{"id":8338,"date":"2012-06-14T20:50:24","date_gmt":"2012-06-14T18:50:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=8338"},"modified":"2012-06-20T13:10:19","modified_gmt":"2012-06-20T11:10:19","slug":"su-due-piedi-di-giuliano-santoro-prefazione-di-wu-ming-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2012\/06\/su-due-piedi-di-giuliano-santoro-prefazione-di-wu-ming-2\/","title":{"rendered":"\u00abSu due piedi\u00bb di Giuliano Santoro &#8211; Prefazione di Wu Ming 2"},"content":{"rendered":"<h5><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-8342\" style=\"border: 1px solid black;\" title=\"Su due piedi - copertina con fascetta\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/06\/suduepiedi1.jpg\" alt=\"Su due piedi - copertina con fascetta\" width=\"500\" height=\"669\" \/><br \/>\n[Che bel libro! Al contempo riflessione autobiografica\/esistenziale, reportage in presa diretta e indagine &#8220;passoscopica&#8221; sul territorio, <em>Su due piedi<\/em> di <strong>Giuliano Santoro<\/strong> &#8211; aka <a href=\"http:\/\/twitter.com\/#!\/amicofaralla\">@amicoFaralla<\/a> su Twitter e <a href=\"http:\/\/identi.ca\/jimmyjazz\">@Jimmyjazz<\/a> su Identica e Giap &#8211; sorprende, smuove e qualche volta commuove. Non solo:\u00a0 <em><\/em>\u00e8 anche un bell&#8217;oggetto, di quelli che fa piacere tenere in mano, e ha un prezzo intelligente (\u20ac 7,90), non scemo come certi che si vedono in giro (*)<br \/>\n<em>Su due piedi<\/em> <a href=\"http:\/\/suduepiedi.net\/\">\u00e8 anche un blog<\/a> che consigliamo di seguire. Anzi, era gi\u00e0 un blog prima di diventare un libro. Leggendo, capirete.<br \/>\nEccovi la prefazione scritta da Wu Ming 2. In questo testo, prosegue <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=4128\">il rimuginare avviato in un&#8217;altra prefazione<\/a>, quella al libro di Luca Gianotti <em>L&#8217;arte del camminare. Consigli per partire con il piede giusto<\/em> (Ediciclo, 2011).]<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><\/h5>\n<p>L&#8217;autore di questo libro ha impiegato un mese della sua vita a percorrere le strade e i sentieri della Calabria, con l&#8217;obiettivo di raccontarla, di penetrarne lo spirito, di &#8220;rompere i pregiudizi di chi non conosce un luogo e la pigrizia mentale di chi pensa di conoscerlo fin troppo bene&#8221;.<br \/>\nHa scelto di farlo &#8220;su due piedi&#8221;, a passo d&#8217;uomo, eppure nessuno dei paesi che ha visitato era inaccessibile con altri mezzi: poteva usare il treno, l&#8217;auto, il pullman, l&#8217;elicottero, la bicicletta&#8230; Nessun indovino gli aveva predetto la morte su uno di questi veicoli, n\u00e9 aveva scommesso con gli amici sulla riuscita dell&#8217;impresa. Dunque perch\u00e9 proprio le gambe e lo zaino in spalla? Perch\u00e9 la fatica fisica del viandante, in aggiunta a quella mentale del narratore?<!--more--><br \/>\nI dettagli biografici non aiutano a capire meglio la scelta: Giuliano Santoro \u00e8 calabrese, trapiantato a Roma ma cresciuto a &#8220;Cosangeles&#8221;, e della sua terra d&#8217;origine conosce gi\u00e0 gli angoli pi\u00f9 remoti. &#8220;Mio padre &#8211; confessa &#8211; fin da quando sono in fasce mi porta in giro per questa regione, a scoprire anfratti sconosciuti, chiese abbandonate e reperti misteriosi&#8221;. A ci\u00f2 si aggiunga che il camminatore di queste pagine non \u00e8 un appassionato di trekking o di alpinismo, ma un tipo metropolitano che in vista della sua avventura ha fatto &#8220;preparazione atletica&#8221;, svegliandosi la mattina un&#8217;ora prima del solito e andando a correre nel parco sotto casa. Dunque la domanda si fa ancora pi\u00f9 incalzante: perch\u00e9 a passo d&#8217;uomo? Qual \u00e8 il guadagno dello spostarsi a piedi, in un&#8217;impresa che non \u00e8 muscolare, ma narrativa? Cosa si ottiene camminando, in cambio del dispendio di tempo e di energie?<br \/>\nSe cercassimo la risposta nei depliant pubblicitari delle tante associazioni di pellegrinaggio laico, troveremmo come denominatore comune la &#8220;riscoperta della lentezza&#8221;, il muoversi nello spazio a 5 chilometri orari, in alternativa alla fretta e al &#8220;logorio della vita moderna&#8221;. Da un punto di vista individuale, si hanno senza dubbio molti benefici nel rallentare il passo, ma non \u00e8 questa la risposta che cerchiamo: noi vorremmo capire se, dato l&#8217;obiettivo di raccontare un territorio, percorrerlo sulle proprie gambe risulti vantaggioso rispetto ad altre forme di spostamento, in cosa consisterebbe questo vantaggio e perch\u00e9 proprio il camminare lo renderebbe pi\u00f9 accessibile.<br \/>\nIn questa prospettiva, la lentezza dei passi viene spesso interpretata come opportunit\u00e0 di cogliere i dettagli, e dunque raccontare ci\u00f2 che la velocit\u00e0 si lascia dietro le spalle. Non le tappe intermedie del viaggio, dunque, dove il passeggero scende dal suo veicolo e diventa identico al passista, bens\u00ec ci\u00f2 che le collega una all&#8217;altra, la terra di mezzo che si stende ogni giorno tra arrivo e partenza.<br \/>\nIn quella terra il camminatore si trova immerso, senza finestrini a separarlo dal paesaggio, libero di girare gli occhi in tutte le direzioni, con un&#8217;ampiezza di campo sconosciuta ai piloti e persino ai ciclisti. Chiunque abbia esperienza di pedalate sa che basta una pendenza ripida, in salita o in discesa, per limitare lo sguardo alla propria ruota anteriore. Per chi cammina, invece, \u00e8 facile voltarsi indietro, studiare l&#8217;altra faccia delle cose, quella che non ci viene incontro mentre avanziamo, ma rimane nascosta alla prima occhiata. Una casa vista da un treno ha tre lati al massimo: il quarto, quello opposto alla ferrovia, rimane invisibile. L&#8217;automobilista pu\u00f2 puntare gli occhi nel retrovisore, ma il pi\u00f9 delle volte lo fa per guardare chi arriva alle sue spalle e non le spalle di ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 arrivato. Dall&#8217;aereo si vedono solo i tetti, mentre con la bici e la moto \u00e8 difficile abbandonare la strada e scoprire cosa pulsa dietro le facciate.<br \/>\nCamminare \u00e8 anche l&#8217;unico modo di spostarsi a disposizione dell&#8217;uomo che comincia perdendo l&#8217;equilibrio. Quando alzo la gamba e la muovo in avanti, sposto il baricentro del corpo fuori dalla sua base d&#8217;appoggio, che in quel momento coincide con l&#8217;unico piede rimasto a terra. Sto per cadere e rompermi la faccia, ma ecco che il piede sollevato conclude il passo, tocca terra, allarga la base d&#8217;appoggio e io ritrovo per un momento una provvisoria stabilit\u00e0, che subito metto in crisi alzando l&#8217;altra gamba, portandola in avanti, sbilanciandomi pericolosamente e cos\u00ec via per molte volte al minuto. Ecco perch\u00e9 il camminare coglie meglio di ogni altro spostamento l&#8217;essenza stessa del viaggio e del raccontare, cio\u00e8 mettersi in crisi, uscire da s\u00e9 stessi, squilibrarsi, perdere il proprio centro di gravit\u00e0 permanente.<br \/>\nAnche gli ostacoli hanno un valore diverso per chi si sposta a piedi. Nel gioco d&#8217;equilibrio che ho appena descritto, basta un ramo, del fango, una buca per trasformare il passo in inciampo e magari in caduta. Eppure, a dispetto dell\u2019espressione \u201cguarda dove metti i piedi\u201d, \u00e8 raro che un camminatore debba farlo davvero, a meno che il terreno non sia molto impervio, coperto di radici sporgenti o di morene glaciali.<br \/>\nQuesto significa che il camminatore non \u00e8 costretto a stabilire una <em>gerarchia<\/em> tra gli elementi del passaggio, a fissare lo sguardo su alcuni a dispetto di altri, come fa invece un normale conducente &#8211; di auto, moto o bicicletta &#8211; puntando l\u2019attenzione sui possibili ostacoli e di conseguenza staccandoli dallo scenario di cui sono parte.<br \/>\nUn\u2019automobilista pu\u00f2 benissimo ignorare l\u2019orizzonte, ma <em>non pu\u00f2<\/em> distogliere lo sguardo dal camion che ha davanti, dai margini della carreggiata, dal ciclista che deve superare. Il passeggero di un treno, infilato tra due fette di paesaggio come la mortadella in un panino, pu\u00f2 invece dedicarsi a un\u2019osservazione pi\u00f9 libera: non deve condurre il suo veicolo, sta fermo, in poltrona, e il mondo che gli scorre di fronte \u00e8 anch\u2019esso immobile, se non fosse che la velocit\u00e0 fa scivolare via pi\u00f9 in fretta i dettagli in primo piano e molto pi\u00f9 lenti quelli sullo sfondo, col risultato che il passeggero vede molto meglio l\u2019orizzonte e sente sfuggire quel che gli sta vicino.<br \/>\nLa visione senza gerarchie di cui pu\u00f2 godere il camminatore, unico tra i viaggiatori, ricorda l\u2019antico concetto di <em>ecceit\u00e0, <\/em> riformulato da <strong>Deleuze &amp; Guattari<\/strong> in <em>Millepiani. <\/em><br \/>\nIl mio compare Wu Ming 1 lo ha riassunto cos\u00ec <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=3637\">in una sua conferenza<\/a>:<\/p>\n<blockquote><p>La parola deriva dal latino <em>haec<\/em>, questo. Ecceit\u00e0 \u00e8 la disordinata configurazione che il mondo assume in un momento irripetibile, singolare, senza gerarchie tra ci\u00f2 che \u00e8 grande e ci\u00f2 che \u00e8 piccolo , tra sfondo e primo piano, tra umano e inanimato, tra luce e tempo, ecc. Il clima, il vento, la stagione, l\u2019ora, non sono di una natura diversa dalle cose, dagli animali, o dalle persone che li popolano, li seguono, vi dormono o vi si svegliano. Bisogna sentire cos\u00ec: siamo tutti le cinque della sera o un\u2019altra ora e semmai due ore per volta. Un conglomerato mobile di sensazioni, oggetti e colori.<\/p><\/blockquote>\n<p>Nei suoi scritti sul cinema, Deleuze parla della \u201cpasseggiata\u201d, l\u2019andare a zonzo dei personaggi, come della principale caratteristica estetica del cinema neorealista, dove lo spettatore non si domanda pi\u00f9 \u201ccosa si vedr\u00e0 nell\u2019inquadratura successiva\u201d, ma si pone il problema di capire che cosa c\u2019\u00e8 da vedere nell\u2019immagine che gli viene presentata e all\u2019interno della quale <em>passeggia<\/em> la macchina da presa. Grazie a questa prospettiva, egli pu\u00f2 cogliere \u201cqualcosa d\u2019intollerabile, d\u2019insopportabile, di troppo potente o di troppo ingiusto, ma a volte anche di troppo bello\u201d<br \/>\nIl camminatore dunque, rispetto agli altri viaggiatori, si troverebbe in una condizione privilegiata per cogliere l\u2019ecceit\u00e0, la <em>questit\u00e0<\/em> del mondo. Ma ci\u00f2 non significa &#8211; ancora &#8211; che egli disponga di un punto di vista pi\u00f9 vantaggioso per raccontare il territorio. Occorre domandarsi in che relazione stanno l\u2019ecceit\u00e0 e la narrazione, se cio\u00e8 cogliere la prima sia d&#8217;aiuto per chi vuole cimentarsi con la seconda(**).<br \/>\nUna relazione molto simile &#8211; quella tra <em>letteratura <\/em> ed ecceit\u00e0 &#8211; viene indagata in <a href=\"http:\/\/www.libreriauniversitaria.it\/BIT\/8838924473\/ASI\/300131\">un saggio<\/a> di <strong>Jacques Ranci\u00e8re<\/strong> a proposito delle sconfinate descrizioni proustiane.<br \/>\nSecondo Ranci\u00e8re, un valore aggiunto della letteratura sarebbe quello di poter cogliere l\u2019ecceit\u00e0 delle cose e di potercela somministrare come <em>medicina.<\/em><\/p>\n<blockquote><p>La nostra malattia &#8211; spiega ancora Wu Ming 1 &#8211; consiste nello scambiare la vita (la vita nella sua pura molteplicit\u00e0), per una qualunque delle sue versioni idealizzate, per uno qualunque dei suoi feticci. Ci\u00f2 di cui abbiamo bisogno \u00e8 una cura per la nostra compulsione a possedere oggetti o catturare soggetti.<\/p><\/blockquote>\n<p>Il camminatore, dunque, al pari dello scrittore, pu\u00f2 essere un medico, un oculista che cura il nostro modo di guardare il mondo, e il camminatore-scrittore lo sar\u00e0 a maggior ragione. Se il suo obiettivo \u00e8 appunto quello di raccontare un territorio oltre i pregiudizi e le pigrizie mentali, attraversarlo a piedi lo metter\u00e0 in condizione di coglierne al meglio le molteplicit\u00e0, di superare le \u201cversioni idealizzate\u201d e i feticci.<br \/>\nQuesto non significa, tuttavia, che il camminare sia un farmaco sufficiente a curarsi lo sguardo. Santoro se ne rende conto perfettamente, e a pi\u00f9 riprese si domanda se la sua impresa non rischi di trasformarlo nell\u2019ennesimo testimone da talk show, di quelli che siccome \u201cIO C\u2019ERO\u201d, allora ho ragione, siccome ho una storia da raccontare, allora chissenefrega della Storia. Si domanda, il nostro camminatore, come mettere d\u2019accordo i sensi e la ragione, l\u2019archivio e la strada, l\u2019informazione e l\u2019esperienza, affinch\u00e9 l\u2019accumulazione di dettagli non faccia sembrare inutile lo sforzo di riflettere.<br \/>\nCamminare nella terra di mezzo tra una tappa e la successiva, vuol dire moltiplicare gli incontri, arricchire la narrazione di quel \u201cfattore umano\u201d che tutti ricercano, anche a costo di perdere di vista l\u2019ambiente, la storia, l\u2019orizzonte.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><iframe loading=\"lazy\" src=\"http:\/\/player.vimeo.com\/video\/29137215\" frameborder=\"0\" width=\"500\" height=\"375\"><\/iframe><\/p>\n<p>Sempre Deleuze, in <a href=\"http:\/\/www.deriveapprodi.org\/2005\/11\/abecedario-di-gilles-deleuze\/\">una famosa intervista di fine anni Ottanta<\/a>, descrive l\u2019importanza di guardare il mondo \u201cpartendo dall\u2019orizzonte\u201d. Secondo il filosofo francese starebbe proprio in questa differenza di prospettiva la distinzione fondamentale tra \u201cessere di sinistra\u201d e \u201cessere di destra\u201d. L\u2019uomo di destra guarda prima s\u00e9 stesso e lo spazio angusto che ha nelle immediate vicinanze, quindi allarga la visuale e percepisce una minaccia, un universo ingiusto che presto o tardi busser\u00e0 al suo cancello, per mettere in discussione i suoi privilegi, molti o pochi che siano. La sua reazione, pertanto, \u00e8 difensiva e conservatrice. L\u2019uomo di sinistra, invece, parte dall\u2019orizzonte, percepisce l\u2019ingiustizia del mondo, la trova insopportabile e quando arriva a guardare se stesso non pu\u00f2 che domandarsi che fare, come trasformare quella situazione, come inserirsi in un\u2019azione collettiva che metta fine allo sfruttamento.<br \/>\nDeleuze sostiene che questo modo di guardare \u00e8 tipico della cultura giapponese, al che l\u2019intervistatrice gli domanda se i giapponesi siano tutti di sinistra. Il filosofo, un po\u2019 infastidito, risponde che s\u00ec, per quanto concerne l\u2019ottica e la prospettiva, i giapponesi hanno un modo di guardare \u201cdi sinistra\u201d. Rispetto a quest\u2019ultima considerazione, preferisco fare un passo indietro, prima che qualche lettore si domandi se camminare sia di destra o di sinistra, o meglio se ci sia un modo di camminare corrispondente a uno o all\u2019altro orientamento politico. Quel che mi basta trattenere, della suggestione di Deleuze, \u00e8 il motto: \u201cpartire dall\u2019orizzonte\u201d. Quest\u2019abitudine, infatti, potrebbe essere il secondo farmaco di quella terapia dello sguardo che potremmo chiamare \u201craccontare camminando\u201d. Ma in che modo si pu\u00f2 coniugare l\u2019assenza di gerarchie prospettiche, la propensione a cogliere l\u2019ecceit\u00e0, con una prescrizione che invece individua un punto di partenza, l\u2019orizzonte, e dunque in qualche modo lo mette in primo piano?<br \/>\nProvo a rispondere dicendo che il camminatore cantastorie \u00e8 per forza strabico: con gli occhi della testa osserva un territorio e ne scavalca gli stereotipi, i dualismi senza dialettica, i pregiudizi, le idealizzazioni, per arrivare a coglierne l\u2019ecceit\u00e0; con gli occhi della mente, al tempo stesso, non perde di vista l\u2019orizzonte, ovvero lo sfondo di notizie, informazioni e riflessioni critiche che gli permettono di cogliere il tempo, e non solo lo spazio, di storicizzare l\u2019ecceit\u00e0 che vede danzare di fronte a s\u00e9, di renderla profonda e non solo estesa, di girare un documentario in quattro dimensioni.<br \/>\nPer far questo, d&#8217;altra parte, ha molto pi\u00f9 tempo a disposizione degli altri viaggiatori, mentre procede a cinque chilometri all&#8217;ora nella terra di mezzo tra una tappa e la successiva.<br \/>\nCosicch\u00e9, quando la tappa arriva e viene il momento di riposarsi, anche da fermo egli finir\u00e0 per gettare attorno sguardi nuovi, non pi\u00f9 da pilota, n\u00e9 da turista, ma a passo d&#8217;uomo.<\/p>\n<h5>* Con questo riferimento al prezzo, anticipiamo un tema del prossimo post, quello sulla nostra &#8220;Glasnost&#8221; 2012 :-)<br \/>\n** Questa prefazione \u00e8 anche una risposta ritardata a un quesito che ci pose <strong>Michael Hardt<\/strong> al termine di una nostra conferenza alla Duke University, aprile 2011. Suonava su per gi\u00f9 cos\u00ec: &#8220;Come stanno insieme, nella vostra prassi, ecceit\u00e0 e narrazione?&#8221;<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">&#8211;<\/span><\/h5>\n<p><strong>Link per acquistare il libro:\u00a0 <a href=\"http:\/\/www.store.rubbettinoeditore.it\/catalogsearch\/result\/?q=Su+due+piedi\">Rubbettino<\/a><\/strong> &#8211; <strong><a href=\"http:\/\/www.libreriauniversitaria.it\/BIT\/8849833857\/ASI\/300131\">Libreriauniversitaria<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[Che bel libro! Al contempo riflessione autobiografica\/esistenziale, reportage in presa diretta e indagine &#8220;passoscopica&#8221; sul territorio, Su due piedi di Giuliano Santoro &#8211; aka @amicoFaralla su Twitter e @Jimmyjazz su Identica e Giap &#8211; sorprende, smuove e qualche volta commuove. 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