SPECIALE F15 - UN MESE DI COMMENTI UN MESE DOPO



IL 15 FEBBRAIO CONTRO L'11 SETTEMBRE

di Serge Quadruppani, traduzione dal francese di WM1

 
Serge Quadruppani, nato a Tolone nel 1952, è uno scrittore francese di romanzi polars. E' anche il traduttore dei libri di Andrea Camilleri (compito invero non facile), di Valerio Evangelisti e di Sandrone Dazieri. Vive tra Parigi e Roma. Un suo romanzo, "L'assassina di Belleville", è uscito in Italia per Mondadori. Serge è iscritto a Giap e ha tradotto e diffuso il testo di Wu Ming 1 "Dopo il 15 febbraio i media siamo noi", oltre a diversi altri scritti di Wu Ming.

L'11 settembre 2001, quando crollarono le torri del World Trade Center, buona parte degli abitanti del pianeta trascorse parecchie ore inchiodata di fronte a uno schermo. In seguito, quasi tutti rimasero succubi delle nefaste conseguenze di un massacro e della sua spettacolarizzazione. Fascinazione terrorizzata per le popolazioni dei paesi dominanti, identificazione con le marionette del fanatismo religioso per i popoli dominati: di fronte agli effetti di una strategia della tensione universale, l'unica scelta possibile sembrava quella del ruolo imposto, della passività. I refrattari all'ordine capitalistico potevano credersi condannati a una lunga "resistenza", se non all'impotenza.
Il 15 febbraio 2003, alle prese con la deriva catastrofica imposta dalla lobby militarista-petrolifera-mediatica che oggi si pone come padrona del mondo, decine di milioni di persone hanno rifiutato la passività. Ciò che più conta - e non bisogna aver paura di dirlo - è che quest'avvenimento non ha precedenti nella storia moderna. La più grande manifestazione contro la guerra di tutti i tempi, la prima manifestazione transcontinentale. E' inevitabile che essa si porti appresso ingenuità, ambiguità e confusione. Tuttavia, in questo come in altri casi (e in questo a maggior ragione), la posa radicale - il facile sfogo contro i limiti del movimento - condanna alla sterilità. Al contrario, questo è il momento di sottolineare le caratteristiche nuove e feconde che saltano all'occhio.
Si sa che le manifestazioni contro la guerra del Vietnam costituirono una delle matrici del '68, ma furono anche un'occasione per ravvivare le ideologie che in seguito hanno zavorrato quel movimento planetario d'emancipazione: il leninismo e lo stalinismo in tutte le loro varianti arcaiche o esotiche. La maggior parte dei manifestanti nutriva ancora illusioni sulla natura del regime vietnamita e dei regimi socialisti in genere. Oggi non c'è niente di simile: nessuno, fatta eccezione per pochi squinternati, penserebbe di difendere la dittatura di Saddam. E l'influenza dell'ideologia (ivi compresa l'ideologia della tassazione finanziaria, che a fatica si sta costituendo come tale) è rimasta marginale. Anche i politici socialdemocratici hanno capito che avevano tutto l'interesse a non darsi delle arie. Se le persone sono scese per le strade a Melbourne, a New York, a Roma e in altri cento posti che nemmeno conosciamo, è stato per dire, semplicemente, che non gliela venissero a menare con la crociata delle forze del Bene che uno scatenato esercito mediatico cercava di far loro ingoiare, e che rifiutavano la passività a cui le si voleva condannare. Per fare un esempio, a chiunque si sia immerso nell'oceanica manifestazione di Roma, questo risulta molto chiaro: al di là degli slogan contro la guerra dei petrolieri, le moltitudini scese per strada non rifiutavano soltanto questo "episodio" bellico. Ciò che è stato respinto, più o meno chiaramente con le parole e molto chiaramente con l'agire, è lo stato d'eccezione permanente che i padroni del mondo vogliono imporre per affrontare la recessione economica e il moltiplicarsi delle crisi scatenate a ogni latitudine dalla precarizzazione delle vite di miliardi di esseri umani.
Ciò che le moltitudini hanno manifestato dappertutto è che esse considerano, che esse vivono gli abitanti dell'Iraq come i loro vicini più prossimi; che le operazioni condotte laggiù saranno solo l'estensione di quello che succede qui; che la militarizzazione, la deriva securitaria, la demonizzazione di intere popolazioni minaccia tutti noi. Le azioni contro la guerra in Italia, contro il passaggio dei treni militari americani, sono la messa in pratica di tale consapevolezza.
Ci si può anche far beffe di queste manifestazioni in cui gli scout si mescolavano agli anarchici, e i centri sociali più radicali ai rappresentanti della vecchia sinistra bollita. Ma l'importante è che tutti costoro fossero immersi in una folla senza etichette, e che migliaia di gruppi, di esperienze e di reti sociali abbiano potuto incontrarsi e continuino a farlo. Anche la capacità del movimento contro la guerra di far crescere la propria comunicazione mediatica è una novità decisiva e ricca di promesse, come ha scritto Wu Ming 1.
Non ci sono dubbi: dopo il ciclo di lotte Seattle-Genova sta per alzarsi una nuova ondata, e su una scala esponenzialmente più vasta, del movimento che va costituendo un'opposizione mondiale al capitalismo. E' in corso la ricerca di un pensiero e di pratiche contro l'ordine mondiale del capitale. Ci si mostrerà all'altezza del movimento soltanto prendendovi parte per contrastare dall'interno tutto il vecchiume politico (dalla sinistra militonta
[gogauche] al radicalismo post-autonomo) e contribuire alla messa a punto di quel che c'è di nuovo.  Per elaborare, insieme ad altri, forme di sovversione in grado di rovesciare il rapporto di forza tra noi e chi vuole portare a livelli sinora inauditi la guerra contro l'umanità.


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IL MOVIMENTO CHE DISSOLVE I CETI POLITICI E' OK

di Sbancor

Sbancor è un banchiere anarchico romano, appassionato di geoeconomia e movimenti. Ha contribuito diverse volte a Giap. Nell'agosto 2001, prendendo le mosse dal tracollo argentino, descrisse in anticipo la guerra in Afghanistan. Liberi di non crederci, ma è tutto nero su bianco qui. Scrive su Rekombinant e sulla rivista Derive Approdi. Per le edizioni Derive Approdi, nel 1999, ha pubblicato il libro Diario di guerra: critica della guerra umanitaria.

Quello che è avvenuto a Roma è avvenuto, forse in passato, anche altrove. Ma io non c'ero. Chi dice che c'è stata una manifestazione è un riduzionista. A Roma c'è stato il popolo che ha occupato la città. Azione diversa dal dis/sentire. Azione sim-patica, perchè il pathos è stato comune. A Roma c'erano poche bandiere politiche. e appunto per questo è stata la più grande manifestazione del secolo, che sarà anche iniziato da poco, ma promette comunque bene. Il popolo, non le moltitudini, perche il popolo esprime coscienza civile. E la coscienza ha detto no alla guerra, no a questo governo di cavalli truccati da senatori, no a Caligola/Bush, no al terrore. Poi ci sono stati cretini intervistati da televisioni e cretini non intervistati da televisioni. C'erano anche televisioni cretine. Ma nessuno le guardava, perchè non c'era spettacolo, ma vita vivente e vissuta. Tutto ciò spaventa, anche la sinistra/sinistra. E già, perche se non ci sono rappresentati che fine faranno i rappresentanti? Se scrivessi in tedesco userei Darstellung, la rappresentazione spettacolare, o lo spettacolo della rappresentazione. Ahimè, Roma è stata una giornata anarchica, non perchè i partecipanti fossero seguaci di Bakunin e Malatesta, ma perché sono stati solo se stessi, anzi sono stati quello che potrebbero essere. Sempre. Attimo immenso che appare e scompare, ma la cui traccia è indelebile. Meno se ne parla più agisce nelle sfere, nelle infosfere, nei neuroni. Roma è una lezione di cosa può essere un movimento, non il movimento dei movimenti, non i movimenti delle mosse politiche, non lo spettacolo delle satrapie gruppettare. A un mondo che cambia, ad un impero che va in rovina prima di essersi costituito, alle cancellerie europee sorprese esse per prime di una libertà d'azione e di parola che non sospettavano possedere, insomma al grande, pericolosissimo casino contemporaneo, il movimento ha detto una cosa. Una cosa Dura e Cattiva. La guerra ci sarà, perchè nessuno è così ingenuo da pensare di poter fermare la macchina di distruzioone e di morte. Ma questa guerra sarà la vostra rovina, non la nostra. Se la guerra ci sarà, e ci sarà, la separazione fra la volontà di tutti e la volontà di pochi diventerà così grande da produrre la fine del contratto sociale neoliberale. E forse del contratto sociale tout court. il 15 si è respirata in un momento tremendo per l'umanità, l'aria della libertà. E la libertà è pericolosa. Molto pericolosa. Inutile chiedersi "Che fare". Basta farlo.

18/02/2002

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CHE FARNE DI SADDAM


Clicca sull'immagine per vedere
il quadro astrale di Saddam

...a proposito del 15 febbraio, vorrei fare mia una frase di Ian Mc Ewan da un articolo pubblicato dal Corriere della Sera di qualche settimana fa. "Le colombe hanno il mio cuore, ma i falchi hanno la mia mente" . Il che significa che certo, sono contro questa guerra, come contro tutte le guerre. Ma le centinaia di migliaia di curdi massacrati, gli oppositori politici fatti sparire, la cappa di terrore che da decenni è calata sull'Iraq - come del resto sui paesi che hanno abbracciato l'integralismo islmico - non sono cose che mi sento di ingoiare. Gandhi avrà pure  dato la risposta dello sdraiarsi sui binari, ma quando nel '46 nel Punjab gli indipendentisti indiani li facevano saltare per aria, i treni,
lui approvava, e faceva bene!  Insomma, cari compagni, ho una gran paura che il pacifismo ad oltranza, senza un discorso, a fianco, che storicizzi e renda critico il discorso sulla guerra e sulla violenza, finisca con il diventare un ennesimo strumento nelle mani dei poteri forti. Sono contro la guerra all'Iraq in quanto guerra imperialista, progettata e realizzata per rafforzare il capitale americano, ma questo non significa che desideri che Saddam Hussein, gli ayatollah o chiunque altro al mondo possano continuare a calpestare i diritti dei loro degli altrui popoli senza far nulla per
fermarli. E, per citare Brecht, "quella gente non si fa stancare da quelli come noi". Non credo che milioni di persone in piazza  fermerebbero Saddam dal lanciare nuovamente elicotteri d'assalto e gas sui villaggi curdi se venisse rimossa la no fly zone; come non hanno fermato la pulizia etnica nella ex jugoslavia, nè il martirio di Mostar nè i cecchini a Sarajevo. E inoltre, com'è che davanti a questi plateali atti di pubblica violenza i milioni di persone non si sono mobilitate? Ho partecipato a manifestazioni per illustrare la situazione delle donne in Sudan e in Algeria con al massimo venti persone, ad altre per parlare delle tecniche antiguerriglia usate dai russi in Cecenia andate regolarmente disertate. Per anni ho visto i comitati dei fuoriusciti iraniani con banchetti e pannelli per le strade che testimoniavano impiccaggioni e torture nelle pubbliche piazze di Teheran e d'altrove e non mi risulta che questi fatti abbiano mai scalfito una tenace crosta d'indifferenza . I dittatori vanno combattuti sempre ed ovunque e, tornando a Brecht, poiché sono gente che il cannone lo capisce e ad ogni altra lingua  è generalmente sorda, bisogna parlare loro con tale linguaggio.  Il punto è a chi appartiene il fucile che gli spara adosso, e per quale ragione lo fa. Immaginiamo un'Europa liberata dagli americani, nel 1945, senza  la presenza dei movimenti partigiani. Non sarebbe stato solo un problema di gestione del dibattito politico, né solo di vantaggio tattico derivante dal fatto che i partigiani un bel po' di danni li fecero effettivamente; sarebbe stato anche un problema di dignità davanti alla Storia. Dai nazisti ci siamo liberati da noi stessi e in molte parti senza nessun aiuto - anzi, con qualche impaccio - da parte degli Alleati ed  è per questo che  oltre mezzo secolo dopo io posso parlare ai miei allievi delle quattro giornate di Napoli e della Battaglia di Porta Lame e dir loro di andare fieri del loro popolo e di sputare in faccia a chi gli dice che la
guerra l'hanno vinta gli americani e che i partigiani hanno fatto solo casino; ed è anche per questo che ho potuto far crescere i miei figli con i racconti di eroi come Lupo o il comandante Nuto e non con Rambo o altri consimili cazzoni. Se a un popolo togli la possibilità di battersi per la propria libertà e conquistarsela con le armi in mano, quel popolo  tale libertà non imparerà mai ad usarla e ben presto cadrà di nuovo nelle mani del dittatore di turno. Per questo vorrei sentire un po' più di informazione in giro sulla lotta dei curdi, sull'opposizione politica in Iraq e in genere in tutto il mondo islamico, sui loro intellettuali, sulle lotte delle donne. Fermare la macchina di guerra americana va bene!  ma, delle due una, o riusciremo a fermarla ( anche perchè le diplomazie di molti Paesi sono contrarie alla guerra e nemmeno gli USA possono ignorare del tutto l'ONU) o non ci riusciremo. Nel primo caso il problema è, come cacciare Saddam e come riconquistare alla libertà una parte notevole del mondo islamico, intossicato di odio anti occidentale e di fanatismo religioso; nel secondo caso il problema  è ancora più complicato; come impedire agli americani di pilotare  il nuovo corso della politica irachena, come aiutare a far emergere le forze democratiche lì e altrove nel Golfo, come, infine, ritorcergli contro la loro stessa vittoria armata.

David Tancredi, 23/02/2003


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"I MEDIA SIAMO NOI" E IL DARWINISMO MEDIATICO



Charles Darwin (1809-1882)

Il gran chiasso sul "nuovo che avanza" - l'esplosione del fenomeno dei blog letto come stato nascente di una nuova forma di giornalismo on line (ma ancora molta é la strada da fare e spesso si confonde il mezzo coi fini) e più ancora le forme di attivismo mediatico e i canali di comunicazione aperti da questo - riduce ad un pesantissimo silenzio un evento che, a mio avviso, corre quantomeno parallelo  la crisi dei media "tradizionali". Si sa, il processo era pressoché inevitabile. L'informazione-merce vive il suo tramonto, i suoi ultimi fuochi - tra giornalisti arruolati nella guerra globale e media sempre più dipendenti da fonti di sussistenza di cui il lettore costituisce solo l'ultima voce, economicamente la più insignificante - in uno squilibrio mondiale che i media hanno scelto di non raccontare, trasformandosi, più o meno consapevolmente (o forzatamente), da spettatori a parte in causa. Il naufragio non ha spettatori, tutti sono (siamo) imbarcati:  il naufrago non si distingue più dallo spettatore. Il racconto allora, non può che essere un diario di bordo (blog) o la narrazione della disperata ricerca di un approdo (mediattivismo).
Su tutti, l'esempio della più famosa agenzia di stampa del mondo, l'inglese Reuters. Martedì scorso ha annunciato un drastico taglio del personale, oltre tremila andranno a casa a ripianare il primo esercizio in rosso da quando l'agenzia è stata quotata in borsa nel 1984. Un segnale della crisi?
Sì e no. Il drastico taglio riguarda i dipendenti impiegati nella miriade di società tecnologiche che costituiscono il corpus di quella che ormai, più che un'agenzia di stampa, è una banca d'investimenti. Analisi di borsa, vendita di sistemi di brokeraggio e di quotazione, consulenza, fornitura di dati di ogni genere:  la Reuters di oggi è, in primis, tutto questo. Basti pensare che sugli oltre 15.000 dipendenti attuali (anzi ormai numeriamoli un po' oltre i 12.000), solo tremila (non saranno toccati) sono i giornalisti che si occupano dell'agenzia. E qui si potrebbe discutere a lungo del conflitto d'interessi aperto da un'informazione d'investimento. Ma insomma, l'amministratore delegato Tom Glocer ha dichiarato che la nuova linea guida della Reuters sarà quella di riportarsi alla centralità delle news.
Complimenti al capitano per la scoperta di questo "nuovo mondo", augurandogli che non sia troppo tardi e che le nuove rotte non siano completamente intasate da una miriade di barchette da tempo impegnate a tracciarne le mappe.

Ad ogni modo, considerando il bicchiere griffato Reuters mezzo pieno, si potrebbe interpretare questo ritorno all'antico come una sorta di (pur) tardiva terapia per risvegliare il malato dal suo stato comatoso. Se non fosse che anche chi ha cercato di non rimanere impigliato nel vortice più trash (col senno di poi) della new economy quando nulla sembrava impossibile e tutto valeva quattro soldi d'investimento, si trova in acque altrettanto agitate. Sto parlando della possibile chiusura del leggendario magazine on line statunitense Salon. Gente che ha sempre fatto informazione di qualità e che ha solo chiesto di poter vivere di questa, senza trasbordare al di fuori della missione riconosciuta come propria fin dall'inizio. Salon ha 53.000 abbonati e una certa quantità d'introiti pubblicitari. Ma non basta. In un'accorata lettera, il fondatore David Talbot, smentisce decisamente la ventilata chiusura nonostante più d'uno (il Wall Street Journal su tutti) se l'auguri, ma al contempo ammette decisamente la difficoltà  Salon ha bisogno d'aiuto. Molto aiuto.

Non ho alcun dubbio che la sua enorme potenza di fuoco permetterà alla Reuters di superare ogni impaccio e continuare ancora a lungo a definire le coordinate (di massa) a questo mondo, così come temo per la sorte di Salon, anche se auguro a Talbot e ai suoi lunga, lunghissima, vita. Ma, comunque si evolvano le vicende, il baricentro della questione mi pare un altro:  andiamo sempre più verso un bipolarismo (concettuale prima che mediatico) informativo radicalmente contrapposto, quasi due mondi paralleli e nient'affatto tangenti. Da un lato i grandi gruppi economici e la loro informazione di massa, dall'altro l'informazione "di base", l'altra informazione, fornita da blog e mediattivismo. In mezzo il deserto. Nessuno spazio per le anime belle come Salon.

Qualcuno, come gli amici di Wu Ming, comprensibilmente (vista la loro storia) gioisce di questo darwinismo mediatico (l'evoluzione ha i suoi meccanismi irreversibili)  "la nostra comunicazione può fare tranquillamente a meno dell'informazione ufficiale, televisiva, piramidale".
Io sono più scettico, più perplesso. Quantomeno mi pongo alcune domande.
Scrive Remo Bodei nell'introduzione di uno dei miei personali capisaldi ("Naufragio con spettatore" di Hans Blumemberg - Ed. Il Mulino):  
"Quale cammino della vita potrò prendere, dal momento che tutti siamo virtualmente coinvolti in un unico processo, quello della storia mondiale, ed è diventato difficile trovare un angolo, una nicchia, un rifugio che non siano esposti ai contraccolpi di eventi remoti ? La risposta suona come un imperativo ad imparare a 'nuotare', affrontando direttamente e di buon grado i rischi necessari, ad acclimatarsi in un universo reale e concettuale guidato da un 'ordine mobile, autopoietico. A questo proposito, gli errori più funesti sono, rispettivamente quello di immaginare
[o "fingere", aggiungo io:  l'informazione di massa di Reuters e le altre "sorelle". N.d.A.] di sottrarsi al coinvolgimento con il mondo, ponendosi come puri ed egoistici spettatori delle sue tragedie (si verrà sempre scovati) e quello di gettarsi sconsideratamente nelle tempeste, ignorandone la natura, scambiando i propri
ideali e desideri per la realtà. In quest'ultimo caso, il naufragio è sicuro".

Ecco, io penso che per dichiarare il tramonto di dio non basti constatarne la morte e procedere rapidamente verso altri lidi forti della foto della lapide che, come un santino o un'icona, teniamo chiuso nel portafoglio o abbiamo appeso sul muro in camera.

Credo soprattutto di non aver voglia di nuovi dei (ancora santini, ancora icone...), ma solo di un dio più giusto. Ammesso e non concesso che la Giustizia sia qualcosa che, in epoca di naufragi e derive, possa essere di un qualche interesse per chi deve cercare solo di sopravvivere.

Davide Lombardi, 24/02/2003, http://www.granbaol.org/


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LE FIACCOLE E GLI INSONNI GIU' A VALLE

Prima di tutto, il colore. Sembrava di essere nel mezzo di un'eruzione: migliaia, centinaia di migliaia di lapilli indaco azzurro viola verde giallo arancio rosso, esplosi dal cratere della stazione Ostiense, ricadevano sui fianchi del vulcano e confluivano senza soluzione di continuità nella colata principale, che non finiva di ingrossarsi e pareva intenzionata a mangiarsi tutto l'asfalto della città.
Le fotografie scattate dall'elicottero, ritraendo solo il flusso principale, non rendono fino in fondo giustizia a ciò che abbiamo visto e vissuto sabato per le strade di Roma. In realtà, la lava arcobaleno si disperdeva in migliaia di rivoli e si ricongiungeva in centinaia di affluenti occasionali, riempiva ogni spazio vuoto e avanzava in modo impercettibile ma inesorabile.
La lava era ovunque. I colori della pace erano ovunque, nei vicoli, nei giardini, davanti ai portoni dei palazzi, nei bar, in autobus, in metropolitana, sulle biciclette. Ed erano ovunque perché sbandierati, agitati, indossati da marxisti-leninisti e beati costruttori di pace, coppie di settantenni e gruppi di ventenni, operai e liceali, un numero incredibile di persone.
Impossibile, e soprattutto inutile, provare a calcolarlo. L'essenziale è che eravamo tanti, tantissimi, e colorati, sgargianti.
Dicono che facciamo il gioco di Saddam, che siamo gli utili idioti di turno, ma a me è capitato di pranzare accanto a dei ragazzi curdi, al Circo Massimo, ed erano sereni, a loro agio, dalle loro espressioni non sembrava che si sentissero circondati da complici dello sterminatore del loro popolo. Poco dopo li ho rivisti mentre risalivano il corteo, applauditi e festeggiati dalla folla sorridevano e salutavano, agitavano le loro bandiere.
Dicono che siamo anti-americani, ma la maggioranza dei ragazzi e delle ragazze che hanno sfilato sabato è cresciuta leggendo Salinger e Kerouac e tuttora si nutre di cultura americana, ufficiale e underground (O forse questi sedicenti filoamericani credono, e vogliono farci credere, che i capisaldi della cultura statunitense siano McDonalds e le pubblicità della Nike?).
Ma sono, è evidente, le argomentazioni di chi fatica a trovare argomenti.
I sostenitori dell'amministrazione Bush e della dottrina della guerra preventiva somigliano sempre più, soprattutto in Italia, a quel personaggio interpretato da Corrado Guzzanti che investe con la macchina un pedone e, davanti alla richiesta di quest'ultimo di chiamare un'ambulanza e di fornire i dati dell'assicurazione, risponde qualcosa come: "Ah, adesso viene fuori che i morti li abbiamo fatti solo noi, eh? Il Cile, il Vietnam? E la Cambogia? E piazza Tien an Men? E i gulag?! Sono dieci anni che ce la menate col conflitto d'interessi, con le condanne per corruzione, con i rapporti con la mafia, ma la verità è che dall'89 voi brancolate nel buio..."
E invece chi brancola nel buio, chi si sente mancare la terra sotto i piedi, sono proprio loro.
Nessuno sta vincendo e nessuno vincerà- siamo comunque alla vigilia di una guerra- ma loro stanno perdendo. La credibilità di chi vuole l'intervento, e ancora di più di chi lo sta organizzando, non è mai stata così prossima allo zero. Sono nervosi, e non fanno nemmeno più niente per nasconderlo: la faccia contratta e perplessa di Colin Powell all'Onu durante l'audizione di Blix e El Baradei, il suo modo hollywoodianamente secco e brusco di parlare per strappare l'applauso (ricevuto invece dal francese de Villepin), Bush che ringhia: "I pacifisti non mi fermeranno" come a voler esorcizzare la mobilitazione della società civile mondiale, confermandone neanche troppo indirettamente l'efficacia, i servizi segreti inglesi che copiano una tesi di laurea e dicono "Ecco le prove del riarmo iracheno!", Berlusconi che ha cercato di disorientare l'opinione pubblica italiana con ottomila giri di valzer con altrettanti primi ministri e adesso ha una faccia che sembra dire: Fermate la giostra, mi gira la testa! E poi, naturalmente, tutte le
panzane raccontate dall'intellighenzia interventista, i bombardamenti per liberare il popolo iracheno, l'esportazione della democrazia, Saddam come Hitler...(Come se la situazione attuale fosse anche minimamente comparabile a quella del 1938/39, come se il macellaio nato a Tikrit avesse davvero Millionen dietro di lui e l'Iraq ricordasse anche solo lontanamente la terribile potenza della Germania nazista).
Sono nervosi, terribilmente nervosi. Non tarderanno a diventare nevrotici.
Perché?
La situazione in seno al Consiglio di Sicurezza, certo. L'asse franco-tedesco, ovviamente. Le richieste di Putin. Le bizze di qualche alleato in posizione strategica. Mettiamoci anche l'azione diplomatica del Vaticano. Ma poi, bisogna esserne coscienti, ci siamo anche noi.
Noi che sabato eravamo a Roma, a New York, a Londra, a Madrid, a Melbourne.
Noi che siamo colorati, e leggeri senza cadere nella superficialità, allegri senza dimenticare la drammaticità della situazione.
C'è ancora chi- a sinistra, purtroppo, pare essere uno sport molto praticato- si dedica all'affannosa ricerca del Dato Politico, arrovellandosi nelle sue analisi politiciste, ragionando con categorie buone per il Concilio di Trento.
Ma ci sono due dati che vengono molto prima di quello politico (ma sarebbe meglio dire politologico, se non altro perché fa rima con patologico) e che hanno sulla politica un'incidenza molto più profonda di mille accorgimenti tattici. E sono entrambi di natura esistenziale.
Primo: sabato 15 febbraio 2003 milioni di persone nel mondo hanno detto no non solo alla guerra, ma anche alle logiche che hanno creato o concorso a creare situazioni come quella irachena e/o come quella afgana, quelle logiche che ci hanno governato per decenni e ci hanno condotto fin qui, dove siamo ora, a un passo dall?abisso. Si avverte non tanto la possibilità quanto la necessità di un altro mondo e, ancor prima, di un altro modo.
Un altro modo di concepire i rapporti di forza tra i continenti e al loro interno. Un altro modo di prendere le decisioni, che sia più partecipativo e partecipato possibile. Un altro modo di fare politica, che non sia mera gestione dell'esistente bensì slancio incosciente e progettualità responsabile allo stesso tempo.
Secondo: un'impressionante scarica energetica si è liberata e librata per le vie della Capitale, come del resto era già successo a Firenze nei giorni del Forum Sociale Europeo e in altre occasioni, e ha ricaricato quanti hanno manifestato e anche più d'uno tra quelli che non c'erano, in un processo di osmosi che non sembra estinguersi davanti alle pulsioni di morte provenienti dal cuore dell'establishment ma anzi allargarsi a macchia d'olio.
L'impressione è che qualunque cosa succeda e succederà, tutta questa energia non svanirà. Può venire giù il mondo, possiamo saltare in aria in buon numero- vorrei dire- ma l'elettricità pervade ormai l'aere e le terre. Se non servirà per evitare la catastrofe, la useremo/la useranno per ripartire, per ricostruire.
Ma prima che arrivi l'apocalisse, noi possiamo fare ancora molto con le energie accumulate. Innanzitutto adoperarci perché non si disperdano né si brucino, almeno le nostre, in fuochi fatui. Poi, cercare di riconvertirle in attività che ci piacciono, contribuendo a dar vita ad un piccolo, grande o medio circolo virtuoso. Ma soprattutto possiamo e dobbiamo cercare ovunque altri corpi e menti zampillanti energia, con cui cooperare, lavorare, sperare, discutere, fare l'amore.
Un lapillo che cade da solo sul fianco della montagna è destinato a soffocare.
Due, tre, quattro lapilli caduti vicino, magari esplosi in punti anche lontanissimi ma finiti uno accanto all'altro, non possono che alimentarsi a vicenda e poi tentare di attizzare le zolle inanimate che hanno di fianco.
Dieci lapilli sono torce che testimoniano come sia possibile illuminare la notte più profonda, cento fanno una bella coreografia che può essere vista anche dagli insonni giù a valle, mille possono riscaldarti con il loro respiro di calore.
Milioni sono un'eruzione. Milioni è GIORNO.

Paolo Ceccarelli, 24/02/2003

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MEMENTO UT DIEM SABBATI SANCTIFICES

...da non più ventenne ma nemmeno ancora trentenne (cioè da venticinquenne) ho visto cosa facevano i padri e mi accorgo di cosa vorrebbero fare i figli; non ho mai sopportato l'incazzatura al limite della furia della maggiorparte dei centri sociali da me conosciuti, non ho mai s(u)pportato le posizioni violente del movimento antagonista della mia adolescenza (a Genova nei primi novanta sembrava che tra i teenager adorare Stalin e le BR fosse indispensabile per una corretta crescita politica); ma d'altra parte non mi entusiasmano molto le frotte di papa boys e gli appelli all'amore libero, purchè assolutamente platonico. Finalmente trovo un movimento che agisce, ma non re-agisce, dove la manifestazione si fa di Sabato non (solo) perché possano partecipare anche le famigliole con bimbi al seguito e panini colla frittata in borsa, ma perché il sabato è il giorno sacro della festa per "noiggiovani", il giorno in cui il medio ventenne pensa "non vado in disco, oggi, ci si diverte di più in manifesta!"
Ben vengano dunque gli slogan tratti da Silvestri (il quale tra l'altro diceva tempo fa che lo slogan è fascista di natura o sbaglio?), ben vengano i colori, ben venga la gioia, una risata li ucciderà...
Bah, mi sembra di non essermi spiegato, comunque...

Vostro in Cristo

Dario Monaco, 25/02/2003


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DEL PRINCIPIO DEL PIACERE, DELLA FORMA E DEGLI SCOPI
Ovvero: N. ha torto e ha ragione



[Libro primo. Del principio di piacere]

Caro N, perchémai sei convinto che saremmo già diventati una massa di "spettatori" che non comunicano più? Vediamo un po' di capirci. Essere spettatori significa, qualora riferito alla prassi, non interagire, avere una disposizione prevalentemente passiva, non interattiva; in termini  spaziali significa essere disposti uno accanto all'altro in una successione seriale, replicante, come le copie di una merce ad alta tiratura. Non è N che deve rispondere delle sue sensazioni. Cari amici, N è uno di noi e se lei/lui sente quello che afferma di percepire, beh questo è un problema nostro. Allora il quesito vero è "Cosa vuol dirci N? Qual'e' il suo disagio?"

Sì, perché io vedo la condizione di noi tutti adesso come segue:  

[a] ciascuno di noi "percepisce" un dato avvenimento in base alla sua attitudine personale e collettiva
[b] ognuno di noi cerca onestamente di trasmettere le proprie percezioni perché vuole che insieme si ricavi una comprensione collettiva di quello che accade [costruisce?]
[c] il che presuppone in ciascuno una disposizione ad ascoltarsi non meno forte che
[d] una disposizione ad ascoltare gli altri
[e] tutte le percezioni hanno cittadinanza, cioè una volta enunciate appartengono alla comunità e devono dunque venire criticate
[f] tutte devono venire esaminate, perché tutte alludono a questioni di rilievo
[g] siamo guidati in tutto questo da una spinta ancora davvero poco chiara ma tanto forte a costituirci in soggetto collettivo
[h] e se il nostro sentire ci comunica disagio e puzza di esperienze già fallite abbiamo il dovere di non mentirci e di dire - Eh, no, cazzo, questo poi no!"
[i] e se il sentire di qualcuno di noi allude ad un disagio - anche se lei/lui non riesce a comunicarcelo con chiarezza - è compito di ciascuno di noi farsi avanti per individuare le cause di questo disagio, farle presenti a tutti e infine magari rimuoverle, ma non lasciarle indiscusse.
[l] in tutto questo siamo guidati da un genuino principio di piacere, di onestà intellettuale e morale verso se stessi e gli altri partecipanti al processo. Detta secca "we don't need another hero". Se non si sta bene insieme, allora certo non durera'. Bertolt Brecht mi soccorre - mi pare in Me-Ti. Libro delle svolte. - dove dice "Sei vuoi essere un buon rivoluzionario, devi imparare a sederti comodo."

Questo per quanto riguarda il processo, cioè le modalità del costituirsi [making] del movimento. Mi pare che innanzitutto dobbiamo rimuovere il disagio di ciascuno di noi verso le forme proprio dalle forme stesse con cui questo processo avviene, sin dai primi passi. Dio ci scampi dalle forzature che "fanno crescere", per quelle basta e avanza mi pare la realtà esterna al movimento.

Ma torniamo adesso, con questo spirito, alla questione posta da N. Caro N, io ti direi che a me è parso di trovarmi piuttosto alla Cartoucherie in una rappresentazione della compagnia della Mnouchkine non so se hai presente, dove gli attori narrano storie diverse, quello che hanno visto coi loro occhi, e lo fanno contemporaneamente, rivolti a diversi settori del pubblico. Anche il pubblico, che sta in piedi, si muove e va ad ascoltare le storie che gli piacciono di più. Pensa all'happening di Mantova dei Wu Ming.
Spingendomi oltre, direi che il 15 febbraio ho visto la cooperazione sociale finalmente narrata con sostanziale fedeltà dal movimento dei cooperanti sociali. Se N mi ha seguito fin qui nel ragionamento e grosso modo condivide, la sua questione si fa ancora per noi tutti più rognosa maledettamente. Già, perché com'è che N questa narrazione ti è dunque apparsa muta?

Si, perché questo è proprio il problema di chi non è costituito politicamente. L'assenza di voce, il mutismo. La cooperazione sociale quella vera, immanente, quella che lo sentiamo che porta tutto il peso dello sfruttamento e della valorizzazione capitalistica, appare ad N muta.


[Libro secondo. Delle forme e degli scopi. ]

Una voce, sostiene Wu Ming, questo movimento ce l'ha. Ed è vero che il farsi media del movimento ha decretato l'immediata obsolescenza delle forme del mercato e della regolazione politica dell'accesso ai, e dell'uso dei, media. Ma è una voce interna al movimento stesso, ampia ma comunque drammaticamente chiusa all'interno del "territorio liberato" dalla comunicazione e dalle pratiche dei poteri dominanti. La riserva è diventata in questi giorni forse più grande della metropoli, ma questo allude solo alla mastodontica centralità che il problema della forma politica ha assunto per questo movimento, hic et nunc. Alla lunga non vedo proprio realizzarsi quel principio di piacere che ponevo a fondamento e garanzia della genuinità del nostro costituirci, del nostro stare bene insieme, della nostra specifica viva, immanente totalita'. Devo preparare N alla prospettiva di soffrire con la stessa intensità che presumo di un militante rivoluzionario degli anni '30 - costretto dalla doppia militanza ad introiettare la sofferenza come forma propria della militanza e a partecipare agli orrori dei movimenti fascisti e nazisti in funzione di copertura - nel vedere che una tale maggioranza sociale non riesce a far cadere un governo scalcinato, abbandonato pure dalla Chiesa. N è questa la causa del tuo disagio?

Parli anche di "popolo" e lo contrapponi al concetto di "moltitudini" e trovo questo molto allusivo e bello. In realtà è proprio questo che mi ha fatto convinto che il tuo disagio è centrale e non periferico - come, ti confesso, mi era apparso all'inizio, leggendo le tue note.  Anche se il termine è in se' merdoso e puzza di bagaglio politico del passato o del presente bossiano demenziale. Ma il problema - e qui N ha ragione da vendere - c'è eccome: quello di  una moltitudine che non ha forma politica. Non parlo della direzione - nel doppio senso semantico di "guida" e di "dove andare" - ché questo attiene al piano strategico e dunque all'immanenza del movimento stesso. Ma non ha forma politica, cioè non si è posto il problema di spendere - istituzionalizzare - la propria potenza.

Nella forma attuale della politica italiana non c'è rappresentazione di noi, siamo politicamente muti. E che c'è da stupirsi, se ci muoviamo proprio perché non rappresentati, per via di questo vuoto che percepiamo fra la nostra potenza sociale e la mancata nostra costituzione in forme politica. Vorrei anche vedere che ci fosse qualcuno che in Parlamento comincicasse a dare battaglia per aprirci degli spazi di manovra politica. Questi sono sogni per quelli del Manifesto. E cosa si fa in parlamento? Manco più il boicottaggio. Questo iato fra la potenza sociale dei movimenti e le forme politiche si è aperto nel '75. Ed è andato nel corso di tutti questi anni approfondendosi, diventando normale aspetto della non-dialettica fra potenza e poteri.

La potenza costituente  del movimento sta titillando le aspettative di tanti professionisti della politica che - forti del fatto che il movimento finirà con lo spaccarsi le ossa contro il muro opposto dal rifiuto di riconoscergli autonomia e di accordargli infine cittadinanza politica - si preparano a gestire brandelli elettorali del movimento. Non abbiamo forse bisogno di loro, ed è augurabile che mediatori non ci servano, ma al momento non disponiamo di alcun sistema di trasmissione fin dentro il sistema politico [ricordate le famose "cinghie"?].

I movimenti, dal '75 in avanti non hanno più potuto disporre di sistemi di trasmissione e la condanna all'impotenza politica dura da allora. Il numero dunque qui non conta, né la massa critica. Il problema è evidentemente di natura relazionale e dobbiamo lavorare dunque sulla forma della relazione. Con chi? Con chiunque, come stanno facendo quelli di ACT UP! Paris - gruppo che lavora su AIDS - per i quali "oggi è nostro nemico chi ieri ci era al fianco, e viceversa. A seconda degli obiettivi il fronte delle alleanze e del nemico si compongono diversamente." Fare un uso spregiudicato dei politici e delle istituzioni, ma senza alcuna pietà massacrandoli tutti. Allora sì che pesiamo. Ma questo presuppone in questi ultimi la recezione di iniziative di legge che recepiscano i principi che prefigurano la nostra costituzione materiale e politica: lotta al precariato, innalzamento della sicurezza sociale, reddito garantito per tutti, trasporti gratuiti.

La Costituzione - cioè la modalità secondo cui le forze sociali si costituiscono in soggetto politico - è stata modificata già nel '75 in forma sperimentale, usando la magistratura come surrogato della politica, in difetto di armamentario costituzionale degno di questo nome. L'eversione strisciante la misero allora in atto il PCI, la DC e il PSI insieme. Non è mica successo nient'altro di significativo da allora in relazione al problema della chiusura del sistema politico al cosituirsi dei movimenti sociali. Allora quei partiti produssero il declassamento dell'attività in se' politica dei movimenti a mera attività sociale, pre-politica. Attività muta.

I movimenti sociali antagonisti che si sono succeduti sono stati tutti tenuti fuori dal quadro politico ed istituzionale. E i provocatori assoldati da B*********  sono sempre lì a proporci delle scorciatoie che confermino infine il valore centrale per la costituzione politica italiana di quella bella scelta del '75.  Che sancisce la rendita politica dei loro discendenti sugli scranni di Palazzo Madama e dintorni.

Abbraccio N perché in fondo mi ha fatto capirmi meglio, e gli chiedo scusa di averlo usato impropriamente, attraverso le mie forzature ed i miei tarli.  Abbraccio i miei cari Wu Ming che l'espediente letterario l'hanno annusato subito e hanno portato pazienza
Che Giap ci porti consiglio compagni perché sarà dura.

Con affetto, ferocemente sincero.
Fiorenzo Sperotto


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IMMAGINE E MOVIMENTO

Ho letto e sentito, in questo periodo, alcuni rilievi sulla superficialità del movimento che si è manifestato con milioni di persone il 15 febbraio scorso.
Se non ho frainteso si diceva: "Va bene saremo anche stati tre milioni, ma quanti di questi tornati a casa continueranno ad impegnarsi concretamente contro la guerra o contro la globalizzazione neo-liberista (cioè due facce dello stesso problema)?" Colgo l' obiezione e credo che questa sia la sfida.
La manifestazione grandiosa è un evento mediatico, di per sé questo catalizza la partecipazione: in definitiva per molti è cool esserci, ti dona, in quel momento, una immagine da protagonista. Applicare però gli stessi principi nella vita di tutti i giorni è molto più difficile. è difficile dire ad un adolescente o ad un ragazzo o ragazza di 18-20 anni (anch'io non ne ho molti di più…) che ha avuto purtroppo come esempi predominanti da anni Grandi Fratelli, Veline, Saranno Famosi (e non credo sia un argomento abusato,  ma un nodo focale) che quello che gli viene proposto dalle società occidentali contemporanee non è un modello sostenibile né economicamente nel medio periodo, né eticamente alla luce degli squilibri mondiali. Il suo problema è anche di sentirsi accettato nel suo ambiente, di non essere considerato lo "sfigato di sinistra quando il mondo va tutto da un'altra parte". C'è, insomma, un problema di immagine del movimento, di contrasto sociale sul piano della comunicazione. Tanto per dire, tra molti universitari, almeno nella realtà che vivo io, l' impegno politico non è molto avvertito, si percepisce la politica, e quindi anche le realtà di movimento, come qualcosa di paludato, di estraneo, di irrilevante. Si pensa l'impegno individuale, quotidiano, inadatto a cambiare le scelte delle amministrazioni e dei governi. In una parola: "perdente". E se non sei vincente, non sei nessuno.
Dico questo per sottolineare (per quel poco che ne so) le differenze di clima culturale rispetto alla stagione "sessantottina". Il clima culturale non è, però, la somma delle singole sensibilità, secondo me. Esiste un margine di manovra nel pungolare la creatività, l' attivismo, la voglia di cambiamento che in molti, sotterranea, esiste. Bisogna combattere con le stesse armi quindi (anche in una disarmante disparità di mezzi) senza illuderci che i grandi media ci diano visibilità per cercare di forzare l' inattività edonistica da polli all' ingrasso delle società di consumo per ridischiuderla ad un impegno etico, ad un fare denso di sogni e suggestioni percepiti come raggiungibili e vincenti.
In questo senso perché non saldarci sempre più alle lotte operaie andando ad informare precisamente, puntualmente anche li? Perché non sfruttare ogni occasione politica (elezioni, referendum) per promuovere incontri che costringano le forze in lizza a confrontarsi con i nostri argomenti (divulgando anche qui)? O ancora, perché non rendere alcune newsletter telematiche  (come Giap, per dire...) anche cartacee e distribuirle tramite "passaparola" gratuitamente nelle scuole e negli atenei?
Insomma non ci conviene aumentare la nostra visibilità con tutti i mezzi democratici disponibili?

Enrico Oddone, 05/03/2003

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OGGI IL MONDO, DOMANI ROMA

Politica e partiti politici... Questa distinzione è un po' pericolosa, secondo me. La manifestazione del 15 febbraio è stato molto bella, un vero "oceano pacifico", e ha ribadito Firenze, anche se forse Firenze era più politica perché emanata dall'altro mondo che alla Fortezza diventava sempre più possibile. E' vero che in questo momento la politica diventa dominio di tutti, che siamo più forti perché da consumatori esercitiamo il nostro potere politico scegliendo quali prodotti mettere nel carrello del supermercato, e quindi teniamo (o potremmo tenere) i padroni per le palle, come ricorda brillantemente anche Arundhati Roy. Ma sulla distesa di bandiere del 15 febbraio mi ha accompagnato un ricordo molto amaro: tutte le manifestazioni, le fiaccolate e i sit organizzati dal mio partito (il PRC) ai quali avevamo partecipato in 3-4000 persone, e finanche solo 200, per contrastare inutilmente lo stesso identico uranio a stelle e strisce sui Balcani, che era invece appoggiato da SuperEgoDAlema . Ecco, per rispondere alla questione "politica e partiti", direi proprio questo: nella storia i movimenti hanno un andamento ondivago. E' difficile tenere desta l'attenzione e quindi la forza delle masse quando si allontanano i momenti critici che portano alla consapevolezza della necessità della lotta. Solo i più motivati riescono a mantenere alte tensione e partecipazione, e secondo me i partiti politici (almeno il mio), oltre a fare tutta una serie di altre utili cose, garantiscono proprio questo: che la coscienza non si addormenti, che non si perda mai il filo. Magari un giorno questo non servirà neanche più, magari, ma adesso secondo me siamo ancora lontani. WM1 parla di partiti politici inadeguati perché "sconfittisti" rispetto a una realtà ben più positiva e vivace, però mi sa che la realtà sembra migliore vista da Bologna, e che mentre l'altro mondo possibile si concretizza a livello più planetario, nella realtà politica italiana i partiti affrontano un governo che sta veramente spicconando una cinquantina d'anni di conquiste dei lavoratori, ed è anche per questo che c'erano così tante persone in piazza a Roma, mentre a Parigi erano solo 300 mila.

Monica Mazzitelli, 10/03/2003

 

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DE JURE PACIS


1 - Lettera agli Amici
2 - Testo dell'epigrafe ai Concittadini
3 - Reazione della stampa locale [refusi e sgrammaticature inclusi]



1.

Illustrissimi Wu-Ming e Giapsters,
ogni tanto anche un vecchio blocco di pietra e bronzo quale sono deve sgranchirsi gli arti, e in questi tempi in cui la follia di pochi vuole portare il mondo alla rovina, un po' di movimento è più che mai necessario. La vita del piccolo paese che mi diede i natali, infatti, è diventata tristemente indifferente agli eventi attuali, quasi che oggigiorno ci si possa ritenere al di fuori di ciò che accade più in là del nostro giardino. Come risultato, nessun abitante, scuola, istituzione  avevano esposto bandiere della Pace. Urgeva una piccola messa in discussione della quotidianità, un cambiamento di rotta, e mi sono sentito in dovere di compiere un primo umile passo niente di straordinario, beninteso, ma è la semplicità della pratica quotidiana che cambia le cose.   

Voi sapete quanto dura sia la vita di un monumento, quanto dolore rechino l'indifferenza o la rassegnazione dei posteri per chi ha dedicato tutta la vita alla costruzione di un futuro in cui i popoli potessero convivere in pace. E non vi inganni il titolo della mia opera più famosa, "De jure belli", perché l'obiettivo era quello di porre fine alle guerre sanguinosissime che hanno segnato i miei anni di gioventù, durante il '600, e che continuano oggi a perpetuarsi in modo sempre più assurdo e spietato. Se ora dovessi riscrivere quel trattato, certo sarei molto più duro con chi si arroga il diritto di compiere sterminii in nome di una guerra giusta, e come vedrete più in basso, ho cominciato proprio dal cambiare il titolo.

Così, prendendo spunto dalle vicende accadute al mio caro amico Giuseppe Garibaldi, ho deciso di ripararmi la schiena con un variopinto mantello, e con un'epigrafe ho cercato di incitare i miei concittadini a fare altrettanto dalle loro finestre.  
La cosa ha fatto anche sorridere quelle stesse persone che fino al giorno prima mi usavano come rotatoria stradale, una volta tanto si sono degnati di prestarmi attenzione. I notabili del paese, le banderuole che anno dopo anno sono saltati da un carro all'altro cambiando protettore, hanno addirittura gridato allo scandalo, al vilipendio! Proprio loro, che hanno inflitto una lenta agonia al mio paese, un tempo vivo e popoloso.

Credevano di farla franca, i furbi, di continuare allegramente il loro dominio come se niente fosse, ma, come vedete, la luce immensa e cangiante di questo movimento di movimenti può irradiare anche le terre più dimenticate.

Con infinita stima e affetto,
il padre del Diritto Internazionale,
Alberico Gentili

Post Scriptum
Mi sono permesso di allegare al messaggio due piccole foto, tanto per farvi un'idea. Qui di seguito invece vi riporto il testo integrale dell'epigrafe. Vogliate perdonarmi il riferimento al Papa, ma, in una regione che ha subìto secoli di dominio pontificio e in cui la cultura clericale è ancora fortemente radicata, mi è sembrato potesse fare buona presa.


2.

DE JURE PACIS

Amati Concittadini,

E' giunto per me il tempo di rompere il silenzio.
Ho speso tutta la vita alla ricerca di un modo per fare convivere pacificamente i popoli nel Diritto Internazionale, e ora alcuni capi di governo, che si dichiarano "democratici" ma che in realtà sono accecati dalla sete di dominio e di petrolio, ci vogliono portare tutti alla rovina.
Ma cosa hanno imparato dai miei trattati? Non hanno occhi per vedere, orecchi per ascoltare, cervelli per capire?
Al di là del loro naso, centinaia di milioni di voci si sono levate in questi giorni portando un immenso messaggio di Pace. Niente di simile era mai accaduto prima d'ora. Genti di tutte le nazioni, di tutte le etnie, giovani e vecchi, uomini e donne attraversano insieme il mondo con la loro testimonianza, come faccio io ora con la mia bandiera. è un gesto semplice, ma infinitamente importante.
Anche il Papa, il pastore di quella chiesa che pure secoli fa mi perseguitò e mi costrinse all'esilio, si è espresso con fermezza: "Qualsiasi guerra preventiva", egli dice,"è un atto di aggressione".
Poco più di dieci anni fa, durante la 'guerra del golfò, aveva detto "La guerra è un'avventura senza ritorno".
Forse voi crederete che un piccolo paese come questo sia lontano da ciò che accade nel mondo, e che le vostre azioni non potranno mai cambiare il corso delle cose.
Eppure, vi dico, provate ad appendere una di queste bandiere della Pace alla finestra, osservatene per un attimo i colori, il soffio dolce del vento che le accarezza. Vi sentirete parte di questo movimento pacifico che passa per l'Italia, le Americhe, fino in Australia. Sentirete il calore di tutte quelle persone, che è il vostro calore. Una nuova energia vi scalderà l'animo, e anche le fredde mura di questo paese prenderanno vita.

Alberico Gentili



3.

IL RESTO DEL CARLINO (EDIZIONE DI MACERATA)
[n.b. l'edizione nazionale del giornale titolava in prima pagina "La guerriglia pacifista". La foto ritraeva un gruppo di *guerriglieri* sui binari di una non precisata stazione mentre mangiavano un panino e bevevano del vino rosso, scaldandosi a un fuoco opportunamente ingigantito dai photoshoppisti della redazione]

S. Ginesio, proteste di Forza Italia
Vilipendio al monumento di Alberico Gentili


San Ginesio. ­ Vilipendio al monumento di Alberico Gentili? è quanto affermano Leide Polci, responsabile provinciale Giustizia di Forza Italia, ed il locale coordinatore del partito, Pietro Enrico Parrucci, in merito ad un episodio verificatosi nella notte tra venerdì e sabato. Sul monumento al giurista ginesino, ritenuto il fondatore del diritto internazionale, è stata posta una bandiera arcobaleno della pace, oltre ad un manifesto con la firma dello stesso Alberico Gentili che ­ "in un italiano piuttosto sciatto ed approssimativo - dicono la Polci e Parrucci ­ criticava la politica degli stati uniti e la cosiddetta guerra preventiva. Gli anonimi compilatori avrebbero dovuto, prima di scomodare l'insigne giurista, documentarsi sul suo pensiero attraverso le opere, in particolare il "De jure belli", da cui si evince che la guerra, quando esista una 'giusta causa' è lo strumento per addivenire alla pace. I compilatori del manifesto, oltre ad aver avuto la codardia di rimanere anonimi, hanno sovvertito il pensiero del giurista, dimostrando profonda ignoranza. Siamo tutti convinti che le guerre debbano essere evitate, perseguendo ogni sforzo per il raggiungimento della sicurezza tra i popoli. Siamo altresì convinti che il pacifismo 'fondamentalista' non faccia altro - concludono ­ che favorire personaggi senza scrupoli, sicuramente non mossi da desiderio di pace".


IL CORRIERE ADRIATICO

San Ginesio, critici Polci e Parrucci
I pacifisti arruolano anche Alberico Gentili


San Ginesio ­ Ieri mattina anche Alberico Gentili aveva "indossato" i colori della pace e con essi un cartello che spiegava, con tanto di firma, le sue ragioni del no alla guerra. Il riferimento, naturalmente, è al monumento all'uomo di pensiero ginesino, eretto in piazza a San Ginesio, che ieri si presentava sotto una veste del tutto nuova. Una "pasquinata" pertinente, in quanto Alberico Gentili è universalmente considerato il padre del diritto internazionale e tra l'altro autore di un trattato particolarmente attuale, il "De jure belli" che si occupa appunto della guerra. Ma se dal punto di vista coreografico l'iniziativa può essere stata accolta con sorpresa divertita, molta meno ilarità ha invece suscitato il contenuto della scritta che criticava aspramente la politica americana e la cosiddetta guerra preventiva. A spiegarne le ragioni sono Leide Polci e Pietro Enrico Parrucci, rispettivamente responsabile provinciale del dipartimento giustizia e coordinatore comunale e responsabile provinciale enti locali di Forza Italia.
"Gli anonnimi compilatori - esordiscono ­ avrebbero dovuto studiare e documentarsi sul pensiero e gli insegnamenti di Alberico Gentili, attraverso le sue opere, in particolare il De jure belli, da cui si evince che la guerra, quando esista una giusta causa, sia proprio lo strumento indispensabile per addivenire a un processo di pace. Pertanto i compilatori hanno completamente sovvertito il pensiero del giurista, dimostrando profonda ignoranza in merito, nonostante l'apprezzabilissima attività del centro internazionale di studi gentiliani. Se così non fosse, sarebbe da pensare che si sia voluto utilizzare strumentalmente e del tutto indebitamente un simbolo della cultura ginesina, prettamente a fini propagandistici". "Siamo tutti convinti che le guerre debbano essere evitate, concludono i due esponenti forzisti, e che il ricorso alla forza sia l'estrema ratio. Siamo altresì convinti che il pacifismo fondamentalista non faccia altro che favirire personaggi senza scrupoli sicuramente non mossi da desiderio di pace".


Iscritt* a /Giap/ in data 14/03/2003: 3564
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