{"id":8302,"date":"2012-06-13T00:00:00","date_gmt":"2012-06-12T22:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=8302"},"modified":"2012-06-20T13:13:43","modified_gmt":"2012-06-20T11:13:43","slug":"orizzonti-dimpero-e-paesaggi-coloniali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2012\/06\/orizzonti-dimpero-e-paesaggi-coloniali\/","title":{"rendered":"Orizzonti d&#8217;Impero e paesaggi coloniali &#8211; Una riflessione di Wu Ming 2"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-8326\" title=\"Somalia-cent-5-corona-dritta1\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/07\/Somalia-cent-5-corona-dritta11.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"401\" \/><br \/>\n[Quest&#8217;articolo di WM2, ispirato dalle ricerche per <em>Timira<\/em>, \u00e8 uscito <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=8281\">sul n. 5 di <em>Letteraria<\/em><\/a>, nella sezione monografica &#8220;Paesaggio, colonialismo, letteratura&#8221;. Lo proponiamo anche qui, come parte della &#8220;nube&#8221; di contributi che circonda e accompagna il libro.<br \/>\nDopo la lettura, consigliamo di <a href=\"http:\/\/pinterest.com\/einaudieditore\/timira\/\">dare un&#8217;occhiata al board di <em>Timira<\/em> su Pinterest<\/a>, tenendo in mente che ci sono tante &#8220;Somalie&#8221;, colonie che attraversiamo nella vita quotidiana, sulle quali si posa uno sguardo mai innocente.<br \/>\nApprofittiamo per ricordare che <span style=\"text-decoration: underline;\">stasera, mercoled\u00ec 13 giugno, presenteremo <em>Timira<\/em> a Bologna<\/span>, alla Biblioteca Casa di Khaoula, in Via Corticella, 104 (bus 27) coi prof. Fulvio Pezzarossa e Giuliana Benvenuti dell&#8217;Universit\u00e0 di Bologna. H. 21.]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La Somalia negli occhi degli italiani (1903 &#8211; 1936)<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>\u00abUna Colonia, un territorio di dominio, vale non soltanto per quello che \u00e8, ma anche per quello che pu\u00f2 essere. Nella intuizione della sua funzione, nella visione del suo sviluppo, sta la ragione dello sforzo che essa pu\u00f2 richiedere allo stato dominante, dei sacrifici che essa reclama dagli uomini che si sono votati a servirla. Saper vedere \u00e8, per i forti, volere, e, per chi abbia intero il senso della responsabilit\u00e0, appassionatamente volere.\u00bb<!--more--><\/p><\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Comincia cos\u00ec uno dei primi capitoli di <em>Orizzonti d&#8217;Impero<\/em>, resoconto di cinque anni da governatore della Somalia (1923-&#8217;27), che <strong>Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon<\/strong> pubblic\u00f2 per Mondadori nel 1936.<br \/>\n<em>Saper vedere \u00e8 volere<\/em>. La formula, ripulita del suo afflato prometeico, rivela il ruolo centrale che il paesaggio ha svolto nel compiersi dell&#8217;impresa coloniale, dai tempi di <strong>Cort\u00e9s<\/strong> fino ai giorni nostri. <em>Paesaggio<\/em> inteso non come elemento materiale &#8211; sinonimo di ambiente o di territorio &#8211; ma come prodotto culturale, percezione collettiva che estrae significati dal suolo e dalle piante. Un paesaggio che non si plasma soltanto con l&#8217;ascia e con il cemento, ma ancora prima con le storie e con le idee, piantando paletti concettuali tra selvaggio e addomesticato, bello e brutto, sacro e profano. Un paesaggio che, di rimando, influenza pratiche e pensieri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel mondo anglosassone esiste una vasta tradizione di studi sul rapporto tra <em>landscape<\/em> e identit\u00e0 nazionale, su come questa si costruisce a partire dallo sguardo che i cittadini gettano sulle montagne e i fiumi della Patria, montagne e fiumi che a loro volta contribuiscono a trasformare in cittadini gli uomini che li guardano, suggerendo l&#8217;idea di un &#8220;confine naturale&#8221;, di una &#8220;culla della civilt\u00e0 Tal dei tali&#8221;, di un legame privilegiato tra una certa stirpe d&#8217;uomini e un determinato ambiente.<br \/>\nLo stesso meccanismo si ritrova nella formazione delle identit\u00e0 coloniali: dominatori, dominati, sudditi, assimilati&#8230; Secondo <strong>Andrew Sluyter<\/strong> la principale materia del contendere tra colonizzati e colonizzatori non fu tanto la terra, ma piuttosto la rappresentazione di essa, in quanto strumento di potere e sorveglianza del territorio. Una battaglia per il controllo del paesaggio che si svolse dentro il paesaggio stesso, e i cui risultati persistono ben oltre l&#8217;epoca coloniale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli avventurieri e i fuggiaschi del Vecchio Continente, che popolarono il Nord America nel corso del XVII secolo, avevano in testa un&#8217;immagine ben chiara del Paradiso terrestre: un giardino bello e ordinato, dal quale Adamo ed Eva erano stati cacciati verso un mondo caotico e selvaggio. Compito dei loro discendenti era trasformare di nuovo la Terra in quell&#8217;Eden perduto. Secondo il principio del &#8220;<em>vacuum domicilium<\/em>&#8220;, chiunque si dedicasse a tale sforzo sopra un suolo &#8220;vuoto&#8221;, lo faceva suo grazie alla cura e alla dedizione (<em>husbandry<\/em>)<br \/>\nPertanto, la prima &#8220;strategia visiva&#8221; messa in campo dai coloni, consisteva nel vedere di fronte a s\u00e9 uno spazio vuoto e selvaggio. Ma poich\u00e9 quello spazio era tutt&#8217;altro che vuoto, questa strategia ne presupponeva un&#8217;altra: includere nel paesaggio anche i nativi, guardarli come se fossero &#8220;natura&#8221;, di modo che la loro azione sul territorio apparisse come un fenomeno naturale quanto l\u2019alternarsi delle stagioni. Cos\u00ec facendo gli europei si sentivano liberi di occupare quello spazio &#8220;vuoto&#8221;, con una conseguente contrazione dell&#8217;uso della terra da parte dei nativi, dunque un infittirsi delle foreste, che in tal modo potevano essere viste come ancora pi\u00f9 selvagge, per appropriarsi cos\u00ec di uno spazio\u00a0 pi\u00f9 vasto. Cancellando il paesaggio degli indigeni, negandolo alla vista, era possibile sostituirlo con un ambiente primitivo, un territorio disordinato pronto a farsi possedere da chi lo avrebbe trasformato in un giardino ( e in una tomba).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A distanza di trecento anni, lo sguardo dei coloni italiani sulle terre dei Somali utilizz\u00f2 una versione riveduta e corretta di quell&#8217;originaria <em>strategia del vuoto<\/em>.<br \/>\n<strong>Bernardo Valentino Vecchi<\/strong>, nel 1930, riporta queste impressioni sulla citt\u00e0 di Mogadiscio:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abSi \u00e8 molto fabbricato e su un ottimo piano regolatore, riuscendo cos\u00ec a sottrarre gli europei dal vivere in case arabe, spesso a contatto con indigeni&#8230; vera piaga per noi che non dobbiamo mai dipartirci dal concetto di mantenere alto il prestigio del bianco, ad ogni costo.<br \/>\nFra pochi anni Mogadiscio avr\u00e0 larghe e dritte strade ombreggiate da cocchi che le daranno il civettuolo e pittoresco aspetto di una vera cittadina equatoriale.<br \/>\nIl coloniale appassionato rimpiange molti aspetti pittoreschi della colonia che la civilt\u00e0 invade sempre pi\u00f9. Fortuna che basta mezz&#8217;ora per giungere fra uomini nudi, placidi e silenziosi, che vivono indifferenti a tutto nelle ombrate accolte di conici tucul sul fiume&#8230;\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quegli stessi indigeni che nel contesto urbano &#8211; dove non \u00e8 possibile assimilarli alla natura &#8211; sono considerati vicini imbarazzanti, lungo il fiume sono invece placidi, silenziosi, indifferenti come tronchi d&#8217;albero. Elementi di quel paesaggio pittoresco che \u00e8 motivo di rimpianto per il coloniale appassionato.<br \/>\nFuori dalla citt\u00e0, infatti, si stendono spazi immensi, infiniti, omogenei e quindi vuoti, in quanto privi di segni riconoscibili.<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abL&#8217;alba ci trova su l&#8217;alta duna di Brava di dove ci soffermiamo ad ammirare uno dei pi\u00f9 bei colpi d&#8217;occhio della colonia: la cittadina candida, raccolta e protesa sul mare immenso, mentre un altro mare, parimente azzurro, cos\u00ec velato di nebbie mattutine, e sterminato, si stende al di l\u00e0 della duna: l&#8217;infinita boscaglia.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non diversa &#8211; se si esclude la tonalit\u00e0 emotiva &#8211; \u00e8 la descrizione del porto di Chisimaio scritta da <strong>Bruno Barilli<\/strong> nel 1931:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abChe squallore &#8211; una vera tabula rasa. Non un segno di vita. Kisimaio si nasconde, si difende: piccolina, incolore, sommersa dalla sabbia.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando per\u00f2 dalla <em>tabula rasa<\/em> emerge una presenza umana innegabile (in quanto deposita sul paesaggio evidenze &#8220;agricole&#8221; riconosciute anche dagli italiani), essa viene minimizzata come irrilevante. Nello sguardo di Vecchi le rive del Giuba sono talmente feconde e produttive che agli indigeni basta niente per farle fruttificare.<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIl terreno della piana, che all&#8217;aspetto esteriore \u00e8 poco promettente, non appena irrigato, si \u00e8 tramutato per contro in orti verdissimi e lussureggianti di cui un grandissimo numero \u00e8 dovuto anche solo a rudimentali lavori irrigui di nessun conto, eseguiti dagli indigeni rivieraschi.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Appena un anno dopo, quelle stesse opere agricole &#8220;di nessun conto&#8221; venivano attribuite da Bruno Barilli ai progressi che la valle del Giuba aveva conosciuto dopo essere passata dalla Gran Bretagna all\u2019Italia:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abVerso l&#8217;interno invece \u00e8 tutt&#8217;altra cosa [rispetto allo squallore della costa]. Questo estremo lembo di colonia ha subito in pochi anni una trasformazione incredibile. Risalendo il corso del fiume le opere agricole han fatto progressi rapidissimi.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da notare che Barilli \u00e8 al suo primo viaggio in colonia, dunque non pu\u00f2 riscontrare quei &#8220;progressi rapidissimi&#8221; in base alla propria esperienza. Eppure, incapace di attribuirli agli indigeni &#8211; di vedere cio\u00e8 la loro capacit\u00e0 di trasformare il paesaggio &#8211; li mette sul conto dei brillanti successi italiani.<br \/>\nUn&#8217;altra versione della <em>strategia del vuoto<\/em>, infatti, \u00e8 quella che nega l&#8217;esistenza di un paesaggio indigeno in quanto i nativi non sarebbero consapevoli di esso, non avrebbero cio\u00e8 quella capacit\u00e0 di vedere il territorio, descritta da De Vecchi nel testo che ho citato in apertura.<br \/>\nScrive ad esempio <strong>Giuseppe Zucca<\/strong> (1926), nel raccontare la sua visita al Villaggio Agricolo Duca degli Abruzzi, sullo Uebi Scebeli:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abAl nostro giungere, una moltitudine di gente nera e lustra sotto il sole meridiano lavorava, vigilata da pochi bianchi, alla costruzione di un canale terziario. Era un andirivieni affiatato e disciplinato di formiche umane, delle quali ognuna portava il suo piccolo carico di terra per alzare la doppia gobba dell&#8217;argine. Quella moltitudine operosa serviva inconsapevolmente a questo alto sogno di bellezza latina.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di segno molto simile l&#8217;osservazione dell&#8217;ingegner <strong>Robecchi Bricchetti<\/strong> (1903) in merito alla pratica di incendiare la boscaglia per poi seminare il terreno rimasto sgombro, senza darsi pensiero del suo aspetto finale:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abE&#8217; questo un sistema primitivo di coltura e di contemporanea concimazione. N\u00e9, in omaggio alla compassata simmetria ed al sentimento di eleganza propr\u00ee delle razze latine, si danno pensiero se dal fuoco s&#8217;\u00e8 salvato qualche grosso ed annoso tronco d&#8217;albero e se alcuno ne rimase non si curano di abbatterlo o di sradicarlo, ma, girando l&#8217;ostacolo, vi seminano tutto intorno.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Va da s\u00e9 che questo annientamento strategico del paesaggio altrui si riversa anche sulla resistenza concettuale e pratica dei nativi di fronte a tale annientamento: essa \u00e8 sconosciuta oppure non riconosciuta. A latere della sua esperienza nei lavori di canalizzazione, il bellunese <strong>Edoardo Costantini<\/strong> si lamenta, nelle lettere alla famiglia, di quanto sia difficile istruire la manodopera locale, poich\u00e9 i somali, appena imparato il mestiere, se ne vanno cos\u00ec come sono venuti, dopo pochi mesi, &#8220;senza che si riesca a capirne il perch\u00e9&#8221;. Secondo Vecchi &#8220;indurre a lavorare i somali in modo che rendano \u00e8 pressocch\u00e9 una utopia&#8221;, specie se si tratta di pastori nomadi. Questi, non a caso, vedono un paesaggio molto diverso dagli italiani: per loro la ricchezza non \u00e8 la terra coltivabile, ma un pascolo in boscaglia dotato di un pozzo d&#8217;acqua, quella stessa infinita boscaglia dove Barilli non vede altro che orizzonte:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abQuanto orizzonte. Qui lo spazio non \u00e8 caro. Non \u00e8 l&#8217;aria preziosa e tassata delle nostre citt\u00e0.<br \/>\nL\u00e0, in fondo all&#8217;orizzonte, dove finisce il nostro dominio, a tre ore di macchina da qui, accade che si presentino armati gli uomini delle trib\u00f9 limitrofe. Contestazioni di confine. Diritti di pascolo. Intrighi dei Ras vicinanti.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure, proprio i &#8220;diritti di pascolo&#8221; e le &#8220;contestazioni di confine&#8221; dovrebbero dimostrare che quello spazio \u00e8 in realt\u00e0 prezioso, e che il conflitto per conquistarlo \u00e8 tutt&#8217;altro che un semplice <em>intrigo<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un&#8217;altra strategia per trasformare il territorio in paesaggio coloniale consiste nel tradurre in sguardo una qualche versione di determinismo ambientale, cio\u00e8 la teoria secondo la quale il colonialismo europeo era nella natura delle cose, e la Natura stessa lo invocava con le sue caratteristiche. Una tesi che, in forme pi\u00f9 &#8220;accettabili&#8221;, riesce a trovar spazio ancora oggi, quando ad esempio si sostiene che furono i grandi spazi e la spinta demografica europea a rendere inevitabile l&#8217;espansione coloniale in Nord America.<br \/>\nLa (presunta) verginit\u00e0 dei luoghi \u00e8 una caratteristica che ben si presta a questa lettura (dato che, nella mentalit\u00e0 dell&#8217;epoca, una vergine altro non \u00e8 che una ragazza da marito, un corpo in attesa di restare in dolce attesa).<br \/>\nEcco ancora Vecchi:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa foresta di Mans\u00f9r \u00e8 quanto di pi\u00f9 bello e di pi\u00f9 africanamente suggestivo ci si possa attendere. Nessuna descrizione dell&#8217;immaginoso e sventurato Salgari supera l&#8217;impressione profonda suscitata da questo meraviglioso intrico di vegetazione imponente. Vi \u00e8 stata tracciata una strada da noi, dopo la cessione del Giubaland da parte degli Inglesi che l&#8217;avevano lasciata inesplorata. Noi per primi abbiamo violato la verginit\u00e0 di questa barriera di tronchi [&#8230;] di cui si ebbe ragione soltanto a colpi di scure.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Preoccupato da quello stesso determinismo ambientale, Edoardo Costantini confida ai parenti i suoi timori:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIo spero che prima che il sole tropicale abbia da indigenirmi di scappare in Italia.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giuseppe Zucca, invece, per un intero capitolo, descrive le donne somale come prodotti della terra a disposizione della madrepatria:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abBelle, bellissime donne &#8211; come gi\u00e0 da millenni le montagne e le vallate della Penisola &#8211; produce all&#8217;Italia, ottima buongustaia, la sterminata pianura della Somalia, voluttuosamente distesa sotto il potente sole dell&#8217;Equatore.\u00bb<\/p>\n<\/blockquote>\n<div style=\"padding-bottom: 2px; line-height: 0px;\"><a href=\"http:\/\/pinterest.com\/pin\/74872412525432517\/\" target=\"_blank\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter\" src=\"http:\/\/media-cache-ec9.pinterest.com\/upload\/74872412525432517_6r5oAyiK_c.jpg\" alt=\"\" width=\"408\" height=\"634\" border=\"0\" \/><\/a><\/div>\n<p>Su questo punto, per\u00f2, bisogna notare come il maschilismo sopravanzi l&#8217;atteggiamento coloniale, dato che pure le donne italiane vengono considerate come prodotti della terra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine, poich\u00e9 anche la colonia deve entrare a far parte della Patria, il suo paesaggio viene nazionalizzato legandolo al nome e alle imprese di martiri, eroi, soldati, pionieri. Come per le montagne nordorientali d&#8217;Italia, consacrate e impreziosite dalle battaglie alpine della Grande guerra, cos\u00ec luoghi altrimenti anonimi, per lo sguardo italiano, diventano baluardi, &#8220;nostri di diritto&#8221;, e altre espressioni simili che abbondano nei resoconti dei viaggiatori, e in particolare in quello di Vecchi.<br \/>\nSu questo intrecciarsi di strategie visive, dove un territorio si fa colonia con gli stessi meccanismi con cui si fa nazione, chiudo la mia analisi del tutto parziale e d&#8217;occasione, basata com&#8217;\u00e8 sulla lettura di sei diari di viaggio e di dominio nella Somalia italiana. Ampliando l&#8217;indagine, spero che altri possano trovare fecondo questo approccio all&#8217;essenza del colonialismo, colta come rapporto triangolare tra nativi, non-nativi e paesaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Bibliografia essenziale<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C. M. De Vecchi,<em> Orizzonti d&#8217;Impero<\/em>, Milano, 1936<br \/>\nB.V. Vecchi, <em>Vecchio Benadir<\/em>, Milano, 1930<br \/>\nG. Zucca, <em>Il paese di madreperla<\/em>, Milano, 1926<br \/>\nL. Robecchi Bricchetti, <em>Nel paese degli aromi<\/em>, Milano, 1903<br \/>\n<em>Un bellunese in Somalia : lettere di Edoardo Costantini alla famiglia, 1934-36<\/em>, Belluno, 2001<br \/>\nB. Barilli, <em>Il sole in trappola. Diario del periplo dell&#8217;Africa (1931)<\/em>, Firenze, 1941<br \/>\nA. Sluyter, <em>Colonialism and Landscape<\/em>, Lanham, 2002<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"[Quest&#8217;articolo di WM2, ispirato dalle ricerche per Timira, \u00e8 uscito sul n. 5 di Letteraria, nella sezione monografica &#8220;Paesaggio, colonialismo, letteratura&#8221;. Lo proponiamo anche qui, come parte della &#8220;nube&#8221; di contributi che circonda e accompagna il libro. 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