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classe operaia

Nuove scritture working class: nel nome del pane e delle rose

Un’immagine dal graphic novel Ferriera di Pia Valentinis.

di Alberto Prunetti *

Primo antefatto. Respira e intona il mantra: «Class is not cool»

Un libro racconta la storia di un educatore precario, figlio di un operaio di una fonderia. Padre e figlio si incontrano a parlare il sabato pomeriggio allo stadio. Come viene descritto quel romanzo inglese in Italia? Come un libro sul calcio. Ma in realtà quel romanzo è un racconto sulla classe operaia. Sulla working class inglese, che notoriamente attorno alla birra, al pub e al football aveva costruito elementi di convivialità e socialità. Dopo la fabbrica, ovviamente, ma quella era già stata smantellata. Così in Italia si adotta come un libro sul calcio quello che invece è un romanzo che racconta una classe sociale. La working class inglese.

Guai infatti a parlare di classe operaia. Ripetere tre volte il mantra ad alta voce: la classe operaia non esiste – la classe operaia non esiste – la classe operaia non esiste. Poi comprare su una piattaforma on line una penna usb assemblata in una fabbrica cinese e chiedersi quante decine di mani operaie toccano quel singolo oggetto da Shanghai a Piacenza. Prosegui la lettura ›

I denti di #Farinetti e il sorriso di Marta Fana – di Alberto Prunetti

Farinetti e Marta

di Alberto Prunetti

Non guardo quasi mai la televisione e ci ho messo almeno un giorno per vedere il finto duello, con colpi telefonati, tra Porro e Farinetti, con l’irruzione – questa vera e tagliente – di Marta Fana, ricercatrice di economia a Scienze politiche a Parigi, che affonda accuse al padrone di Eataly. Accuse già comparse su libri, articoli e volantini sindacali, ma che nessuno aveva avuto il coraggio di scagliargli contro in diretta televisiva: sottomansionamenti, formazione pagata dai fondi europei e altre furbate a tutele decrescenti.

Com’è andata potete vederlo qui sotto. Porro ha dovuto ammettere che in realtà di fronte a una critica vera tocca prendere le parti di Farinetti mentre la conduttrice dava l’impressione di voler arginare un torrente che rifiutava di stare nelle briglie di contenimento. Prosegui la lettura ›

Un feticcio di «working class», ovvero: il mito razzista dei «proletari che votano Trump»

Donald Trump a pugno chiuso

[Chi ripete la narrazione tossica su Donald Trump che ha avuto, tout court, «il voto della working class», ha una minima idea di cosa sia la classe lavoratrice americana, di come abbia votato o non votato, e perché?
Plausibilmente no.
Quanti sanno che Trump è stato votato da una netta – anche più netta che in passato – minoranza della società americana, e la fascia di reddito dove ha ottenuto il miglior risultato è quella dai 250.000 dollari all’anno in su?
A quanto pare, pochissimi.
Ecco perché pubblichiamo un contributo che ci è appena arrivato dagli Usa e ci sembra contenere importanti spunti.
N.B. Il titolo è nostro, quello di Valentina era «Benvenuti a Trumplandia».
Buona lettura. WM]

di Valentina Fulginiti

1.

Lavoro in un’università della Ivy League nel nord-est degli USA: una piccola isola felice di politica liberale e di privilegio economico. I miei studenti sono gentili, miti, studiosi. Forse sarà perché insegno nel collegio delle arti liberali, ma i giovani che incontro quotidianamente sono idealisti—anche se rispettosi delle regole fino all’ossequio—attenti a riciclare, aperti alla diversità sessuale e di genere, educati, sensibili, colti. Molti di loro sono privilegiati dalla nascita (come chiunque in questo paese possa permettersi di sborsare fino a 50.000 dollari annui tra retta e spese di vitto e alloggio). Anche i conservatori (pochi, per la verità) sono gentili, civili — ragazzi che sembrano usciti da un film dei primi anni ’50, con le loro cravatte regimental, i pantaloni beige, i blazer blu, la riga tra i capelli. Tutto è ovattato, quasi irreale. Anche nelle discussioni politiche (rare, perché tra persone beneducate non si parla di politica a meno che non si sia già tutti d’accordo), si avverte la costante preoccupazione a non urtare le altrui sensibilità, a non emettere alcuna nota dissonante.

È la mattina del 9 novembre, e il campus è avvolto in una calma innaturale. Nell’ultimo anno e mezzo la nostra comunità è stata segnata da diverse tragedie. Prosegui la lettura ›

Con i lavoratori della #logistica | Resistere a #Granarolo e ai padroni «buoni»

Ultima scena del film Lo squalo

Ne abbiamo scritto su Internazionale ormai svariati mesi fa; da allora la lotta dei facchini della logistica e, di conseguenza, la repressione si sono fatte ancora più intense e radicali. Soprattutto a Bologna e soprattutto alla Granarolo, ma anche in altre parti d’Italia. L’episodio recente che ha spinto il direttore della rivista Giovanni De Mauro a scrivere dell’argomento in prima persona è infatti accaduto a Milano: il pestaggio del sindacalista Fabio Zerbini da parte di una squadraccia padronale, o mafiosa, o entrambe le cose. Prosegui la lettura ›

Classe operaia, anima precaria. Conversazione con Alberto Prunetti, autore di «Amianto»

Alberto Prunetti. fotografia del compagno Stefano Pacini

Alberto Prunetti (fotografia di Stefano Pacini)

[Dopo le bestemmie col groppo in gola, il commento viscerale e la “decantazione” del libro, ecco la chiacchierata col Prunetti. Partecipa il collega Girolamo De Michele. La particolarità del terzetto di scrittori è questa: si è tutti e tre figlioli della classe operaia (famiglie piene di braccianti, metalmeccanici e quant’altro) e tutti e tre si viene da zone di nocività e alta mortalità operaia: la Taranto dell’Italsider/Ilva, la Maremma maiala avvelenata fino al midollo, la Ferrara del polo petrolchimico (le morti causate a Ferrara dalla Solvay sono raccontate nel romanzo breve di Girolamo Con la faccia di cera, Edizioni Ambiente, Milano 2008).
Come sempre, vi ricordiamo che in calce al post ci sono due link molto utili: uno apre la versione ottimizzata per stampa/pdf, l’altro permette di salvare il post in formato ePub. Buona lettura.]

Wu Ming 1

Quando si suicidò il compagno Riccardo Bonavita – vicenda che mi dilania ancora, per motivi personali legati al mio rapporto/non-rapporto con lui, e ormai parliamo di più di sette anni fa: andai al funerale con mia figlia neonata in braccio e oggi mi arriva allo sterno – tu scrivesti una riflessione breve ma molto incisiva sulla precarietà intellettuale, che apparve su Carmilla. Incisiva perché molto materiale, concreta, e perché diceva una cosa che spesso non è chiara ai commentatori: il “precario intellettuale” di oggi non fa solo “lavoro intellettuale”; c’è un continuo rimpasto di “manuale” e “intellettuale”, si rimbalza da un cantiere a una pizzeria a una traduzione o che altro. Quelli che una volta erano i “lavoretti” che uno faceva in gioventù prima di trovare “la propria strada”, oggi li fai per anni e anni e anni, ti ritrovi quarantenne, anche cinquantenne, e sei ancora lì che fai i “lavoretti”, e ti accorgi con orrore che sono proprio i “lavoretti”… la tua strada. Prosegui la lettura ›

Amianto, una storia operaia

Amianto, una storia operaiaPost breve, giusto un lampo. Molto “irrituale” per Giap, e deciso all’impronta. E’ che ieri sera ho finito questo libro e mi ha colpito durissimo, come non mi capitava da tanto. Mi avevano avvertito: lo diceva anche Evangelisti nella prefazione, l’avevo letto nelle recensioni, anche in quella del Chimenti, ma quando leggi e leggi e leggi e ti arriva la “botta”, non c’è preavviso che conti. Mi ha smosso ricordi di quand’ero feto. Nel volgere di una generazione ci hanno devastati. Io, guardate, sono anni che non scrivo una recensione, e non la voglio scrivere neanche adesso. Non mi interessa più recensire, voglio discutere. Ieri sera ho inviato una mail ad Alberto, un po’ tartagliando, non trovando le parole giuste (avevo scritto anche due o tre frasi su Twitter, roba da vergognarsi, il massimo dell’inadeguatezza), e gli ho detto, in sostanza: che roba che hai scritto, compagno. Che cazzo di libro che hai scritto, compagno. Così, senza dire un cazzo, te ne esci con una roba del genere, ti metti a “fare Monzon” con queste memorie? Lo faccio decantare, poi parliamone su Giap, ti va? Io, te e altri, ti va? Volentieri, mi fa lui, poi mi spiega che è ancora scosso da una presentazione che ha appena fatto, il pubblico era pieno di operai menomati da anni di lavoro di merda, e figli e parenti di operai menomati o uccisi da anni di lavoro di merda. Insomma, io vi dico solo: leggetelo. Ché poi se ne parla insieme. E’ un libro di quelli che si leggono per poi parlarne insieme. A me ha smosso roba dentro, roba particolare, Prosegui la lettura ›