{"id":847,"date":"2010-06-28T22:42:17","date_gmt":"2010-06-28T20:42:17","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=847"},"modified":"2012-05-16T15:13:08","modified_gmt":"2012-05-16T13:13:08","slug":"la-salvezza-di-euridice-1a-parte-il-mondo-nuovo-delle-storie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2010\/06\/la-salvezza-di-euridice-1a-parte-il-mondo-nuovo-delle-storie\/","title":{"rendered":"La salvezza di Euridice \/ 1a parte: Il &#8220;mondo nuovo delle storie&#8221;"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-7938\" title=\"L'Orfeo di Monteverdi\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/Monteverdi_Orfeo2.gif\" alt=\"L'Orfeo di Monteverdi\" width=\"500\" height=\"297\" \/><\/p>\n<h5>[<em>La salvezza di Euridice<\/em>, scritto da WM2, \u00e8 il saggio che conclude il libro pi\u00f9 odiato dai nostri detrattori, <a href=\"http:\/\/www.libreriauniversitaria.it\/BIT\/8806196782\/ASI\/300131\"><em>New Italian Epic. Narrazioni, sguardi obliqui, ritorni al futuro<\/em><\/a> (Einaudi, gennaio 2009). LSdE \u00e8 un testo a cui teniamo molto, il pi\u00f9 vicino a una compiuta dichiarazione di poetica del collettivo Wu Ming: spiega cosa sono per noi le narrazioni, come vogliamo svolgere la funzione di narratori, quali convinzioni stanno alla base del nostro lavoro in rete etc. Per un sovraccumulo di impegni, non lo avevamo ancora messo on line; oggi iniziamo a colmare la lacuna. Lo pubblicheremo su <em>Giap<\/em> in tre puntate settimanali. Buona lettura.<br \/>\n<em>Sopra, frontespizio de <\/em><a href=\"http:\/\/www.youtube.com\/watch?v=XZ2RvVMhGTg\">L&#8217;Orfeo<\/a><em><a href=\"http:\/\/www.youtube.com\/watch?v=XZ2RvVMhGTg\"> di Claudio Monteverdi<\/a>, in un&#8217;edizione veneziana del 1609, particolare.<\/em>]<\/h5>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nQuando si racconta una storia, \u00e8 molto raro anticipare il finale.<br \/>\nNello scrivere un saggio, invece, bisogna elencare da subito le principali conclusioni, i risultati della ricerca, cos\u00ec chi legge pu\u00f2 decidere se vale la pena arrivare in fondo.<br \/>\nStretto fra le due esigenze, prover\u00f2 a dire qualcosa senza dire tutto.<br \/>\nIl testo che segue si divide in tre capitoli.<!--more--><br \/>\nIl primo prova a rintracciare una missione per i cantastorie della nostra epoca. In un orizzonte culturale dove ogni contenuto sembra farsi racconto, quali narrazioni possono levarsi oltre il rumore di fondo? La risposta non ha alcuna pretesa di essere univoca. Da un lato, smentisce l\u2019idea che la galassia narrativa sia ormai troppo estesa. Dall\u2019altro, valorizza il ruolo delle storie come guadi attraverso la complessit\u00e0, incerti passaggi che permettono di stare dentro il fiume e di arrivare all\u2019altra sponda senza scavalcarlo<br \/>\no scivolarci sopra.<br \/>\nIl secondo capitolo entra nel vivo di queste storie, le identifica meglio e cerca di capire come sono fatte. \u00c8 un abbozzo di termodinamica della fantasia, per comprendere quali trasformazioni, linguistiche e narrative, permettano di passare da una realt\u00e0 complessa al racconto che la interpreta, dai fatti della cronaca alla finzione che li tiene a galla.<br \/>\nIl terzo capitolo, infine, \u00e8 una rivisitazione del mito di Orfeo, dove una piccola modifica alla storia, abbastanza giustificata da essere credibile, salva Euridice dalla seconda morte e sconfigge Ade, il dio dell\u2019oltretomba.<\/p>\n<p><strong>1. Il \u00abmondo nuovo\u00bb delle storie<\/strong> [91]<\/p>\n<p>Calda notte di settembre, le vacanze appena finite. Dalla poltrona di un salotto televisivo, il ministro per la Pubblica amministrazione rende conto agli spettatori della sua famosa battaglia contro i \u00abfannulloni\u00bb. Come prossima tappa, dice che lancer\u00e0 un concorso. Impiegati e dirigenti che lavorano bene, che fanno funzionare gli uffici, verranno invitati a raccontare la loro storia. Il ministero valuter\u00e0 e pubblicizzer\u00e0 le pi\u00f9 belle. Ai vincitori, ricchi premi in busta paga.<br \/>\nBurocrazia e narrativa. Il binomio \u00e8 degno di Kafka. Ma cosa spinge un ministro a raccogliere aneddoti edificanti, oltre a griglie di dati e relazioni tecniche?<br \/>\nRispondere che s\u00ec, le storie vanno di moda, sarebbe ridicolo. Con la stessa leggerezza potremmo dire che va di moda pensare, baciarsi tra innamorati e mangiare il pane.<br \/>\nEppure \u00e8 vero che in molti ambiti le tecniche narrative vengono usate in maniera sempre pi\u00f9 consapevole: dalla politica all\u2019informazione, dalla scienza al marketing, dalla gestione aziendale alla psicologia.<br \/>\nLo scrittore francese <strong>Christian Salmon<\/strong> ha trovato un nome accattivante per questa febbre di racconto. L\u2019ha chiamata \u00abnuovo ordine narrativo\u00bb, evocando l\u2019immagine di una macchina per plasmare le coscienze, catturare le emozioni, incitare al consumo.<br \/>\nUna macchina che \u00e8 diventata la struttura portante, il motore stesso delle pi\u00f9 svariate attivit\u00e0 [92]. Di recente gli ha fatto eco <strong>Alessandro Baricco<\/strong> in un\u2019intervista al \u00abCorriere della Sera\u00bb:<\/p>\n<blockquote><p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-891\" style=\"margin: 1px 3px;\" title=\"Alessandro Baricco\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/bariccoo.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"150\" \/>Adesso tutto \u00e8 narrativo: vai in una macelleria e il modo di esporre le carni \u00e8 narrativo. Ormai \u00e8 impossibile sentir parlare uno scienziato normalmente: anche lui narra. Lo stesso vale per i giornali, che hanno sostituito al settanta per cento l\u2019informazione con la narrazione. E poi c\u2019\u00e8 la contaminazione con il marketing. L\u00ec comincia il pericolo, cos\u00ec come quando lo storytelling entra nella comunicazione politica. Adesso sono diventati cos\u00ec bravi da riuscire a vendere quello che vogliono se riescono ad azzeccare la storia giusta [93].<\/p><\/blockquote>\n<p>Al di l\u00e0 dei toni iperbolici e grotteschi, l\u2019allarme lanciato da Salmon e da Baricco esprime un pensiero diffuso. L\u2019idea che il fiume delle storie abbia rotto gli argini e stia inondando la comunicazione. Un cataclisma simbolico che avrebbe in particolare quattro effetti nefasti:<br \/>\n1. l\u2019idiozia collettiva;<br \/>\n2. la scomparsa dei fatti;<br \/>\n3. l&#8217;affabulazione obbligatoria;<br \/>\n4. l\u2019inflazione dell\u2019immaginario.<br \/>\nPrima di vedere nel dettaglio di cosa si tratta, \u00e8 per\u00f2 necessario interrogarsi sulla premessa dell\u2019intero discorso. Questa febbre narrativa \u00e8 davvero una novit\u00e0? La questione \u00e8 importante perch\u00e9 le nuove patologie hanno bisogno di nuovi farmaci, mentre per i vecchi malanni potrebbero bastare i rimedi della nonna.<\/p>\n<p><em>0. La novit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p>L\u2019uso di miti e narrazioni per diffondere valori e persuadere folle di individui \u00e8 vecchio di alcuni millenni. <strong>Paul Veyne<\/strong>, rovesciando lo slogan del Sessantotto parigino, ha scritto che \u00abl\u2019immaginazione \u00e8 al potere da sempre\u00bb [94]. Anche il faraone aveva scribi e sacerdoti incaricati di cantarlo come dio in persona. Anche nell\u2019Antico Egitto si mescolavano le carte, confondendo religione, biografia, politica e mito. Martirologi, vite di santi, eziologie e genealogie hanno continuato a fare lo stesso lavoro per centinaia di anni. Benito Mussolini sosteneva che la cinematografia \u00e8 l\u2019arma pi\u00f9 forte.<br \/>\nNel marzo 2001, Silvio Berlusconi ha invaso le nostre cassette postali con un libello di centotrenta pagine, uno strano ibrido tra pamphlet, volantino, rivista di pettegolezzi, autobiografia, bollettino parrocchiale e d\u00e9pliant pubblicitario. Si intitolava, guarda caso, <em>Una storia italiana<\/em>. Molti, nel riceverlo, hanno percepito un salto di qualit\u00e0 rispetto al passato. Ma la novit\u00e0 non consiste, come direbbe Salmon, nel fatto che oggi le storie sono usate per conquistare il potere e non soltanto, <em>a posteriori<\/em>, per giustificarlo. Hern\u00e1n Cort\u00e9s sottomise l\u2019impero azteco giocando a suo favore segni premonitori e antiche leggende di Quetzalcoatl. Anche prima di Niccol\u00f2 Machiavelli, l\u2019arte di catturare il consenso si \u00e8 sempre servita di favole e leggende. La vera differenza col passato \u00e8 che adesso le storie arrivano direttamente a casa tua, saltando ogni mediazione, ogni filtro, come del resto accade a moltissime merci nell\u2019\u00e8ra del consumo capillare e personalizzato.<br \/>\nQuanto al marketing, l\u2019uso di storie per vendere prodotti \u00e8 vecchio come la pubblicit\u00e0. Molto prima di <em>Carosello<\/em>, la American Tobacco Company riusc\u00ec a convertire le statunitensi al fumo, inventando il mito della donna emancipata con la sigaretta in mano. Il responsabile della campagna era <strong>Edward Bernays<\/strong>, nipote di Freud, considerato l\u2019inventore dell\u2019ingegneria del consenso [95]. Bernays invi\u00f2 alcune modelle alla New York City Parade, dicendo ai giornalisti che un gruppo di donne avrebbe brandito \u00abTorce di Libert\u00e0\u00bb nel corso della manifestazione. A un segnale convenuto, le ragazze si accesero una Lucky Strike. Il \u00abNew York Times\u00bb del 1\u00b0 aprile 1928 raccont\u00f2 l\u2019intera storia sotto il titolo: <em>Un gruppo di giovani fuma sigarette in segno di libert\u00e0<\/em>. Ancora prima, a fine Ottocento, Angelo Mariani stampava una serie di album lussuosi, dove i consumatori pi\u00f9 in vista del suo <em>vino alla coca<\/em> raccontavano in lettere autografe le loro esperienze con la bevanda. Papa Leone XIII scrisse che il tonico lo aiutava a stare sveglio nelle notti di preghiera.<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-895 alignleft\" style=\"margin: 0px 4px;\" title=\"I maestri del sospetto\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/masters-of-suspicion.jpg\" alt=\"\" width=\"285\" height=\"95\" \/>Non \u00e8 mai esistita un\u2019et\u00e0 del mondo in cui la comunicazione fosse sganciata dal racconto e dalle mitologie depositate nel linguaggio. La narrazione non occupa un campo specifico (di mero intrattenimento) e non esiste un discorso logico-razionale \u00abpuro\u00bb. Leibniz sperava che un giorno qualunque disputa si sarebbe risolta con un calcolo, ma per fortuna quell\u2019alba non \u00e8 mai sorta. Il positivismo ha sognato che la scienza potesse emanciparsi una volta per tutte dai suoi trascorsi filosofici e letterari, ma i maestri del sospetto \u2013 <strong>Marx<\/strong>, <strong>Nietzsche<\/strong> e <strong>Freud<\/strong> [96] \u2013 hanno rinvenuto tre cariche esplosive alle fondamenta dell\u2019oggettivit\u00e0 scientifica: gli interessi economici, la volont\u00e0 di potenza e l\u2019inconscio. Quest\u2019ultimo \u00e8 molto pi\u00f9 vasto di quel che si credesse fino a trent\u2019anni fa: non comprende solo istinti e desideri repressi. La scienza cognitiva ha scoperto che il pensiero lavora per lo pi\u00f9 in maniera inconscia e che buona parte di questi meccanismi neurali richiamano strutture narrative [97]. Le storie ci sono indispensabili per capire la realt\u00e0, per dare un senso ai fatti, per raccontarci chi siamo.<br \/>\nIl \u00abnuovo ordine narrativo\u00bb, insomma, non \u00e8 certo nuovo in quanto si serve di narrazioni. Tuttavia, i quattro effetti nefasti che ho elencato sopra potrebbero<br \/>\ndipendere da un\u2019altra, innegabile novit\u00e0: quella tecnologica. La televisione, le simulazioni digitali e la rete potrebbero aver modificato il nostro rapporto con le storie, rendendole potenzialmente tossiche. In maniera simile, la manipolazione genetica ha prodotto una cannabis con quantit\u00e0 industriali di principio attivo. Secondo alcuni, questo l\u2019ha trasformata in una droga pesante, pericolosa quanto il crack. Secondo altri, il problema riguarda la cultura della droga. La temibile<em> skunk<\/em> va fumata in modo diverso dalla solita marijuana, cos\u00ec come la grappa si beve in modo diverso dal prosecco: non a calici, ma a bicchierini.<br \/>\nSe davvero le storie sono cambiate, bisogner\u00e0 cambiare la cultura delle storie.<\/p>\n<p><em>1. L\u2019idiozia collettiva.<\/em><\/p>\n<p>Nel \u00abmondo nuovo\u00bb immaginato da Huxley, esistono due mezzi per cancellare il dissenso: il soma e l\u2019ipnopedia [98]. Il primo \u00e8 una droga sintetica, innocua, capace di allontanare qualunque preoccupazione. La seconda consiste nel bombardare gli individui con slogan edificanti e mantra ideologici, allo scopo di condizionare i cervelli.<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-896 alignright\" style=\"margin: 1px 3px;\" title=\"Nilde Iotti\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/nilde_iotti.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"130\" \/>Molte narrazioni tipiche della cultura popolare sono state accusate di essere peggio del soma. Studiate per rincretinire le persone, ma con effetti collaterali devastanti. Nel 1951, la compagna <strong>Nilde Iotti<\/strong> scrisse su \u00abRinascita\u00bb che \u00abdecadenza, corruzione, delinquenza dei giovani e dilagare del fumetto sono fatti collegati\u00bb. Negli Stati Uniti, dopo la strage alla scuola di Columbine, salirono sul banco degli imputati il gothic rock e <em>Buffy l\u2019ammazzavampiri<\/em>, una serie televisiva di genere horror.<br \/>\n<strong>Steven Johnson<\/strong> ha dedicato un intero libro [99] a confutare l\u2019idea che le storie raccontate attraverso la televisione e la console siano stupide e destinate a peggiorare. I loro intrecci narrativi, al contrario, sono sempre pi\u00f9 intelligenti, nel senso che mettono alla prova le nostre capacit\u00e0 cognitive. Quando si tratta di ascoltare, guardare, giocare una storia, il pubblico preferisce la complessit\u00e0 agli sviluppi semplici e lineari. Altrimenti non saremmo mai passati da <em>Starsky &amp; Hutch<\/em> alle casalinghe disperate, da Pac Man a Sim City, dai vari 007 a <em>Syriana<\/em>. Questa \u00e8 senz\u2019altro una buona notizia, ma non tocca il problema dei contenuti. Un telefilm pu\u00f2 essere molto complesso e allo stesso tempo legittimare la tortura, l\u2019abuso di psicofarmaci e l\u2019odio razziale. Christian Salmon si appoggia a un articolo di <strong>Slavoj Zizek<\/strong> [100] per dire qualcosa di molto simile a proposito di <em>24<\/em>, la famosa serie Tv dove ogni episodio di un\u2019ora rappresenta un\u2019ora di una particolare giornata. Questa sincronia tra attuale e virtuale metterebbe il pubblico di fronte a uno stato di \u00abemergenza normalizzata\u00bb, un\u2019eccezione permanente capace di sospendere ogni giudizio morale. La sezione antiterrorismo della polizia di Los Angeles pu\u00f2 cos\u00ec permettersi qualunque cosa, perch\u00e9 il tempo corre e la citt\u00e0 \u00e8 in pericolo. Quello che non mi convince affatto in questo approccio alle storie e ai media \u00e8 che lo studioso di turno trasforma la sua ipotesi critica, magari anche valida, nell\u2019effetto che quella narrazione avr\u00e0 sulla gente, come se il pubblico fosse una <em>tabula rasa<\/em>. Nell\u2019\u00e8ra dei forum, dei blog e delle chat non sarebbe difficile prendersi la briga di andare a guardare cosa fa davvero la gente con certi contenuti: discussioni, parodie, riscritture. Per ogni giudice Scalia della corte suprema, che cita l\u2019eroe di<em> 24<\/em> per giustificare gli interrogatori violenti, ci sono migliaia di fan convinti che la loro serie preferita voglia essere uno specchio dei tempi, di quel che l\u2019America \u00e8 diventata.<br \/>\nL\u2019audience della cultura popolare non \u00e8 mai stata passiva. Non lo era ai tempi del <em>feuilleton<\/em>, figuriamoci adesso. Una storia complessa \u00e8 sempre ricca di sfumature e potenzialit\u00e0, aspetti affascinanti e deludenti: difficile che possa addormentare la ragione. Piuttosto spinge a criticare, a raccontare ancora, a reagire in maniera creativa.<br \/>\nNell\u2019epoca della partecipazione [101], recepire un testo significa \u00abfarci qualcosa\u00bb.<br \/>\nUn\u2019altra fonte inestinguibile di soma, per i loro detrattori, sono i videogiochi e le simulazioni digitali, colpevoli di raccontare storie che assottigliano \u2013 quando non annullano \u2013 il diaframma che divide realt\u00e0 e finzione. Cos\u00ec un adolescente esce di casa e pensa di poter sparare ai passanti come ha fatto sullo schermo.<br \/>\nNel 1993, a Bussolengo, Verona, un branco di ragazzi di provincia uccise un\u2019automobilista con una pietra gettata da un cavalcavia. Opinionisti a piede libero suggerirono un\u2019analogia tra i videogiochi sparatutto e quel rituale omicida [102]. Anni dopo scoprii che sull\u2019autostrada Firenze-Mare i primi lanci di sassi contro le auto risalivano al 1954, certo fomentati dal demoniaco gioco delle bocce.<br \/>\nGiornali e riviste dell\u2019estate del 2007 annunciavano un giorno s\u00ec e l\u2019altro pure l\u2019imminente trasloco psichico planetario dentro <em>Second Life<\/em>, il mondo tridimensionale on-line. La circostanza sembra ben lungi dal verificarsi.<br \/>\nNegli anni Novanta ci hanno massacrato i neuroni con il sesso virtuale che avrebbe presto sostituito quello vero. Nessuno immaginava che proprio nel mondo iperreale del porno si stava insinuando una tendenza pressoch\u00e9 opposta, quella che <strong>Sergio Messina<\/strong> ha battezzato <em>real core<\/em>. Persone che amano mostrarsi e guardarsi in tutta la loro naturalezza: nude o vestite, nel salotto di casa o in cortile, con feticci o senza. Un traffico gratuito di foto e filmati digitali, con adulti consenzienti, e un\u2019unica, contraddittoria regola estetica: niente finzione. Basta tette finte, ritocchi, set patinati. Se hai il seno flaccido e ti va di esibirlo, di sicuro in rete c\u2019\u00e8 qualcuno che ne sar\u00e0 contento. Se non ti va di depilarti le ascelle, meglio ancora. Se la vasca dove ti fai il bagno ha le macchie di ruggine, sublime. Il fenomeno \u00e8 di tali proporzioni che l\u2019industria dell\u2019erotismo patinato ha dovuto adeguarsi: dalle riprese filtrate per imitare una webcam, alle attrici meno in forma fatte passare per casalinghe che si pagano le vacanze con un po\u2019 di porno.<\/p>\n<blockquote><p>Perfino il divo maximo dell\u2019hard, Rocco Siffredi, nel tempo ha adottato uno stile pi\u00f9 documentaristico, sostituendo la ripresa ginecologica (molto in voga negli anni passati) con inquadrature pi\u00f9 larghe, filmando scene pi\u00f9 lunghe e non delegando al montaggio (e quindi alla finzione) l\u2019efficacia di una scena [103].<\/p><\/blockquote>\n<p>Chi \u00e8 spaventato dall\u2019emergere di tecnologie della simulazione dimentica che la tecnica \u00e8 connessa all\u2019inganno fin dai tempi di Prometeo [104]. La scienza si \u00e8 sempre servita di modelli virtuali, cio\u00e8 di metafore, anche quando sembrava che il suo unico linguaggio fosse la purezza della matematica.<br \/>\nCon questo non voglio sostenere che abitare in \u00abrealt\u00e0 parallele\u00bb non abbia effetti sulla nostra vita sociale. Ce li ha eccome, ma proprio perch\u00e9 siamo, nella maggioranza dei casi, capaci di migrare da un mondo all\u2019altro e di reggere allo stress da adattamento.<br \/>\nMolti citano come esempio negativo l\u2019addestramento virtuale dei soldati, che li trasformerebbe in esseri insensibili per le conseguenze reali delle loro azioni. Eppure, l\u2019ideale del guerriero-macchina \u00e8 nato ben prima delle tecniche informatiche. L\u2019equivoco di una guerra pulita, che sparge poco sangue, non nasce dai videogiochi militari, ma dall\u2019uso compulsivo di termini come \u00abbomba intelligente\u00bb, \u00aboperazione di polizia internazionale\u00bb, \u00abdanni collaterali\u00bb, \u00abguerra umanitaria\u00bb. Jean Baudrillard \u00e8 arrivato a sostenere che la Guerra del Golfo del 1991 non ha avuto luogo. Immagino che gli iracheni siano di un altro avviso. Si tratta certamente di una provocazione, ma mostra bene a quali equivoci possa portare la nostalgia di realt\u00e0, l\u2019idea che tutto \u00e8 simulato e non c\u2019\u00e8 nulla oltre quella finzione. Abbiamo un rapporto mediato, narrativo e metaforico con il mondo, ma questo non dipende da videogiochi e cyberspazio, e non significa affatto che il reale non esiste o che abbiamo perso la capacit\u00e0 di sentirlo. Occorre trovare un punto di equilibrio tra la \u00abpaura dell\u2019apparenza\u00bb \u2013 con il richiamo illusorio e feticista, in stile <em>real core<\/em>, a una realt\u00e0 oltre la finzione \u2013 e la \u00abpaura della realt\u00e0\u00bb \u2013 con l\u2019esaltazione acritica di qualunque dispositivo faccia risorgere il reale in un paradiso artificiale [105].<br \/>\nDunque niente soma, nel \u00abmondo nuovo\u00bb delle storie? Nemmeno le fiction televisive in prima serata, con le caserme piene di angeli in divisa, tutori dell\u2019ordine, e una \u2013 al massimo una \u2013 mela marcia, subito espulsa dal cesto? Credo si debbano tenere distinte le due prospettive. Da un lato c\u2019\u00e8 l\u2019idea che le narrazioni possano appiattire l\u2019encefalogramma e sprofondarci in un mondo fittizio. Ho cercato di dare qualche indizio che la situazione \u00e8 davvero molto diversa. Dall\u2019altro, c\u2019\u00e8 l\u2019ipnopedia, e cio\u00e8 il fatto che le storie, specie se raccontate spesso, aiutano a inculcare visioni di mondo.<br \/>\nJohn Bullock, uno scienziato politico dell\u2019Universit\u00e0 di Yale, ha condotto alcuni esperimenti interessanti sulla disinformazione. Ha preso un gruppo di progressisti e ha chiesto loro quanti disapprovassero il trattamento dei prigionieri a Guant\u00e1namo. Risultato: il cinquantasei per cento. Quindi ha mostrato alle cavie un articolo di \u00abNewsweek\u00bb dove si raccontava di una copia del Corano buttata gi\u00f9 per il cesso della base americana. La percentuale dei critici \u00e8 salita subito al settantotto per cento. Infine, ha fatto leggere a tutti la smentita della notizia, pubblicata dallo stesso giornale. La percentuale \u00e8 scesa, ma solo fino al sessantotto per cento. Dunque la cattiva informazione ha effetto anche se viene smentita.<br \/>\nAltri colleghi di Bullock hanno preso due campioni di conservatori. Al primo, hanno fatto leggere le dichiarazioni di Bush sulle armi di distruzione di massa possedute dall\u2019Iraq. Al secondo, hanno mostrato sia quelle dichiarazioni sia l\u2019intero rapporto Duelfer, dove si conclude che Saddam Hussein non aveva armi di quel genere prima dell\u2019invasione americana. Ebbene, nel primo gruppo, il trentaquattro per cento dei volontari ha dato comunque ragione a Bush, sostenendo che Saddam avrebbe nascosto o distrutto il suo arsenale. Nel secondo gruppo, la stessa tesi \u00e8 stata sostenuta dal sessantaquattro per cento degli individui. Di male in peggio: le smentite possono addirittura <em>rinforzare<\/em> le false notizie [106].<br \/>\nL\u2019idea che molte persone siano vittime di un incantesimo malvagio ha origine dal nostro scontrarci, ogni giorno, con esempi del genere. Questa gente non ragiona, ci diciamo, ha la mente controllata da un potere superiore. Consoliamoci, perch\u00e9 non possiamo farci nulla: \u00e8 colpa dei giornali, \u00e8 colpa della televisione, \u00e8 colpa dei farmaci e delle droghe.<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-897 alignleft\" style=\"margin: 0px 3px;\" title=\"George Lakoff\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/lakoff.jpg\" alt=\"\" width=\"83\" height=\"113\" \/>Niente di tutto questo. \u00c8 il nostro cervello a funzionare cos\u00ec. Lo ha spiegato bene <strong>George Lakoff<\/strong> in un famoso aneddoto: se entri in una classe e ordini agli studenti: \u00abNon pensate a un elefante\u00bb, quelli subito ci penseranno, con tutto il contorno di grandi orecchie, proboscidi e zanne d\u2019avorio [107]. Negare un concetto attiva quel concetto nella testa delle persone. Dire che \u00absicurezza non vuol dire pi\u00f9 polizia\u00bb, accende e rafforza i legami neurali tra quelle due parole. Il tentativo di aggiungere un\u2019emozione negativa \u00e8 inutile. Un\u2019emozione non \u00e8 un adesivo. Nasce se le si prepara il terreno. E non sar\u00e0 una valanga di dati a sostegno della tesi a \u00abfar ragionare\u00bb chi non \u00e8 gi\u00e0 convinto.<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-898 alignright\" style=\"margin: 0px 3px;\" title=\"William James\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/William_James.jpg\" alt=\"\" width=\"82\" height=\"117\" \/>La <em>volont\u00e0 di credere<\/em>, pi\u00f9 forte negli individui di qualsiasi evidenza, non \u00e8 una scoperta recente. Lo psicologo <strong>William James<\/strong>, fratello del romanziere Henry, scrisse un saggio in proposito nel 1897. In esso sosteneva che le persone, piuttosto che restare nel dubbio e nell\u2019inquietudine, hanno diritto di aggrapparsi a qualunque fede che non sappiano impossibile. Non posso credere che i miei cinquanta centesimi siano cento dollari, solo perch\u00e9 mi \u00e8 impossibile agire come se lo fossero. Se per\u00f2 l\u2019idea mi facesse star bene, e non fosse incompatibile con la pratica, avrei tutte le ragioni per sostenerla. Molti contemporanei criticarono James per questa strana teoria della razionalit\u00e0. Oggi sappiamo che le sue intuizioni colgono aspetti importanti del nostro modo di pensare.<br \/>\nLe emozioni, lungi dal corromperla, sono un ingrediente fondamentale della ragione. Persone con danni cerebrali, incapaci di provare sentimenti e di riconoscerli negli altri, sono anche incapaci di scegliere per il meglio. Ci comportiamo in modo da essere felici, non per massimizzare l\u2019utilit\u00e0 attesa.<br \/>\nLe storie sono efficaci proprio perch\u00e9 non si rivolgono solo a <em>una parte<\/em> della ragione, ma connettono emozioni e visioni del mondo, fatti e sentimenti. \u00c8 un incantesimo potente, ma l\u2019ipnosi non \u00e8 mai totale.<br \/>\nGeorge Lewi ha affermato che \u00abi consumatori di oggi hanno altrettanto bisogno di credere nei loro marchi che i Greci nei loro miti\u00bb [108]. Pu\u00f2 darsi, ma il fatto \u00e8 che non esiste un solo modo di credere e ciascuno di noi pu\u00f2 entrare e uscire in continuazione da questi programmi di verit\u00e0, a seconda di quel che gli preme o che deve fare. Nel libro intitolato proprio <a href=\"http:\/\/www.libreriauniversitaria.it\/BIT\/8815105417\/ASI\/300131\"><em>I Greci hanno creduto ai loro miti?<\/em><\/a>, Paul Veyne ha illustrato molte di queste apparenti contraddizioni.<br \/>\nI <em>dorz\u00e8<\/em> dell\u2019Etiopia credono che il leopardo sia un devoto della Chiesa copta. Ciononostante, anche nei giorni di sacro digiuno si guardano bene dall\u2019avvicinarlo. Nei racconti popolari dell\u2019antico Egitto, il faraone fa spesso la figura del despota sciocco e presuntuoso. Eppure, sulla base dei racconti \u00abufficiali\u00bb, diciamo che la gente del Nilo lo venerava come un dio. Anche gli imperatori romani erano considerati divinit\u00e0, esseri capaci di magie, eppure gli archeologi non hanno trovato un solo <em>ex voto<\/em> offerto a loro. Quando avevano bisogno di un miracolo, i sudditi sapevano distinguere bene tra gli d\u00e8i \u00abveri\u00bb e quelli \u00abconvenzionali\u00bb. Infine, molti testi antichi dimostrano che proprio i Greci ridevano della pomposit\u00e0 dei loro miti politici, eziologie e fondazioni di citt\u00e0. Ci credevano, ma senza considerarli veri o falsi: erano retorica, buoni discorsi. Lo stesso potrebbe dirsi del nostro atteggiamento di fronte a molte pubblicit\u00e0. In fondo, lo<em> storytelling<\/em> <em>applicato<\/em> non \u00e8 molto diverso dalla retorica degli antichi, la scienza della parola e del racconto.<br \/>\nSe dunque esistono diversi modi di credere, il potere magico di una storia risulta ridimensionato, per lo meno in una cultura dove esiste il concetto di finzione, e dove molti bambini possono credere, nello stesso momento, che Babbo Natale porta i regali a tutti ma che i loro regali sono stati acquistati da mamma e pap\u00e0. Nel cervello degli uomini possono convivere molte narrazioni, anche contraddittorie: una credenza non ne scaccia un\u2019altra, pi\u00f9 spesso la affianca, la infiltra e la cura con metodi omeopatici. Se il faraone vuol farci credere di essere il figlio del sole, continueremo a sbeffeggiarlo e a raccontare altri miti.<br \/>\nL\u2019unica alternativa per non subire una storia \u00e8 raccontare mille storie alternative.<\/p>\n<p><em>2. La scomparsa dei fatti.<\/em><\/p>\n<p>Se il quadro \u00e8 quello delineato, dove vanno a finire i fatti? Viviamo in un tribunale dove le prove non contano pi\u00f9? Certo che no, le prove contano, per\u00f2, ecco, a qualcuno dispiacer\u00e0, ma noi <em>non<\/em> viviamo in un tribunale. E in fondo anche un giudice ammetterebbe che i fatti non sono sempre <em>cruciali<\/em>, capaci di inchiodare cristi o di salvarli. Non esiste teoria scientifica che non si possa adattare per tenere conto di nuove scoperte. Il sistema tolemaico, con la Terra al centro dell\u2019universo, non venne rovesciato perch\u00e9 non riusciva a spiegare le osservazioni astronomiche di Brahe, Copernico e Galilei. Ci riusciva, ma al prezzo di calcoli troppo complessi. Il sistema eliocentrico, invece, faceva la stessa cosa con meno fatica. Era pi\u00f9 elegante, pi\u00f9 economico, pi\u00f9 bello. Venne scelto per questo. Grazie ai fatti, ma non per loro <em>virt\u00f9<\/em>.<br \/>\nConsideriamo adesso un fatto, un evento accaduto nel mondo: X ha ucciso Y. A parte i testimoni oculari, per tutti gli altri quel fatto sar\u00e0 una frase in italiano, cio\u00e8 la notizia che \u00abX ha ucciso Y\u00bb. L\u2019elemento linguistico introduce subito una variabile in pi\u00f9. Per me che non c\u2019ero, la verit\u00e0 di quel fatto dipende dal linguaggio e dal mondo. E dire linguaggio significa dire ambiguit\u00e0, schemi concettuali, teorie, miti. Da qui l\u2019idea che una buona informazione debba rinunciare alle tecniche narrative, essere pura di parole, metafore e opinioni. Se cos\u00ec fosse, la diretta televisiva sarebbe la migliore informazione, perch\u00e9 ci trasforma tutti in testimoni oculari. Inutile dire che anche le inquadrature, gli stacchi e i campi lunghi sono un linguaggio e che un buon regista pu\u00f2 decidere in tempo reale cosa far vedere e cosa no. Ma anche ammettendo che le immagini ci raccontino quel che c\u2019\u00e8 da sapere, senza trucco e senza inganno, siamo sicuri che sia davvero tutto quello che ci serve?<br \/>\nLa tragedia delle Torri gemelle \u00e8 stata in gran parte trasmessa in diretta, ma non possiamo dire che <em>quel<\/em> racconto ci ha detto davvero ci\u00f2 che volevamo sapere. La verit\u00e0 che ci interessa va ben oltre una descrizione dei fatti.<br \/>\nOggi i mezzi di informazione d\u00e0nno grande valore alla rapidit\u00e0: bisogna bruciare la concorrenza prima che la concorrenza bruci la notizia. Nella fretta di uscire, molti giornalisti si concentrano sui fatti e lasciano perdere il resto: stile, scenario, collegamenti, un alfabeto delle emozioni che riempia lo spazio tra la A di ansia e la U di urgenza. Piuttosto che attaccare la mediazione narrativa delle notizie, bisognerebbe interrogarsi sul dilagare di un\u2019informazione <em>immediata<\/em>, priva di un contesto e di un significato qualsiasi.<br \/>\nSiamo troppo influenzati dall\u2019idea che <em>comprendere<\/em> \u00e8 <em>comprimere<\/em>. Se voglio \u00abcapire\u00bb una serie di numeri, devo trovare una formula che generi la serie. Se per\u00f2 la formula \u00e8 lunga quanto la serie, tanto vale farne a meno. Ci metto pi\u00f9 tempo a scriverla che a ricopiare la serie per intero [109]. Allo stesso modo, una cartina di Milano grande quanto Milano sarebbe molto difficile da consultare. Spesso invece per capire due fatti bisogna collegarli tra loro e questo significa <em>aumentare<\/em> la complessit\u00e0 della rete. Se ci sono tre strade per andare da Bologna a Sasso Marconi e la provincia ne apre una quarta, pi\u00f9 breve, rende forse pi\u00f9 semplici i trasporti, ma pi\u00f9 complesso il territorio. \u00c8 scontato dire che una storia pu\u00f2 raccontare soltanto un pezzo di mondo: il fatto notevole \u00e8 che quel pezzo, dopo la parola fine, risulter\u00e0 pi\u00f9 denso di prima.<br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright\" style=\"margin: 1px 3px;\" title=\"Luther Blissett\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/images\/blissett_icon2.jpg\" alt=\"\" width=\"131\" height=\"155\" \/>Per dare un valore ai fatti, perch\u00e9 contino davvero, abbiamo bisogno di interpretarli, di farli risaltare su uno sfondo. Anche una storia inventata pu\u00f2 servirci a capire, per assurdo, il senso di un avvenimento. A Bologna, nel \u201996, <strong>Luther Blissett<\/strong> condusse una serrata controinchiesta sul processo ai Bambini di Satana, indicando falle e cedimenti nel castello accusatorio. La maggior parte dei giornalisti continu\u00f2 a dar credito al pubblico ministero, che a differenza di Blissett aveva una storia da raccontare, quella dei satanisti che sequestrano le adolescenti e violentano i bambini. Allora Luther decise di inventarsi un\u2019altra favola: quella del Comitato per la salvaguardia della morale, una ronda autorganizzata decisa a cogliere i satanisti in flagrante, per interrompere le messe nere a suon di randellate. Scrisse un documento, dove il Comitato si presentava e indicava piste di indagine. Lo chiuse in un armadietto del deposito bagagli della stazione, insieme a un teschio e a un paio di tibie. Sped\u00ec la chiave al giornalista pi\u00f9 forcaiolo della citt\u00e0, invitandolo a ritirare il pacco. Si era a fine luglio, il giornalista era in ferie, e non abbocc\u00f2. Luther rivendic\u00f2 lo stesso, su una piccola rivista locale, la beffa non riuscita, invitando chiunque a fare altrettanto. Poi il giornalista torn\u00f2 dalle ferie. And\u00f2 in stazione, pag\u00f2 salato il deposito e dedic\u00f2 al Comitato un\u2019intera pagina su \u00abIl Resto del Carlino\u00bb. Luther dimostr\u00f2 cos\u00ec che era fin troppo facile inventare balle sul tema del satanismo. Quante altre ne stavano circolando, magari nel corpo stesso del processo? In citt\u00e0 il clima cominci\u00f2 a cambiare. \u00abLa Repubblica\u00bb, un millimetro dopo l\u2019altro, si spost\u00f2 su posizioni pi\u00f9 garantiste e prest\u00f2 interesse ai \u00abfatti\u00bb che Blissett sbandierava da tempo. Anni dopo, quando gli imputati furono assolti con formula piena e risarciti per il danno ricevuto, perfino il \u00abCarlino\u00bb parve dimenticarsi di aver sbattuto il mostro in prima pagina [110].<br \/>\nA Milano, nel settembre 2008, un ragazzo di colore \u00e8 stato ucciso a sprangate per aver rubato in un bar un pacco di biscotti. Nei giorni seguenti, uno stormo di interrogativi si \u00e8 levato sull\u2019accaduto. \u00c8 l\u2019ultimo episodio di una lunga serie o un imprevedibile \u00absalto di qualit\u00e0\u00bb? \u00c8 un omicidio razzista o un\u2019isolata follia? Molte persone, per cercare la risposta, si sono fatte una domanda \u00abnarrativa\u00bb e controfattuale: \u00abCosa sarebbe successo se a rubare i biscotti fosse stato un bianco?\u00bb Si sono immaginate la scena, hanno <em>visto<\/em> che il finale non sarebbe stato un omicidio e si sono convinte che la vera \u00abcolpa\u00bb di Abdul Guibre non era il furto, ma l\u2019essere \u00abun negro\u00bb. Meccanismi come questo ci aiutano a comprendere la realt\u00e0 molto pi\u00f9 spesso di quel che immaginiamo [111].<br \/>\nPersino per capire noi stessi, per costruirci un\u2019identit\u00e0, abbiamo bisogno di una storia. Selezioniamo i fatti salienti della nostra vita e li infiliamo in un racconto. Poi sovrapponiamo quel racconto agli schemi narrativi custoditi nel nostro cervello e cos\u00ec facendo ci attribuiamo un ruolo: vittima, carnefice, leader, profeta, mister nessuno. Non sono le storie a far scomparire i fatti. Sono i fatti che vengono scavalcati dalla disinformazione, perch\u00e9 pretendono di affrontarla da soli. E cos\u00ec facendo, dimenticano di corteggiare le loro migliori alleate.<\/p>\n<p><em>3. L\u2019affabulazione obbligatoria.<\/em><br style=\"font-weight: normal;\" \/><br \/>\n<span style=\"font-weight: normal;\">L\u2019avvento dei blog e dei social network ha molto contribuito ad aggravare la febbre narrativa. Christian Salmon cita un rapporto di Amanda Lenhart e Susannah Fox [112], dal quale risulterebbe che il settantasette<\/span><span style=\"font-weight: normal;\"> per cento degli americani ha aperto un blog \u00abnon per partecipare ai grandi dibattiti del momento ed esprimere un\u2019opinione, ma per raccontare la propria storia\u00bb [113].<\/span><br \/>\n<span style=\"font-weight: normal;\">Allo stesso modo sarebbe facile rilevare che il settantasette per cento delle persone va in osteria per bersi una birra, ma questo non significa che far\u00e0 <em>soltanto<\/em> quello. Senza voler incensare il fenomeno dei<\/span><span style=\"font-weight: normal;\"> blog, \u00e8 certo che chi ne apre uno \u00abper raccontarsi\u00bb finisce in realt\u00e0 per fare molte altre cose e ha l\u2019opportunit\u00e0 di essere un cittadino meno passivo di tanti altri. E infatti, se si legge davvero la ricerca di <\/span><span style=\"font-weight: normal;\">Lenhart e Fox, si scopre che il sessantaquattro per cento dei blogger scrive di diversi argomenti, che il cinquantacinque per cento si occupa di cronaca, che il settantasette per cento cerca di condividere opere <\/span><span style=\"font-weight: normal;\">creative, che il settantadue per cento legge notizie di politica (contro il cinquantotto per cento degli internauti generici). <\/span><br \/>\n<span style=\"font-weight: normal;\">Salmon sostiene che l\u2019invito a raccontarsi \u00e8 la nuova forma assunta nel mercato globale dall\u2019imposizione a consumare. Prendi quello che vuoi dal supermarket degli stili, costruisci il marchio che si chiama <\/span><span style=\"font-weight: normal;\">te stesso e reclamizzalo con la tua storia. Facebook insegna. Non pi\u00f9: \u00abcompro, quindi sono\u00bb, ma \u00absono, quindi compro (e faccio comprare)\u00bb [114]. <\/span><br \/>\n<span style=\"font-weight: normal;\">\u00c8 un fatto che lo sfruttamento degli individui diventa sempre pi\u00f9 molecolare. Dal mettere a profitto il lavoro delle masse, si \u00e8 passati al loro tempo libero, dal tempo libero alla vita privata di ciascuno e <\/span><span style=\"font-weight: normal;\">dalla vita privata all\u2019autobiografia. Dimmi i tuoi desideri e li trasformer\u00f2 in merci. Raccontami che personaggio sei e ti fornir\u00f2 gli accessori. <\/span><br \/>\n<span style=\"font-weight: normal;\">Tutto questo \u00e8 vero, ma ancora una volta si commette l\u2019errore di guardare i media da una parte sola. Come se tutte le strategie fossero dettate dai grandi \u00a0colossi della comunicazione e la gente non potesse <\/span><span style=\"font-weight: normal;\">fare altro che assecondarle. I grandi media tentano di costruire un business sulle spalle dei consumatori, ma non possono pi\u00f9 eludere la loro domanda di contenuti liberi e malleabili, aperti e fuori controllo. <\/span><br \/>\n<span style=\"font-weight: normal;\">Tra queste due esigenze \u00e8 in atto un conflitto, non un dominio a senso unico. Il marketing si serve dei nostri racconti cos\u00ec come si serve della nostra carne per appenderci marchi, slogan e firme, ma non per questo buttiamo via i nostri corpi. Karen Blixen scrisse che essere una persona \u00e8 avere una storia da raccontare. Forse anche pi\u00f9 di una. Ed \u00e8 normale che la gente sfrutti la possibilit\u00e0 tecnologica di diffondere queste storie, condividerle, \u00a0giocare con la propria identit\u00e0 e negoziarla in un mondo pi\u00f9 vasto del cortile di casa. Il piacere di raccontarsi \u00e8 alla base di progetti come la Banca della Memoria (<a href=\"http:\/\/www.bancadellamemoria.it\">www.bancadellamemoria.it<\/a>), dove persone nate prima del 1940 possono caricare video di dieci minuti e ricordare un episodio significativo della loro vita. \u00c8 difficile pensare che un\u2019idea del genere risponda a una nuova logica consumista. <\/span><br \/>\n<span style=\"font-weight: normal;\">L\u2019affabulazione \u00e8 obbligatoria com\u2019\u00e8 obbligatorio mangiare. Da almeno due secoli, tenere un diario \u00e8 un passatempo creativo per le persone. Oggi \u00e8 anche lo strumento che consente a molti l\u2019accesso in una <\/span><span style=\"font-weight: normal;\">cultura partecipativa, dove il consumismo \u00e8 onnipresente, ma i consumatori hanno molte opportunit\u00e0 per influenzare dal basso il loro rapporto con le merci, tanto a livello simbolico che materiale. <\/span><br style=\"font-weight: normal;\" \/><br \/>\n<span style=\"font-style: italic;\"><span style=\"font-weight: normal;\">4. L\u2019inflazione dell\u2019immaginario. <\/span><br style=\"font-weight: normal;\" \/><br \/>\n<\/span><span style=\"font-weight: normal;\">Nelle parole di <strong>Annette Simmons<\/strong>, il complesso rapporto tra fatti e storie si riassume cos\u00ec:<\/span><\/p>\n<blockquote><p><span style=\"font-weight: normal;\"> La gente non vuole pi\u00f9 informazione. Ne ha fin sopra i capelli di informazione. La gente vuole fede. \u00c8 la fede che smuove le montagne, non i fatti. I fatti non producono fede. La fede ha bisogno di una storia che la sostenga \u2013 una storia ricca di significato e che ispiri fiducia [115]. <\/span><\/p><\/blockquote>\n<p>Queste poche righe sono il virus in provetta della febbre narrativa. Se oggi le storie <em>vanno di moda<\/em>, \u00e8 perch\u00e9 sedicenti esperti di <em>storytelling<\/em> hanno saputo vendere, con argomenti simili, i loro corsi di nulla ai manager e ai macellai. Ma cosa differenzia una posizione inaccettabile come questa, dove le storie servono solo per convincere, da quanto ho cercato di illustrare fin qui?<br \/>\nLa risposta \u00e8 nella parola <em>fede<\/em>. La gente vuole fede se non ha niente di meglio per interpretare il mondo. William James giustificava la volont\u00e0 di credere solo di fronte alla prospettiva di un dubbio che impedisse qualunque scelta. \u00c8 un errore pensare che i fatti da soli possano rovesciare i dubbi. Ma \u00e8 un errore altrettanto grossolano pensare che la fede sia l\u2019unica forza in grado di farlo.<br \/>\nGuru e predicatori dell\u2019\u00e8ra digitale ci mettono in guardia ogni giorno sui rischi di un\u2019overdose informativa. Prova ne siano i mille miliardi di pagine caricate in rete negli ultimi seimila giorni o altri dati equivalenti. Tuttavia, esiste una grossa differenza tra <em>overdose<\/em> e <em>abbondanza<\/em>. Posso avere la cantina piena di vino (abbondanza) senza per forza bermelo tutto in un colpo solo (overdose). E poi ci sono sostanze che non conoscono un sovradosaggio: l\u2019aria, le carezze, i biscotti di mia zia.<br \/>\nQuattro secoli fa, con il diffondersi della stampa, l\u2019Occidente affront\u00f2 un passaggio analogo, dalla scarsit\u00e0 di libri a una loro maggiore divulgazione. <strong>Geronimo Squarciafico<\/strong> scrisse nel 1477 che \u00abl\u2019abbondanza di libri rende gli uomini meno studiosi, distrugge la memoria e indebolisce la mente sollevandola da un duro lavoro\u00bb [116]. Oggi nessuno si azzarderebbe a dire che una libreria ben fornita o una grande biblioteca aperta al pubblico sono un veleno per il pensiero. \u00c8 un genere di ricchezza che ci siamo abituati a gestire [117]. Ad esempio, indicando il nome dell\u2019autore, sulla costa di un libro e sulla copertina, un\u2019abitudine per nulla ovvia ai tempi di <strong>Robert Burton<\/strong>, uno che gi\u00e0 nel 1621 si sentiva travolto dalla valanga informativa:<\/p>\n<blockquote><p>Sento novit\u00e0 tutti i giorni e le solite notizie di guerre, pestilenze, incendi, inondazioni, furti, assassinii, massacri, meteore, comete, prodigi e strane apparizioni [118].<\/p><\/blockquote>\n<p>La differenza tra il mondo del XVII secolo e quello odierno \u00e8 soprattutto un fatto di dimensioni. Ai tempi di Burton ci si informava per piacere intellettuale o per curiosit\u00e0 da comari, ma erano poche le notizie \u00a0che toccavano davvero la vita di una persona. Oggi informarsi \u00e8 una necessit\u00e0 perch\u00e9 il villaggio globale \u00e8 piccolo ma denso come un frattale. Come in ogni villaggio che si rispetti, \u00e8 bene sapere tutto di \u00a0tutti, perch\u00e9 le azioni e i pensieri altrui ci riguardano da vicino. L\u2019abbondanza di informazioni sarebbe un problema da poco se si trattasse soltanto di trovare, nel marasma, quello che ci interessa. Il modo per riuscirci esiste gi\u00e0, sono i motori di ricerca. Il pi\u00f9 delle volte, per\u00f2, quel che ci interessa \u00e8 il marasma stesso: non una singola conoscenza, ma l\u2019intelligenza collettiva [119] che le sta intorno.<br \/>\n<span style=\"font-weight: normal;\">La pagina dei risultati di una ricerca con Google, per i <em>nerd<\/em> entusiasti \u00e8 l\u2019icona di un nuovo dio, capace di rispondere sempre alle preghiere dei fedeli [120]. Per gli apocalittici simboleggia invece un sistema sovraccarico, dove il problema non \u00e8 pi\u00f9 trovare un dato o una notizia, ma trovarne troppi. Gi\u00e0, ma troppi per cosa? Per elaborare una sintesi? Per tenere conto di tutto? O non sar\u00e0 piuttosto che il diluvio dei saperi ha messo a nudo un\u2019antica verit\u00e0 e cio\u00e8 che le domande e le incertezze <em>aumentano<\/em> all\u2019aumentare della conoscenza? [121].<br \/>\nUno studio di James Evans, del dipartimento di Sociologia dell\u2019Universit\u00e0 di Chicago, ha mostrato che Google \u00e8 solo in apparenza una finestra <em>troppo larga<\/em> sul mondo. Partendo da un archivio impressionante di trentaquattro milioni di articoli scientifici, ha scoperto che da quando molte riviste si possono consultare on-line, riferimenti, note e citazioni sono diminuiti e vengono ricavati da una cerchia sempre pi\u00f9 ristretta di testi e di autori. <\/span><\/p>\n<blockquote><p>Mi aspetto un risultato simile \u2013 ha dichiarato James Evans \u2013 anche in ambito non accademico: un motore di ricerca pu\u00f2 allargare l\u2019orizzonte degli utenti, ma in realt\u00e0 rischia di diminuire la diversit\u00e0 delle fonti e delle idee. Tutti finiscono per consultare gli stessi siti: i primi della lista, i pi\u00f9 accessibili, i pi\u00f9 conosciuti [122].<\/p><\/blockquote>\n<p>Studi come questo hanno il merito di spostare l\u2019accento dalla <em>percezione <\/em>dell\u2019abbondanza \u2013 per alcuni diabolica, per altri divina \u2013 alla <em>valutazione<\/em> degli strumenti che stiamo costruendo per poterla maneggiare con efficacia. Questi strumenti non sono soltanto tecnici, come nel caso di un motore di ricerca, ma anche metodologici e cognitivi. Internet \u00e8 un canale per trasmettere idee, ma i pensieri, se vogliono percorrerlo, devono adattarsi al suo formato, come fango che scorre in un tubo. L\u2019abitudine a comunicare con un determinato mezzo modifica il nostro cervello e il nostro modo di usarlo per pensare.<br \/>\nA questo proposito <strong>Nicholas Carr<\/strong> sostiene che Internet ci ha reso pi\u00f9 stupidi perch\u00e9 ha cambiato il nostro modo di leggere. La rete ci ha abituato a scorrere un testo in velocit\u00e0, focalizzare l\u2019attenzione su alcune righe, magari copiarle e passare subito a una nuova pagina, collegata alla precedente. Facciamo sci d\u2019acqua in superficie, invece di immergerci nelle profondit\u00e0 per carpire segreti.<\/p>\n<blockquote><p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-899 alignleft\" style=\"margin: 0px 5px;\" title=\"Nicholas Carr\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/Nicholas_Carr.jpg\" alt=\"\" width=\"101\" height=\"121\" \/>Il genere di lettura profonda che un libro stampato pu\u00f2 attivare non \u00e8 prezioso solo per quello che impariamo dalle parole dell\u2019autore. Nei quieti spazi spalancati dalla lettura continua e senza distrazioni di un libro, noi produciamo associazioni mentali, tracciamo inferenze e analogie, partoriamo idee [123].<\/p><\/blockquote>\n<p>Secondo Carr, perdere i \u00abquieti spazi\u00bb della lettura profonda significa perdere una palestra importante di \u00abpensiero profondo\u00bb, qualcosa che la lettura superficiale e frammentaria incoraggiata dal web non potr\u00e0 mai sostituire.<br \/>\nPer quanto mi riguarda, non ho difficolt\u00e0 a usare il surf sulle onde della rete, lo scafandro negli abissi di un romanzo e il tappeto volante in una notte di stelle. Non credo che l\u2019abitudine a utilizzare un mezzo possa plasmare il cervello una volta per tutte. Spostarsi in auto per molte ore al giorno non ci impedisce di nuotare in piscina, pedalare su una bici o camminare in un bosco. Non sono i mezzi a motore a farci diventare obesi e sedentari. Il fatto \u00e8 che mangiamo troppo rispetto a quel che bruciamo, mentre sudare non piace a nessuno. Tutte le invenzioni dell\u2019uomo, dalla ruota alla rete, nascono dal desiderio di fare meno fatica [124].<br \/>\nLa \u00ablettura superficiale\u00bb serve per affrontare l\u2019abbondanza senza fare indigestione: assaggio diversi piatti, per poi saziarmi con quelli che mi sembrano pi\u00f9 appetitosi. Come chi sfoglia il giornale per decidere quali articoli leggere con pi\u00f9 attenzione [125].<br \/>\nCon argomenti molto diversi, sia Carr che Simmons individuano nella narrazione una possibile medicina contro l\u2019overdose informativa. Non condivido la prospettiva apocalittica di Carr (\u00abGoogle ci rende pi\u00f9 stupidi\u00bb) e nemmeno quella millenarista di Simmons (\u00abLa gente vuole fede\u00bb). Tuttavia penso che raccontare storie possa essere davvero una strategia di sopravvivenza, in una infosfera sempre pi\u00f9 vasta e inquinata.<br \/>\nIl solito Salmon ritiene invece che la cura sia peggio del male e che a forza di somministrarla, la medicina abbia perso efficacia, indotto assuefazione e generato un effetto paradosso. Le storie si sono svalutate, diventando armi di distrazione di massa. Le emozioni degli individui sarebbero catturate da un cos\u00ec vasto numero di racconti, aneddoti, autobiografie, che anche un narratore di talento faticherebbe a farsi ascoltare, a coinvolgere i lettori. In tempi di inflazione, la moneta cattiva scaccia quella buona, ma solo se \u00e8 difficile distinguere tra le due. Le storie non sono tante monete dello stesso valore, tutte uguali tra loro.<br \/>\nLa presenza \u00absul mercato\u00bb di narrazioni banali e insignificanti non dovrebbe offuscare le migliori. Anzi, per contrasto, dovrebbe renderle pi\u00f9 luminose, senza dubbio pi\u00f9 frequenti. Dove c\u2019\u00e8 molta merda crescono molti fiori. Il torchio a stampa di Gutenberg, aumentando la produzione di libri, diminu\u00ec anche la qualit\u00e0 media del prodotto, perch\u00e9 in tempi di abbondanza si produce molta merce di scarso valore. L\u2019esito, tuttavia, non fu n\u00e9 una svalutazione dei testi n\u00e9 uno scadimento del gusto e della cultura letteraria, ma al contrario una sua maggiore diffusione.<br \/>\nChi sostiene che l\u2019epoca di Gutenberg e quella di Internet non sono paragonabili, fa appello ai rapporti di forza esistenti. I grandi conglomerati mediatici hanno una potenza di fuoco talmente soverchiante da poter seppellire qualunque avversario. Gli scaffali delle librerie vengono occupati <em>manu militari<\/em> dai <span style=\"font-weight: normal;\">best-seller del momento, che conquistano cos\u00ec anche i comodini dei lettori e le poche energie riservate ai romanzi. Il problema esiste senz\u2019altro, ma di nuovo, non si possono valutare certe strategie di marketing presupponendo la totale acquiescenza del pubblico. Esistono libri portati al successo dal passaparola ed esistono romanzi che riescono a essere influenti pur restando in una nicchia. E nemmeno si deve sottovalutare il fenomeno, oramai dispiegato, che sta trasformando il mercato di massa in una massa di mercati,dove il <em>mainstream<\/em> \u00e8 soltanto una nicchia pi\u00f9 grande delle altre, ma con un pubblico meno affezionato e meno attivo [126]. \u00c8 sempre stata l\u2019interazione tra il potere concentrato dei media ufficiali e il\u00a0 potere diffuso dei media amatoriali a determinare le\u00a0fortune di una storia. La cultura popolare \u00e8 un campo\u00a0di battaglia dove l\u2019artiglieria di grosso calibro cede il passo alle armi batteriologiche. Per una narrazione\u00a0 \u00e8 pi\u00f9 importante essere contagiosa che essere\u00a0esplosiva.\u00a0 Anni fa scrivemmo che le storie sono asce di guerra da disseppellire. Intendevamo dire che esse chiamano a raccolta una comunit\u00e0, come quando gli indiani\u00a0tolgono il tomahawk da sottoterra, lo piantano su un palo e imboccano il sentiero di guerra.\u00a0L\u2019ascia del rituale non serve per la battaglia. Molti\u00a0invece hanno inteso la frase in senso strumentale: le\u00a0storie sono armi.<br \/>\nScavo, le trovo, le affilo e ci combatto. Non \u00e8 cos\u00ec.<br \/>\nL\u2019immaginario \u00e8 una palude, un universo anfibio.\u00a0Chiamiamo realt\u00e0\u00a0 l\u2019affiorare di un\u2019isola. Dove alcuni\u00a0 vedono un lago, altri passano con l\u2019acqua alla caviglia.\u00a0Dove alcuni vedono terra, altri affondano nel\u00a0fango. Le storie sono pietre di fiume. Anche le pi\u00f9 solide sono fatte di sabbia, e se le metti nel fuoco scoppiano come bombe, perch\u00e9 hanno dentro l\u2019umidit\u00e0. Si possono lanciare come armi o come attrezzi da giocoliere. Ci si pu\u00f2 costruire un rifugio o una diga. Si possono buttare nell\u2019acqua per vedere gli spruzzi o per far emergere un guado. A noi la scelta, purch\u00e9 teniamo conto che c\u2019\u00e8 una comunit\u00e0 di persone che deve muoversi nella palude, e noi ne facciamo parte. In certi momenti, sar\u00e0 bello sollevare gli animi di qualcuno, facendo il saltimbanco con una pietra sulla testa. Ma il problema di attraversare il pantano rester\u00e0 irrisolto.<br \/>\nSono d\u2019accordo con Salmon quando dice che la palude \u00e8 squassata dai bombardamenti e l\u2019uso che faremo delle nostre pietre non pu\u00f2 che tenerne conto. Bisogna resistere alla violenza simbolica del potere. Quello che trovo insostenibile \u00e8 l\u2019abbozzo di strategia che egli prende in prestito dall\u2019ultimo manifesto artistico di <strong>Lars von Trier<\/strong>:<\/span><\/p>\n<blockquote><p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-906 alignright\" style=\"margin: 0px 3px;\" title=\"Lars von Trier\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/Lars_von_Trier2.jpg\" alt=\"\" width=\"88\" height=\"115\" \/>La parte di mondo che cerchiamo non pu\u00f2 essere circoscritta da una \u00abstoria\u00bb, o avvicinata seguendo \u00abun\u2019angolazione \u00bb. Storia, argomento, rivelazione e sensazione ci hanno sottratto questo soggetto: il resto del mondo, che non \u00e8 facile da trasmettere, ma senza il quale ci \u00e8 impossibile vivere. Il nemico \u00e8 la storia. La sfida del futuro \u00e8 vedere senza guardare: sfuocare! [127].<\/p><\/blockquote>\n<p>Questa lode dell\u2019ineffabile non \u00e8 altro che una ritirata venduta per contrattacco. Poich\u00e9 l\u2019immaginario \u00e8 un pantano, e molte mappe a disposizione sono contraffatte, meglio rinunciare a qualunque percorso e farsi guidare dall\u2019istinto, dal sesto senso, dalla mano di Dio.<br \/>\nSalmon sogna una contronarrazione, capace di inceppare la macchina per fabbricare storie. La proposta ha un vago sapore luddista: qualcun altro ci ha insegnato che il controllo della macchina \u00e8 molto meglio della sua distruzione. Occorre imparare a usarla, dare e prendere lezioni di guida. Studiarne insieme la manutenzione, averne cura.<br \/>\nSe una contronarrazione esiste, non sar\u00e0 un sasso\u00a0 nell\u2019ingranaggio. Non sar\u00e0 una smentita infilata nelle storie altrui, con l\u2019unico effetto di raccontarle di nuovo. La macchina mitologica ci aiuter\u00e0 a costruirla, e le pietre di fiume saranno la materia prima. L\u2019unica alternativa per non subire una storia \u00e8 raccontare mille storie alternative.<\/p>\n<h5><strong>Note<\/strong><\/h5>\n<h5><strong>91.<\/strong> Questo primo capitolo \u00e8 un ampliamento di una conferenza dal titolo <em>Narrare non \u00e8 sufficiente. Il compito del cantastorie nell\u2019epoca digitale<\/em>, tenuta il 26 marzo 2008 a Siviglia nell\u2019ambito del festival Zemos98. Ringrazio gli organizzatori per avermi fornito il pretesto di mettere ordine in una serie di appunti sul raccontare storie. Una versione molto ridotta, una sorta di trailer, \u00e8 invece comparsa su \u00abl\u2019Unit\u00e0\u00bb del 27 settembre 2008 e su carmillaonline.com, come recensione al saggio di Christian Salmon<em> Storytelling. La fabbrica delle storie<\/em>, Fazi, Roma 2008.<\/h5>\n<h5><strong>92.<\/strong> Cfr. C. Salmon, Storytelling cit.<\/h5>\n<h5><strong>93.<\/strong> C. Taglietti, Alessandro Baricco: <em>\u00abGomorra\u00bb, che storia. Il film meglio del libro<\/em>, in \u00abCorriere della Sera\u00bb, 12 giugno 2008, p. 45.<\/h5>\n<h5><strong>94.<\/strong> P. Veyne, <em>I Greci hanno creduto ai loro miti?<\/em>, il Mulino, Bologna 1984, p. 6.<\/h5>\n<h5><strong>95.<\/strong> \u00abL\u2019ingegneria del consenso \u00e8 la vera essenza del processo democratico, la libert\u00e0 di persuadere e consigliare\u00bb, in E. Bernays, <em>The Engineering of Consent<\/em>, in \u00abAnnals of the American Academy of Political and Social Science\u00bb, marzo 1947.<\/h5>\n<h5><strong>96.<\/strong> L\u2019espressione e l\u2019accostamento dei tre pensatori si deve a P. Ricoeur, <em>Dell\u2019interpretazione. Saggio su Freud<\/em>, il Saggiatore, Milano 1965.<\/h5>\n<h5><strong>97.<\/strong> Lo studioso che meglio di ogni altro ha saputo mostrare il funzionamento di queste strutture narrative \u00e8 il linguista George Lakoff. Molto chiaro, a tale proposito, il capitolo <em>Anna Nicole on the Brain<\/em>, contenuto in <em>The Political Mind<\/em>, Barnes &amp; Noble, New York 2008.<\/h5>\n<h5><strong>98.<\/strong> A. Huxley, <em>Mondo nuovo-Ritorno al mondo nuovo<\/em>, Mondadori, Milano 1980.<\/h5>\n<h5><strong>99.<\/strong> S. Johnson, <em>Tutto quel che fa male ti fa bene<\/em>, Mondadori, Milano 2006.<\/h5>\n<h5><strong>100.<\/strong> S. Zizek, <em>The Depravate Heroes of \u00ab24\u00bb Are the Himmlers of Hollywood<\/em>, in \u00abThe Guardian\u00bb, 10 gennaio 2006.<\/h5>\n<h5><strong>101.<\/strong> Henry Jenkins ha definito una cultura partecipativa in base a cinque caratteristiche: 1. basse barriere per l\u2019espressivit\u00e0 artistica e il coinvolgimento civico; 2. forte supporto a creare e condividere le proprie produzioni; 3. passaggio informale di conoscenze tra esperti e novizi, secondo la sola logica della competenza; 4. i membri sono convinti che il loro contributo verr\u00e0 preso in considerazione; 5. i membri percepiscono una connessione sociale tra loro (cfr. G. Boccia Artieri, <em>Share This! Le culture partecipative nei media<\/em>, prefazione a H. Jenkins, <em>Fan, Blogger &amp; Videogamers<\/em>, Franco Angeli, Milano 2008).<\/h5>\n<h5><strong>102.<\/strong> L. Laurenzi, <em>La tranquilla Verona scopre i giochi di morte<\/em>, in \u00abla Repubblica\u00bb, 14 gennaio 1994.<\/h5>\n<h5><strong>103.<\/strong> S. Messina, <em>Real core: la rivoluzione del porno digitale<\/em>, in \u00abRolling Stone Italia\u00bb, settembre 2008.<\/h5>\n<h5>1<strong>04.<\/strong> Cfr. il paragrafo Prometeo ingannatore, in A. Tagliapietra, <em>Filosofia della bugia, Bruno Mondadori<\/em>, Milano 2001, p. 52, e le note ai testi di J.-P. Vernant sullo stesso tema.<\/h5>\n<h5><strong>105.<\/strong> I concetti contrapposti di \u00abpaura dell\u2019apparenza\u00bb e \u00abpaura della realt\u00e0\u00bb sono accennati in T. Maldonado, <em>Reale e virtuale<\/em>, Feltrinelli, Milano 2005. L\u2019idea che nell\u2019\u00e8ra della simulazione \u00abtutto sia morto e risorto in anticipo\u00bb \u00e8 contenuta invece in J. Baudrillard, <em>Simulacres et simulations<\/em>, Galil\u00e9e, Paris 1981.<\/h5>\n<h5><strong>106.<\/strong> S. Vedantam, <em>The Power of Political Misinformation<\/em>, in \u00abThe Washington Post\u00bb, 15 settembre 2008.<\/h5>\n<h5><strong>107.<\/strong> Cfr. G. Lakoff, <em>Non pensare all\u2019elefante!<\/em>, Fusi orari, Roma 2007.<\/h5>\n<h5><strong>108.<\/strong> G. Lewi, <em>L\u2019Odyss\u00e9e de marques<\/em>, Edictis, Paris 1998, citato in C. Salmon,<em> Storytelling<\/em> cit.<\/h5>\n<h5><strong>109.<\/strong> La teoria algoritmica della comprensione \u00e8 stata esposta da G. Chaitin, <em>Teoria algoritmica della complessit\u00e0<\/em>, Giappichelli, Torino 2006.<\/h5>\n<h5><strong>110.<\/strong> Per una ricostruzione della vicenda \u00abBambini di Satana\u00bb, si veda A. Beccaria, <em>Bambini di Satana. Processo al Diavolo<\/em>, Nuovi Equilibri, Viterbo 2006.<\/h5>\n<h5><strong>111.<\/strong> I condizionali controfattuali (o periodi ipotetici dell\u2019irrealt\u00e0) entrano spesso in gioco quando cerchiamo di individuare le cause di un fenomeno. \u00abHo fatto l\u2019incidente perch\u00e9 avevo bevuto troppo\u00bb significa che \u00abse non avessi bevuto troppo, non avrei fatto l\u2019incidente\u00bb. Questo \u00e8 vero tutte le volte che la causa coincide con la condicio sine qua non. Anche quando diciamo che \u00abla benzina \u00e8 infiammabile\u00bb intendiamo dire: \u00abSe le accostassi una fiamma, prenderebbe fuoco\u00bb. I condizionali controfattuali hanno dato molte gatte da pelare ai logici, ma soprattutto a quegli empiristi convinti che le conoscenze si possano acquisire solo in un ambito attuale e fattuale. La classica \u00abdimostrazione per assurdo\u00bb, invece, non \u00e8 problematica perch\u00e9 in quel caso si nega una tesi non per immaginare altri mondi possibili, ma solo per giungere a una contraddizione. Anche una concezione deterministica della storia svuota di senso il ragionamento controfattuale, perch\u00e9 se gli avvenimenti sono tutti collegati, negarne uno significa negare il mondo, col risultato di poter concludere qualunque cosa. Non a caso, Benedetto Croce pensava che la storia non potesse farsi con i \u00abse\u00bb. Ma, come detto sopra, \u00abse\u00bb e \u00abperch\u00e9\u00bb sono spesso collegati e potrebbe risultare molto difficile bandire i condizionali controfattuali e tenersi invece le spiegazioni causali. Per una discussione di questi argomenti, cfr. C. Pizzi, <em>I condizionali controfattuali<\/em>, in \u00abLinee di Ricerca\u00bb, Swif, 2006, pp. 785-823 (<a href=\"http:\/\/philosophyofinformation. net\/biblioteca\/lr\/intro.php\">http:\/\/philosophyofinformation.net\/biblioteca\/lr\/intro.php<\/a>).<\/h5>\n<h5><strong>112.<\/strong> A. Lenhart e S. Fox, <em>Bloggers. A Portrait of the Internet\u2019s New Storytellers<\/em>,<br \/>\nPew Internet, 2006. In versione Pdf gratuita: <a href=\"http:\/\/www.pewinternet. org\/PPF\/r\/186\/report_display.asp\">http:\/\/www.pewinternet.org\/PPF\/r\/186\/report_display.asp<\/a><\/h5>\n<h5><strong>113.<\/strong> C. Salmon, <em>Une Machine \u00e0 fabriquer des histoires<\/em>, in \u00abLe Monde Diplomatique<br \/>\n\u00bb, novembre 2006 [trad. it. <em>Una macchina inventa-storie<\/em>, in \u00abil manifesto\/Le Monde Diplomatique\u00bb, novembre 2006].<\/h5>\n<h5><strong>114.<\/strong> Facebook, per\u00f2, non insegna solo questo. Dimostra, ad esempio, che alcuni beni aumentano di valore quando li si condivide. Educa a considerare il gruppo come risorsa e non soltanto come fardello o come arena di competizioni. Non sar\u00e0 la via digitale al socialismo, ma sono comunque aspetti che non vanno sottovalutati, specie perch\u00e9 i \u00abnativi della rete\u00bb li respirano ormai come aria di casa.<\/h5>\n<h5><strong>115.<\/strong> A. Simmons, <em>The Story Factor: Inspiration, Influence and Persuasion through Storytelling Persuasion<\/em>, in <a href=\"http:\/\/www.storytellingcenter.org\/resources\/articles\/simmons.htm\">www.storytellingcenter.org\/resources\/articles\/simmons.htm<\/a><\/h5>\n<h5>116. In M. Lowry, <em>The World of Aldus Manutius: Business and Scholarship in Renaissance Venice<\/em>, Cornell University Press, Ithaca 1979.<\/h5>\n<h5><strong>117.<\/strong> Il paragone tra l\u2019abbondanza di informazioni prodotta da Internet e quella di libri dovuta all\u2019introduzione del torchio a stampa \u00e8 stata proposta da C. Shirky, <em>Here Comes Everybody. The Power of Organizing without Organizations<\/em>, Penguin, New York 2008.<\/h5>\n<h5><strong>118.<\/strong> R. Burton, <em>The Anatomy of Melancholy<\/em> [1621] [trad. it. <em>Anatomia della malinconia<\/em>, Marsilio, Venezia 1983].<\/h5>\n<h5><strong>119.<\/strong> \u00abChe cos\u2019\u00e8 l\u2019intelligenza collettiva? In primo luogo bisogna riconoscere che l\u2019intelligenza \u00e8 distribuita dovunque c\u2019\u00e8 umanit\u00e0, e che questa intelligenza, distribuita dappertutto, pu\u00f2 essere valorizzata al massimo mediante le nuove tecniche, soprattutto mettendola in sinergia. Oggi, se due persone distanti sanno due cose complementari, per il tramite delle nuove tecnologie, possono davvero entrare in comunicazione l\u2019una con l\u2019altra, scambiare il loro sapere, cooperare. Detto in modo assai generale, per grandi linee, \u00e8 questa in fondo l\u2019intelligenza collettiva\u00bb (P. L\u00e9vy, <em>L\u2019intelligenza collettiva. Per un\u2019antropologia del cyberspazio<\/em>, Feltrinelli, Milano 1996).<\/h5>\n<h5><strong>120.<\/strong> Secondo la Church of Google, il motore di ricerca di Mountain View sarebbe la cosa pi\u00f9 vicina a un dio che l\u2019uomo abbia mai potuto conoscere con i sensi. Le nove prove della divinit\u00e0 di Google comprendono: onnipresenza, onniscienza, risposta alle preghiere, immortalit\u00e0 potenziale, infinit\u00e0 potenziale, memoria sovrumana, benevolenza universale, superiorit\u00e0 rispetto agli altri d\u00e8i, esistenza attuale. Si veda <a href=\"http:\/\/www.thechurchofgoogle.org\">www.thechurchofgoogle.org<\/a><\/h5>\n<h5><strong>121.<\/strong> Sul fatto (in apparenza) paradossale che all\u2019aumentare della conoscenza aumenti anche l\u2019ignoranza, ha scritto un post interessante Kevin Kelly, uno dei fondatori della rivista \u00abWired\u00bb. Si intitola <em>The Expansion of Ignorance<\/em>, <a href=\"http:\/\/www.kk.org\/thetechnium\/archives\/2008\/10\/the_expansion_o.php\">www.kk.org\/thetechnium\/archives\/2008\/10\/the_expansion_o.php<\/a><\/h5>\n<h5><strong>122.<\/strong> J. A. Evans, <em>Electronic Publications and the Narrowing of Science and Scholarship<\/em>, in \u00abScience\u00bb, vol. CCCXXI, n. 5887, pp. 395-99, luglio 2008.<\/h5>\n<h5><strong>123.<\/strong> N. Carr, <em>Is Google Making Us Stupid?<\/em>, in \u00abAtlantic Monthly\u00bb, luglioagosto<br \/>\n2008.<\/h5>\n<h5><strong>124.<\/strong> Paul Virilio ritiene che la <em>domotica<\/em>, cio\u00e8 l\u2019automazione della vita domestica,<br \/>\nsprofonder\u00e0 gli individui in un \u00abcoma abitativo\u00bb. Eppure, non \u00e8 sempre vero che le macchine atrofizzano o sostituiscono le capacit\u00e0 umane. Con la macchina per fare il pane, molte persone hanno cominciato a produrre in casa un cibo che prima compravano dal fornaio. Altri, come me, continuano a fare il pane con le mani e il lievito naturale. Ma questa \u00e8 un\u2019altra storia.<\/h5>\n<h5><strong>125.<\/strong> L\u2019idea che la rete favorisca una conoscenza allargata, veloce, ma superficiale, \u00e8 stata sostenuta da molti (cfr. A. Baricco, <em>I Barbari. Saggio sulla mutazione<\/em>, Fandango, Roma 2006). Tuttavia, una delle figure pi\u00f9 tipiche dell\u2019\u00e8ra digitale \u00e8 il <em>geek<\/em>, \u00abuna persona sprofondata nel suo campo di interesse, a scapito di abilit\u00e0 sociali, igiene personale e status\u00bb. Ovunque sbocciano vaste comunit\u00e0 di smanettoni, maniaci dei giochi da tavolo, cinefili incalliti, lanciatori di boomerang, esperti di reggae africano. Gente non meno profonda, nelle sue acque, del rimpianto intellettuale che sapeva tutto di Beethoven e aveva ascoltato in estasi tutte le sue opere in tutte le registrazioni disponibili. Senza contare che molto spesso una conoscenza \u00aballargata\u00bb \u00e8 per ci\u00f2 stesso profonda: se ho ascoltato almeno un album di tutte le band inglesi degli anni Settanta, non si pu\u00f2 dire che non conosco quel periodo della musica inglese in maniera approfondita. In tutti i campi della conoscenza, la rete ha ridotto le distanze tra esperti e amatori: se non in termini di sapere attuale, quantomeno in termini di opportunit\u00e0 di sapere. E questo, per l\u2019intellettuale d\u2019antan, \u00e8 un\u2019insopportabile minaccia (cos\u00ec come per Squarciafico era una minaccia il diffondersi di libri).<\/h5>\n<h5><strong>126.<\/strong> \u00abLa diffusione di Internet ha permesso di abbattere i costi di distribuzione e magazzino, spezzando il legame che vincolava il successo alla visibilit\u00e0. La possibilit\u00e0 di gestire un catalogo virtuale pressoch\u00e9 illimitato ha rivoluzionato il modello economico dominante: semplicemente, vendere anche solo poche copie al mese di migliaia di titoli \u00e8 pi\u00f9 redditizio che vendere migliaia di copie di pochi titoli\u00bb. Per questa analisi dell\u2019evoluzione del mercato, cfr. C. Anderson, <em>La coda lunga<\/em>, Codice edizioni, Torino 2007.<\/h5>\n<h5><strong>127.<\/strong> Il manifesto in questione, in francese, si trova qui:<a href=\"http:\/\/www.commeaucinema.com\/notes-de-prod=25617-note-2117.html\"> http:\/\/www.commeaucinema.com\/notes-de-prod=25617-note-2117.html<\/a>. La traduzione italiana \u00e8 mia. Ovviamente, \u00e8 citato anche in C. Salmon, <em>Storytelling<\/em> cit.<\/h5>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[La salvezza di Euridice, scritto da WM2, \u00e8 il saggio che conclude il libro pi\u00f9 odiato dai nostri detrattori, New Italian Epic. Narrazioni, sguardi obliqui, ritorni al futuro (Einaudi, gennaio 2009). 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