{"id":7008,"date":"2012-02-03T00:58:54","date_gmt":"2012-02-02T23:58:54","guid":{"rendered":"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=7008"},"modified":"2013-12-03T09:35:27","modified_gmt":"2013-12-03T08:35:27","slug":"un-paese-accidentato-le-sue-montagne-wu-ming-2-intervista-marco-armiero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/2012\/02\/un-paese-accidentato-le-sue-montagne-wu-ming-2-intervista-marco-armiero\/","title":{"rendered":"Un Paese accidentato, le sue montagne. Wu Ming 2 intervista Marco Armiero"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-7010\" title=\"Rugged\" alt=\"\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/Rugged.jpg\" width=\"517\" height=\"473\" \/><br \/>\nNegli ultimi tempi, su Giap, si \u00e8 parlato spesso di <strong>montagne<\/strong>: dal Monte Kenya al Sentiero degli Dei, dalla Val di Susa a Guccini al dissesto idrogeologico. Dato l&#8217;interesse per l&#8217;argomento, Wu Ming 2 ha pensato di intervistare &#8211; in esclusiva per il blog &#8211; lo storico dell&#8217;ambiente <strong>Marco Armiero<\/strong>, attualmente di stanza a Barcellona, autore di <em>A Rugged Nation. Mountains and the Making of Modern Italy: 19th and 20th Century<\/em>.<!--more--><br \/>\nUn libro sull\u2019Italia, sul ruolo che hanno avuto le montagne nel suo divenire-nazione, pubblicato in inglese nell\u2019anno del 150\u00b0 da una casa editrice di Cambridge, la White Horse. C&#8217;\u00e8 poco da stupirsi: la storia dell\u2019ambiente, in Italia, non ha mai goduto di particolare fortuna, sia come materia di studio che come argomento divulgativo. Forse perch\u00e9 unisce in un unico campo di ricerca due materie molto maltrattate nell\u2019Italia odierna: la storia e l\u2019ambiente. La prima in quanto occasione di revisionismi, trafugamenti di cadaveri, amnesie selettive e celebrazioni monumentali; il secondo come piattaforma per grandi opere, svendite demaniali e business edilizio. Non a caso, tra tutti i paesi europei siamo quello che ha visto nascere e morire il meno ambientalista dei partiti verdi.<br \/>\nNel libro di Marco Armiero si racconta una vicenda che spiega bene il rapporto tra storia e ambiente nel nostro paese. L\u2019autore la utilizza come epilogo, io vorrei giocarmela come introduzione.<!--more--><br \/>\nNell\u2019aprile 2009, dalle rovine dell\u2019Archivio Nazionale dell\u2019Aquila emergono sette armadietti metallici, stipati di faldoni e raccoglitori, scatole con campioni di roccia e modellini di una remota valle alpina. E\u2019 l\u2019archivio della strage del <strong>Vajont<\/strong> del 1963.<br \/>\nUn anno prima, nel 2008, l\u2019Unesco ha inserito il caso del Vajont in una lista di \u201c5 racconti precauzionali\u201d, ovvero: i 5 peggiori disastri prodotti dagli umani.<br \/>\nQuarantanove anni prima, l\u201911 ottobre 1963, il compianto <strong>Giorgio Bocca<\/strong> scriveva su <em>Il Giorno<\/em> che<\/p>\n<blockquote><p>\u00abIn questi tempi atomici si pu\u00f2 dire che questo [<em>il Vajont<\/em>] \u00e8 un disastro pulito: gli umani non hanno fatto nulla, \u00e8 stata la natura, e ci\u00f2 non \u00e8 n\u00e9 buono n\u00e9 cattivo, ma soltanto indifferente.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>Sei anni prima, nel 2003, utilizzando una parte dei soldi ottenuti come risarcimento legale, il comune di Longarone ha deciso di trasformare il cimitero delle vittime in un monumento nazionale, rispondendo cos\u00ec a un auspicio del Presidente della Repubblica. Per far questo, ha deciso di \u201crestaurare\u201d il vecchio cimitero di Fortogna e di cancellare per sempre dalla memoria lapidi come quella della famiglia Paiola, con i suoi sette morti:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-7012\" title=\"paiolaLuigino\" alt=\"\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/paiolaLuigino1.jpg\" width=\"488\" height=\"362\" \/><br \/>\nQuattro anni prima, lo scrittore <strong>Mauro Corona<\/strong>, in un\u2019intervista a <em>Libero<\/em> dichiarava:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abSin dalla sua costruzione, la diga del Vajont ha diviso gli abitanti. Poi, dopo l&#8217;incidente, \u00e8 nata una vera speculazione politica sul dolore di noialtri. Il Pci inizi\u00f2 un&#8217;invasione politica ergendosi a difensore delle vittime e strumentalizzando il nostro dolore per colpire il governo Dc.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>Marco Armiero, dopo aver fatto notare la scelta del termine <em>incidente<\/em> per descrivere una strage annunciata, scrive:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abCertamente il PCI stava politicizzando il Vajont, sostenendo che il \u201cdisastro\u201d non era solo il risultato di un errore di progettazione, di un\u2019amministrazione pubblica corrotta e di esperti acquiescenti, ma anche il fallimento di un sistema basato sul profitto privato. Tuttavia, la politica non arriv\u00f2 nella valle con i comunisti. Il paesaggio era gi\u00e0 politico, plasmato da interessi economici, alleanze di partito, resistenza popolare. Della politica aveva avuto bisogno la SADE, per far approvare i suoi piani, e la politica aveva influenzato i giudizi degli esperti, addomesticando i dubbi. La politica aveva represso la resistenza degli abitanti e infine, dopo il massacro, la politica si present\u00f2 non solo con il PCI, ma anche con i rappresentanti del governo e delle istituzioni. Il Vajont fu &#8211; e rimarr\u00e0 &#8211; un terreno di confronto politico e, come sempre, di memorie divise.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>Ambiente, memoria, storia, montagne, monumenti, guerre, conflitti.<br \/>\nIl libro di Marco Armiero racconta come tutto questo ha contribuito a formare l\u2019Italia e il paesaggio italiano.<br \/>\nE ora, avanti con l&#8217;intervista.<\/p>\n<p><strong>WM2:<\/strong> <strong>Nell\u2019introduzione al libro scrivi che \u00abnazionalizzare le montagne implic\u00f2 imporre significati, sfruttare risorse, rafforzare l\u2019autorit\u00e0 statale, ridefinire i confini tra selvatico e addomesticato, razionale e irrazionale, bello e brutto; signific\u00f2 anche trasformare i montanari in cittadini, e a volte i cittadini in montanari, per tirar fuori gli italiani dal suolo e dalle rocce.\u00bb<\/strong><br \/>\n<strong>Si potrebbe riassumere affermando che uno stato, oltre a inventarsi una tradizione, s\u2019inventa pure il paesaggio. Ma cos\u00ec dicendo si riducono le caratteristiche naturali dell\u2019ambiente a un sostrato passivo, sul quale si depositano i valori e le retoriche nazionali. Tu, invece, sostieni l\u2019esistenza di un doppio processo: il territorio trasforma i suoi abitanti in cittadini ed essi a loro volta lo trasformano in paesaggio nazionale. Mi pare un punto molto delicato, perch\u00e9 dire questo significa dire che le nazioni non sono soltanto \u201cun plebiscito quotidiano\u201d e un prodotto della storia, ma anche il prodotto di un certo ambiente, di uno specifico territorio.<\/strong><\/p>\n<p><strong>M.A.:<\/strong> Mettere insieme natura e nazione \u00e8 una alchimia pericolosa. <strong>David Blackburn<\/strong> nel suo libro <em>The Conquest of Nature<\/em> &#8211; sul rapporto tra ambiente e nazione in Germania &#8211; non a caso scriveva che nessuno storico tedesco si \u00e8 sentito a suo agio a parlare di queste cose per lungo tempo. Il determinismo della scuola geografica tedesca (Ratzel) e la narrativa nazista su suolo e sangue hanno occupato militarmente questi temi, rendendoli inservibili agli storici, almeno per un bel po\u2019. Tuttavia, io credo che proprio il fatto di maneggiare una miscela esplosiva testimonia della rilevanza della questione. Come storico ambientale mi muovo sempre sulla lama del rasoio tra rivendicare ci\u00f2 che nella storiografia USA chiamano \u00ab<em>nature\u2019s agency<\/em>\u00bb, cio\u00e8 il ruolo attivo della natura, e il rifiuto del determinismo, delle spiegazioni monocausali, della naturalizzazione del sociale. La scommessa del libro \u00e8 riuscire a stare su quella lama, consapevole dei rischi che si corrono. Gli\/Le storic* hanno considerato ogni aspetto nella costruzione dell\u2019identit\u00e0 nazionale &#8211; letteratura, arte, politica, cibo, religione, genere e mille altre cose \u2013 ma hanno finto che tutto questo avvenisse in un vuoto, in uno spazio senza nessun connotato. Non credo che la questione sia ritornare alla antropogeografia, magari con qualche raffinatezza bio-genetica legata alle nuove tecnologie della ricerca; con il mio libro non voglio certo riproporre l\u2019idea dei confini naturali, del clima che determina le storie delle nazioni, o altra roba del genere. Al contrario, pi\u00f9 che naturalizzare la nazione, mi interessa capire come nazione e natura siano state in una relazione dialettica. I processi di costruzione dell\u2019identit\u00e0 nazionale hanno largamente usato la natura; la natura \u00e8 entrata nelle narrative e nelle retoriche nazionali, oltre che nelle politiche di gestione e sfruttamento delle risorse. Con il mio libro ho voluto provare a guardare dentro questi processi, nello spazio della relazione, senza per questo proporre una visione deterministica o naturalistica della storia nazionale.<\/p>\n<p><strong>WM2: Parlare di montagne e nazione, significa porsi il problema di come una cultura affronta il concetto di selvatico &amp; selvaggio. Le montagne, infatti, sono sempre vissute come un luogo \u201cda addomesticare\u201d, anche se spesso \u00e8 proprio addomesticandole che le si rende pi\u00f9 selvagge (vedi il taglio del bosco che produce frane, il dissesto idrogeologico, l\u2019elettrificazione delle valli alpine).\u00a0 Negli Stati Uniti l\u2019idea di <em>wild<\/em>, <em>wildness<\/em> e <em>wilderness<\/em> ha avuto un ruolo chiave nella nascita della nazione. Qui da noi si pu\u00f2 dire lo stesso?<\/strong><\/p>\n<p><strong>M.A.:<\/strong> No, non si pu\u00f2. Il ruolo della <em>wilderness<\/em>, della natura selvaggia nella storia degli Stati Uniti \u00e8 abbastanza unico. L\u2019idea che la nazione USA \u2013 o, per dirla con il loro linguaggio, americana \u2013 sia nata dall\u2019incontro tra pionieri e \u201cFrontiera\u201d era il principio fondante della tesi di <strong>Frederick Jackson Turner<\/strong>, lo storico USA padre della Western History. Non \u00e8 un caso che gli USA siano anche la nazione che ha inventato i parchi nazionali; a differenza della vecchia Europa, dove chiese, palazzi nobiliari o comunque manufatti, custodiscono l\u2019identit\u00e0 della nazione, negli Stati Uniti \u00e8 la natura che diventa monumento nazionale, simbolo della novit\u00e0 di quella storia. Poi con Mount Rushmore la storia della nazione, quella ufficiale, ovviamente, viene letteralmente iscritta nella natura, con i volti di quattro presidenti scolpiti sul fianco della montagna. La storia ambientale USA ha lavorato molto sul concetto di wilderness e sulla sua invenzione; lo storico <strong>William Cronon<\/strong> \u00e8 stato il primo a parlare della <em>wilderness<\/em> come una costruzione culturale, scatenando, per la verit\u00e0, una ondata di critiche feroci alla sua tesi da parte degli ambientalisti. \u00abSe la <em>wilderness<\/em> \u00e8 una invenzione culturale, allora non c\u2019\u00e8 motivo di preservare nulla\u00bb &#8211; questa era la tesi di chi si scagliava contro Cronon e quello che veniva definito, in maniera un po\u2019\u00a0 dispregiativa, l\u2019attacco post-modernista alla natura. Non voglio entrare troppo nel merito del dibattito USA sulla <em>wilderness<\/em>; mi interessa per\u00f2 sottolineare che l\u2019idea tradizionale di <em>wilderness<\/em> era sostanzialmente razzista e eurocentrica, escludeva l\u2019agenzia dei Nativo-Americani nella creazione della natura, ovvero, i nativi erano considerati o parte della natura o semplicemente sparivano dalla scena. Questo \u00e8 quello che \u00e8 storicamente avvenuto con la creazione dei parchi nazionali, che hanno sistematicamente espulso i nativi, ma pi\u00f9 in generale, i subalterni, e trasformato pratiche di uso e accesso alle risorse in crimini. In Italia, e in genere in Europa, l\u2019idea di natura selvaggia era molto meno presente. Un paese di antico popolamento e sovraffollato, con una stratificazione di culture e civilizzazioni, non lasciava grande spazio alla natura selvaggia. Da questo punto di vista, le montagne costituirono a lungo l\u2019ultimo lembo di wilderness in un continente come quello europeo. E comunque l\u2019idea di una natura selvatica non ha sempre avuto in valore positivo; da questo punto di vista, comunque la si voglia pensare, la wilderness \u00e8\u00a0 una invenzione culturale, almeno sul piano dei significati che ad essa si vogliono attribuire. In Italia, storicamente, \u00e8 sempre stato il paesaggio ad incarnare l\u2019ideale di bellezza della penisola. Non mi voglio imbarcare in una discussione su cosa sia il paesaggio e le sue relazioni con altri concetti come quello di natura e ambiente; certo a me pare che il concetto di paesaggio sia il pi\u00f9 antropico, incorporando in esso una pi\u00f9 alta percentuale di lavoro umano. Dentro il paesaggio si mescolano culture, saperi, ma anche relazioni di potere e rapporti di produzione: non possiamo, forse, distinguere il paesaggio del latifondo, quello della mezzadria, quello delle Regole alpine e via distinguendo?<\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-7025\" style=\"margin-left: 1px; margin-right: 1px;\" title=\"Partigiani1_sb\" alt=\"Montagne ribelli\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/Partigiani1_sb.jpg\" width=\"200\" height=\"187\" \/>WM2: In Italia &#8211; come del resto in tanti altri paesi &#8211; le montagne sono sempre state rifugio di ribelli ed eretici e dunque luoghi di guerriglia. Da Fra Dolcino ai giurisdavidici del Monte Amiata alle brigate partigiane durante la Resistenza. A differenza di altre, per\u00f2, la nazione italiana si \u00e8 formata combattendo una guerra durissima proprio contro un particolare genere di ribelli montanari: i briganti del Mezzogiorno. In che modo questo \u201cevento critico\u201d ha disegnato, secondo te, il paesaggio di quella fetta di territorio, l\u2019Appennino meridionale, che ancora oggi viene considerato una specie di far west?<\/strong><\/p>\n<p><strong>M.A:<\/strong> Nel libro parlo di montagne ribelli proprio per questo; c\u2019\u00e8 stata una sedimentazione di storie di resistenza sulle montagne italiane. Storie che si intrecciano e si rincorrono, con continui rimandi. Perch\u00e9 i paesaggi sono sempre fatti di ci\u00f2 che si vede ma anche di ci\u00f2 che si racconta. Mi hanno colpito ad esempio i continui rimandi alla vicenda di <strong>Dolcino<\/strong> e poi alla guerra partigiana nella <strong>Val di Susa<\/strong> in lotta; come avete scritto voi, le storie possono essere asce di guerra da dissotterrare. Un altro esempio di queste strane connessioni, di queste storie resistenti che si incarnano dentro paesaggi e comunit\u00e0 mi porta invece alle lotte per la giustizia ambientale nella Campania ostaggio dello \u201cstato di emergenza permanente;\u201d in molte manifestazioni a cui ho partecipato da ricercatore attivista si cantava la canzone dei briganti meridionali (pi\u00f9 o meno reinventata). Scesi in strada a difendere le loro terre, gli\/le attiviste campani\/e hanno attinto all\u2019armamentario del loro passato resistente. Non \u00e8 certo facile parlare di brigantaggio meridionale, soprattutto oggi. Infatti, dopo una stagione storiografica che a partire dalla tradizione gramsciana aveva letto quella esperienza come frutto di una \u201cmancata rivoluzione sociale\u201d, negli ultimi anni il brigantaggio \u00e8 stato occupato \u201cmilitarmente\u201d da schiere di studiosi neo-borbonici, spesso pubblicati per case editrici di destra. Nel mio libro parlo della guerra contro il brigantaggio come uno dei momenti in cui la\u00a0 montagna si \u00e8 rivelata alla nazione; combattendo sugli Appennini meridionali contro le bande di <strong>Carmine Crocco<\/strong>, <strong>Nico Nanco<\/strong> e gli altri mille briganti, i soldati e con loro l\u2019intera nazione incontrarono la loro \u201cfrontiera\u201d, il <strong>Wild South Show<\/strong>. Le cronache dell\u2019epoca sono piene di rimandi agli \u201caltri\u201d estremi, dai Nativi Americani all\u2019Africa. I briganti sono cannibali, incivili, primitivi; si mimetizzano nella foresta come animali; anzi sono il frutto della vita in montagna che li ha resi selvaggi. Insomma, non si trattava solo di una considerazione strategica \u2013 la montagna e le sue foreste come rifugio ideale per la guerriglia; la narrativa sul brigantaggio naturalizzava l\u2019avversario, lo faceva diventare parte del paesaggio e ne faceva discendere vizi e ferocia dall\u2019ambiente circostante. Domare la montagna, nazionalizzarla, sconfiggere la foresta \u2013 amica del brigante \u2013 erano gli obiettivi dell\u2019esercito italiano; e fu una guerra sanguinosa e sporca, dove il confine tra belligeranti e popolazione civile era molto esile e poroso; una guerra combattuta con fucili e cannoni, ma anche con strumenti retorici e narrazioni che costruirono una visione binaria tra civilt\u00e0 e barbarie, criminali e soldati, moderno e primitivo. Tuttavia, per il carattere speciale della guerra al brigantaggio, guerra sporca, rimossa per lungo tempo dalla memoria collettiva,quell\u2019evento \u00e8 anche un grande esempio di memorie contese, conflittuali, che si contendono gli spazi e le narrazioni. Mentre nella memoria comune dei contadini meridionali il brigantaggio \u00e8 stato una presenza importante, che ha segnato le loro narrazioni e la loro costruzione dei luoghi (toponimi, segni, simboli ecc.), almeno fino al fascismo, come testimonia <strong>Carlo Levi<\/strong>, nella storia ufficiale, e di conseguenza nella geografia nazionale, il brigantaggio \u00e8 stato essenzialmente rimosso. Nessuno aveva voglia di ricordare una sanguinosa guerra civile combattuta senza risparmiare crudelt\u00e0. Oggi, nella mercificazione globale di spazi e storie, anche il brigantaggio sta vivendo un suo revival; il marketing territoriale non fa ostaggi e una recente ondata di eventi, feste, commemorazioni hanno invaso i paesi dell\u2019Appennino. Quanto tutto questo contribuisca a riappropriarsi di un racconto contro-egemonico della propria storia e dei propri luoghi, o, al contrario, sia solo l\u2019ennesimo processo di nazionalizzazione e mercificazione in grado di macinare tutto, anche la guerra cafona del Sud, \u00e8 una questione che meriterebbe una riflessione pi\u00f9 attenta e, soprattutto, diversificata.<\/p>\n<p><strong>WM2: All\u2019opposto dell\u2019Appennino meridionale, stanno invece le Alpi, i sacri confini della Patria, marginali eppure centrali per la sua difesa e la sua storia, luogo di eroiche battaglie e di mille monumenti, cippi, memoriali. Le Alpi hanno modellato la Grande Guerra e i suoi soldati, e allo stesso tempo i soldati e la guerra hanno modellato le Alpi. Soprattutto, quella guerra ha cambiato la percezione sociale del montanaro: da individuo burbero, che nell\u2019adattarsi all\u2019ambiente selvatico si disadatta a quello civile, a eroe combattente, alpino, uomo nuovo che sa dominare un ambiente ostile. Una retorica che trover\u00e0 il suo uso politico durante il fascismo.<\/strong><\/p>\n<p><strong>M.A.:<\/strong> Si, \u00e8 proprio cos\u00ec. Se l\u2019<strong>Appennino<\/strong> sembra il luogo della ribellione e dei ribelli, le <strong>Alpi<\/strong> hanno invece incarnato lo spazio della nazione in armi e del soldato. Pochi ricordano che la <strong>Grande Guerra<\/strong> in Italia \u00e8 stata soprattutto guerra di montagna, combattuta sulle Alpi. Il rapporto tra guerra e natura mi ha sempre molto affascinato. Sar\u00e0 che quando mi chiedono cosa \u00e8 la storia ambientale, tutti si aspettano che sia qualcosa che abbia a che fare con quello che si ritiene essere \u201cnatura\u201d. Insomma, che uno storico ambientale si occupi di parchi nazionali, di inquinamento e di caccia va bene, ma se si occupa di guerre mondiali, nation-state building e fascismo, allora c\u2019\u00e8 qualcosa che non va. L\u2019idea di fondo \u00e8 che la storia, quella vera, importante, \u00e8 un\u2019altra; al massimo alla storia ambientale si pu\u00f2 dedicare una di quelle finestre che si vedono sui libri di testo e che nessuno legge. Una roba marginale e, soprattutto, separata. Invece, io credo che la natura sia mischiata a tutte queste cose; non si tratta di cercare una specie di fondale immobile sul quale si svolgono le storie ufficiali, quelle importanti; la natura del mio libro non \u00e8 n\u00e9 solo una costruzione culturale n\u00e9 solo ecologia. \u00c8 un ibrido. L\u2019esempio della Grande Guerra, secondo me, funziona molto bene per illustrare questo approccio. Nel libro provo a raccontare come uno spazio geografico diventi uno spazio narrativo e storico al tempo stesso; la guerra nazionalizza le Alpi, le politicizza, trasforma i montanari in alpini, rompendo la tradizione romantica della montagna ribelle. Al contrario, in questa nuova narrativa la montagna insegna l\u2019obbedienza, la gerarchia e la rassegnazione. Tuttavia, la guerra non trasforma solo l\u2019immaginario delle Alpi, ma anche le montagne in carne e roccia; nel libro racconto delle mine che sfigurano pareti e picchi alpini, della foreste distrutte dalle bombe e poi dagli insetti che si inseriscono nel ecologia post bellica e ne traggono vantaggio, delle teleferiche, mulattiere, e altre infrastrutture che arrivate l\u00ec con la guerra, ci rimangono per sempre; e poi cosa sono il rosario di sacrari alpini e monumenti ai caduti che vanno a ridisegnare il paesaggio alpino, iscrivendo per sempre la memoria della guerra dentro quel territorio?<\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-medium wp-image-7023\" title=\"Mussolini_Terminillo\" alt=\"Sbur\u00e0n!\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/Mussolini_Terminillo-225x300.jpg\" width=\"225\" height=\"300\" \/>WM2: A proposito di fascismo: nel libro tu illustri molto bene la retorica del Regime intorno alle montagne. Una retorica ambivalente, perch\u00e9 da una parte il montanaro \u00e8 visto come alternativa virtuosa al cittadino pigro e poco prolifico, dall\u2019altra per\u00f2 \u00e8 anche colui che con la sua ignoranza (e le sue capre) rischia di mandare in rovina le montagne stesse. L\u2019alpinismo diventa palestra di ardimento e doti guerriere, ma questo non ha nulla di intrinsecamente fascista: anche diverse associazioni di lavoratori videro nella montagna un luogo dove forgiare i muscoli e il carattere. D\u2019altra parte, i monti vengono anche inquadrati in un\u2019ottica da Strapaese, &#8211; come luoghi di pace, armonia, vita sana &#8211; non molto diversamente da quel che si sente dire oggi, a mezza via tra Decrescita e Slow Food. Come sempre il fascismo pesc\u00f2 elementi retorici di varia derivazione per ottenerne un mix peculiare. Cosa c\u2019era, secondo te, di esplicitamente fascista, nella retorica fascista sulle montagne e i montanari?<\/strong><\/p>\n<p><strong>M.A.:<\/strong> Come dici tu stesso, il fascismo ha una grande capacit\u00e0 digestiva, metabolica: assorbe molto dell\u2019Italia prefascista e la rielabora. Questo avviene anche sul fronte delle culture e delle politiche ambientali e, pi\u00f9 specificamente per quel che attiene alle montagne. Ad esempio, il culto dei caduti della Grande Guerra non \u00e8 certo una istituzione fascista, ma il fascismo se ne appropria in maniera profonda; la festa degli alberi, invenzione americana importata in Italia gi\u00e0 in epoca liberale, diviene una festa fascista, con <strong>Arnaldo Mussolini<\/strong> prima grande cerimoniere e poi, dopo morto, celebrato come nume tutelare delle \u201cforeste italiche\u201d; e, infine, la madre di tutte le narrative fasciste sulla natura, l\u2019idea della Bonifica integrale, non \u00e8 certo una idea nuova nella penisola, anche se il regime riesce a trasformarla in qualcosa di suo, esclusivo, con la bonifica delle <strong>Paludi Pontine<\/strong> che diventa l\u2019emblema della nuova redenzione della terra. In tutte queste esperienze di fagocitazione, digestione e metabolizzazione mi sembra che ci sia un tratto comune: l\u2019imposizione di un unico modello, di un\u2019unica prassi, di un\u2019unica narrativa, come nel caso dei sacrari di guerra, che vanno regolamentati e uniformati secondo regole fissate dal centro, ma anche come avviene con la festa degli alberi, che diviene una celebrazione del regime e dell\u2019impero (piantare i boschi dell\u2019impero sar\u00e0 uno degli slogan di queste cerimonie). Lo stesso avviene con le scelte in materia forestale, con la militarizzazione del Corpo Forestale e del suo carattere repressivo, e ancora una volta con l\u2019imposizione di norme uniformi e identiche a tutte le latitudini, come quelle sulle capre, a prescindere dalle differenze ambientali o culturali. Tuttavia, uniformare e regolamentare non sono neppure queste caratteristiche proprie solo del regime fascista; come spiega bene <strong>James Scott<\/strong>, scienziato politico esperto di resistenze contadine, queste sono le caratteristiche tipiche di ogni progetto modernista di costruzione statale, che mira, appunto, a semplificare, a trasformare la complessit\u00e0 in qualcosa di facilmente leggibile. Credo che con il fascismo quello che avviene sia da una parte la possibilit\u00e0 concreta di realizzare questo progetto di semplificazione e uniformazione grazie al forte indebolimento del corpo sociale sottoposto ad un cospicuo trattamento autoritario\/repressivo (quello che non era stato possibile realizzare nei regimi liberali diventa possibile nell\u2019Italia compressa tra olio di ricino e moschetto). In pi\u00f9 aggiungerei che il fascismo mischia insieme il discorso sulla natura e quello sulla razza; e lo fa, ovviamente, quando impone l\u2019arianizzazione del <strong>Club Alpino<\/strong>, ad esempio, espellendo i soci ebrei dall\u2019associazione, ma lo fa anche quando indica i montanari come i custodi della vera razza italica, perch\u00e9 immuni da ibridazioni, oppure quando propone il rurale italiano come modello o l\u2019alpinismo come palestra dello spirito. Hai ragione, anche associazioni operaie e socialiste avevano proposto l\u2019alpinismo come attivit\u00e0 ricreativa contro l\u2019ozio e le osterie, ma con il fascismo si inizia a parlare dell\u2019animo; gente come <strong>Julius Evola<\/strong> parla dell\u2019andare in montagna come strumento per plasmare il nuovo italiano, nel corpo e nello spirito. Nel libro ho provato a ricostruire queste retoriche e a metterle in relazione con le pratiche e le politiche: esce fuori una immagine fortemente contraddittoria di un regime che mentre celebra il montanaro, lo chiude nel \u201cghetto montano\u201d, proibisce l\u2019emigrazione, da le sue terre e i suoi pascoli alle compagnie idroelettriche, gli toglie le capre e lo spedisce al fronte o a morire nella bonifica.<\/p>\n<p><strong>WM2: Con la Resistenza, le montagne diventano un sinonimo di \u201cscelta\u201d. \u201cSono andato in montagna\u201d, nel racconto dei partigiani, non ha tanto una connotazione geografica, significa piuttosto \u201cho imbracciato il fucile, mi sono ribellato\u201d. Tu sostieni, alla fine del libro, che le montagne sono sparite dalla storia nazionale recente e sempre pi\u00f9 vengono dimenticate nella commemorazione del passato. Pensi che ci sia un legame tra questo loro dissolversi e il ruolo marginale che la Resistenza, con la sua epica montanara, occupa ormai nella memoria nazionale?<\/strong><\/p>\n<div id=\"attachment_7028\" style=\"width: 176px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-7028\" class=\"size-full wp-image-7028\" title=\"Tina Merlin\" alt=\"Tina Merlin\" src=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/tinamerlin.gif\" width=\"166\" height=\"243\" \/><p id=\"caption-attachment-7028\" class=\"wp-caption-text\">Tina Merlin<\/p><\/div>\n<p>M.A.: Forse ho sbagliato a parlare di una sparizione della montagna dall\u2019Italia contemporanea. In realt\u00e0 la montagna si \u00e8 prima dissolta nel dopoguerra e negli anni del \u201cmiracolo\u201d con l\u2019ultima grande ondata migratoria che ha definitivamente svuotato il ghetto montano, trasformando la dorsale appenninica in una miriade di villaggi fantasma; ma poi anche la montagna \u00e8 stata inglobata nella mercificazione globale di memorie, territori e risorse. Le settimane bianche, le seconde case nei condomini accessibili al ceto medio, piste per tutti e una monocultura turistica che tiene aperte le montagne giusto per le ferie, come un grande parco a tema. Insomma gli\/le italian* hanno creduto, forse, di conoscere la montagna di pi\u00f9 negli ultimi anni, perch\u00e9 ancora una volta la hanno presa, addomesticata, senza conoscerla. Non \u00e8 un caso che questa conquista della montagna \u00e8 andata di pari passo con due fenomeni: da una parte la dissoluzione materiale, direi geologica, della montagna italiana, sottoposta ad un estensivo dissesto idrogeologico (effetto della congiunta conquista della montagna e della definitiva fine della agenzia di controllo e manutenzione delle comunit\u00e0 locali), dall\u2019altra la rimozione della memoria della montagna ribelle \u2013 e pi\u00f9 in generale di ogni memoria resistente \u2013 che male si sposava con la banalizzazione delle sagre paesane e della folclorizzazione museale della \u201ccivilt\u00e0 contadina\u201d. Certo fa impressione che la storia del <strong>Vajont<\/strong>, \u201cgenocidio dei poveri\u201d come lo ha definito l\u2019avvocato di parte civile <strong>Sandro Canestrini<\/strong>, sia rimasta praticamente assente dalla nostra memoria collettiva, almeno fino allo spettacolo teatrale di <strong>Marco Paolini<\/strong>. Un autore\/attore di teatro e non uno storico hanno restituito quella storia alla memoria collettiva. E comunque, ancora oggi, una donna come <strong>Tina Merlin<\/strong> non \u00e8 parte integrante del panteon delle culture ambientaliste italiane, a segnare con drammaticit\u00e0 l\u2019assenza in Italia di una forte tradizione di giustizia ambientale, in grado di coniugare lotte sociali e lotte ecologiche. Perch\u00e9 la storia del Vajont non \u00e8 solo storia dello strapotere di una grande impresa idroelettrica e dei crimini commessi in nome del profitto e della modernizzazione; \u00e8 anche una storia di saperi e pratiche resistenti. Eppure la memoria resiste. Resiste in Val di Susa dove chi si oppone alla <strong>TAV<\/strong> non a caso riscopre\/reinventa la storia di una valle resistente, collegandosi a memorie iscritte nel paesaggio e nella capacit\u00e0 di leggerlo e attraversarlo. Penso qui a quando i comitati locali sono riusciti ad aggirare la militarizzazione della valle percorrendo i sentieri dei partigiani ma pure alle iniziative che esplicitamente mirano a ricongiungere la resistenza presente e quella passata, come il <strong>Valsusa Filmfest<\/strong> dedicato ai partigiani oppure l\u2019archivio delle resistenza promosso dal comitato <strong>Spinta dal Bass<\/strong>. Che la memoria \u00e8 uno strumento potente lo sa bene chi in questi anni a lavorato per distruggerla, per equiparare i repubblichini ai partigiani, per normalizzare i libri di testo di storia nelle scuole, per annullare anche solo l\u2019esistenza di passati alternativi in modo da celebrare la fine della storia. Per uccidere la speranza di futuri diversi hanno provato a cancellare anche i passati alternativi. Come dice Naomi Klein in apertura del documentario ispirato al suo <em>Shock Doctrine<\/em>:<\/p>\n<blockquote><p>\u00abUno shock non \u00e8 solo quando ci accade qualcosa di brutto, ma anche quando perdiamo le nostre storie, la nostra narrativa, quando siamo disorientati. Quello che ci da orientamento e ci fa stare lontani da uno stato di shock \u00e8 la nostra storia.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n<p>Se il mio libro fosse riuscito almeno un po\u2019 a contribuire a questa memoria resistente, allora sarebbe per me un buon risultato. Una casa editrice italiana che lo ha valutato per la traduzione ha detto che era asistematico e scritto in maniera poco accademica; che sia un buon segno?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Negli ultimi tempi, su Giap, si \u00e8 parlato spesso di montagne: dal Monte Kenya al Sentiero degli Dei, dalla Val di Susa a Guccini al dissesto idrogeologico. 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