Giap#3/4 IVa serie - Dobbiamo vincere la Grande Guerra - 18 marzo 2003


Numero di /Giap/ problematico, da leggere con la calma dei forti.
Numero di /Giap/ sofferto, per il momento di guerra in cui viene spedito e per gli eventi funesti di Rafah e di Milano.
Numero di /Giap/ corposo, ibrido e difficile, e infatti è diviso in due parti.
Nella prima, le dediche che abbiamo definito "ineluttabili", più due interventi che abbiamo ricevuto e che volentieri pubblichiamo. Mitopoietici anche se non contraddistinti da un immediato appeal, chiedono l'attenzione di lettori pazienti, che abbiano già deciso di non lasciarsi travolgere dalla fase, di non farsi venire il mal di mare.
Nella seconda, le news necessarie per seguire la rotta di Wu Ming nei prossimi due-tre mesi. Chi le riceve può scegliere di leggerle entrambe, o soltanto la prima, o soltanto la seconda.
Numero faticoso da comporre, questo di /Giap/. E' studiato per tenervi compagnia almeno un mese. Ci vediamo nelle piazze.




Rachel è la ragazza a destra, con la kefiah.

PRIMA PARTE
00 - dediche ineluttabili
01- Dobbiamo vincere la Grande Guerra - di Federico Martelloni e Tommaso De Lorenzis
02- Che la musica sia potente e le storie sconquassanti - di Stefano Maggi

SECONDA PARTE
03- Due interventi di Giapsters sulla questione letteratura femminile
04- NEWS - uscita di Giap! + presentazioni
05- NEWS - Dopo "I Quindici", Kai Zen - di Wu Ming 2 & Kai Zen
06- NEWS - The Elements: ascoltate Wu Ming 2 in streaming
07- NEWS - Tishomingo Blues di Elmore Leonard, traduzione di Wu Ming 1
08- NEWS - Recensioni on line di Esta revolución no tiene rostro
09- NEWS - aggiornamento sulle nostre uscite all'estero
10- Un consiglio librario di Sbancor: Banche armate di Simone Falanca
11- Sandrone Dazieri sulla "annosa questione", again
12- REPLAY - Marco Dimitri versa in condizioni disperate, aiutiamolo





00 -----------------


Davide

Antivigilia di guerra, probabilmente. Ineluttabili, tre dediche.
Le facciamo a mascelle serrate, con un'escrescenza nera sul cuore, ma anche guardando a tutta la strada che abbiamo percorso, ed esternando una speranza: che non si cacci il muso in nessuna delle trappole già sistemate nei sottoscala. Che non ci si avventuri sui campi minati delle rappresaglie. E' necessario difendersi, difendersi, difendersi, ma in questo momento non c'è vendetta che valga un joule di energia o un barlume di lucidità sottratto alla lotta contro la guerra.
Questo numero di Giap è dedicato a Rachel Corrie, vittima della prevaricazione di un potere fuori controllo, morta nella striscia di Gaza il 15 marzo 2003.
Questo numero di Giap è dedicato a Davide Cesare, pugnalato a morte a Milano il 16 marzo 2003, da una tetra famigliola di uentermenschen nazisti.
Questo numero di Giap è dedicato a Howard Fast (1914-2003), scrittore di sinistra statunitense, autore di moltl libri tra cui Spartacus (da cui fu tratta la sceneggiatura di Dalton Trumbo, e conseguentemente il film di Stanley Kubrick). Nel 1951 fu vittima della caccia alle streghe di McCarthy e messo sulla "lista nera".



Howard Fast (1914-2003)

"Una vita del genere visse e morì il figlio di Spartaco. Morì nella lotta e nella violenza come suo padre. I racconti che lui fece ai propri figli erano sempre meno attuali; quei racconti divennero leggende e le leggende simboli, mentre la lotta degli oppressi contro gli oppressori continuò. Era una fiamma che bruciava alta o bassa, senza mai spegnersi; e il nome di Spartaco non morì. Non si trattava di discendenza di sangue, bensì di lotta comune.
Sarebbe pur venuto il giorno in cui Roma sarebbe stata travolta, non dagli schiavi isolati, ma dagli schiavi e dai servi e dai contadini e dai barbari liberi che a costoro si sarebbero uniti.
E finché alcuni uomini avessero lavorato e altri uomini avessero carpito e goduto il frutto del lavoro dei primi, il nome di  Spartaco sarebbe stato ricordato, talvolta sussurrato e altre volte gridato a voce alta e chiara."

Per saperne di più su Howard Fast:

http://digilander.libero.it/biblioego/albumFast.htm

http://www.trussel.com/f_how.htm


In Italia Spartacus è stato pubblicato, ahinoi, da Marco Tropea Editore.


01 -----------------


DOBBIAMO VINCERE LA GRANDE GUERRA

di Federico Martelloni e Tommaso De Lorenzis

Dobbiamo vincere la guerra, non ratificata, non dichiarata, non discussa in alcun consesso internazionale, ma già combattuta, tra il comando globale e gli esseri umani. I milioni di donne e uomini che non sono più disposti a marchiarsi a fuoco, sulla pelle, i costi dell'epocale recessione planetaria, a tatuarsi sulla coscienza il placet preteso da chi allude alla via idrocarburica come possibile uscita dalla crisi economica internazionale.
Dobbiamo vincere la guerra. Combatterla e vincerla con le armi della politica, che Enduring Freedom, nuovo paradigma della governamentalità, vorrebbe ridurre a straordinaria eccezione, a occasionale e fortuito prolungamento della guerra con altri mezzi.
Combatterla e vincerla, utilizzando una particolare arte della guerra, appresa di recente, guardando sventolare le bandiere arcobaleno, lasciando scivolare lo sguardo sui volti di quanti, il 15 febbraio, sfilavano al nostro fianco nelle 600 città in cui abbiamo espresso un'altra idea di globalizzazione.
Un'arte che abbiamo affinato sostando sui binari di stazioni secondarie, scelte, con vergogna, per il transito di convogli carichi di armamenti o nelle piazze illuminate che riscaldavano il dissenso delle maggioranze.
Dobbiamo vincere una guerra il cui fronte attraversa il tempo espropriato, la produttività disconosciuta, la penuria di diritti, i confini presidiati militarmente, la mancanza di reddito, l'insicurezza sociale, le illusioni collassate nello spleen della New Economy, i sogni negati di coloro che tentarono di farsi imprenditori e si risvegliarono inflessibili padroncini di se stessi.
Questa guerra va combattuta e vinta.
L'altro conflitto, il triello, istericamente annunciato, tra un petroliere texano, un dittatore mediorientale e uno sceicco arabo, assume i contorni di un farsesco regolamento di conti per il territorio: Gangs of the world.
Oggi il capitalismo, nell'era della sua renaissance imperialistica, ha molti nemici. I più ridicoli, i più biecamente strumentali e inconsistenti, quelli su cui ricadono i soliti sospetti, sono Saddam Hussein e Osama Bin Laden. Insomma, "il Brutto" e "il Cattivo" che girano in tondo, sulla piazza di un cimitero, con le pistole scariche.  
Poi c'è il petrolio. Il controllo dei bacini petroliferi dell'area arabica, che fu, nel 1991, la causa della Guerra del Golfo.
Se fosse il petrolio il motivo di questo incipiente conflitto bellico, si tratterebbe di un'operazione, squallida e stracciona, orchestrata per un pugno di dollari. Intanto, sul futuro del liberismo tardo-petroliero si allunga l'ombra minacciosa del tetto di estrazione, ma gli sprezzanti califfi post-moderni non se ne curano:  "dopo di noi il diluvio" borbottano cupamente, constatando quanto corto sia diventato il respiro del loro sistema di produzione.
Talvolta qualcuno, a destra come a sinistra, ha provato a contrastare questo cinico e disperato nichilismo, che è il segno di un evidente esaurimento della capacità accumulativa del capitale e di un vistoso inaridimento della sua fantasia politica.
Così, ci si è chiesto se non fosse più utile - per fronteggiare la recessione, che i pochi analisti finanziari cui è stata concessa libertà di parola, non hanno esitato a considerare più pericolosa della celebre crisi del '29 - catapultare sull'Afghanistan o sull'Iraq quintali di telefonini cellulari, o di Pentium III con Windows 2000 già installato, o chissà quale altro brillante prodotto della New Economy, piuttosto che sganciare bombe intelligenti all'uranio impoverito.
In realtà, come noto, lo stile di vita statunitense non è estendibile urbi et orbi. Il globo intero, qualora adottasse il regime e le modalità di consumo proprie del cosiddetto Nord del mondo, giungerebbe rapidamente al collasso. Il nostro modello di sviluppo non è generalizzabile, perché, se fosse generalizzato, sarebbe assolutamente insostenibile, tanto sul versante sociale, quanto su quello ambientale.
E' l'inarrestabile flusso della Storia a  pretendere un’ulteriore opzione rispetto alla mortificante scelta tra il capitalismo dei titoli on line, delle imprese immateriali (una su cento ce l'ha fatta), della presunta governabilità debole e il capitalismo texano, crepuscolare, bipolarmente depresso, malinconico, isterico e fobico-paranoico.
Il modello, quindi, non è universalizzabile. Nulla di nuovo, certo, rispetto a quanto hanno detto Vandana Shiva a Porto Alegre o il signor Sachs a Firenze, durante il Forum Sociale Europeo. Nulla di nuovo rispetto a ciò che, da tre anni a questa parte, sta diventando senso comune, con un'inedita potenza comunicativa ed egemonica. Nessuno va più a letto presto.
I margini di mediazione politica e la maligna compatibilità inclusiva, con la quale la costituzione politica del capitale globale aveva cercato di edificare un livello controllato di "partecipazione democratica", si sono squagliati innanzi al pesante rilancio operato dal movimento.
Si è avuto l'ardire di affermare che esiste un'alternativa al neoliberismo, si è avuto il coraggio di sostenere che esiste una formula democratica fuori dai filtri dei meccanismi di rappresentanza, sintetizzando il tutto in  uno slogan, semplice ma temibile, che recita: un altro mondo è possibile.
"Questo no e poi no" è stata la risposta violenta e incondizionata fornita a Seattle, Goteborg, Genova ed in molti altri luoghi. Questo non è vero. Non può e non deve essere vero - come ha avuto modo di precisare recentemente il signor Rumsfeld. O meglio, potrebbe essere vero solo a condizione che il modello fosse sottoposto a una radicale inversione di tendenza. A una drastica trasformazione delle modalità di produzione, consumo e distribuzione della ricchezza. A un cambiamento di stile.

C'era una volta il West, l'Occidente dell'eterna frontiera rincorsa dalla ferrovia e delle mirabili sorti espansive.

C'è un altro nemico: si chiama Europa. E qui una buona ragione ci sarebbe. Anzi, sono milioni di buone ragioni, di quelle metalliche, argentate ai bordi e dorate al centro, che quando le lanci sulla pietra fanno: ding!
Infatti, se l'euro sostituisse il dollaro negli scambi internazionali - in particolare quelli con Russia e Cina - il colpo inferto all'economia statunitense non sarebbe leggero: per qualche dollaro in più.  In tal caso, va detto, sarebbe dialettica tra il segmento renano e quello anglosassone del Capitale.
Nonostante ciò, dentro l'Europa si gioca la partita per definire margini di autonoma sottrazione dal controllo.
Alla "piccola Europa", suddita di una crociata permanente, priva, peraltro, della benedizione pontificia, si contrappone un continente nuovo, in cui la frantumazione molecolare del lavoro vivo sembra finalmente trovare valenze combinatorie.
Non si tratta di una semplice giustapposizione, di un accostamento casuale, di una convergenza politicista, tattica e transitoria o, peggio, dell'accordo tra apparati e burocrazie più o meno rilevanti.
E' nel corpo dell'Europa, e in particolare nel suo ventre mediterraneo, in Italia, che si sperimenta organicamente la virtuosa saldatura tra il movimento del lavoro intellettuale, neo-artigianale, comunicativo, linguistico, e le federazioni sindacali che organizzano il lavoro subordinato.
Europeismo e post-fordismo, quindi: parole dal sapore inversamente gramsciano, che non vogliono significare "nazional-europeismo antiamericano" e non implicano in alcun modo la rinuncia a "guardare al mondo [intero] con occhi nuovi".
Parafrasando, in questi strani giorni, il Connery de La casa Russia, diciamo che "noi sosterremo sempre la nostra America contro la loro".
Il resto lo lasciamo alla forza inventiva della moltitudine, alla sua capacità di individuare mitologie continentali ribelli e altre storie europee, secondo lo spirito dell’appello moltitudinario di Genova 2001.

Le grandi manifestazioni pacifiste, da Firenze a Roma, da Madrid a Londra, hanno espresso, con cristallina evidenza, il superamento in avanti delle distinzioni convergenti e delle affinità elettive.
Hanno spinto Seattle oltre Seattle.
La way of blocs, il minimo denominatore comune, la cornice condivisa che, fino al luglio del 2001, ha riassunto approcci differenziati, lascia il campo a un sentire collettivo, in cui i segni di alcuni diventano simboli per tutti, e a un agire, corale e radicale al tempo stesso.
Digiuni laici, preghiere rivolte dio solo sa a chi, veglie sacre e profane, tonache di monaci-predicatori sulle traversine dei binari, lo spettro del primo sciopero generale oltre i confini dello stato-nazione e del lavoro fordista, racconti polifonici, oceaniche dimostrazioni metropolitane rappresentano la pietra filosofale del conflitto planetario e del movimento che lo esercita.
Un preoccupato stupore monta tra le fila degli sgherri e dei vassalli, mentre va costituendosi una sontuosa sfera comunicativa, rizomatica ed orizzontale, che corre lungo le dorsali del pianeta.
L'onda lunga del passaparola che, nel 1999, portò al boicottaggio del summit del WTO, si è abbattuta violentemente sui frangiflutti dell'informazione mainstream.
Ironia e beffa della storia e delle storie: quei media che, negli anni '90, erano diventati un "panopticon rovesciato", quei media capaci di rappresentare, con la loro logica "sondocratica", una dittatura della maggioranza che trova nel piccolo schermo il collettore delle sue verità, non hanno potuto mancare di esprimere, all'indomani del 15 febbraio, null'altro che senso comune.
Neanche la logica di guerra ha potuto arrestare la potenza comunicativa di 110 milioni di persone che rappresentavano, in quanto tali, il più grande media mai esistito. E i media ufficiali, chi più chi meno, hanno dovuto comportarsi alla stregua di una piccola emittente locale di fronte ad una notizia trasmessa dalla CNN. Hanno dovuto raccontare a denti stretti, per non giocarsi ogni residua credibilità, la globale epopea di una gigantesca moltitudine contro la guerra.

Risulterebbe paradossale che questa sinergica potenza, meticcia e  ri-combinante, immaginifica e concreta, si sviluppasse soltanto per contrastare la guerra dei Signori del petrolio e non per vincere la guerra che costoro hanno ingaggiato contro le genti e le moltitudini del pianeta. E viceversa. In quella partita chi ha le carte migliori non può accettare che si rifaccia il mazzo.
Qualcuno, interessato a esorcizzare fantasmi inquietanti, potrebbe parlare dell'innegabile e ovvio fascino esercitato dall'imperativo morale della pace. E, paradossalmente, potrebbe andarci anche bene: l'etica delle comunità operose contro i doveri militari dei nuovi Lanzichenecchi, razziatori e parassiti.
Ma occorre un passaggio in più: la trasformazione di questo sentimento nella consapevolezza che, oltre a provare ad inceppare la macchina bellica, bisogna tentare di vincere la guerra, perché il conflitto è già scoppiato e il movimento è il nemico pubblico numero uno.
A questo punto, rinunciare all'avventura irachena equivarrebbe a una tragica ammissione di impotenza, al riconoscimento esplicito della forza e dell'incisività di quella che, riferendosi all'opinione pubblica, è stata definita l'altra super-potenza, e che, per noi, è lo spiraglio di luce futura sul presente.
"Fare questa guerra" è diventato un modo di combattere contro la volontà di trasformazione. Questo movimento comincia a spaventare le centrali dell'Impero ben più di Saddam o di Bin Laden. "Roma non è nel marmo del senato... ma nella sabbia del Colosseo" ragionavano i senatori ne Il Gladiatore. Appunto.
E' quel che abbiamo detto nel più grande coro che mai si sia visto sulla scena del mondo, il giorno 15 di febbraio, anno terzo del nuovo secolo. E il canto - rectius, l'urlo - è arrivato, nitido e chiaro, al cuore delle élites internazionali.
Oggi, il consenso pare defluire sia dai tradizionali bacini di raccolta democratica sia dalle Organizzazioni di rappresentanza della cosiddetta società civile globale, per raccogliersi nell'oceano delle moltitudini.
L'articolazione "mista" della "costituzione imperiale" subisce un processo di drastica semplificazione. Per un lungo istante di onirica chiaroveggenza, era stato evocato, con un suggestivo dejà vu dal sapore polibiano, il potere imperiale di Roma. Bene, ci siamo destati nella molle e indecente decadenza del Tardo Impero e la nuova forma della sovranità ha finito per comportarsi alla stregua di un volubile e capriccioso tiranno.

Sulla scacchiera dell'imminente guerra all'Iraq si combatte già una guerra.
Una guerra contro di noi, che abbiamo indicato la Politica come spazio dello scontro.
A noi tocca combatterla. Senz'armi, ovviamente, se non altro perché è il solo modo di vincerla.
Ma bisogna vincerla.


02 -----------------

CHE LA MUSICA SIA POTENTE E LE STORIE SCONQUASSANTI

Da Romanzo Criminale e American Tabloid alle moltitudini, passando per la mitopoiesi
di Stefano Maggi


Che la storia fluisca come dotata di una vita propria è la sensazione che ci viene nell'osservare come vano sia, spesso, l'affannarsi di individui per la trasformazione della realtà.
Quello che Ellroy ci mostra in American Tabloid e De Cataldo in Romanzo Criminale, romanzi per certi versi simili sia come stile che come leitmotiv, è la vana rincorsa della storia da parte di individui avulsi dal loro gruppo sociale (dalle moltitudini che li hanno generati).
Tali personaggi, sgradevoli e fondamentalmente "asociali" per bisogni e aspirazioni, risultano essere il più delle volte strumenti del potere.
Questo potere è la summa degli interessi economici dominanti, e quindi di un'oligarchia che è autoreferenziale in quanto oramai fuori da una logica di classe dove la grande borghesia è collusa in maniera inestricabile con politica e malaffare (e questo non solo in Italia e negli USA) e tutti gli altri, middle class compresa, sono subalterni.
Le classi subalterne hanno raggiunto, nel mondo "occidentale", le loro aspirazioni fondamentali (cibo in abbondanza, abitazioni sane, sicurezza nella riproduzione, lavori "decenti", svago in abbondanza); la difesa dei bisogni secondari, giustizia, equità, fratellanza e pace riguarda in realtà, e a rotazione, solo una piccola parte di individui e quindi, se la soddisfazione di tali bisogni rischia di interferire con quella dei "fondamentali", immediatamente questi vengono accantonati e rimossi.
E' quello che sta succedendo ora in Europa, e che è successo negli USA subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.
La giustizia e la legalità, architravi di qualunque società complessa, tanto più se mercantile, sono l'argomento centrale di questi due romanzi "gemelli".
Nell'uno come nell'altro le figure simboliche della Legge (Bob Kennedy e il giudice Borgia), sono viste come ostacolo alla prosperità delle multinazionali, della malavita e degli organi dello stato deputati a garantire la stabilità delle istituzioni.
Le strade per ostacolarla sono tutte buone, i mezzi tutti leciti e tutti gli uomini, anche i più corrotti e ripugnanti, utilizzabili.
La cosa fondamentale è la prosperità perché questa in ogni caso si ridistribuisce a tutti, anche solo come illusione.
Ma alla fine sono tutti perdenti, sia quelli che hanno avuto successo sia quelli che stavano con il Libanese e adesso marciscono chissà dove.
Ma le cose stanno cambiando.
Fino a tutti gli anni '80 la paura del modello sovietico, falsamente alternativo ma di grande suggestione, ha indotto il potere a ridistribuire una parte consistente del reddito e un po' di potere alle classi subalterne.
Questo ha reso l'occidente faro di civiltà per tutto il mondo.
Ora che il mito è crollato e non ce n'è piu' la necessità, il denaro e il potere stanno tornando "a casa" e l'oligarchia ha smesso di preoccuparsi delle condizioni di vita di coloro che producono ricchezza per loro.
Il grande mito del novecento, la rivoluzione russa, è definitivamente sepolto e con esso anche il faro occidentale si sta spegnendo ed è cominciato l'assalto alla diligenza:
1) Là dove il reddito aumenta del 2-3% l'anno INEVITABILMENTE o si assiste a un incremento demico autoctono o inevitabilmente si stabilisce un flusso migratorio, di lavoratori e delle loro famiglie, ma anche di disperati e dei loro incubi.
Gli occidentali che si credono, a torto, gli artefici di tanta ricchezza, non vogliono dividerla con nessuno, tranne, forse, con chi gli è simpatico (solidarietà compassionevole) o con chi gli è utile, ma non con tutti quelli che arrivano.
Anche perché il grisbì è quasi finito e si sta raschiando il bidone, tutte le risorse sono avocate all'oligarchia e che gli altri crepino, in fondo sono molti più di quelli che dovrebbero essere.
2) LA GUERRA, soluzione finale a tutte le minacce di ritorsione dei deboli, sarà lo strumento di regolazione dei flussi commerciali.
La lotta tra i poveri sarà lo scenario che si sono prefissi per i prossimi anni in cui tutte le risorse del pianeta diverranno, realmente o virtualmente, scarsamente disponibili e quindi tutto si dovrà comprare, tutto avrà un prezzo, anche l'aria e l'acqua, e questi non saranno mai decisi dagli acquirenti ma imposti, indipendentemente dalla disponibilità e dalla richiesta, dai venditori.
Ma i poveri non sono più solo le masse sterminate dei derelitti del terzo mondo, angariate da tiranni da operetta, il vulnus è stato perpetrato anche nelle carni della borghesia europea e nella middle class americana che con difficoltà digeriscono questa deriva autoritaria, ma soprattutto non tollerano la sottrazione di fondi dal sistema di welfare, e quindi dalle loro tasche, e che è stato per più di 50 anni la base del patto sociale.
La "proletarizzazione" dei ceti medi è la chiave di volta della rivolta delle "moltitudini" di cui bisogna però definire con esattezza quali siano i bisogni che le spingono a muoversi e a contrapporsi a un potere tanto potente quanto diffuso.
Questo potere è sempre in agguato con le sue capacita di cooptazione del singolo a scapito della classe sociale di provenienza. La mobilità sociale delle classi subalterne verso posizioni di potere (di piccola e media potenza) avviene sempre per cooptazione del singolo e quasi mai per merito specifico ma sempre per fedeltà.
Raramente si assiste a un'eccezione a tale meccanismo e mai per i livelli medio alti.
La crisi degli appartenenti agli strati medio bassi del Potere, ricacciati, anche per la loro ignavia, nel limbo dei senza casta, sta fungendo da collante con quelli che la casta non l'hanno mai avuta. La contrapposizione degli strati giovanili è anche questa una novità: da almeno 25 anni, da allora fino ad oggi, la voglia e la forza dell'omologazione hanno sempre fatto terra bruciata.
Come vediamo nel movimento di opposizione (tutto): vi sono parecchie posizioni, ciascuna delle quali con i suoi sogni infranti e con le sue speranze, spesso in contrasto quando non in competizione tra loro, e poi ci sono i dinosauri, aparatniki autoreferenziali, molti di loro ottime persone, ma nessuno di loro che si renda conto di essere dipendenti dei loro elettori, e non i "padroni".
Questo in Italia. Nel mondo la situazione è assai piu' complessa.
(Per esempio  pensate a Chavez, a me personalmente fa simpatia, è stato democraticamente eletto, i sindacati sono tutti corrotti... ma anche tutti i lavoratori che scioperano? Io sinceramente non mi sento di avere una posizione certa, non ho dati sufficienti neanche per una minima capacità di analisi, istintivamente mi ricorda il Cile del '73 ma poi è sempre tutto uguale?)
E' possibile un mito che unifichi tutte queste forze?
Se nel novecento il mito indiscusso per le classi subalterne è stata la rivoluzione russa, e tutti i piccoli miti annessi dall' "adavenibaffone" al Che, quale sarà il mito del terzo millennio? Certo i miti in preparazione sono particolarmente inquietanti per quanto organici all'oligarchia occidentale:
da una parte l'Islam nella sua veste integralista buia e ottusa di un Osama bin Laden e il terrorismo che usa, senza curarsi delle condizioni e delle prospettive, sterminate moltitudini di indigenti;
dall'altra il Papa con l'ecumenismo interrazziale, che ha provveduto però in tempi non sospetti a eliminare manu militari la teologia della liberazione (povero mons. Laghi che giocava a tennis con Videla il macellaio e adesso va parlare con il figlio del suo amico Bush da cui viene spernacchiato allegramente), è poco credibile ai più, anche grazie alla campagna di discredito di Bush Jr. e delle chiese protestanti americane con la storia della pedofilia (pensa che novità!).
E i miti dell'occidente:
Denaro  potere successo donne champagne caviale, sembrano i sogni di un mafioso di periferia, così avulsi oggi dalla struttura ideologico-morale di un Keynes e persino della scuola di Chicago.
L'ecologia e la buona amministrazione delle risorse della terra possono essere un mito o sono in realtà un imperativo categorico a cui non viene data soddisfazione?
Lula e il potere ai poveri per la lotta alla fame? Chissà, lo trovo così improbabile, il Gandhi delle favelas non sarà nessuno senza un mito che incuta da una parte forza e speranza e dall'altra paura e apprensione, perché, ahime, il mito generatore è finora sempre stato una forza che gronda sangue da ogni suo lato (la rivoluzione francese e quella russa, il cristianesimo delle origini, Crono e i figli ingoiati e poi il mito di Ulisse - e le stragi nei palazzi micenei)
Penso che il lavoro dell'intellettuale, dello scrittore (e di chiunque voglia comunicare ad un altro qualsiasi cosa) è instillare la voglia di libertà, la capacità di dire di no a chiunque, sia questo anche il Papa o l'Imperatore, la forza dell'indignazione e soprattutto la capacità di sognare il futuro, il passato e anche il presente per avere una strada, quella tracciata dal sogno, da seguire.
La forza propulsiva alla libertà può anche nascere da un libro, da una poesia e soprattutto dalla musica: ed èqui che la figura dell'artista diventa centrale all'economia dei movimenti (uno due o sette che siano) elaborando la loro musica, i loro libri, i loro sogni.
Questo è stato per me la scoperta del piacere alla divergenza, dell'amore per la libertà quasi trent'anni fa e ora è lo stesso per le mie figlie: musica (tanta) e libri.
Che la musica sia potente e le storie sconquassanti.




03 ------------------


Monica:

<<Quello di donne e letteratura èun bel tema, ma ho la sensazione che in ambito WM non si riesca a produrre un buon risultato, quindi io salterei la questione a pie' pari.
Mi spiego: anche io leggo almeno una cinquantina di libri all'anno [da quando sono nei Quindici sicuramente molti meno!], ma con proporzioni maschile/femminile ben diverse da quella 90/10% indicata da WM1.
Direi piuttosto che la proporzione è diversa a secondo dei generi, e nel genere che prediligo, la letteratura introspettiva (il termine mi sembra migliore e più dignitoso di "intimistica", che ha un suono debole, quasi da rattrappito lettino psicanalitico) la proporzione è 30/70%, così come nelle letture di saggistica psico/socio/antropologica e politica, dove la proporzione è 50/50.
Quindi non credo che sia un problema di quale autore si legge ma di quale genere si legge.

L'unico personaggio femminile uscito dalla vostra penna che mi ha lasciato un ricordo visivo è una bionda olandese di Q, le poche altre non me le ricordo, ma questo non toglie per me nulla a Q, che è uno dei dieci migliori libri che abbia mai letto.
Preferisco donne assenti a donne finte, donne maschie di cui fortunatamente esistono nella realtà solo un centinaio di esemplari, tipo la Patrizia di Romanzo Criminale.
Forse è vero che l'Adriano delle Memorie non è molto "maschio" [...] (d'altronde è storicamente omosessuale), ma neanche Patrizia è molto femmina, anche se è indubbio che sia fondamentale nell'economia di quel romanzo.
Non ho ancora visto Gangs of New York, ma sono sicura che sarò d’accordo con WM2. Non sono così negativa però, ci sono scrittori che sanno descrivere donne convincenti e scrittrici che descrivono uomini convincenti (una su tutte, Toni Morrison).
Naturalmente la questione della letteratura maschile vs femminile è mooolto più ampia di cosi', ed è qualcosa che parte da una diversa visione del mondo e non se ne può parlare in due parole.

Per quanto riguarda lo specifico ambito WM, riassumendo, salterei la questione concordando sul fatto che sia meglio non scrivere di donne se non vengono naturali nella narrazione (e ai narratori), e consigliandovi di leggere un bellissimo saggio (scritto da un anglosassone di cui peraltro non riesco ora a ricordare il nome) dal titolo King, Warrior, Magician & Lover (non credo sia mai stato tradotto in italiano) che insegna moltissimo agli uomini su loro stessi e i loro archetipi, senza pregiudizi.>>


[WM1:] A questo punto io consiglio:
Franco La Cecla, Modi bruschi. Antropologia del maschio, Bruno Mondadori Editore, 2000

[WM2:] Claudio Risé, Il maschio selvatico, RED Edizioni, Como 2003



***

Wang Mu:

<<Siete un nessun nome maschio testosterone. Si sente. E si legge.
Nulla di male. Anzi che palle. Che palle i maschi che dicono le femmine.
Lo fanno da diecimilamilionidianni, ci (de)scrivono da diecimilionidianni.
E sono diecimilionidiannni che noi ci (ri)conosciamo così. O/o. Madrioverginioputtaned’Amoremerci. Fatte a pezzi da Bill il macellaio: così si ferisce, così invece si uccide.
Con qualche eccezione, però. Recentemente, e per restare in italia, un bel tentativo splatter lo ha fatto valerio con Mater Terribilis, (dis)seminando la storia di pezzi di Femmina, di sofia. Un multiplo. Un nessun nome femmina un tutt'uno due tre quattro.
Che palle in genere anche le donne che scrivono di donne e di uomini. Avete ragione.
Con qualche eccezione, però. Ve ne infliggo una [seguiva il poema della barriera di Marina Cvetaeva]>>



04 ------------------

Ormai ci siamo: l'antologia Giap!, a cura di Tommaso De Lorenzis, è nella fase di lavorazione che precede la stampa.
Uscirà per Einaudi Stile Libero il 13 maggio prossimo.
Ricordiamo che si tratta di una selezione critica di più di tre anni di Giap e wumingfoundation.com, divisa in sezioni tematiche, con un saggio introduttivo di Tommaso e schede che precedono ciascuna sezione.
Costerà indicativamente dagli 8 ai 10 euro.
Diverse situazioni ci hanno già chiesto di presentarla.
Faremo un tour di non più di 20 date. Per 54 ne facemmo il doppio, ma siamo concentrati su molti progetti, e come tutti abbiamo bisogno di incanalare le energie in modo ragionevole.
Per il momento sono fissate due presentazioni. Segnatevele, se vivete lì o nei dintorni. Seguiranno maggiori dettagli.

18 MAGGIO - "Il Vapore", Marghera (VE)

26 MAGGIO - Festival del Libro di Lodi - "I giorni dell'ira"



05--------------------


[Wu Ming 2:]

Lo scorso 13 febbraio, in quel di Imola/Dozza imolese, l'eccitante "Giornata con Russell" (presentazione in biblioteca + cena con gli autori) ha celebrato l'uscita in libreria del Romanzo Totale 2002 (Ti chiamerò Russell, a firma Wu Ming n+1, pubblicato da Bacchilega editore).
Il doppio evento, nel giro di poche ore, ha visto nascere e organizzarsi la seconda "comunità operosa" collegata in qualche modo a Wu Ming, dopo quella dei lettori residenti, meglio noti come "I Quindici" (manoscritti_ai_15@wumingfoundation.com).
In questo caso si tratta di un collettivo di scrittura, fondato dai partecipanti al Romanzo Totale come proseguimento naturale di quell'esperienza.
Si sono ribattezzati "Kai Zen" - dal nome di una band giapponese di noise industriale che compare nelle pagine di TCR - e grazie al sito xaiel.it, già organizzatore di tutto l'ambaradan, hanno pure un luogo virtuale dove incontrarsi (vista la distanza geografica che li separa): http://www.xaiel.it/kaizen.
Fin dall'inizio, Kai Zen vuole essere un progetto espansivo, aperto a tutti, non è importante aver partecipato alla realizzazione di TCR, basta essere interessati a esperimenti nel campo della scrittura collettiva.
Quello che segue è un resoconto della giornata imolese, ottenuto con un cut'n'paste dai reportage completi di alcuni animatori della Giornata (li trovate, nella loro interezza, sempre all'indirizzo di prima).


<<Infine, il giorno è giunto.
Dopo aver lasciato che le mie parole incrociassero quelle di altri sconosciuti in seno alla madre di tutte le reti, è arrivato il momento di incrociare anche gli sguardi.
Avrei immaginato tutto tranne, ovviamente, quello che è successo.
Arrivo a destinazione. Sono in ritardo: comincio a riconoscermi.
Passeggio ostentando una tranquillità che non ho. Fa freddo. Finalmente, la Biblioteca. Entro. Bella Biblioteca. Siamo in Emilia. Una cifra di gente. Toh, ci dev'essere allo stesso tempo qualcos'altro di grosso, guarda che bordello...
Mi guardo in giro, nessun annuncio se non "Presentazione di Ti chiamerò Russell". Fischia... Tutti qui per Russell? Tutti qui per Russell. Bene.
Ciao. Ciao. Sono Aldo da Sesto SG. Sono Jadel da Bolzano. Sono Guglielmo da Messina. Sono Giovanni da Wu Ming. Sono Pelizza da Volpedo. Sono Hemingway. Sono Carver. Sono il collettivo di scrittori irlandesi...
Riuniti tutti gli autori, giunge il momento della foto-di-gruppo-con-libro, ma un blissettiano ortodosso rifiuta di farsi ritrarre e annuncia al fotografo che ha a casa una sua immagine ufficiale che semmai gli può spedire. Il fotografo rifiuta di farsi trascinare in un dialogo surreale e procede frettolosamente col suo lavoro.
Si comincia la presentazione. Anche Russell è presente nascosto tra il pubblico. E' in Italia insieme a una delegazione americana di Greenpeace che parteciperà alla manifestazione del 15 febbraio a Roma. Come poteva proprio lui perdersi questo evento? Si e' abilmente ritagliato un buco temporale di qualche ora tra le sue attività romane e si è precipitato fin qua.
Qualche decina di kami comincia già ad aleggiare vorticosamente nella stanza. Forse ci si è dimenticati di invitarli o di fare riti propiziatori, fatto sta che appena comincia il dibattito viene evocata una possibile "pericolosità" dell'esperimento del romanzo totale, la pericolosità di anteporre l'opera all’autore e quella di anteporre all'idea di un autore-genio-folgorato quella di colui che opera una sintesi provvisoria dei flussi di informazione dai quali è continuamente attraversato.
Benché qualcuno sia felice di essere definito pericoloso, il tono del dibattito dà uno strano imprinting alla presentazione.
Wu Ming 2 viaggia bene. Cazzo, so' forti 'sti Wu Ming, per davero ao', penso. Cosa mi chiederanno adesso?, penso. Non so un cazzo, penso. Aspetta un attimo: Wu Ming, attitudine punk, musica, comunità, gruppo... Ci sono, trovato:
"Volevo riprendere quanto accennato prima da Giovanni, quando parlava dell'approccio punk alla scrittura dei Wu Ming. Ecco, mi riconosco appieno in questo. Io sono cantante di una band. L'armonia degli strumenti bla bla bla bla".
Il ghiaccio è rotto. Il pubblico è vivace, qualcuno fa interventi brillanti, qualcuno si mantiene sull'esoterico e pone enigmi insolubili ai quali è impossibile rispondere senza ricorrere all'interpretazione cabalistica.
La serata scivola vivace e alla fine del dibattito riesco a conoscere alcuni degli altri scrittori, tra pacche sulle spalle e qualche tentativo azzardato di metafisica sociologica della semiotica della letteratura decidiamo di andare alla seconda presentazione, quella con cena acclusa.
Alla parola cena qualcuno quasi sviene, a tutti si illuminano gli occhi.
Quel che senti dalle letture degli altri e dalle loro parole ti piace.
Gente che ama scrivere, quindi che ama leggere, pensare, collegare cose tra loro.
Gente che si è fatta chilometri per essere qui. Gente che a pelle mi ispira, che riesce a comunicare. Peccato non essere arrivato prima. E non essere riuscita a dire nulla di quel che avrei voluto.
Lo diceva anche Andy Warhol, nel futuro tutti saranno famosi per cinque minuti. E quindi eccoti a firmare autografi.
E prima, eccoti ad aspettare che arrivi il tuo turno, e quando ti danno un microfono in mano ti senti come davanti al Congresso per fare il discorso sullo stato dell'Unione. E quando dovresti dire qualcosa su quello che hai scritto, non ti viene praticamente nulla.
Eh sì, perché ora devi parlare, non scrivere, e parlare di te, non di contenuti già confezionati da qualcun altro. Quando parli a scuola è diverso. Forse perché non devi mettere in gioco quel che hai dentro e quel che sei, e in fondo puoi giocartela, hai il vantaggio dell'età.
Russell cresce cullato da braccia diverse, e mi sorprende ogni volta. Mi fa arrabbiare, sorridere, storcere la bocca e applaudire e non necessariamente tutte queste cose avvengono contemporaneamente. L'ultimo capitolo si avvicina e mentre sto per riempire tonnellate di fazzoletti con altrettante tonnellate di muco e lacrime scopro che c'è una speranza: nessun finale, tanti finali.
Al termine della serata la comunità del romanzo punk non può certo lasciarsi così come se niente fosse successo. Ci si ripromette di sfornare qualcosa anche prima del lancio del romanzo totale 2003 che avverrà in autunno. Il vorticoso scambio di e-mail che seguirà la giornata imolese conferma che la volontà di dare sfogo all'intelligenza collettiva è ben salda e qualcosa sicuramente produrrà.>>



06 ----------------------


[Wu Ming 2:]

Sulle frequenze di Radio Città del Capo (nodo bolognese di Popolare Network), molto in sordina, annidato nei buchi di un palinsesto già programmato da tempo, si sta facendo strada il progetto "The Elements" a cura di ElSo e Wu Ming 2.
La storia è semplice (e ricorda da vicino quella di Breckenridge - vedi http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/breckenridge.html).  
Un oscuro programmatore di software, mentre va a lavorare col suo portatile nella borsa, si ritrova improvvisamente catapultato in un paesaggio sconosciuto, uno sterminato deserto di roccia piatta dove gli uomini vivono come talpe, ognuno in un buco del terreno.
Grazie a strane proprietà telepatiche, questi individui sono in grado di capire la lingua del temponauta e di farsi intendere a loro volta.
Il poveretto capisce così di essere finito in un futuro remotissimo dove gran parte degli elementi costitutivi della sua civiltà sono stati dimenticati. Acqua corrente, foreste, animali da mangiare, televisioni, città, automobili...
Niente di tutto questo sembra essere sopravvissuto. Il temponauta vorrebbe raccontare qualcosa di quell'epoca perduta, ma una sorta di jet-lag gli ha incasinato la memoria. Fortunatamente, durante la visita a un buco-dimora profondo undici chilometri, il programmatore scopre i resti di una dorsale di connessione.
Riesce a connettere il portatile, si collega, scopre strani fossili di siti Internet del passato: evidentemente, sepolti sotto strati e strati di terra, alcuni computer della sua era sopravvivono ancora. Mettendo insieme quella memoria, e la propria, il temponauta riesce a ricostruire brandelli di storie sugli elementi perduti.
Li associa a mozziconi di file sonori, mp3, rumori. Allestisce uno spettacolo da cantastorie per i suoi gentili ospiti. Infine lo diffonde in rete, insieme ad una sorta di SOS, che per ragioni inspiegabili arriva a inserirsi nel segnale streaming di una radio italiana di Bologna.
Dal sito di questa radio, http://www.radiocittadelcapo.it, tutti i martedì, verso l'una di notte, è possibile ascoltare spezzoni di questi spettacoli. Una domenica al mese, alle 18, va invece in onda l'intero show, dedicato ogni volta a un elemento differente.

Questa domenica si è concluso il primo ciclo: "L'acqua". Stiamo lavorando per mettere sul sito, scaricabile in formato mp3, un estratto da questa prima produzione.
Martedì 18, ore 1 AM, si parte con un nuovo topic: "Le foreste". Si prosegue per 4 puntate brevi, sempre di martedì, finché domenica 13 aprile, ore 18, andrà in onda l'intero lavoro.

I testi sono selezionati e letti da Wu Ming 2
I suoni sono miscelati da ElSo.

Buon ascolto.



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Wu Ming 1 ha quasi terminato la traduzione di Tishomingo Blues, del suo autore preferito, Elmore Leonard. Uscirà all'inizio dell'estate per Einaudi Stile Libero.
Qui c'è una scheda di presentazione, scritta sempre da WM1:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/elmore.html



08----------------------

Esta revolución no tiene rostro [Questa rivoluzione non ha volto] è l'antologia di nostri scritti tradotti in spagnolo, curata da Amador Fernandez-Savater e pubblicata da Acuarela Libros di Madrid.
E' uscita da qualche settimana e sul sito sono già disponibili alcune recensioni:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/spanish_directo.htm#2003


09---------------------

Conto alla rovescia: all'inizio di maggio Q uscirà in Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica.
Contemporaneamente, uscirà l'edizione spagnola di 54.



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Un libro da leggere: Banche Armate alla Guerra di Simone Falanca, Fratelli Frilli Editori, Genova (Euro 14)

Mi è arrivato per posta mentre stavo ultimando un mio strano saggio-romanzo sull'11 settembre, American Nightmare, spero di prossima pubblicazione. E ho capito che se ce lo avessi avuto per le mani qualche mese fa avrei dimezzato il mio lavoro di ricerca.
Parlo di Banche Armate alla Guerra ­ L'intrigo politico-finanziario dietro la Guerra Infinita, prefazione di William Blunt. E' un libro da leggere. Simone è un mediattivista di vecchia data. Collabora a Indymedia, Rekombinant, InformationGuerrilla e ha fondato un sito di controinformazione: "Zaratustra.it"

Il suo lavoro è prezioso. E' riuscito a filtrare una quantità incredibilmente vasta di informazioni da Internet, apparse dopo l'11 settembre e a separare quelle che hanno alta probabilità di essere vere dalle teorie cospirazioniste. E' un lavoro difficile ­ ve lo dice uno che ci ha passato nottate intere -.

La ricostruzione dell'intrigo politico-finanziario che lega l'11 settembre alle speculazioni avvenute prima sulle Borse Americane tramite la A.B. Brown di proprietà della Deutsche Bank è esemplare. Lì resta infatti una curva non spiegabile nei tracciati di Borsa, una sorta di anticipazione della crisi di Borsa che seguirà l'11 settembre. Qualcuno sapeva e ci ha guadagnato.  
Ottimo l'inquadramento del caso Enron nella mafia economico-politica del "Clan Bush". Accurate le ricostruzioni dei conti della famiglia "Bin Laden". Il quadro che esce è fin troppo chiaro:
l'11 settembre un pezzo del sistema costruito durante e dopo la Guerra Fredda ha colpito il sistema.
Ma qualcuno lo sapeva prima e forse qualcuno lo ha guidato. Un tipica operazione di "Controinsurrezione", come quelle descritte da Ted Schakley  ("Il fantasma biondo", il più cinico agente della CIA, implicato in tutti i "dirty tricks" dall'operazione Mongoose contro Castro, all'omicidio Kennedy, alla sporca guerra del Laos a Phoenix al colpo di Stato in Cile, all' Iran-Contras, fino all'Afghanistan, morto lo scorso anno) nel suo libro The Third Option.

Insisto: un libro da leggere.

Sbancor


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Ancora sulla sempiterna, annosa, strumentale, diversiva questione degli autori di sinistra che pubblicano con case editrici del gruppo Mondadori.
Nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli episodi di cecchinaggio nei nostri confronti dalle pagine di un noto settimanale musicale, a firma di una persona che già ci aveva attaccato con notevole grettezza e sgangheratezza d'approccio.
Siamo sicuri che gli specchi di casa sua sono coperti di unghiate.
Abbiamo scelto di non rispondergli, soprattutto dopo che costui ha scritto a un quotidiano su cui scriviamo una sfilza di contumelie gratuite, e dopo che tra le varie accuse che ci gli piace farci (osservate la bavetta all'angolo del grugno) ha tirato fuori due bei paralogismi:
siamo interessati alle arti marziali ergo siamo violenti, e siamo anche stalinisti per via dell'iconografia del nostro sito (complimenti per la capacità di cogliere l'ironia, e per l'apertura mentale).
Una critica meno papesca e più contestualizzata l'ha espressa di recente Sandro Oliva (direttore di "A - Rivista anarchica") dai microfoni di Radio Popolare.
Sandrone Dazieri gli ha risposto molto civilmente, e a nostro parere molto bene, sul blog di Carmilla, la rivista fondata da Valerio Evangelisti.
Ne consigliamo caldamente la lettura.

http://www.carmillaonline.com/archives/2003/03/000082.html



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La diramazione di questo appello, che concludeva il precedente numero di Giap, non ha sortito alcun effetto. Lo ripeteremo tale e quale finché non ci si renderà conto che è della vita o della morte di una persona che stiamo parlando.



**** MARCO DIMITRI VERSA IN CONDIZIONI DISPERATE, CERCHIAMO DI AIUTARLO****

Una questione delicata.
Sinora ci eravamo trattenuti dal compiere un simile passo, per questioni di pudore e di dignità, ma la situazione è davvero grave.
L'operazione alla retina (cfr. Giap#2 IVa serie) è andata bene, ma non si può certo chiamare "quiete domestica" quella a cui Marco è ritornato: senza lavoro, anni di affitto arretrato da riscuotere allo IACP, telefono ed elettricità che verranno tagliati da un momento all'altro, gli amici che faticano sempre più a tirarlo fuori dalle sabbie mobili in cui cade periodicamente (in tempi di recessione ci sono sempre meno rami a cui farlo aggrappare)...
Col ricorso in appello - dopo la sentenza che lo indennizzava con una sporta di prugne per più di un anno di ingiusta detenzione e una vita civile praticamente fatta a pezzi - la causa per il risarcimento durerà ancora qualche anno, ma nel frattempo?
Questa situazione non è recente, dura dal 1998, da quando Marco fu assolto con formula piena dalle accuse ributtanti che la Procura di Bologna, il Resto del Carlino e alcuni ambienti cattolici di destra gli avevano rigurgitato addosso. Sono rari i datori di lavoro disposti a soccorrere una persona a cui e' stata appiccicata in fronte l'etichetta di "mostro".
Marco tira avanti con ammirabile sense of humour, viene anche alle manifestazioni, era a Genova e a Firenze, insomma, non è un morto vivente, ma noi siamo sempre più preoccupati per lui, per il suo stato di salute (dall'epoca dell'arresto ha perso una ventina di chili), per la possibilità non remota che si trovi in mezzo a una strada...
Per quel che riguarda il nostro sito, Marco ci aiuta a mantenerlo, a risolvere i problemi tecnici etc. ma è un web designer a tutto tondo, negli scorsi anni ha realizzato - sottopagato - svariati siti per liberi professionisti, cooperative, associazioni (che sovente si vergognavano di riportare il suo nome sulle pagine). Disegna le pagine con Dreamweaver, sa usare php, si trova perfettamente a proprio agio con Flash e altri linguaggi multimediali, è bravo con Photoshop, basti vedere il suo sito
http://www.bambinidisatana.com
Insomma, bando alle ciance: se qualcuno/a di voi giapsters avesse dei lavori o dei lavoretti da affidargli, e decidesse di aiutarlo e aiutarci, farebbe cosa buona e giusta. Chi vuole farsi avanti, scriva a info@bambinidisatana.com e in cc a: giap@wumingfoundation.com
Grazie in anticipo.

**** MARCO DIMITRI VERSA IN CONDIZIONI DISPERATE, CERCHIAMO DI AIUTARLO****



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Iscritt* a /Giap/ in data 18/03/2003: 3559
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