherland, è l'avvelenamento dei pozzi.
Da un po' di tempo IBS si è accorta del problema e ha cercato di mettere "filtri". In testa al modulo per i commenti si specifica che la redazione eliminerà "i commenti ingiuriosi, e a qualunque titolo offensivi nei confronti dell'autore e dell'opera", nonché le "stroncature immotivate". Auguri, non è un compito facile.
Ovviamente, mediatori e "guardiani della soglia" ne approfittano per denigrare la rete tout court, la comunicazione orizzontale, la creazione dal basso, le illusioni di una democrazia diretta nella cultura etc. "Ridateci la delega e affidatevi a noi, vi spiegheremo cosa pensate!" Come se commenti "negativissimi, non circostanziati, aggressivi, volgari" non si leggessero anche sui giornali, firmati da vecchi e giovani tromboni. Come se il malcostume di recensire libri senza leggerli non fosse diffuso anche tra gli accademici e i loro assistenti. Come se l'iscrizione a qualche Ordine o Albo fosse garanzia di qualcosa.
Alessio BoniVeniamo a Massimo Carlotto. Quest'autore si è sempre mosso con grande dignità e umanità. Libro dopo libro, ha guadagnato affetto e rispetto. Il passaparola tiene viva una comunità attenta, che fa riferimento a lui anche per campagne e mobilitazioni (si veda il sito ufficiale). Non tutti i suoi libri mi hanno convinto (ho trovato deludenti Il maestro di nodi e Nordest), ma altri (in realtà l'80% della sua produzione) mi hanno scosso, abbrancato e spinto in mezzo alla bufera: dall'autobiografico Il fuggiasco a Le irregolari (Buenos Aires Horror Tour), passando poi ad Arrivederci amore ciao ( mi è piaciuto anche il film di Soavi, con Alessio Boni al picco delle sue capacità attoriali e stranamente somigliante a un fratello malvagio di Guido Chiesa) e L'oscura immensità della morte. C'è chi accusa Carlotto di avere uno stile troppo scarno e piatto, di limitarsi a mettere le parole una in fila all'altra finché non arriva all'ultima riga; in realtà la sua è una voce unica in Italia, non somiglia a nessun'altra e te ne accorgi perché, terminata la lettura di un suo libro, ne senti l'eco per giorni.
Orbene, mi chiedo se Carlotto non stia pian piano raggiungendo la soglia di successo oltre la quale, secondo Biondillo, partirebbe l'Effetto IBS. Un libro arrivato alla Top 10 delle vendite (Nordest), traduzioni all'estero, due film tratti da suoi romanzi, un racconto nella fortunata antologia Crimini (da cui la RAI sta traendo una serie televisiva)...
Dopo l'ultima riga de La terra della mia anima, ho perlustrato la rete in cerca di commenti. Commenti sui libri di Carlotto in generale, non soltanto sull'ultimo. Su IBS, in mezzo a giudizi motivati e coinvolti (positivi o negativi che fossero), ho trovato perle tipo queste:

"La storia è si incalzante ma anche noiosa" [!]
"Tanto noir e così poca letteratura. Tutto un genere: le noir inutil".
"Ho letto tre romanzi di Carlotto e ormai mi sono fatta un'idea precisa. E' davvero un modesto artigiano della parola e nulla più".
"Uno scrittore decisamente sovrastimato, quando in realtà è ripetitivo, approssimativo e assai trasandato nella scrittura. Era il mio secondo tentativo con Carlotto, ma anche l'ultimo".
"Scrittura con poco respiro, sembra un diario di un alcolista che pur di non rinunciare al suo calvados ne costruisce un racconto. Superficiale, poco intrigante e coinvolgente. Che brutte le pagine sui ricordi del carcere, sciatte e affrettate".

Intendiamoci, è ancora robetta, per giunta occasionale, ma avverto quell'elettricità nell'aria, quello sfrigolìo a fior di pelle che precede le aggressioni in branco, il convergere sbavante dei gretti e degli invidiosi... Spero di sbagliarmi.
A proposito dell'ultimo libro, su IBS ho trovato questo commento (invero più articolato dei patetici one-liners riportati sopra):

Operazione esclusivamente commerciale: narra la storia di un delinquente, fallo sembrare un eroe e capovolgi la logica umana. E' un peccato che Carlotto sia scivolato in questo modo, perchè è un valido autore di noir, a cui è meglio che ritorni. Come stile è il solito suo, valido, ma far apparire edificante un personaggio che in fin dei conti è un farabutto e per di più fallito mi sembra una forzatura eccessiva e altamente diseducativa.

Beniamino Rossini, 1940-2006Stronzate dalla prima all'ultima sillaba.
Ben lungi dall'essere un'operazione "esclusivamente commerciale" (è anzi probabile che molti lettori di Carlotto, anche del "nocciolo duro", abbiano storto il naso), La terra della mia anima è un pegno, è il mantenimento di una promessa a un amico che muore. Carlotto ha assunto il ruolo di "scrittore residente" a cui accennava Peter Bichsel: l'uomo a cui ti rivolgi perché racconti una storia, la tua storia. O meglio, la sua, di Beniamino Rossini (nella foto), ex-contrabbandiere comunista ed ex-rapinatore cane sciolto, ex-compagno di carcere di Carlotto, amico che ha dato il nome a un personaggio del ciclo dell'Alligatore. Rossini, malato di tumore, si presenta a Cagliari e chiede, anzi, pretende che l'amico raccolga e scriva la sua storia. Carlotto esegue e ne ottiene un libro dolente, spezzato in diversi tronconi, spezzato come i cuori che vi palpitano dentro, tra le montagne al confine con la Svizzera e un Adriatico pieno di insidie, tra la Spagna della transizione post-franchista e la metropoli italiana con le sue angosce e le sue carceri.
"Diseducativo" questo libro? Nulla di più lontano dal vero. Io, che pure ho letto molto sull'Italia tra ricostruzione e boom economico, sono rimasto spiazzato dal modo in cui Rossini racconta quegli anni, da un punto di vista di margine e di frontiera eppure dentro tutte le contraddizioni dell'epoca, anche planetarie. E ho imparato (ri-imparato?) qualcosa di importante.
Spiazzante è, ad esempio, il modo in cui, seguendo le peripezie dei contrabbandieri dell'alta Lombardia, ti arriva potente la percezione di cosa sia stato il movimento comunista internazionale, di quale ingente investimento etico e sentimentale milioni di persone abbiano fatto sull'immagine e il progetto di una società senza classi. Spiazzante capire che in quell'angolino di mondo s'incrociavano tendenze globali decifrabili, leggibili da tutti i coinvolti. Da questo punto di vista, il contrabbando è un mestiere "privilegiato": ti mette a contatto diretto con le merci e la loro distribuzione, liberando quest'ultima da tutte le pastoie giuridiche, fiscali, insomma: "sovrastrutturali".
Su tutti i personaggi spicca il contrabbandiere eremita Enrico Barbun, comunista non inquadrato che nell'ottobre del '60 "mandò in malora un trasporto di sigarette per scendere in paese e guardare la prima puntata di Tribuna Politica nell'unico bar che possedeva un televisore. Uscì ridendo come un pazzo e gridando col suo accento tedesco: 'Teste di cazzo. Grandi, enormi, stupefacenti teste di cazzo!'".
"Eroe" il protagonista del libro? Altra idiozia. "Farabutto e per di più fallito". Forse è questo che non si perdona a Rossini: di non essere stato un vincente. Forse è per questo che, con tutti i libri pieni di killer fichissimi e gangster affascinanti, si definisce "diseducativo" proprio il memoriale di un umanissimo delinquente, fatto anche di smacchi e delusioni, cadute e lacerazioni.
La parte sul carcere, dove Carlotto stesso fa la sua comparsa, è trattata con molta delicatezza e discrezione. Discrezione giustificata e lodevole, ma forse eccessiva, poiché lascia con la voglia di saperne di più, molto di più.
Beniamino Rossini è morto il 7 maggio 2006. C'è nel libro una frase cruciale, una scheggia di testamento spirituale che davvero riempie il cuore, comunque la si pensi e in qualunque direzione si vada:

In questo preciso istante sono pervaso da una stanchezza indicibile, pessimo e chiaro segnale del progredire della malattia, e avverto la necessità di riconciliarmi. Non con la religione ma con la politica. Voglio morire comunista. E ribelle. Voglio tentare di andarmene pervaso da un senso di appartenenza. Forse è una furbizia per sentirmi meno solo, ma il desiderio è sincero e preferisco il cuore in tumulto e la testa piena di sogni alla rassegnazione e all'urgenza del pentimento.

Che si può dire dopo una frase del genere?
Solo ciò che già ha detto Gioacchino Toni concludendo la sua recensione su Carmilla.
Giù il cappello, fate il favore.
Giù il cappello. [WM1]


* 12.862 nel momento in cui chiudiamo Nandropausa. In 23 giorni ha "recensito" 327 libri!

copertina Gomorra** Per non dire della bile verde vomitata su Roberto Saviano e il suo Gomorra: da mesi Saviano è al centro di un cecchinaggio virtuale solo perché il suo libro vende bene. Il discorso sarebbe lungo: c'è sì la tradizionale invidia per chi si rivela non mediocre, ma avvertiamo qualcosa in più; quel che non si perdona a Saviano è l'avere disintermediato la conoscenza delle dinamiche di camorra, scrivendone con uno stile e un linguaggio diversi, divulgando, raccontando a un maggior numero di persone ciò che prima, fuori della Campania e talvolta anche dentro, era noto solo a pochi esperti (magistrati, funzionari DIA, cronisti) ed "esperti". Ovviamente sono questi ultimi, i virgolettati, a non gradire lo scavalcamento e a istigare la canea. Aggiungiamo il fatto che tra costoro vi sono scrittori frustrati e astiosi (tra le categorie meno lucide nel Paese, oltreché un vero cancro della Rete), gente che per avere il successo di Saviano si sarebbe baciata entrambi i gomiti: ora il quadro è completo.
Il catalogo delle grettezze e vigliaccate è molto ricco: "queste cose le sapevamo già tutti", "è solo un'operazione di marketing", "è un paraculo", "in realtà è un camorrista", "non è vero che è sotto scorta", "se pubblica per Mondadori che cazzo vuole", "adesso fanno il film quindi era tutto pianificato"... Tutto ciò mentre il bersaglio della polemica, a soli 28 anni, conduce una vita sotto protezione armata in una città non sua, da sorvegliato a vista. Anzi, il fatto che sia sotto scorta è considerato un'aggravante: "La scorta? Ma chi si crede di essere?"
Ha ragione Daniele Luttazzi: "L'Italia è un Paese così: se subisci un sopruso, non te lo perdonano".

L'amore al tempo dei mortiRobert Silverberg, L'amore al Tempo dei Morti, tradotto da M. Pittoni e C. Vannuccini, Fazi, pp.206, € 14,50

In realtà si tratta di due romanzi brevi, Born With The Dead e Going, usciti all'inizio dei '70. La traduzione è buona, l'accorpamento efficace: questo materiale rappresenta bene il clima della fantascienza di quegli anni, densa di preoccupazioni filosofiche ed escatologiche e decisamente influenzata dalla cultura psichedelica. Il tema ricorda il P.H. Dick di In Senso Inverso, solo che i morti viventi di Silverberg non devono la loro reviviscenza a una inversione della freccia del tempo, a un effetto non-entropico su scala universale, ma a una più modesta e tecnica applicazione della scienza dell'uomo. E' un romanzo che tratta della paura fondamentale, l'annichilimento, in maniera paradossale: il rapporto coi morti non è rituale, né sacrale, né intimo, in nessun modo demandato al ricordo. È qualcosa di sociale, di pubblico, perché i morti reviviscenti camminano tra noi. I loro occhi, che si sono soffermati sulla soglia dell'Eternità o del nulla, pongono problemi, interrogativi; anche se i reviviscenti tendono a stare tra di loro, ad elaborare una loro propria sottocultura, a isolarsi dalla vita. Li troviamo impegnati in un safari che vede come prede animali estinti riportati alla luce dalla genetica (quagga, megateri, colombi migratori), a sottrarsi al confronto con gli amanti di un tempo ancora vivi, a ritagliarsi spazi di "vivibilità" nei loro corpi rianimati soggetti a un decadimento lentissimo, praticamente eterni. Romanzo sull'ineludibilità della morte, sembra suggerirci una paura ancor più fondamentale: che la morte non sia davvero la fine. [WM5]

Vedi anche la recensione di Daniela Bandini su Carmilla.

Enrico Brizzi e Maurizio Manfredi, Bastogne, Baldini Castoldi Dalai, pp.206, € 22,00

copertina BastogneTrasformare un romanzo in fumetto non è molto diverso dal ricavarne un film. In un caso come nell'altro si parla di sceneggiatura, dialoghi, scene e inquadrature. Fare una graphic novel è senz'altro più economico, in compenso la strada è più incerta, i precedenti italiani si contano a memoria, il prodotto finale è considerato "di nicchia", specie se supera lo standard del classico albo a colori da una quarantina di tavole.
Per ognuna di queste ragioni ci vuole molto coraggio e determinazione per prendere un romanzo di dieci anni fa, lavorarci sopra otto stagioni filate, e tirare fuori un racconto a fumetti di 200 pagine, per di più in bianco e nero.
Enrico Brizzi e Maurizio Manfredi hanno avuto questo coraggio, ma non saremmo qui a ringraziarli se il risultato non fosse all'altezza della sfida.
Come accade spesso con i migliori film tratti da, la versione a fumetti di Bastogne, se possibile, è ancor più esplosiva del romanzo. Non un semplice regalo di Natale per gli affezionati di Ermanno Claypool e Cousin Jerry e nemmeno un gagliardetto ricordo per festeggiare il decennale della pubblicazione. Questa novella grafica è un'opera a sé stante, un edificio autonomo: chi non ha letto la versione per parole sole, ci si troverà forse ancor più comodo degli altri. In primo luogo, perché la sceneggiatura è stata fatta con saggezza, tagliando diversi passaggi, ma senza perdere il filo del racconto, il suo impatto, e soprattutto senza sacrificare alcune pagine in "voce off" - che sono tra le migliori del romanzo - a costo di fare una decina di tavole "troppo piene di testo" per i canoni aurei del fumetto, specie se scritte in un corsivo da quinta elementare.
Lettering
a parte, il lavoro di Manfredi è l'innesco della bomba. Un tratto meno febbrile, un montaggio più quadrato avrebbero bagnato le polveri. Invece i disegni e le inquadrature sparano fuochi d'artificio ad ogni giro di pagina. Decine di tavole a foglio intero, stracolme di particolari, sovrapposizioni, ritagli incollati su matite appiccicate su immagini di repertorio. Collage visivi che in un attimo fanno pensare a Paz, nume tutelare dell'intera impresa, dalla copertina in stile Frigidaire, alla dedica, alla scritta FINE.
Qualcuno vorrà senz'altro dire che Manfredi copia Pazienza, che lo segue pedissequo, senza sbattersi per trovare il suo stile. Tanto per cominciare: mica facile copiare uno dei più grandi fumettari del nostro paese. Come dire che un trombettista sembra troppo Miles Davis. Magari. In tutta sincerità, credo che le patrie nuvole abbiano proprio bisogno di qualcuno abbastanza umile - e abbastanza ambizioso - da imitare i grandi degli anni '80 (periodo storico che, non va dimenticato, fornisce l'ambientazione alla stessa vicenda).
Per il resto, c'è il romanzo di Enrico. Un lavoro che ha spaccato in due i fan di Jack Frusciante e che alcuni si sono affrettati a definire "furbo", un'Arancia Meccanica striminzita, scritta per cavalcare la moda cannibale del momento. Costoro farebbero bene a rileggere oggi. Il romanzo è cattivo davvero, sferzante, senza un solo compromesso politically correct, a costo di inimicarsi l'intero universo femminile. Lontano molte miglia dal Brizzi odierno, pieno di cose che lui stesso non riscriverebbe, ha il pregio di continuare a bruciare, immune all'evaporazione del suo alcol, alle mode che passano, al gusto dei cannibali e dei vegani. [WM2]

Leonard Gardner, Fat City, tradotto da Stefano Tummolini, Fazi, pp.187, €16,00

copertina Fat CityCome spettacolo sportivo, la boxe non riesce a piacermi. La maggior parte degli incontri che ho visto era di una noia mortale, divertenti quanto uno zero a zero per chi non ne capisce di calcio. A parte questo, riconosco nel pugilato una forza evocativa superiore a quella di altri sport. Forse è grazie alla sua semplicità archetipica - picchiarsi finché l'altro non va giù - fatto sta che i migliori film di genere atletico hanno a che fare coi guantoni (se si escludono Ogni Maledetta Domenica, Momenti di gloria e L'allenatore nel pallone).
E' molto difficile raccontare di calcio senza fare un racconto sul calcio, qualcosa che riscaldi chi non è appassionato. Le storie di futbol narrate da Soriano sono magia pura, musica per le orecchie, ma già mia madre, che di calcio se ne frega, le legge con un certo distacco, percepisce il pathos ma non lo condivide, non riesce a rintracciarlo dentro di sé. Invece Million Dollar Baby è un film dirompente, un diretto al mento che colpisce qualunque spettatore, me compreso.
La noble art sembra essere in contatto diretto col nocciolo dell'esperienza umana, con il corpo e la rabbia, la fatica e il successo, la sconfitta e la rivalità, il sesso e la morte. Un pugile steso sul ring col naso che butta sangue e un altro a braccia alzate, gli occhi pesti e  la faccia gonfia, sono un'immagine ben più diretta e potente che un tabellone elettronico con su scritto 3-0.
Così Fat City, per il lettore che non ama ganci e riprese, non parla di boxe più di quanto non parli della raccolta di pomodori in California. Non a caso il titolo fa riferimento a una città, che è il Paese dei Balocchi, ma è anche Stockton, vera e propria protagonista del romanzo, fatta di alberghi squallidi, disoccupazione, ettari su ettari di campi coltivati. Fat City (come Città Amara, il grande film di John Houston tratto dal libro di Gardner) è una storia di loser, sempre sul punto di arrendersi, ma mai fino in fondo, quasi che l'ambizione fosse una fame chimica, impossibile da saziare, sempre più grande del loro stomaco. Non c'è ascesa e caduta: i protagonisti di questa storia non sono mai stati davvero grandi, al massimo sul punto di; per loro la boxe è sempre rimasta una promessa, troppo ingombrante per incastrarla nella vita, tra mogli, figli, affitti, alcol, lavori di fatica per sbarcare il lunario. E' molto difficile scrivere di aspirazioni tradite, sfighe, piccoli sotterfugi, squallore, desideri e voglie di piccolo cabotaggio, ma comunque eccessive per chi non riesce a sbrogliare il groviglio dell'esistenza. Gardner ci riesce, senza mai un eccesso, niente retorica, abilità degna di Steinbeck. Una scrittura illuminata per raccontare il lato oscuro delle strade, delle case, del ring e dell'anima. Descrizioni nitide come fotografie, spietate come un KO, leggere come Alì quando balla intorno all'avversario, un attimo prima di stenderlo. Mai una luce, mai un momento di respiro, il domani che incalza, mentre ogni dettaglio, anche l'immondizia e la nebbia, si trasforma in destino.
Un grande romanzo sulla precarietà del vivere e della speranza, con il caporalato come agenzia interinale, una stanza d'albergo come singola a cinquecento euro, e il ring come occupazione ideale, non meno spietata di tutto il resto, che anche quando l'assaggi, non ha mai il sapore che ti aspettavi. [WM2]
Se vuoi ordinare Tishomingo Blues
Tishomingo Blues


Se vuoi ordinare Mr Paradise
Mr Paradise
(Postfazione di WM1)




Leggi la postfazione
di Wu Ming 1

(attenzione: moderata quantità di spoiler)
Se vuoi ordinare Cat Chaser
Cat Chaser


Se vuoi ordinare Il grande salto, traduzione di Luca Conti
Il grande salto


Se vuoi ordinare Hot Kid
Hot Kid



SE SUONA "SCRITTO", LO RISCRIVO
La sfida di Elmore Leonard ai traduttori italiani

di Wu Ming 1
Intervento pubblicato sul catalogo del Noir in Festival Courmayeur 2006. E sono riuscito a non usare mai la criptica espressione "discorso libero indiretto"! :-)


Per tradurre Elmore Leonard in italiano è necessario essere buoni ascoltatori. Bisogna amare la conversazione, la storia viva che serpeggia tra le teste nelle piazze, i capannelli di pensionati che bisticciano in dialetto, le pause caffè nei corridoi, i pranzi estivi dai parenti di campagna, i bar aperti prima dell'alba, i viaggi in auto su e giù per la Penisola, le rare occasioni in cui nello scompartimento dell'Intercity Notte nessuno vuole dormire.
Avere "orecchio assoluto", senso musicale per la lingua che si parla intorno.
Il lavoro cognitivo necessario a capire e rendere lo stile di Leonard si basa sulla capacità di distinguere suoni, timbri, toni, accenti, armonie, dissonanze, metriche nascoste. Devi impadronirti della musica, individuarne la struttura, adattarne la partitura ed eseguirla con tutt'altri strumenti. Forzare i limiti della lingua italiana, ma senza darlo a vedere, perché "se suona 'scritto', lo riscrivo"*.

In italiano non esiste un corrispettivo del registro utilizzato da Leonard nei suoi romanzi. Di primo acchito, sembra il tipico registro medio della genre fiction. In realtà è un registro doppio, ambiguo, oscillante, che passa dal dialogo diretto iperrealistico a un flusso di coscienza in terza persona, sovente ellittico e/o intricato, la cui derivazione sperimentale e modernista è abilmente dissimulata.
Per il traduttore italiano sono due ordini di difficoltà, due sfide. Procediamo con ordine, partendo dalla prima.

§§§

Nell'italiano letterario la connotazione "popolare" e "di strada" si ottiene ricorrendo a slang locali, regionalismi, substrati dialettali.
E' una conseguenza della storia politico-amministrativa del nostro Paese, storia fatta di confini, pedaggi e guerricciole tra principati, ducati, repubblichette, statini e staterelli.
A sua volta, quella storia deriva dalla conformazione orografica della Penisola: viviamo su una striscia di terra lunga e smilza su cui s'affollano montagne, colline, gole, vallate piene di nebbia, fiumi dai complicati estuari, paludi bonificate appena ieri, lagune, isole, isolette, in una successione di climi che va dal gelido al subtropicale. Tutto ciò che poteva favorire il divergere della lingua parlata, il Diavolo ce l'ha concesso in abbondanza.
Da quando Manzoni sciacquò in Arno i suoi panni lombardi, la costruzione dell'italiano come lingua comune è proceduta a tappe forzate. L'unità nazionale, le trincee della Grande Guerra, la radio, l'Italianità fascista, la televisione, le migrazioni interne... L'offensiva contro i dialetti è stata violentissima, in ogni parte d'Italia si fanno sempre meno stretti, si imbastardiscono, recedono, scompaiono. A Bologna città soltanto i vecchi parlano petroniano.
Eppure, siamo ancora ben lontani dal parlare ovunque allo stesso modo, soprattutto sui registri bassi e medio-bassi: parliamo tutti italiano ma gli slang sono molto diversi, le differenze sono già marcate da una città all'altra, l'italiano popolare che si parla a Bologna ("Ho chiamato il fontaniere perché si è munito il water. Quando suona, dagli il tiro!") risulta incomprensibile nella vicinissima Firenze. In mezzo c'è l'Appennino.
Eccolo qui, il dilemma del traduttore di Leonard. Da qualche anno si stanno dividendo il lavoro soprattutto il Sottoscritto e Luca Conti. Per rendere l'autenticità che tutti riconoscono ai dialoghi di Leonard, ambedue cerchiamo di tendere l'orecchio alle voci che entrano dalla finestra, che sentiamo in latteria, che ci parlano al telefono. Il punto è: le voci che sento io a Bologna e quelle che sente Luca a Firenze non parlano affatto la stessa lingua. Non sul registro basso.
Quando leggo le traduzioni di Luca, me ne rendo conto subito. In Hot Kid, a un certo punto, c'è una favolosa "N.d.T." composta di una sola parola: "Merdaiolo".
In quel particolare romanzo, l'uso di un sound toscaneggiante come "rammendo invisibile" è perfettamente consono: Hot Kid si svolge nell'Oklahoma degli anni Trenta, in un contesto rurale urbanizzato a macchie di leopardo, tra miniere e scioperi. Il toscano è perfetto, perché ha una connotazione di selva e campagna, di piccoli borghi e industrializzazione intermittente, di cave e miniere, di scioperi.
Non ci sono metropoli, in Toscana. Per questo i toscanismi striderebbero in un romanzo ambientato, chessò, a New York. Con tutto il rispetto, Henry Miller che dice "bischero" e "potta" proprio non mi convince.
Occorre dunque attingere alla fonte locale, ma senza esagerare, perché si rischiano il ridicolo, l'invadenza del traduttore e lo spostamento dell'attenzione da Detroit a Pietralata, da Miami a Casalecchio, dall'Oklahoma a Poggibonsi.

Ho già scritto altrove** di quanto sia necessario ricorrere a ellissi, anacoluti e nessi sintattici precari per riprodurre in italiano l'effetto di realtà tipico dei dialoghi di Leonard. Questo mi permette di passare direttamente alla seconda sfida.

§§§

Leonard è ostile all'io narrante, scrive usando la terza persona, ma non c'è un narratore esterno, men che meno "onnisciente". Il punto di vista è sempre quello del personaggio che agisce.

If I write in scenes and always from the point of view of a particular character—the one whose view best brings the scene to life—I'm able to concentrate on the voices of the characters telling you who they are and how they feel about what they see and what's going on, and I'm nowhere in sight. ***

"I'm nowhere in sight". Niente intrusioni, l'autore/narratore svanisce (e già questo suona strano in Italia, dove l'Autore è spesso invadente e sovrano della lingua per diritto divino). Nessun ammiccamento, nessuna informazione calata dall'alto. Nei flussi di coscienza, l'assenza dell'io narrante preclude la via del "rispecchiamento" psicanalizzante tra voce dell'autore e "monologo interiore" del personaggio. Per fare un esempio a caso, ecco come in Mr Paradise (2004) Leonard ci presenta il primissimo incontro tra i due protagonisti, Frank Delsa e Kelly Barr, dal punto di vista di quest'ultima (traduzione mia):

Poco dopo entrò un poliziotto in divisa che le chiese se stava bene. Lei non disse niente, restò sulla sedia rivolta alla finestra, lui in piedi, un po' chino su di lei, faccia da vigile urbano, alito di tabacco. Sul vetro, i riflessi di entrambi. Lui domandò se aveva visto cos'era successo. Lei capì cosa voleva dire ma rispose di no. Lui disse che non intendeva se l'aveva visto succedere, allora lei rispose che sì, aveva visto i corpi sul divanetto. Poi affondò la testa nel bavero rialzato del soprabito color cannella. Lui chiese se era venuta insieme all'altra. Lei non disse niente. Come si chiamava? Non rispose. Non doveva cambiarsi d'abito né lavarsi la faccia e le mani. Doveva lasciare la luce accesa e la porta aperta. Poi l'uomo se ne andò, ma in corridoio rimase solo un altro agente in divisa, una donna nera. ****

Leonard è "nowhere in sight", siamo nella mente di Kelly eppure, al contempo, fuori di essa. A descriverci il suo flusso di coscienza non è lei stessa, ma nemmeno un narratore esterno. Chi dice "lui" e "lei" nei romanzi di Leonard?
Fitzgerald diceva: "Il personaggio è l'azione, l'azione è il personaggio". A proposito di passaggi come questo, noi potremmo dire: "Il narratore è l'azione, l'azione è il narratore".

L'italiano letterario è plasmato da tutt'altra storia e tradizione, e oggi ristagna nella riproposta farsesca dei suoi tratti peggiori: invadenza della voce dell'autore, narratori onniscientissimi oppure io narranti asfittici e "rispecchiamenti" a profusione, ostentazione della scelta sperimentale etc. Il trombonismo di molti scrittori italici (anche relativamente giovani) trova nella discrezione leonardiana la sua antimateria. Un registro che si finge medio, una prosa che dissimula le scelte estreme che la fondano, un autore che si sottrae... Siamo poco abituati a scelte del genere, e così corriamo il rischio di non cogliere la struttura della prosa di Leonard, di non risalire alle sue scelte, di non capire gli stratagemmi a cui ricorre.
E' un bel problema: dissimulazione e scomparsa dell'autore devono funzionare nei confronti del lettore, che così può godersi il libro senza avere tra le palle chi l'ha scritto e in testa il pensiero della sua bravura... Ma un traduttore deve saper rintracciare l'autore anche quando si nasconde. Deve andarlo a cercare nei coni d'ombra della sua prosa. Deve interrogarlo a distanza sulle decisioni che ha preso, le scorciatoie che ha imboccato, le trappole che ha escogitato. Soltanto così potrà renderne lo stile nella nuova lingua. Se il traduttore scambia il registro duplice di Leonard per registro medio, darà di quella prosa una versione sciatta e impacciata.

§§§

Alla scena di cui sopra, in Mr Paradise, segue un lunghissimo flash-back (nove pagine, nell'edizione Einaudi), che Leonard – come sempre - mantiene al passato semplice e che in italiano, a rigore, andrebbe reso al trapassato prossimo. Solo che: 1) nove pagine al trapassato sarebbero pesantissime, illeggibili; 2) è giusto tentare di riprodurre l'effetto di "schiacciamento" temporale ottenuto da Leonard in inglese (sono eventi accaduti poco più di un'ora prima), quindi l'ho tenuto al passato remoto.
Tuttavia, nel caso di flash-back di eventi più distanti nel tempo, come uno scontro a fuoco avvenuto anni prima, il passato remoto avrebbe prodotto confusione. Da qui la necessità di usare ogni sorta di espediente per evitare il passato remoto, al contempo limitando il ricorso al trapassato prossimo.

Delsa aveva estratto la Glock, aveva fatto scorrere il carrello. Portiera sbattuta, luce spenta, il tizio di nuovo in mezzo al parcheggio ma stavolta con un fucile a pompa, che aveva caricato con quel suono secco mentre Delsa alzava la Glock, prendeva la mira come gli avevano insegnato e sparava al tizio in pieno petto, sicuro di sé, fucile a pompa sbalzato in aria e tizio che cadeva a terra. Delsa aveva puntato la Glock sull'altro, che rovistava nella borsa di Maureen e tirava fuori la calibro 40, Delsa aveva fatto centro, caduto anche lui.*****

I participi passati usati quasi come ablativi assoluti ("portiera sbattuta, luce spenta", "fucile sbalzato in aria", "caduto anche lui"), gli imperfetti ("rovistava nella borsa di Maureen e tirava fuori") e la frase senza verbo ("il tizio di nuovo in mezzo al parcheggio") danno alla scena un aspetto****** difficile da definire, perché alcune azioni sono descritte come già compiute, mentre altre sono ancora in corso. Percepiamo sospensione e simultaneità, è come se la scena fosse al rallentatore ma ogni tanto, per brevi lampi, tornasse a velocità normale.
Questa non è la tipica prosa piana e semplice da romanzo poliziesco. Una manciata di righe contiene una notevole quantità di soluzioni sperimentali. Tutte nascoste, o quasi.

§§§

Esistono illustri eccezioni, ma in genere il traduttore è sottovalutato, sottopagato, sottopressione, sottopeso dal punto di vista contrattuale. Soprattutto, non è considerato per quel che, a tutti gli effetti, è: non soltanto un co-autore, ma un "ri-autore". Suo compito è reinventare, "rendere" uno stile, una lingua, un alternarsi di tonalità emotive. E' un traghettatore, uno sherpa, una guida indiana, colui o colei che "porta attraverso": prende in consegna una storia e la accompagna da un mondo a un altro, aprendosi sentieri, guadando fiumi, soffrendo di vertigini su ponti di corda smangiucchiati dalle tarme. Durante il viaggio, non deve mai scordare che una storia non è un oggetto inanimato, la metti in una cassa o in un sacco e non te ne preoccupi più. No, una storia vive di vita propria, è un soggetto attivo e intelligente, prende parte all'esperienza del viaggio, si impone, dà suggerimenti al traghettatore su come superare le rapide e cambia, si arricchisce, giunge alla meta trasformata, in simbiosi e comunione col suo sherpa/traduttore. Tradurre, se si ha la fortuna di farlo in condizioni ottimali, è un viaggio iniziatico denso di meraviglia. Ogni volta ti stupisci di quanto si possa chiedere alle parole, di quanta tensione possa sopportare una frase, mentre procedi verso quella piccola palingenesi che è la consegna all'editore.
Raccontandovi di alcune prove da superare lungo il cammino, spero di avervi trasmesso un po' di quella meraviglia, di quello stupore.

Bologna, Novembre 2006

Note

* Elmore Leonard's Ten Rules of Writing
* * Postfazione a: Elmore Leonard, Mr Paradise, Einaudi Stile Libero, 2005
* * * Elmore Leonard's Ten Rules of Writing, cit.
* * * * Questa la versione originale: "The cop in uniform who came in moments later asked if she was all right. She didn't answer. He stood leaning over her in the chair she'd turned to the window, his traffic-cop face close, tobacco on his breath, his reflection above hers on the glass. He asked if she had seen what happened. She understood what he meant but said no. He said he didn't mean did she see it happen. She said yes, she saw them in the chair. She put her head down in the turned-up collar of her cinnamon coat. He asked if she had come with the other girl. She didn't answer. He asked her name. She didn't answer. He told her not to change her clothes or wash her face and hands. He told her to keep the light on and the door open. He left, but another uniformed cop, a black woman, reamined in the hall".
* * * * * Questa la versione originale: "Delsa pulled his Glock and racked the slide. The light in the cab went off as the door slammed and the guy was in the aisle again with a shotgun, pumping it with that ratchety sound as Delsa raised his Glock and took aim the way he was taught and shot the guy in the chest, sure of it, the shotgun going off at the sky as the guy dropped to the pavement. Delsa put the Glock on the other guy shoving his hand in Maureen's bag, the hand coming out of the bag with her .40 caliber and shot him dead center and he went down."
* * * * * * In linguistica, si definisce "aspetto" il "modo di considerare l'azione indicata da un verbo a seconda che sia vista nel suo cominciare o perdurare, o in un suo momento, o nell'essere ormai completata." (Dal Dizionario De Mauro della lingua italiana)

Un ringraziamento ad Alberto Facchinetti del blog Comitato Gigi Meroni.


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