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lo scrittore Pap Khouma
Solidarietà al collega
Pap Khouma
oggetto di un'aggressione razzista a Milano
Sua Altezza Vittorio Emanuele IV di Savoia
"Mi avete preso per un coglione!"

Nandropausa #10 - Libri letti, discussi e consigliati da Wu Ming - 21 giugno 2006

00. Pre-embolo
01. Roberto Saviano, Gomorra, Strade blu Mondadori
[WM3, WM1]
02. Recensione comparata di Gomorra e Indagine sul calcio di Beha-Di Caro, BUR Rizzoli
[WM2]
03. Giuseppe Genna, Dies irae, 24/7 Rizzoli
[WM5]
04. Recensione comparata di Dies irae e Indagine sul calcio
[WM1]
05. Una nota su Calciopoli e il futuro del Paese [WM3]
06. Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi, Einaudi
[WM4]
07. Stephen King, Cell, Sperling & Kupfer
[WM1]
08. Nino G. D'Attis, Montezuma Airbag Your Pardon, Marsilio X
[WM1]
09. Jutta Richter, Un'estate di quelle che non finiscono mai, Salani
[WM4]
10. Legs McNeil & Gillian McCain, Please Kill Me, Baldini Castoldi Dalai
[Luciano Moggi & Fabio Baldas]
11. Julian Cope, Krautrocksampler, Lain
[WM5]
12. Dario Biagi, L'incantatore. Storia di Gian Carlo Fusco, Avagliano [WM1]



Questo è il decimo numero di Nandropausa, web-zine semestrale coi nostri consigli di lettura.
Dedichiamo il nostro lavoro ai 69 deputati della XIVa Legislatura che l'11 luglio 2002 votarono contro il rientro in Italia dei Savoia.
Al solito, un disclaimer (ogni volta quasi uguale, ogni volta diverso):

  • Questa non è né potrà mai essere una panoramica esaustiva su quanto di interessante si è pubblicato in Italia negli ultimi mesi. Siamo cinque esseri umani che leggono per diletto quando hanno il tempo e la forza di farlo, e il criterio con cui scegliamo che libro leggere è un non-criterio, dipende dai tiramenti di culo del momento. Non segnaliamo mai un titolo solo perché si deve, perché tutti ne parlano etc. D'altro canto, il fatto che non ne parliamo non significa che non valga la pena leggerlo. Semplicemente, noi non l'abbiamo (ancora) letto.
  • Su Nandropausa, salvo alcune eccezioni (sassolini tolti dalle scarpe o perplessità da comunicare), segnaliamo libri che ci sono piaciuti davvero. Non abbiamo debiti da pagare (in ogni caso, non è così che li pagheremmo) né dobbiamo "tener buono" alcuno. Se tra gli autori recensiti figurano nostri amici, è perché abbiamo apprezzato i loro libri. Se il libro non ti è piaciuto o non lo hai letto con la dovuta attenzione, niente commento, nemmeno se l'autore è tuo gemello siamese. Non segnalare un'opera meritevole per mere questioni di galateo e paura delle malelingue sarebbe un errore più grave. Quanto alla malalingua, sta bene ficcata nel culo di chi le fa proferir verbo.
  • I libri non sono in ordine di gradimento, questa non è una classifica, sono tutti ex aequo.
  • All'altezza di ogni recensione, diamo la possibilità di cliccare sulla copertina per ordinare il libro on line. E' una possibilità, soprattutto per chi ha difficoltà a raggiungere buone librerie. Si tenga però presente che nulla vale l'esperienza di entrare in una piccola libreria tenuta con passione, spulciare i titoli sugli scaffali, fare quattro chiacchiere e infine uscire (forse) con un titolo sideralmente distante da quello che si aveva in mente :-)
  • Pulsante XML per feedNandrowatch è un feed rss (via Technorati) per seguire nella blogosfera commenti su Nandropausa e sui libri qui segnalati - e, se vi va, partecipare alle discussioni. Cos'è un feed rss? Lo spiegano qui.
    E' importante, se ne scrivete sul vostro blog, che la parola "Nandropausa" compaia nel post.




Roberto Saviano , Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra
Mondadori Strade Blu, 2006, pagg. 331, €15,50



Clicca per ordinare GomorraGomorra è narrazione che lacera, incide a fondo la carne, afferra la gola. Gomorra è rabbia lucida che svela, kalashnikov che scrive sui muri, forellini tutti uguali, la parola. "Economia".
Ci sono tre persone che prima di ogni altra dovrebbero leggere Gomorra: si chiamano Padoa Schioppa, Draghi, Bersani. Dovrebbero proprio confrontarsi, davvero, con il più importante saggio di economia pubblicato in questo paese da molti anni a questa parte. Gomorra ci squarcia il petto raccontandoci la Cina e l'India. Qui da noi. Noi. Cinesi di noi stessi. Noi che insegniamo ai cinesi come fare la Cina. I cinesi che insegnano a noi. Signori, ecco la crescita, il PIL, le plusvalenze, la modernizzazione.
Gomorra non è un saggio d'economia. Gomorra può uccidere, uccide, nel paese dove comandano i morti. Racconto di viscere, organi interni, sparpagliati e dilaniati dentro il corpo di Napoli. Verbo che diventa carne, eresia estrema, violazione del tempio. Letteratura nel senso più alto che mi riesce di immaginare. Gomorra è insulto a chi dice che oggi non si scrive nulla di interessante.
Densità di crudi fatti al limite dell'asfissia. Scenari dipinti a mostrare che il Texas l'abbiamo inventato noi. Personaggi memorabili: almeno due. Pikachu e Pasquale, destinati a non abbandonarmi mai più.
O' Sistema.
Fare un pezzo.
Stakeholder.
Libro da cui si può imparare quasi quanto una vita intera. Non voglio raccontare alcun episodio che vi è contenuto, chi legge queste poche righe deve leggere il libro, non le mie stronzate o il riassunto.
Ho quarantadue anni, vent'anni fa andai via da Gomorra, la mia città, senza un progetto o idee chiare. Erano anni di un'altra guerra in tutto uguale e diversa da quella di oggi. In tutto uguale e diversa. Non ebbi le palle, il coraggio, la determinazione di guardare la bestia negli occhi, in volto, e descriverne i lineamenti. Andai, e basta. Gomorra ha evocato ricordi, scoperchiato emozioni, scavato gallerie, ma giuro che è una lettura necessaria anche per chi non viene da quelle terre.
Gomorra è un libro destinato a rimanere a lungo, anche in un paese decerebrato come il nostro.
Il suo autore, Roberto Saviano, una perla rara e preziosa, che andrebbe coltivata con cura, orgoglio, amore. [WM3]


Paolo Di Lauro, imprenditoreNon ho letto nessuna recensione prima di affrontare Gomorra. Nessuna.
Libro impegnativo: a volte l'impasto è denso da soffocare, come la sabbia ficcata in bocca ad Antonio Magliulo legato su una sedia, spiaggia di Castelvolturno, litorale domizio.
Il lettore deve affrontare Gomorra con attenzione, coscienza, responsabilità. Altrimenti verrà travolto.
Mentre mi spingevo nel fitto ha preso forma un'ipotesi: l'io narrante di Gomorra è l'autore, ma non soltanto e non sempre. L'autore, per dirla con la colonna romana del vecchio Luther Blissett Project, ha esercitato la libertà di "dare dell'io a qualcun altro", di collocarsi dietro gli occhi di diversi "io" che raccontano storie di camorra. Non "io è un altro" ("je est un autre", come scrisse Rimbaud), bensì "anche un altro è io" ("un autre aussi est je").
L'io che racconta dell'economia cinese in Campania non è lo stesso che racconta delle pecore spaccate a metà dai colpi di prova del "tubo" (il fucile fai-da-te usato dal "Sistema"), e così via. E' sempre "Roberto Saviano" a raccontare, ma "Roberto Saviano" è una sintesi, flusso immaginativo che rimbalza da un cervello all'altro, prende in prestito il punto di vista di un molteplice.
E' un punto di vista straniato e fermo al tempo stesso ("fermo" nel senso di fermezza, coerenza, dirittura morale). "Io" raccoglie e fonde le parole e i sentimenti di una comunità, tante persone hanno plasmato - da campi opposti, nel bene e nel male - la materia narrata. Quella di Gomorra è una voce collettiva che cerca di "carburare lo stomaco dell'anima", è il coro un po' sgangherato di chi, nella terra in cui il capitale esercita un dominio senza mediazioni, àncora a una "radice a fittone" il coraggio di guardare in faccia quel potere. "Io" è la comunità aperta di chi sceglie "Cristo, Buddha, l'impegno civile, la morale, il marxismo, l'orgoglio, l'anarchismo, la lotta al crimine, la pulizia, la rabbia costante e perenne, il meridionalismo. Qualcosa."
Gomorra
è il tributo appassionato ai "qualcosa" che, ai bordi dell'allucinazione condivisa imposta dai clan, permettono ancora di tastare la realtà.
Si badi bene, non intendo dire che Saviano non ha vissuto tutte le storie che racconta. Le ha vissute tutte, e ciascuna ha lasciato un livido tondo sul petto, sotto il giubbetto antiproiettile della coscienza politica e sociale. Ma un'attenta lettura del testo permette di distinguere diversi gradi di prossimità.
A volte Saviano è dentro la storia fin dall'inizio e la conduce alla fine, protagonista intelligibile del viaggio iniziatico. "Io" è l'autore e testimone oculare, senz'ombra di dubbio.
Altre volte Saviano si immedesima e dà dell'io a qualcun altro di cui non svela il nome (amico, giornalista, poliziotto, magistrato).
Altre volte ancora s'inserisce a metà o alla fine di una storia per darle un urto, inclinarla o rovesciarla, spingerla contro il lettore. Eccoci, seguiamo un personaggio un po' a distanza, nascosti, e a un certo punto arriva di taglio un "mi disse quando lo incontrai" (o qualcosa del genere). E' uno zoom violento sul personaggio. Quest'ultimo si rivolge a Saviano, e grazie all'io narrante Saviano siamo noi. Come quando un attore getta un'occhiata all'obiettivo e ci fissa negli occhi. Zoom + sguardo nell'obiettivo: lo stratagemma narrativo ha un impatto incredibile.
Si pensi alla cavalcata di don Ciro, il "sottomarino" che va a distribuire la "mesata" alle famiglie di detenuti (pagg.154-156): Saviano lo dice, sì, di averlo conosciuto, ma lo dice en passant, non ci facciamo troppo caso perché stiamo già appresso a don Ciro, gli andiamo dietro mentre si infila nei vicoli stretti, sale scale, percorre pianerottoli, ascolta lamentele. Partecipiamo al suo giro, ora siamo di fianco a lui, le buste di plastica piene di vettovaglie ci sfiorano le gambe, lo accompagniamo anche adesso che il giro è finito, trasognati... poi arrivano tre parole ("mentre gli parlavo"), e scopriamo che Saviano cammina con noi, anzi, che noi siamo lui. Tutto questo in due pagine.
Ha importanza, a fronte di ciò, sapere se davvero Saviano ha parlato con Tizio o con Caio, con don Ciro o col pastore, con Mariano il fan di Kalashnikov o con Pasquale il sarto deluso? No, non ha importanza. Può darsi che certe frasi non siano state dette proprio a lui, ma a qualcuno che gliele ha riferite. Saviano, però, le ha ruminate tra le orecchie tanto a lungo da conoscerne ogni intima risonanza. E' come se le le avesse sentite direttamente. Di più: come se le avesse raccolte in un confessionale.
Francesco Schiavone, imprenditoreTerminato Gomorra, ho fatto alcune cose:
- ne ho discusso a lungo con Wu Ming 3, che nel frattempo aveva scritto una mail bellissima a Saviano, cuore in mano;
- ho letto diverse recensioni del libro, quasi tutte deludenti e fuori fuoco;
- infine ho telefonato all'autore.
Saviano è un giapster storico, uno dei primi settanta che, nel gennaio 2000, ricevette il numero 0 della newsletter. Tra di noi c'era stato qualche botta-e-risposta via mail, ma era la prima volta che ci sentivamo a voce - e finora è rimasta l'unica.
Non ci siamo mai incontrati di persona.
Non gli ho mai dato consigli di scrittura: manco sapevo che stesse scrivendo un libro.
Non ho mosso mai leve (quali?) per farlo andare in tv o in qualunque altro posto.
Non ho un briciolo di merito per quel che ha fatto lui.
Lo scrivo a scanso di equivoci, visto che adesso c'è la gara a chi per primo intuì il talento, e chissà dove saresti a quest'ora se io non, e va riconosciuto che c'è un gruppo di persone che. Solita fiera delle vanità, solita condotta parassitaria, solito esibizionismo sconcio.
Stavo dicendo: l'ho chiamato e gli ho spiegato la mia teoria sull'io narrante. Mi ha confermato che è vera, aggiungendo esempi.
Gli ho detto che, per quanto positive e utili, le recensioni che pongono l'accento unicamente sulla testimonianza civile - e letteraria - individuale non colgono la natura di epopea collettiva del suo libro.
Abbiamo parlato della diffidenza e del rancore suscitati dal libro presso certa intellighenzia "progressista", quella a cui fa comodo sostenere che la camorra è un fenomeno arretrato, residuale, disfunzionale, freno allo sviluppo di un capitalismo "pulito" e di una borghesia meridionale laboriosa e decente.
Un bel quadretto consolatorio. Peccato che la camorra (anzi, il Sistema) sia in realtà punta di diamante del business ultracontemporaneo, avanguardia dell'impresa tecnologica, del management, delle teorie liberiste, in simbiosi con le nuove economie "cindiane". Noi abbiamo ancora in mente i guappi da suburra, il folklore, una camorra estinta da decenni, e intanto la base sociale dei clan - proprio grazie al controllo del Made in China - è composta da early adopters (e testers) di ogni nuovo gingillo elettronico. Un camorrista usa la nuova Play Station o Xbox molto prima di chiunque altro, e così per videofonini, fotocamere ultracompatte, videocamere, lettori mp3, megaschermi al plasma etc.
Tutto questo Saviano lo spiega molto bene, attingendo a istruttorie e atti giudiziari, inchieste giornalistiche, testimonianze dirette. Lo fa con coraggio inaudito, e non è "solo" coraggio civile e politico: è coraggio poetico, stilistico. Non è mica giornalismo, questo. E' ben di più. Saviano ha scavato la realtà con le unghie fino a rinvenirne il nocciolo visionario e allucinatorio.
Gomorra vive in un'intersezione che, negli ultimi anni, ha dato ospitalità ad altri "oggetti narrativi". Qualche esempio, in ordine decrescente di primato della narrativa sui "corpi estranei": Romanzo criminale di De Cataldo, Dies irae di Genna, e il nostro Asce di guerra (sempre a scanso d'equivoci, preciso che quest'ultimo è il meno riuscito dei quattro). Varia il tema (nemmeno tanto), varia la miscela di reale e immaginario, varia il modo in cui si passa dal documento alla visione, ma quei libri vivono nello stesso posto. Non hanno alcun senso le contrapposizioni tra finzione e reportage, tra romanzo-romanzo e romanzo-qualcos'altro: noi tutti produciamo, quando lo riteniamo giusto, "oggetti narrativi" che se ne fottono del filo spinato, degli allarmi, dei cocci di vetro sul muro di cinta.
Dopo la chiacchiera, ho consigliato via sms a Saviano di scrivere di calcio, della presenza nel calcio dei clan di camorra. Una presenza non episodica, ma strutturale. Non l'eccezione, ma la regola. La camorra non "interferisce" col sistema-calcio: ne è uno dei pilastri da almeno vent'anni. Finora se ne è scritto (poco) partendo dal calcio, ma bisogna partire dalla camorra. E non bisogna fare una semplice "inchiesta", ma affrontare il paesaggio mitologico del calcio, devastarlo, appiccare incendi, gettare sale sulle macerie. [WM1]

  • Derattizziamo il giornalismo d'inchiestaClicca sulla copertina (in alto a destra) per ordinare il libro.
  • Inevitabile e impietoso il paragone tra Gomorra e un altro libro dedicato a Napoli e alla camorra, uscito qualche mese prima. Si tratta di Napoli siamo noi, autore Giorgio Bocca, editore Feltrinelli. Libro frettoloso e raccogliticcio, pieno di errori grossi come ratti di fogna, che Piero Sorrentino ha catturato e messo in mostra con giusta acribia qui.
  • Sul blog Nazione Indiana Francesco Forlani e Alessandro Moro hanno dedicato a Gomorra uno hat trick (tripletta) di testi che hanno il merito di evitare le banalità: uno, due e tre.



Recensione comparata: Gomorra + Indagine sul calcio di Oliviero Beha e Andrea Di Caro,
BUR Rizzoli, pagg. IX + 637, € 12,00



Clicca per ordinare Indagine sul calcioQuesta non è una recensione, ma il resoconto di un'esperienza. Come uno che impara una mossa di tai chi e poi ti viene a raccontare cosa si prova, che vantaggi ne ha tratto, cosa la rende un esercizio utile, da insegnare a tutti.
La mossa è semplice, due gesti soltanto:
1) Leggi Gomorra, di Roberto Saviano
2) Leggi Indagine sul calcio, di Beha-Di Caro.
Uno di fila all'altro, senza interruzioni, come fossero due volumi di un'opera unitaria. Vedremo alla fine come si potrebbe intitolarla.

Di Gomorra si possono dire molte cose, per invogliare a una lettura che già da sola è illuminazione, nirvana, potere della parola. Saviano racconta la camorra, cioè la struttura imprenditoriale più diffusa e dinamica del Pianeta Terra.
Dentro ci sono storie, personaggi, aneddoti. Abbastanza per impegnare un regista serio nei prossimi dieci anni. Chi ha due lire da parte si assicuri i diritti, prima che parta l'asta. L'investimento è sicuro.
Il brutto è che di storie, personaggi, aneddoti te ne parla anche la De Filippi. Il termine è inflazionato, meglio soprassedere.
Lo si potrebbe definire un reportage, e lo è senz'altro, tanto notevole che in un paese decente Saviano sarebbe la firma di punta di una grande testata. Però anche qui si finisce per infilare un dibattito sfiancato, quello sul giornalismo d'inchiesta nostrano, se esista o no, se sia in ripresa o derelitto.
Terminato il libro, si ha la sensazione di aver scoperchiato qualcosa. Si resta storditi e inebriati, perché l'abisso è molto più profondo dell'immaginazione, delle notizie sparse, degli scoop raccolti qua e là. E' un'ipnosi da termitaio, una trance psichedelica, ma nemmeno in questo risiede il beneficio. La verità, per definizione, non fa miracoli. Delle due li sgonfia, vedi la Napoli bassoliniana e l'incazzatura (centro)sinistra contro questo autore guastafeste. Perché se il Polo vince 61 a 0 in Sicilia è merito della mafia, ma se l'Ulivo trionfa in Campania, con decine di comuni commissariati, è tutta gloria, tutta purezza, la regione ha cambiato faccia e guai a chi non ci crede. Paranoico, scettico, invidioso.
La differenza vera, nelle pagine di Gomorra, è la narrazione dei meccanismi.
Tu capisci come. Com'è che le grandi firme della moda foraggiano la produzione di falsi che sono veri quanto gli originali. Capisci chi, capisci perché, capisci dove. Who, why, where, eccetera. Le famose doppie vu del buon giornalista. Solo che non lo capisci con un articolo di giornale, un saggio di economia, un'indagine serrata. Nemmeno con un patchwork di affabulazione e inchiesta, come nelle migliori orazioni di Marco Paolini. No. Qui racconto, invenzione linguistica, dati, intercettazioni, dialoghi immaginari, cronache, personaggi e comparse, sociologia e romanzo, antropologia e finanza sono la stessa cosa. Sovrapposti, indistinguibili. Come l'imprenditore e il camorrista. Come le telefonate di Moggi, Fiorani e Vittorio Emanuele. Non c'è il curioso aneddoto che illustra la tesi e aggiunge colore. Aneddoto e tesi sono nomi diversi per la medesima infilata di parole. Leggete le pagine sul glorioso mitragliatore AK 47, capirete cosa intendo. Un mosaico simile a certi puzzle di ultima generazione: quelli che in ogni tessera c'è dentro un'immagine, solo che qui l'immagine che sta in ogni pezzo è la stessa che si compone alla fine, in ogni storia c'è tutto, come in un frattale, ogni incontro del protagonista rispecchia l'intero quadro. Protagonista, è bene sottolinearlo, o narratore, se volete, ma non autore. Ed è questa l'altra novità, l'operazione gonzo che nessuno aveva mai tentato, su un argomento cosìtosto. In un libro così, per deformazione da lettore, quando leggi "ho visto", "ho fatto", pensi sempre che l'autore-reporter abbia visto e fatto. Non qui. Ecco perché i librai non sanno dove cavolo metterlo, 'sto libro. E' narrativa, è giornalismo, è criminologia?
Non sei tu, Roberto, quello che fa la spola in Vespa tra i morti ammazzati, le discariche, le ville dell'aversano, le Case Celesti e il porto di Napoli? Una versione partenopea dei Lùnapop sui colli bolognesi? E se non sei tu, chi diavolo è? Hanno ragione i detrattori, ti sei inventato tutto, per invidia, un po' come Zeman con le sue farmacie, la finanza creatina e via rotolando.
Che cazzo hai scritto, Roberto?
L'ambiente è sano, basta fare pulizia...

Etimologia della parola Indagare...evitare che qualcuno riordini le tessere del mosaico. Come fa Indagine sul calcio, mettendo in fila gli scandali pallonari dal Mundial spagnolo alla vigilia di Italia-Ghana. Pezzi sparsi, che ciascuno di noi serbava da qualche parte, tra le pieghe del cervello, ma già solo vederli così, uno dietro l'altro, uno incatenato nell'altro, fa un altro effetto. Per ventiquattro anni, tornano sempre gli stessi nomi - Carraro su tutti. Cambiano solo i ruoli, ora da una parte, ora dall'altra della barricata, in un gioco di interessi che definire conflitto è roba da ritardati.
Qualcuno, dopo aver letto Gomorra, penserà che questo sia un libro più specifico, di nicchia, per il pubblico rotondolatrico, come lo chiama Beha. La camorra sì, senz'altro, è uno specchio dell'Italia e magari del Mondo, ma il calcio? Che me frega se il Verona ha vinto lo scudetto nell'unico campionato col sorteggio integrale degli arbitri? Lo so bene che è tutto un trucco, tant'è vero che a me il pallone non m'è mai piaciuto e via snobbando.
Errore. Errore madornale, rosso e blu.
In parte, un errore che commette anche Saviano, ma forse solo per motivi di spazio. Perché calcio e camorra si sono tirati la volata tante, troppe volte, suturati l'uno all'altro dal filo delle scommesse, il famigerato Totonero, e dai miliardi sporchi riciclati alla buona dentro alle società pallonare.
Errore. Perché se un tempo era la politica a servirsi del calcio - vedi Videla e i mondiali del '78 in Argentina - adesso "si scende in campo", con "l'attacco a tre punte" e lo Juve Club Montecitorio che propone il colpo di spugna se solo gli Azzurri vincono la coppa. Dal politichese al calcese, parlamento e stadio finiscono per coincidere, come l'imprenditore e il camorrista, o il gergo di potere e raccapriccio di qualsivoglia intercettazione.
Dunque si sovrappongono anche i due mosaici, quello frattale sulla camorra e quello più geometrico e rotondo, sul calcio e il nandrolone.
Tempo fa discutevamo, negli interstizi di una riunione wuminghiana, su quale sarà il prossimo crack italiano. La gastronomia, si diceva. Perché? Presto detto: A Davos, qualche mese fa, un economista ha dichiarato che ormai, dal punto di vista produttivo, l'Italia è solo calcio e buona cucina. Sputtanato il calcio, non ci rimane che un altro metanolo. Se un buffone che cucina l'aragosta col cioccolato si prende titoli da gran cuoco, qualcosa sotto dovrà pur esserci, no? E i grandi chef da Bruno Vespa, nel salotto catodico della politica, già ce li siamo sucati.
Panem et circenses. Togli uno, togli l'altro, sta' a vedere che qualcosa di interessante succede.
Sono rimasto folgorato nel leggere che Indagine sul calcio comincia dalla stessa dichiarazione. Ma il tizio di Davos s'è dimenticato un pezzo, nell'elencare con poco sforzo le sole imprese da esportazione del nostro Paese.
Esatto, avete capito.
Tra calcio e camorra, non ci sono nemmeno i morti, a far la differenza. Indagine sul calcio non ne trasuda come Gomorra, certo, ma ci sono eccome, e forse tra vent'anni gli effetti dell'EPO, del Cortex e del Neoton assottiglieranno ancora il divario.
Ecco perché due volumi, la stessa opera.
Due indagini, nel senso etimologico di "bestie selvagge spinte nel recinto".
Un solo recinto, un solo mosaico. Due gesti e una sola mossa.
Se volessimo fare un remake, potremmo chiamarla: das Kapital. [WM2]




Giuseppe Genna , Dies irae, Rizzoli 24/7, pagg.761, € 17,50

Clicca per ordinare Dies irae C'è da chiedersi quale sforzo implichi la produzione di un lavoro del genere, quali cassetti debbano essere stati aperti e quali sottoscala rovistati. C'è da chiedersi se uno non debba alla fine pagare anche nel corpo, oltre che nello spirito, per portare alla luce materiale come questo.
Memorie dal sottosuolo di un paese putrescente.
Quando si suona certa musica, alcune specie animali emettono urla simili a lamenti. E' il loro modo di reagire all'insopportabilità della bellezza. Costretti alla condizione ferina di mangiare o essere mangiati, la musica è semplicemente troppo per loro. In modo simile le fiere fuggono alla vista delle fiamme. E molti fuggiranno e alzeranno lamenti, davanti all'imprendibilità, all'inaccettabile scandalo, alla musica sublime dell'ultima opera dell'autore di noir Giuseppe Genna.
Niente copertine per lui, nessun appeal generazionale, materiale troppo serio per maneggiarlo in modo disattento, sangue e merda – strati magmatici, sedimentati, tellurici di sangue e merda - danza di elementi vibratili che delineano la storia degli ultimi venticinque anni del Paese Putrescente come in una sorta di American Tabloid-Sei Pezzi da Mille abitato da visioni e presagi, narrato in prima persona, dolente, ripiegato sulla visione interiore, deformato fino a prendere i contorni di una paradossale saga familiare, aerea meditazione sull'esplorazione stellare, sugli ultimi giorni di un'umanità futura che ha dimenticato quale pianeta ospiti le ossa degli antenati, letteratura al di là di categorie inutili quali speranza e disperazione, yantra perfetto che lega geometrie malsane per congiurare un'Idea potente di Guarigione, assoluto non-duale celato dietro storie in prima persona, dietro personaggi violati in mille modi, stoici esponenti dell'indistinto di carne e pensieri che chiamiamo gente. Tutta la letteratura che significa qualcosa, al momento, è un tentativo di far parlare, cantare i morti. La psicofonia è la chiave privilegiata che consente di aprire le scatole dell'indicibile, che permette di capire i lutti e i drammi e le tragiche buffonate del quotidiano, della cosìdetta cronaca nel momento in cui diviene storia.
Giuseppe Genna, ancora roba così, se puoi. [WM5]

  • "Per progetto stilato e controfirmato in Parnaso, la narrativa italiana ha spessissimo evitato di sporcarsi le mani; casomai negli ultimi anni se le è sporcate – male – in oziosi maurivaudages col racconto di genere (in questo, Genna ha anche peccato). Alcuni scrittori sembra invece desiderino oggi sporcarsele al modo sartriano, ma già provocano zitellesche reazioni. È una narrativa che ha il proprio incunabolo nel Petrolio pasoliniano. Ben venga." (Enzo Siciliano, RIP, Nuovi Argomenti, n°34)

  • Di recente, Giuseppe Genna ha "surgelato" la sua rivista letteraria on line I Miserabili (sporadicissimi gli aggiornamenti) e aperto un proprio sito ufficiale, giugenna.com.



Recensione comparata: Dies irae + Indagine sul calcio


Cosa abbiamo qui?
Il primo capitolo di Dies irae
è un colpo basso sferrato dall'alto di una prosa che mi ha incantato, prima di lancinarmi e farmi piangere, perché adesso lo so, so cosa vuol dire avere un figlio (figlia, nel mio caso), io so quanto progetto e fatica, quanta - semplicemente - vita si dedica e si riversa e prende forma in un figlio, il pensiero il sesso la gravidanza il travaglio il parto, l'aria che brucia prima la pelle e poi i polmoni, il pianto, il neonato non sa dove si trova e perché, non sa nemmeno chi è, cos'è, non vede niente, tutto è sfocato, le prime ore accanto alla madre, la fatica della suzione e la mandibola che fa male, e un'ora dopo la prima di tante coliche, aria che preme la pancia da dentro, esperienza di un dolore terribile senza parole per confinarlo, il bimbo non sa cosa né perché, la fame è un demone che morde, l'urlo e il pianto, la testa è pesantissima e il collo non la sorregge, e la fatica del genitore, i risvegli notturni che spezzano il sonno e la schiena, il correre in aiuto al minimo segno, l'ansia, respira?, dorme?, ha mangiato?, e il primo sorriso a farti sapere che ti è grato, cerca di darti in cambio quel poco che può ed è tantissimo, è tutto quel che ti importa, è un mondo intero che ti riempie le arterie, il miracolo di una bocca che si inarca, e il bimbo assimila, impara a tenere alta la testa, intreccia le mani, esplora il proprio corpo, mette a fuoco la vista, si impegna a stare seduto, e l'impresa del gattonare, e l'incubo della dentizione, lame che tagliano le gengive da sotto, la testa segata in due da nuovo dolore, male dentro le orecchie e malanni, e impara ad aggrapparsi e alzarsi in piedi, muove i primi passi, e nel frattempo cresce, impara, supera le malattie, afferra le cose del mondo, estende i campi sinaptici, partecipa all'impresa, s'inventa nuovi modi di ringraziarti per quello che fai, e il primo farfugliare parole immaginarie, fonemi liberi a circondare i primi nuclei di senso, i "mammamma" e "baba", e sempre avanti, sempre meglio, le parole, la corsa, il gioco, l'asilo, gli altri bimbi, la materna, la sfilza dei "perché?", la scuola, la vacanza dalla scuola, il sole, il profumo dell'erba, la mezza sera...
Alfredino. Un pozzo stretto e fangoso, profondo.
Lo scrittore Giuseppe Genna, oggi, 2006Qui comincia Dies irae, libro che sfonda tutte le pareti, ordinatissimo e scomposto, pagine curate all'ossessione o vomitate in un amen, pagine memorabili e altre da buttar via senza remore (ma quali sono le prime? e quali le seconde?). Tripudio sommesso dell'horror.
Vermicino prima e il Mundial un anno dopo (quello del pareggio pagato al Camerun per passare di turno) trasbordano il Paese negli Ottanta. Pertini è l'improbabile trait d'union, da Vermicino al Santiago Bernabeu ("Quando si muove il presidente Pertini è segnale che i fatti sono in qualche modo decisivi, le cose sono importanti. Ciò che è importante è ambiguo", pag.159).
Inizia una decade piena di ulcere, non ancora narrabile, soltanto aggredibile all'arma bianca, con una poetica del santo rancore, un personaggio che si chiama "Giuseppe Genna" e uno sterminato meta-romanzo di fantascienza che pare esista davvero e di cui qui leggiamo lunghi, interminabili estratti. Inoltre, articoli d'epoca, documenti, sedimenti, riscoperte rag-ge-lan-ti (cfr. pagg.160-161, il comunicato del Fronte Turkesh sulle condizioni di prigionia di Emanuela Orlandi).
Gli Ottanta. "Anni di merda", come da titolo di un libro di Oliviero Beha (su di lui tra poco). Il craxismo, Sposerò Simon Le Bon, i ragazzi dello zoo di Berlino, le tivù private pre-Legge Mammì.
Dies irae
è pieno di similitudini implicite: il periodo 1981-1989 (da Vermicino al crollo del Muro) è come i primi cinque centimetri morbidi di suolo marziano. Il fondo duro che segue, su cui appoggia lo stivale l'astronauta Paul Bradley (vero nome di Mal dei Primitives: "i nomi sono potenti, anche se non sono niente"), è l'era berlusconensis. Che comincia a indurirsi nell'86, con il calcio, un arrivo in elicottero sul prato del Meazza (Moretti coglie l'attimo ne Il Caimano), e col calcio magari finisse!, con una fuga in elicottero da Arcore come De La Rua dalla Casa Rosada (Buenos Aires 2001).
Dies irae è pieno di dichiarazioni di poetica: "Fate ciò che desiderate, ma non sottovalutatemi" (pag.108); "l'unico libro che avrò mai desiderato scrivere" (pag.146, notare il futuro anteriore); "La sostanza che ci unisce in un tutto organico interdipendente è merda" (pag.254); "la calma tra un crollo e l'altro non è che un crollo di calma" (pag.299); "In realtà io non esterno. Io comunico. Io non sono matto. Io faccio il matto. E' diverso. Io sono il finto matto che dice le cose come stanno" (pag.336, parole di Francesco Cossiga, alias Giuseppe Genna); "Ho dovuto fingermi pazzo per farmi ascoltare in un Paese di pazzi, ho dovuto fare il buffone per farmi seguire in un Paese di buffoni" (sempre Cossiga/Genna, ma è pag.164 di un altro libro, Indagine sul calcio di Oliviero Beha).
Dies irae e Indagine sul calcio sono due opere convergenti, entrambe smodate, esagerate a partire dalla mole, scritte in una lingua gonfia di incisi, parentesi, digressioni. Raccontano l'orrore degli ultimi venticinque anni (dal Totonero '80 al 2006, da Vermicino al 2006) e passano in rassegna i medesimi scandali. Genna parte dalla storia nascosta del Paese e spesso tocca il calcio. Beha dimostra che il calcio, in fin dei conti, è la storia nascosta del Paese, o quantomeno ne è elemento fondamentale.
"Se penso al 1982...", ripetono entrambi gli autori. "Il Mundial come amnistia generale". Ieri e oggi sono la stessa cosa, o si fa di tutto perché lo siano. Beha è convitato di pietra in un capitolo del libro di Genna (pagg.157-159). Gianni Brera compare in entrambi i libri. Genna intervista l'ex-calciatore Nordahl in qualità di ambasciatore del turismo lappone. Il calcio induce Genna bambino a comprare una copia del giornale milanese La Notte (e qui c'entra Roberto Bettega, Cabeza Blanca, non ancora elemento della triade juventina con Moggi e Giraudo). Genna ricorda quando fu costretto a improvvisare un panegirico di Totò Schillaci ("non festeggia, ghermisce il suo brandello di cielo..."). L'aneddoto su un attaccante argentino comprato dalla Grande Inter dà il senso di quanto pidocchiose siano le nostre epiche personali.
Lo scrittore e giornalista Oliviero BehaIndagine sul calcio mette in fila tutto il marciume del calcio dal Totonero '80 a oggi, passando per il primo scudetto del Milan berlusconiano (su cui grava la gigantesca ombra della camorra), il Totonero '86, un misterioso Roma-Lecce 2-3 alla penultima di campionato con il Lecce già in B, il disastro dell'Heysel, svariati episodi di corruzione arbitrale (si parla della finale d'andata di Coppa UEFA tra Inter e Roma), gli scandali edilizi e gli "omicidi bianchi" di Italia '90, il passaggio sperequativo di Lentini dal Toro al Milan, il doping, Moggi come il prezzemolo, la scomparsa del corpicino del figlio morto di Salvatore Bagni, la torta dei diritti televisivi, il padre dei conflitti d'interesse, fino all'anticamera dello scandalo di oggi: il nubifragio perugino, il puledro di Gaucci, i passaporti falsi etc.
Al termine della lettura (631 pagine), appare più che probabile che tutti i campionati di serie A degli ultimi 25 anni siano stati virtuali, combinati, comprati, svenduti, sabotati, avvelenati. Revocarne due - o addirittura uno solo, il penultimo - è una mezza pagliacciata.
Il sistema-calcio è il Paese, l'identità è totale. Per capire il capitalismo italiano bisogna capire il sistema-calcio. Per capire la politica italiana bisogna capire il sistema-calcio. Dal Ventennio in avanti, non si può raccontare la storia di questa palude senza parlare di calcio. Il calcio è il punto archimedico da cui sollevare e rovesciare il Paese, le sue statue, i suoi macigni. Come al solito, la sinistra (chiamiamola così per comodità) non lo comprende, nemmeno in questi giorni di scandalo e Coppa del Mondo. Beha, del resto, descrive i vani tentativi di "chiedere conto, culturale, politico ed economico, [alla sinistra] di questo Paese della [sua] ignoranza, insensibilità, sottovalutazione del fenomeno calcio e delle sue sfaccettature" (pag.143).
Quanto a Dies irae, nessuno dei recensori ha fatto notare quanto il calcio sia presente nel libro. Forse qualcuno un giorno scriverà una tesi o tesina: "Il calcio nel Dies irae di Giuseppe Genna". Anzi, guardate, ne traggo un'esortazione: studenti, prendete in mano questo libro, o meglio, entrambi i libri. Leggeteli con l'orecchio teso a quel che fa Borrelli.
Termino con le immortali parole di un altro personaggio del libro, Nicola Crocetti: "Le fighe con cui si sposano e girano i poeti! Rancide, brutte, esteticamente da censurare, la loro controparte esatta e perfetta, che gliela dà per pietà e ammirazione, ma solo queste inacidite donnette, queste massaie che si sentono sollevate dalla grigia normalità perché il marito stampa dei versi - solo questi corpi difettati, queste isterie su due brutte gambe possono aprirgliele, le gambe, a gente come i poeti italiani... Ma non li vedete? Hanno la forfora, i denti guasti, certi strabismi... Da cui si enfia un ego spropositato, inversamente proporzionale alle reali capacità di immaginare, di fondersi in una lingua, alle alte temperature! Ma quali alte temperature! Questi al massimo mettono i surgelati nel microonde!" [WM1]




Una nota su Calciopoli e il futuro del Paese



Cesare Geronzi, padre di sua figliaSottovalutare l'essenza materiale e simbolica dell'esplosione della bolla calcio significa capire nulla di ciò che rimane - quasi nulla - del Paese "dove comandano i morti". Pensare che sia la storia di arbitri disponibili e alcuni maneggioni che si erano inventati un bel sistema è il lido dei pirla dove proveranno a condurci. La soluzione proposta: un paio di retrocessioni, qualche ripescaggio, e Don Luciano in esilio. Venezuela, Santo Domingo, Brasile, spiagge dorate di camorra e latitanza, chissà se il satellitare è più facile da criptare...
Perché questa sarebbe l'occasione di recuperare al famoso e fottutissimo PIL italiano una fetta enorme, antiumana, ridicola, di risorse che arricchiscono una casta di parassiti mentre mancano drammaticamente a tutti i settori vitali dell'economia e della società. Il fatto è che noi non riusciamo a vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti, e che infatti chiunque guardi da fuori coglie con disarmante evidenza. La bolla del calcio, che molti architetti proveranno a tenere su con ogni sforzo, è l'ultima stazione, senza fermata e senza freni, prima di un capolinea che è un muro, un muro che non fa sconti. Da qualunque punto si parta, in Italia si giunge sempre al medesimo approdo: il blocco sovietico-mafioso che permea, soffoca e comanda ogni brandello di territorio esistente. La Triade: banche, borghesia industriale di prima e nuova generazione, intrecci politicocriminali. Alcuni, con il gusto dell'eufemismo, la chiamano "economia della relazione": si tratta niente altro che della strada che potentati tra loro congiunti hanno scelto per non produrre più niente, continuando a estrarre enormi plusvalenze. Comprare, a credito senza metterci un soldo, il Paese, e imporre monopoli, tariffe, gabelle feudali. Banche, energia, trasporti, autostrade, telecomunicazioni, media, calcio. Concessioni pubbliche trasformate in satrapie, servizi mutati in monopoli privati, bisogni primari virati in generi di consumo ad alto profitto. Cosìl'Italia è andata a puttane. Se abbiamo raggiunto un livello di corruzione da signoria della guerra di alcuni stati africani è perché incentiviamo, legalizziamo, esaltiamo la furbizia improduttiva dell'accordo di cartello come unica vera risorsa nazionale. Ché tanto si sa che alla fine ce la caviamo sempre e lo cacciamo nel culo a tutti.
L'aspetto simbolico e materiale del crack del calcio, che lo rende deflagrazione dagli esiti imprevedibili e paradigma esemplare allo stesso tempo, sta in diverse, molto solide ragioni.
La prima è che al ballo del pallone ce li trovi tutti, ma proprio tutti. Agnelli e Berlusconi, è chiaro, i padroni dei padroni: tredici campionati degli ultimi quindici, gli altri due a Roma e Lazio (la capitale va omaggiata ogni tanto). Ma anche Tronchetti Provera e Moratti (duemila miliardi in una quindicina d'anni?), poi c'erano Tanzi e Cragnotti, c'era Cecchi Gori, adesso c'è De Laurentiis, c'era il povero Gazzoni Frascara, ora va Cazzola. Ci sono i Della Valle (da manuale la loro parabola telefonica), Sensi e prole, i Matarrese, il nordest, le squadre a capitale ndrangheto-mafioso e via e via che ne dimentichiamo tanti. Poi ci sono le banche, molte, ma una in particolare più di tutte: la cassa di compensazione (a senso unico) di molte edificanti storie italiane. Capitalia, Geronzi, sì Cirio, Parmalat, bond argentini, scalate dei furbi di tutti i quartieri, salvataggi di Roma, Lazio e Parma. La Gea, i figli di papà, meglio che nei Sopranos: Geronzi Moggi De Mita Tanzi Cragnotti Lippi Gaucci...

Questi erano appunti che buttavo giù più di un mese fa, all'esplodere dello scandalo calcio. Sono rimasti lì, a riposare, ché tanto ne parlano tutti e poi c'è il romanzo che occupa il 100% dell'attenzione. Dopo, ho letto Gomorra di Roberto Saviano, continuato a lavorare, comincia il mondiale, le prime partite, la richiesta preventiva di amnistia, la melassa televisiva. La cordata di Chinaglia per comprarsi la Lazio con i soldi dei casalesi, proprio loro, quelli di Sandokan e Mezzanotte. Poi ancora, arrestano il re. Quella macchietta disgustosa che si fa chiamare così. Slot taroccate, puttane, chiavate alla Farnesina, farmaci di merda al terzo mondo, costruzioni e appalti all'est, armi a chi le chiede. Si arriva sempre allo stesso punto. Per questo Gomorra è bestemmia: svela la cruda dinamicità della borghesia criminale, là dove tutte le risorse, quelle che oggi mancano a tutto e a tutti, sono andate a finire. I soldi, dove stanno i soldi. Arretratezza, degrado, cronici retaggi culturali, sono tanto veri quanto un trompe l'oeil che occulta il cantiere dove si produce davvero. La parte più moderna del paese. Qui è come in Texas cent'anni fa: dovunque pianti un bastone viene fuori un liquido nero. Non è petrolio. Sono i liquami che abbiamo stoccato nelle discariche abusive della nostra vita pubblica. Non c'è tanto altro da dire, né da avere troppa fiducia in cambiamenti repentini. Per la bonifica, se mai avverrà, occorreranno decenni. [WM3, 18 giugno 2006]




Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi , Einaudi, pagg. 251, €17,00

Traduzione di Martina Testa


Clicca per ordinare il libro di McCarthyNon meraviglia leggere sulla quarta di copertina di questo romanzo che i fratelli Coen ne stanno traendo un film. In effetti sembra di trovarsi di fronte a una versione hard boiled di Fargo. Ovviamente senza traccia alcuna dello humor surreale coeniano e col deserto al posto delle pianure innevate. L'atmosfera e lo scenario sono quelli tipici di McCarthy: la frontiera fra Texas e Messico, ma questa volta siamo alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. L'America sta cambiando, la droga entra a fiumi in un paese messo knock out dalla sconfitta in Vietnam, unguento capace di lenire le ferite e far dimenticare orrori e sensi di colpa. Llewelyn Moss, un reduce che va a caccia di antilopi nelle notti texane, si imbatte nei resti di una transazione tra narcos finita a mitragliate. Tutti morti. Uno pneumatico pieno di panetti bruni. Due milioni e mezzo di dollari in una borsa.
I casi della vita. Il destino che si diverte a metterci davanti una scelta.
Solo in apparenza, ci dice McCarthy nel corso del romanzo, perché nessuna scelta è in realtà possibile. Il destino ci insegue dall'alba dei tempi, è stato scritto in caratteri cuneiformi su tavolette d'argilla, migliaia di anni fa. Tutti avremmo preso quei soldi. Tutti avremmo scommesso la vita per cambiare radicalmente la nostra esistenza. La scelta quindi è già stata fatta e la ruota karmica può compiere il suo giro.
La voce narrante, arrochita dal tempo, è quella del vecchio sceriffo Bell, reduce di un'altra guerra, quella Mondiale, che vede i valori dell'America per cui ha combattuto scivolare via con l'avanzare dell'evo moderno, quello dei tossici e dei punk, di gente con gli anelli al naso e i capelli verdi. Percezioni di un vecchio, di un semplice figlio di dio come tanti, che ha goduto di una visione chiara e limpida per tutta la vita e adesso vede solo nebbia.
Due uomini, il vecchio e il giovane, che si trovano a fare i conti con il Male o la sua quintessenza. Un killer psicopatico che non vuole soltanto il malloppo, ma l'intera esistenza delle sue vittime, compresi gli amori o le persone incrociate per caso lungo la strada. E quando le ha prese, le porta via con sé, nel Grande Nulla da cui è scaturito.
La fuga solitaria di Llewelyn Moss è il disperato tentativo di fottere la storia, il diavolo e lo Zio Sam, di passare il confine e sparire nel profondo Sud, dove farsi raggiungere dalla ragazza che ama. La furia distruttrice del demone che lo insegue è una nemesi ineluttabile, il gorgo che risucchia il futuro dell'America, gli anni Ottanta-Novanta-Duemila, l'era glaciale che avanza.
Il vecchio sceriffo sente la paura allargarsi come un'epidemia, la ragione è impotente, si limita a lanciare uno sguardo oltre l'orlo del baratro, per poi ritrarsi davanti all'immensità del male incarnato. E' il nazismo che Bell credeva di avere sconfitto, quello introiettato dall'Estremo Occidente ed esportato nel mondo sotto forma di soldi e "democrazia". E' qualcuno, qualcosa, che ti presenta il conto della Storia. Una storia che è tutta qui, compressa, corta, secoli brevissimi, una manciata di generazioni. Ieri si cacciavano gli spagnoli. Ieri l'altro si sterminavano gli indiani. Poco prima si sbarcava dalle navi con la Bibbia sotto il braccio. Domani tutto questo sarà dimenticato e rimarrà soltanto il deserto, paesaggio archetipico che ha assorbito il sangue di tutte le ere e che custodirà il passato come un inconfessabile segreto. [WM4]




Stephen King , Cell, Sperling & Kupfer, pagg.503, € 18,00
Traduzione di Tullio Dobner

N.B. Questa recensione fa riferimento all'edizione originale, in quanto scritta prima dell'uscita italiana.
Clicca per ordinare Cell

Molti ammiratori "storici" di Stephen King, letto questo libro, proveranno sollievo. Parleranno del "ritorno in forma del Re" dopo le recenti vaghezze e astruserie (da Cuori in Atlantide a Buick 8, da Insomnia a Colorado Kid, storie nate all'ombra dell'eptalogia La Torre nera). Diranno che "era ora", finalmente la storia ha un capo e una coda, proprio come ai "vecchi tempi", viva il figliol prodigo, King è ancora il maestro dell'horror. Diranno tutto questo, anzi, in America già lo dicono. Lo dicono e hanno torto, perché si fermano (non tutti, per fortuna) alle apparenze. La questione è più complicata: King si sta "ri-evolvendo", proprio come i phoners che riempiono le strade di questo romanzo.
Di primo acchito, Cell (Scribner, New York, 2006) è un romanzo più "canonico" e "di genere", quel genere neo-horror che King ha trasformato e rivoluzionato sin dalla metà degli anni Settanta. Sono evidenti i richiami a L'ombra dello scorpione, saga di apocalisse e palingenesi terminata da King nel 1978 ma pubblicata nella sua versione uncut solo dodici anni dopo.
Là un'epidemia denominata "Captain Trips" decimava la specie umana nel giro di poche settimane. Qui The Pulse, messaggio trasmesso alla stessa ora da tutti i telefonini d'America (e quindi del mondo, com'è tipico della narrativa americana), "riformatta" il cervello di chi lo ascolta, come fosse il disco rigido di un computer. Millenni di cultura e civiltà spazzati via, rimangono gli istinti-base. Nudi, immediati, acuminati. L'istinto di uccidere e quello di sopravvivere. Si colgono echi - e pure qualcosa di più - di letture etologiche e antropologiche: c'è il Konrad Lorenz de L'aggressività e de Il declino dell'uomo, c'è il Robert Ardrey de L'istinto di uccidere, forse pure l'Irenäus Eibl-Eibesfeldt di Etologia della guerra.
Caduto il Leviatano, è bellum omnium contra omnes. L'uomo non è "buono", ci ricorda King. L'assenza di regole e strutture non è libertà, ma licenza di sopruso. L'assenza di limiti è più autoritaria della peggiore dittatura. Se si crede che l'umano sia "buono" e si fa affidamento su questo, il debole è condannato a soccombere. Nel tutti-contro-tutti vince chi è in grado di strappare il paraurti da un'auto e spaccartelo in testa. Ha la meglio chi t'affonda in gola i denti, magari affilati dal bruxismo. E' "la mano invisibile del mercato", bellezza.
Nel mondo di Cell, resta in possesso delle proprie facoltà chi non stava usando il cellulare o, meglio ancora, non ne possedeva uno. In Italia non ci sarebbero stati sopravvissuti. Nottetempo i normies (i "normali", cioè noi) possono viaggiare e cercare vie di scampo. Nottetempo, perché i phoners vanno a caccia soltanto di giorno. Al calare del sole, si riuniscono e spostano in grandi "stormi", si sdraiano in vasti spazi aperti e "ricaricano le pile" in un modo che non descriverò, per non rovinare la sorpresa. Risulta evidente, a chi li osserva durante il re-boot, che stanno "ripartendo da zero". E' cominciata una ri-evoluzione. Una nuova specie soppianterà l'Homo Sapiens Sapiens.
Si scopre poi che i phoners sono telepati, vanno formando una mente collettiva e hanno pure nominato un portavoce (meglio: un porta-mente, dato che i phoners non usano le corde vocali). C'è chi lo chiama "l'Uomo Malconcio", per altri è "il Presidente di Harvard", poiché indossa una felpa del celebre ateneo. I phoners hanno addirittura... una missione: convertire gli ultimi normali. Le antenne sui tetti, grazie ai generatori d'emergenza, seguitano a trasmettere l'Impulso, e i phoners vogliono che il maggior numero di persone riceva la "buona novella", diffusa sulle ali dell'elettrosmog.
Gli ultimi sopravvissuti della vecchia specie umana s'incamminano verso Kashwak, zona rurale del Maine dove "non c'è campo". La salvezza non è dove la comunicazione pervade tutto, bensì dove i segnali si perdono, esauriscono la spinta prima di giungere a bersaglio. Nel frattempo, tra i normies nascono fenomeni (sparuti) di resistenza o (più frequentemente) di "collaborazionismo". Come fa notare King con acume, quando i collaborazionisti sono la maggioranza, i partigiani (gli "ammazzastormi") vengono ribattezzati terroristi o criminali. E chi ha orecchie per intendere...
Ecco le premesse del plot, che si snoda in modo impredicibile.
Il protagonista, al solito, è un alter ego dell'autore. Stavolta non si tratta di un romanziere del Maine, ma di un fumettista del Maine. Qui troviamo, come succedeva in altri romanzi non poco esecrati, un riferimento al ciclo della Dark Tower. Come si sa, la Marvel Comics sta lavorando a una versione a fumetti della saga in sette volumi. Ebbene, in Cell il mondo impazzisce proprio il giorno in cui Clayton Riddell riesce a vendere a un'importante casa editrice la sua saga Dark Wanderer (l'oscuro vagabondo), a un certo punto definita una storia di "cowboy dell'apocalisse". E' solo una strizzata d'occhio o - come già accaduto altrove - un preciso indizio?
Lo scenario è molto simile a quello del film di Danny Boyle 28 giorni dopo. In realtà era il film ad avere uno sviluppo à la King, debitore de L'ombra dello scorpione. Al nucleo tematico e filosofico del libro troviamo alcune grandi immagini-idee: l'analogia tra intelligenza naturale e artificiale; l'analogia tra comportamento umano e comportamento animale; la tensione tra coscienza individuale e coscienza di specie; la dialettica irrisolta tra libero arbitrio e destino, tra la capacità di prendere decisioni e tutto quanto sta prima, come la programmazione genetica e la sovradeterminazione sociale.
Come sempre, stupisce la capacità di King di costruire un mondo partendo dai minimi dettagli, rendendo sinistri e ammantando di sospetto oggetti di banale uso quotidiano. Stupisce la capacità di rendere plausibile una trama come questa, di portarla avanti, disseminandola di burle crudeli ai danni del lettore, costretto a ripetute "elaborazioni del lutto". Stupisce la facilità di scrittura, il periodare sempre più terso, l'icasticità di questa lingua che ai poveretti appare "povera", e che invece è tanto difficile da tradurre.
Cell ci restituisce un autore maturo e teso in avanti, nel pieno di una nuova evoluzione, padrone dello stile, della materia narrativa e delle sue implicazioni profonde.
Oggi King, arricchito dalle sperimentazioni con l'indeterminato, l'informe, l'ineffabile, può permettersi di non spiegare, di non risolvere i misteri ultimi, di non riepilogare: chi ha programmato e trasmesso l'Impulso? E a che scopo? La ri-evoluzione era nei loro piani o è uno sviluppo non previsto? Non ha la minima importanza, almeno non tra le copertine di questo libro. Sono altre e su altri livelli le sorprese a cui va incontro il lettore.
A conti fatti, non è il King "dei vecchi tempi", ma quello dei tempi nuovi. Il Re è tornato, ma è un altro reame. [WM1]

Pubblicato su L'Unità, venerdì 16 dicembre 2005




Nino G. D'Attis, Montezuma Airbag Your Pardon, Marsilio X, 2006


Clicca per ordinare Montezuma Airbag Your PardonNino G. D'Attis non vive a Bologna, ma ambienta a Bologna il suo primo romanzo, sguinzaglia un perfetto idiota nel tanfo di una città plasticosa e olezzante, foresta di arbres magiques con le radici nella merda. Montezuma Airbag Your Pardon (Marsilio X, € 11,00) è l'autopsia prematura (diremmo la "vivisezione", se il corpo sezionato fosse ancora vivo anziché non-morto, nosferatu) di una città che esala l'ennesimo degli ultimi respiri. Un capoluogo senza capo né luogo, che ha da tempo perso la direzione, in ogni ambito manca di un piano regolatore (l'ultimo PRG fu approvato nel 1989) e non sa più che fare di se stessa. Bologna invecchia, s'imbozzola e avvizzisce, ha paura della propria ombra. Si spaventa a morte per cazzate assurde (il "racket dei lavavetri"! ) come un elefante di fronte a un topolino, ed è in balia di un feticismo del consumo (dello spreco) che ricorda la cena degli appestati nel Nosferatu (appunto) di Herzog. E' un lungo declino, che durerà ancora chissà quanto. Intanto, un nuovo borgomastro è venuto a gestire la disperata mestizia della città.
Questa mestizia D'Attis la descrive nei dettagli ma, come i fratelli Coen nel Grande Lebowski, sceglie di ambientare la sua storia sette anni indietro. Sette anni che consentono il distacco e la visione chiara di una tendenza. D'Attis fotografa la carcassa enfia della "grassa e inumana" in una posa del 1999, l'anno della vittoria di Guazzaloca. Qui c'è una Bologna di non-luoghi (una non-Bologna che però è la vera Bologna che noi bolognesi d'adozione ben conosciamo e detestiamo e che è sempre peggio e infatti siamo tutti con un piede fuori dalla porta) che è quasi coeva alla "Bologna di luoghi" descritta da Girolamo De Michele in Scirocco, coeva e parallela. Solo che la Bologna di De Michele, con le sue topografie sentimentali, la sua bohème da osteria, è oggi scomparsa definitivamente, mentre la non-Bologna si espande, escresce, conquista lo spazio fisico e psichico. Questa è la mia lettura Bologna-centrica, in realtà il romanzo mette in scena un disagio più generale.
L'anonimo protagonista (vigilante anti-taccheggio in un centro commerciale) è un frustrato cripto-fascista, affogato in un mondo di miseria morale, allucinazioni consumistiche, pornografia di ultima e cameratismo maschile senza sentimenti. In realtà non ha amici, solo persone che condividono la sua misantropia e incapacità di comunicare col prossimo. Parla solo di figa e motori, sogna automobili che non possederà mai, frequenta posti in realtà fuori dalla sua portata, ha una moglie incinta che detesta e sogna di uccidere, e un segreto semi-dimenticato che riaffiora nel cervello e riprende a tormentarlo. Montezuma non può essere descritto come una "discesa nell'abiezione": discesa da quali altezze? Fin dall'inizio il livello è bassissimo, non c'è un personaggio che non faccia ribrezzo, che non irriti, che non susciti un misto di tedio e orrore. Nel risvolto di copertina si menziona l'Easton Ellis di American Psycho, ma là c'era un gioco di contrasti tra il glamour del "consumo vistoso" e i repentini momenti di splatter. Qui non c'è glamour, e la materia grigia non schizza sulle pareti: bolle e cuoce e frolla dentro il cranio. Si cita anche un altro romanzo, nel paratesto: Il lercio di Irvine Welsh. Ma là si giocava con una poetica dell'eccesso, qui nulla sembra travalicare la normalità, l'orrore sta nel piattume del quotidiano, nella malinconia del kitsch. L'attempata insegnante vogliosa col perizoma viola che mette annunci sui giornaletti per scambisti... E' tutto così medio, così banale... Per questo Montezuma è un romanzo più nero di quello di Welsh: se nell'eccesso e nell'abiezione almeno si smuove qualcosa, nell'ordinario non può esserci speranza. Si torna a parlare di Bologna, insomma.
D'Attis adotta uno stile (con io narrante) che rende benissimo questa mediocrità, quest'inseguire finti bisogni che è emulazione fallita del desiderio: uno slang insistito, pedestre, zeppo di luoghi comuni reiterati fino al vomito. E' una festa di variazioni sul già sentito, il tipico parlare "fico" del deficiente che in realtà sta rimarcando una distanza dal reale, sta evitando la responsabilità del proprio esprimersi. Il tono svogliato, la battutina cinica infilata in ogni frase, il sarcasmo da scongelare nel microonde, i nomignoli, i diminutivi, i vezzeggiativi ironici, le onomatopee...
E' interessante leggere Montezuma poco dopo Anche una sola lacrima di Franco Limardi (sempre Marsilio, collana Black), perché anche là c'è l'anti-taccheggio insoddisfatto della propria vita (tutt'altro carattere, però, e tutt'altro passato), e anche là c'è un mini-scontro di civiltà con gli studenti cannaiolo/sinistrorsi etc.
Nino G. D'Attis è uno dei fondatori e animatori del sito Blackmailmag.com, uno dei migliori spazi di recensioni e segnalazioni nella rete italiana. Il suo romanzo inaugura la nuova collana "X" di Marsilio, è in copyleft ed è stampato su carta riciclata al 100%, sbiancata senza cloro e con alte percentuali di fibre post-consumo. [WM1]

Pubblicato su L'Unità, domenica 7 maggio 2006

  • Il sito ufficiale del libro (si consiglia di togliere l'audio, soprattutto se siete in ufficio che fate finta di lavorare, o a casa di notte mentre i vostri cari dormono. E' piuttosto invasivo.)



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Jutta Richter, Un'estate di quelle che non finiscono mai, Salani, pagg.128, € 9,00


Chissà se George Foreman ebbe il tempo di accorgersi della bellezza di quell'uno-due che lo mise a tappeto a Kinshasha nel '75. Chissà se colse l'efficacia estetica di quel movimento velocissimo, e l'eleganza del pugno non dato da Alì, per non strafare, per non scalfire la perfezione già raggiunta.
I racconti di Jutta Richter sono un po' come quei pugni, quelli dati e quelli trattenuti. Sono storie di bambini, non per bambini, che di solito affrontano di petto questioni cruciali senza cortesie o sconti all'età dei lettori. Hechtsommer, L'Estate del luccio (tradotto da Salani con un titolo che non finisce mai) è una storia che si legge d'un fiato, veloce come i diretti di Alì, e che ti lascia una bella stretta allo stomaco.
Tre bambini, un castello circondato da un fossato, la campagna tedesca, le infinite estati che si susseguono una dopo l'altra, lunghe quanto l'intera infanzia. Età bruscamente interrotta dall'ingresso della malattia e della morte, che pone davanti a quesiti enormi. Come fa un bambino a fare i conti con l'ineluttabile? Come elabora il lutto? Come riesce a farlo rientrare nell'ordine delle cose? I bambini sono gli esseri più conservatori, vorrebbero che l'era dei giochi fosse eterna, eterni i genitori e il loro amore, e così il mondo pieno di storie che li circonda. Ma nel volgere di una sola stagione può finire una stagione della vita. Si passa la linea d'ombra, si sperimenta il dolore, la perdita. E si capisce anche da che parte stare nella vita che resta: con la massa dei baccaloni, ignoranti e inerti, o con quella di chi proverà a vivere a modo proprio e a trasformarsi a dispetto di cosa pensano gli altri.
La Richter riesce a parlarci di tutto questo con grazia e levità, ci saltella intorno come un pugile veloce e poi colpisce. Prende i suoi personaggi bambini e li maltratta, li mette davanti a prove enormi, li getta nella mischia della vita, verrebbe da dire "come se fossero adulti", ma del resto perché no? Sono personaggi, appunto, hanno storie, vicissitudini epiche. Come la cattura di un luccio gigante che abita il fossato del castello. Una sfida, un'impresa che forse cambierà il corso delle cose, o almeno così bisogna credere. Perché bisogna pur credere: se Dio non esiste e i preti ci mentono, allora non resta che inventarsi un proprio dio, il dio-luccio, da catturare e uccidere, con un colpo di coltello alla testa, per poi strappargli il cuore ancora pulsante. Forse il deicidio, il sacrificio rituale dell'animale totemico scongiurerà la morte, fermerà il cancro che avanza rapido e presto renderà orfano qualcuno. O forse no, servirà soltanto a ricordarci che un principio di speranza, inestimabile tesoro di forza vitale, dobbiamo portarlo con noi da quell'età antica e crudele che chiamiamo infanzia. [WM4]




Legs McNeil & Gillian McCain, Please kill me. Il punk nelle parole dei suoi protagonisti
Baldini Castoldi Dalai, pagg.639, € 19,00

Traduzione di Riccardo Vianello

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MOGGI.
Fabio!
BALDAS. Buongiorno, finalmente, dio bono!
MOGGI. Senti, Fabias...
BALDAS. Eh, sì, Fabias... Come stai? Peggio di me?
MOGGI. Di che parli stasera?
BALDAS. Eh, parlo del panc!
MOGGI. ...Tipo?
BALDAS. Tipo... C'è 'sto libro, Per favore accoppami... tipo Ig...
MOGGI. (incomprensibile)
BALDAS. Eh, sì, parte dai Velvet Andergràu lì, Luciano... poi... Pronto? Pronto?! Pronto??!
MOGGI. Pronto?
BALDAS. Pronto?
MOGGI. Eh!... Pronto! Fabio?!
BALDAS. Sì, sì...
MOGGI. Mi senti?
BALDAS. Ti sento sì!
MOGGI. Bene.
BALDAS. Eh, e parla pure, eh!, dei complessi di Ditròitte... Poi di quei froci, com'è che se chiamano?
MOGGI. E capirai, se mi dici "quei froci"... So' tutti froci, quelli!
BALDAS. Ma sì, le Gnu Iorc Dolls. E parla pure di quegli altri, i Ramòns... C'hai presente? Gioi Ramòn, Didi Ramòn...
MOGGI. E come, no? Ramòn Diaz... Giocava nel Napoli poi l'hanno ceduto all'Avellino. Insomma è un libbro che merita...
BALDAS. Orcoddìo, se merita! Peccato solo la copertina un po' brutta... quella italiana, dico... c'è una figa che lecca Igghi che pare Bruno Conti...
MOGGI. Bruno Conti?? 'Na figa che lo lecca??
BALDAS. Ma no, mica è lui, è Igghi Pop, c'hai presente, quello che s'infila il microfono nel culo...
MOGGI. 'R microfono ner culo?? Bruno Conti???
BALDAS. T'ho detto che non è Bruno Conti, ma mi senti o no?
MOGGI. Eh, vai e vieni. 'Nsomma parli de sto libbro, ma Biscardi che dice?
BALDAS. Eh, è tutto contento perché nel libro c'è pure uno che un suo mezzo sosia, uno pure lui rosso rosso. McLaren, si chiama...
MOGGI. Chi, quello della formula 1?
BALDAS. Ma no, cazzo dici? Quello dei Secs Pistols, c'hai presente, quelli che poi uno è morto, non te lo ricordi Sid Viscius, ha fatto pure una canzone di Sinatra... Sul palco si tagliava coi vetri...
MOGGI. Sinatra?
BALDAS. No Sinatra: quell'altro, quello che è morto.
MOGGI. E perché, Sinatra è vivo?
BALDAS. Ma che c'entra, Sinatra mica si faceva le pere!
MOGGI. Come no? L'ho visto io un firm dove Sinatra se faceva le pere, cazzo se se le faceva... Sinatra ce sta in 'sto libbro?
BALDAS. No, Sinatra no, però è un bel libro.
MOGGI. Eh, mi sembra di capì de sì.
BALDAS. Però t'avviso che è 'n mattone, sono tipo settecento pagine...
MOGGI. E che me frega a me, scusa? Mica lo devo legge!
BALDAS. Ma guarda che ti può piacere, è tutto un blob di interviste, parlano tutti insieme, tipo al Processo, solo che non c'è Biscardi.
MOGGI. C'è pure la supermoviola?
BALDAS. 'Na specie, tipo che ci sono episodi raccontati da questo e da quello... Ognuno c'ha la sua versione...
MOGGI. Parla più forte che te sento a tratti.
BALDAS. Eh non... Non riesco perché son senza voce! Sono... sono a pezzi!
MOGGI. Pronto?
BALDAS. Mi senti?
MOGGI. Adesso... (linea disturbata, incomprensibile) rotto il telefono...
BALDAS. Eh?
MOGGI. Eh!
BALDAS. E poi... poi parlo pure... Se riesco parlo di Patti Smith!
MOGGI. Ah!
BALDAS. Sì, e pure di quell'altro, Lu Rid.
MOGGI. Non lo conosco.
BALDAS. Eddài, quello che... che...
MOGGI. Scommetto che è frocio.
BALDAS. Eh, 'na specie.
[...]

  • The Weirdos, from Los AngelesDai "Titoli di coda" di New Thing di WM1:

    "L'idea di fondo mi è venuta nel 2000 leggendo Please Kill Me: The Uncensored Oral History of Punk, poderosa opera di Legs McNeil e Gillian McCain (Grove Press, New York 1996). Più tardi ho letto altri due libri scritti in quel modo: We Got the Neutron Bomb: the Untold History of L.A. Punk , di Marc Spitz e Brendan Mullen (Three Rivers Press, New York 2001 - grazie a Pito per avermelo consigliato) e Gauleses Irredutiveis: Causos e Atitudes do Rock Gaùcho, di Alisson àvila, Cristiano Bastos e Eduardo Mueller (SagraLuzzatto, Porto Alegre 2001 - grazie ai tre autori per avermi accolto, ospitato, accompagnato in giro per la loro città e avermi fatto conoscere la scena rock'n'roll del Rio Grande do Sul). Sono opere che discendono dal New Journalism americano nato nei Sixties. I loro autori simulano un 'sottrarsi', uno spegnere la propria voce. In realtà diventano registi, si esprimono attraverso il montaggio, in modo più esplicito e diretto di quanto accada in letteratura (dove pure il montaggio esiste ed è fondamentale). Se il metodo di interrogazione delle fonti è quello della storia orale (che anche in Italia ha gloriosa tradizione, presente fecondo e lunga influenza sulla letteratura), il metodo di composizione e le strategie narrative imitano il linguaggio del documentario e della videoinchiesta. Scrivere una specie di romanzo imitando quest'imitazione, vedere fin dov'era possibile spingersi prima che lo 'specifico letterario' reclamasse a gran voce i propri diritti. Era questa la sfida."




Julian Cope, Krautrocksampler. Guida personale alla grande musica cosmica dal '68 in poi
Lain, pagg.206, € 15,00

Clicca per ordinare KrautrocksamplerTra le cose che non mi perdonerò mai c'è la vendita della collezione di dischi tedeschi degli anni '70, puro, prezioso vinile, sacrificati sull'altare della mancanza cronica di denaro ma più ancora traditi per insulso, avvilente conformismo punkista. Dischi che contenevano musica taumaturgica, sciamanica, inaudita. Incredibili aaaahhhhhhhhhh e zzzzzzzzzzz dei sintetizzatori alla Klaus Schulze, l'ondeggiare metamorfico delle sequenze dei Tangerine Dream, i paesaggi assorti dei Popol Vuh, il delirio controllato e camp degli Amon Duul II, le melodie infantili dei Cluster… Roba che mi metteva in un branco a parte, piccolo gregge di teste sconvolte, numero assai ridotto di capi, conventicola di invasati con la testa piena di nebbia e gli occhi puntati in alto. Roba da un'era trascorsa.
Musica cosmica, ribattezzata ironicamente "krautrock" dagli inglesi, musica fatta con i sintetizzatori, ma non solo. Gli Ash Ra Tempel, ad esempio, aggiunsero nuovo significato all'idea di power trio, Basso (Hartmut Henke) Chitarra (Manuel Gottsching) Batteria (Klaus Schulze) utilizzati come un'arma sonica che si libra a migliaia di metri d'altezza, gigantesca V-2 freak a propulsione mantrica, razzo caricato a testate di pace selvaggia color arcobaleno, musica per nerds senza speranza, troppo sfigati per la disco e troppo snob per Deep Purple & Led Zeppelin, musica per gente come me che avrebbe visto un po' di luce solo dopo il primo acido. Musica davvero psichedelica, davvero senza compromessi, almeno fino alla svolta pre-New Age del '73: quello è l'anno in cui esce Phaedra dei Tangerine Dream, easy listening se confrontato ai capolavori degli anni precedenti, e la magia originaria svanisce.
Il libro di Julian Cope, apparso originariamente nel 1995, chiarisce alcuni punti fondamentali. Primo, la mia ansia di conformismo alternativo era davvero demente (fu Giampaolo Giorgetti, ora Helena Velena, a consigliarmi di buttar via tutta quella mevda tedesca, e ascoltare i Crass – quando si dice i cattivi maestri!) , visto che in realtà buona parte della produzione tedesca di quegli anni ha debiti evidenti con i Velvet Underground, con Detroit addirittura, è proto o ur-punk nel senso più stretto del termine (roba come i LA Dusseldorf, ad esempio, i Neu! o gli stessi Can). Secondo, che musica davvero dirompente, in un certo senso definitiva fu possibile solo al di fuori del contesto culturale angloamericano, da parte di musicisti che avevano assimilato e rimasticato modelli angloamericani per anni e si erano rotti pesantemente il cazzo. Pensate a Edgar Froese, anima dei Tangerine Dream, che nel giro di pochi anni passa da suonare Midnight Hour tre volte a sera nel club di Johnny Halliday a Parigi al free rock più destrutturato e visionario, roba da far impallidire Zappa e gli Airplane e tutti gli altri, non parliamo di Pink Floyd e altra robaccia inglese: questa era gente che aveva preso sul serio A Saucerful of Secrets, più di chi l'aveva inciso, intendo, e aveva voglia di spostare lontano il confine, voglia di esplorazione, sonde lanciate oltre l'orbita del pianeta più esterno, segnali pulsanti, beep beep sintetico ben al fuori della trivialità rock'n'roll - poi Froese si procurerà i sintetizzatori e toccherà con i primi dischi elettronici (Alpha Centauri, del 1971, oppure Zeit, "Tempo", del 1972) vertici ineguagliati; oppure pensate a Klaus Schulze, uno dei batteristi più potenti e idiosincratici mai registrati, che compra il primo sintetizzatore da Florian Fricke dei Popol Vuh e produce un primo disco solista per Macchina Elettronica e Orchestra (Irrlicht, "Fuoco Fatuo", 1972) dove, semplicemente, l'idea di batteria è abolita; pensate a tutte queste cose, leggete il libro, ascoltate musica da un mondo trascorso e capite un'accezione importante della parola coraggio. [WM5]



Dario Biagi, L'incantatore. Storia di Gian Carlo Fusco, Avagliano, pagg. 253, € 14,50


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Se avete visto il film con Franco Franchi Ku Fu? Dalla Sicilia con furore (regia di Nando Cicero, 1973), probabilmente ricordate il corpulento proprietario di ristorante: maglione rosso, baffi, occhio vitreo, zazzera rasta-freak. Sotto la zazzera, l'arma segreta nei corpo-a-corpo: una calotta d'acciaio.
Bene, quell'uomo è Gian Carlo Fusco, all'epoca cinquantottenne. Sarebbe morto nel 1984 di tumore al cervello. Alcuni imputano il male ai pugni in testa presi nel film: la leggenda nera dei film di Kung Fu s'estende anche alle parodie.
Fusco l'affabulatore, l'improvvisatore, il rapsodo e narratore, il grandissimo gonzo journalist e storico del costume.
Fusco cantore della malavita, militante comunista, dandy, scapestrato, animatore di night club. Autore teatrale e televisivo, sceneggiatore a Cinecittà, paroliere di canzonette, attore nelle pellicole più infami degli anni Settanta (e Ottanta: appare anche in Paulo Roberto Cotechino centravanti di sfondamento). Autore di libri, piccoli capolavori come Duri a Marsiglia (recensito da WM4 su Nandropausa #8), Le rose del ventennio e Gli indesiderabili (da cui Pasquale Scimeca ha tratto un film con Vincent Gallo). Ultimo segretario del grande attore Ermete Zacconi, mentore di Sandra Milo (fu lui a presentarla a Fellini), talent scout di Gabriella Ferri (le organizzò la prima serata).
Fusco, il più completo e versatile "cronista immersivo" del suo tempo, e non solo in Italia.
Meglio di Hunter S. Thompson, perché più disciplinato nella scrittura e per niente monocorde, mentre Thompson a un certo punto prese a scrivere sempre lo stesso identico libro, ad nauseam, e nauseato si suicidò, dopo aver raschiato il fondo dei cassetti e dato alle stampe (in due enormi tomi) tutte le lettere scritte in vita sua, anche le più insignificanti.
Molto meglio di Gay Talese, perché la vena di Fusco s'essiccò molto di rado mentre Talese da trent'anni non ha un'idea né un cazzo da dire [*].
Ex aequo forse solo con l'immenso - e in Italia poco frequentato - George Plimpton (stessa curiosità per ogni modus vivendi sotto il cielo) e con Lester Bangs (comune la ricerca nel mito e nella lingua, identico approccio alla... neurochimica fai-da-te).
Pochi mesi fa Carmillaonline ha dedicato a Fusco uno speciale (un meta-speciale, aggregatore di altri "speciali"), e ad esso vi rimando. Qui mi concentrerò sulla biografia scritta da Biagi.
L'incantatore, nell'improbabile classifica delle biografie che ho letto, sta senz'altro nella top 10. (In cima troneggia Il cavaliere dei rossomori, la biografia di Emilio Lussu scritta da Giuseppe Fiori). Dario Biagi, giornalista Rai, ha intervistato o raccolto testimonianze di parenti, amici, rivali e compagni di baldorie di Fusco, tra i quali molti nomi noti (Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Arrigo Petacco, Gianni Bisiach, Cino Tortorella alias "Il mago Zurlì", Manlio Cancogni, Cesare Garboli prima che morisse etc. etc.). Durissimo distinguere i fatti dalla leggenda, anche perché - com'è noto - Fusco raccontava di sé infiorettando, digredendo e degradando, ingrandendo, man mano che la grappa punzonava il cervello, di fronte ad astanti ipnotizzati.
Aneddoto dopo aneddoto, L'incantatore dispiega - come la estraesse da un file zippato - una verità già contenuta in forma ultradensa nella definizione di sé che Fusco diede nel romanzo A Roma con Bubù: "samurai delle ore piccole".
Qui si cela un fertile ossimoro, ma molti cultori unilaterali del "Fusco maudit e gozzovigliatore" non se ne sono accorti. A distanza di vent'anni dalla morte del giornalista spezzino, l'accento della definizione - la cuspide di senso, l'enfasi necessaria a capirla - andrebbe spostata da "ore piccole" a "samurai". Non è una parola scelta a caso: evoca dedizione, metodo, controllo, marzialità. Disciplina. "Ma come", chiederanno alcuni, "non stavamo parlando di quell'ubriacone e metedrinaro di Fusco? Uno che non si lavava per settimane, girava per bordelli, si azzuffava in mezzo alla strada col primo che capita? Quale disciplina?"
Sovente gli integralisti del Primum vivere dimenticano che la massima ha una seconda parte. C'è un "deinde" senza il quale la frase non avrebbe significato. Prima si vive, dopodiché... Soffermiamoci sul "dopodiché", soppesiamo l'avverbio. E' qui la chiave. Primum vivere deinde philosophari. Prima (e si badi bene: "primum" non significa "solum") si fa esperienza della vita, quindi ci si dedica al sapere. Proviamo a stare in equilibrio sul "quindi".
Gianni Agus, caratterista. Suo cavallo di battaglia: gli scoppi d'iraCerto, Fusco era un etilista, uno scialacquatore, un mezzo psicopatico, più irascibile di Gianni Agus (nella foto), più sudato e fetido di Che Guevara sulla Sierra. La sua vita privata fu un'apoteosi di irresponsabilità, e si comportò sempre come se non avesse una figlia. All'inizio "ci faceva": era il suo personaggio, il ruolo che aveva scelto di recitare. Tuttavia, presto ne divenne schiavo, l'apparenza si fece essenza, non si scrollò più di dosso il cliché. Eppure.
Eppure esiste un Fusco certosino, maniacale cesellatore, metodico padrone della lingua, che sui fogli lascia voragini bianche tra una parola e l'altra per poter correggere, riscrivere, infilare "zeppe" dentro le frasi, migliorare. Esiste un Fusco dalla memoria prodigiosa che, anche a distanza di molti anni, distilla conversazioni torrenziali in testi di mirabile chiarezza e poesia, precisi e senza svolazzi, tanto nitidi quanto il suo corpo è sozzo e i pori chiusi di sudore. Esiste un Fusco diligente ricercatore, che soffre della nomea (non immeritata) di "cacciaballe" e vive come un'onta l'occasionale svarione (ai ritmi a cui si costringe, l'errore è sempre dietro l'angolo). Esiste un Fusco vigile, all'erta e all'ascolto, attento a ogni dettaglio che lo circonda, in grado di isolare il "rumore di fondo" anche in condizioni in cui sembra impossibile.
E' il Fusco samurai, il Fusco in piedi sul deinde, che non solo "vive quel che scrive", ma vive perché dopo scriverà, filtrerà il vissuto e saprà farlo con rigore. E' un Fusco misconosciuto, messo in un angolo da stereotipi e facilonerie. Chi non lo conosce s'immagina un Fusco beat e alla deriva, che scrive di getto, senza freni né metodo, che salta le scadenze di consegna... Quasi un idiot savant che avesse nella scrittura un dono dall'origine misteriosa. Nulla di più lontano dal vero: la scrittura di Fusco cresceva su terra sì ricca di humus, ma coltivata con ostinato lavoro. L'humus da solo non serve se non si sarchia, ara, concima e irriga la terra. Dai campi incolti non sai mai quali frutti aspettarti, il più delle volte crescono erbacce, piante dalle bacche immangiabili.
Fuor di metafora: non si tiene per anni una rubrica quotidiana su Il Giorno del periodo d'oro (e non una rubrica qualsiasi: La colonna, asse su cui ruotava a mo' di pianeta la Milano notturna del Boom) senza disciplina. Fusco non sarebbe stato Fusco senza una etica del lavoro, per quanto idiosincratica e sui generis.
L'incantatore
spiega bene fino a che punto i clichés contrastarono la risalita di Fusco nel giornalismo "di serie A" dopo la discontinua discesa agli "inferi" delle riviste porno-soft (periodo che, nondimeno, coincide con la stesura di alcuni dei suoi libri più famosi, tra i quali Duri a Marsiglia). Tutti i colleghi blasonati furono colti da False Memory Syndrome: ricordavano un personaggio inaffidabile (cosa che, sul lavoro, Fusco non era affatto), e certo non aiutava la frequentazione di ambienti trash e personaggi oggettivamente immondi.
Nessuno dei suoi vecchi colleghi mandò una scialuppa per farlo scrivere su Repubblica o L'Espresso. E pensare che quelli furono gli anni di massima igiene e cura di sé nella vita del giornalista! Nondimeno, nell'ultimo periodo la risalita era iniziata. Addirittura, quando morì, da pochi giorni aveva ripreso a scrivere "La colonna", sempre sul Giorno, benché il giornale e il Paese fossero cambiati in modo drastico.
Tra le predilezioni di Fusco vi erano la storia della prostituzione e la satira su Mussolini e il Ventennio. Al convergere dei due filoni, diversi scritti raccontano il càté licenzioso del fascismo, la doppia morale di un regime familista, fra amanti ufficiali, visite ai bordelli, soubrettes d'avanspettacolo e mignotte di regime: Mussolini e le donne è il titolo più famoso (in realtà è il sottotitolo della prima edizione, oggi promosso di rango. Il vecchio titolo era Playdux). Nei giorni dello scandalo intercettazioni che coinvolge la destra italiana (neo-monarchica ma soprattutto post-fascista), vi è chi scrive che i camerati d'un tempo avrebbero rinnegato in toto le proprie radici. Ciò è falso, e Fusco lo dimostrerebbe con un'eruzione vulcanica d'aneddoti. Il fascismo fu un regime puttaniere e lenone, ipocrita e corrotto, raccomandevole e nepotista. Vi è perfetta coerenza tra come agivano i gerarchi e gerarchetti di ieri e come si comporta l'attuale destra di ex-sottogoverno (o di fresco rientro dall'esilio). Se fosse ancora tra noi, chissà che mirabili ritratti ci offrirebbe Fusco: il re mancato, il segretario mezzano, il principe dei sottaceti, il portavoce allupato... Dateci un gonzo journalist, perdìo, datecelo ora! [WM1]

* - Come? Il libro sui fascisti accoppati? Ho detto T
alese, con la a, no Telese!


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