{"id":9121,"date":"2012-07-22T11:24:20","date_gmt":"2012-07-22T09:24:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=9121"},"modified":"2012-07-24T10:52:15","modified_gmt":"2012-07-24T08:52:15","slug":"scrittura-politica-e-alpinismo-italia-1863-1935-circa-di-wu-ming-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2012\/07\/scrittura-politica-e-alpinismo-italia-1863-1935-circa-di-wu-ming-1\/","title":{"rendered":"Note su scrittura, politica e alpinismo in Italia (1863-1935)"},"content":{"rendered":"<div id=\"attachment_9141\" style=\"width: 458px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-9141\" class=\"size-full wp-image-9141\" title=\"Monumento a Quintino Sella in Piazza Sella, Iglesias\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/monumento-a-Quintino-Sella.png\" alt=\"Monumento a Quintino Sella in Piazza Sella, Iglesias\" width=\"448\" height=\"640\" \/><p id=\"caption-attachment-9141\" class=\"wp-caption-text\">Monumento a Quintino Sella in Piazza Sella, Iglesias<\/p><\/div>\n<h5>[Questo articolo, in una versione lievemente ridotta, \u00e8 apparso sul n.5 di <a href=\"http:\/\/ilmegafonoquotidiano.globalist.it\/rivista\/nuova-rivista-letteraria-3\"><em>(Nuova Rivista) Letteraria<\/em><\/a>. Originariamente inteso come prima parte di un testo pi\u00f9 lungo<em><\/em>, in realt\u00e0 non proseguir\u00e0, perch\u00e9 il prossimo numero della rivista sar\u00e0 interamente dedicato a una retrospettiva sul suo fondatore e direttore, <strong>Stefano Tassinari<\/strong>, e la cadenza semestrale allontenerebbe troppo la prima parte dalla seconda. In altra forma e con altro stile, la riflessione proseguir\u00e0 in <em>Point Lenana<\/em>, l&#8217;oggetto narrativo non-identificato che <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=6628\">sto scrivendo insieme a Roberto Santachiara<\/a>. In fondo \u00e8 giusto cos\u00ec: questa sorta di &#8220;panoramica&#8221; &#8211; pensata come prima introduzione al tema per chi non ci abbia mai riflettuto sopra &#8211; nasce dagli appunti che ho preso per quel libro. &#8211; <strong>WM1<\/strong>]<!--more--><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><\/h5>\n<p><strong>1. Tanto pi\u00f9 in alto, quanto pi\u00f9 in basso<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>\u00abCi\u00f2 che commuove, in questa impresa, \u00e8 l&#8217;unione in una sola cordata di tre Camicie nere, di tre guide alpine del CAI, di tre forti montanari di valli diverse e lontane. La cercata ed entusiastica loro unione esalta l&#8217;impresa alpinistica colorandola di significati profondi [&#8230;] Essi sapevano che il Duce, prima della nuova stagione, avrebbe visitato l&#8217;Alto Adige, l&#8217;estremo lembo di Patria posto fra le crode dolomitiche e le nevi eterne delle Alpi del sacro confine; l&#8217;affetto e la devozione sugger\u00ec loro un atto che in una rude impresa o in una vittoria dicesse a Lui quanto e quale \u00e8 l&#8217;amore che loro scalda il cuore.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>E&#8217; un passo di \u00abCamicie nere sulle crode\u00bb, resoconto di un&#8217;ascensione al Piz Gralba, quota 2974 metri. L&#8217;elzeviro sportivo-militante appare sulla Rivista mensile del CAI (Club Alpino Italiano) nel marzo 1934, a firma di <strong>Arturo Tanesini<\/strong>.<br \/>\nTre anni dopo, nel marzo 1937, lo stesso periodico pubblica un testo ancor pi\u00f9 enfio di cattiva retorica:<\/p>\n<blockquote><p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-9135\" title=\"Il Duce al Terminillo\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/duceterminillo2.jpg\" alt=\"Benito in posa da Cialtron Hescon\" width=\"158\" height=\"317\" \/>\u00abIl Duce \u00e8 stato al Terminillo: tutti i quotidiani ne hanno parlato e le fotografie del Duce sciatore hanno posto d&#8217;onore. Questo nostro Capo, che affronta il mare sulla nave da guerra, come sul fragile e traballante &#8216;moscone&#8217;, e domina il cielo col suo volo di aviatore provetto e sale la montagna a provarvi la faticata ebbrezza dello sci, \u00e8 esempio al mondo intero: ammonimento ai giovanissimi, ai sedentari, a tutti coloro che, agguantata una qualsiasi poltrona o poltroncina gerarchica, vi si addormono in placido sonno e mettono pancia [&#8230;] e odiano lo schiaffo del vento, il brivido del pericolo, il peso della dura salita.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>Cos\u00ec il gerarca <strong>Angelo Manaresi<\/strong>, presidente del CAI e dell&#8217;Associazione Nazionale Alpini, saluta uno dei pi\u00f9 cialtroneschi exploit propagandistici di Mussolini, immortalato a torso nudo sulle nevi del Terminillo, coi bastoni in mano&#8230; ma senza gli sci ai piedi. Manaresi omette quest&#8217;ultimo particolare, che pure salta all&#8217;occhio.<br \/>\nUn balzo indietro di qualche anno: nel dicembre 1931 la Rivista d\u00e0 spazio a certe \u00abNote per un allenamento psichico in montagna\u00bb, dichiaratamente ispirate a pratiche tibetane e genericamente orientali. La prosa del loro autore \u00e8 tortuosa e affaticata, destinata a invecchiare male:<\/p>\n<blockquote><p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-9126\" style=\"margin-left: 2px; margin-right: 2px;\" title=\"Julius Evola\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/evola.jpg\" alt=\"Julius Evola\" width=\"195\" height=\"146\" \/>\u00abNoi stessi abbiamo verificato il fenomeno curioso per cui, all&#8217;atto di volersi arrestare per un istante, una strana forza quasi non pi\u00f9 nostra ci ha spinti immediatamente ancor oltre. Quanto poi a quell&#8217;atto interno che, nel momento limite dell&#8217;esaurirsi delle energie abituali fa quasi da interruttore che mette in circuito la &#8216;seconda onda&#8217;, esso, per sua stessa natura, poco si lascia descrivere o insegnare. Ognuno deve trovarlo da s\u00e9. Certo \u00e8 per\u00f2 che poco ne pu\u00f2 comprendere chi non abbia gi\u00e0 saputo dividere il proprio animo in due parti, adusate &#8211; per una disciplina che non \u00e8 di certo quella di un qualsiasi &#8216;sport&#8217; &#8211; l&#8217;una all&#8217;assoluto comandare, l&#8217;altra all&#8217;assoluto obbedire.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>L&#8217;autore consiglia agli alpinisti di \u00abesaurire volontariamente al pi\u00f9 presto possibile tutta la quantit\u00e0 dell&#8217;energia vitale di cui, in via normale, dispone il corpo, fino ad arrivare ad un punto critico.\u00bb Oltre questo punto critico, lo scalatore raggiunger\u00e0 un nuovo stato di consapevolezza e instancabilit\u00e0. A questo punto (evidentemente non meno&#8230; critico) dell&#8217;articolo si insinua una <em>NdR<\/em>: \u00abLa Redazione si tiene al di fuori di questa e di altre affermazioni del presente scritto, sulle quali non ha presentemente elementi di controllo.\u00bb<\/p>\n<p>Autore delle \u00abNote\u00bb e oggetto della presa di distanze redazionale \u00e8 il barone <strong>Giulio \u00abJulius\u00bb Evola<\/strong>, ex-pittore dadaista e futuro guru dell&#8217;estrema destra \u00abesoterica\u00bb. Evola, teorico di una \u00abrivolta contro il mondo moderno\u00bb e alfiere di un razzismo \u00abspirituale\u00bb suppostamente meno rozzo del razzismo \u00abbiologico\u00bb nazista, morir\u00e0 nel 1974. In ossequio alle sue ultime volont\u00e0, le ceneri verranno disperse sul Monte Rosa.<br \/>\nAmico e adepto di Evola, nonch\u00e9 suo consocio nel \u00abGruppo di Ur\u00bb (conventicola dedita all&#8217;occultismo attiva in Italia dalla fine degli anni Venti) \u00e8 l&#8217;alpinista <strong>Domenico Rudatis<\/strong>. Anche la sua prosa di montagna \u00e8 zeppa di metafore ermetico-alchemiche. Un piccolo esempio tra i tanti possibili: \u00abSu quell&#8217;immane pietra di paragone si doveva lasciare la pi\u00f9 vivida traccia del pi\u00f9 aureo metallo del nostro volere, e non l&#8217;incerta rigatura di metalli volgari.\u00bb<\/p>\n<p>Gli anni Trenta, decennio di grande entusiasmo e grandi risultati per l&#8217;alpinismo praticato, segnano &#8211; con poche eccezioni &#8211; il punto pi\u00f9 basso dell&#8217;alpinismo \u00abscritto\u00bb, della cosiddetta \u00abletteratura di montagna\u00bb.<\/p>\n<p><strong>2. Perch\u00e9 si scrive di montagna?<\/strong><\/p>\n<p>Quando sulla stampa, puntuali come il Tristo Mietitore, partono le solite, capziose \u00abricognizioni\u00bb del panorama letterario italiano, la letteratura di montagna non viene mai presa in considerazione. Si tratta di libri che escono di rado dalle \u00abnicchie\u00bb in cui operano case editrici specializzate (es. Vivalda, Lint, Priuli &amp; Verlucca), collane a tema di editori pi\u00f9 grandi (\u00abExploits\u00bb di Corbaccio) e periodici dedicati (<em>in primis<\/em> le riviste del CAI). Fuori da quel <em>milieu<\/em> si conoscono solo pochi \u00abgrandissimi\u00bb (Messner), un personaggio come Mauro Corona (il cui successo di scrittore \u00e8 legato soprattutto ad aspetti extraletterari, folkloristici, spettacolari) e alcuni autori <em>mainstream<\/em> che ogni tanto scrivono di montagna (per esempio, Erri De Luca).<br \/>\nEppure la scrittura di montagna ha una lunga tradizione e annovera opere di grandi nomi come Buzzati e Rigoni Stern. Dal 1929 esiste il Gruppo Italiano Scrittori di Montagna; oggi lo presiede il \u00abdecano\u00bb <strong>Spiro Dalla Porta Xydias<\/strong>, ultranovantenne dalla memoria al fosforo e tanti nodi al fazzoletto, che non manca di denunciare la disattenzione dell&#8217;establishment editoriale verso chi scrive di<strong> <\/strong>vette, ghiacciai e bivacchi in parete.<\/p>\n<p>Nella letteratura di montagna non domina il romanzo: il \u00ab<em>r\u00e9cit d&#8217;ascension<\/em>\u00bb &#8211; come lo ha chiamato <strong>Massimo Mila<\/strong> &#8211; \u00e8 un <em>m\u00e9lange<\/em> di cronaca sportiva e racconto di viaggio (talvolta iniziatico), di osservazione naturalistica e prosa poetica. Quella \u00abdi montagna\u00bb \u00e8 una letteratura <em>testimoniale<\/em>, fatta di esperienza diretta. Novantanove volte su cento, lo scrittore di montagna \u00e8 un alpinista e scrive di luoghi in cui \u00e8 stato.<br \/>\nNella maggior parte degli sport l&#8217;atleta che scrive \u00e8 un&#8217;eccezione, al massimo si trovano \u00abnon-libri\u00bb di memorie rappattumate, instant-book firmati dagli sportivi ma confezionati da giornalisti. In copertina, il nome di questi ultimi \u00e8 stampato a caratteri pi\u00f9 piccoli, solitamente preceduto da un \u00ab<em>con<\/em>\u00bb (la preposizione, non l&#8217;insulto francese).<br \/>\nNell&#8217;alpinismo, invece, non vi \u00e8 nome importante che non abbia scritto libri, e alcuni alpinisti sono divenuti autori di rilievo e a tempo pieno. Il primo nome che viene in mente \u00e8 <strong>Walter Bonatti.<\/strong><br \/>\nPer capire tale corrispondenza fra azione e scrittura, bisogna tener conto che l&#8217;alpinismo \u00e8 un&#8217;attivit\u00e0 peculiare: presenta caratteristiche tipiche dello sport, ma molti suoi praticanti non lo ritengono tale n\u00e9 si considerano atleti. Alcuni lo ritengono pi\u00f9 affine a un&#8217;arte (come la danza), altri lo vivono come disciplina spirituale, stile di vita ecologico o attivit\u00e0 esplorativa. Per semplificare, diremo che l&#8217;alpinismo \u00e8 <em>anche<\/em> uno sport, ma il suo parziale trascendere tale dimensione lo rende l&#8217;unico sport in cui la scrittura abbia un ruolo <em>intrinseco<\/em> e <em>funzionale<\/em>. Il resoconto \u00e8 sin dagli albori componente essenziale dell&#8217;impresa.<br \/>\n<span style=\"text-decoration: underline;\">In primo luogo<\/span>, le ascensioni avvengono lontano dal \u00abconsorzio civile\u00bb. Il solo modo per farle conoscere &#8211; e \u00abrendere <em>visibile<\/em> l&#8217;alta montagna\u00bb, come ha scritto Marco Albino Ferrari &#8211; \u00e8 scriverne <em>ex post<\/em>.<br \/>\n<span style=\"text-decoration: underline;\">In secondo luogo<\/span>, \u00e8 necessaria la <em>verifica<\/em> da parte di altri scalatori, verifica impossibile senza la descrizione dettagliata della via percorsa. Esiste un vero e proprio <em>peer reviewing<\/em> tra alpinisti: se apro una nuova via, devo spiegarne le caratteristiche per filo e per segno, di modo che altri possano seguirla e controllare se ho mentito o detto la verit\u00e0. Da questo <em>peer reviewing<\/em> sono nate polemiche durissime, durate decenni e in certi casi non ancora sopite, come quella sull&#8217;ascensione di Severino Casara al Campanile di Val Montanaia (1926) o quella sull&#8217;impresa di Cesare Maestri al Cerro Torre lungo la \u00abVia del compressore\u00bb (1970) [<a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=9121#comment-14154\"><strong><span style=\"color: #ff0000;\">*<\/span><\/strong><\/a>].<br \/>\n<span style=\"text-decoration: underline;\">Il terzo motivo<\/span> per cui l&#8217;alpinista scrive \u00e8, come ha spiegato M.A.Ferrari nella sua introduzione all&#8217;antologia <em>Racconti di pareti e scalatori <\/em>(Einaudi, 2011),<\/p>\n<blockquote><p>\u00abil tentativo di spiegare i motivi di fondo che spingono un individuo a sfidare il vuoto; il perch\u00e9 di un&#8217;attivit\u00e0 per certi versi perversa, insensata, folle. A che scopo si scala una parete rischiando la vita? Qual \u00e8 il motivo per cui si va a patire freddo, disagi, intemperie, fatiche inumane? Il racconto di alpinismo arriva cos\u00ec a scavare nei momenti a margine dell&#8217;azione, quando ancora si medita se partire, quando la molla si sta caricando e ci si prepara a mettersi in marcia, magari sfilando davanti agli occhi incuriositi di chi assiste seduto su un prato.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<div id=\"attachment_9136\" style=\"width: 202px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-9136\" class=\"size-full wp-image-9136\" title=\"Gian Piero Motti\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/motti1.png\" alt=\"Gian Piero Motti\" width=\"192\" height=\"242\" \/><p id=\"caption-attachment-9136\" class=\"wp-caption-text\">Gian Piero Motti<\/p><\/div>\n<p>Negli anni Settanta, nei testi di <strong>Gian Piero Motti<\/strong> e del \u00abNuovo Mattino\u00bb (movimento identificato con la \u00abcontestazione sessantottina\u00bb in seno all&#8217;alpinismo), questa terza motivazione diverr\u00e0 predominante, dando vita a testi complessi, lacerati, veri e propri \u00abesami di coscienza\u00bb. In quelle sedute di autocritica, l&#8217;appassionato di montagna si definir\u00e0 \u00abfallito\u00bb, \u00abdrogato\u00bb, addirittura \u00abasociale\u00bb, per poi volgersi alla ricerca di una pratica alpinistica pi\u00f9 umana e consapevole della societ\u00e0 che la circonda.<\/p>\n<p><strong>3. Scrittura di montagna e classi sociali<\/strong><\/p>\n<p>La narrazione alpinistica non nasce \u00abneutra\u00bb n\u00e9 \u00abinnocente\u00bb: \u00e8 plasmata dai rapporti sociali e ha un&#8217;impronta di classe. Fin dagli albori, lo scrivere marca la differenza tra l&#8217;alpinista \u00abvero\u00bb (sedicentemente puro d&#8217;intenti, nobile d&#8217;animo e \u00abdisinteressato\u00bb) e la guida alpina, cio\u00e8 l&#8217;autoctono pratico del luogo che va in montagna <em>per mestiere<\/em>, ingaggiato dagli alpinisti per accompagnarli e gestire le beghe quotidiane della spedizione.<br \/>\nIl \u00abSignor Alpinista\u00bb, per autorappresentarsi come spirito elevato, deve rimuovere dal quadro la propria condizione materiale: egli pu\u00f2 andare in montagna <em>gratis et amore dei &#8211; <\/em>anzi, spendendoci del suo &#8211; perch\u00e9 \u00e8 un borghese o addirittura un aristocratico e campa del plusvalore estorto da qualche parte. Il grande alpinista triestino <strong>Julius Kugy<\/strong>, proprietario di una ditta di importazioni coloniali, potr\u00e0 dedicare ben trent&#8217;anni della sua vita a setacciare i dintorni del Triglav alla romantica ricerca di un fiorellino raro, la <em>Scabiosa Trenta<\/em>, del quale poi si scoprir\u00e0 che non esiste.<br \/>\nLa guida, invece, \u00e8 un proletario che deve mettere insieme il pranzo con la cena.<br \/>\nL&#8217;alpinista che scrive (a fini di pubblicazione) \u00e8 la regola. La guida che scrive una rara eccezione.<br \/>\nCome far\u00e0 notare lo storico francese <strong>Paul Veyne<\/strong> nel suo saggio <em>L&#8217;alpinisme. Une invention de la bourgeoisie<\/em> (1979), la descrizione della guida da parte di <em>Monsieur l&#8217;Alpiniste<\/em> \u00e8 molto spesso elogiativa in modo paternalistico: la guida \u00e8 vista come un animo semplice, quasi un \u00abbuon selvaggio\u00bb, e nel descriverla si ricorre a metafore animali. Non si tratta necessariamente di malafede: l&#8217;inconscio borghese funziona in un certo modo. Anche nei momenti di autoconsapevolezza, nei quali l&#8217;alpinista \u00absi vede da fuori\u00bb, egli non sfugge alla contraddizione, e non pu\u00f2 che rislittare nel <em>clich\u00e9<\/em>. Mentre racconta di un&#8217;ascesa con la guida valdostana <strong>Jean-Antoine Carrel<\/strong>, Ugo De Amicis scrive:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abMi stup\u00ec [&#8230;] il sentimentalismo di quell&#8217;orso di montagna cinquantenne; ma subito mi feci una colpa di quello stupore. Anche il borghese pi\u00f9 spregiatore della propria classe non pu\u00f2 liberarsi da certe istintive prevenzioni contro il popolo, come quella di credere inconciliabile la delicatezza del sentimento con l&#8217;ignoranza e la poca educazione esteriore.\u00bb (da <em>Alpe mistica<\/em>, 1926)<\/p><\/blockquote>\n<p>Dello <em>scrivere<\/em> fa parte anche l&#8217;atto &#8211; sempre rivelatore di una mentalit\u00e0 &#8211; di assegnare nomi ai luoghi scoperti e alle vette conquistate. Quando la spedizione di <strong>Halford Mackinder<\/strong> giunge in cima al Monte Kenya (1899), lo fa grazie alle guide valdostane C\u00e9sar Ollier e Joseph Brocherel. Mackinder &#8211; al quale sar\u00e0 intitolata una vallata del massiccio, la Mackinder Valley &#8211; decide di battezzare due ghiacciai coi loro nomi, ma non li chiama \u00abGhiacciaio Ollier\u00bb e \u00abGhiacciaio Brocherel\u00bb, bens\u00ec &#8211; paternalisticamente &#8211; \u00abGhiacciaio <span style=\"text-decoration: underline;\">C\u00e9sar<\/span>\u00bb e \u00abGhiacciaio <span style=\"text-decoration: underline;\">Joseph<\/span>\u00bb. La guida merita un riconoscimento, ma non ha diritto al cognome.<br \/>\nVa ancora peggio alle basse maestranze, che nella maggior parte dei <em>r\u00e9cits d&#8217;ascension<\/em> sono prive di individualit\u00e0, non ne viene tramandato il nome. Sono solo \u00abi portatori\u00bb, \u00abgli sherpa\u00bb etc. Se nei resoconti di imprese compiute in Europa la regola ha qualche eccezione, la rimozione \u00e8 pressoch\u00e9 totale nei racconti di spedizioni in Africa o Asia, dove alla divisione di classe si sovrappone quella di \u00abrazza\u00bb.<\/p>\n<div id=\"attachment_9129\" style=\"width: 190px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-9129\" class=\"size-full wp-image-9129\" title=\"Emilio Comici\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/Emilio-Comici.jpg\" alt=\"Emilio Comici\" width=\"180\" height=\"265\" \/><p id=\"caption-attachment-9129\" class=\"wp-caption-text\">Emilio Comici<\/p><\/div>\n<p>Ancora nel 1932 il pi\u00f9 grande scalatore italiano della sua epoca, il triestino <strong>Emilio Comici<\/strong>, viene estromesso dal Club Alpino Accademico Italiano (l&#8217;empireo degli alpinisti dello Stivale) per aver intrapreso il mestiere di guida. Comici \u00e8 gi\u00e0 esponente di un alpinismo pi\u00f9 popolare e meno classista di quello degli esordi. Modestissimo impiegato, si licenzia per dedicarsi alla montagna a tempo pieno, ma per farlo deve poter vivere di tale attivit\u00e0. Questa condizione lo esclude formalmente dal <em>Gotha<\/em> (ma vi rientrer\u00e0 <em>post mortem <\/em>con tutti gli onori<em>,<\/em> santificato dagli stessi che lo avevano osteggiato in vita).<\/p>\n<p>Col passare dei decenni e l&#8217;estendersi della pratica alpinistica a ceti meno abbienti, l&#8217;impronta di classe del <em>r\u00e9cit d&#8217;ascension<\/em> si far\u00e0 meno marcata, e inizier\u00e0 a sfumare la distinzione tra alpinista e guida. Alcuni nomi importanti riassumeranno in s\u00e9 entrambe le figure, come <strong>Tita Piaz<\/strong> (1879-1948), il \u00abDiavolo delle Dolomiti\u00bb. Gli scrittori di montagna dedicheranno saggi e biografie a guide illustri del passato. Seppure in rari casi, grandi nomi dell&#8217;alpinismo condivideranno con le guide l&#8217;onore delle loro imprese: l&#8217;Everest sar\u00e0 conquistato nel 1952 da \u00abHillary e Tenzing\u00bb, alpinista e <em>sirdar<\/em> (capo dei portatori) giunti in vetta <em>ex aequo<\/em>, per sempre uniti nella memoria pubblica. Con l&#8217;accentuarsi della dimensione sportiva e commerciale dell&#8217;alpinismo e l&#8217;inevitabile rarefarsi delle \u00abprime ascensioni\u00bb, l&#8217;alpinismo cambier\u00e0.<br \/>\nTuttavia, la divisione tra classi non svanir\u00e0: ogni resoconto di ascensione ne reca tracce pi\u00f9 o meno profonde. Non esiste pratica o scrittura avulsa dai rapporti sociali.<\/p>\n<p><strong>4. Montagna e nazionalismo prima e dopo la \u00abGuerra bianca\u00bb<\/strong><\/p>\n<div id=\"attachment_9130\" style=\"width: 510px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/AlpiniPassoParadiso.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-9130\" class=\"size-full wp-image-9130\" title=\"AlpiniPassoParadiso\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/AlpiniPassoParadiso.jpg\" alt=\"Alpini all'attacco del Passo Paradiso\" width=\"500\" height=\"346\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-9130\" class=\"wp-caption-text\">Alpini all&#39;attacco del Passo Paradiso. Dalla rivista &quot;L&#39;Illustrazione italiana&quot;, 16 giugno 1918<\/p><\/div>\n<p>Ancora oggi, l\u2019alpinismo \u00e8 descritto da molti suoi praticanti come lontanissimo dalla politica e dalle ideologie, ma l&#8217;insistito professarsi \u00aba-ideologici\u00bb e \u00abapolitici\u00bb \u00e8 in se stesso ideologico e politico. L&#8217;alpinismo, nell&#8217;Europa continentale, nasce con la presa del potere da parte della borghesia, \u00e8 ideologicamente figlio dell&#8217;et\u00e0 dei nazionalismi e, come abbiamo visto, diviene uno degli sport pi\u00f9 strumentalizzati dai regimi fascisti. Quel che avviene in Italia, avviene anche in Germania con pari &#8211; se non maggiore &#8211; parossismo.<br \/>\nIn Italia, l&#8217;alpinismo \u00e8 sin dal principio nazionalista e strettamente legato alla politica: il Club Alpino Italiano \u00e8 fondato nel 1863 da <strong>Quintino Sella<\/strong>, ministro delle finanze del nuovo Regno d&#8217;Italia. A lui si deve, tra le altre cose, la decisione di inasprire l&#8217;impopolarissima \u00abtassa sul macinato\u00bb, gi\u00e0 causa di proteste e sollevazioni represse dal generale Raffaele Cadorna.<br \/>\nL&#8217;andare-in-montagna \u00e8 parte della scoperta della nazione appena unificata ed \u00e8 inevitabile che si ponga subito il problema dei confini e di quelle parti di <em>koin\u00e8<\/em> italiana rimaste fuori, \u00absotto il giogo straniero\u00bb: le terre \u00abirredente\u00bb, Trento e Trieste. Le montagne divengono simbolo di una questione irrisolta. Nei primi anni del Novecento i club alpini dell&#8217;Italia settentrionale organizzano escursioni lungo i confini che sono gi\u00e0 in tutto e per tutto spedizioni di propaganda politica.<\/p>\n<div id=\"attachment_9131\" style=\"width: 180px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-9131\" class=\"size-full wp-image-9131\" style=\"margin-left: 1px; margin-right: 3px;\" title=\"Guido Rey\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/rey.jpg\" alt=\"Guido Rey\" width=\"170\" height=\"263\" \/><p id=\"caption-attachment-9131\" class=\"wp-caption-text\">Guido Rey<\/p><\/div>\n<p>La Grande guerra, che in Italia sar\u00e0 in gran parte guerra di montagna, \u00e8 ormai dietro l&#8217;angolo. In questa fase spicca la figura di <strong>Guido Rey<\/strong> (1861-1935). Nipote di Quintino Sella, Rey \u00e8 l&#8217;alpinista italiano pi\u00f9 famoso del suo tempo. Scrittore efficace e abile propagandista di un andare in montagna saturo di retorica sulla patria, Rey sa anche scegliere i luoghi da trasformare in simboli: il suo libro pi\u00f9 famoso, <em>Alpinismo acrobatico<\/em> (1914), avr\u00e0 un ruolo determinante nel creare il mito delle Dolomiti. Ancora lungi dal divenire meta di un turismo di massa (che ancora non esiste), le Dolomiti sono in gran parte ancora sotto l&#8217;Austria. Di l\u00ec a poco, saranno teatro di guerra.<br \/>\nLa frase pi\u00f9 celebre di Rey, che per decenni rester\u00e0 impressa sulle tessere annuali del CAI, \u00e8: \u00abPerch\u00e8 io credetti e credo la <em>lotta coll\u2019Alpe<\/em> utile come il lavoro, nobile come un\u2019arte, bella come una fede.\u00bb (corsivo mio). La scalata come battaglia, l&#8217;Alpe come nemico da vincere. Rey \u00e8 tra coloro che pi\u00f9 sovraccaricano la letteratura di montagna di metafore militari e belliche. Ecco come, nel 1906, celebra sulle pagine della Rivista mensile la fondazione di una sezione del CAI:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abIo so bene che nella grande schiera degli alpinisti non sono che un oscuro alfiere fedele: so che, non a me, ma all\u2019antica bandiera \u00e8 rivolto il loro sguardo e va il loro saluto; ma al vecchio soldato sono cari il fragore della battaglia e l\u2019eco degli evviva che gli giungono dal campo lontano.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>Rey, non a caso, aderir\u00e0 al fascismo con convinzione.<\/p>\n<p>Il <em>prius<\/em> storico del rapporto tra fascismo e montagna \u00e8 la prima guerra mondiale, soprattutto nella sua dimensione di \u00abguerra bianca\u00bb, combattuta sulle cime innevate. In quel frangente nasce il mito degli Alpini, il corpo militare che nei decenni a venire riscuoter\u00e0 pi\u00f9 simpatia tra gli italiani.<br \/>\nDopo la vittoria, lungo l&#8217;esteso fronte di montagna, si designano fin da subito \u00abzone sacre\u00bb, luoghi dove i patrioti si sono sacrificati. Le porzioni di territorio strappate all&#8217;impero austroungarico vengono \u00abriconsacrate\u00bb con apposite cerimonie, durante le quali si demoliscono i segni del dominio austriaco, vengono divelte le targhe in tedesco, si ribattezzano i rifugi alpini.<\/p>\n<p><strong>5. Eterogenesi dei fini<\/strong><\/p>\n<p>Con l&#8217;avvento del fascismo, l&#8217;alpinismo diviene uno degli sport pi\u00f9 promossi e strombazzati dal regime, che ha bisogno di imprese \u00abmaschie\u00bb, ardite, \u00abitalianissime\u00bb. Il CAI viene italianizzato in \u00ab<em>Centro<\/em> Alpino italiano\u00bb &#8211; torner\u00e0 \u00abClub\u00bb solo con la Liberazione &#8211; e inquadrato d&#8217;autorit\u00e0 nel Comitato Olimpico Nazionale Italiano [<a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=9121#comment-14095\"><span style=\"color: #ff0000;\"><strong>**<\/strong><\/span><\/a>]. Il nuovo assetto \u00e8 ultra-gerarchico, la democrazia interna \u00e8 azzerata. Nel 1930 \u00e8 nominato presidente il gi\u00e0 menzionato Manaresi, podest\u00e0 di Bologna e capo dell&#8217;Associazione Nazionale Alpini. Anche questo doppio incarico, con l&#8217;implicita analogia tra alpini e alpinisti, \u00e8 segno di una \u00abirreggimentazione\u00bb del sodalizio.<br \/>\nNon mancano le resistenze: per imporre la sua egemonia, il fascismo deve far piazza pulita di<strong> <\/strong>associazioni alpinistiche ed escursionistiche legate al mondo operaio e alla sinistra, ambiente raccontato nel saggio di Luciano Senatori <em>Compagni di cordata<\/em> (2010).<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-9132\" title=\"CAIfascio\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/CAIfascio.jpg\" alt=\"Il CAI fascistizzato\" width=\"184\" height=\"256\" \/>Quelli che il fascismo esaspera sono tratti ideologici gi\u00e0 presenti nell&#8217;alpinismo d&#8217;anteguerra, che per\u00f2 era riservato a un&#8217;\u00e9lite. Il fascismo porta in montagna anche la piccola borghesia, base sociale del regime. Durante il Ventennio aumentano le ascensioni domenicali in comitiva, si costruiscono funivie, si estende una rete di rifugi e bivacchi gestiti dal CAI, si intitolano nuove vie a quadrumviri e gerarchi. E&#8217; il caso, per fare un esempio, della \u00abVia XXVIII Ottobre &#8211; Achille Starace\u00bb aperta nel 1934 da Riccardo Cassin alla Piccolissima di Lavaredo.<br \/>\nIl momento del \u00abboom\u00bb alpinistico (e sciistico) in Italia \u00e8 il 1935, anno della guerra d&#8217;Abissinia e di massimo consenso per il regime. Le pubblicazioni del CAI sostengono con entusiasmo la nuova impresa coloniale. Scrivono Roberto e Matteo<strong> <\/strong>Serafin nel loro<strong> <\/strong><em>Scarpone e moschetto<\/em><strong> <\/strong>(2002):<\/p>\n<blockquote><p>\u00abSembra che il rude atteggiamento del conquistatore di vette venga trasferito come un fatto mistico, naturale e inconfutabile a tutto il paese nella realizzazione del sogno coloniale a lungo inseguito dalla classe dirigente italiana, prima liberale e ora fascista.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>I giovani alpinisti &#8211; e non soltanto loro &#8211; indossano il paraocchi. Per loro \u00abnon esisteva nulla al di fuori dell&#8217;alpinismo\u00bb, scriver\u00e0 Gian Piero Motti. \u00abNoi andavamo ad arrampicare, la politica non ci interessava\u00bb, dichiarer\u00e0 anni dopo Riccardo Cassin, che pure intitola vie ai pezzi grossi del partito fascista e riceve \u00abfascistissime\u00bb onorificenze. Contraddizione invisibile, quando si \u00e8 immersi in un&#8217;ideologia dominante percepita come ovvia, <em>naturale<\/em>. Per questa generazione, il fascismo non \u00e8 \u00abpolitica\u00bb: \u00e8 come l&#8217;acqua per il pesce.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, in questi anni si forma un <em>know-how<\/em> alpinistico e si costruisce una rete di sentieri e rifugi, saperi e strutture che poi &#8211; ironia della sorte, trasmutazione della specie <em>Homo Montivagus<\/em> &#8211; saranno usati dai partigiani. Dopo l&#8217;8 settembre 1943, tra Sal\u00f2 e la Resistenza, non pochi alpinisti del Ventennio &#8211; inclusi grossi nomi del \u00abSesto grado\u00bb, tra i quali lo stesso Cassin &#8211; sceglieranno la seconda. In quella temperie, l&#8217;espressione \u00abandare in montagna\u00bb acquisir\u00e0 un significato del tutto nuovo, divenendo metonimia del prendere le armi contro i nazifascisti.<br \/>\nGettando sugli anni Trenta uno sguardo retrospettivo, l&#8217;alpinista divenuto partigiano si accorger\u00e0 di aver vissuto, scalando pareti e dormendo nei rifugi, un apprendistato pre-resistenziale. E&#8217; ci\u00f2 che scrive <strong>Primo Levi<\/strong> nel racconto \u00abFerro\u00bb (dalla raccolta <em>Il sistema periodico<\/em>, 1975), usando la metafora della \u00abcarne dell&#8217;orso\u00bb. Proprio da l\u00ec partiremo nella seconda parte di questa riflessione. Dove si vedr\u00e0 che, dopo la Liberazione, la strada verso una \u00abdecontaminazione\u00bb dell&#8217;alpinismo &#8211; praticato e, soprattutto, scritto &#8211; sar\u00e0 ancora lunga e piena di ostacoli.<\/p>\n<h5><strong><span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><br \/>\nBibliografia selezionata<br \/>\n<\/strong><\/h5>\n<h5>&#8211; Marco Armiero, <em>A Rugged Nation: Mountains and the Making of Modern Italy<\/em>, White Horse Press, Cambridge 2011 (<a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=7008\">su Giap abbiamo intervistato l&#8217;autore<\/a>)<br \/>\n&#8211; Alessandro Gogna e Alessandra Raggio (a cura di), <em>Il meglio degli anni &#8217;30. L&#8217;alpinismo della Rivista del CAI<\/em>, Priuli &amp; Verlucca, Ivrea 2010<br \/>\n&#8211; Marco Albino Ferrari (a cura di), <em>Racconti di pareti e scalatori<\/em>, Einaudi, Torino 2011<br \/>\n&#8211; Primo Levi, <em>Il sistema periodico<\/em>, Einaudi, Torino 1975<br \/>\n&#8211; Michel Mestre, <em>Le alpi contese. Alpinismo e nazionalismi<\/em>, Centro Documentazione Alpina, Torino 2000<br \/>\n&#8211; Alessandro Pastore, <em>Alpinismo e storia d&#8217;Italia. Dall&#8217;Unit\u00e0 alla Resistenza<\/em>, Il Mulino, Bologna 2003<br \/>\n&#8211; Luciano Senatori, <em>Compagni di cordata. Associazionismo proletario, alpinisti sovversivi, sport popolare in Italia<\/em>, Ediesse, Roma 2010<br \/>\n&#8211; Roberto e Matteo Serafini, <em>Scarpone e moschetto. Alpinismo in camicia nera<\/em>, Centro Documentazione Alpina, Torino 2002<br \/>\n&#8211; Livio Isaak Sirovich, <em>Cime irredente. Un tempestoso caso storico-alpinistico<\/em>, Vivalda, Torino 1996<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/h5>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[Questo articolo, in una versione lievemente ridotta, \u00e8 apparso sul n.5 di (Nuova Rivista) Letteraria. 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