Warraghiyagey - Immagine di Claudio MadellaGiap #6, VIIIa serie - Creare nuovi mondi - 15 gennaio 2007

00. Preambolo: Manituana, marzo 2007
01. Omaggio alle biblioteche: libri, pugnalate e fichi secchi [WM]
02. Create nuovi mondi e nutrirete il cervello [WM2]
03. La particella Mu nella parola "comunismo" [WM]
04. Metà al fascio, metà al duce (intervengono Valerio Evangelisti e Carlo Loiodice)
05. Schedina al Bar Aurora. Un nuovo mp3 della Compagnia Fantasma
06. A proposito di 54: nuova pagina e scritte sui muri
07. feedback dei lettori: iPod, riprendiamoci gli spazi, recensioni on line
08. The Old New Thing. Un'antologia di free jazz curata da WM1
09. Farewell, farewell. Un saluto a Casa Logic



PREAMBOLO: MANITUANA

Nella giornata di oggi, quindici gennaio 2007;
nella giornata di oggi, 78esimo compleanno di Martin Luther King;
nella giornata di oggi, 165esimo anniversario della nascita di Paul Lafargue;
nella giornata di oggi, 88esimo anniversario dell'uccisione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht...
Nella giornata di oggi noialtri, nel nostro piccolo un po' intimoriti da cotante ricorrenze, spediremo all'editore le ultime bozze - le terze - di Manituana.
Si conclude un lavoro sul testo cominciato più di tre anni fa.

La copertina è già scelta (realizzata da Andrea Alberti, che tra le altre cose è pure co-autore di link questa celebre immagine), l'uscita è prevista nei dintorni del 20 marzo 2007.
Ora ci dedicheremo - insieme ad Andrea e agli altri di link Chia Lab, coi quali già realizzammo il sito di Lavorare con lentezza - al progetto MANITUANA.COM, che andrà on line a metà febbraio, si spera.

Giunti a questo punto, che possiamo dire? Speriamo che il romanzo (non "l'oggetto narrativo": questo è un romanzo-romanzo) vi piaccia, ti piaccia, speriamo che emozioni e faccia pensare. Se questo accadrà, continueremo a esplorare il Settecento e l'Atlantico, secolo e oceano pieni di storie nascoste.

Nel frattempo, prosegue l'interazione dei lettori coi "racconti d'avvicinamento" (o "laterali", o "apripista", o "prolegomeni") nati durante la stesura di Manituana. Stavolta tocca a Claudio Madella di Milano, che ai tempi conoscevamo come "Claudietto del Bulk" (perché c'era anche un "Claudione").
Claudio, già illustratore del "romanzo totale" link
La potenza di Eymerich, ci ha spedito un'immagine ispirata al quarto racconto, Warraghiyagey. La vedi in alto a destra, clicca per ingrandirla.
Il quinto racconto di avvicinamento verrà messo sul sito agli inizi di marzo.

Ah, quasi dimenticavamo: se nei pressi del 20 marzo prevedi di trovarti bloccato in un territorio privo di buone librerie, Manituana puoi già prenotarlo qui, adesso, e a momento debito te lo spediranno, foss'anche ad Alberlungo o Valcesura. Al momento, la data d'uscita indicata è sbagliata (c'è scritto "27 maggio"), ma vedrai che la correggono.


LIBRI, PUGNALATE E FICHI SECCHI

[L'estate scorsa l'link Associazione Italiana Biblioteche ci ha chiesto un contributo per la sua agenda 2007. Noi ne abbiamo approfittato per pagare un debito e rendere un omaggio.]

Hrundi V. Bakshi
In questi anni abbiamo incontrato i lettori in tante biblioteche, in lungo e in largo per l'Italia. Biblioteche di urbe o di contado, di montagna o di pianura, comunali, provinciali, universitarie, burosauriche o ultramoderne, illuminatissime o tetre, incassate nella terra e ingrugnite o idealmente svettanti in cielo, iperuraniche, corbusieriane. Molte gestite e curate da persone che si sbattono e fanno i miracoli, le idiomatiche "nozze coi fichi secchi".
Frequentiamo biblioteche ed emeroteche anche per lavoro, nella fase della ricerca storica che precede la stesura dei romanzi. Q non avrebbe visto la luce senza la Biblioteca "Giuseppe Dossetti" di Bologna, e 54 non lo avremmo scritto senza i microfilm d'epoca dell'Archiginnasio.
Abbiamo aderito alla battaglia dei bibliotecari contro il prestito a pagamento, e ci siamo presi a cuore il problema, tanto da avervi dedicato alcune righe sopra il colophon dei nostri libri.
Uno di noi ha addirittura link lavorato in una biblioteca per diversi anni.

Di contro, abbiamo causato problemi e grattacapi ai bibliotecari. Senza volerlo. Come Peter Sellers/Hrundi V. Bakshi all'inizio di Hollywood Party, volevamo soltanto allacciare le scarpe, ma abbiamo appoggiato il piede su un detonatore e le identità autoriali sono ESPLOSE: "Luther Blissett", "Luther Blissett Project", "Wu Ming", "Wu Ming 2", "Wu Ming 5", "Wu Ming N + 1", e come la cataloghiamo 'sta roba? Che ci scrivo nella scheda? Ne è scaturito link un dibattito transnazionale.

Seguiamo con vivo interesse (e talvolta animiamo con interventi nostri) la discussione sulla digitalizzazione dei testi, sul presente e il futuro dell'oggetto-libro e della proprietà intellettuale. Discussione che avrà conseguenze sulla forma-biblioteca. Quel che è certo, la biblioteca non muore. Si evolve. Lo sta già facendo.
Al libro-su-carta si affiancano nuove modalità/esperienze del pubblicare e del leggere (e-book, audiolibro, blog, blook, booktrailer, videogame ispirati al libro ecc.), in quella che il mediologo Henry Jenkins chiama la "cultura della convergenza" e della "narrazione transmediale".
Ebbene, non solo le biblioteche sono predisposte a integrare le vecchie modalità con le nuove, a situarsi all'incrocio di più esperienze di fruizione culturale, ma in realtà sono pioniere di tale convergenza, vivono già in quel mondo. Da tempo la biblioteca è sede di tante cose, non soltanto di libri, scaffali e tavoli. Le nostre biblioteche sono multifunzionali, spesso sono anche ludoteche, discoteche con sale d'ascolto, circoli culturali, centri civici, sedi di corsi e seminari di vario genere, internet point, sedi di mostre, punti di riferimento per il volontariato, università popolari, scuole serali ecc.
Tutto ciò, non dimentichiamolo, coi "fichi secchi".

Il futuro della biblioteca è in questo presente. Dentro e intorno all'istituzione vive una rete di relazioni, di attività dal basso (di quartiere, di gruppi di amici, di gruppi di affinità) e attitudini do-it-yourself che fanno respirare quelle stanze, le aprono al mondo, alla vita delle persone.
Di recente, per polemizzare con noi e contrapporci ad altri che per scrivere i loro libri mettono in gioco la vita e "rischiano di prendersi le coltellate", non si è trovato di meglio che accusarci di "andare [tutt'al più] in biblioteca". Ma certo che noi andiamo anche in biblioteca! Quest'idea della biblioteca come luogo avulso dal mondo è vecchia, roba da Sonnino che riceve Giolitti nella biblioteca di casa sua (la più grande collezione privata dell'epoca dopo quella di Croce). Possibile che si sia ancora fermi a quest'immaginario accademico e muffito? La biblioteca oggi è un centro polivalente, un luogo del mondo, per nulla staccato dalle vicissitudini della comunità che la circonda. Certo, raramente in biblioteca si rischia la pugnalata, come il protagonista di Insomnia di Stephen King. La vita la si rischia subito fuori: sulle strisce pedonali, in auto, in treno.

I ricordi delle nostre visite alle biblioteche italiane sono vividi. Quasi sempre abbiamo trovato calore, affetto, efficienza non fine a sé stessa, e siamo ripartiti fiduciosi nell'umano: c'è ancora e sempre qualcuno che si impegna, che si sforza, che si figura un ruolo attivo del sapere. Sentiamo di non avere ringraziato abbastanza chi ci ha regalato quei momenti, ci piacerebbe ricordare tutte le presentazioni, tutte le bibliotecarie e i bibliotecari, tutti gli aneddoti, e quella volta che a Villacidro, e madonna che signora biblioteca hanno a Cologno Monzese!, e l'iniziativa a Rastignano, e quando a Livorno sbagliarono a scrivere il comunicato-stampa, e Torre Pellice, e Racconigi, e Mestrino, e Novellara, Casalecchio di Reno...

Non è possibile, ovviamente... ma un pezzo per l'agenda dell'AIB è un accettabile surrogato.
Consideratelo una cartolina, un biglietto d'auguri di buon lavoro.


CREATE NUOVI MONDI, NUTRIRETE IL CERVELLO

di Wu Ming 2, apparso su L'Unità del 13 gennaio 2007

Tutto quello che fa male ti fa beneIn link un recente articolo pubblicato su queste pagine, Wu Ming 1 ha fatto riferimento all'ultimo saggio di Steven Johnson, link Tutto quello che fa male ti fa bene (Mondadori, Strade Blu, 2006). La tesi fondamentale di questo libro è che la cultura pop, negli ultimi trent'anni, abbia nutrito i cervelli con una dieta così portentosa da produrre un aumento costante delle nostre capacità cognitive e dei nostri Quozienti di Intelligenza. L'esatto opposto dell'opinione comune: televisione e videogiochi sono l'oppio dei popoli, la società di massa tende ad appiattire l'encefalogramma degli individui, se un prodotto culturale si rivolge al grande pubblico dev'essere per forza stupido, piatto, livellato al ribasso pur di accontentare il volgo.  
A ben guardare, prima ancora dell'ipotesi, a essere inedita è la premessa metodologica dell'intero libro: mettiamo da parte il contenuto, dice Johnson. Il punto non è se Lost sia di destra o di sinistra, arte o spazzatura. Può anche darsi che i prodotti della cultura di massa siano ormai un inferno di immoralità e abiezione, in qualsiasi settore; di certo, sono sempre più complessi e diversi, ricchi di sfide per la mente, capaci di sviluppare il nostro desiderio innato di risolvere problemi (e non di narcotizzare i neuroni con un ambiente privo di stimoli). In una parola: intelligenti.
Tutto questo non dipende dallo spirito filantropico di chi produce e vende intrattenimento. Il fatto è che una serie televisiva, un film, un videogioco o un reality incassano di più se hanno trame intricate e spiazzanti, se stimolano discussioni, pongono interrogativi, lasciano spazio all'interpretazione e alla curiosità. Johnson suggerisce che due siano i principali motori di questa corsa al rialzo: i videoregistratori e la comunità dei fan.
Trent'anni fa il principio guida di un canale televisivo era minimizzare il dubbio, non suscitare obiezioni, imbastire una programmazione innocua. Nessuno spettatore aveva la possibilità di rivedere una puntata del suo telefilm preferito. Perdere un episodio di Spazio 1999 era come perdere la partita di calcio: entrambi erano eventi unici e irripetibili. Oggi, al contrario, è tutto un ripetere. I canali a pagamento ripropongono le serie a ciclo continuo. Se la trama di Lost sfida il mio cervello come un labirinto, è perché ovunque mi volti trovo gomitoli di filo d'Arianna: posso registrare le puntate e rivedere i passaggi più oscuri, comprare il cofanetto della serie, scaricarla dalla Rete, dare un'occhiata ai forum di discussione dedicati e trovare risposta ai miei interrogativi. In un'era di riproducibilità diffusa, minimizzare il dubbio non è più la strategia vincente. Servono storie che meritino di essere raccontate più di una volta e dunque largo alla complessità, alle sottotrame, ai buchi e ai rimandi incrociati. Largo ai dubbi che si possono colmare schiacciando rewind. Largo ai film che non si possono capire se ti perdi un fotogramma: Hollywood fa più soldi con i DVD che con i biglietti staccati al cinema.  
Il secondo fattore che spinge l'intrattenimento verso strutture narrative sempre più articolate sarebbe, secondo Johnson, l'invadenza del pubblico, la richiesta pressante di poter interagire con i prodotti culturali, di essere consumatori partecipi e non solo passivi.
Quando Pac Man invase le sale giochi del pianeta, ci volle tempo perché i giocatori più inveterati scoprissero che ogni livello del gioco poteva essere completato in pochi secondi, seguendo percorsi fissi attraverso i labirinti di fantasmini e caramelle. Questa conoscenza rimase inaccessibile ai più, che continuarono ad affrontare lo schermo armati solo di occhi, riflessi e dita. Oggi, quelle stesse istruzioni sarebbero on-line pochi giorni dopo il lancio del gioco (se non prima) e chiunque potrebbe consultarle senza problemi e mandarle a memoria in un paio d'ore. Prendete invece un grande successo di questi anni come Grand Theft Auto. Anche di quello esiste una “guida”, gratuita e scaricabile. Sono 53000 parole una di fila all'altra, più di 160 pagine di testo, e anche così non riesce ad essere inopinabile, definitiva. Le discussioni tra fanatici continuano, le sorprese non mancano, e intanto escono capitoli del gioco nuovi e aggiornati. Ragionamenti molto simili sono validi in tutti i settori dell'intrattenimento: ragazzini di nazionalità diverse che ogni giorno pubblicano in Rete la cronaca di Hogwarts, tutta interna al mondo di Harry Potter; registi in erba che girano il loro episodio di Guerre Stellari e lo diffondono su YouTube o Google Video; squadre di esegeti che cercano di ricostruire l'albero genealogico di The Sopranos; Convergence Culturesmanettoni che modificano il codice di un videogame con Lara Croft per far girare alla protagonista una clip sexy...E tutto è lì, a un clic dal tuo mouse, e sotto la lente d'ingrandimento di Henry Jenkins, il professore del MIT che lo scorso anno ha pubblicato link Convergence Culture (New York University Press, 2006), il libro più affascinante che mi sia capitato di leggere sui processi culturali del nostro tempo.  
Jenkins esplora con metodo una nuova frontiera dove il potere dei media e quello dei consumatori interagiscono in maniera sorprendente e la creatività popolare influenza e modifica quella delle grandi corporation. In questo territorio ibrido i due elementi indicati da Johnson - massimizzare il piacere della reiterazione, stimolare la partecipazione attiva - si fondono in un unico programma: la creazione di mondi, un espediente narrativo noto fin dai tempi di Omero e dell'epica greca. Storie che non ci si stancava mai di riascoltare e che invogliavano a immaginare altre storie, deviazioni, avventure eroiche di personaggi secondari. Storie che plasmavano un'intera comunità, e non soltanto per i valori che trasmettevano e garantivano.  
Entrare in un mondo nuovo, capirne le regole, reagire, andare più in profondità, confrontarsi con altri esploratori: è questa l'essenza di molti videogiochi (e il motivo per cui non sono attività di ottenebramento cerebrale, ma anzi palestre di problem solving, fantasia e intelligenza emotiva). E' anche l'essenza di grandi successi di cassetta come Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Guerre Stellari e di molte serie televisive, da Star Trek ai Simpsons.  
La differenza con i poemi omerici, fa notare Jenkins, sta nelle capacità transmediali degli odierni narratori e architetti di universi. L'epopea di Matrix, per fare un esempio, è spalmata su diversi supporti: ci sono tre film, diversi videogiochi, una serie a fumetti e cartoni animati, senza contare le innumerevoli produzioni dei fan, impossibili da catalogare, ma che senza dubbio riempiono gli ambiti lasciati vuoti dai fratelli Wachowski: teatro, letteratura, abbigliamento e quant'altro.
Caratteristica fondamentale di questo nuovo modo di raccontare (che Jenkins chiama transmedia storytelling) è che le diverse storie risultino intrecciate, non sovrapponibili e indipendenti tra loro. L'adattamento di un romanzo ad uso del cinema non rientra nella casistica. Non si tratta di riproporre lo stesso intreccio con linguaggi diversi ma di usare linguaggi diversi per comporre frammenti autonomi di un unico intreccio. Per farla breve, chi acquista il fumetto non deve aver bisogno del film per portare a termine la lettura; tuttavia, nel caso veda il film, gli saranno più chiari tutta una serie di rimandi altrimenti incomprensibili e questo arricchirà la sua conoscenza di quel determinato mondo.
Ora ecco il punto: un narratore, un regista, uno scrittore può reagire in due modi diversi al quadro tracciato fin qui. Può considerarlo marketing, cassetta degli attrezzi per fidelizzare il cliente e costruire macchine da incasso, e scegliere o meno di tenerne conto, a seconda di quanto ritenga importante il successo e il denaro rispetto alla sua produzione.
Dall'altra parte, può pensare che la complessità dell'intreccio, l'abbondanza di personaggi e relazioni sociali, il coinvolgimento del pubblico, la costruzione di un mondo e il trasmedia storytelling siano una parte importante di quel che intendiamo per "raccontare storie" nel Ventunesimo secolo. Su questa base, ancora una volta, potrà decidere di intraprendere quel percorso o di restare un narratore, un regista, uno scrittore classico, stile Novecento.
Fatto salvo il rispetto per tutte le opzioni, sono convinto che oggi, in Italia, ci sia bisogno di una generazione di narratori pronta a sperimentare questi strumenti come utensili per plasmare storie, e non solo per venderle.  
Com'è successo dieci anni fa con gli scrittori di genere, che in qualche modo hanno raccolto e vinto la sfida della complessità, immagino che le patrie lettere possano vivere un nuovo scarto, una nuova stagione, se molti autori si impegneranno a scrivere storie che anche altri possano abitare: professionisti, fan, fumettari, cineasti, grafici e teatranti. Scrittori capaci non solo di battere le dita su una tastiera, ma di coinvolgere altri in una narrazione aperta, espansa, che stimoli le sinapsi e le comunità di lettori.
Ma di questo, come ci insegna Desperate Housewives, parleremo meglio alla prossima puntata.


LA PARTICELLA "MU" NELLA PAROLA "COMUNISMO"

[Attenzione: questo testo prosegue in un link, se vuoi stamparlo integralmente link
clicca qui]

Il linguista Giovanni Semerano, 1913-2005All'inizio del 2006 ricevemmo un invito da Oltremanica, dai curatori del libro link Make Everything New: A Project on Communism. Nello specifico, ci era richiesto di scrivere un articolo sull'alquanto demodée parola "comunismo". Prendemmo il suggerimento alla lettera e ci concentrammo sulla parola, le sue sillabe, le sue lettere. Ne ascoltammo il suono. Distillammo tutto ciò che sapevamo di etimologia per produrre un denso, compattissimo saggetto su quelle che crediamo essere le più remote origini del vocabolo. Andammo a ritroso fino al 2500 a.C. e rinvenimmo l'ur-sillaba che giace sotto tutti gli strati della "parola C". Quella sillaba altro non è che la parola accadica per "acqua". Il testo inizia così:

Insomma, volete che vi spediamo un contributo sul comunismo.
Non su un qualunque gruppo di persone che si definiscono "comunisti".
Non su stati-nazione da operetta come il Laos o la Corea del Nord.
No, voi vi riferite proprio al nucleo concettuale del comunismo. Volete che scaviamo e tocchiamo le radici.
Grazie a comunisti e anticomunisti, oggi il comunismo sembra essere il tema più datato, impopolare e bistrattato. Il termine stesso è malfamato, adulterato, ridicolizzato, schiodato via dal discorso pubblico.
E' tempo di tornare a occuparsene.


E link prosegue qui. Oppure link qui.


FEEDBACK: METÀ AL FASCIO, METÀ AL DUCE

Il destinatario del faceto messaggioDel racconto apparso su Giap [link#5, VIIIa serie] a firma del lettore Michele, circa un farmacista di Bergamo che cagò la notte davanti alla Casa del Fascio, io conosco una versione differente.
E' ambientata a Castel San Pietro (BO) e ha per protagonista un personaggio misterioso. Questi caga davanti alla Casa del Fascio è scrive: "Qui la faccio, e qui la lascio, per il duce e per il fascio".
I fascisti, allarmati, fanno illuminare a giorno la strada. La mattina dopo trovano altra cacca e un altro cartello: "Qui la faccio, con la luce, per il fascio e per il duce".
Questo per completezza storica... :-)))
Ciao!
Valerio Evangelisti

Salve,
se mi permettete aggiungo qualcosa agli aneddoti antifascisti raccontati nell'ultima newsletter.
Ho suonato per diversi anni con Cesare Malservisi, un anticonvenzionale cantautore bolognese oggi scomparso e che andrebbe riscoperto in qualche modo.
Durante le sue performances l'antifascismo era assolutamente contestuale.
Una canzone, intitolata "Al dentifrézi" (il dentifricio), cantava dell'esperienza di un bambino in colonia durante il ventennio. Le ampollose canzoni dell'epoca a contrasto con la genuinità di un animo in formazione.
"Colonnello non voglio pane / dammi piombo pel mio moschetto / c'è la sabbia del mio sacchetto / che per oggi mi basterà... Sé, èter che sabbia, l'è mèi un bel panén!". (Altro che sabbia, è meglio un bel panino...)
Questo avveniva cantando e spero di farvi sentire un giorno queste cose registrate alla meglio.
Ma eccovi qualche cosa raccontata.
Intanto l'episodio che nella newsletter è dato come avvenuto a Bergamo. Nel dire di Cesare è avvenuto a Corticella.
Uguale la prima parte: Il tizio che defeca e lascia il messaggio: "Qui la faccio e qui la lascio, metà al duce e metà al fascio".
E continua: ma vista l'impossibilità di scoprire l'autore, qualcuno decise di eliminare l'illuminazione dal luogo. Allora l'anonimo, contando sul fatto che la scritta si sarebbe vista comunque la mattina dopo, modificò il distico: "Qui la faccio senza luce, niente al fascio e tutta al duce".
Poi Cesare raccontava due storielle ambientate al Roncati, mitico manicomio di Bologna sito al n. 90 di via S.Isaia.
Il duce va in visita alla struttura. Naturalmente i pazienti più problematici sono stati isolati e gli altri sono stati ben istruiti ad applaudire. All'arrivo del duce, tutti applaudono tranne uno che se ne sta in un angolo. Un tale del seguito lo avvicina e gli fa: "E tu perché non applaudi?"
Risposta: "Me an san brisa mat; a san l'infermìr!" (non sono mica matto, sono l'infermiere).
Stesso ambiente.
Mussolini, sempre in visita, avvicina un paziente.
"Mi riconosci?"
Il paziente rimane perplesso.
"Ma come! Sono Benito Mussolini, quello che ha fatto grande la patria, ha ricostruito l'impero, ha dato un nuovo orgoglio agli italiani!"
E il paziente: "Tranquillo, non ti agitare. Sai? All'inizio ero così anch'io, ma poi, con le cure..."

Questa invece non mi viene da Cesare, ma non mi ricordo più da chi. Sta di fatto che mi è rimasta scolpita nella memoria e non la posseggo nemmeno per iscritto.
Poesia, di anonimo bolognese.

Se il giorno in cui fu concepito il duce
Rosa, colta da divina luce,
avesse offerto al fabbro predappiano
anziché la natura, il deretano,
lo avrebbe preso in culo quella sera,
ma solo lei; non l'Italia intera.

Il fatto poi che si chiamassero tutte Rosa le mamme di Mussolini, Craxi e Berlusconi è un indizio da non trascurare a favore dell'esistenza di Dio, che di lassù qualche segno ogni tanto ce lo manda. Però non ne sono certo.
Carlo Loiodice


SCHEDINA AL BAR AURORA

Sei forte papÓIl 15 dicembre scorso, all'interno della trasmissione "Via Emilia Night" in onda su Radio 2 e diretta da Marino Bartoletti e Giorgio Comaschi, la Compagnia Fantasma (ormai veterana delle riduzioni sceniche di nostri racconti e romanzi) si è esibita in una pillola da 54, ossia un adattamento del cap. 26 della prima parte (Bologna, Bar Aurora, 12 marzo). Qualche giorno fa lo abbiamo proposto nel podcast, ora lo segnaliamo a tutti gli iscritti a Giap. link Qui mp3 a 192k, link qui mp3 a 64k.
Curiosità: sul sito della Compagnia Fantasma ci sono le foto dell'evento. Mentre Bergonzi e Giovannucci leggono, sullo sfondo il compagno Gianni Morandi accorda la chitarra. Mentre Bergonzi e Giovannucci si preparano, sullo sfondo il compagno Gianni Morandi si esibisce. Bene, se c'è una persona che da ragazzo ha bazzicato i vari e veri Bar Aurora dell'Emilia d'antan, quello è proprio Morandi. Riportiamo un significativo botta-e-risposta da link un'intervista di qualche anno fa:

Che libri hai letto da bambino?
Il Capitale di Karl Marx.

Ma quanti anni avevi?
No, non è stata una mia scelta infantile... mio padre me lo leggeva a voce alta. Sembra una follia, ma è la pura verità. Ma non si è limitato al Capitale, poi è passato a Un passo avanti, due passi indietro di Lenin, alla Storia del Partito Comunista Bolscevico di Stalin, alle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci, e ha completato le mie letture infantili con il Che fare? di Lenin...

E da adolescente? I libri scelti da te e non da papà?
Mio padre mi ha condizionato anche nell'adolescenza, e anch'io ho continuato su quella linea.



A PROPOSITO DI 54: NUOVA PAGINA E SCRITTE SUI MURI

Abbiamo aggiornato e ristrutturato link la pagina del sito dedicata alla collaborazione tra noi, gli Yo Yo Mundi, l'amico e collega Stefano Tassinari e il fotografo Dario Berveglieri (1961-2004), a suo tempo concretizzatasi in una lettura scenica, link un album per I Dischi del Manifesto e uno spettacolo teatrale vero e proprio. A distanza di anni quell'incontro tra band continua a tener vivo un mondo di rimandi, omaggi, reticoli di senso. Musicando e cantando le frasi che precedono il prologo di 54 ("Non c'è nessun dopoguerra" etc.), gli YYM hanno arricchito quelle parole, le hanno rese più pregnanti e importanti. Per questo finiscono sui muri, com'è capitato a Savona. Armato di macchina fotografica, Stefano Miraglia ha documentato l'apparizione di "Non c'è nessun dopoguerra" su un muro di Piazza dei Brandale, nei pressi del porto. L'immagine si trova nella pagina YYM/54.


FEEDBACK: iPOD, RIPRENDIAMOCI GLI SPAZI, RECENSIONI ON LINE

iPod video, una fantastica inesperienzaOttima idea rendere disponibili le vostre opere in formato iPod-compatibile.
Faccio settimanalmente il pendolare tra Londra e Milano e da quando posso leggervi su iPod evito di contoncermi nell'impresa di aprire il PC nell'angusto spazio tra me ed il sedile di fronte. Schiena e gambe ringraziano.
Ora torno a leggervi, ci vediamo lì.
Claudio

Ciao WM, vi scrivo per dirvi ste cazzate e fare qualche commento in ordine sparso sull'link articolo di WM 1 uscito su carmilla domenica su fascisti e chi li produce.
Il discorso nei media riguardo ai fascisti ha subito una evoluzione, siamo passati dalla demonizzazione al silenzio alla quasi adulazione, non solo dei paciocconi e simpatici fascisti di un tempo che vediamo nelle fiction, ma anche di quelli moderni: ricordo una puntata di Lucignolo di un paio di anni fa dove il capo di una cricca di bonehead veniva intervistato, parlando di sé e del fatto che veniva menato dalle zecche perchè era skinhead e per i suoi ideali alternativi. Oddio, vengono ancora redarguiti se allo stadio cercano di menare le forze dell'ordine, ma questi ragazzotti non sono poi così male per i nostri media: hanno degli "ideali", non si drogano, sono ferventi cristiani, non sono extracomunitari, insomma sono i preferiti dalle mamme italiane.
Penso che i motivi che portano una persona a essere nazista siano vari, ma principalmente è perché l' idea di uomo, di vir, di mascolinità che c'è nella nostra sociètà *è* fascista, i "veri uomini", gli uomini che non devono chiedere mai, gli uomini tutti d'un pezzo (di merda) sono e si comportano da fascisti nelle loro relazioni con l'altro, con le donne, con i diversi etc etc, e tutti quei meccanismi di affermazione di sé attraverso la negazione dell'altro che ben conosciamo, ed è chiaro che chi ha delle carenze - anche fisiche - di masconilità può sentire la necessità di rinvigorire il proprio ego atteggiandosi a + duro di tutti .
Poi i fascisti hanno il predominio culturale in fasce di immaginario che un tempo + di nicchia ma oggi di largo consumo, come arti marziali, sport e cultura fisica, fantasy e giochi di ruolo. Questo anche per colpa di una certa cultura di sinistra (alzi la mano chi nn ha sentito la fatidica frase: "ti stai fascistizzando", detta da un amico di sinistra politicamente corretto xchè fai pesi/arti marziali/ascolti metal/leggi Tolkien), per questo mi tocca leggere pistolotti fascisti nelle prefazioni di ogni dannatissimo libro che parli di Tolkien e trovare su forum di arti marziali perle del calibro di questa: "Vi ricordo che per le nostre città marocchini , albanesi e napoletani (apparte quelli che scrivono in questo forum e nn rompono i coglioni ) girano a branchi quindi saper lottare a terra non ha molto senso"
Penso che per sconfiggere il fascismo dobbiamo ridefinire la nostra cultura riguardo a cosa è un uomo e cosa è una donna e riguardo alla libertà di ciascuno di essere come vuole .
Riprendere gli spazi usurpati dai fascisti, combattendo le loro cazzate e il loro razzismo.
Grazie di Tutto e scusate per il disturbo
Ciao, Mario

Mi sa che è la prima volta che vi scrivo ('sticazzi, non ce li metti?). Interessasse a qualcuno. Come siete bravi, come siete belli, complimenti per la trasmissione. È educazione, poi pare brutto non farli.
Vabbe', scrivo perché link nel vostro ultimo nandropausa avete tirato fuori una circostanza che da tempo mi fa riflettere, quella che [Gianni Biondillo ha] chiamato con estrema sintesi e lungimiranza "l'effetto IBS".
Tralasciamo i critici professionisti da venti recensioni al giorno, quelli so' assimilabili a chi scopa tutta la notte ogni notte o a quelli che la trota era de venticinque chili e peccato che m'ha magnato pure la canna.
Il flusso delle recensioni, per qualità e quantità, effettivamente è molto vicino a quello che indicate. Prendasi un autore di culto, che so, un Hrabal o un Pamuk pre nobel (sto a di' du' nomi, due qualsiasi), ma pure autori poco conosciuti. Primi giudizi da carbonari, da accolita di passaparolisti, da compagnucci di merende. E anche questo, a mio giudizio, spesso è fuorviante. Ma accade. Un libro te lo consiglia l'amico per il quale nutri grande stima? Inizi a leggerlo con grande trepidazione? Sei già predisposto al capolavoro? Bene, nella stragrande maggioranza dei casi propenderai per il giudizio di chi te l'aveva presentato. Che bello, facciamo un club. Anzi, facciamoci i pompini a vicenda (citofonare Mr. Winston Wolf).
Occhio. Prima cosa è difficile che leggerai qualcosa che ti hanno presentato come una cagata mostruosa (ma magari interverrai per dare il tuo giudizio, è tuo fratello che è figlio unico, non tu), seconda cosa, il costante, progressivo, inarrestabile moto a luogo, una transumanza volontaria più che una deriva incontrollabile, che ci dirige verso la completa perdita della qualità e delle capacità, oggettive e soggettive, di riconoscerla quand'anche essa vi fosse, ci fa allineare, spesso, al giudizio di partenza. Hanno detto che è bellissimo, magari non l'ho capito. Sicuramente è bellissimo. Tiè, 5 palle perché sennò s'abbassa la media.
Poi ci sono quelli per cui qualsiasi linea, fosse anche di codice, scritta dal tizio-caio-sempronio di turno, debba essere meritevole di Oscar. Non del Nobel o del Pulitzer, o del Pen Faulkner, no, dell'Oscar. Sono quelli che Io non leggo mai perché non ho tempo, ma il Vespa non me lo faccio mai sfuggire, durante l'anno (generalmente poi bissano con Forattini ma è andato forte pure il sudoku, negli ultimi tempi). 5 palle, pure a lui, of course.
Comunque, dopo questa prima sessione di commenti (riconoscibile anche dalla cronologia, non tutti insieme, un po' alla volta, si capisce che i lettori non sono molti), arriva la seconda, che secondo me riesce forse a mediare con gli stucchevoli inizi. Mi rendo conto che ci sono persone alle quali quei titoli possano non piacere, spesso non stroncano il titolo, magari di palle ne danno tre, o forse due. Però, nei loro commenti, comprendi che di libri ne hanno letti, magari ti fanno un paragone, oppure ti citano un esempio illuminante, insomma, puoi essere in disaccordo con loro, ma capisci che è un giudizio ponderato ed espresso da un punto di vista obiettivo. Poi, oh, mica è detto che abbia ragione tu, potrebbero avercela loro.
Il problema arriva dopo, quando il titolo è finito sulla bocca di tutti, nelle classifiche, nelle televisioni. Allora si scatena la guerra.
E qui la situazione si ingarbuglia secondo me in maniera un po' più articolata di quanto voi non esprimiate nel vostro pezzo. Certo, basta leggere i commenti, con gente che ti rifila una palla solo per dire che il libro è uno schifo che non leggerà mai. Cazzo scrivi, allora? Anzi, perché hai fatto tutti 'sti clic per arrivare qui a rompere i maroni? Solo per dire che Saviano (del quale non ho letto il libro) è un cornuto che deve essere sparato perché Napoli non è quella che dice lui? Napoli è pizza-mandolino-lun'ammarechiaro. E basta.
Ma quello, c'è venuto per scrivere contro Saviano, oppure per scrivere contro chi scrive pro-Saviano? È un fenomeno di trollismo qualunque? Oppure è la solita italica necessità di dover andare contro qualcuno (non solo Saviano ma pure i suoi lettori) perché sicuramente avremmo scritto di meglio o letto di meglio? "Quel libro è una merda" significa anche dire che coloro ai quali è piaciuto sono delle merde, del resto.
Quindi rosicamento nei confronti di chi l'ha scritto (perché lo è stato, perché vende e, porcozzio, perché piace pure, je veniss'un corpo) e contemporaneamente necessità di creare la fazione avversa, perché non capite un cazzo.
Ah, e la cosa diventa più articolata con i commenti politici. Siete comunisti? Libro di merda, al rogo. Fasci? Tutti appesi per gli indici (sarebbe per gli alluci, ma i libri hanno gli indici... Lo so', è 'na cazzata). Quindi proliferare di finte recensioni per poter dare addosso al solo fatto di essere diverso.
Dicono che tutti gli italiani hanno un libro nel cassetto, o che tutti vorrebbero fare gli scrittori. Minchia, è vero, pure io. Però almeno io mi rendo conto che non so scrivere, non so argomentare, non so come costruire una storia e, soprattutto, non ho mai un cazzo da dire che qualcun altro non sia in grado di farlo meglio (come questa mail, del resto). E poi, del resto, io volevo pure fa il pornoattore, ma m'ha detto mica bene in termini di quantità, niente più della media, che facevo? Il passivo nei film gay?
Poi con il tempo capisci che di monnezza c'è n'è in giro, basta imparare a regolarti, trovi i filoni che più t'aggradano, i generi e/o gli scrittori che per un motivo ti piacciono, ti capita il libro bello, ti capita il libro brutto. E, a volte, capita pure che lo scrittore che amavi faccia un libro che non capisci, non ami, non comprendi, una ciofeca. Ma anche qui ci sarebbe da discriminare, magari l'hai letto in un momento poco adatto. O magari non era nelle tue corde. Carlotto lo leggo da anni. Mi regalarono Il fuggiasco, appena uscito. Poi sono venuti gli altri. Mi piace. Qualcuno di più, qualcuno di meno. Ma se chiedono a mia moglie, probabilmente anche per lei io non è che sia sempre al top, quando ci accoppiamo. Non sempre tutto fila liscio.
No, adesso è il momento di dare addosso a Carlotto (in realtà è già da un po'), a 'sto libro fatto perché obbligato, a 'sta marchetta, come qualcuno ha detto. Non lo so, non posso giudicarlo, non l'ho letto e credo non lo farò mai, per cui rimarrà un punto interrogativo (no, non voglio leggere le pagine di Rossini sapendo che non c'è più, è il personaggio a cui tutti siamo più legati, credo). Mi domando però chi cazzo so' 'ste persone che nella loro vita marchette non ne hanno fatte mai (posto, e non credo proprio per quel poco che conosco di Carlotto, che quella sia una marchetta).
No, so' tutti splendidi, liberi pensatori, cittadini del mondo, gente che siccome ha letto quattro libri in croce è diventata predicatore pe' corrispondenza.
Io la odio, l'ugc di ibs.
Vabbe', 'sta mail non serviva a una mazza, solo a farmi sfogare un po'.
Scusate, non disturbo più.
Un abbraccio,
Ivan Federico

[WM1] A parte il fondo di pessimismo antropologico, il tuo è un contributo intrigante.
Secondo me esageri nell'attribuire potere condizionatorio al passaparola positivo. Il consiglio di un amico o di una persona di cui mi fido può convincermi a fruire di un'opera (un libro, un film, una canzone), ma l'effetto finisce lì, dopo son tutti cazzi miei, mi ritrovo a tu per tu con l'opera e, se la fruizione mi procura un'esperienza sgradevole, nulla convincerà il mio cervello e le mie viscere che, al contrario, si stanno divertendo un mondo... a parte forse un mix di cocaina e ossido di diazoto, ma terrei come riferimento un fruitore sobrio e pulito.
Se un film mi annoia e mi fa desiderare di uscire dalla sala, se un libro mi provoca sbadigli ippopotamici, se una canzone mi scartavetra le nervature intorno ai testicoli, beh, la prossima volta avrò un po' meno fiducia in chi me li ha consigliati. Il passaparola funziona così. Certo, quando l'amico mi chiede se l'opera mi è piaciuta io posso pure mentire per non deluderlo, per quieto vivere, per non passare da ignorante... ma non porterò certo la simulazione al punto di recarmi su IBS e lasciare una recensione entusiastica (per giunta anonima o quasi)!
In parole povere: se un lettore disinteressato dà quattro o cinque stelle a un libro, vuol dire che lo ha apprezzato davvero. Dubito che lo faccia per conformismo. Il problema è che molti si fanno prendere dall'entusiasmo e si limitano a incensare senza approfondire. Oggettivamente, dire che un libro è "bellissimo" o "grandioso" non serve a nessuno: non è un consiglio utile ad altri lettori, che magari vorrebbero anche sapere perché Tizio lo ha trovato bellissimo; non è nemmeno un feedback utile all'autore, che di certo preferirebbe un commento più articolato.
Diverso il discorso per quel che riguarda gli stroncatori accaniti, i troll delle recensioni. E' capitato a tutti noi di dare giudizi lapidari e sottoargomentati, ma ad alcune persone non "capita" e basta, lo fanno in modo sistematico, certuni ne fanno quasi una ragione di vita. Come fai giustamente notare: perché impegnarsi a dire che un libro è una merda e il suo autore uno stronzo? Perché perdere tempo a deturpare lo spazio commenti in calce alla scheda di un libro? Perché sfogarsi contro un autore inseguendone la produzione su IBS e sputtanando l'opportunità di lasciare un parere sensato? Perché fingere di aver letto un libro e scriverne male per partito preso? Perché attirare l'attenzione del mondo sul fatto che ti sta sui maroni uno che nemmeno conosci?
Questo atteggiamento è parte del "lato oscuro" dell'interattività.
Ad ogni modo leggilo, l'ultimo di Carlotto. Se hai amato il personaggio-Rossini, non puoi non sapere dell'uomo che lo ha ispirato.


THE OLD NEW THING

The Old New ThingA febbraio arriverà nei negozi di dischi l'antologia The Old New Thing, doppio cd + libro, sorta di sampler/remix del free jazz più radicale di quarant'anni fa, quello pubblicato dall'etichetta ESP, con artisti come Sun Ra, Albert Ayler, Ornette Coleman, Giuseppi Logan, Milford Graves, Marzette Watts, Sunny Murray, Charles Tyler etc. - un'ora e mezza di musica e frammenti sonori da discorsi di Malcolm X, Martin Luther King Jr., Fred Hampton e vari militanti del movimento per i diritti civili. Prefazione di Pino Saulo di Radio 3, saggio introduttivo (e scelta delle musiche) di Wu Ming 1, produzione e missaggio a cura dei Pankow. Abraxas/ESP. Tutti i testi sono in doppia versione italiana e inglese.
Ecco uno stralcio dal saggio introduttivo:

Musica che i detrattori definivano "inarticolata" e "dilettantesca" (nell'accezione peggiore), era in realtà strutturata, lo fece notare Georges Perec, lo scrisse qualcun altro a proposito dell'ultimo Coltrane, forse nelle note di copertina di link New Thing at Newport: "struttura su struttura su struttura".
Il free jazz non era innovazione sospesa nel vuoto: si reggeva sulla tradizione musicale nera, dai piedi partivano radici e si piantavano in un terriccio pieno di humus. E' questo l'aspetto più interessante: un rapporto non "tradizionalistico" con la tradizione. Sfida che vale anche oggi, anzi: serve forse più che mai un approccio che non riproponga la tradizione tale e quale ma al tempo stesso non sia completamente arbitrario, non veda la tradizione come un ipermercato in cui entrare e, attirati dal colpo d'occhio, prendere merci a casaccio dagli scaffali, come accade all'Iperconad della world music. Un artista come Albert Ayler, apparentemente anarcoide e iconoclasta, rispettava la tradizione, citava il bandismo di strada e le orchestrine da bordello, ma ben lungi da pedissequi ricalchi, tipici invece del revivalismo dixieland. Inoltre, la musica di Ayler aveva una dimensione spirituale, eredità diretta del battismo nero.
Un altro aspetto del free, in apparenza "di rottura", veniva dalla tradizione: il suo essere "riottoso", conflittuale. Nella cultura afroamericana, e nel jazz in particolare, c'è sempre stata identità tra suonare e resistere, tra improvvisare e lottare. La "differenza nera", la "doppia coscienza" (essere americani e africani) ha dato vita a una musica piena di nuances, di sottintesi eversivi, di messaggi cifrati incomprensibili al bianco, Chuck, lo honky, the man. Come ha scritto Ben Sidran: "Se il nero era coinvolto nella musica nera, era coinvolto nella rivoluzione nera. La musica nera è di per sé rivoluzionaria, se non altro perché mantiene un orientamento non-occidentale nei campi della percezione e della comunicazione" (Black Talk, 1971).


FAREWELL, FAREWELL. CHIUDE CASA LOGIC

L'unica volta che abbiamo fatto una presentazione in una casa privata fu a Casa Logic, leggendario appartamento sito in via Oberdan a Bologna, luogo di centomila party, spazio di un inquilinato vibratile e cangiante "a metà tra la fectori di Endi Uorol e la Fabbrica del programma di Prodi" (è la descrizione che c'è linksul loro blog). Per qualche tempo ci hanno vissuto anche le persone che si celano dietro l'ostico nome link0100101110101101.org (adesso vivono tra Mauritania e Honduras).
Oggidì, Bologna la gretta s'immerge e s'immerda in una laguna nera di asocialità, in giro s'inala un'atmosfera muffa e stolta, di morte clinica e noia all'ultimo sangue. Persino Casa Logic ha avuto lo sfratto. Uno spazio in meno, un trofeo in più sul caminetto del club dei padroni/predoni. Una prece, un saluto, non fiori ma opere di bene. Sul blog, una cronaca day-by-day del macabro evento. Farewell, farewell.