da "Missione Salute", rivista dei Camilliani d'Italia, Anno XIV N.1, GEN.FEB-01
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Un libro a quattro mani fra storia e fantasia

Q: TORNA IL GRANDE ROMANZO STORICO 

«Dov'è Dio onnipresente? Il suo gregge è al macello.».


Il gregge è il popolo di Dio che vive in ogni epoca la battaglia della fede. Protagonisti un giovane eroe e un potente cardinalealle prese con eretici 
e fantasmi. Ma il rimbalzo dialettico sul nostro secolo è pungente. Fede o servitù del potere? C'è un grande assente, colui che è stato il Grande sconfitto: ma è lui che ha inviato lo Spirito nella storia umana.

 

Ogni tanto accade di ritrovare nella narrativa italiana un'opera che fa sperare; "Q" è stato, in questo senso, una sorpresa graditissima, almeno per quattro motivi: è un'opera ben costruita e ben scritta; segna il ritorno, con modalità nuove e intriganti, di un genere che si temeva perduto (il romanzo storico); dimostra come si possa scrivere un'opera impegnata dal punto di vista del giudizio storico-etico, senza cadere nei moralismi; produce un ritorno del "religioso" secondo una dinamica finalmente non new age.
Ma andiamo con ordine.
Un'opera ben scritta e ben costruita
La vicenda che fa da sfondo a "Q" non è semplicissima: il romanzo è opera erudita, ma che trasforma l'erudizione in intrigo: siamo nel XVI secolo, quando uno studente di teologia sceglie di combattere al fianco di coloro che contestano la Chiesa del tempo, sulle orme di Lutero e delle rivolte contadine. Questo giovane "eroe" si ritrova, man mano, a lottare accanto a Thomas Muentzer, agli anabattisti della Westfalia, a comunità "angeliche", a diffusori del verbo eretico. E da ciascuna di queste lotte contro il potere costituito, che ora prende la forma del papato, ora dei principi e vescovi tedeschi, ora dei grandi banchieri, ora delle varie inquisizioni, l'eroe vive di un'unica continuità: la sconfitta.
Il protagonista del romanzo è lo sconfitto eterno, assoluto, ma indomabile. La battaglia, perduta ogni volta e su ogni campo, va ripresa, riproposta, è impossibile abbandonarla. Perché c'è un fine, nella varietà delle sfide, unico: chi è il traditore che si annida ogni volta fra le truppe degli eretici e dei poveri, che ogni volta le riconsegna alla disfatta e che, infine, scompare ogni volta come un fantasma?
"Q", la lettera che dà il titolo al romanzo, è la sigla con cui questo fantasma firma le proprie missive dirette a Carafa, il potente cardinale romano che, di tutto, regge le fila. La sfida per la difesa o la sconfitta della fede cattolica, si sovrappone alla sfida tra lo studente e Q stesso: essi devono incontrarsi e decidere, infine, della loro sorte. Solo uno dei due perirà: non c'è spazio per una diversa soluzione. Ma, in verità, la soluzione sarà sorprendente. Non la anticipiamo, qui, lasciando che la curiosità spinga a incontrare quest'opera.
Come si vede, c'è tutto quanto serve per attrarre e affascinare: battaglie, disquisizioni teologiche, inganni, tradimenti. I due protagonisti del romanzo, entrambi senza nome (poiché, per necessità, ne devono aver molti), incarnano lo scontro modernissimo tra un potere che deve mantenersi stabile (pur destabilizzando) e una ribellione senza speranza (che vive di speranza).

Un romanzo storico per l'uomo d'oggi

L'ultima grande narratrice del mondo rinascimentale fu Maria Bellonci: la sua sublime capacità di scrittura non potè nulla, però, di fronte al grande pubblico; classica, profondissima nell'analisi, sembra ai più "antica".

Gli autori di "Q", che si celano dietro allo pseudonimo di Luther Blissett, hanno ridato freschezza alla narrazione romanzesca inserita nel contesto storico: benché straordinariamente erudito, il romanzo di cui qui si parla, gode di una freschezza continua, prodotta dalla scelta di un fraseggio breve, acuto e dirompente. La lezione di Manzoni si incontra con quella di Stephen King, proponendo un risultato che speriamo sia destinato a fare scuola. L'esordio del Primo capitolo è, in questo senso, tipico: «Quasi alla cieca. Quello che devo fare. Urla nelle orecchie già sfondate dai cannoni, corpi che mi urtano. Polvere di sangue e sudore chiude la gola, la tosse mi squarcia. Elias è dietro di me. Si fa largo tra la folla, enorme. Porta sulle spalle Magister Thomas, inerte. Dov'è Dio onnipresente? Il suo gregge è al macello.».

Da questo punto si snoda la tragedia di Muentzer, colui che aveva dato speranza alle miriadi di oppressi che abitavano il contado tedesco e dell'Europa tutta. Sullo sfondo dell'intreccio che vede protagonisti lo studente e la spia, ci appare il devastato mondo che vide la Riforma luterana ergersi prepotente di fronte al Papato. La storia prende vita, diviene la nostra stessa storia: noi siamo quello studente, noi siamo il suo nemico, dentro la storia.

Un duro giudizio etico

Nessuno, nel romanzo, è innocente: «l'innocenza del mondo è stata sepolta», afferma subito, fin dalla prima pagina, il protagonista; e sa perfettamente che, con quella del mondo, fu sepolta anche la sua stessa innocenza. Lo studente-guerriero non è senza macchia e paura: è un uomo disilluso come lo sono i nostri contemporanei, come lo siamo noi, di fronte al continuo fallire della speranza: egli giunge a sapere, persino, che la sua stessa lotta non ha alcun senso, che le cose del mondo non mutano.

Gli autori ci hanno fatto grazia, in questo romanzo, dall'offrirci quella separazione tra bene e male che non è mai figliata dalla realtà: Gert dal Pozzo (uno dei tanti nomi del protagonista) non possiede una morale chiara; ma, nella propria confusione, egli è infelice giudice del male tremendo che abita mondo e storia: la sconfitta dei poveri.

E, anche in questo caso, non perché i poveri siano migliori dei loro padroni: sono altrettanto gretti, sensuali, violenti, incapaci di vivere nella verità, di non autoingannarsi, di governarsi. E proprio questo loro carattere dimostra l'assioma e la tragedia: da un lato occorre aggredire il male; dall'altro occorre farlo senza l'illusione di redimere il mondo.

Gert continua a lottare, immerso in questa sfida che è la vera sfida etica di ciascun uomo, in ogni tempo: lottare per il bene, pur sapendo che quel bene è più grande di noi e che, nel mondo, saremo sconfitti.

La sconfitta, è il tema di questo romanzo, non vale come scusa per chi smette di lottare. Lutero non è migliore del Papa, ma la libertà dello spirito umano rimane una pretesa, l'unica altissima pretesa: «A vent'anni credevo che Lutero ci avesse regalato una speranza. Una visione del genere serve per vincere una battaglia giusta, ma non basta per realizzare la libertà dello spirito. Al contrario, può costruire nuove prigioni dell'anima, nuovi ricattimorali, nuovi tribunali.».

Una lettura della religione dello spirito, fuori dalla new age 

Si è parlato molto, negli anni che ci hanno accompagnato nel terzo millennio, di vita spirituale, di riscoperta dello spirito. Si è coniato il termine di new age per indicare complessivamente i contenuti di queste dinamiche religiose che hanno fatto miriadi di seguaci entusiasti. Ma si è scordata la storia. La storia faceva male e la si è accantonata, per inoltrarsi in un mondo interiore senza sbocco: solitario di fronte a un Dio che se non è solitario si rivela inesistente.
In "Q" ritroviamo finalmente una ripresa della tematica religiosa che affronta uno dei grandi bivi della storia: la Riforma protestante e la Resistenza e Riforma cattolica. In questo scontro, in questa analisi, si può percepire anche la pretesa di chi non sfugge, attraverso una malgestita interiorità, dal giudizio del mondo e del tempo: «Il Piano. Quello a cui Carafa sta lavorando da tutta la vita. Imporre un ordine al mondo. Concedere alla Chiesa di Pietro di rimanere l'arbitro indiscusso del destino degli uomini e dei popoli. Più d'ogni altro Carafa ha capito su cosa si fonda un potere millenario. Un messaggio semplice: il timore di Dio. Lutero è stato il suo più acerrimo nemico e il suo migliore alleato. Mizquez non si trattiene più: - . che ne sarà di noi? / Lo stesso tono calmo: - Sarete sacrificati. /Lo guardo negli occhi: - Alla maggior gloria di Dio».
In questa durissima reprimenda della fede adoperata come potere, sta anche la domanda che un romanzo laico come "Q" pone al credente di oggi; si può riproporre una fede che stia nel valico proprio: non spiritualismo e non servitù dei piani del potere? Il grande assente, in tutta le religiosissima lotta che pervade le pagine di questo romanzo, è Gesù Cristo: Spirito nella storia. Non sembri un paradosso.

Natale Benazzi